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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


29 febbraio 2008

ANCHE ASHKELON SI TINGE DI ROSSO

È semplicemente pazzesco che Ashkelon, una florida e tranquilla città industriale di mare che non ha mai fatto male ad anima viva e che sta nei confini riconosciuti di Israele, una città di centoventimila abitanti con scuole, uffici, fabbriche, sia costretta da stamani a chiedere ai suoi cittadini di costruirsi in fretta e furia rifugi domestici “nella stanza più sicura della casa”, che il sindaco debba ordinare, dopo la pioggia di missili di ieri, il rafforzamento delle finestre delle scuole e degli ospedali, che la gente debba vivere del terrore del prossimo missile grad proveniente da Gaza, probabilmente fornito a Hamas dall’Iran tramite gli Hezbollah. Da oggi, anche ad Ashkelon verrà attivata la sirena dell'allarme antimissile "Zeva Adom" (colore rosso), che dà ai civili circa 15 secondi di tempo per trovarsi il migliore riparo dal prossimo qassam in arrivo.
Gaza non è occupata, è stata lasciata ormai da due anni e mezzo e per di più arricchita di strutture industriali e agrarie, finanziata nel suo sviluppo dai contributi internazionali. La feroce e continuata azione dei terroristi di Hamas nel conculcare i diritti umani della propria stessa popolazione imponendo una dittatura religiosa espansionista e aggressiva, che ha precedenti solo in Iran, nella continua aggressione della popolazione civile israeliana e nell’uso della popria popolazione civile per coprire la strategia di una guerra balistica contro i cittadini israeliani, è inaccettabile da parte di qualsiasi persona civile. (Fiamma Nirenstein, qui, venerdì 29 febbraio 2008).

Non preoccuparti, cara Fiamma: vedrai che qualche argomento per giustificarlo riusciranno a trovarlo in ogni caso.



barbara


28 febbraio 2008

CHI GIOCA SPORCO CON LA CARTA PALESTINESE?

da un articolo di Barry Rubin

In mezzo alle minacce di Hezbollah contro Israele all'indomani dell'uccisione del capo delle operazioni di terrorismo di quel gruppo Imad Mugniyah, si è registrato un fatto di notevole interesse, che dice molto circa il futuro del Medio Oriente.
Si tratta della dichiarazione rilasciata dal generale Muhammad Ali Jafari, comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, vale a dire della principale forza militare di Teheran (nonché dei futuri custodi delle armi nucleari dell'Iran). Jafari ha preannunciato che "in un futuro prossimo assisteremo alla distruzione di quella crescita cancerosa che è Israele". Ma questa non è la parte più interessante del suo discorso. Ciò che è più notevole è chi realizzerà l'opera di distruzione: secondo Jafari, Israele sarà spazzato via dalla carta geografica ad opera di Hezbollah.
Si potrebbe prenderla come una spacconata propagandistica. Se invece vi si presta un attimo di attenzione, la dichiarazione rivela un notevole spostamento rispetto a ciò che è stato vero negli ultimi sessant'anni e più.
Jafari e altri esponenti iraniani preferiscono non dire a chiare lettere che sarà lo stesso Iran a realizzare l'annichilimento di Israele. Dopo tutto, in passato allusioni di questo genere non hanno fatto che rafforzare l'opposizione internazionale all'ambizione iraniana di dotarsi di armi nucleari che potrebbero essere usate contro Israele. Una tale presa di posizione, inoltre, potrebbe persino giustificare un attacco da parte di Israele in quanto paese apertamente minacciato di genocidio da parte di Teheran.
Tuttavia, ciò che di fatto fa Safari è cancellare dalla scena tutti i protagonisti storici del conflitto: stati arabi, movimenti nazionalisti arabi, musulmani sunniti e – cosa particolarmente rilevante – gli stessi palestinesi. La guerra viene dunque condotta dagli eroi di oggi, vincitori di domani: i musulmani sciiti, e in particolare quelli libanesi. Non è più nemmeno una guerra fra musulmani ed ebrei (che è la percezione islamica generale) dal momento che la grande maggioranza dei musulmani (sunniti) non viene più menzionata.
Naturalmente Hezbollah ha sempre detto che avrebbe combattuto e sconfitto Israele, sebbene negli anni '80 e '90 fosse innanzitutto interessato a riprendersi il controllo sul Libano meridionale. Ma parlare di Hezbollah, e solo di Hezbollah, come protagonista della lotta e della disfatta di Israele configura una nuova teoria del conflitto.
Non dovevano essere i palestinesi l'avanguardia della lotta? E questa lotta non doveva essere teoricamente combattuta in loro nome?
Ora, invece, è diventata una causa non araba e nemmeno islamica, bensì sciita: da utilizzare per promuovere l'egemonia iraniana sulla regione. Gli arabi sono tagliati fuori, sono tagliati fuori i sunniti, e sono tagliati fuori gli stessi palestinesi.
Non è impossibile una cooperazione tra sunniti e sciiti: gli esempi migliori sono la simpatia per il regime siriano pur con la sua maggioranza sunnita, e quella per i fondamentalisti sunniti palestinesi di Hamas clienti dell'Iran. Ma per lo più sunniti e sciiti sono in forte antagonismo, arrivando spesso a dividersi in scontri sanguinosi.
Si consideri un aspetto quasi completamente ignorato: non c'è e non c'è mai stata un'organizzazione tipo Hamas fra i palestinesi in Libano. Perché? Perché gli iraniani, i siriani e Hezbollah non permettono a nessun concorrente di operare, eccetto i loro gruppi fantoccio.
È vero che sauditi, giordani, egiziani, iracheni e una decina di altri stati arabi – almeno per ora – non sono direttamente coinvolti nel conflitto. Se ne sono tirati fuori, almeno dal piano della lotta attiva, indipendentemente da quanta propaganda facciano sulla questione. Ma come si sentiranno i Fratelli Musulmani egiziani (sunniti) e i palestinesi di Fatah (o anche quelli di Hamas) di fronte a questa ri-definizione del conflitto che li relega nell'irrilevanza?
Si tratta, naturalmente, di un piano sciovinista iraniano e sciita (che comprende anche la Siria, che è sì a maggioranza sunnita ma dominata da un regime alawita che si dichiara vicino agli sciiti e alleato dell'Iran). Come se dicessero: ora la carta palestinese è nelle nostre mani.
Ma, se la carta palestinese viene usata come uno strumento al servizio di Teheran, perché mai i sunniti e gli stati arabi dovrebbero sostenere questo tentativo? Se una minoranza di libanesi vuole sfruttare il conflitto israelo-palestinese per perseguire le proprie ambizioni e i propri legami con potenze straniere, perché mai la maggioranza dei libanesi dovrebbe accettare di patire e morire, lasciando che il paese venga usato come campo di battaglia?
E come fa l'occidente a continuare a pensare che tutta la questione ruoti soltanto attorno ai palestinesi quando è sempre più evidente – ma è sempre stato vero – che il conflitto è piuttosto imperniato su una lotta di potere per il controllo della regione? (Global Research in International Affairs Center, 19 febbraio 2008 - da israele.net)

C’è chi lo va ripetendo da decenni, che i palestinesi sono sempre stati usati come carne da cannone per i giochi di potere dei potentati islamici circostanti: lo si va ripetendo perché è chiaro come il sole, lo si va ripetendo perché è sotto gli occhi di tutti, ma a quanto pare gli occhi di tutti preferiscono guardare altrove. Quousque tandem …?


barbara


AGGIORNAMENTO: leggere qui.


27 febbraio 2008

CICCIO E TORE



barbara


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26 febbraio 2008

UN SORRISO (OGNI TANTO CI VUOLE)


(grazie a Debbie)

barbara


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25 febbraio 2008

PIANTO LIBERATORIO

Il mio, nell’apprendere che non avremo un nuovo Alfredino Rampi (poi orrore per il nuovo risvolto della notizia).

barbara


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25 febbraio 2008

E NIENTE

Ancora un mese di tutore e stampelle e calcio e vitamina D, poi si vedrà.



barbara


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25 febbraio 2008

RISO AMARO

Ero appena sceso dal palcoscenico, contento che il pubblico capisse l’inglese, quando un giovane, identificandosi come un “devoto” musulmano, mi si avvicinò e mi fece una domanda.
“Perché ti prendi gioco di 72 vergini?”, chiese, rosso di rabbia.
“Io non mi prendo gioco di 72 vergini”, risposi.
“Sì, invece”, insistette, usando la parola “haram”, che in arabo significa “peccato”.
“No. Mi prendo gioco dell’idea che uno possa uccidere sua sorella se uno sconosciuto la accusa di aver dormito con qualcuno, ma è giusto divertirsi con 72 vergini se si muore per una buona causa”.
Questo lo rese solo più agitato. Mi spiegò che, secondo la sua religione, quelli che si sacrificano per una giusta causa potranno godersi la bellezza del paradiso oltre a 72 vergini.
Era esattamente il tipo di logica che mi ha portato al cabaret. Il cabaret negli Stati Uniti è un’industria, uno stile di umorismo che è alquanto diverso da quello cui la maggior parte della gente è abituata in Medio Oriente.
Sia palestinesi che ebrei sono dotati di umorismo, naturalmente. Ma non fa male averne ancora di più. L’umorismo è l’arma più potente che una persona possa usare per sconfiggere l’odio, superare l’animosità e calmare l’ira.
Di solito.
Se riuscite a far sorridere una persona arrabbiata, avete vinto.
Di fronte a questa nobile lotta, decisi che non avrei rinunciato. Riprovai a raccontargli la storiella, nel caso che non capisse bene l’inglese e credesse che mi stessi prendendo gioco di 72 storioni, un gustoso pesce che non è mai stato causa di conflitti fra arabi ed ebrei, per quanto mi risulta. Beh, a ben vedere, ci fu quell’incidente durante le Crociate…
Comunque, ricominciai, solo per lui.
“Sembra che a quell’americano che voleva far esplodere un aereo con le sue scarpe, Richard Reid, fossero state promesse 72 vergini. Ovviamente, non parlava l’arabo. Non è come l’inglese. L’arabo si legge da destra a sinistra. Dunque non si tratta di 72 vergini, ma di una vergine che ha 72 anni…e la promettono a tutti”.
Ancora niente sorriso. Ma non rinunciai.
“Parliamoci chiaro. Proprio quello che ho sempre voluto. 72 vergini. A che scopo? In modo da poter essere respinto 72 volte quando arrivo in paradiso? Non è la mia idea di divertimento”.
Nemmeno un sorrisetto.
“Ascolta – ho continuato – Se vuoi veramente farmi felice, tieniti le 72 vergini e dammi una bella prostituta che lavora solo da una settimana… questa è la mia idea di una vera ricompensa”.
A questo punto cominciò a strillare, in arabo. E benché i miei genitori siano palestinesi, non capivo nulla. Così rimasi fermo lì, annuendo.
Infine, lo interruppi.
“Vuoi dire che è giusto insozzare 72 vergini? Non le devo sposare? Non devo prendermene cura? Va molto oltre il limite legale di quattro. Ma non posso invece avere una prostituta?”
C’è gente davvero priva di senso dell’umorismo.
Io so per certo, però, che la maggior parte dei palestinesi è provvista di senso dell’umorismo. La vera tragedia è che palestinesi e israeliani sono soggetti a grossi cambiamenti d’umore. Siamo tra la gente più emotiva del mondo. Un giorno ci amiamo, e quello successivo ci ammazziamo.
Come Arafat e Barak che si davano pacche sulla schiena all’ingresso di Camp David e cercavano letteralmente di uccidersi il giorno dopo.
Il miglior modo di metter fine al conflitto è metter fine alla rabbia. È facile odiare uno sconosciuto. È difficile odiare un amico. Niente costruisce un’amicizia più dell’umorismo.
Se possiamo ridere insieme, so che possiamo vivere insieme.
OK. Forse il severo jihadista che mi ha affrontato dopo lo spettacolo non era pronto a diventare subito mio amico.
Ma ero certo che non sarebbe stato diverso se fossimo stati seduti insieme a mangiare dello storione.
A volte, bisogna solo guardare al di là della rabbia. (Da: YnetNews, 19.05.05, grazie alla segnalazione e traduzione di Israele.net)



Nella foto: Ray Hanania, palestinese-americano, giornalista e cabarettista, cresciuto a Chicago. Si è battuto per i diritti dei palestinesi, sostenendo nello stesso tempo la ricerca di un compromesso pacifico. Viene da una famiglia cristiana: suo padre è di Gerusalemme, sua madre di Betlemme. Moglie e figli sono ebrei. È il fondatore di “Comedy for Peace”, che spera di portare spettacoli comici palestinesi ed israeliani insieme in Israele e Palestina

Una volta ogni manciatina di anni decido di riordinare la posta, e quando lo faccio succede sempre che salta fuori qualche sorpresa. Come questo articolo di due anni e mezzo fa.

barbara

AGGIORNAMENTO: correre subito tutti a leggere questo splendido post, arrivato via Eugenio.


24 febbraio 2008

E QUESTA VE LA BECCATE

… se riuscite a leggerla (io non ci sono riuscita).

Firenze: professori e corsi di laurea

Si stanno mettendo a punto per il prossimo triennio i nuovi curricula disciplinari relativi al percorso che, nei vari corsi di laurea triennali e specialistici, dovranno dal prossimo anno essere seguiti dagli studenti dell’ateneo fiorentino e, dunque, della facoltà di Lettere. Risulta così che a seguito delle disposizioni del decreto Mussi per l’università messo in pratica immediatamente e senza discussione alcuna, molti professori ordinari siano stati costretti ad insegnare nel triennio, per garantire la «qualità» del corso di laurea, mentre professori associati e ricercatori siano stati assegnati all’insegnamento nei corsi di laurea specialistica. Premesso che le carriere universitarie sono tali per cui molti associati e ricercatori sono scientificamente validi quanto e talvolta anche più degli ordinari, risulta tuttavia quanto meno bizzarra la forzata assegnazione dei professori ordinari proprio a quel livello di studi che richiede una formazione di base e non specializzata. Da ciò logicamente consegue sia lo spreco di potenzialità scientifiche che il rischio di una dequalificazione della laurea specialistica con la successiva e ipotizzabile emigrazione degli studenti più accorti verso quegli atenei che garantiranno l’offerta di docenti «pienamente maturi», come si afferma nelle relazioni concorsuali, per l’insegnamento delle discipline relative alle lauree specialistiche.
Maria Carla Papini
Ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea
Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Firenze

Questa lettera è stata pubblicata sul Corriere della sera, e adesso l’ho dovuta leggere per forza perché lo scanner si è rifiutato di elaborarla, e dopo il quinto tentativo andato a vuoto mi sono dovuta rassegnare a trascriverla a mano. Bene, questo è un testo scritto da una professoressa di letteratura italiana: una che si lamenta per il fatto di essere stata costretta a insegnare a un livello inferiore alla propria qualificazione, e che dimostra al di là di ogni possibile dubbio di non avere la più pallida idea di che cosa sia la lingua italiana, con frasi più contorte di un ulivo esposto al vento di tramontana, con punteggiatura a cazzo e consecutio da fare concorrenza ai clienti di topgonzo, con affermazioni che non si capisce se si riferiscano al passato o al futuro, e da quel poco che si riesce a capire in questa prosa scalcinata e sconclusionata, una cosa emerge chiara: la signora non ha la minima idea di che cosa sia l’insegnamento e quali siano i requisiti per esercitarlo.
Aggiungo che la signora Papini è stata mia collega all’università di Mogadiscio. Una volta mi è capitato di fare una supplenza in una sua classe. Sfogliando i quaderni dei suoi studenti ho avuto modo di constatare che, scrivendo quello che sentivano da lei, i loro scritti erano pieni di diesci, undisci, dodisci, tredisci, quattordisci … Per produrre questi esaltanti risultati prendeva, nel 1987, circa 8000 dollari al mese (come assistente universitaria era A2, mentre io ero A5 e guadagnavo poco più della metà). Queste sono le cose che rendono evidente quanto l’istruzione in Italia sia in un vicolo cieco.

barbara


23 febbraio 2008

CHIEDO IL VOSTRO AIUTO

Perché sono sicura che in ogni specifico campo del sapere ci sarà fra di voi qualcuno che ne sa più di me, e quindi sottopongo a voi la questione. Ieri sera alla radio ha parlato un esperto di climatologia – e se è un esperto, saprà quello che dice, no? - e ha detto che una concentrazione di CO2 così alta come quella che si sta registrando adesso, non si era mai verificata negli ultimi 800.000 (OTTOCENTOMILA) anni. Ecco, le mie domande, alle quali spero che qualcuno di voi sarà in grado di fornire una competente risposta, sono: con quale strumento veniva misurata, ottocentomila anni fa, la concentrazione di biossido di carbonio? Chi lo aveva inventato?
Ringraziandovi per la cortese collaborazione, vi saluto cordialmente



barbara


22 febbraio 2008

MA POLLICINO È UNA FIABA, VERO?

Ha convinto i suoi gemellini di cinque anni a fare una bella sciata fuori pista, li ha portati nel bosco, ha detto “Vi aspetto giù” ed è partito. Quando, un bel po’ dopo essere arrivato, ha visto che loro invece non comparivano, ha pensato bene, bontà sua, di dare l’allarme. Li hanno ritrovati tre ore dopo, terrorizzati, disperati, mezzo congelati – siamo abbondantemente sotto lo zero. Dice che adesso rischia una denuncia per abbandono di minore. No, un momento, come sarebbe a dire che rischia una denuncia? Volete dire che non lo hanno ancora messo sulla sedia elettrica?

barbara


21 febbraio 2008

UN PENSIERO

per un’amica che sta attraversando un momento difficile.

barbara


21 febbraio 2008

IL FRATELLASTRO

Quello che li frega, a certi libri, sono le citazioni in copertina. In questo, per esempio, leggiamo cose come «Il fratellastro è un interessante esempio di grande narrativa scandinava contemporanea; ed è insieme un libro profondo e intellettualmente ambizioso, un libro di indiscutibile valore internazionale.» THE GUARDIAN. Oppure «Un romanzo di formazione e allo stesso tempo un Ulisse di Oslo. Un libro che deve assolutamente essere letto.» THE DAILY TELEGRAPH. O ancora «Un romanzo che è quasi all’incrocio fra Il libro delle illusioni di Paul Auster e Le correzioni di Jonathan Franzen.» THE INDEPENDENT. O addirittura «Passerà molto tempo prima che, leggendo un altro libro, possiate scordare la voce di Christensen.» MORGENPOSTEN. Uno si legge questa ammucchiata di spazzatura e può pensare una cosa sola: che il libro è una boiata pazzesca, come dice il saggio. E lo rimette precipitosamente giù. Io, per fortuna, le citazioni di copertina le ho viste solo dopo. Per fortuna, perché a non leggerlo avrei perso davvero qualcosa. Perché questo non è un bel libro, e neanche un libro bello: questo è un Grande Libro. Come La variante di Lüneburg, come La versione di Barney, come Il manoscritto di Samarcanda, come La storia dell’amore. Grande. E fare a meno di leggerlo davvero non si può. Volete anche sapere che cosa c’è dentro? Ve lo dico subito: c’è la vita – ed è solo per pudore, credetemi, solo per pudore che mi astengo dallo scrivere Vita – e la morte, ovviamente, a volte apparente, a volte vera. E il circo. E un bottone lucido. E incidenti stradali e la scuola di ballo e un uomo perduto tra i ghiacci e un albero e uno stupro e un piccione morto e silenzi e una sedia a rotelle e un mulino a vento e Lauren Bacall e una stanza d’albergo e una ragazzina di nome Rakel portata via di notte e mai più tornata e una valigia piena di applausi e una scatola piena di risate e profumo di malaga e un taxi e un righello e Cliff Richard e la soffitta e una lettera e un neo e tante botte e il cinema e l’atroce sospetto che coglie il lettore quando viene raccontata la storia del dito e il prete e il dottore e una riga per terra e sangue e storie raccontate e storie da raccontare e grazie mille. E il fratellastro, naturalmente. Che chissà se sarà davvero un fratellastro, poi. (Pubblicato in LibMagazine)

Lars Saabye Christensen, Il fratellastro, Guanda



barbara


20 febbraio 2008

PERCHÉ IL TERRORISMO?

Riporto alcuni brani da un’analisi di Daniela Santus, tratta dalla sua risposta a una lettera del prof. Angelo D’Orsi che reclamava con forza un boicottaggio a 360° di Israele – e questa è nuova: vero che non l’avevate mai sentita?). Analisi basata sulla sua profonda conoscenza della storia e delle dinamiche che muovono le vicende israelo-palestinesi, che condivido e sottoscrivo in toto.

Lo stato palestinese avrebbe potuto nascere nel 1948, ma non è stato voluto dagli stati arabi; avrebbe potuto nascere all'indomani della prima guerra arabo-israeliana e fino al 1967, ma non è stato voluto da Egitto e Giordania (che occupavano quei territori); avrebbe potuto nascere nel 2000, ma non è stato voluto da Arafat che ha preferito spendere l'arma del terrorismo per ottenere di più...avrebbe persino potuto incominciare ad esistere a Gaza dopo lo sgombero di tutti i coloni nell'estate di un anno fa, ma non è stato voluto da chi ha continuato a credere che il terrorismo pagasse di più.

La maggior parte degli israeliani oggi è convinta, e giustamente, che senza spartizione del territorio l’esistenza futura d’Israele è a rischio. Hizbullah e Hamas hanno attaccato la capacità di Israele di districarsi dall’occupazione. E, almeno per il momento, ci sono riusciti.
Molti si sono scandalizzati quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert, nel bel mezzo dei combattimenti in Libano, ha dichiarato che questa guerra doveva aprire la strada al suo piano di convergenza (concentrare gli insediamenti di Cisgiordania in pochi grandi blocchi a ridosso della Linea Verde). Forse non era pratico dirlo, ma il concetto era serio. Se Israele avesse ottenuto una netta vittoria, se fosse riuscito a eliminare la minaccia dei missili, avrebbe aperto la strada all’attuazione del piano di ritiro unilaterale dal primo Ministro definito, appunto, “convergenza”.
Gli israeliani non sono abituati a pensare ai loro nemici in questi termini, ma è un fatto che questa volta gli estremisti islamici non combattevano "contro" l’occupazione: combattevano piuttosto per perpetuare l’occupazione.
Basta ricapitolare la sequenza dei fatti: Israele firmò gli Accordi di Oslo nel settembre 1993 perché la maggior parte degli israeliani era giunta alla conclusione che l’occupazione metteva in pericolo il futuro del paese. Arafat, nel 2000, fece naufragare la spartizione del territorio. Gli israeliani ne dedussero che non c’era modo di porre fine all’occupazione attraverso un accordo e si mossero per porvi fine lo stesso, ma senza accordo. E’ così che è nato il concetto di "ritiro unilaterale".
Ora gli estremisti islamici hanno trovato il modo di impedire anche questa strada verso la spartizione. Su entrambi i fronti dove Israele si è ritirato unilateralmente (sud del Libano e striscia di Gaza), hanno iniziato a tormentarlo coi lanci di missili e razzi, costringendolo a invadere di nuovo proprio le aree da cui si era ritirato. Non appare strano?
Sia la sinistra che la destra israeliane, a quanto pare, non hanno compreso le intenzioni palestinesi e quest’ultimo round di violenze ne é l’amara conferma. La sinistra credeva che i palestinesi avessero optato per la pace e per la spartizione della terra e che fossero pronti a rinunciare al sogno di tutta la Palestina, una Palestina “liberata” da ogni presenza ebraica. Il che si è rivelato non vero.
La destra credeva che i palestinesi non avrebbero mai rinunciato al sogno di “liberare” tutta la Palestina, il che si è rivelato vero. Ma non ha capito la loro tattica. I falchi della destra, infatti, erano convinti che i palestinesi perseguissero una tattica “a fette di salame”: se gli si darà un piccolo stato in Cisgiordania e Gaza, lo useranno per continuare a combattere e ottenere tutto il resto. Questa valutazione si è rivelata errata.

Gli estremisti palestinesi sono invece convinti, come è convinta la sinistra israeliana già da parecchi anni, che l’occupazione metta a rischio l’esistenza stessa di Israele: perché lo isola a livello internazionale, lo lacera all’interno, lo espone al terrorismo, unisce gli arabi contro di esso e, infine, perché porterà al crollo dello stato ebraico in una maggioranza araba fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Sulla base di queste (esatte) valutazioni, gli estremisti palestinesi agiscono coerentemente per impedire la spartizione. La spartizione li priverebbe delle più efficaci armi a loro disposizione contro Israele.
Anche Arafat lo aveva capito bene, e per questo nel 2000 fece saltare l’accordo offertogli dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David e a Taba. Hamas e Hizbullah lo capirono ancora prima di Arafat e si attivarono per bloccare il processo di pace e impedire la spartizione territoriale fin dai primi anni ’90. Ai loro occhi la Conferenza di Madrid del 1991 fu l’inizio di una china pericolosa e pertanto misero in campo tutti i mezzi che potevano per impedire qualunque progresso del processo di Oslo (“l’Accordo del Tradimento”, nel linguaggio di Hamas). Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, non esitò a invocare l’assassinio di Arafat quando questi si avviò sulla strada della spartizione (allora nessuno sapeva che non sarebbe mai arrivato ad attuarla veramente).
A quanto pare, sia Hamas che Hizbullah sono attori politici assai realisti, quando si tratta di definire la tattica. I loro obiettivi millenaristici saranno anche illusori, ma i mezzi che usano contro Israele sono perfettamente razionali. Entrambi sapevano che attacchi missilistici dalle aree che Israele aveva sgomberato avrebbero bloccato ulteriori futuri ritiri. Entrambi capivano bene ciò che Ehud Olmert aveva spiegato in modo così eloquente agli israeliani prima delle elezioni: che la sopravvivenza di Israele dipende da confini stabili internazionalmente riconosciuti in un territorio dove gli ebrei siano una chiara maggioranza. Il che significa porre fine all’occupazione.
Sulla base di questa logica Hamas e Hizbullah hanno deliberatamente puntato a ostacolare il ritiro unilaterale, per impedire che finisse l’occupazione e per bloccare la strada di Israele verso confini stabili e internazionalmente riconosciuti. Sotto questo aspetto, la loro recente campagna missilistica è stato un successo. Se Israele avesse vinto questa guerra, ora la strada sarebbe aperta verso la fine dell’occupazione. Ma non è andata così. (Torino, settembre 2006; grazie a Liberali per Israele)

Che le cose stiano esattamente così, è chiaro come il sole. Basta solo non chiudere gli occhi per evitare di vederlo.


barbara


19 febbraio 2008

DIRITTO AL TERRORISMO?

Il tempo passa, ma all’Onu non lascia tracce.

Le Nazioni Unite e il "territorio nemico" di Gaza

Mercoledì scorso il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon si è detto "molto preoccupato" per la decisione israeliana di definire la striscia di Gaza "territorio nemico" riservandosi, di conseguenza, il diritto di sospendere alcune forniture come elettricità o carburante. "Vi sono 1,4 milioni di persone a Gaza – ha detto Ban Ki-moon – e non devono essere puniti per colpa delle gesta inaccettabili di militanti ed estremisti. Chiedo a Israele di riconsiderare la sua decisione".
Poi, come per un ripensamento peraltro ignorato dalla quasi totalità dei mass-media, la dichiarazione di Ban Ki-moon si concludeva dicendo: "Il continuo e indiscriminato lancio di missili da Gaza su Israele è inaccettabile e lo biasimo. Chiedo che cessi immediatamente, e capisco le preoccupazioni israeliane per la sicurezza in questa materia".
Beh, forse no. Se l'Onu "capisse" davvero le preoccupazioni israeliane, avrebbe condannato quello che Ban Ki-moon definisce giustamente "l'indiscriminato lancio di missili" immediatamente, ufficialmente e coerentemente, e non solo come una sorta di aggiunta a piè pagina di una dichiarazione di condanna di Israele.
Sotto molti aspetti, da tempo l'Onu ha perso il diritto di disquisire sulla legalità delle misure di difesa israeliane. Nessuna nazione o organismo che ignora il deliberato fuoco sui civili israeliani ha il diritto di criticare le reazioni di Israele. Condannare la risposta israeliana mentre si resta sostanzialmente zitti sugli attacchi spudoratamente illegali e terroristici che quella risposta hanno provocato, costituisce un chiaro fallimento della giustizia, della legalità e del buon senso. Che tale schema sia da tempo diventato uno standard normale non lo rende meno indecente.
Il diritto internazionale diventa peggio che senza senso se viene interpretato come una forma di patto suicida. Contestare la legalità delle misure che Israele sta prendendo in considerazione e che, oltre a colpire il regime di Hamas, danneggerebbero anche palestinesi innocenti, è del tutto legittimo. Ma tali critiche devono anche saper rispondere a una semplice domanda: cosa dovrebbe fare Israele per reagire in modo legale al lancio indiscriminato di missili sui suoi cittadini?
Quando Israele prende in considerazione sanzioni sulle forniture di elettricità a Gaza, si parla di "punizione collettiva". Quando ricorre alle uccisioni mirate di singoli terroristi e mandanti lo si condanna per "omicidi extragiudiziali". D'altra parte, dubitiamo assai che chi emette queste condanne perorerebbe l'alternativa di una rioccupazione delle aree della striscia di Gaza da cui viene lanciata la maggior parte dei Qassam. E naturalmente si opporrebbe con forza anche a un vasto impiego di incursioni militari, che inevitabilmente causerebbero la morte, oltre che di molti terroristi, anche di alcuni civili presi nel fuoco incrociato, per non dire di quella dei soldati israeliani.
Esasperati, i critici potrebbero sbottare: "Ma insomma, perché non ve ne andate semplicemente da Gaza?". Che è esattamente quello che abbiamo già fatto, nella convinzione appunto che i palestinesi non avrebbero continuato ad attaccarci da un territorio che abbiamo abbandonato, mettendo a repentaglio, anziché incoraggiare, ulteriori futuri ritiri. E nella convinzione che, se i palestinesi, contro ogni logica, ci avessero attaccato ancora da Gaza, il mondo sarebbe stato lealmente al nostro fianco nella risposta a una tale infamia.
Non sostenere Israele in questo momento, dunque, serve a dissuadere gli israeliani dall'assumersi proprio quei "rischi per la pace" a cui veniamo continuamente sollecitati. Perché Israele dovrebbe dare ascolto a queste sollecitazioni quando farlo gli si ritorce contro e si traduce in ancor meno sostegno da parte di presunti amici?
Ma la mancanza di credibilità dell'Onu sul conflitto arabo-israeliano va anche oltre. In questo momento, ed esempio, fervono i preparativi per la conferenza detta "Durban Due", sotto l'egida ufficiale di Europa e Nazioni Unite. Come la precedente del 2001, anche questa, organizzata con l'amorevole sostegno di campioni di diritti umani quali la Libia e l'Iran, potrebbe segnare il ritorno in auge della vecchia risoluzione Onu (poi abrogata) nota come "sionismo uguale razzismo".
Nel complesso, il nuovo segretario generale dell'Onu sembra avere una consapevolezza molto maggiore della situazione in cui si trova Israele, ma è difficile vedere questa maggiore comprensione riflettersi nei comportamenti delle Nazioni Unite. Ban Ki-moon non ha il potere né la volontà di staccare la spina a una conferenza che mira a fomentare odio e razzismo e che danneggia le prospettive di pace, per cui la conclusione ineluttabile è che l'Onu, su questo tema, gioca un ruolo che appare incorreggibilmente dannoso.
L'Onu dovrebbe cancellare "Durban Due". Poi, se è davvero animato da sincere preoccupazioni umanitarie per i palestinesi, per non dire degli israeliani, dovrebbe accentuare drasticamente la sua condanna del terrorismo palestinese contro Israele. Se il Consiglio di Sicurezza non solo condannasse con forza gli attentati terroristici (anche quelli sventati), ma imponesse concrete sanzioni diplomatiche contro il regime delinquenziale di Hamas, ciò potrebbe contribuire a dissuadere i burattinai del terrore, e a diminuire la necessità di reazioni israeliane, militari o d'altra natura.
In mancanza di tutto questo, è l'Onu e non Israele che deve essere criticata per il suo contributo alle pene umanitarie e per il danno alla causa della pace. (Jerusalem Post, 21 settembre 2007 - da israele.net)

21 settembre, come potete vedere. Passano cinque mesi, ed ecco qua un’altra cosa, attualissima.


Rappresentante Onu: stop a razzi contro Israele
Holmes: Israele contenga la risposta militare agli attacchi

SDEROT - Il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari sociali, John Holmes, ha condannato il lancio di razzi da parte dei palestinesi contro il sud di Israele e intima ad Hamas di fermare gli attacchi.
"Condanniamo nel modo più assoluto il lancio di questi razzi. Non c'è alcuna giustificazione. Sono indiscriminati, non c'è alcun bersaglio militare", ha detto Holmes intervistato a Sderot, una delle città israeliane più colpite dai razzi palestinesi.
Il rappresentante Onu ha anche invitato Israele a contenere la risposta militare a questi attacchi perché l'unico modo per fermarli è un accordo di pace. (Alice News, 17 febbraio 2008)

COMMENTO - L’Onu invita Israele “a contenere la risposta militare a questi attacchi perché l'unico modo per fermarli è un accordo di pace”. Come dire:
Se sei preso da coliche intestinali
non devi usare troppi farmaci
perché l’unico modo per farle passare
è guarire.

Se poi si pensa a quale tipo di pace cerca Hamas con Israele, si potrebbe dire meglio così:
Se sei preso da coliche intestinali
non devi usare troppi farmaci
perché l’unico modo per farle passare
è morire.

Morale Onu per Israele: Se finisci tu, finiscono anche gli attacchi di Hamas. Semplice e geniale. (da ilvangelo.org).

E se ammazziamo tutti gli ebrei, scompare l’antisemitismo. E se ammazziamo tutte le donne scompaiono le violenze e i soprusi contro di loro. E se ammazziamo tutti i bambini scompare la pedofilia. Eccetera eccetera.









barbara


19 febbraio 2008

BAASTAAA!!!!

Voglio uscire, voglio camminare, voglio correre, voglio buttare via le stampelle, voglio fare la spesa, voglio vedere gente, voglio fare una doccia, non ne posso più!

                                                      

barbara


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18 febbraio 2008

PATTO SOCIALE

Il patto sociale dovrebbe essere quella cosa che se mi fanno un torto io rinuncio a farmi giustizia e lo stato, in compenso, mi garantisce che la giustizia me la fa lui. OK. Ora, succede – cioè, non è che succede ora: succede tutti i giorni e quella di cui sto parlando è semplicemente l’ultima della serie – che un tizio violenta tre bambine, viene condannato a 5 anni, ma un giudice decide che se ne può tornare a casa. Con l’obbligo di firma, e magari un giorno qualcuno me lo spiegherà cosa diavolo cambia l’obbligo di firma. E infatti pare che cambi davvero pochino, perché il signore in questione, tra una firma e l’altra, ha avuto tutto il comodo di trombarsi un’altra bambina. Di quattro anni. E a questo punto uno si chiede: se lo stato non fa la sua parte nel patto sociale, io continuo lo stesso ad essere tenuta a rispettare la mia? E perché mai dovrei? Sarebbe per caso giustizia, questa? E dunque, io lo dico chiaro e tondo, se io fossi la mamma di quella bambina, non ci penserei neanche mezzo secondo a riportare i conti in pari e a farmi giustizia da sola. Non con un bell’omicidio semplice e pulito: scordatevelo! L’omicidio sarebbe preceduto da una bella botta di efferate sevizie. Allo stupratore? Beh, sì, certo, anche a lui. Dopo.

barbara


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17 febbraio 2008

ROBERTO SAVIANO

Il 25 febbraio 2008 verrà inaugurato il sito ufficiale di Roberto Saviano, che sarà raggiungibile all'indirizzo www.robertosaviano.it

Sarà archivio - in continuo aggiornamento - di testi, articoli, musica e fotografie. Se siete interessati ad iscrivervi alla sua newsletter, è sufficiente inviare una mail vuota con oggetto ISCRIVIMI all'indirizzo info@robertosaviano.it
L'invio della newsletter avrà cadenza mensile. I dati non verranno mai divulgati o venduti a terze parti.

Grazie, buona giornata.

Alessandro - www.sosteniamosaviano.tk

E ora forza, andare subito tutti lì di corsa!



barbara


16 febbraio 2008

GLI EBREI SONO RICCHI

Ecco il testo parziale o integrale di alcuni decreti di confisca pervenuti alla Commis­sione presieduta da Tina Anselmi.

28 marzo '44. Il Capo della Provincia di Vicenza decreta la confisca dei seguenti beni di proprietà dell'ebreo Simcha Schaechetr, da Montecchio Maggiore: 1 paio zoccoli vecchi di legno, 1 vestaglia da camera, 1 giacca pelliccia fuori uso, 1 sacco di tela, 9 paia di calze da uomo di cotone usate, 8 paia di calze da donna in seta usate, alcuni stracci vec­chi usati. Detti beni passano in gestione all'Egeli».

25 gennaio '44. Il Capo della Provincia di Brescia decreta il sequestro dei seguenti beni di proprietà dell'ebreo Arditi Davide, residente a Gavardo: 1 paio occhiali cerchiati oro, 1 ferro da stiro, 2 carte annonarie per zucchero, grassi e sapone, 2 carte annonarie di ve­stiario, 5 materassi di lana, 8 federe, 1 vestaglia da camera da donna, 3 tappetini scendi­letto, 5 libri di soggetto religioso ebraico, 4 paia di mutande da uomo, 1 scatola conte­nente oggetti da toletta, 1 borsa a rete contenente piccoli gomitoli di lana, 4 piccoli sac­chetti porta pettini, 1 piccolo pacchetto di uncinetti ed aghi per le calze, 1 termometro per febbre, 1 schiaccianoci, 1 canna di legno per stendere la pasta (per fare tagliatelle), 2 me­stoli piccoli, 2 scola-pasta, 2 pettini...».

16 marzo '44. Il Capo della Provincia di Pavia. Decreta la confisca a favore dello Stato della pensione n. 3.507.165 intestata a Guastalla Ester di razza ebraica, vedova di ex Commissario di PS. Partita ammontante a:L. 9.264 annue lorde; caroviveri L. 780; assegno tem­poraneo di guerra L. 2.775 annue».

10 marzo '44. Il Capo della Provincia di Vene­zia. Ritenuto che la ditta Brandes Oreste fu Riccardo è di razza ebraica, dispone la confisca a favore dei seguenti beni: Polizza assicurazioni in Buoni del Tesoro 4%.. 4 paia calze rammenda­te. 4 paia calze bambino. 2 bicchieri. 2 spazzole vestiti. 1 cucchiaino piccolo bambino...».

16 marzo '44. Il Capo della Provincia di Brescia. Visto che la signora Ascoli Elisa, vedova Levi, appartenente a razza ebraica, è proprietaria di un mulino e 7 piò bresciani di terre­no in Comune di Borgo San Giacomo, decreta: la confisca a favore dello Stato dei suddetti immobili, distinti in mappa... e trasferiti per la gestione e il successivo realizzo all'Egeli».

27 marzo '44. Il Capo della Provincia di Modena. Confisca dei seguenti beni apparte­nenti a Pincherle Maurizio, residente a Bologna: Casa civile ad uso abitazione, in Comune di Montese. Appezzamento di terreno coltivato ad orto adiacente al fabbricato. Tutti gli arredi e suppellettili, come da inventario: 8 quadri alle pareti, 2 coperte per stirare, 1 paio di pantofole, 1 portacarta igienica, 1 portafiori rotto, 2 corna di bue, 1 portasapone, 2 cati­nelle di terra, 1 mattarello, 1 mestolo di rame, 1 coperchio, 1 ramaiolo d'alluminio, 1 pa­della, 1 mazzo carte da gioco, 1 cesta contenente pacchi di lettere, 1 scala a pioli, 2 lampa­dine rotte, 1 rastrello, 3 bandiere tricolori italiane, 1 cassetta da gioco a birilli...».

Ancora un paio di espropri a questi sporchi capitalisti ebrei, e vincevamo la guerra, garantito.


barbara


15 febbraio 2008

AGGORNAMENTO ZAMPE

Stamattina sono andata al controllo. Non sta andando molto bene.



barbara


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15 febbraio 2008

HO INCONTRATO L’EBREO ERRANTE

L’idea di parlare di questo libro mi è venuta leggendo il blog dell’amico arciprete, che ultimamente ha dedicato alcuni post alla domanda: come e perché nasce il razzismo e, in particolare, l’antisemitismo. Qualcuno, genialmente (sì, lasciatemelo dire, genialmente, perché raramente si era vista un’idea tanto originale) ha spiegato che l’antisemitismo nasce dal fatto che gli ebrei sono ricchi.
Albert Londres è un giornalista francese. Nei confronti degli ebrei, né simpatia né antipatia particolari: semplicemente osserva e descrive quello che vede, da buon giornalista. Il libro in questione è il resoconto di un viaggio tra di loro, intrapreso nel 1929; quelli che seguono sono alcuni brani che riguardano le sue visite nell’Europa dell’Est. Ogni brano riportato riguarda una località diversa.

Il rabbino non c’era, era partito per la Romania per mendicare. La miseria di questi nidi è tale che, per chiedere l’elemosina, gli affamati devono andare a cento chilometri. Non si mendica sul posto: tutti sarebbero mendicanti. Nessuno ha un soldo più del suo vicino, che non ha niente. È la miseria egualitaria. Vivono di essa come di un’eredità ancestrale […]
Entrammo in una ventina di queste capanne. Ovunque bambini in camicia, lettori di Talmud, donne in lacrime tutte pelle e ossa.

Ci mostravano i tetti bucati, l’interno fangoso, i loro quattro, cinque, sei bambini che tremavano, le prugne secche nella scodella, il nonno avvolto negli stracci che si lamentava sulla stufa, le bambine che non crescono per colpa delle privazioni, gli idioti che ridono sul letame, i più piccini vestiti con una camicia e a piedi nudi sul ghiaccio. Le madri socchiudevano lo scialle per far vedere le mammelle prive di latte e le costole scarnite. L’ebreo di questa casa due volte aveva tentato di scendere in città per guadagnarsi il pane, e due volte era caduto per strada, sfinito. Era muto per la disperazione. L’odore, in queste baracche, era spa-ven-to-so. Non potevo resisterci se non mordendo il fazzoletto con tutte le mie forze. E poi si dice “ricco come Rotschild”!

Il quartiere nuota nell’odore di cipolla e di aringa. Che dico, un’aringa, è un’aringa divisa in sei! I pezzi disposti su un giornale tentano l’affamato proprietario di dieci grosze. I preslés, dei cornetti dorati con l’uovo, cosparsi di semi di papavero, fanno concorrenza ai quadrati d’aringa. […] Costui compra il preslé, gli dà un morso ma si accorge che altri lunghi denti hanno già intaccato il suo bene. Lo posa e ne prende uno intero.
Le strade sono niente: il ghetto di Lvov è negli interni. Abbiamo passato tre giorni a visitarli. Se volessimo rendere conto del nostro lavoro bisognerebbe prendere le vie una per una e, cominciando dall’1, stilare una lista di questo genere:
Via della Sinagoga: n° 1, nove famiglie con cinque-otto bambini urlanti per il freddo e la fame e a marcire sul più fetido letamaio. N° 2: dieci famiglie, come sopra. N° 3, n° 4, dai due lati della strada e fino alla fine, come sopra. Una volta, il primo giorno, sono dovuto uscire precipitosamente da uno di questi canili per calmare la nausea provocata dalla puzza. […]
In via Slonecznej (via del Sole) siamo scesi in una grotta. I miei compagni accendono alcune candele e strisciamo dentro. Nessun suono umano, anche se in questi alloggi sotterranei abitano trentadue persone. Bussiamo a una prima porta. Dove siamo entrati? Sguazziamo nella melma. Una fessura ostruita dalla neve lascia filtrare una luce anemica. Già l’umidità ci avvolge nel suo velo e sentiamo a poco a poco che questo velo ci si appiccica al corpo. Perlustriamo l’antro con le candele. Due bambinetti di tre e quattro anni, mani e piedi fasciati di stracci, con la sola camicia, e i cui capelli da quando hanno avuto la disgrazia di spuntare sulle loro teste di certo non sono mai stati pettinati, stanno in piedi e tremano contro un giaciglio. Ci sembra che il giaciglio si muova. Abbassiamo le candele. C’è una donna. Su che cosa è distesa? Su trucioli fradici? Su paglia da stalla? Tocco, è freddo, appiccicoso. Ciò che ricopre la donna un tempo si chiamava piumino, ora non è che una pappa di piume e di stoffa che trasuda come un muro. […] Se sono a casa di pomeriggio è perché non hanno vestiti per uscire in strada. Uno solo è uscito per tutti, con le scarpe di uno e il caffettano dell’altro. Porterà qualcosa da mangiare? […] Gli ebrei ci fanno vedere la causa dell’odore spaventoso. Le fogne del quartiere passano nella loro abitazione, nell’abitazione di tutti coloro che stanno in questa via.
[…] Ci vorrebbero treni di zloty per abbeverare questa miseria, che li fa diventare idioti, ciechi, gobbi. I bambini marciscono.

1929: sono gli anni in cui il nazismo sta sempre più prendendo piede. Le cui azioni, secondo qualcuno, sono guidate dalla volontà di impadronirsi delle ricchezze degli ebrei. Perché gli ebrei sono ricchi, per l’appunto. Tutte le foto che seguono sono state scattate prima della guerra: ciò che vi si vede, intendo dire, non è la conseguenza di una situazione che ha provocato disagi e impoverimento più o meno a tutti.


Lodz, 1938


Slonim, 1937


Praga, 1937: mensa per i bambini ebrei poveri


Varsavia, 1938: la cena della famiglia di Nat Gutman, che il capofamiglia ha offerto di dividere con il fotografo


Varsavia, 1938: in questo scantinato vivevano 26 famiglie. Al fotografo, che aveva detto di non avere dove dormire, vi è stata offerta ospitalità

barbara (*)


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14 febbraio 2008

MA SE L’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY





si disarcivescanterburizzasse, ditemi, non vi disarcivescanterburizzereste forse voi come l’arcivescovo di Canterbury? Per la disperazione, naturalmente, perché mai, diciamolo a voce ben alta, mai potremmo tollerare che il nobile programma del nobile personaggio deviasse dalla retta via prima di giungere alla sua santa meta. Voi sapete certamente di che cosa sto parlando, ma su un aspetto della questione in particolare vorrei soffermaste la vostra attenzione. Afferma infatti il Nostro che l’adozione, da parte nostra, della sharia (pardon: Sharia) permetterebbe alle donne musulmane di evitare le procedure di divorzio occidentali. Ora, diciamocelo sinceramente: quale donna, potendo scegliere, sceglierebbe di comparire davanti a un giudice affinché questo decida a chi debba andare la casa, quanto il marito le debba versare di alimenti, con chi debbano vivere i figli? Quale donna non sogna di poter vivere un giorno l’emozione di sentirsi dire, di punto in bianco: “Ti ripudio ti ripudio ti ripudio” ed essere obbligata a lasciare all’istante la casa maritale coi vestiti che ha addosso, senza neppure fermarsi a prendere un paio di mutande di ricambio e senza mai più rivedere i figli? Ditemi, o amiche, compagne, sorelle che leggete queste mie righe, ditemi in tutta onestà: chi di voi non sarebbe pronta ad abbandonare senza esitazione alcuna la croce di Cristo, o la Legge di Mosè, o l’inutile e vuoto ateismo in cambio della speranza di potere un giorno godere di un trattamento come questo? Rendiamo dunque grazie al nobile arcivescovo di Canterbury che così profonda riflessione è stato in grado di concepire, e così geniale proposito è stato in grado di partorire, e auguriamoci che mai, mai gli venga l’infausta idea di disarcivescanterburizzarsi perché quello sarebbe davvero un giorno nero per le sorti dell’umanità tutta. Amen.



barbara


13 febbraio 2008

SULLE PUNTE

È possibile fare strada quando si è figli di un padre che fra la coscienza e il partito ha scelto la coscienza? È possibile fare strada con un corpo che si rifiuta ostinatamente di crescere e si è talmente piccole che non esistono vestiti adatti e tocca sentir dire «Di più piccolo non abbiamo niente, bisognerà trovare un’altra bambina»? È possibile fare strada quando si ha il bruttissimo vizio di dire tutto ciò che si pensa, in una Praga in cui i carri armati sovietici hanno fatto della libertà di parola il più assoluto dei tabù? Ci si può provare, perlomeno; ci si può provare, e magari si può anche avere qualche chance se si ha il coraggio, a quattro anni, di spiegare alla maestra di danza che si ha bisogno di cominciare subito perché si vuole arrivare in tempo a ballare Il lago dei cigni con l’affascinante primo ballerino di Cecoslovacchia prima che lui sia troppo vecchio. E questa sfida titanica è sicuramente un buon motivo per leggere questo libro. Un altro motivo è l’affresco, in presa diretta, del mondo “oltre cortina”, dei giochi – più o meno sporchi – grandi e piccoli giocati dal potere sulla pelle della gente comune nel paradiso comunista, che hanno davvero molto poco da invidiare ai giochi di potere del mondo capitalista, e di una delle città più belle del mondo. Ma il motivo fondamentale per cui si deve leggere, è che è un gran bel libro, e un bel libro non si deve lasciarselo sfuggire. Mai.
(Pubblicato in LibMag)

Dominika Dery, Sulle punte, Corbaccio


(e guardate che amore di bambina!)

barbara


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13 febbraio 2008

RUSSELL FALLS, TASMANIA



Dedicato all'immenso Russell.

barbara


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12 febbraio 2008

QUESTA DAVVERO MI MANCAVA

Una dimensione trentocentrica.

barbara


12 febbraio 2008

ADESSO DO I NUMERI

La notizia che Fiorello era stato a suo tempo scartato da Pippo Baudo merita un articolo di 79 righe. La candidatura del fighettino biondo figlio di Sarkozy 154. L’ennesimo attacco dei Janjaweed nel Darfur con tre città bombardate, duecento morti e dodicimila nuovi profughi, ne vale 31. Ecco, anche questo è un buon motivo per proclamare ad alta voce che siamo un Paese di merda con una stampa di merda.



    







barbara


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11 febbraio 2008

È MORTO IL RE, VIVA IL RE

Che infatti è vivo e vegeto, e continua ad esternare, perché chi ha il “coraggio” di denunciare la famigerata lobby ebraica trova sempre cuori generosi e braccia aperte per accoglierlo, come possiamo vedere qui (e grazie a Giacomina per la segnalazione).
PIESSE: ma una volta, radio radicale non era quella cosa che si dedicava al bene e al progresso dell’umanità?

barbara


10 febbraio 2008

BERESHIT

Capita piuttosto spesso di sentir dire che la pretesa di stabilire chi ha cominciato è un gioco da bambini. Io dico che qui l’unico gioco da bambini è il raccontarsi e raccontare che la definizione del “chi ha cominciato” sarebbe un gioco da bambini. Perché non c’è problema al mondo che possa essere risolto se non se ne rimuovono le cause. E non si possono rimuovere le cause se non si sa quali siano. Ossia chi ha cominciato. E quindi partiamo dall’inizio: Bereshit, per l’appunto. E all’inizio c’era il deserto, e c’erano le paludi, così, per esempio.


le dune della futura Tel Aviv, 1909

E c’erano le “città”, così


la “città” di Cesarea nel 1893

(densità media della popolazione della Palestina verso la fine dell’impero ottomano, 4 abitanti per chilometro quadrato). Poi sono venuti i pionieri ebrei ad aggiungersi alle comunità ebraiche che (a differenza degli etruschi e degli ittiti, giusto per dirne una a caso) non avevano mai cessato di vivere in terra d’Israele – che, anche se i romani avevano deciso di chiamarla Palestina per fare dispetto agli ebrei, non aveva comunque cessato di essere Terra d’Israele – e hanno comprato i deserti e le paludi dai latifondisti ottomani che risiedevano all’estero. E li hanno trasformati in giardini, sputandoci sangue, così.


lavori di drenaggio nelle paludi nel nord d'Israele nel 1925

E ci hanno costruito le città, così.


Tel Aviv: Herzl Street, 1915

E ci hanno messo scuole e ospedali e tutto il resto, così.


la "Herzliyyah" High School nel 1917


Coach Service Tel-Aviv - Jaffa, 1911 

E poi sono arrivati gli arabi, da tutto il mondo arabo circostante, per godere di tutto ciò che gli ebrei avevano fatto. Sembra incredibile? Non dovrebbe, visto che è esattamente ciò che stanno facendo da quasi un millennio e mezzo, da quando sotto la guida del loro profeta pedofilo analfabeta sono usciti dal loro villaggetto in Arabia e hanno invaso tutto il Medio Oriente e tutto il Nord Africa, ebraici e cristiani, e li hanno arabizzati e islamizzati a suon di massacri ed espulsioni e conversioni forzate. E poi ci hanno raccontato – e continuano a raccontarci – che quella è terra araba. E noi ci abbiamo creduto, e continuiamo a crederci. E ci abbiamo creduto anche quando hanno fatto la stessa cosa con la Terra d’Israele/Palestina: ci hanno raccontato che loro erano lì da sempre, e ce la siamo bevuta. Ci faceva comodo crederci, evidentemente. Poi l’impero ottomano, con l’aiuto di un po’ di guerra mondiale, è imploso, e a comandare da quelle parti è arrivato l’impero britannico che ha combinato, anche lì come altrove, un bel po’ di macelli, e infatti è stato da allora che gli arabi invasori hanno cominciato a massacrare gli ebrei in grande stile. E quando è stato proposto di fare due stati separati, per loro e per gli ebrei, lo hanno rifiutato. E quando è stato proposto di fare uno stato solo, tutto per loro, e per gli ebrei niente,
hanno rifiutato anche quello, perché loro NON vogliono uno stato. Ecco, il principio di tutto, la genesi, il peccato originale, il bereshit, è qui. Qualcuno, per oscuri e sordidi scopi, ci vorrebbe raccontare che la faccenda è molto complessa: non è vero. La faccenda è proprio tutta qui. E per risolvere il problema, come detto, l’unica cosa da fare è rimuovere le cause. No, non intendo dire che bisogna espellere i milioni di arabi che hanno invaso la terra d’Israele, per carità: intendo dire che bisogna semplicemente rimuovere la menzogna primigenia. E obbligare i palestinesi, con le buone o con le cattive – ma mi sa che toccherà ricorrere alle cattive – a rassegnarsi alla costituzione dello stato di Palestina. Alternative, non ce ne sono.

barbara


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9 febbraio 2008

IL MANTRA DELLE ANIME BELLE

Torto e ragione non stanno mai da una parte sola

Bello, vero? Bisogna per forza che sia bello, visto che lo sentiamo ripetere almeno ventisettemila miliardi di volte al giorno. Bello, e sicuramente anche vero. E se una cosa è vera, è vera sempre, vero? E dunque

Se la mafia ammazza Falcone, non puntate il dito contro la mafia: torto e ragione non stanno mai da una parte sola. Chiedetevi piuttosto che cosa abbia fatto Falcone per portare la mafia a un tale grado di disperazione.
Se uno spacciatore si mette davanti a una scuola elementare per irretire i bambini non puntate il dito contro lo spacciatore: torto e ragione non stanno mai da una parte sola. Chiedetevi piuttosto che cosa abbiano fatto i bambini per portare lo spacciatore a un tale grado di disperazione.
Se uno scippatore strappa la borsa con la pensione a una vecchietta e poi la trascina e infine la lascia morta con la testa spappolata sul marciapiede, non puntate il dito contro lo scippatore: torto e ragione non stanno mai da una parte sola. Chiedetevi piuttosto che cosa abbia fatto la vecchietta per portare lo scippatore a un tale grado di disperazione.
Se un pedofilo stupra un bambino, non puntate il dito contro il pedofilo: torto e ragione non stanno mai da una parte sola. Chiedetevi piuttosto che cosa abbia fatto il bambino per portare il pedofilo a un tale grado di disperazione.









barbara


9 febbraio 2008

SEMPRE PER VIA CHE NON È MICA ANTISEMITISMO


Ponte di Nona, Roma


Via delle Milizie, Roma


Cimitero ebraico di Scandiano


Museo di Via Tasso, Roma
(Grazie a Inghev)


barbara


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8 febbraio 2008

«AL BAR NON SERVIAMO GLI EBREI» E LO SBATTONO FUORI

Cacciato perché non si toglie la kippah. Il professore americano in visita nella città fiamminga non è stato ascoltato nemmeno dalle autorità di polizia.



Qui non si servono gli ebrei: nel 2008 e nel Paese del multilinguismo c'è ancora chi pronuncia queste parole. Un professore americano in visita a Bruges, cittadina fiamminga poco distante da Bruxelles, è stato respinto da una bar del centro perché non ha nascosto di essere di religione ebraica.
Entrando nel punto di ristoro per prendere un caffè, Marcel Kalmann toglie cappello e sciarpa di lana, butta l'occhio qua e là per cercare un tavolino, e tiene sul capo l'affezionata kippah, il berretto che gli ebrei osservanti indossando non solo al momento della preghiera, ma in tutte le ore del giorno, in segno di rispetto per «colui che è in cielo».
Il padrone del bar se n'è accorto in un batter d'occhio, e senza pensarci su due volte l'ha invitato ad uscire in modo poco elegante. Offeso, risentito e convinto dello scarso rispetto riservatogli, Marcel Kalmann esce dal bar e si reca alla prima stazione di polizia, certo di ricevere, almeno da parte delle autorità, la giusta attenzione.
Ma i fiamminghi non si smentiscono mai. Dopo aver messo nero su bianco la sua dichiarazione in inglese, i funzionari di Bruges ne hanno reclamato la trascrizione in olandese, facendogli chiaramente capire che non credevano alla sua testimonianza. Le prime difese sono arrivate troppo tardi: il borgomastro della città Patrick Moenaert ha chiesto scusa al professore per i «comportamenti inappropriati» dei suoi cittadini quando Marcel Kalmann aveva già deciso di pubblicare la sua storia sul mensile «Joods Actueel» (Ebrei oggi) e di esporre il reclamo al Comitato belga che supervisiona i servizi di polizia. (La Stampa, 6 febbraio 2008)



E che a nessuno venga in mente che si tratti di antisemitismo, per carità! Bisogna smetterla di gridare all’antisemitismo a ogni piè sospinto, bisogna finirla con questo vittimismo, è ora di piantarla con questa ridicola mania di persecuzione, basta, non se ne può più! E dunque, cari amici ebrei, ora andate a cuccia, da bravi, e finitela una buona volta di rompere le cucurbitacee, che qua non se ne può davvero più.



(nel frattempo si suggerisce di leggere questo)


barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/2/2008 alle 17:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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