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Diario


23 dicembre 2008

VADO

(e porto anche con me)
Chi mi conosce sa che il solo ricordare che esiste una cosa chiamata natale mi frantuma le budella, quindi spero che nessuno si offenderà se non lascio auguri per questa cosiddetta festività.

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 23/12/2008 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (57) | Versione per la stampa


23 dicembre 2008

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Prima parte)



Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA
Presentiamo un’antologia di scritti tratti da pubblicazioni ufficiali della Chiesa Cattolica, nei 50 anni che hanno preceduto le leggi razziali del regime fascista. Nessuno di questi scritti, ad oggi, è stato sconfessato da fonti ufficiali vaticane.

Il corpo principale degli articoli della Civiltà Cattolica del 1889 è stato addirittura ripubblicato dal regime negli anni 1937-38, per provare la consonanza delle leggi razziali in fieri con la dottrina cattolica.
Dopo la salita al potere del nazismo (1933) fonti cattoliche hanno teso a distinguere la posizione della Chiesa dalla dottrina razzista tedesca. In sostanza, la Chiesa, oltre a condannare “gli eccessi”, ossia le violenze fisiche contro gli ebrei, contestava il razzismo “biologico”, che investiva anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, e, più in generale, l’afflato di neopaganesimo connaturato con il nazismo. Non c’era, invece, sostanziale differenza di giudizio per quanto riguardava gli ebrei non convertiti.

Nel 1889, La Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, pubblica una serie di articoli violentemente antisemiti, successivamente raccolti in un volume. Per cominciare, ecco alcune definizioni di carattere antropologico, riferite a quella razza, che, per le sue immondizie, facea schifo sino ai romani de’ Cesari:
« …Il codice morale dei giudei li autorizza a tutte le infamie: allo spergiuro, all’usura, al furto a danno dei cristiani…
…Che poi questo fior di dottrina morale, abbracciante altre turpitudini, nelle quali ci asteniamo di lordare la penna, non sia predicata a’ sordi, lo sperimentano tutte le popolazioni che dalla compagnia di questa razza sono infestate…
…I delitti caratteristici dei giudei sono gli scrocchi, il falso, l’usura, la captazione, il fallimento doloso, il contrabbando, la falsa moneta, la concussione, la frode e l’inganno sotto ogni forma e con ogni specie di aggravanti.»
La ragione principale delle persecuzioni, inflitte nei secoli al popolo ebraico, sta quindi nella « sua cupidigia insaziabile di straricchire con l’usura, di prepotere con le perfidie e di dominare, tutto invadendo e tutto usurpando, quanto gli è possibile, negli Stati »
L’Italia tutta era «divenuta un regno di ebrei, che avevano saputo gab­bare la moltitudine dei grulli, spacciandosi pe’ più sfega­tati ” patrioti ” della penisola » E «il peggio è che, in grazia dell’eguaglianza civile, della quale il giudaismo è ora in possesso per quasi tutta Europa, la massima parte dei delitti che si commettono da’ giudei, per una via o per un’altra, passa impunita, se pure non ha il premio di nastri e croci da cavaliere, o di titoli baronali»
Il problema giudaico è quindi tutt’uno con quello dei diritti dell’uomo e delle libertà civili. Il tutto nasce dall’apertura dei ghetti:
I « princìpi moderni », ossia i così detti « diritti dell’uomo », furono inventati da’ giudei, per fare che i popoli e i Governi si disarmassero nella difesa contro il giudaismo, e moltiplicassero a vantaggio di questo le armi nell’offesa. Acquistata la più assoluta libertà civile e la patria in tutto coi cristiani e coi nazionali, si aperse agli ebrei la diga che prima li conteneva, ed essi, qual torrente devastatore, in breve penetrarono dappertutto e scaltramente di ogni cosa si impossessarono: l’oro, il commercio, le borse, le cariche più elevate nell’amministrazione politica, nell’esercito e nella diplomazia, l’insegnamento pubblico, la stampa, tutto cadde in mano loro
E come dimenticare la diabolica Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, origine di ogni crimine?
«Dal 1° maggio 1789, giorno in cui si divinizzarono i «diritti dell’uomo», a puro pro de’ giudei, sino al 20 settembre 1870, in cui colle bombe si espugnò Roma e vi si fece prigioniero il Papato, le congiure, i tumulti, le ribellioni, gli assassinamenti, le stragi, le guerre, i fatti così detti « rivoluzionarii », sortirono sempre e da per tutto il medesimo esito, di accrescere l’opulenza agli ebrei e di deprimere e opprimere la civiltà cristiana.
(…)La « libertà » che si è preteso di collocare sul trono, in onta al vero Dio e al suo Cristo, è stata unica­mente in utile degli ebrei.(…) Da tanto spasimo di libertà, di eguaglianza e di fraternità è venuto fuori il dispotismo delle oligarchie tiranniche, a cui si riducono gli Stati ammodernati: e chi guardi dentro scorgerà che sono oligarchie di giudei, o di massoni, vili mancipii de’ giudei. »

La complicità dei protagonisti del Risorgimento era, naturalmente, manifesta: «Colla Sinagoga trescava il Mazzini, i frutti de’ cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti. Colla Sinagoga il Garibaldi, colla Sinagoga il Cavour, colla Sinagoga il Farini, colla Sinagoga il Depretis »
Non solo il male, ma anche i rimedi erano indicati da La Civiltà Cattolica. Naturalmente, bisognava estirpare alle radici l’origine del male:
«Finché son tenuti in auge gl’insidiosi « diritti dell’uomo », promulgati nel 1789, e gli Statuti parlamentari, come oggi si praticano, non vi è umana speranza di liberazione cristiana dal giogo ebraico-massonico che spossa e perverte le popola­zioni. »
Oltre a questi rimedi “politici”, anche la confisca dei beni era assai ben vista: «Che la confisca sia giusta, chi può dubitarne? La maggior parte de’ tesori che i giudei posseggono, è roba di malo acquisto: colla frode, coll’usura, colle truffe l’hanno messa insieme; e se non si pone un termine allo scandaloso loro accumulamento, fra poche decine d’anni, quasi tutto il capitale mobile ed immobile de’ cristiani sarà preda loro».
E qui inizia un lungo cammino dialettico, che si protrarrà per 50 anni, sulla legislazione più opportuna da mettere in atto: in tutti i paesi cattolici, ma soprattutto in Italia La soluzione saggia, «conciliatrice de’ diritti dei popoli cristiani colla carità e giustizia dovuta agli ebrei » era quella di «tornare indietro e rifare la strada che si era sbagliata. Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgan loro «l’uguaglianza civile», a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco, dato che l’esperimento di molti secoli e quello che facciamo ora ha dimostrato e dimostra che la « parità dei diritti » coi cristiani, concessa loro negli Stati cristiani, ha per effetto l’oppressione dei cristiani per fatto loro, o i loro eccidii per parte dei cristiani; ne scende di conseguenza che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani è quello di regolarlo con leggi sane, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei» Non si può immaginare un prologo migliore ai decreti del 1938: e infatti il fascismo ne fece, come vedremo, ampio uso.
Meglio di tutto, naturalmente, sarebbe la conversione dei giudei, che «farebbe riversare in vantaggio della Chiesa le immense ricchezze, che il giudaismo possiede e la sconfinata influenza ch’esso quasi da per tutto ora esercita. Ma, aggiunge la Civiltà Cattolica, si tratta di soluzione di troppo lenta attuazione: mentre, per le nazioni cattoliche, «gli ebrei mo­derni sono il flagello della giustizia di Dio; e (…) tutto il dolce del liberalismo finisce per attirarle fra le strette della vorace piovra del giudaismo. »
Nei primi decenni del secolo XX, La Civiltà Cattolica ritorna più volte sul tema, rivendicando la bontà e la preveggenza delle tesi precocemente svolte nel 1889. Per esempio, nel 1928:
«Resta il pericolo[giudaico] incalzante ogni giorno di più; ed è merito riconosciuto del nostro periodico - possiamo dirlo con sincerità - di averlo costantemente denunciato fin dalle origini e a mano a mano documentatone, con buone prove di ragioni e di fatti, la frequente e innegabile alleanza con la massoneria, la carboneria o altre sètte congreghe, camuffate in apparenza di patriottiche, ma in verità, fluttuanti, o intese di proposito al sovvertimento, quantunque mai confessato, della società contemporanea, religiosa e civile. »
Il fatto nuovo degli anni ’30 è l’avvento al potere in Germania del Partito Nazionalsocialista. Sull’antisemitismo nazista la Chiesa è costretta ad alcuni distinguo, sempre affidati alla Civiltà Cattolica (1934): nel commentare alcuni scritti nazisti, si concorda sull’«esistenza e la gravità del pericolo ebraico», tanto che «non neghiamo che anche costoro [i nazisti ndr] apparirebbero scusabili, e forse pure degni di encomio, se la loro posizione politica contenessero dentro i limiti di una tollerabile resistenza ai maneggi dei partiti e delle organizzazioni giudaiche». Ciò che non andava bene alla Civiltà Cattolica era il «neopaganesimo» degli scrittori nazisti e la loro «costante pertinacia a voler travolgere nelle stesse accuse mosse al giudaismo chi meno avrebbero dovuto: i Papi, i cattolici, anzi il cattolicismo in quanto tale» Insomma: se la prendessero i nazisti con gli ebrei, e lasciassero in pace i cattolici.
Ciò puntualizzato, l’organo dei gesuiti poteva tornare a ribadire i suoi vecchi stereotipi, avvicinandosi al contempo alla propaganda fascista in tema di demoplutogiudaicocrazie. Per esempio (1936): «I giudei sono ricchi, ma d’una ricchezza differente da quella degli altri uomini, la quale, anziché far loro temere il comunismo, ne fa loro sperare guadagno. Essi sono capi­talisti nel senso moderno della parola, cioè speculatori e traf­ficatori di denaro […]. Il loro prototipo è il banchiere. Tutta la sua proprietà reale si riduce, insomma, ad un cassetto e ad un portafoglio. In questo cassetto ed in questo portafo­glio il banchiere mette il denaro, che gli si porta senz’altra garanzia che la fiducia di cui gode, e ne cava il denaro, che gli si domanda e che egli presta, ma con garanzie del tutto solide e reali. A questo solo, gesto e alla relativa scrit­tura si riduce tutto il suo lavoro».
E il tema del comunismo (qui chiamato internazionalismo, « di crea­zione giudaica ») affiora sempre più spesso, a fare da puntello politico a una visione che era stata soprattutto religiosa: «Per conquistare il dominio del mondo, il giudaismo si serve delle due potenze più efficaci di dominazione del mondo: l’una materiale, l’oro, che è al presente il padrone suprema del mondo, e l’altra ideale, l’internazionalismo. Quanto all’oro, già lo ha in massima parte in mano. Gli resta da accaparrarsi l’internazionalismo».
Il quale internazionalismo va, d’altra parte, a braccetto col capitalismo giudaico: «Sia o non sia consapevole l’ordinamento del capitalismo giudaico prima dell’impoverimento dei non giudei e poi dell’asservimento del mondo, resta sempre il fatto, noto a tutti, dell’aspirazione dell’anima giudaica al messianismo temporalistico della dominazione del mondo, sia per mezzo dell’oro, sia per mezzo della rivoluzione mondiale comunista, comunque si voglia spiegare la connessione del capitalismo con lo spirito rivoluzionario nell’anima giudaica. E resta parimente chiaro ed evidente che questa mentalità giudaica è un pericolo permanente per il mondo, sino a quando rimane tale. » Riconosciuta questa attitudine giudaica come incorreggibile, la Civiltà Cattolica, sempre nel 1937, concludeva che essa attitudine «si poteva soltanto tenerla a freno con il “ghetto”, cioè con restrizioni giuridiche e coercitive, senza persecuzioni, in modo adatto ai nostri tempi»
Vista la data in cui queste proposte venivano formulate, non riusciamo a immaginare un miglior puntello per le leggi razziali del 1938. E i fascisti concordavano, come vedremo nella prossima e ultima puntata.
(1 – Continua)


22 dicembre 2008

PER PEACE REPORTER MEGLIO LE STORIELLE CHE LA STORIA

Comunicato Honest Reporting Italia 21 dicembre 2008

Sappiamo che Peace Reporter è, storicamente, un sito molto schierato, nel senso di schierato sempre e comunque contro Israele, e di solito non ce ne occupiamo, ma questo polpettone pubblicato venerdì 19 dicembre è di una pesantezza tale da rendere necessario il nostro intervento. In breve: una donna palestinese racconta una delle innumerevoli lacrimevoli storie che la propaganda ha insegnato loro a propinare alle benevole orecchie dei giornalisti occidentali, e la benevola e bendisposta giornalista di Peace Reporter ce la scodella devotamente, senza una sola fonte, senza una sola pezza d'appoggio, senza mezza briciola di documentazione, perché tanto è scontato che i palestinesi sono buoni e dunque dicono la verità mentre gli israeliani sono cattivi e dunque, se venisse loro in mente di controbattere, avremmo la matematica certezza che starebbero mentendo. E la storia, come sempre, è un optional che i nostri giornalisti sono troppo poveri per potersi permettere.
Contrariamente alle nostre abitudini, vi mettiamo subito il recapito a cui indirizzare precisazioni e proteste, perché se noi, per dovere d'ufficio, siamo riusciti ad imporci di arrivare fino in fondo, non siamo però del tutto sicuri che anche i nostri lettori ci riusciranno.

peacereporter@peacereporter.net


Fawzia non si piega. La vicenda della famiglia Al Kurd e della loro casa contesa a Gerusalemme Est

Scritto per noi da Caterina Donattini

Ho incontrato Fawzia Al Kurd nella tenda di fortuna dove oggi vive, piantata su un terreno sottostante alla sua vecchia casa, nel quartiere di Sheik Jarrah. Questa donna di 56 anni è oggi un simbolo della resistenza palestinese contro l'occupazione. Fin dal 1972 ha difeso la propria casa, affrontando le avversità con forza e intelligenza, mobilitando l'opinione pubblica internazionale ed esponendosi in prima persona nella lotta per i diritti degli abitanti del
quartiere di Gerusalemme Est, dove si trova la sua casa, e dove altre 26 famiglie vivono sotto la minaccia costante dell'espulsione. Fawzia Al Kurd è nata a Gerusalemme, nella città vecchia. La sua famiglia è originaria di Talbye, un quartiere di Gerusalemme Ovest.
Esatto, Gerusalemme ovest. Perché prima del 1948 Gerusalemme est era la parte ebraica - e non a caso è chiamata la "città vecchia", dato che molte delle famiglie ebraiche ivi residenti ci vivevano ininterrottamente dai tempi della Bibbia - e Gerusalemme ovest era la parte araba. Al momento della nascita ufficiale di Israele - come questo ignobile articolo si guarda bene dal ricordare - tutti gli stati arabi circostanti lo hanno aggredito allo scopo preciso di annientare il neonato stato di Israele e di impedire la nascita dello stato di Palestina. Nel momento in cui Israele stava per prendere il sopravvento sui suoi nemici, l'Onu, come sempre avrebbe poi continuato a fare nei decenni a venire, ha imposto il cessate il fuoco per impedire che Israele potesse conseguire una vittoria netta e definitiva. In quel momento, a causa dei continui spostamenti determinati dai violentissimi combattimenti, tutti gli ebrei si trovavano a ovest e tutti gli arabi a est, e così sono rimasti per sempre. Per questo motivo gli arabi hanno perso le loro abitazioni a ovest e gli ebrei hanno perso le proprie a est - ma di ciò che hanno perso gli ebrei nessuno ritiene opportuno parlare. Per completezza di informazione c'è ancora da aggiungere che gli arabi, nella Gerusalemme est immediatamente - e illegalmente - occupata dalla Giordania - hanno devastato sinagoghe e cimiteri e hanno usato le lapidi dei cimiteri per costruire latrine. Non marciapiedi, non ponti, non case, non scuole: latrine. Ancora, volendo, si potrebbe aggiungere che gli ebrei espulsi dalle loro case - a Gerusalemme est così come a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e come pure, pochi decenni prima, in Giordania, non sono andati a vivere in tende di fortuna, non si sono fatti costruire campi profughi per frignare davanti al mondo intero: si sono fatti una ragione della nuova situazione, si sono rimboccati le maniche e si sono ricostruiti una vita da un'altra parte. Ci si chiede: perché i palestinesi non hanno potuto (voluto?) fare altrettanto?

I suoi genitori possedevano diverse proprietà, anche in Jaffa Street, oggi di grande valore. Persero tutto durante la Nakba.
Ossia durante la guerra scatenata, come ricordato più sopra, dagli arabi per annientare non solo lo stato ebraico di Israele ma anche quello arabo di Palestina.

Le forze armate sioniste li buttarono fuori di casa.
Quando si scatena una guerra, e per giunta non si è neanche capaci di vincerla, è inevitabile che se ne debba sopportare qualche conseguenza. Senza contare che è noto e documentato, anche da fonti arabe, che la maggior parte dei "profughi" palestinesi furono indotti a lasciare le proprie case dai leader arabi, e che moltissimi di loro fuggirono senza aver mai visto un solo soldato israeliano.

A distanza di 60 anni anche Fawzia ha perso tutto, anche lei è fuori di casa: la tragedia dei rifugiati palestinesi non si è mai fermata. La casa in cui Fawzia ha vissuto con il marito per 38 anni fa parte di un complesso immobiliare costruito dal governo giordano e dall'UNRWA (United Nation Relief and Works Agency) per provvedere alla collocazione dei rifugiati palestinesi della Nakba.
Sarebbe il caso di essere un po' più precisi: l'UNRWA non è stata costituita per provvedere alla collocazione dei rifugiati palestinesi, bensì per perpetuare e ampliare all'infinito la loro sorte - con giri d'affari di miliardi di dollari. Per questo, e solo per questo la tragedia dei rifugiati palestinesi non si è mai fermata.

Alcuni di essi, tra loro suo marito, rinunciando allo statuto di rifugiato ottennero il titolo di proprietà su una di quelle case, Fawzia lo possiede ancora oggi.
"Rinunciando"? E perché mai avrebbe dovuto continuare ad essere considerato profugo se aveva una casa di sua proprietà - oltretutto non acquistata col proprio lavoro bensì regalata - esattamente nella stessa città, addirittura nella stessa parte della città in cui è nata sua moglie, e forse anche lui stesso?! Sembra che qui ci sia qualcuno che non solo vuole la botte piena e la moglie ubriaca, ma pretende anche che gli diano indietro i soldi del vino, e che qualcuno trovi straordinario che alla fine ai soldi del vino abbia generosamente rinunciato ...

Nel 1972 una famiglia di ebrei rivendicò la proprietà del terreno di Sheik Jarrah, su cui il complesso immobiliare era stato costruito, in base ad un antico documento rilasciato dall' impero Ottomano. Il caso prese vie legali. Negli anni 90 Fawzia ristrutturò la casa ricavandone due appartamenti indipendenti.
Cioè: l'intera proprietà è contesa, la situazione è controversa ed è in sospeso da ben 18 anni, e lei investe dei soldi per ristrutturare un immobile al quale non è sicura di avere diritto?

Il comune di Gerusalemme definì i lavori di ristrutturazione illegali e ne chiuse uno.
Succede anche alle case si proprietà di ebrei, se sono illegali. A volte le demoliscono pure, ma quando succede alle proprietà ebraiche la cosa non finisce mai sui giornali o su altre fonti di informazione, chissà perché ...

Nel 2001 le condizioni di salute del marito di Fawzia andavano peggiorando: lei lo assisteva giorno e notte all'ospedale. Una notte, approfittando della loro assenza, un gruppo di coloni (non le stesse persone che rivendicavano la proprietà sulla casa) forzò la porta di casa ed occupò l'appartamento precedentemente sigillato dal comune.
Coloni a Gerusalemme?? Cioè anche Gerusalemme sarebbe una colonia ebraica in territorio palestinese? Grandioso! E, a parte questo, se i due appartamenti erano indipendenti, e se l'altro era stato sigillato dal comune, che cosa ha a che fare l'irruzioni dei "coloni" in quell'appartamento - in cui lei non viveva, del quale non aveva le chiavi, al quale non aveva accesso - con la sua temporanea assenza dal proprio appartamento?

Dal 2001 in poi Fawzia e suo marito dovettero vivere fianco a fianco ai coloni: "Hanno commesso tutti i sette i peccati, se ti raccontassi tutto quello che hanno fatto ... uno ad uno i tuoi capelli diventerebbero bianchi! Ricordare quello che ho vissuto fa male, ma ogni cosa è registrata, qui nel mio cuore. Buttavano pannoloni e spazzatura di fronte alla mia porta, tenevano la musica accesa ad ogni ora del giorno e della notte, facevano tirare le freccette ai bambini verso l'immagine di un palestinese e gli urlavano di mirare agli occhi. Si sono collegati al mio contatore e ho dovuto pagare una bolletta da 28000 Shekels. Facevano di tutto per farmi abbandonare la casa".
Una foto, un filmato, un qualche cosa per documentare questo racconto dell'orrore, visto che la cosa è andata avanti per anni e anni, no eh?

Una Corte israeliana emise due ordini di espulsione a carico della famiglia di coloni che occupava la casa: entrambe le volte la famiglia occupante cedette il proprio posto a un'altra successiva. In questo modo il decreto veniva annullato e il processo doveva ricominciare da capo. Nel 2006 la Corte di Giustizia israeliana decretò che gli antichi documenti posseduti dal gruppo di ebrei che rivendicava la proprietà sul terreno, erano falsi.
Sta dicendo che la Giustizia dei cattivissimi israeliani ha dato ragione ai palestinesi e torto agli ebrei?

Tuttavia essi fecero appello basandosi su un documento stilato dal primo avvocato della famiglia Kurd, Tossia Cohen, nel quale si dichiarava che la famiglia Al Kurd avrebbe pagato alla famiglia ebrea un affitto mensile. Tale documento non venne mai riconosciuto dalla famiglia Al Kurd, che licenziò l'avvocato rendendosi conto che li stava raggirando.
Ma su quel documento c'era o non c'era la loro firma? Perché se non c'era non si vede in che modo l'avvocato se ne sarebbe potuto servire; se invece c'era ...

E' proprio sulla base di quel documento che il 14 luglio 2008 i coniugi Al Kurd hanno ricevuto un ordine di espulsione, non avendo corrisposto l'affitto mensile che essi secondo il documento, si erano impegnati a pagare nel 1972: "Non si tratta di un problema legale, ma politico! Se fosse una questione legale, saremmo a posto! Se fosse una questione legale come spiegare il fatto che mi hanno offerto soldi per tre volte, fino a 15 milioni di dollari, perché io me ne andassi?
Non per voler entrare nel merito della questione, ma succede abbastanza spesso, in tutte le parti del mondo, che i legittimi proprietari di immobili offrano dei soldi agli inquilini per invogliarli a uscire. Non sembra di poter dedurre che questa offerta di denaro dimostri di per sé che le pretese fossero illegittime. Sembra invece un tantino fuori dal mondo la cifra di 15 milioni di dollari cioè, più o meno, il valore di qualche decina di villette.

Sono rimasta inamovibile e dunque sono ricorsi alle maniere forti" commenta la signora Al Kurd. Nella notte del 9 novembre 2008 tutto il quartiere è stato circondato dalle forze armate israeliane e più di 50 soldati sono entrati con la forza nell'appartamento di Fawzia. Durante l'operazione di evacuazione i due coniugi sono stati separati: "I nostri vicini sono usciti di casa urlando contro i soldati e quelli gli intimavano di ‘tornarsene a casa loro', allora gli hanno gridato di firmare un foglio, dove si dicesse che era casa loro!" Nel trambusto generale il marito di Fawzia è stato colto da un ictus: ‘Non perdonerò mai quello che hanno fatto a mio marito. Stava cercando di fare la pipì quando hanno fatto irruzione in casa, e io lo stavo sostenendo. Mi hanno strappata via da lui, la pipi è caduta in terra e lui riverso sul letto. In quel momento ha avuto un ictus. Mi hanno portata sulla strada, lontano da lui. Di tutto quello che avevo mi rimangono solo i vestiti che ho addosso! Ho chiesto dell'acqua e non me l'hanno data.
Poiché non eravamo lì, teoricamente potrebbe anche essere vero, ma dato che questo racconto assomiglia molto di più alle favole della propaganda antiisraeliana che agli abituali comportamenti dell'esercito israeliano, che solitamente dà da bere persino ai terroristi
ci permettiamo di nutrire qualche sommesso dubbio.

Hanno impedito all'ambulanza di venirlo a soccorrere. Hanno fatto passare solo due medici che hanno definito la sua situazione molto grave. Mio marito piangeva e diceva che in ogni caso preferiva morire lì sulla sua terra. Non hanno avuto pietà, lo hanno gettato sulla strada. Soffriva di diabete, aveva problemi di cancrena ad una gamba, problemi alla prostata: prendeva 13 medicine al giorno, era sulla sedia a rotelle. In quella casa ci siamo sposati, abbiamo avuto figli, tutta la nostra vita era in quella casa. 36 anni della mia vita sono stati spesi a difenderla: non potevo uscire, facevo sempre tutto in fretta, nel terrore che qualcosa succedesse a quelle quattro mura. In un semplice momento ci hanno portato via tutto e hanno piantato un bandiera israeliana sul nostro tetto". Dopo qualche giorno il marito di Fawzia, Abu Kamel, è morto all'ospedale di Gerusalemme.
Come all'ospedale di Gerusalemme? Non lo avevano gettato sulla strada? Non sarebbe il caso di essere un po' più coerenti?

L'occupazione del quartiere di Sheik Jarrah, di cui la casa di Fawzia fa parte, rientra all'interno di un più vasto piano di trasferimento illegale della popolazione palestinese dall'area di Gerusalemme Est al fine di imposessarsi lentamente dell'intera città e farne la capitale dello Stato d'Israele.
1. La signora Donattini potrebbe cortesemente fornire qualche documentazione che giustifichi la sua accusa di illegalità? 2. Se il piano è di espellere dall'area tutti i palestinesi, come mai le permettono di stare sì in una tenda, però sempre lì? 3. Israele non ha bisogno di espellere i palestinesi da Gerusalemme per "farne la capitale dello stato di Israele": Gerusalemme è la capitale di Israele, non gliel'avevano detto, cara signora?

44 case palestinesi sono state demolite nei primi sei mesi del 2008, 269 persone sono rimaste senza casa, di cui 159 bambini. Nella seconda metà del 2007, 20 case palestinesi sono state demolite. Il piano regolatore oggi in corso d' approvazione, promuove l'espansione degli
insediamenti ebraici e la demolizione di case palestinesi nell'area occupata di Gerusalemme Est
a voler essere precisi, l'unica "occupazione" di Gerusalemme est, illegale, è stata quella perpetrata dalla Giordania nel 1948 e perdurata fino al 1967, quando le truppe israeliane l'hanno finalmente liberata, e i fedeli di tutte le religioni sono tornati a poter visitare liberamente i propri luoghi sacri

e l'ulteriore sviluppo del sistema di segregazione della popolazione palestinese all'interno della città, implementando l'apartheid di fatto già in vigore in tutti i territori occupati.
Ma quanto ci piace questo mantra della segregazione e dell'apartheid - senza neanche accorgersi della contraddizione, avendo appena raccontato di una Corte di Giustizia israeliana alla quale i palestinesi possono liberamente rivolgersi, ottenendone sentenze favorevoli.

Secondo il piano, la popolazione di Gerusalemme dovrà essere ‘regolata' nella proporzione di 70
ebrei ogni 30 palestinesi. Israele, dal 1948 fino ad oggi, ha sfollato il 70 percento della popolazione palestinese, oggi rifugiata o internamente dislocata, ha confiscato e annesso di fatto il 60% della West Bank, inclusa Gerusalemme Est.
Tanto, chi è che li va a controllare tutti questi bei numeri?

Fawzia mi accolto con le mani in grembo e gli occhi pazienti, la grinta di chi ha imparato ad aspettare, ma non ad arrendersi. Come lei milioni di palestinesi in Palestina e nel mondo aspettano senza arrendersi e lottano per il riconoscimento dei propri diritti, in accordo con il diritto Internazionale. "Cosa farà adesso?" ho chiesto a Fawzia prima di salutarla: "Me ne sono andata di casa con questi vestiti e non li cambierò fino a quando non vi sarò di ritorno".
Anche il milione di ebrei cacciati dai paesi arabi se ne sono andati coi vestiti che avevano addosso, ma non hanno passato sessant'anni a frignare: hanno costruito uno stato. Questo è il motivo per cui gli ebrei hanno uno stato e i palestinesi no: solo questo. Ma la signora Donattini, come tanti altri, preferisce dedicare la propria attenzione a chi frigna seduto per terra piuttosto che a chi costruisce in silenzio.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

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E come se tutto questo non bastasse, il poco tempo che non dedicano a vomitare su Israele ogni sorta di veleno, lo impiegano per frignare: “Ma è mai possibile che non si possa criticare Israele?!”

barbara


21 dicembre 2008

FELICE HANUKKÀ A TUTTI



barbara


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21 dicembre 2008

NELLE SCUOLE DEL TERRORE GIOVANI DEVOTI

di Andrea B. Nardi

Mentre i bambini occidentali guardano i cartoon della Disney, Wilcoyote, e gatto Silvestro, i bambini di gran parte del mondo musulmano vengono educati all'odio, all'omicidio, al suicidio, alla guerra, al terrorismo. Come si arriva a tale indottrinamento? Coi programmi scolastici, con la Tv, e anche coi cartoni animati. Ormai pare definitivo l'odio verso l'Occidente e Israele che per mezzo secolo è stato sistematicamente insegnato dapprima all'odierna generazione di adulti, e adesso ai giovani musulmani, specialmente nelle scuole iraniane, palestinesi, e libanesi. Un vero processo d'educazione alla morte secondo scientifici know-how di stampo nazista (http://www.pmw.org.il/tv%20part1.html).

Iniziamo dall'Iran, principale esportatore di terrorismo e di odio. I giovani Basiji sono un movimento di massa militarizzato creato da Khomeini nel 1979 e che oggi conta migliaia di bambini, adolescenti, donne, ragazzini: la loro missione è il sacrificio (http://www.youtube.com/watch?v=mkXdXqHqkds&feature=related). Mandati a marciare sui campi minati per sminarli coi propri corpi, venivano impiegati nella guerra contro l'Iraq nel seguente modo: bambini e minorenni quasi disarmati avanzavano verso il nemico perfettamente allineati lungo file continue. A mano a mano cadevano sotto il fuoco nemico o saltavano sulle mine, ma la cosa essenziale era che i Basiji continuassero ad avanzare, calpestando i brandelli mutilati e lacerati dei compagni caduti, procedendo inesorabilmente verso la propria morte, come un'incessante onda umana. Una volta aperto un varco verso le forze irachene, i comandanti dell'esercito iraniano inviavano le loro truppe più addestrate e preziose, quelle della Guardia rivoluzionaria.
In tempo di pace, i Basiji si occupano della "moralità" pubblica sotto il controllo dei Pasdaran, denunciando e colpendo ogni attività non conforme al regime. È di questi giorni la pubblicazione in Iran di un libro antisemita distribuito nelle scuole dagli stessi Basiji: intitolato Olocausto (http://www.memritv.org/clip/en/1879.htm). è composto di immagini caricaturali crudelissime che presentano la Shoah come un'invenzione degli ebrei. Il volume è stato stampato in migliaia di copie dagli studenti Basiji. Ed ecco i cartoni animati per i bambini che vengono trasmessi in Iran:

http://www.memritv.org/clip/en/906.htm
http://www.memritv.org/clip/en/1715.htm
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/1911.htm
http://www.memritv.org/clip/en/975.htm

Così racconta Magdi Allam: «Ricordo ancora la sentenza perentoria sul mio libro di storia araba alle medie: L'imperialismo internazionale ha conficcato il cancro dell'entità sionista nel cuore del mondo arabo per ostacolare la nascita della Nazione araba accomunata dall'unità del sangue, della lingua, della storia, della geografia, della religione e del destino. Sulla carta geografica a latere Israele non compariva affatto. La Palestina si estendeva dal Giordano al Mediterraneo. Quei testi scolastici sono rimasti sostanzialmente immutati nella gran parte dei Paesi arabi e musulmani. Ecco perché l'affermazione del presidente iraniano, Israele deve essere cancellato dalla carta geografica, non è uno show solitario bensì genuina espressione di un convincimento radicato e diffuso».
Esempio tipico e tragico di tale violenza si ha nelle scuole palestinesi. Già nel 2000, il premio Nobel per la pace (sic!) Yasser Arafat, in una riunione segreta tenutasi il 5 novembre con alcuni alti esponenti degli apparati della Sicurezza, annunciò l'assegnazione di un premio ai bambini dell'Intifada di Al-Aqsa per il successo conseguito con la loro partecipazione ai tumulti. Il premio consiste nell'addestramento dei bambini al tiro con le armi per superare la fase del lancio di pietre durante gli scontri. Diversi gruppi di bambini, a partire dai dieci anni, si allenano normalmente nei poligoni di tiro degli apparati della Sicurezza dell'Autorità palestinese. Data l'importanza della loro missione, l'addestramento deve avvenire a un livello più elevato rispetto a quello che i bambini della stessa età hanno ricevuto nei campi estivi durante le ultime vacanze scolastiche. La fase del tiro delle pietre e quella dell'utilizzo di armi sono il complemento dell'istruzione teorica che i bambini ricevono a scuola, a partire dalle prime classi fino alle superiori.
Il lavaggio del cervello ai bambini palestinesi viene ottimamente compiuto sia dalla Tv sia dai libri di testo scolastici. I libri scolastici incitano al jihad (la guerra santa) e al terrorismo, e menzionano i trattati di pace non come accordi che rappresentano una svolta nella storia palestinese, ma come successi che hanno permesso alle forze palestinesi di entrare nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Il nome Palestina campeggia su tutta la superficie dello stato di Israele. Le città israeliane vengono rappresentate come città palestinesi. L'industria e l'agricoltura israeliane vengono illustrate come successi palestinesi. I testi scolastici negano qualunque collegamento storico o attuale del popolo ebreo con la terra di Israele. I brani riportati nei libri di testo incoraggiano a tirare pietre contro soldati e cittadini israeliani. Nei libri di scuola e nelle trasmissioni della televisione palestinese Israele e gli ebrei vengono definiti scaltri, truffatori, traditori, sleali, animali selvatici, aggressori, ladri, banditi, nemici, conquistatori, rapinatori, nemici dei profeti e dei credenti.
«Sono venuto da te, con la spada in mano… li getteremo in mare… il tuo giorno è arrivato, conquistatore, e così regoleremo i conti. Non ci sono limiti al nostro rancore, con pallottole e pietre» (Poesia recitata da un bambino in un campo estivo, trasmessa alla televisione palestinese il 2 luglio). «Ogni bambino porta nel cuore la Palestina e in mano una pietra, un fucile e un ramo d'ulivo…» (Televisione palestinese, 14 maggio). «Ricordate che l'inevitabile risultato finale sarà la vittoria dei musulmani sugli ebrei» (La nostra lingua araba per il Quinto anno, pag. 67). «Chi è il ladro che ha diviso il nostro paese?» (La nostra lingua araba per il Sesto anno, pag. 15). «Fornite un esempio delle malvagità compiute dagli ebrei prendendo ispirazione dai fatti accaduti oggi» (Educazione islamica per il Settimo anno, pag. 19). Gli ebrei sostengono che questo è uno dei luoghi di loro proprietà e lo chiamano "il muro del pianto", ma non è così» (Racconti e testi letterari per l'Ottavo anno, pag. 103). «È giunta l'ora di sguainare la spada. Gli assassini sono in azione a Gerusalemme» (Al-Mutalaa' Wa Al-Nasus Al-Adabiyah' per l'Ottavo anno, pag. 120). «Gli esempi più palesi di dottrine razziste e discriminazione razziale in tutto il mondo sono il nazismo e il sionismo» (La storia moderna degli arabi e del mondo, pag. 123). Una canzone di lode dedicata a chi tira le pietre (Al-Mutalaa' Wa Al-Nasus Al-Adabiyah' per il nono anno, pagg. 146-148). «Scrivete sul quaderno: "Un episodio che illustra il fanatismo degli ebrei in Palestina contro i musulmani o i cristiani"» (Educazione islamica per il Nono anno, pag. 182). «Bisognerebbe combattere Israele con l'aumento demografico che, agli occhi di Israele, rappresenta un pericolo per la sua esistenza. Nei prossimi vent'anni bisognerebbe pertanto aumentare il tasso di natalità tra i palestinesi» (Società palestinese per l'Undicesimo anno, pag. 29). «Trasforma al plurale: un martire è onorato da Allah; due martiri… da Allah» (Esercizi di grammatica del libro di testo di scuola elementare palestinese).
La beffa di tutto ciò è che sono proprio l'Europa e l'Occidente a finanziare i piani scolastici palestinesi: la Gran Bretagna ha donato 13 milioni di sterline, mentre l'Italia ha contribuito con 2,5 milioni di dollari. Il Giappone, i paesi dell'Europa occidentale, l'Unione Europea, la Banca mondiale e l'Unesco quando capiranno che stanno sovvenzionando scuole e libri di testo che incitano i bambini alla violenza? Perfino alcuni genitori palestinesi si sono adesso ribellati - vanamente - ad Hamas a causa dei campi estivi usati per addestrare i bambini all'uso di armi da guerra e di altri equipaggiamenti militari.
Un'indagine del Jerusalem Post nell'aprile dell'anno scorso afferma: «Varie famiglie accusano Hamas d'istigare i loro figli all'odio contro Israele e contro Fatah. Alcune famiglie hanno deciso di ritirare i propri figli dai campi estivi dopo aver scoperto quali erano i reali scopi dei campi ricreativi. La maggior parte dei bambini e ragazzi ospitati attualmente nei campi estivi gestiti da Hamas nella striscia di Gaza ha un'età che varia dagli otto ai 17 anni. A quanto risulta, nel recente passato anche Fatah ha fatto uso di campi estivi per insegnare agli scolari l'uso di armi e per istigarli contro Israele e Stati Uniti. L'agenzia di stampa Palestine Press, affiliata a Fatah, riferisce che i campi di Hamas sono stati creati in zone chiuse, in varie località della striscia di Gaza, in modo tale che le famiglie non possano controllare cosa avvenga al loro interno. L'agenzia cita testimoni oculari secondo i quali ai bambini è insegnato come usare armi automatiche e maneggiare granate.
"L'addestramento militare - afferma un testimone - viene effettuato nelle prime ore del mattino. Ai bambini viene insegnato l'uso di mitra d'assalto Kalashnikov e altre armi. I supervisori di Hamas tengono anche a bambini e ragazzi delle lezioni durante le quali accusano Fatah di collaborazionismo con Israele e tradimento dei palestinesi. Citando frasi dal Corano, incitano gli allievi a uccidere i traditori". I giovani ospiti dei campi vengono reclutati attraverso annunci nelle moschee che promettono soltanto d'insegnare loro i principi religiosi dell'islam. In un comunicato su questo tema diffuso martedì, Fatah accusa Hamas di "sequestrare" i bambini e di sottoporli al "lavaggio del cervello". "Hamas contribuisce a creare una cultura di odio e di vendetta - si legge nel comunicato - Stanno uccidendo l'innocenza dei bambini forzandoli a sottoporsi ad addestramento militare e insegnando loro ad odiare. Vogliono usare quei bambini per combattere in futuro la loro stessa gente"».
Le cose non stanno in modo differente nel Libano. Una ricerca del settimanale egiziano Roz Al-Yusuf ha svelato la pratica di Hezbollah di reclutare migliaia di ragazzini fra i 10 e i 15 anni d'età perché servano nelle sue milizie armate, specificatamente addestrati a diventare martiri dal movimento giovanile Mahdi Scouts, affiliato a Hezbollah. Nell'articolo si legge che «Prima del recente conflitto con Israele, questi bambini comparivano solo nelle celebrazioni della Giornata annuale su Gerusalemme e venivano indicati come le Unità 14 Dicembre. Oggi invece sono chiamati istishhadiyun (martiri). Addestrati a combattere sin dalla più tenera età, spesso hanno a mala pena dieci anni, vestiti con uniformi mimetiche, coi visi coperti di pitture mimetiche, e vengono fatti giurare solennemente di combattere la jihad. I bambini sono selezionati dagli uffici di reclutamento Hezbollah sulla base di un unico criterio: la loro disponibilità a trasformarsi in martiri. Dalla fine del 2004 sono 1491 gli scout sottoposti al programma di addestramento, e sono 449 i gruppi scout entrati a far parte del movimento per un totale di 41.960 membri».
Secondo il servizio del settimanale egiziano, Na'im Qasim, braccio destro del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, in un'intervista a Radio Canada ha dichiarato: «Una nazione con bambini martiri sarà vittoriosa, indipendentemente da quante difficoltà incontrerà sul suo cammino. Israele non può conquistarci né violare i nostri territori perché noi abbiamo figli martiri che purificheranno la terra dalla sozzura sionista. Ciò sarà fatto grazie al sangue dei martiri, finché alla fine conseguiremo i nostri obiettivi». Per l'Iran e i suoi vassalli (Hamas e Hezbollah) la ricerca di kamikaze effettuata massicciamente negli anni scorsi non è ancora sufficiente rispetto alle proprie mire islamo-naziste, così la guerra imperialista contro l'Occidente e Israele prosegue anche rubando l'infanzia ai propri figli. (l'Occidentale, 13 dicembre 2008)


E già che ci siete guardate anche questo (e leggete anche i commenti!), inviatomi da lui. Poi continuiamo pure a chiederci, candidamente, per quale strano motivo gli arabi in generale e i palestinesi in particolare odiano tanto, fin da bambini, gli ebrei e Israele. E continuiamo, altrettanto candidamente, a raccontanti che la colpa è della cosiddetta occupazione, delle cosiddette rappresaglie, del cosiddetto muro, di tutte quelle deliziose favolette che abbiamo imparato a raccontarci per addormentarci la sera e dormire i nostri sonni tranquilli.

              

                            

barbara

AGGIORNAMENTO: guarda anche questo e questo (grazie a Vituccio per la segnalazione)


20 dicembre 2008

PER ESEMPIO

Per esempio succede che decidi di fare un regalo al papà per il suo compleanno. Di soldi non ce ne sono, perché si è troppo poveri perché possa essere istituita una cosa tipo paghetta settimanale o mensile; gli unici soldi che ricevi sono quelli che ti danno ogni mattina per fermarti dal fornaio e comprarti la merenda da mangiare durante la ricreazione. E ci rinunci. Ci sono momenti che ti senti svenire dalla fame – e Dio sa se avresti bisogno di mangiare, che già sei talmente magra che tanti ti credono malata – specialmente quando vedi le compagne che scartano le loro merende e ti arrivano tutti quegli effluvi del prosciutto, del salame, dei dolcetti, della cioccolata … Ma non hai alternative: altri introiti non ne hai. E ne varrà sicuramente la pena: già te la vedi, la sua faccia, la sorpresa quando si vedrà arrivare il regalo. Magari comincerà anche a pensare che forse forse non sei proprio un’idiota totale, una che nella vita non sarà mai capace di combinare niente, una che nella vita sarà sempre e solo una fallita perché quando una è un’idiota totale non potrà mai essere altro che una fallita, come ti ripete ogni giorno, dieci volte al giorno. Forse comincerà a cambiare idea, quando vedrà che sei addirittura riuscita a fargli un regalo senza ricevere soldi da nessuna parte – sempre che non gli venga in mente che tu li abbia rubati -- più tardi succederà, effettivamente, che ti accuserà di essere una ladra, e lo urlerà, LADRA! LADRA! LADRA!, con tutto il fiato che ha nei polmoni, da farsi sentire per tutto il quartiere, e il fatto che non sia vero è l’ultima cosa che gli possa interessare, e tu te ne starai lì, con le lacrime smarrite dei tuoi dodici anni dispersi in un mondo troppo grande e troppo cattivo, ma questo è ancora di là da venire, tu non lo sai che succederà anche questo.
E così risparmi, dieci lire dopo dieci lire, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Alla fine arrivi ad avere millecinquecento lire. Non c’è molto che si possa comprare con quei soldi, per la verità: la vita diventa sempre più cara, per fare un regalo davvero bello ci vorrebbe ben altro, ma è inutile rompersi la testa, meglio destreggiarsi con quello che si ha. Alla fine trovi una cravatta, che costa proprio millecinquecento lire esatte. Non è tanto bella, a dire il vero, ma era l’unica che potevi avere con quei soldi, e dopotutto non lo dicono tutti che è il pensiero che conta? Ti fai fare un bel pacchettino, e il giorno del compleanno, tremante di emozione, gliela consegni.
Scarta il pacchetto. La guarda come guarderebbe una merda nel piatto. La prende con due dita. Ti fissa con gli occhi gelidi, e già vorresti che la terra si aprisse e ti inghiottisse. “Quanto hai speso?” ti chiede. “Millecinquecento lire” rispondi, con gli occhi a terra, tremando sempre di più. E il finimondo – quello che conosci fin troppo bene, quello che si scatena ogni volta che commetti crimini abominevoli come posare sbadatamente un pettine sulla tavola, o scrivere una n al posto di una m e aggiungere poi la terza gambetta a sghimbescio – esplode. Con le vene che gli esplodono dal collo, con gli occhi che gli escono dalle orbite, calpestando con tutta la rabbia che un essere umano – si fa per dire – riesce a produrre la cravatta scaraventata a terra, tra insulti e bestemmie urla con tutto il fiato che ha in gola: “E tu hai buttato via MILLECINQUECENTO LIRE per questa merda?! Tu butti via i MIEI soldi per una merda simile?! Tu ti permetti di regalarmi una cosa schifosa come questa?!”
Resta comunque il conforto che il massacro materiale, per questa volta, si è scaricato sulla cravatta, e a te è stato risparmiato.

barbara




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20 dicembre 2008

CHISSELO FOSSEMAI CRESO

che esistesse una voce più sgradevole, più sgraziata, più sguaiata, più sgangherata di quella di Amy Winehouse.

                                          

E invece sì che c’è, pensate un po’. Appartiene a una certa Giusy Qualchecosa,



che per mesi e mesi ha imperversato senza misericordia ricordando al suo ex che loro sono stati insieme e che non è un piccolo particolare – e ve lo immaginate se tutti quelli che sono stati insieme a qualcuno attaccassero a spaccare i maroni al mondo intero – e poi evidentemente deve essersi accorta che la cosa stava cominciando un tantino a stufare e così ha continuato a cantare sempre la stessa canzone però le ha cambiato il titolo e anche un po’ le parole, credo, e al posto del ritornello ci ha messo una interminabile serie di ào àoàoào, ào àoàoào e poi credo che sia successo qualcosa a novembre ma che cosa non lo so perché stare anche ad ascoltarla va veramente al di là delle mie forze e delle mie capacità. Poi è arrivata l’ultima impresa, vale a dire il massacro di quel gioiellino che è “Una ragione di più”, ed è stato a questo punto che ho cominciato a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di proporre il ripristino della pena di morte. Magari qualche maschietto potrà anche non essere del tutto d’accordo,



e io potrei anche capirlo – non per la qualità, s’intende, ché il fare la cacca in pubblico, diciamolo, non è che sia il massimo dello stile e anche tutto il resto, come si può vedere più sopra, non proprio cosa di altissima qualità, ma per la quantità di carne esibita che è una cosa che ai maschietti fa sempre il suo effetto - però se non la fate stare zitta io di sconti non sono disposta a farne, sappiatelo.

barbara


19 dicembre 2008

MA DICO IO

Giocare a palla avvelenata con la keffiya al collo! (Poi c’era anche quella che giocava con le mani in tasca, e quella con fisico e atteggiamento e abbigliamento da modella, che più che giocare a palla avvelenata pareva che fosse in posa per un servizio fotografico, e quello che ad ogni tiro centrava infallibilmente la lavagna … sì insomma, vabbè …)

barbara


18 dicembre 2008

HABEMUS EPISCOPUM

Perché quello che c’era prima è morto, e adesso è stato nominato quello nuovo, il teologo Karl Golser. E la sua prima dichiarazione ufficiale è stata: “I mass media devono prestare maggiore attenzione a ciò che dice la Chiesa”. Ecco. Effettivamente ci mancava.



barbara


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18 dicembre 2008

PER LE VITTIME, NESSUNA PIETÀ

Carmela, 13 anni, uccisa 2 volte

in Lifestyle

Stuprata dal branco, giudicata psichicamente instabile, internata e imbottita di psicofarmaci. Poi il suicidio. Mentre i suoi aguzzini, minorenni all'epoca dei fatti, evitano il processo. La loro pena? Un programma di rieducazione

Nel novembre 2006 Carmela, una 13enne di Taranto, si allontana di casa. Quattro giorni dopo Alfonso Frassanito, suo padre, la ritrova in un vicolo della città vecchia. È stata drogata con anfetamine e violentata. Più volte. Hanno abusato di lei più persone. Carmela denuncia i suoi aggressori. In seguito gli inquirenti troveranno il suo diario, dove racconta la violenza subìto da due minorenni e un’altra subita qualche giorno prima da tre maggiorenni. La discesa all’inferno di Carmela è appena iniziata.

Prima di quell’incubo, Carmela aveva denunciato le molestie subite da un giovane sottoufficiale della Marina. «Lui aveva ammesso di averla incontrata diverse volte – racconta papà Alfonso – Salvo poi ritrattare in sede di interrogatorio. Lo vedevamo davanti alla scuola media Frascolla, sempre accanto a ragazzini. Continuava a passare sotto casa nostra... In città era conosciuto come "il pedofilo di San Vito"». Ma la polizia non trova riscontri e non avvia nessun procedimento penale. Carmela, dicevano, a volte s'inventa le cose, non ha la completa padronanza di sé. Carmela non ci sta con la testa. È un "soggetto disturbato con capacità compromesse”, risulta dalla perizia psichiatrica.

Così, mentre i suoi stupratori restano a piede libero, lei viene internata
nel centro “L’Aurora” di Lecce. I genitori sono contrari ma alla fine si lasciano convincere. Forse è meglio così, la loro bambina sarà in buone mani, seguita e assistita da professionisti. Ma in breve tempo si accorgono che c’è qualcosa di strano. Carmela non ci vuole restare a Lecce. I medici dicono che va tutto bene, però poi si scopre che, all’insaputa dei familiari, la ragazzina era sottoposta a una cura di psicofarmaci, e che aveva tentato la fuga due volte. Così viene trasferita al centro “Il sipario” di Gravina di Puglia, dove le cose sembrano migliorare. Qui viene confermato che era stata sottoposta a un pesante trattamento a base di psicofarmaci, una cura che non si poteva interrompere di punto in bianco ma in maniera graduale. «Nel fine settimana la portavamo a casa – raccontò il padre – ero io stesso a darle i farmaci: En e Haldol».

Il 15 aprile 2007 Carmela dice: «Vado in bagno». E invece vola dal settimo piano di un condominio del quartiere Paolo VI.

Devastati dal dolore, i genitori continuano a vedere gli aggressori della ragazzina girare liberamente. Addirittura c’è chi accusa il signor Frassanito di nefandezze, non essendo lui il padre naturale di Carmela, morto quando lei aveva solo un anno. Così i coniugi lasciano la città insieme alle altre due figlie. Fondano l’associazione IoSòCarmela, per non arrendersi al dolore e neppure all’ingiustizia.

Nel frattempo i due aguzzini minorenni (all’epoca dei fatti avevano 16 anni) confessano, ed evitano il processo. Il giudice del tribunale dei minorenni di Taranto Laura Picaro li ritiene meritevoli della "messa in prova". In pratica per 15 mesi saranno messi sotto osservazione: seguiranno un programma di rieducazione e offriranno assistenza agli anziani. Se faranno i bravi il dibattimento verrà cancellato. Non solo: in Tribunale l'avvocato di uno dei due stupratori ha chiamato Carmela "prostituta". Insomma, era quella che "ci stava", era consenziente. E da vittima si trasforma nell’unica vera imputata. (Grazie ad Alessandra per la segnalazione)

E chissà se mai un giorno qualcuno avrà la straordinaria, eroica, rivoluzionaria idea di fondare un’associazione che si chiami “Nessuno tocchi Abele”. Chissà se mai un giorno qualcuno sarà colto dallo spiazzante sospetto che anche le vittime, oltre agli assassini e ai terroristi, siano degne di qualche briciola di pietà. Chissà se mai un giorno a qualcuno, oltre a fornire agli autori di stragi adeguata assistenza da parte di sensibili psicologi che raccomandano di non separare due poveri coniugi, non sia mai che decidessero davvero di mettere in atto i loro sconvolgenti propositi suicidi, verrà in mente che possa essere il caso di offrire una goccia di conforto anche a chi già ha subito tutto il male che un essere umano può subire. Chissà.


barbara


17 dicembre 2008

FINI NON CONOSCE LA STORIA!

Così ha dichiarato padre Giovanni Sale, di “Civiltà Cattolica”.

DISCRIMINAZIONI SOAVI

Da Critica liberale n. 120


di Felice Mill Colorni


Nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1943 il governo Badoglio procedeva allo smantellamento di gran parte delle leggi e delle strutture portanti del regime fascista. Si salvarono però le leggi di discriminazione razziale contro gli ebrei. Omissione stupefacente, dato che la politica antisemita del fascismo non era mai stata altrettanto popolare né aveva goduto dello stesso consenso di massa di cui aveva fruito il regime negli “anni del consenso”.
La principale ragione di quell’omissione è ampiamente nota agli storici, ma non all’opinione pubblica anche qualificata ed informata, quell’opinione pubblica cui, esibendo un analfabetismo civile che sfida il grottesco, la maggior parte dei giornalisti e dei politici italiani vorrebbe far credere che la Chiesa cattolica sia stata per secoli antesignana e paladina dell’affermazione dei diritti umani e della “dignità della persona umana”, anche indipendentemente dalle appartenenze religiose.
La mancata tempestiva abrogazione delle leggi razziali fu dovuta principalmente all’intervento del Vaticano, tramite il padre Pietro Tacchi Venturi, uno dei più eminenti gesuiti del tempo, già grande tessitore della “conciliazione” fra Papato e Italia fascista, e intellettuale cattolico così autorevole e qualificato da essere stato imposto a Gentile nella redazione dell’Enciclopedia italiana come ufficioso controllore e supervisore cattolico.
Nella sua veste di rappresentante non ufficiale del Vaticano presso il governo italiano, il 10 agosto 1943 Tacchi Venturi «scrisse al Segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Luigi Maglione. Suggeriva di cogliere l’occasione del rovesciamento del vecchio regime per ottenere un cambiamento delle leggi razziali. Ma quello che aveva in mente l’inviato del Vaticano non era il cambiamento delle leggi antiebraiche. Anzi, rispecchiando le preoccupazioni di Pio XI di cinque anni prima*, proponeva che il Vaticano prendesse l’iniziativa di espungere solamente le clausole che discriminavano gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Il 18 agosto il cardinale Maglione rispose con entusiasmo a questa proposta, presumibilmente dopo averne discusso con Pio XII. Disse a padre Tacchi Venturi di fare il possibile per ottenere tre cambiamenti nelle leggi razziali: primo, le famiglie formate da coppie costituite da cattolici di nascita ed ebrei convertiti al cattolicesimo dovevano d’ora in poi essere considerate pienamente “ariane”; secondo, gli individui che si accingevano a diventare cattolici all’epoca in cui le leggi razziali erano entrate in vigore (1938) ed erano stati successivamente battezzati dovevano essere considerati cattolici e non ebrei; terzo, i matrimoni celebrati fin dal 1938 tra cattolici di nascita e cattolici che fossero nati ebrei dovevano essere considerati validi dal punto di vista legale. Il 29 agosto padre Tacchi Venturi riferì di nuovo al Segretario di Stato. Dall’epoca della sua ultima lettera era stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma, come riferiva l’inviato del Vaticano, aveva respinto le loro suppliche. Preparando la sua petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni, “mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto [...] guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma”. [Questa la ricostruzione di David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’anti-semitismo moderno, Rizzoli, pp. 302 ss., tondo mio; ma l’episodio non è controverso].
In conseguenza di questo passo della Santa Sede, le leggi razziali fasciste contro gli ebrei non furono abrogate per un atto di volontà autonoma dello Stato italiano all’indomani della caduta del fascismo, ma solo più tardi, e in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani.
I «principii e le tradizioni della Chiesa cattolica» cui faceva riferimento Tacchi Venturi nella sua lettera, venivano da lontano. Come scrive lo storico Giovanni Miccoli, «vi è, preesistente e decisiva, l’idea che una legislazione speciale rappresentava un progresso, un passo avanti, rispetto all’egualitarismo giuridico dell’età liberale, e che quelle legislazioni speciali, opportunamente corrette, potevano costituire anch’esse una tappa per cancellare i disordini creati da una concezione falsa e pericolosa di libertà e di uguaglianza.» [Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000, tondo mio].
In un libro di sei anni fa, che non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato, Ruggero Taradel e Barbara Raggi hanno ricostruito questo coerente e ininterrotto atteggiamento della Chiesa cattolica ufficiale attraverso la vicenda di un secolo di storia di quell’organo ufficioso della Santa Sede che era ed è la “Civiltà cattolica” [La segregazione amichevole. “La Civiltà Cattolica” e la questione ebraica 1850-1945, Roma, Editori Riuniti, 2000].
“Segregazione amichevole”, discriminazione “soave” (come allora scrivevano i padri gesuiti) e senza più persecuzione, riproposizione di pregiudizi e stereotipi secolari anche se questi possono essere presi a pretesto per attacchi violenti o per istigazione all’odio sociale da parte di imprenditori politici razzisti e populisti, contemporaneo e un po’ ipocrita riconoscimento della necessità di rispettare (e tutelare dalla violenza così stimolata) individui ancora oggetto di pregiudizi diffusi, purché non pretendano però parità di diritti: tutto questo ricorda qualcosa di maggiormente legato all’attualità?
Quel che non si fa più con gli ebrei è esattamente quel che la Chiesa cattolica e i politici a lei maggiormente asserviti dicono, propongono e interdicono oggi per gli omosessuali.
Gli italiani vivono, da anni, sotto una campana mediatica che fa loro apparire normale quel che in una democrazia liberale normale non è. E come tutti i popoli che hanno vissuto esperienze analoghe, non si accorgono di ragionare secondo quel che la campana suggerisce. L’Italia è ormai, con Austria e Irlanda, il solo paese dell’Europa occidentale a non garantire alcuna tutela giuridica alle coppie gay. E perfino una proposta ultramoderata e ben lontana dal riconoscere la parità di diritti, come quella del pacs, è motivo di opposizioni isteriche, e di “amarezza” anche nel centrosinistra.
Anche a voler essere indulgenti con chi deve fare i conti con il peso di una storia millenaria, che differenza concettuale c’è fra la discriminazione sulla base della “razza” e la discriminazione sulla base di altre caratteristiche ascritte dell’identità individuale? (2-3-2006) qui

*Discorso al Sacro Collegio 24/12/1938

"Occorre appena dire, ma pur diciamo ad alta voce, che, dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle eccelse persone - cioè il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - cui si deve se l'opera tanto importante, e tanto benefica, ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo".

Molto altro ancora si potrebbe dire, ma per il momento, forse, potrà bastare.

barbara


16 dicembre 2008

ONU: OGNI TANTO – ECCEZIONALMENTE – UNA COSA BUONA

United Nations General Assembly Resolution 46/86

(December 16, 1991)

THE GENERAL ASSEMBLY,

DECIDES to revoke the determination contained in its resolution 3379 (XXX) of 10 November 1975. (qui)

Resta comunque il fatto che l’ONU, sotto la guida del criminale nazista Kurt Waldheim, aveva approvato una simile oscenità. E resta il fatto che per abrogarla ci ha messo ben 16 anni. E resta il fatto che tutta intera la politica dell’ONU è un’autentica guerra contro Israele, al punto di celebrare ogni anno la “tragedia” della sua nascita con toccanti cerimonie di fronte a carte geografiche in cui lo stato di Israele non compare – e potremmo continuare molto ma molto a lungo. Ricordiamo dunque una delle pochissime cose buone fatte dall’ONU in mezzo a tante infamie.

barbara


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15 dicembre 2008

STORIA DI UN TEDESCO

La storia che qui si vuole raccontare ha per argomento una specie di duello.
Si tratta di un duello impari tra due avversari molto diversi: tra uno stato oltremodo potente, forte e brutale, e un piccolo privato cittadino, anonimo e sconosciuto. Il duello non si svol­ge su quello che viene comunemente considerato il campo del­la politica; il privato cittadino non è in alcun modo un politico, né tanto meno un congiurato, un «nemico dello stato». Viene a trovarsi continuamente ed esclusivamente sulla difensiva. Non desidera altro se non proteggere ciò che, a torto o a ragione, considera la propria personalità, la propria vita e la propria pri­vata onorabilità. Tutto questo viene costantemente aggredito dallo stato in cui vive e col quale ha a che fare, con mezzi estremamente brutali, anche se abbastanza grossolani.
Tra terribili minacce, questo stato pretende che il suddetto privato cittadino abbandoni i suoi amici, lasci le sue ragazze, rinunci alle proprie idee, accetti idee imposte, saluti in modo diverso da come è abituato, mangi e beva cose diverse da quel­le che gli piacciono, impieghi il tempo libero in occupazioni che detesta, metta la propria persona a disposizione di avven­ture che rifiuta, rinneghi il proprio passato e il proprio Io, e, cosa fondamentale, mostri costantemente nei riguardi di tut­to questo il massimo entusiasmo e la massima riconoscenza.
Il privato cittadino non vuole. È poco preparato all'aggres­sione di cui è vittima, non è un eroe nato, e tanto meno un martire. È semplicemente un uomo qualunque, con le sue molte debolezze, e in più è il prodotto di un'epoca insidiosa: però non vuole. E allora si impegna nel duello... senza entu­siasmo, quasi facendo spallucce; ma con la tacita determina­zione di non cedere. Ovviamente è molto più debole del suo avversario, ma senza dubbio più flessibile. Si vedrà come ese­gue manovre diversive, si scansa, poi esegue un affondo im­provviso, come si tiene in equilibrio ed evita per un pelo le stoccate pericolose. Si dovrà convenire che nel complesso, per un uomo qualunque senza particolari tendenze all'eroismo o al martirio, resiste davvero valorosamente. Ma poi si vedrà co­me alla fine sia costretto a interrompere il combattimento o, se si vuole, a trasferirlo su un piano diverso.
Lo stato è il Reich tedesco, il privato cittadino sono io. La competizione tra di noi, come ogni competizione, può essere interessante da osservare. (Spero che sarà interessante!)

Impressionante – è l’unico aggettivo che viene in mente – la lucidità dell’analisi che troviamo in questo libro, scritto nel 1939, delle vicende che hanno travolto la Germania nel primo dopoguerra fino all’avvento del nazismo. Impressionante la chiarezza di idee di questo ragazzo che è riuscito a non farsene travolgere, nonostante “incidenti di percorso” come questo:

Intanto
un'uniforme bruna si avvicinò fermandosi davanti a me. «Lei è ariano?». Prima di poter riflettere, avevo già risposto «Sì». Un'occhiata indagatrice al mio naso, e quello si ritirò. Ma io avvampai. Con qualche secondo di ritardo avvertii la mortificazione, la sconfitta. Avevo detto «sì»! Certo, io ero «ariano», se il problema era questo. Non avevo mentito. Avevo permesso che accadesse qualcosa di molto peggio. Quale umiliazione chiarire puntualmente su richiesta di estranei che io ero ariano, cosa alla quale tra l'altro non attribuivo alcuna importanza. Che vergogna ottenere di essere lasciato in pace dietro le mie pratiche in questo modo! Colto alla sprovvista, anche adesso! Fallito alla prima prova! Mi sarei preso a schiaffi.

Lettura importante anche per capire come mai una nazione in cui alle elezioni del 1933, nonostante le intimidazioni, nonostante gli assassini, nonostante le violenze di ogni sorta perpetrate dai gruppuscoli nazisti, nonostante tutto questo la maggioranza della popolazione NON aveva votato per Hitler e il suo partito, pochi mesi dopo fosse praticamente tutta entusiasticamente nazista. Noi ce lo siamo sempre chiesti: Haffner, ora, ce lo spiega nel modo più chiaro.

Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti



barbara


15 dicembre 2008

E L’IRAN COLPISCE ANCORA

Dal Corriere dell’Alto Adige di giovedì 11 dicembre.


BOLZANO — Nasrin Sotoudeh Langroudi, avvocatessa ed attivi­sta per i diritti delle donne irania­ne per la difesa dei bambini mal­trattati e per i minorenni condan­nati a morte, è stata bloccata dai servizi di sicurezza all'aeroporto di Teheran. Le forze dell'ordine iraniane, infatti, le hanno ritirato il passaporto proprio mentre era in procinto di partire per l'Italia: Sotoudeh, oltre a dover partecipa­re ad un convegno organizzato a Roma dalla Casa internazionale delle donne, avrebbe dovuto rice­vere il premio Human rights international (Hri) dall'omonima orga­nizzazione di volontariato con se­de a Bolzano. Il riconoscimento sa­rebbe stato consegnato all'attivi­sta nel corso di una manifestazio­ne appositamente predisposta per venerdì sera dalla Hri in collabora­zione con l'associazione Museo della donna, presso l'Hotel Steigenberger, sito in piazza delle Terme a Merano.
«Stamattina avevo già passato il controllo passaporti, quando ho sentito chiamare il mio nome dagli altoparlanti — ha raccontato Nasrin Sotoudeh —. Allora sono tornata indietro. Un giovane agen­te mi ha detto di consegnare il pas­saporto. Quando gli ho chiesto di mostrarmi il tesserino di riconoscimento, ha mostrato la ricetrasmittente, dicendomi che come riconoscimento era sufficiente quel­la. Poi un altro suo collega si è identificato, mi ha preso il passa­porto e mi ha dato una ricevuta».
Nonostante l'assenza ormai scontata della Sotoudeh (salvo colpi di scena dell'ultima ora), la conferenza si terrà lo stesso, vi­sto che, sia il marito che la figlia di nove anni dell'av­vocatessa iraniana sono riusciti a partire per l'Italia e saranno a Merano per ritirare il premio: «Il premio sarà preso in con­segna dal marito», conferma Adolf Pfitscher, fondatore dell'Hri, che aggiunge: «Il fatto che la premiata non abbia potuto lascia­re il paese conferma l'importanza del suo impegno».
La secondogenita della coppia, nata da poco, è invece rimasta in Iran con la madre.
Gunther Januth, sindaco di Me­rano, appresa la notizia, ha avuto parole, di sostegno per la Sotoudeh: «È incredibile, un fatto vera­mente increscioso. Vorrei espri­mere la mia solidarietà a Nasrin Sotoudeh».
Astrid Schönweger, coordinatrice dell'associazione Museo del­la donna, alla luce di quanto acca­duto, ha voluto sottolineare quan­to sia stata a maggior ragione op­portuna la scelta di premiare l'avvocatessa quarantacinquenne: «Siamo contentissimi che il marito e la figlia di Nasrin Sotoudeh potranno essere a Merano per rice­vere questo premio — ha detto Schoenweger —. Quello che le è accaduto in Iran è la dimostrazio­ne che merita un riconoscimento per la sua lotta a favore dei diritti dei bambini maltrattati, delle don­ne e dei minori condannati a mor­te».
La posizione della coordinatrice del Museo della donna è apertamente critica nei confronti della presa di posizione delle autorità iraniane che non hanno concesso l'espatrio all'attivista: «Il ritiro del passaporto alla Sotoudeh è un chiaro disconoscimento da parte delle istituzioni iraniane dell'operato di questa donna coraggiosa —ha affermato Schoenweger —, un motivo in più per ritenerla la persona giusta a cui dare il pre­mio Human rights international». Astrid Schönweger non ha na­scosto tristezza e preoccupazione per quanto è occorso all'attivista iraniana: «Speriamo di poterla aiu­tare a portare avanti la sua lotta per la difesa dei diritti umani di donne e bambini. Per fortuna non è stata imprigionata e speriamo che alla vicenda non si aggiungano ulteriori risvolti negativi. Se la decisione di ritirare il passaporto alla Sotoudeh mi offende come donna? Sì, molto. La sua presenza qui avrebbe rappresentato una vittoria e un piccolo passo verso la democrazia».
La coordinatrice del Museo del­la donna di Merano, nonostante le avversità, parla con entusiasmo della manifestazione che si terrà questo venerdì alle 20.00 nella cit­tà sul Passirio: «La Sotoudeh, pre­vedendo l'impossibilità di rag­giungere l'Italia, ci ha affidato un videomessaggio che sarà reso pubblico nel corso della cerimo­nia di premiazione alla quale par­teciperà anche la traduttrice di Shirin Abadi, premio Nobel per la pace nel 2003: anche lei, infatti, ci ha inviato una registrazione che proietteremo venerdì sera».
Rocco Leo

I “colpi di scena dell’ultima ora”, naturalmente, non ci sono stati: Nasrin Sotoudeh è rimasta bloccata in Iran e il premio lo ha dovuto ritirare il marito. Poiché, a quanto mi risulta, nessuna notizia riguardo a questo ennesimo sopruso da parte delle autorità iraniane è stata data dai media nazionali, provvedo io, e spero che qualcun altro vorrà raccogliere la notizia e diffonderla a propria volta.






barbara


14 dicembre 2008

DISINFORMAZIONE SU TELEVIDEO: DI TUTTO, DI PIÙ

Comunicato Honest Reporting Italia 14 dicembre 2008

Che i palestinesi sono quasi tutti buoni e vittime innocenti e gli israeliani tutti cattivi, lo sapevamo già, naturalmente, ma forse non sapevamo esattamente QUANTO sono buoni e innocenti i palestinesi e cattivi gli israeliani. A riempire le nostre lacune provvede questa pagina di Televideo, che non possiamo riprodurre qui, in quanto il sito non consente di copiare i testi. Dobbiamo pertanto invitare i nostri lettori a recarsi direttamente alla pagina in questione, mentre qui ci accontenteremo di qualche citazione. E iniziamo dal titolo: PALESTINA: I BAMBINI LE PRIME VITTIME. Perché in Israele invece no, evidentemente, di vittime non ce ne sono, e meno che mai fra i bambini.
Alla pagina 191 leggiamo delle paure dei bambini palestinesi, delle loro difficoltà, dei loro incubi: nessun accenno al fatto che tutto ciò è dovuto unicamente alla scelta palestinese di perseguire la guerra invece che la pace. E meno che mai si parla dei bambini israeliani vittime da sempre di un bestiale terrorismo. Vengono poi sparate alcune cifre sul presunto numero di vittime, naturalmente senza fornire alcuna fonte.
Alla pagina 192 ci viene raccontata l'esilarante storiella che a causa delle incursioni israeliane nel corso dell'anno scolastico 2007-2008 sono state perse 256 giornate di lezioni. Ora, considerando che in Italia i giorni di lezione in un anno sono poco più di 200 e uguali o poco di più in altri Paesi europei; considerando che anche i bambini palestinesi, si presume, faranno un giorno di riposo la settimana e avranno vacanze estive e festività religiose, la domanda è: se i soldati israeliani sono riusciti a fargli perdere 256 giorni di scuola in un anno, di quanti giorni saranno fatti gli anni palestinesi?
Alla pagina 193 veniamo informati che "Due terzi dei bambini e adolescenti dei Territori non hanno spazi sicuri dove poter giocare, svolgere attività socio-ricreative e interagire": effettivamente di spazio per giocare non ne deve restare tantissimo, con tutti i campi di addestramento militare e indottrinamento antiisraeliano e antiebraico per bambini che sia l'ANP che Hamas continuano a costruire. Ci viene narrato anche delle terribili condizioni del "campo profughi" di Jenin, tralasciando di ricordare che tale "campo" è sotto sovranità palestinese, e non sotto occupazione israeliana, da oltre un decennio: perché non è diventato un posto normale ed è invece rimasto un campo profughi nonché covo di terroristi?
Altre utili informazioni troviamo alla pagina 194, dove, tranne un rapidissimo accenno di una riga e mezza anche al conflitto interno tra Fatah e Hamas, apprendiamo che le uniche cause dell'impoverimento della popolazione sono l'occupazione e le incursioni israeliane. Il terrorismo no. Le scelte palestinesi no. Le politiche nell'Onu e dell'Unrwa no. E naturalmente a nessuna di queste anime belle viene da chiedersi dove siano finiti tutti i miliardi di dollari che gli abbiamo dato noi.
E a pagina 195 arriva l'immancabile mantra del diritto di Israele alla sicurezza MA rispettando la proporzionalità nella risposta (cioè? Facendosi esplodere in qualche bar, ristorante, pizzeria, locale pubblico palestinese? Facendosi esplodere sugli autobus? Lanciando missili su scuole e asili? Assassinando a sangue freddo neonati in braccio ai genitori o nella culla?) e distinguendo sempre tra civili e combattenti: è noto infatti che i terroristi portano ben visibili le proprie insegne in modo da non rischiare di essere confusi con i non combattenti! Ammettono infine, bontà loro, che anche i "gruppi armati palestinesi" (non sia mai che ci scappi di chiamarli terroristi!) violano il divieto di colpire le popolazioni civili (ma va?) e che, ebbene sì, in una occasione sono stati uccisi anche degli israeliani.
A questa massiccia dose di disinformazione non riteniamo di dover aggiungere altro, se non un ringraziamento a "In difesa di Israele" per la segnalazione della pagina e l'invito a inviare le proprie considerazioni a televideo@rai.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

Honestreporting è stato fondato da un gruppo di persone che non appartengono né alla destra, né alla sinistra e non è affiliato ad alcuna organizzazione politica. Il nostro unico interesse è quello di assicurare che le notizie riguardanti Israele siano presentate in modo corretto nei media. Noi esaminiamo i media; quando troviamo esempi di evidente parzialità informiamo i nostri iscritti sugli articoli scorretti, chiedendo di protestare direttamente presso le testate interessate.

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Anche questo potrebbe tranquillamente andare a rimpinguare la cartella “Giornalismo che passione – braccia rubate all’agricoltura”, se non fosse che qui non si tratta di ignoranza o superficialità, bensì della solita programmatica e sistematica opera di demonizzazione di un Paese e di un popolo da parte di chi gli ebrei è anche pronto ad amarli, purché siano ben morti.

barbara


14 dicembre 2008

SEPPELLIRLE VIVE? E PERCHÉ NO? È LA NOSTRA CULTURA!

Non sono un’estimatrice di Franco Venturini; ritengo tuttavia degno di attenzione questo suo articolo pubblicato nell’ultimo numero di Io donna.

Se quello annunciato dal presidente pachistano Zardari doveva essere il governo della speranza, bisogna dire che il successore di Musharraf ce l'ha messa tutta per svuotare ogni illusione. Due ministri designati, infatti, figurerebbero meglio in un governo dei talebani che in una compagine formalmente democratica e generosamente assistita dagli aiuti occidentali. Uno si chiama Israr Ullah Zehri, e si è segnalato per il suo pieno e dichiarato appoggio a «certe antiche tradizioni». Mi spiego meglio. In una zona rurale del Pakistan cinque tra donne e adolescenti sono state prima torturate e poi sepolte vive. Colpa: aver tentato di scegliere liberamente i loro mariti invece di sottostare agli accoppiamenti decisi dai capifamiglia. «Non ci vedo nulla di male» ha commentato il ministro in pectore. «Dopotutto si tratta di tradizioni vecchie di secoli ed è giusto difenderle». Complimenti, ma non è tutto. Hazar Khan Bijarani dovrebbe diventare, udite udite, ministro della Pubblica istruzione. Lo scorso anno la Corte Suprema ordinò il suo arresto per essere stato coinvolto nella "assegnazione" di cinque bambine tra i 2 e i 6 anni ad altrettanti mariti appartenenti a un clan rivale.
In pratica, il dono delle bimbe doveva servire da pegno
di buona volontà per superare i contrasti tra i due gruppi.
Bijarani, è vero, ha negato ogni responsabilità. Ma la Corte Suprema in Pakistan conserva un decoro britannico, non agisce alla leggera, e comunque un suo indiziato non sembra essere la persona giusta per entrare nel nuovo governo e dirigere la politica educativa.
Episodi minori?
Certo il Pakistan è alle prese con problemi enormi, da una parte è diventato il santuario dei talebani che
combattono contro le forze occidentali in Afghanistan, dall'altra deve fronteggiare l’arcinemica India che lo accusa di aver allevato i terroristi responsabili della strage di Mumbai. Non vorrei essere al posto di Zardari. Ma se quei due faranno davvero i ministri, vorrei che Zardari perdesse il posto.

Più ci si guarda intorno e più si è costretti a prendere atto che il mondo islamico, nonché progredire, come qualche sognatore ancora continua a illudersi che, sia pure lentamente, stia facendo, sta in realtà regredendo a passi da gigante. E noi, come le stelle, stiamo a guardare.

barbara


13 dicembre 2008

L’UOMO NERO



Non so se si usi ancora – magari se fra i miei lettori c’è qualche giovane genitore, potrà soddisfare la mia curiosità – ma ai miei tempi era d’uso comune: non appena il pargolo, ad unico e insindacabile giudizio dei genitori, non si comportava bene, scattava la terrificante minaccia: guarda che chiamo l’uomo nero! Lo facevano anche i miei, naturalmente. Io non ci credevo. Di più: ero assolutamente sicura che l’uomo nero fosse una loro invenzione, e mi divertivo come una matta a prenderli per il culo: quando meno se lo aspettavano, nel cuore della notte, mi mettevo a picchiettare o grattare con le dita sulla testiera del letto e con voce cavernosa dicevo: “Arriva l’uomo nero … arriva l’uomo nero!”
Il fatto è che l’uomo nero, nel senso di persona con la pelle nera, in realtà esiste. Ed era inevitabile che prima o poi ne incontrassi uno. A quel tempo non c’era l’immigrazione selvaggia di oggi, anzi, non c’era immigrazione affatto, tranne qualche cinese (“Tle clavatte mille lile”), probabilmente in fuga dal paradiso in terra che la rivoluzione aveva creato, però c’erano degli studenti: di università in Africa ce n’erano ben poche, all’inizio degli anni Cinquanta, e quindi chi voleva e poteva studiare doveva venire qui, in Europa. È stato così che è arrivato il brutto giorno in cui ho incontrato l’uomo nero. Eravamo davanti al Duomo, vicino al caffè Gancino, me lo ricordo ancora; avrò avuto sì e no due anni – talmente piccola che stavo in braccio a uno di loro due – ma me lo ricordo perfettamente: all’improvviso me lo sono trovato avanti, e la scoperta che la cosa che credevo falsa e che avevo sempre sfottuto esisteva realmente mi ha provocato un vero e proprio shock. Mi sono aggrappata al suo collo e nascondendogli/le la faccia sulla spalla, disperata e terrorizzata, mi sono messa a urlare “Mi no vojo l’omo nero! Mi no vojo l’omo nero!”
Ogni tanto mi torna alla mente e ogni volta, ancora oggi, pensando a come quella persona si dev’essere sentita mi sento avvampare dalla vergogna. Loro, invece, sono andati avanti per un tempo infinito a raccontarlo come cosa divertentissima.
Una cosa non ho ancora capito: come mai i radicali, che hanno trascorso tutta intera la loro esistenza a sfornare referendum a miliardi, non abbiano ancora mai proposto quello che rappresenterebbe la salvezza del genere umano, ossia quello per l’abolizione dei genitori.

barbara


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12 dicembre 2008

PICCOLO DUBBIO IMPERTINENTE

Ma come fa una con così pochi capelli ATTACCATI alla testa ad avere una treccia così grossa SOPRA la testa?



barbara


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11 dicembre 2008

BASTARDO

Quando la mia ex scolara G. è rimasta incinta, per un qualche motivo che ignoro – ma naturalmente non è importante che lo sappia io – lei e il suo ragazzo non si sono potuti sposare subito, e quindi per qualche tempo è rimasta a casa dai suoi genitori.
A partire dal momento in cui ha annunciato di essere incinta, suo padre non le ha mai più rivolto la parola. Quando è nato il bambino non lo ha mai preso in braccio, non gli si è mai avvicinato, non lo ha mai guardato. Rimaneva il più possibile, con qualunque pretesto, fuori di casa, per non doverlo né vedere né sentire. Quando G. si è sposata non è andato al matrimonio e non ha mai messo piede in casa sua. Non ha mai visto gli altri due figli che ha avuto in seguito.
L’ho rivista qualche anno fa quando, in occasione di un interventino ambulatoriale, ho fatto la mia solita mezza emorragia, e qualche ora dopo sono dovuta tornare all’ospedale per farmi cambiare la fasciatura, che era zuppa di sangue, ed era di turno lei. È stata lei a riconoscermi: io non avrei davvero potuto riconoscere la brillante e bellissima ragazzina che avevo avuto a scuola, o la vivace e affascinante infermiera che mi aveva preparata per un elettrocardiogramma qualche anno dopo, in quella grigia, triste e spenta quarantenne precocemente invecchiata che mi stava cambiando la fasciatura in un assolato pomeriggio di giugno.
Ah, dimenticavo: il bastardo del titolo, naturalmente, non è il bambino nato fuori dal matrimonio.

barbara


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10 dicembre 2008

MISUNDERSTANDING

Su, rilassiamoci un momento, dai.
 

barbara


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9 dicembre 2008

MA SI RENDONO CONTO DI QUELLO CHE DICONO?

Il primo ministro greco Karamanlis ha telefonato al padre del ragazzo ucciso da un poliziotto per assicurargli che “Tragedie simili non si ripeteranno”. Poteva risparmiarsi il disturbo, signor ministro: quell’uomo lo sapeva già da solo che il figlio non glielo ammazzate più.

barbara


8 dicembre 2008

I SANTI INNOCENTI

Viaggio all’inferno – e il ritorno chissà se poi ci sarà.
Fingersi pedofilo per stanare i pedofili; girare per la rete alla ricerca di materiale da archiviare e utilizzare, corazzarsi per resistere alla nausea, fin quasi a diventare alcolizzato; imparare i loro vezzi e modi e comportamenti per immedesimarsi quanto basta da trarli in inganno – e tuttavia non abboccano. Poi, improvvisa, l’illuminazione: concludere un messaggio di proposta di scambi di materiale con un bel “Gott mit uns”, ed ecco il miracolo: i pedofili capiscono che è veramente uno di loro, che è veramente una persona per bene, che è veramente uno di cui ci si può fidare, e i contatti fioccano. E si seguono poi i circuiti degli operatori turistici, i pacchetti tutto compreso, volo albergo e bambini nel letto. Ma ancora non basta, la rete non basta, bisogna scendere in campo, bisogna avvicinare fisicamente i bambini e i pedofili, bisogna rassegnarsi a sporcarsi le mani. E iniziano allora i viaggi, Romania, Brasile, dove le tremende sacche di miseria di certe aree rappresentano il terreno di caccia ideale con garanzia di impunità, il contatto diretto con le più sordide realtà, la tredicenne legata al letto, la mamma che aiuta il cliente a sodomizzare la figlia di undici anni perché, è nell’ordine delle cose, il grande nel piccolo non può entrare; il bambino di dieci anni o meno dal cervello annientato dall’eroina - e le immagini viste che ritornano negli incubi, e infine il dubbio più atroce: fino a che punto mi sono immedesimato? La necessità di essere onesto fino in fondo con se stesso, la necessità, quando la tredicenne si offre e le sue mani già sapienti si allungano a coccolare la sua non ancora anestetizzata virilità, di rispondere sinceramente a quella domanda che ossessivamente continua a tornare: me la scoperei? Me la scoperò?
È davvero una discesa nei più profondi, nei più turpi gironi dell’inferno questo libro-indagine sul mondo della pedofilia, che non abbiamo il diritto di ignorare. E che ci permette anche di comprendere perché, da noi, solo il dieci per cento circa dei casi di pedofilia si verificano al di fuori dell’ambito familiare o delle frequentazioni abituali – scuola, parrocchia, centri sportivi o ricreativi: perché chi non può o non vuole agire in questi ambiti, preferisce usare come terreno di caccia altre contrade, dove la miseria fornisce abbondanza di “materiale”, dove la polizia chiude occhi e orecchie, dove il personale delle strutture turistiche di occhi e orecchie non ne ha proprio, dove chi tenta di mettere i bastoni tra le ruote agli attori di questa macelleria ha vita molto breve.
È tuttavia opportuno scegliere, per affrontarlo, un momento in cui si abbia la possibilità di leggerlo tutto di fila, perché reggere questa full immersion nella più putrida cloaca che l’uomo abbia creato sulla terra per più di ventiquattro ore, è umanamente impossibile.

Claudio Camarca, I santi innocenti, Baldini & Castoldi



barbara


6 dicembre 2008

HONI SOIT QUI MAL Y PENSE …

E dunque vergogna a me, perché a me, sinceramente, l’idea di sostituire Bocchino con la Carfagna …

(vado, e se sopravvivo torno)

barbara


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5 dicembre 2008

RICCARDO CRISTIANO

L’appello di Riccardo Cristiano apparso sul quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" del 16 ottobre 2000

Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.
Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.
Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.
Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.
Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri.
Riccardo Cristiano
Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina

Per non dimenticare. Per ricordare a coloro che amano raccontare e raccontarsi che la “favola” dei corrispondenti esteri obbligati a impegnarsi a non diffondere mai notizie che possano mettere in cattiva luce l’autorità palestinese se vogliono operare nei territori sottoposti alla sua giurisdizione sarebbe una nostra invenzione, che questa realtà è ampiamente documentata. Per ricordare che da allora niente è cambiato, e i fatti sono qui a dimostrarlo.
Colgo l’occasione per alcune annotazioni sul testo dell’ineffabile Riccardo Cristiano: nella sua prima comunicazione dopo il linciaggio di Ramallah, esordisce congratulandosi con gli amici di Palestina: per che cosa si sta congratulando? Il bestiale linciaggio viene graziosamente chiamato “gli eventi”, così come il feroce terrorismo algerino degli anni Sessanta e l’altrettanto feroce repressione francese venivano graziosamente chiamati, sui giornali francesi dell’epoca, “les événements d'Algerie”. E infine, dopo avere ripetuto che mai e poi mai la RAI si permetterebbe di commettere una simile scorrettezza come quella di documentare un bestiale linciaggio messo in atto dagli amici di Palestina, si congeda porgendo i migliori auguri: di che cosa? Di buon proseguimento?



barbara


4 dicembre 2008

EBREI SEMPRE NEL MIRINO

Fiamma Nirenstein

Il Giornale, 30 novembre
2008

Fra i 26 stranieri innocenti trucidati a Mumbai, otto, anche se i numeri sono ancora tutti da verificare, sono ebrei. Se fossero israeliani o meno non importava niente ai terroristi che avevano messo la casa dei Chabad «Nariman House» fra gli obiettivi. I macellai avevano due scopi generici: uccidere gli occidentali, specialmente americani e inglesi, i nemici imperialisti dell’islam; uccidere i cittadini dell’India, Paese traditore asservito all’imperialismo. E poi, un obiettivo specifico, uno solo: uccidere gli ebrei. Fra dieci obiettivi di massa come la stazione, due ospedali, svariati centri cittadini, i grandi hotel Oberoi e Taj ce n’era uno, invece, apparentemente insignificante, la casa ebraica dei Chabad, un centro guidato da un rabbino ventisettenne con una moglie di 26 anni e un bambino di 2.
Una casa dei Chabad è un punto di raccolta per pecorelle smarrite, diremmo noi, un luogo in cui persone molto religiose, in questo caso appunto i Chabad, cercano di raccogliere ragazzi in viaggio, che spesso sono israeliani, che si perdono dentro il fascino troppo profumato dell’India; là si dorme, si mangia kosher, si canta insieme, si viene richiesti di stare tranquilli (niente musica rock, niente sesso) e di unirsi a qualche preghiera. A Pasqua e a Kippur, per le grandi feste, questo è un rifugio per ebrei di ogni età e provenienza.
La scena della baby sitter che fugge con un bambino in braccio mentre i genitori ebrei vengono trucidati, è talmente iconografica, talmente classica che ognuno di noi ha in mente troppi film e libri in cui si compie un simile pogrom, in molte epoche diverse. Oggi, dopo il 1945, nonostante tanto scrivere e chiacchierare su questo, gli ebrei si sono abituati tuttavia di nuovo ad essere cacciati in tutto il mondo, ad essere presi di sorpresa: quando pregano (a Roma nel 1982, chi può dimenticare il bambino Stefano Tachè ucciso dai terroristi palestinesi); a Monaco, quando nel 1972 gli atleti israeliani furono sequestrati e poi trucidati uno a uno durante le Olimpiadi; a Entebbe, nel 1976, quando la selezione degli ebrei avvenne in base ai nomi sui passaporti; in decine di altri sequestri aerei; sulla nave Achille Lauro, 1985, quando un ebreo sulla sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, fu gettato in mare dai terroristi palestinesi, selezionato fra tutti gli altri passeggeri; a Mombasa, nel 2002, in un albergo meta di turismo israeliano, quando tutti gli ospiti furono uccisi da una bomba nella hall; nelle città israeliane a tiro di katiusha e qassam di Hezbollah o di Hamas, dove sei un obiettivo anche se bambino, soltanto perché sei ebreo e ti insegue la citazione coranica: «Se l’ebreo si nasconderà dietro un cespuglio o una pietra - dice più o meno, senza che troviamo la voglia di andarlo a ricercare sulla carta fondativa di Hamas -, essi lo indicheranno al buon musulmano e gli diranno: “Uccidilo”».
La minaccia insegue gli ebrei quasi ovunque viaggino, gli toglie la libertà di movimento, crea in Israele lunghe liste di Paesi non visitabili e carica il paese di una responsabilità inaffrontabile che riguarda ogni sinagoga e ogni scuola ebraica, rende impossibile far fronte a quella che è la più repellente minaccia globale poiché è la più efficacemente sperimentata dalla storia. Intendiamo dire con questo che finora vi è una responsabilità generica nella lotta al terrorismo, che invece va preso finalmente sul serio. E poi c’è la responsabilità specifica, quella del mondo attaccato dal terrorismo, di combattere coralmente in difesa del popolo ebraico condannato a morte dalla Jihad a ogni latitudine.
Come nella Seconda guerra mondiale gli alleati salvando parte degli ebrei alla fine salvarono la democrazia, così oggi porsi il problema di come affrontare questo terribile e delicato capitolo può salvare la vita dell’intero Occidente.

                 

Niente da aggiungere alla lucida e allo stesso tempo accorata analisi di Fiamma Nirenstein, solo l’invito ad andare a leggere anche questo.



barbara


3 dicembre 2008

CARENZA DI INFORMAZIONI SUL CORRIERE DELLA SERA

Comunicato Honest Reporting Italia 3 dicembre 2008

Fa acqua da tutte le parti, sul piano della correttezza e della completezza dell'informazione, questo articolo di Francesco Battistini intitolato L'UE: « Riaprite l'Orient House dei palestinesi» No di Israele pubblicato a pag. 17 del Corriere della Sera di martedì 2 dicembre 2008. Qui di seguito il testo completo dell'articolo con, tra le righe, alcune nostre annotazioni.

GERUSALEMME — Tre cani. Due gatti. Gli arbusti secchi e le palme. La bandiera palestinese. Una catena che avvolge il cancello come un rampicante. E un vecchio che s'è stancato di combattere, non di chiacchierare: «Posso fargliela vedere, non fotografare », dice Abu Firaz Husseini, 62 anni, l'unico che ci abita ancora. L'Orient House è il castello incantato di Gerusalemme Est. Abu Firaz, il fantasma d'una storia infinita: queste pietre bianche fecero da soggiorno al Kaiser Guglielmo II e all'imperatore Hailé Selassié, ospitarono l'Onu e un albergo di lusso, finché non arrivarono la Guerra dei Sei giorni,
Vogliamo sprecare due parole per ricordare che la Guerra dei Sei giorni, qui considerata responsabile, a quanto pare, della decadenza di questo "castello incantato", è stata voluta dagli stati arabi allo scopo dichiarato di distruggere Israele?

la decadenza e negli anni '80 una parte venne affittata dall'Autorità palestinese, che le trasformò in una specie di ministero degli Esteri. Ci stesero in segreto gli accordi di Oslo, qui dentro.
E ne fecero un covo del terrorismo. Dettaglio ben mascherato da queste sapienti pennellate di colore.

S'organizzò l'intifada.
Termine fortemente improprio per una guerra terroristica accuratamente preparata per anni

Ci venivano ministri, cardinali, giornalisti. Ci stava l'ultimo leader autorevole d'una Palestina in costruzione, Faisal Husseini,
Qui qualche utile notizia sul personaggio in questione

e una volta c'era anche una meravigliosa biblioteca, 25mila volumi di storia araba. Oggi, c'è solo Abu Firaz. Che ascolta l'ultima novità — «vogliono riaprire l'Orient House» —, beve una Coca, si lascia andare sulla poltrona, proprio sotto la foto del celebre cugino Faisal: «La storia di questa casa è come la storia della mia famiglia. Troppo pesante. Sono sfinito...». Il nuovo capitolo sta in un documento riservato del governo francese, titolo «Strategie d'azione della Ue per la pace in Medio Oriente», pronto per la prossima riunione dei 27 ministri europei degli Esteri.
Già, il governo francese: quello che, oltre a dare generosa ospitalità ai terroristi italiani, ha fatto i salti mortali per impedire che Hamas venisse qualificata come organizzazione terroristica - giusto per amore della pace, beninteso.

È una Road Map con tappe prevedibili, lo stop agli insediamenti e la lotta al terrorismo, ma con un bivio che Israele già vuole sia modificato: «Una parte fondamentale nella costruzione d'uno Stato palestinese — scrivono a Parigi — deve risolvere la questione dello status di Gerusalemme come capitale di due Stati ».
A noi sembrerebbe che alla base di tutto dovrebbe esserci la certezza che un eventuale stato di Palestina non sia uno stato terrorista, ma "a Parigi", come abbiamo appena notato, il terrorismo - per lo meno quello degli altri - non sembra essere una priorità assoluta: decisamente delle ottime credenziali per ergersi a giudici di ciò che è meglio per risolvere una questione come quella del conflitto arabo-israeliano.

E poi: «L'Unione europea lavorerà attivamente perché vengano riaperte tutte le istituzioni palestinesi, compresa l'Orient House». Una casa considerata un covo: l'Autorità palestinese sfrattata all'inizio della prima intifada, riammessa dopo Oslo, sloggiata definitivamente nell'agosto 2001, quando un kamikaze di Hamas si fece saltare dentro la pizzeria Sbarro, 15 morti e 130 feriti nel cuore di Gerusalemme.
E sapendo questo, e sapendo che, come ha scritto più sopra, è qui che "s'organizzò l'intifada", il signor Battistini trova ragionevole affermare che la casa era considerata un covo? E a quale titolo, poi, l'Unione europea pretende di riaprire tutte quelle istituzioni che Israele ha fatto chiudere perché covi di terrorismo?

Bayt al-Sharq, come i vecchi arabi preferiscono chiamare l'Orient House, era l'ultimo, importante palazzo che faceva sventolare il tricolore palestinese
a voler essere proprio proprio pignoli, di colori la bandiera palestinese ne avrebbe quattro ...

nella città eterna: «Gente inferocita arrivò di notte a lanciarci le pietre — ricorda Abu Firaz —. Poi vennero i soldati israeliani. Ci misero in fila, mani in alto. Avevamo paura, ma nemmeno mia figlia che piangeva sempre diede loro la soddisfazione d'una lacrima. Perquisirono le stanze. Chiusero tutto. Da allora, qui siamo rimasti io, mia moglie e mio figlio maschio. Abbiamo le chiavi di questa porticina sul retro, al pianoterra. Possiamo restare solo in queste stanze. Nient'altro. E dobbiamo controllare che nessuno entri nel resto del palazzo».
La notte, qualche auto sgomma. Qualcuno ha graffitato sul muro www.orienthouse.org, ovvero: leggetevi la nostra storia. «Dal 1975, ho lasciato questa casa solo una volta»: Abu Firaz ha portato nel tinello le reliquie di famiglia. Un ritratto a olio d'un antenato, la firma italiana di Gennaro Iannelli, e una galleria di foto felici: «La mia festa di matrimonio fu al piano di sopra, nel salone grande». Ogni sei mesi, Abu Firaz si presenta al posto di polizia, firma un foglio: «È l'ordine di sequestro. La prossima scadenza è a febbraio. Lo so: in questa casa vuota, io ci morirò».
Un bel pezzo di colore, con toni accorati e patetici che, come troppo spesso accade quando si tratta di Israele-Palestina, tratta da vittime degli efferati e spietati terroristi e da carnefici coloro che dal terrorismo si difendono.

Considerazioni e commenti a lettere@corriere.it.


Per la vostra delizia vi aggiungo due messaggi arriva timi dal solito ineffabile nonché immarcescibile Antonio Caracciolo:

Ubbidisco ai comandi dell’Occhio di Sion e vi mando copia del testo debitamente inviato al Corriere della Sera.

Blog: Civium Libertas
Post: Un altro disonesto rapporto di “Honest Reporting Italia”
Link: http://civiumlibertas.blogspot.com/2008/12/un-altro-disonesto-rapporto-di-honest.html

Antonio Caracciolo ti ha inviato un link a un blog:
Vi prego di diffondere presso i vostri 155.000 iscritti per un’efficace lotta contro il razzismo ed il regime di apartheid praticato in Israele.

Blog: Civium Libertas
Post: Contro il razzismo: riceviamo e pubblichiamo
Link: http://civiumlibertas.blogspot.com/2008/12/contro-il-razzismo-riceviamo-e.html

Perché, ricordiamolo, per avere la pace nel mondo la soluzione esiste:

   

                 

barbara


3 dicembre 2008

SENTITA ALLA RADIO

D. E le famiglie quali servizi vi chiedono?
R. Questa è una bella domanda, davvero una bella domanda, perché è proprio così.

barbara


2 dicembre 2008

L’HAREM E L’OCCIDENTE

Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di città, per la promozione del libro La terrazza proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da più di cento giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola “harem” con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di prigione?

Questa è infatti la sensazionale scoperta di Fatema durante il suo giro promozionale in varie città europee: noi occidentali crediamo di sapere che cos’è un harem, ma in realtà non lo sappiamo affatto. L’harem che “conosciamo” è quello che abbiamo inventato noi, basato sulla nostra cultura, sulla nostra fantasia, sul nostro immaginario. Ed ecco dunque le rappresentazioni di famosi pittori che ci mostrano sale piene di donne nude o seminude in devota attesa del loro signore, ecco i racconti che ci narrano di languide e sensuali odalische (a proposito, lo sapevate che la parola odalisca significa serva?) che danzano sinuosamente coperte di veli. Ma l’harem reale non è niente di tutto questo, le donne reali che popolano l’harem non assomigliano neppure lontanamente a quelle partorite dalla fantasia occidentale. Quasi incredula, di fronte a tanta mistificazione, Fatema trasforma il suo tour promozionale in un viaggio alla scoperta dell’«harem occidentale», cercando di comprenderne le origini e le cause; viaggio di estremo interesse non solo per lei, ma anche per noi. Che abbiamo così modo di comprendere, tre l’altro, le ragioni POLITICHE (non religiose, non culturali, non attinenti alla tradizione) che inducono gli islamici a velare e segregare, oggi, le loro donne. Un libro tutto da leggere, per scoprire ciò che credevamo di conoscere perfettamente e di cui non abbiamo invece la minima idea.

Fatema Mernissi, L’Harem e l’Occidente, Giunti



barbara


1 dicembre 2008

CRONACA DI UNA MATTINATA LEGGERMENTE DI MERDA

Mi sveglio di colpo, un bel po’ prima della sveglia, con la sensazione di qualcosa di strano. Poi, dopo un momento, “percepisco” il buio: è andata via la corrente. Evidentemente questa ennesima nevicata assolutamente abnorme deve aver fatto danni. Poi, quando la sveglia suona, cerco di affrettarmi, perché le strade sicuramente non saranno in condizioni tali da poter correre. Solo quando mi trovo davanti al portone del garage realizzo che senza corrente non lo posso aprire. Così busso a tutte le porte del condominio – anzi, dei due condomini gemelli siamesi – in cerca di qualcuno che abbia la chiave per sbloccare la maniglia dell’apertura manuale, ma non ce l’ha nessuno. Nel frattempo provo a chiamare la scuola per avvertire che ho questo contrattempo, ma il telefono della scuola non funziona. Continuo a provare ogni cinque minuti finché alle undici finalmente torna la corrente e torna a funzionare anche il telefono della scuola, chiamo e dico che adesso arrivo. A metà della rampa, ancora pesantemente innevata, la macchina non ce la fa più e si ferma. Riscivolo indietro fino a metà garage e riparto più decisa. Stavolta la rampa riesco a farla tutta, ma va da sé che se in quel momento arrivasse una macchina ci faremmo una bellissima frittata. Non ci sono macchine in arrivo, per fortuna, e con un paio di manovre fra i due muri di neve che costeggiano la strada riesco a mettermi diritta, e a tre chilometri all’ora arrivo a scuola. Vado in terza per fare le ultime due ore – dalla seconda, dove avrei dovuto fare lezione io, vedo uscire la bidella, la mitica Brigitte che se mancasse lei la scuola crollerebbe, garantito, perché sono stati talmente tanti a non riuscire a raggiungere la scuola che quelli con l’ora a disposizione, quelli con la ventunesima ora, insegnanti di sostegno mandati in classe, insegnanti di copresenza mandati da soli, insegnanti con un’ora buca precettati, ancora non sono bastati a coprire tutto. E vado dunque in terza. Oggi c’è ora doppia, e si fa lettura. Indico dunque la lettura da leggere da soli per poi vedere di capirla insieme. Finito di leggere comincio a fare domande per verificare la comprensione quando mi arriva un rumore che a tutta prima non riesco a decifrare. Poi realizzo: è N. che sta russando di santa ragione, con la testa appoggiata sul banco. Fosse stato mentre facevo lezione mi sarei sentita offesa, sinceramente, ma visto che non è così, un po’ mi intenerisco e un po’ mi diverto. Il compagno di banco lo sveglia, e ci mette un bel po’, si guarda intorno frastornato, lo mando a darsi una rinfrescata alla faccia con l’acqua fresca, qualcuno ridacchia, io cerco di contenermi, poi finisce per uscirmi una incontenibile sghignazzata spernacchiante, e si ricomincia a ridere tutti. La lezione riparte, ma la concentrazione ormai è andata. Finisce la scuola, torno a casa, la rampa del garage è stata ripulita per bene, ma i due muri di neve ai lati della strada non mi lasciano abbastanza spazio per fare la manovra necessaria ad imboccarla. E la macchina deve restare fuori, nel piazzale del condominio vicino che quando se ne accorgeranno mi fanno un culo così. E fra un po’ la rampa ghiaccerà.

barbara


1 dicembre 2008

MUMBAI-ROMA. ORRORE E SCHIFO

No no no. Basta.
Cosa vogliono fare del mondo, cosa vogliono fare delle nostre vite.
Cosa vogliono quelli che finora li hanno sempre difesi, quelli che hanno riso dell'11 settembre, che hanno guardato indifferenti tutti gli 11 settembre vissuti da Israele e Madrid e Londra e le stragi di occidentali in Indonesia e adesso Mumbai e altro orrore, altro sangue, altri morti innocenti.
È il terrore che vogliono.Terrore e morte, è di questo che sono fatti.
È annientarci che vogliono, distruggerci, sentirci urlare di paura mentre ci ammazzano.
Purtroppo il genere umano è fatto di errori, di orrori e di schifezzine varie e oggi a Roma ne abbiamo avuto un triste esempio, delle schifezzine intendo.
Invece di manifestare contro il Terrore e gli ultimi 195 morti fatti dal fondamentalismo islamico, quattro scalmanati a Roma hanno deciso di andare in piazza per la Palestina nel giorno di solidarietà deciso dall'ONU per un paese che non c'è per la volontà palestinese di non permettere che esista finché non sarà distrutto Israele.
Per l'ONU, organizzazione serva dei paesi membri islamici, solo i palestinesi hanno diritto alla solidarietà, altri popoli che soffrono davvero e non per loro colpa, niente, zero, indifferenza, chi se ne frega, solo i palestinesi hanno diritti senza nessun dovere, i palestinesi che hanno comprato il mondo colla loro propaganda battente, coi soldi della Banca Mondiale e dei governi schiavi, colla paura che fanno a causa della loro ferocia e, dulcis in fundo, sono solo i palestinesi che hanno come nemici il nemico del mondo intero: gli ebrei, i maledetti ebrei, gli sporchi ebrei ormai diventati israeliani, sionisti, anzi, scusate, maledetti israeliani e sporchi sionisti!
Oggi è così che gli italiani e non solo loro manifestano l'odio antisemita.
Dimitri Buffa scrive che questi scalmanati devono ancora decidere se bruciare o meno le bandiere di Israele, lo devono decidere non perché pensano che sia schifoso bruciare i simboli di qualsiasi Nazione del mondo ma perché devono capire "cosa gli conviene", se bruciarle e passare per quello che sono, degli antisemiti a tuttotondo, o non bruciarle e rischiare di passare inosservati dopo la tragedia di Mumbai che in un certo senso gli ha rovinato la festa. Lo hanno addirittura scritto in un comunicato del Forum Palestina, scrive Buffa sull'Opinione, "bruciamo o non bruciamo?" dilemma amletico e uno pensa, uno si interroga, uno non capisce se sono inguaribilmente razzisti o semplicemente ridicoli.
Si sono riuniti sotto il Campidoglio urlando contro Israele i soliti slogan, domani sapremo di più e avremo un quadro più esatto dello schifo organizzato da questa gentucola.
Passiamo oltre, questi sono solo da disprezzare per l'anima nera che hanno e sono indegni dell'attenzione di chicchessia.

Gabriel e Rivka invece sì.

Gabriel e Rivka avevano 29 e 28 anni, lui rabbino e lei sua moglie e condirettrice del Centro Chabad di Mumbai, erano i genitori di Moshe, un bambino di due anni che è stato consegnato ai nonni arrivati da Israele.

Ho ancora davanti agli occhi l'immagine della mamma di Rivka alla notizia dell'attacco terrorista di Mumbai, ho davanti agli occhi le sue mani che accendono le candele per pregare per la figlia, il genero, il nipotino e per tutti gli ebrei in pericolo di vita perché gli ebrei sono sempre in pericolo di vita, i nazisti di tanti anni fa si sono trasformati nei fondamentalisti islamici, quelli che invece di Heil Hitler urlano Allahhu Akhbar e che hanno un unico sogno, ammazzare ebrei e eliminare Israele.
Le mani della mamma di Rivka tremano, la voce trema ma prega prega prega per un miracolo di cui lei stessa dubita e altre voci nella stanza rispondono Amen quasi gridando.
La scena successiva di questo film dell'orrore non ci mostra più, per rispetto, questa mamma ma il marito, il papà di Rivka, il nonno di Moshe che prende il bambino dalle braccia della nanny indiana che lo ha salvato e gli sorride tra la barba bianca.
Ha gli occhi sereni e innocenti di chi sa pregare e credere nell'impossibile.
Gli hanno massacrato la figlia e il genero ma lui sorride al nipotino frastornato che non sa di non avere più una mamma e un papà e che piange inconsolabile chiamando la sua ima, il suo aba.
Rav Gabriel e Rivka Holzberg, viene spontaneo chiamarli Gabi e Rivki per la loro giovane età, erano in India da 5 anni per dare aiuto a tutti, agli ebrei lontani da casa ma anche agli indiani poveri e bisognosi di una parola e di un po' di cibo.
I terroristi pakistani li hanno catturati, legati insieme ad altri sette ebrei e israeliani e alla fine li hanno uccisi.
Questi sono i nomi degli israeliani già riconosciuti :
Rivka Holtzberg
Gavriel Holtzberg
Leibish Teitlebaum
Bentzion Chroman
Yocheved Orpaz
Riposino in pace.
Un membro di Zaka, l'organizzazione che si è recata in India per il recupero e il riconoscimento delle salme, ha detto che i corpi erano avvolti negli scialli da preghiera e uno di essi, Bentzion, un giovane di Bat Yam era abbracciato alla Torà e riverso su di essa.
Il centro ebraico era uno degli obiettivi dei terroristi arrivati per fare strage di americani, inglesi e israeliani e l'unico superstite del gruppo islamico ha rivelato che il loro scopo era far saltare il Taj Mahal e il centro Chabad e fare almeno 5000 morti.
Si chiama Amir Kasab, ha 21 anni e ha dichiarato che l'attacco aveva come scopo principale l'uccisione di israeliani per punirli delle atrocità contro i palestinesi e già che c'erano hanno voluto includere nella punizione il Grande Satan, l'America, e i Crociati, l'Europa.
Una grande orgia per soddisfare la loro sete di sangue e la loro fame di morti.
Avevano armi sufficienti per superare orgogliosamente le vittime fatte dai loro fratelli assassini a New York, l'11 settembre.
5000 morti! Come può una mente che non sia satanica pensare di ammazzare tanti esseri umani per puro odio.
Sono riusciti ad ammazzarne solo 195, quasi tutti personale degli alberghi, quasi tutti indiani e, ciliegia sulla loro torta fatta di odio e di schifo, ben nove tra ebrei e israeliani.
Un successone.

Dopo l'11 settembre abbiamo visto le masse arabe far festa per le strade, tanti americani uccisi tutti in una volta, che bello, che goduria. I palestinesi dei territori avevano invaso le strade per distribuire caramelle e mangiare bakhalavà ridendo felici e ballando.
Questa volta non abbiamo ancora assistito a questi spettacoli disgustosi forse per il timore che il mondo, ormai esasperato, possa tagliare i cordoni della borsa.
Devono incominciare a stare attenti perché può accadere che anche le anime pie europee innamorate dei palestinesi vengano prese a calcioni dai vari governi stufi di finanziare nullafacenti palestinesi terroristi e nullafacenti palestinesi simpatizzanti dei terroristi.
Al posto loro hanno manifestato gli imbelli filopalestinesi italici arrivati a Roma da ogni parte d'Italia per non smentirsi mai, per liberare il loro odio, per sporcare il dolore per i morti di Mumbai, incuranti della figuraccia, senza pietà per l'orrore commesso da amici dei loro amici, cuore di pietra e cervello annebbiato dal loro stesso odio.
Brutta gente, brutta brutta gente.

Deborah Fait
www.informazionecorretta.com

Niente da aggiungere, se non: avanti il prossimo.



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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