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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 novembre 2008

EVVIVA LA PADANIA

(Chi mi conosce sa che cosa penso della programmatica e molto ben organizzata invasione musulmana. Questa roba qui, però …)

Da "LA Padania 8 Febbraio 2002

A Roma, nella città simbolo della cristianità, sarà costruita
la più grande moschea dell'Occidente: 3 chilometri quadrati
Chiesa in grave ritardo sull’invasione musulmana

di Valerio Pagani

Come cattolico sono particolarmente deluso dal comportamento, che ritengo incomprensibile ed irresponsabile, dei vertici della Chiesa neo-modernista che non hanno fatto proprio nulla per contrastare l’espansione del fenomeno islamico in Europa ed in Italia. In molte occasioni, addirittura, i sacerdoti, in maniera del tutto discrezionale, concedono pertinenze religiose ai mussulmani che ne fanno luoghi di culto. E non è tutto. A Roma, “Città Eterna”, capitale del mondo e punto di riferimento per tutti i cristiani, con una decisione discutibilissima e controversa, è stata autorizzata la costruzione della moschea più grande dell’occidente europeo, costata 80 miliardi, della dimensione di 3 Kmq e capace di ospitare ben duemila persone. Dopo un attento esame viene spontaneo mettere a confronto due epoche. Quella attuale e quella che ha preceduto della seconda guerra mondiale, durante la quale l’amor di Patria e l’attaccamento alla Fede erano molto avvertiti dagli italiani, molti dei quali, coerenti fino alle estreme conseguenze, giunsero a sacrificare alla Patria ed alla Chiesa le loro stesse esistenze. Le gerarchie ecclesiastiche, unite e ben salde, furono sicuramente anticomuniste, antimassoniche e anticapitaliste. Un grande frate francescano, “Padre Eusebio”, contemporaneo e conoscente di Padre Pio, a cui il destino aveva dato il dono della “lungimiranza”, era solito ricordare nelle sue prediche appassionate di pregare fermamente per la salvezza dell’Italia e della Chiesa che correvano grande pericolo con l’avanzare della guerra. Tutto quello che ha scritto o ha predetto durante i tragici giorni della seconda guerra mondiale sul presente ed il futuro, fino ai nostri giorni, della Chiesa, dell’Italia, dell’Europa e del mondo, si è puntualmente avverato con incredibile precisione. Posso affermarlo con certezza perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo, per ben due volte nel lontano 1944. Come è possibile constatare, forze occulte e minoranze riformiste della Chiesa, sempre più audaci e sfrontate, stanno arrecando danni incalcolabili alla Chiesa cattolica ed alle sue tradizioni millenarie. Quel progetto maligno nato in Russia nel 1917, insinuato dalle forze del male nella cattolicissima Spagna nel 1936, sparso a piene mani in Europa e nel mondo dall’anticristo nella seconda guerra mondiale, dal 26 luglio 1943, ha prodotto frutti abnormi in Italia e i danni che sta arrecando alla nostra società sono sotto gli occhi di tutti. Purtroppo la morte di Pio XII segna la fine della tradizione millenaria della Chiesa. I primi segni “rivoluzionari” in seno alla Chiesa si colgono con il pontificato di papa Giovanni XXIII. Papa Luciani sembra non condividesse il cambio di rotta, ma si è spento appena un mese dopo l’inizio del suo pontificato. Paolo VI ha dato un contributo non indifferente alla svolta, mentre Giovanni Paolo II, per dirla come Montanelli, sarà “catastrofico”. Questo mi induce a denunciare la situazione tristissima e penosa nella quale si trovano i cattolici rimasti fedeli alla dottrina tradizionale e secolare. Giovanni Paolo II da tempo preparava i cattolici all’“Anno Santo” e purtroppo i suoi propositi si stanno realizzando uno dopo l’altro. La Giornata del Perdono, celebrata nella Basilica di S. Pietro il 12 marzo 2000 in occasione della prima domenica di Quaresima, è stata definita dal Papa un evento di portata storica. Egli ha denunciato “errori, colpe e deviazioni del passato” che avrebbero visto protagonisti i “figli della Chiesa” e per i quali ha chiesto perdono. In realtà quelli che vengono definiti “errori” non sono stati commessi da fedeli anonimi ma dalla sua suprema gerarchia in nome della Chiesa e della sua dottrina. Quella di Giovanni Paolo II può considerarsi, quindi, una sconfessione solenne del comportamento della Chiesa Cattolica, dei suoi Santi, dei suoi pontefici, dei suoi dottori. Mai fino ad ora il Papa e quanti sono in comunione con lui avevano osato sottolineare così esplicitamente l’inconciliabilità tra le tesi sostenute nel Concilio Vaticano II e la dottrina tradizionale della Chiesa Cattolica, producendosi in un impressionante “auto-da-fé” al contrario. La Giornata del perdono avrebbe dovuto avvicinare alla Chiesa quanti le sono lontani, rimproverandole l’intolleranza del passato. Avrebbe dovuto avvicinare, per esempio, anche un uomo come Indro Montanelli, stimato dal Papa, che lo volle ricevere nel suo appartamento privato, trattenendosi con lui a pranzo. Sulle parole pronunciate dal Papa, questo insigne giornalista scriveva: “Hanno lasciato senza fiato anche un laico come me”. Per poi raccontare sulla prima pagina del Corriere della Sera del 9/3/00: “Capii o credetti di capire che quel Papa (...) avrebbe lasciato dietro di sé un cumulo di macerie: quelle della struttura autoritaria e piramidale della curia romana. Ora mi sembra di capire che quella intuizione vagamente catastrofica peccava, sì, ma per difetto: quelle che Papa Wojtyla si lascerà dietro non sono le macerie soltanto della curia, ma della Chiesa o almeno quella che da duemila anni siamo abituati a considerare tale e ci portiamo, anche noi laici, nel sangue. Nella sua lunga storia la denuncia degli errori commessi in suo nome non rappresenta una novità anche se l’uso che se ne è fatto in questi ultimi tempi e che sconfina nell’abuso ci ha lasciato alquanto interdetti. Ma rubricare fra i propri errori, anzi addirittura - se abbiamo ben capito - fra le proprie colpe anche gli scismi e le conseguenti scomuniche delle altre chiese cristiane, ortodosse e protestanti, suggerisce a noi laici la smarrita domanda: ma allora? È, ripeto, uno smarrimento. Ma più che legittimo mi sembra. Nefas est ab inimicis discere! e, purtroppo, ancora una volta, sono i nemici della Chiesa ad avvicinarsi di più alla verità”. “Il sospetto di Montanelli” è che Giovanni Paolo II per avvicinare i protestanti e gli ortodossi alla nuova evangelizzazione sia disposto anche al sacrificio del proprio primato. A chi si scandalizza per questa prospettiva, il cardinal Martini ricorda le parole del Papa: “Ut unum sint”. Ma la posta in gioco è grande. Se ai fratelli separati bisogna sacrificare il primato romano... ai “fratelli maggiori” di religione israelitica bisogna forse sacrificare la divinità di Cristo? Tutti i commentatori e soprattutto le autorità civili e religiose israeliane si sono accorti come la svolta del 12 marzo, pur così importante, sia stata propedeutica al viaggio, dal 20 al 26 marzo, di Giovanni Paolo II in Israele. Nel documento della Commissione Teologica Internazionale, “Memoria e riconciliazione”, riguardante le “colpe” del passato, l’unica confessione religiosa esplicitamente nominata e alla quale si chiede perdono è il giudaismo, ovvero l’erede spirituale del farisaismo. Il 26 marzo il Papa si è raccolto in preghiera davanti al muro del pianto e, secondo una consuetudine del popolo ebraico, ha introdotto in una sua fessura una richiesta di perdono per l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa nei confronti degli ebrei. Quel muro fu materialmente distrutto dai romani il 29 agosto del 70 d.C. ma per volontà di Dio che li volle punire per il deicidio (cf Matteo XIV, 38 pass.). Leggiamo sulla Contre-Rèforme Catholique che, dopo il 1967, lo spazio creato davanti al muro è diventato luogo di culto. Per il cardinale Lustiger il gesto compiuto dal Papa davanti al muro occidentale è un vero e proprio atto liturgico: ha pregato come un credente, consapevole che il muro di Erode sia quello del tempio ove risiede la gloria di Dio (...). Ha chiesto perdono a nome dei fedeli per i peccati commessi perché ritiene che il suo ruolo di Pontefice glielo impone. Sulla rivista “La Croix”, giovedì 6 aprile, leggiamo che Giovanni Paolo II ha agito nella veste di sommo sacerdote ebraico. Per noi cattolici la gloria di Dio risiede in tutti i tabernacoli della terra ed è imperdonabilmente oltraggiata, secondo le parole dell’angelo di Fatima, da quanti continuano a voltargli le spalle, dopo 2000 anni, per adorare delle pietre! “È un gesto inaudito!”, è il titolo di un articolo apparso su “La Croix” di lunedì 27 marzo. Per misurare la strada percorsa, basta mettere a confronto le poche frasi scritte sul foglio che il muro ha sottratto al vento, per esprimere il pentimento della Chiesa nei confronti del popolo ebraico, con le parole pronunciate da San Pietro, duemila anni fa, per esortarlo al pentimento. TESHUVA DI GIOVANNI PAOLO II Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza affinché il tuo nome sia conosciuto in mezzo alle nazioni: Noi siamo profondamente rattristati dal comportamento di coloro che, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, loro che sono i tuoi figli, e, domandandoti perdono, vogliamo impegnarci a vivere un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza. KERIGMA DI SAN PIETRO Uomini d’Israele pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi, infatti, è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro. (Atti 2, 38 - 40). È veramente paradossale che gli ebrei siano riusciti ad ottenere le scuse ufficiali della Chiesa conciliare nonostante i principali esponenti della loro religione non si siano mai pentiti di aver fatto crocifiggere Gesù, offendendo, nelle loro orazioni, il Suo nome e quello di sua madre. I compiti che l’Altissimo ha affidato alla Chiesa sono ben altri e tra questi c’è anche quello di operare con l’esempio e la preghiera per la conversione di quel popolo che deve molte delle sue sofferenze alle colpe dei padri. Soltanto allora esso avrà e darà pace.

Sempre la stessa storia: qualunque sia il tema dal quale si parte, il punto d’arrivo è sempre lo stesso!

barbara


29 novembre 2008

RACCONTO SENZA TITOLO

La data in cui l’ho scritto non la so, non l’ho segnata, ma penso che l’epoca si capisca chiaramente. E se non vi piace peggio per voi.

Ashinto rubaki marataki maranga maratanga shikato farakinta.

Lo giuro, non sono una maga, non ho mai letto libri di magia, non mi sono mai occupata di formule magiche. Non sapevo neanche che questa lo fosse. Era solo una serie di sillabe, che all'improvviso mi erano venute in mente, e le avevo pronunciate perché mi piaceva il loro suono. E non mi aspettavo certo che, dopo averle pronunciate, nel mio soggiorno si scatenasse una specie di terremoto. E invece si scatenò. E avvenne anche dell'altro. Avvenne che al centro del soggiorno si formò come un vortice, che prese rapidamente forma e divenne un'immensa, mostruosa figura, vagamente umana.
"Comanda, padrona".
Oddio, non ho bevuto, giuro che non ho bevuto neanche un goccio. Chi sei, che cosa sei, essere mostruoso?
"Sono il Genio della lampada. Comanda, padrona".
"Quale genio? Quale lampada?"
"La lampada di Aladino, padrona".
"Ma quella è una fiaba! E poi io non ho strofinato nessuna lampada".
"La lampada non esiste più, padrona. È stata rubata e poi distrutta tanto tempo fa. Adesso mi si evoca con una formula magica. Tu l'hai pronunciata, e ora sono il tuo schiavo. Comanda, e sarai esaudita".
O Gesù, ma tu guarda cosa mi doveva capitare, proprio a me che alla magia neanche ci credo. Eppure ... eppure, perché no? Che cosa mi costa provare, dopotutto?
"Ma tu puoi fare tutto?"
"Tutto".
"Proprio tutto?"
"Proprio tutto".
"Ebbene, voglio essere Gesù sulla croce".
"Sarà fatto, padrona".
Avvertii come un frullare nel cervello, come quando comincia ad agire un'anestesia generale, ed ecco ...

Che dolore! I polsi, i piedi, queste piaghe orrende, la carne martoriata dai chiodi. E quelli ridono, anche. E quegli altri che si spartiscono i miei vestiti e tirano a sorte la mia tunica. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tutti mi hanno abbandonato. Solo pochi giorni fa mi
portavano in trionfo, e adesso, guarda adesso che cosa mi fanno! Condannato a morte, come l'ultimo dei malfattori, sbeffeggiato, percosso, e ora l'ultima umiliazione, la croce! Sto morendo dissanguato, sto perdendo le forze, ma la morte non arriverà tanto presto, dovrò restare qui ancora a lungo, a soffrire, a lasciarmi deridere. Perché Padre, perché? Sì, lo so, era necessario, ma doveva proprio essere così? Dovevo sacrificare la mia vita, immolarmi, lo so, ma era proprio necessario che fosse tanto doloroso? E tanto umiliante? E proprio sulla croce, lo strumento di morte più infamante! Qui, da solo, su questo colle, abbandonato da tutti. E questa morte così lenta a venire.
Ma chi piange, laggiù? O mio Dio! Mamma! Mamma! Come posso dire che tutti mi hanno abbandonato? Come ho potuto pensare che mia madre mi avesse abbandonato! Mamma, dolce mamma, io sto morendo, ma tu sei qui, incontro i tuoi occhi ­ quanto amore nei tuoi occhi, mamma ­ e mi dai la forza, sì, come un giorno mi hai dato la vita, ora mi stai dando la forza di morire, di sopportare tutto questo fino alla fine.
E le donne, vedo anche loro, laggiù in fondo: Maria di Magdala, Maria di Cleopa. Mi hanno seguito fin dalla Galilea, e adesso sono qui, anche loro, a piangere sulla mia sofferenza, sulla mia morte.
E questo qui, che cosa sta dicendo?
"E piantala di sbeffeggiarlo, lascialo in pace! Noi abbiamo rubato, ma lui, che cosa ha fatto lui?"
Il ladrone! Neanche lui mi ha abbandonato! Lui, che non è mai stato dei miei, ora mi sta accanto, ha pietà di me, sta cercando di aiutarmi.
Non è vero, non è vero che tutti mi hanno abbandonato! C'è ancora qualcuno che crede in me. La mia vita, la mia morte, non sono dunque state invano. Oh, mio Dio, quale sollievo, quale conforto, in questa ora tremenda. Ora lo so, ora lo so con certezza: la mia morte non sarà
eterna. Io sconfiggerò la morte. Addio, mamma. Addio, donne. Addio, ladrone. Ora posso morire in pace, perché so che tornerò, e salverò l'umanità dalla morte e dalle tenebre del peccato.

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"Comanda, padrona".
"Posso esprimere un altro desiderio?"
"Puoi esprimere tutti i desideri che vuoi, padrona".
"Allora voglio essere un ebreo nella camera a gas".

Non ce la farò, non ce la farò a guarire, il tifo ormai mi ha preso. Finirò "là", come tutti gli altri. Ormai è finita. Ma guarda che cosa sono riusciti a farmi, come sono riusciti a ridurmi: al punto che mi sembra quasi normale, quasi ovvio, essere qui, e finire poi "là", se non guarirò dal tifo. Mi hanno strappato il mio lavoro, i miei soldi, la mia casa, mia moglie, i miei bambini. Mi hanno caricato su un carro bestiame, mi hanno portato qui, e qui mi hanno strappato il resto: la mia personalità, il mio aspetto, il mio nome. Mi hanno ridotto a un numero, poi a una bestia, con bisogni bestiali: mangiare, bere, defecare. Nient'altro. Lavorando fino allo sfinimento. E non ho mai protestato. Nessuno ha mai protestato. Come se fosse ovvio. Solo adesso, steso su questo pagliericcio putrido, riesco finalmente a pensare. Ancora per un po', prima di passare "là". E nessuno sembra più chiedersi il perché. Perché siamo qui. Perché essere ebrei significhi
automaticamente meritare la morte, perché il mondo intero stia a guardare in silenzio, permettendo tutto questo. Nessuno sa niente? Nessuno vede i treni passare? Nessuno vede milioni di persone scomparire per non ricomparire mai più? Nessuno sente la puzza orrenda che esce da quei camini, giorno e notte, senza smettere mai? Nessuno? Nessuno! Forse è vero, nessuno sa niente. E chi sa, fa parte del gioco, e non parlerà mai, nessuno saprà mai. Scomparirò, e non resterà traccia di me: non un corpo, non un nome, non un documento, niente, come se non fossi mai esistito. Vissuto invano e morto invano. O Dio onnipotente, tu che hai sommerso il mondo col diluvio, tu che hai distrutto Sodoma e Gomorra, come puoi permettere tutto questo? Dove sei? Che cosa fai?
Ecco, ci siamo. Ci portano a fare la doccia, hanno detto, ma ci stanno portando "là". Nessuno si ribella. Ci credono alla storia della doccia? Si sforzano di crederci? O sono semplicemente troppo esausti per ribellarsi, qualunque cosa accada? E del resto, mi sto forse ribellando, io? E a che cosa servirebbe, poi? Morirò, ecco tutto. L'ho sempre saputo, che non sarei uscito vivo da qui. Nessuno uscirà vivo da qui, e adesso è il mio turno. Adesso ci siamo. Le docce ci sono davvero, però. Ma non esce acqua. Tutti le guardano, aspettano che esca l'acqua, ma non esce. Oddio, che cosa sta succedendo? Non riesco a respirare, soffoco. Ecco, ecco cos'è. Ci stanno soffocando con qualcosa che esce dalle docce. Allora è finita, è finita davvero. Fra qualche attimo perderò i sensi, e poi morirò.
Eppure ... eppure no, io non posso ... non posso e non voglio credere che sia davvero tutto finito. Qualcuno riuscirà, prima o poi, a uscire vivo di qui. Qualcuno troverà il coraggio di parlare. Qualcuno troverà il coraggio, ancora più grande, di credere! Il mondo saprà! Tutti sapranno! Tutti! Ritroveranno il mio nome. Ritroveranno il nome di tutti noi. Reciteranno il kaddish per me, reciteranno il kaddish per tutti noi. Il mondo intero avrà orrore di ciò che è accaduto. Il mondo intero si muoverà per impedire che accada mai più ciò che sta accadendo ora, e noi non saremo morti invano, no: sarà la nostra morte, sarà proprio la nostra morte a far sì che non accada mai più.
Ecco ... ecco ... non respiro più ... addio vita. Addio Miriam. Addio Paolino. Addio Grazia. Ad

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"Comanda, padrona".
"Voglio essere un omosessuale ammalato di AIDS".

Capolinea. È ormai ora di scendere. È durata ben poco la mia corsa, trent'anni appena. I miei coetanei dicono "la settimana prossima", "il mese prossimo", "l'anno prossimo". Io non posso neanche più dire domani, perché so che oramai anche domani, per me, è troppo in là. Ma ormai non mi pesa più. All'inizio sì, tanto. Mi chiedevo anche chi potesse essere stato, all'inizio, ma adesso, che senso ha? E mi sconvolgeva non poter più dire "fra dieci anni", ma poi ho imparato. Neanche gli altri dovrebbero dirlo: porta male. Meglio programmare per domani, per dopodomani, e fermarsi lì. Ecco, così ho vissuto questi tre anni, e non sono poi stati così cattivi, nonostante il capolinea che si avvicinava. Però è stata una bella corsa, la mia. Prima, almeno. Dopo no, con lo strazio di questo corpo che non ubbidisce più, con i chili che se ne
sono andati a decine, l'umiliazione di aver bisogno di tutti, di essere pulito dagli altri, tutto. E il dolore atroce, mostruoso, questa sofferenza continua, e la pena di dovermene andare così presto, così presto. Se solo avessi potuto evitare di ammalarmi. Già, ma come evitarlo? Come sapere, prima, quale incontro mi avrebbe fatto ammalare? Rinunciare a una scopata, certo, chi non ne è capace? Ma per non ammalarmi, per essere sicuro di non ammalarmi, avrei dovuto rinunciare a tutti gli incontri, ad ogni attimo d'amore, di tenerezza, di abbandono, di passione, ad ogni brivido, ad ogni emozione. Avrei dovuto rinunciare alla vita! Dio mio, quale pazzia! Rinunciare alla vita per poter vivere, forse, un po’ più a lungo, e alla fine poi morire lo stesso, come una cosa grigia che ha vegetato per settant'anni, trascinando qua e là un corpo vuoto e spento. No! Meglio, mille volte meglio questa vita puttana, che mi ha tradito, alla fine, ma mi ha dato così tanto. L'ho toccata, l'ho presa, l'ho morsa, l'ho gustata, mi ha dato tutto. Poi mi ha avvelenato, pazienza, anche questo fa parte del gioco, e il gioco l'ho scelto io.
Fra poco comincerà il peggio: mi attaccheranno all'ossigeno, mi riempiranno di tubicini, perché questo mio povero corpo non potrà più fare niente da solo. Lui mi guarderà con pena. La mamma, la mia povera, dolce, coraggiosa mamma, mi guarderà straziata. E io non vedrò più né l'uno, né l'altra. Ma non rimpiango nulla. Muoio, sì, ma ho vissuto.

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"Comanda, padrona".
"Voglio essere un suicida".

Basta basta basta basta basta. Basta con questa nausea di vivere. Basta con questo schifo di vita senza senso. Basta con tutto. Basta. Quaranta pastiglie dovrebbero bastare: basteranno di sicuro. Solo un momento, e poi finalmente la pace, la pace per sempre. Chiuso. Chiuso con questa sporca vita. Chiuso con questo sporco mondo. Chiuso con tutto. Sono giovane, e a cosa mi serve? Sono anche bello, pare, e a cosa mi serve? A cambiare il mondo? Figurarsi, non sono neanche riuscito a cambiare l'abitudine di mio padre di massacrarmi di botte! E quella puttana ... beh, lasciamo perdere quella troia, inutile tornarci su. No, non è mica per lei che la faccio finita, figurarsi. È perché non ha senso. Non ha mai avuto senso. Vivere lavorare mangiare bere fumare parlare scopare trascinarsi di qua e di là per poi alla fine crepare. Sposarsi, mettere al mondo dei figli che poi alla fine creperanno anche loro. No, è troppo idiota. Star qui a vedermi crepare giorno dopo giorno senza poterci fare niente, no, scusate signori, ma io a questo gioco non ci sto. Le regole non le ho stabilite io, e quindi giocate da soli, se vi piace giocare. Io, per quanto mi riguarda, tolgo il disturbo, e buona notte al secchio. Quaranta pastiglie. Quaranta belle pastigliette, bianche, tonde, lisce, ammiccanti. Un sorso e giù. Un altro sorso e giù. Niente morti cruente, per l'amor di Dio, niente spettacoli. Un sorso e giù. Me ne andrò senza neanche accorgermene. Non se ne accorgeranno neanche gli altri, per un bel pezzo. Non si accorgevano di me quando ero vivo, figurarsi se si accorgeranno di me quando sarò morto. La mia vita non serve a niente. Non è mai servita a niente e a nessuno, chi diavolo me lo fa fare di stare qui a trascinarmela dietro? Me ne andrò, ecco tutto. E nessuno se
ne accorgerà, ecco tutto. E questo chi è? Perché mi tira i pantaloni? Che diavolo vuole da me?
"Signore, mi aiuti? Mi sono perso, non trovo più la mia mamma, mi aiuti? Ma perché piangi, signore? Vuoi che ti aiuti io? Sì, facciamo così, io ti aiuto, così tu non piangi più, e poi tu mi aiuti a trovare la mamma, vuoi?"
Per fortuna non ci abbiamo messo molto a ritrovarla. Che freddo cane, però. Entrerò in questo bar a bermi un buon caffè, così mi riscalderò un po’ lo stomaco. Ecco, così va meglio, molto meglio. E adesso a casa, a farla finita una volta per tutte. Un bel bicchiere d'acqua, un sorso e
... oddio, ho dimenticato al bar il pacchetto dei barbiturici! E adesso mi tocca tornare fuori ... Tornare fuori? Con questo freddo cane? Bah, ci andrò un'altra volta. Adesso mi accendo la stufa e mi metto in poltrona a finire quel libro sugli Inkas: è interessante, dopotutto.

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"Comanda, padrona".
"Voglio essere una donna bosniaca".

Dio mio, Dio mio aiutami. Aiutami a sopportare questa cosa orrenda. Se mi rifiuto mi uccideranno. Forse mi uccideranno lo stesso, l'hanno già fatto a tante, ma devo provarci, devo: cosa farebbe, senza di me, il mio piccolo Ismail? Ha solo due anni, povera creatura, non posso lasciarlo solo, devo resistere, devo devo devo. Devo pensare a qualcos'altro. La prima volta con Ibrahim. Come è stato bello! Con quanta dolcezza mi ha penetrata, per non farmi male! Ibrahim! E adesso sei là, da qualche parte a marcire, il corpo da una parte, la testa dall'altra. E questa cosa enorme, mostruosa, che scava il mio corpo senza pietà, lo squassa senza misericordia, avanti e indietro, avanti e indietro, finché non avrà finito. Dio mio, fa’ almeno che faccia presto. Lo riconosco, anche se ha la faccia bendata: è il mio vicino. Gli ho tenuto i bambini e gli ho fatto da mangiare, quando sua moglie era malata. Ibrahim lo ha aiutato a riparare il tetto, quando la pioggia lo ha fatto marcire. E adesso sta penetrando il mio corpo con quel suo orribile membro: non per amore, non per desiderio, non per divertimento, ma solo per umiliarmi. Dio mio, quanto durerà ancora? E adesso quest'altro. Conosco anche lui. L'ho curato all'ospedale, quando ancora c'era un ospedale, prima che lo bombardassero, e io ci lavoravo. Gli davo gli analgesici di nascosto dai dottori, oltre a quelli prescritti, per calmargli i dolori: giurava che mi sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Adesso mi sta stuprando
sotto gli occhi di mio figlio. ...
Devo essere svenuta. Grazie, mio Dio, di avermi concesso almeno questa grazia. Se ne sono andati, mi hanno risparmiato la vita. Non riesco a muovermi, mi sento il corpo come bastonato, ma devo alzarmi, Ismail è di là da solo, che piange. Devo andare da lui, devo farcela. Devo anche trovare un po’ d'acqua per lavarmi questo corpo insudiciato da quei luridi maiali. Che schifo toccarmi, toccare questa carne toccata da loro, imbrattata dalle loro schifose secrezioni. Morire. Chiudere gli occhi e non vedere più, non sentire più, non pensare più, non soffrire più, non esserci più, Dio, come sarebbe bello! Ismail sta ancora piangendo, devo andare da lui. Lo porterò via da qui, da questo posto di guerra, di violenza, di odio, di morte. Prenderò su le mie poche cose e ce ne andremo. Troverò un posto dove non ci sia tutto questo orrore, dove il mio corpo non sia uno strumento di odio. Devo portare via Ismail. Devo crescerlo. Devo fargli dimenticare tutto questo. Ne farò un uomo. Un uomo che amerà la pace e non la guerra. Che cercherà l'amore e non l'odio. Che entrerà nei corpi delle donne per portare gioia e non dolore. Devo farlo. Lo farò. Sarà dura, ma ce la farò.

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"Ti vedo stanca, padrona".
"Sono stanca, Genio".
"È stata dura?"
"Molto dura".
"Più di Gesù sulla croce?"
"Oh, sì, molto di più".
"Perché? Gesù è morto, la donna bosniaca è ancora viva".
"Ma tu lo sai che cosa significa essere stuprata?"
"La donna bosniaca è stata stuprata, padrona, non tu!"
"Oh no, tutte le donne, Genio, tutte le donne del mondo sono state stuprate insieme alle donne bosniache!"
"E adesso, che cosa comandi, padrona?"
"Voglio essere un feto bosniaco di padre serbo".
"Sei sicura?"
"Sì, Genio".
"Ma ce la farai?"
"Devo farcela, Genio. Io devo sapere".
"Come vuoi, padrona".

Non mi vuole. La mia mamma non mi vuole. Sono un mostro, ha detto, figlio di un mostro. Non vuole crescermi, non vuole allattarmi, non vuole tenermi fra le braccia, non vuole toccarmi, non vuole vedermi. Niente. Se mi guardasse, dice, vedrebbe nei miei occhi gli occhi di quel mostro, e mi odierebbe. Già mi odia anche così, senza vedermi, solo a sentire il mio corpo che si muove dentro il suo, solo a pensare che mi sta nutrendo col suo sangue, solo a sapere che esisto. Mi avrebbe abortito, se avesse potuto, ma l'hanno tenuta prigioniera fin quando non è stato troppo tardi per abortire. E adesso è costretta a tenermi dentro fino a quando nascerò. Odiandomi con tutta se stessa. E io la capisco, certo che la capisco, ma io, che colpa ne ho? Non ho chiesto io di esistere, ma adesso esisto. Ho un bel corpicino tondo e due manine paffute e due gambette che scalciano, a lei dà fastidio, lo so, ma io mi stufo a stare sempre fermo qui dentro. E poi ho due occhioni scuri, come la mia mamma e il nasino un po’ schiacciato e un bel pisellino, piccolo, sì, ma poi crescerà, garantito. E un cuoricino piccolo piccolo e uno stomachino e neuroni e sinapsi. E mi succhio il pollice e sogno e sento la sua voce che urla ti odio, maledetto bastardo. Sono carino, anche, un po’ grinzoso, questo sì, ma poi la pelle si distenderà e diventerò proprio carino. Ma lei non mi vuole. Non le interessa niente che io sia carino o no, per lei sono il mostro e basta. Eppure fra tre mesi nascerò, che le piaccia o no. Uscirò da questo nido caldo ed entrerò in quel mondo freddo, dove nessuno mi vuole. Eppure mi ci dovranno accogliere, in qualche modo. Forse troverò un'altra mamma che mi prenderà con sé, che mi vorrà bene. Peccato, io avrei preferito la mia, di mamma, ormai mi sono abituato alla sua voce, anche se mi dice solo cose cattive, ma pazienza, se non posso avere lei, mi accontenterò di un'altra mamma che mi voglia bene. Dovrà volermi bene per forza, quando vedrà quanto sono carino, e dolce, e tenero, quando la guarderò coi miei
occhioni scuri. Forse sarà una donna senza figli, e sarà contenta di avere trovato me. Forse piangerà, anche, quando per la prima volta dirò "mamma". E crescerò. Sì, cara mamma che non mi vuoi, caro padre che mi hai generato solo per odio e per vendetta, caro mondo che mi rifiuti, io crescerò. Certo, non sarà facile crescere in queste condizioni, ma ci riuscirò. Crescerò, e sarò un uomo forte e buono e insegnerò a questo mondo cattivo che nessun bambino nasce mostro. Sarà questo il mio compito nella vita. E ci riuscirò.

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"Comanda, padrona".
"No, Genio, adesso basta".
"Non hai altri ordini?"
"No, puoi andare".
"Ma io non posso andare!"
"Come non puoi andare?"
"Tu hai pronunciato la formula magica, padrona, e io sono ai tuoi ordini per sempre".
"Ma io non ho più bisogno di te. Ci sarà pure un modo per farti andare via!"
"Sì, padrona: devi pronunciare la formula al contrario. Ma ricordati: dopo non potrai mai più evocarmi, neanche pronunciando la formula magica".
"Va bene, Genio".
"Sei sicura, padrona?"
"Sì, Genio, adesso ne sono sicura: posso andare avanti anche da sola".
"Allora pronuncia la formula".
"Atnikaraf otakish agnataram agnaram ikataram ikabur otnisha".
"Addio, padrona".
"Addio, Genio, grazie".

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Il buio della sera stava invadendo il soggiorno, quando mi riscossi; uno spicchio di luna si stagliava nell'angolo della finestra. Ero seduta nella mia solita poltrona, stanca e un po’ stralunata. Allucinazione? Sogno? Magia vera? Chi lo sa! Di ciò che era accaduto, se era accaduto, non restava nella stanza alcuna traccia. E tuttavia adesso sapevo. Dopo essere stata Gesù Cristo, l'ebreo, l'omosessuale moribondo, il suicida, la donna bosniaca, il feto bastardo, adesso sapevo: bisogna andare avanti. Qualunque cosa accada. Perché qualunque cosa accada possiamo farcela. Sempre.

barbara


28 novembre 2008

NO, GRAZIE, VADO A PIEDI ...



barbara


27 novembre 2008

QUINTA ORA IN SECONDA B

Personaggi ed interpreti:

D, maschio, kosovaro, musulmano, ultraripetente, quindicenne, alto circa uno e settantacinque.
A, femmina, kosovara, musulmana.
Io, la prof.
La classe, nelle vesti del Coro.

D: Professoressa, professoressa, A non la smette di picchiarmi!
Io: E fa bene!
Il Coro: Sghignazza sgangheratamente.
A: Continua a menare diligentemente, senza lasciarsi distrarre.

(Ma sì, dai, che a volte, dopotutto, è anche un bel mestiere, il mio).

barbara


26 novembre 2008

NON ABBIAMO CAPITO

Non abbiamo capito la sofferenza dei poveri Rosa e Olindo. Non abbiamo capito la loro solitudine. Non abbiamo capito come abbia tragicamente cambiato la loro vita quell’essersi trovati da un giorno all’altro, senza una sola ragione al mondo, sbattuti in galera. Ammettiamolo: siamo ottusi. Siamo insensibili. Siamo proprio cattivi dentro (poi adesso comunque c’è anche un testimone. Dice che quella sera lì ha visto un extracomunitario che parlava al cellulare. Perché, diciamolo, se un extracomunitario parla al cellulare, non è forse questa la prova provata che si tratta di un efferato assassino? Come quello che, tra una bestemmia e l’altra, sghignazzava che bella scaldata gli abbiamo dato, avessi visto come bruciava! Come? Ah, quello non …? No vabbè che c’entra adesso, mica staremo a guardare il pelo nell’uovo, no?).

barbara


25 novembre 2008

COSÌ VAI VIA

non scherzare no
domani via
per favore no …

Doveva essersene innamorato, il mio vicino: continuava a metterla e rimetterla ancora e ancora e ancora …
Ma ero io che me ne andavo, e mi si strappavano le budella. E ancora mi si strappano.









barbara


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25 novembre 2008

L’ANGOLO DELLA PUBBLICITÀ

Vi annuncio che è nato momo vedim, il blog del mitico Livuso, campano di residenza, napoletano di nascita, ischitano di origine, casalingo di professione, liutaio per passione, attore musicista regista per hobby, poliglotta per genialità innata. Ne gioiranno gli amici di Israele, piangeranno gli amici di Berlusconi – che troppo spesso, ahimè, convivono nella stessa persona ma insomma ragazzi non si può mica avere tutto nella vita, e vi toccherà farvene una ragione – mentre io gioisco a 360° e mi pare giusto che una volta tanto tocchi anche a me di far festa. E dunque ecco, il blog è qui e quindi andate.


(non è recente, però è fighissima!)

barbara


24 novembre 2008

BRUTTA!

«Gesù santissimo, ma come ho fatto a partorirla?» esclamò mia madre. Guardò la foto e poi me. «Signore benedetto, come fa a essere così brutta? Brutta, brutta. Se non l’avessi fatta io giurerei che è una fregatura. Cristo santo, perché mi hai fatto nascere una scrofa? Guarda che naso, da dove l’ha preso? Non da me», dichiarò mia madre rispondendosi da sola. «Se avessi un naso del genere me ne taglierei metà.»

Una madre che odia la propria figlia e, perseguitandola col suo odio implacabile, ne trasforma la vita fin dalla più tenera infanzia in un incubo senza fine: umiliazioni senza fine; abusi senza fine; torture – fisiche e psicologiche – senza fine; sevizie, anche sessuali, senza fine. Le fa patire la fame, la deruba e naturalmente è cieca – ma sarà veramente solo cieca? – quando il suo uomo, o qualche altro uomo, infila le mani nelle mutande della bambina. Non è un romanzo dell’orrore bensì una storia vera, simile a molte – a troppe – altre storie vere (e ci si potrebbe chiedere per quale ragione una donna che, se pure dedica il proprio odio solo a Constance, non ama però neanche gli altri figli, scelga di metterne al mondo undici, ma questa è un’altra storia – o forse no).
Un avviso a chi si accinge a leggerlo: la lettura di questo libro è una raffica ininterrotta di calci allo stomaco. Di quelli – avete presente? – che tagliano il respiro e provocano il bisogno di vomitare. Però dovete leggerlo lo stesso: che si sappia, almeno, che cosa succede in giro per il mondo.

Constance Briscoe, Brutta!, Corbaccio



barbara


23 novembre 2008

VI PUÒ INTERESSARE?

Dato che a me questa proposta arrivatami per email non interessa, ma d’altra parte mi sembra un’occasione d’oro che sarebbe un vero peccato buttare via, la giro a voi, caso mai qualcuno fosse interessato.

Io spero di ricevere la Sua risposta! Se Lei equipaggia socievole e gentile! Nizza ed interessante! Chi desidera costituire conoscenza con ragazza il bel dialogo. E fra non molto, io entrero in Italia. Io voglio percorrere italy rotondo e studiare suo nella mia strada pubblica. Io posso venire a Lei su riunione familiare o vedere in un'altra citta. Io cavalchero a mio zio. Io aspetto di giro affascinante nel paese del mio sogno! Io voglio impararLa migliori e chiaramente vedere la Sua fotografia! Se Lei vuole, io posso spedirLa alcune le mie fotografie... Io vivo sull'Ucraina a Kiev urbano. Penso, Lei conosce questa citta?! Io non ho problemi finanziari, io non ho problemi con la vita mette a Kiev che e perche io ricevero il mio visto: -) io faccio attenzione a salute mia, e liberamente vado ad alcun paese! Io ho il buono sentire di Umorismo: -) Scriva esatto, dove Lei vive, io guardero su mappa: -)!!! Se Lei vuole conoscersi piu, chieda! Io andro in Italia attraverso molti giorni ed io desiderero trovare amici nel poco familiare paese per me! Io sono aperto per atteggiamenti piu dell'amicizia, ma io penso, essere amici nel primo luogo! Io spero che noi non avremo problemi con comunicazione e noi troveremo molti temi per dibattito: -) Lei puo realizzarmi come al mio e-mail: kisunja1981@gmail.com

No, non ringraziatemi, lo sapete che io sono buona d’animo, e lo faccio davvero volentieri.

barbara


23 novembre 2008

LA SCOMPARSA DI ISRAELE

Primo capitolo del libro di Alessandro Schwed

Caro babbo, come stai? È sera, siedo a un tavolino pieghevole, in una piccola tenda delle Nazioni Unite. Ti scrivo da Israele vuota. Non sono qui per i giornali, sai, ho smesso. Sono qui per conto mio. Mi hanno dato un passaggio gli amici della base Onu di Cipro. Sto dando un'ultima occhiata, ieri Gerusalemme, adesso Haifa. La realtà è un'incrostazione illeggibile. Trentasette anni dopo la Decisione, c'è più esistenza sotto una tenda provvisoria, e nella mia borsa appoggiata sulla branda, con scritto nome, cognome e via Giotto. Adesso mi trovo sotto al Carmelo, a trenta metri dal mare. La scorta ha deciso di attendarsi qui perché le spiagge sono gli unici posti indenni dal degrado che si avvia a diventare una mutazione. Lo so che non è possibile spedire questa lettera perché tu non ci sei più, ma che vuoi dire, anche Israele non c'è più, eppure sono in Israele. E così, ho pensato che se ti avessi mandato una lettera, ti sarebbe arrivata. Io ormai ho ottantasei anni, ed è l'ultima volta che vengo qui. Troppa avventura, e i ricordi mi stancano. E ne ho di ricordi. Sono un giornalista che ha passato quasi un terzo della vita a scrivere reportage da un mondo senza persone. Vedi, devi sapere che quando sei morto pensavo molto a questo fatto assurdo: che la natura ti avrebbe divorato. Ma non avrei mai pensato che la natura si sarebbe divorata Israele. Invece sta divorando tutto, a parte la sabbia che è già polverizzata.
Caro babbo, scusa se ti disturbo, sottraendoti alle correnti di antimateria dalle cui onde alzi una mano e poi l'altra, e stringi le braccia al petto cilestrino e fai segno di abbracciarmi, ma ho bisogno di una mano: ti scrivo dall'antimateria del mio sconforto. Quello che provo da due giorni a girare per le città vuote, l'ho provato durante tutti i miei reportage, ma allora ero giovane, e per quanto mi rendessi conto, non mi rendevo conto. E nessuno si rendeva conto. Ho passato la vita successiva a provare a capire perché questa gente se ne sia andata, e ancora non ci sono riuscito. Né mi riesce capire come mai la scomparsa d'Israele sia stata archiviata con la stessa facilità di un necrologio che informa del decesso di un altro sconosciuto. In seguito, man mano che passava il tempo, ho visto il male in modo distinto; ho individuato così bene il suo volto, che ho cominciato ad avere paura del prossimo. E da un certo numero d'anni capisco così bene che il male è in chiunque sia un altro, che ho timore anche di me, e sto in guardia. Io, non sono che uno degli altri. Ieri mattina, quando sono arrivato a Gerusalemme con l'elicottero, ho provato il solito sbalordimento. E oggi, mentre camminavo nella boscaglia di rovi di Haifa, spiato dalle orbite vuote delle finestre, non ero certo di essere vivo.
Ti scrivo, mentre precipito ancora una volta nelle tubazioni del cuore, dentro a una visione mistica alla rovescia che nega l'esistenza della speranza. Babbo, babbino, mi hai fatto nascere in un'epoca messianica al contrario. Sono in Israele vuota e vedo realizzata la fine eterna di un inizio luminoso. È andato tutto al contrario. E tutto quello che sognava la tua generazione dopo la guerra, anche le vostre meritate realizzazioni, le normali certezze, è stato tutto, scusami babbo, ridicolizzato. Non tanto, sai, le vostre idee, le aspirazioni, quanto la vostra ingenua pretesa che la fine del nazismo sarebbe stata la fine del male. C'erano tutti quei 'Mai più'. Che l'inferno non sarebbe mai più apparso, che mai più il mondo avrebbe governato con indifferenza. Le nazioni si sarebbero sedute a uno stesso tavolo e avrebbero parlato tutti i giorni. Adesso, mi mancano tutte le certezze e la mia voce mi annoia. All'improvviso, mi manchi tu e vorrei sentire la tua di voce. E questa è la mia vecchiaia. Volere il padre nell'età in cui sono nonno. Stasera l'elicottero delle Nazioni Unite mi porta a Tel Aviv, e sarà come stamattina a Haifa e ieri sera a Gerusalemme dove l'unica cosa che sta in piedi, è il Muro del Pianto. Regge come se niente fosse. Lo vedi e pensi che allora è in corso una questione tra Dio e il mondo. La vita è passata in un lampo e mi ritrovo in questa continua sensazione che il tempo non esiste, ma solo, solo, una corta fragilità. Qui all'ateneo di Haifa, l'edera mastica l'aula magna dopo averle dato un morso dal pavimento al soffitto; la gradinata, i banchi marciti, tutto è stato disarcionato e sollevato in modo perenne, e appare nella foggia di un'onda immane che non si decide a ricadere. La scritta sulla lunga lavagna sulla parete di fondo è ancora comprensibile. Si tratta della frase con cui inizia il De Bello Gallico, ma non è finita: "Gallia est omnis...". Manca il resto. È come se tutti fossero spariti all'improvviso. La scritta è coperta da una pioggia di piccolissimi escrementi bianchi. Una notte, i pipistrelli, che stanno a decine avvitati al soffitto, se ne andranno, e rimarrà il verde che copre l'ateneo come un cappotto malato. E poi ieri, a Gerusalemme. Nel pomeriggio ero al piccolo tempio ashkenazita tra la fine di King George st. e una via di cui non ricordo il nome. C'era la jungla. Ho fatto fermare la jeep e sono sceso a guardare. Nella parte posteriore del tempio, una piovra di innumerevoli arbusti ha sventrato il giardino. Ha divelto e rovesciato la vasca dei pesci, ha innalzato a quindici metri lo scivolo rosso dei bambini in Israele la plastica ha dimostrato di essere immortale ha infranto la finestra vicino alla porta del custode, ed è entrata in sinagoga. Quando sono passato dalla porta scardinata sul davanti, ho visto una potenza selvaggia e indifferente.
Gli arbusti avevano diviso in due parti astruse l'armadio vuoto dei Rotoli portati via nel giorno dell'addio ed erano saliti per le scale come se avessero proprio pensato di salire, ed erano penetrati fin su al matroneo come per la volontà oscena di violare ancora qualcosa. Ieri, la loro marcia si era fermata davanti alla grata attraverso cui le donne, non viste, guardavano dabbasso ma si capisce bene che adesso la marcia degli arbusti punti alla piccola cupola, tanto per stritolarla. Tra i posti delle donne, sopra un sedile, c'era un libro di preghiere aperto. Sulla seconda pagina c'era scritto a penna Ester Goldmayer. La carta delle pagine era così dura e affilata che mi sono tagliato. Il libro, l'ho lasciato lì. Qualcosa deve restare a stemperare la pazzia. Ti posso dire che da nessuna parte ho visto gli scarafaggi. Forse li mangiano i serpenti, che a mucchi attorcigliati fanno la tana dietro le porte a vetri delle cabine telefoniche, come in inverosimili rettilari verticali. Alla masticazione di Gerusalemme, concorrono i tarli. Il loro più cospicuo lavoro è il monumentale schianto del palco dell'Auditorium, dove Horowitz suonava le polacche e le polacche smisero di essere di Chopin. E c'è la polvere sempre in volo. Arriva dal deserto di Giuda. A proposito, ho fatto la strada che lasciava Gerusalemme. Ci sono degli spacchi, ma è rimasta uguale. Continua a lasciare Gerusalemme, a scendere nella depressione del mondo. Arriva tra i sassi e trova il Mar Morto. Massada è intatta. Alla base della rocca, le striature profonde degli accampamenti romani solcano per sempre la terra.
Dunque, stanotte eravamo a Gerusalemme. La scorta aveva tirato su la tenda nel giardino della palazzina dove abitavano i primi ministri. Non era possibile dormire. Un vento caldo e forte entrava nelle diecimila grondaie spaccate, e zufolava con diecimila bocche. Ho messo la testa fuori dalla tenda. C'era un quarto di luna e una stella vicina, come nelle illustrazioni, solo che era lì. Fuori dalla tenda c'era la sentinella, dato che girano lupi. Sui tetti divenuti aiuole, i fiori del deserto si mostravano con una dolcezza insensata. Gerusalemme sembrava quel videogioco dove mostri alti come palazzi si contendono la città e la spaccano. Ma il videogioco era rotto e l'immagine era ferma sulla devastazione. Gli alieni non c'erano. Nell'aria si è messa a girare una parete volante della solita polvere che gira in tutte le città di Israele, in arrivo da intonaci, solai, dalle stanze di decine e decine di migliaia di abitazioni, e non c'era altro dalla terra al cielo. Ho steso la mia mano, poi l'ho guardata, ed era coperta di polvere rossa. Mattoni sgretolati, e ogni particolare è come la scena di una profezia che nasce da un'altra profezia. E ogni supermercato, casa, residuo di orologiaio, di merceria, rovina di ospedale, di scuola, di cinema, si unisce alla stratosferica Pompei di una nazione. L'eruzione di un vulcano invisibile la cui lava raggiunge tutte le terre, e le svuota mentre non ce ne accorgiamo, e abitiamo in deserti mascherati da città, e non siamo popolazioni ma orde, e non riesco a trovare una cosa di cui rallegrarmi.
Non più di una settimana fa, ero su una spiaggia del litorale toscano. Una vicina di ombrellone, una donna anziana, si è allontanata per andare al bar a prendere un gelato. Giocavo a scacchi con sua nipote, una bambina di undici anni, si chiama Lucilla. Giocavamo su una di quelle piccole scacchiere adatte alla spiaggia perché i pezzi sono calamitati e non cadono nella sabbia. C'era anche un piccolo pubblico di tre amici di Lucilla. Due maschi di nove e undici anni, e una ragazza di sedici. Erano tutti molto coinvolti nella partita perché quest'estate gli ho insegnato a giocare, e stavamo facendo un torneo. Sono già in gamba. Ora vanno negli stabilimenti vicini, sfidano gli adulti e fanno tutti quei colpi da principiante che mi hai insegnato tu, tipo lo scacco del Saraceno e il Gambetto di Budapest. Insomma, eravamo sotto il mio ombrellone, e doveva muovere lei. Invece, smette di guardare la scacchiera, e mi fa: senti scusa, ti devo dire una cosa a nome mio e di tutti noi, vero ragazzi? Sì, rispondono loro. Ecco, mi dice Lucilla, sappiamo che tra qualche giorno te ne andrai, e ci dispiace molto per tanti motivi. Tanti, mi conferma Ezio, uno dei due maschietti, quello di nove anni. Intanto, prosegue Lucilla, sei l'unico adulto decente della spiaggia. Gli altri fanno segno di sì, che è proprio vero. Grazie. E poi ci stai insegnando a giocare a scacchi, e se parti non possiamo studiare l'uso dell'arrocco e gli attacchi con le sole pedine. Sì, e anche come si usano le torri, se uno perde la regina, conclude Ezio. Ho spiegato a tutti che non si dovevano preoccupare perché sarei tornato presto dal viaggio e sarei rimasto forse anche fino a settembre. Ah, fa Lucilla, proprio un viaggio. Vai lontano? Insomma, dico. Vado in Israele. E dove sarebbe questo posto? mi fa Lucilla. Israele? ho chiesto. Ho guardato lei, poi gli altri ragazzi. Niente, nessuna reazione. Come? faccio. Non sapete cos'è Israele? Tutti zitti. Ero convinto che mi stessero facendo uno scherzo. Ma era proprio vero. Non sapevano assolutamente che cosa fosse Israele. Sono bastati trentasette anni.

Perché il male trionfi, ha detto qualcuno, è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione. Oggi invece assistiamo addirittura all’incredibile spettacolo dei buoni impegnati anima e corpo a portare munizioni alle armi del male. E quindi non so se questo romanzo di fantasia sia davvero di fantasia e non piuttosto di analisi politica. Davvero non so.



barbara


21 novembre 2008

CANZONE PER SERGIO

Dedicata a tutti i Sergio della nostra vita. Ai ladri di cavalli che non erano loro ma sono finiti impiccati lo stesso. Agli uomini di profilo che non si bastano più. Ai capitani Achab, con la speranza che possano un giorno tornare, nonostante tutto. Agli occhi azzurri che riescono a trovare un momento uguale all’occhio blu. A chi cerca la risposta nel vento e non la trova ma continua ugualmente a cercarla senza arrendersi mai. A chi ha voglia, semplicemente, di ascoltare una bellissima canzone. A me. E a voi. Eccola.

barbara


20 novembre 2008

MADDAI, SI SCHERZAVA!

Non ci avrete mica creduto sul serio che avevo confessato di essere l’assassino? L’ho fatto solo per passatempo, che diamine! Uno avrà pure il diritto di divertirsi un po’ quando lo sbattono in galera, senza una sola ragione al mondo, e senza un piffero da fare dalla mattina alla sera, no?



barbara


20 novembre 2008

POSSO FARE UNA DOMANDA?

Quella volta che la signora Hillary Clinton nata Rodham, incidentalmente coinvolta – anche se solo sfiorata e poi subito ripulita grazie alla sua posizione – nello scandalo Whitewater e forse non del tutto estranea alla vicenda del suicidio di Vincent Foster, in quel momento in corsa per la candidatura contro Barack Obama, fu beccata a pubblicare una foto in cui Obama appariva più scuro di quanto sia nella realtà, voleva forse velatamente – oh, molto, moolto velatamente! – insinuare l’idea che essere negri è una schifezza? No perché la signora Rodham Clinton non fa mica parte di quella banda di fanatici estremisti guerrafondai che sono i repubblicani, ossia dei cattivi, nononò, lei fa parte della schiera dei moderati pacati pacifici democratici, ossia dei buoni … Naturalmente mi rendo benissimo conto che il mio è un sospetto di rara perfidia, ma essendo io notoriamente la perfidia personificata, sono certa che non rischierete di essere travolti dallo sconvolgimento nel leggere questo mio malignissimo post.
Saluti e baci e sogni d’oro a tutti.


(il bello di essere bianchi)

barbara


19 novembre 2008

FA’ IL TUO DOVERE!

Clicca qui, leggi, firma e poi diffondi. E che non ti venga in mente di fregartene. (Qui un video, da mostrare soprattutto a chi afferma che si è ammazzato perché era pazzo)



barbara


18 novembre 2008

SCIENZA ISLAMICA

Scienziato Islamico in TV: Maometto ha rivelato la cura per l'AIDS! - TUTTO VERO!!!!

"Se una mosca ti cade nel bicchiere, immergila nella tua bevanda!" Lo scienziato (?) Ahmad Al Muzain ha dichiarato alla TV di Hamas, Al Aqsa, il 19 Settembre scorso, che l'azienda farmaceutica tedesca Bayer ha prodotto il suo farmaco anti AIDS in base a un detto di Maometto, riguardante le ali delle mosche. Al Muzain, Palestinese esperto di Scienza Coranica ha spiegato che la Bayer ha solo confermato con i suoi esperimenti il detto di Maometto (riportato, secondo lo scienziato, nella collezione di ahadith di Al Bukhari, anche se non ne cita il numero): le mosche, si posano su ogni schifezza di cui si nutrono, per cui raccolgono gli agenti di ogni possibile malattia, ma l'impareggiabile disegno divino ha fatto in modo che tutte queste cose dannose si accumulino su una sola delle ali della mosca, mentre sull'altra ala si concentrano tutti i rimedi per queste terribili malattie, cosa che la Bayer ha dimostrato, tanto che si è fornita di impianti per l'allevamento delle mosche, da cui estrae i farmaci (usando l'ala giusta!). Cari Signori, non è una barzelletta inventata da un inguaribile Islamofobo! Per quanto pazzesco è successo veramente! Qui vi potete leggere (in Inglese) la notizia con tutti i dettagli.
E qui potete vedere la registrazione della dichiarazione televisiva, in Arabo, con sottotitoli in Inglese!!

Ecco, ora lo sapete: se vi beccate l’AIDS perché vi piace fare le porcherie, la cura c’è, e quindi regolatevi. Se preferite non curarvi e poi crepate affari vostri, ma non venite poi a lamentarvi e non dite che non ve l’avevo detto.

barbara


18 novembre 2008

HO PRESO IN GIRO IL SUO LAVORO

E partiamo dal fatto che quando sul display del cellulare che squilla vedo “numero privato” siamo già sulla brutta strada. Poi, certo, se quando rispondo mi arriva la voce del Grande Toni, il piacere di sentirlo supera indiscutibilmente il fastidio dato dal numero occultato, altrimenti no. Questa volta qui era una volta altrimenti, ossia una volta no. Mi dice che chiama per conto di nonmiricordopiùcosa per un sondaggio, e mi chiede se ho un minuto. “Se è proprio un minuto va bene”, dico, e si avverte tangibile, palpabile, il fastidio per questa mia disponibilità non illimitata. È a proposito dell’inquinamento, mi dice, e mi chiede se ho una lavatrice in casa. Sì, dico, ce l’ho. Mi verrebbe voglia di aggiungere che però non ce l’ho in casa bensì in mezzo al giardino, ma preferisco lasciar perdere. “Da quanti anni ce l’ha?” Chiede. Calcolo a voce alta “Dunque l’ho presa nel mill …” Mi interrompe: “No, non voglio sapere da che anno ce l’ha”. Mi rendo conto che il bimbo è proprio così tanto tordo come mi era sembrato fin dal primo momento, anzi forse anche di più, e che non è capace di calcolare, ma siccome sono di una bontà a dir poco sconfinata, lo servo di barba e capelli: “Ce l’ho dall’81, ossia da 27 anni”. Mi rendo subito conto che in realtà non gli interessa sapere neanche questo, perché passa immediatamente alla domanda successiva, che sarebbe stata quella in ogni caso: “Lei sa che la lavatrice inquina?” Sì, dico, lo so. E qui parte la pappardella imparata a memoria: che una lavatrice usata tutti i giorni consuma un sacco di energia e inquina tantissimo e che c’è un modo semplice e simpatico per risparmiare energia e diminuire l’inquinamento e tenersi in forma allo stesso tempo e se sono interessata a sostituire la mia lavatrice con una a pedali e … Lo interrompo:
“Guardi, io vivo sola e la lavatrice la uso in media una volta la settimana, quindi la cosa non mi …”
“Ma inquina lo stesso!”
“E poi non ho tempo”.
“Ma basta pedalare per cinque minuti”.
“E poi non ho soldi da cambiarla”.
“Ma facciamo dei prezzi competitivi a scopo promozionale”.
“Senta, se ancora non lo ha capito la risposta è no, non sono interessata”.
“Ma guardi che quasi tutti si sono dichiarati disponibili a cambiarla!”
“E cosa siete, il papa che dovete per forza convertire tutti?”
“Signora! Io sto facendo il mio lavoro! Lei sta offendendo il mio lavoro con queste battute del tutto fuori luogo! Lei sta prendendo in giro il mio lavoro! Si rende conto che sta prendendo in giro il mio lavoro? Ha capito che sta prendendo in giro il mio lavoro? Come si permette di prendere in giro il mio lavoro?”
Va aggiunto che già di mio, anche indipendentemente dai contenuti, detesto le vocette querule frignanti e miagolanti. In questo caso, poi, il contenuto era questo, e quindi ho posto termine alla conversazione. Non prima di avergli detto un paio di cosette – senza alcun termine scurrile, voglio precisare. E quando non uso termini scurrili sono molto ma molto ma molto ma molto peggio di quando li uso. (A proposito: ma il mio numero di cellulare come cazzo lo aveva avuto?)

barbara


17 novembre 2008

PANCHEN LAMA OSTAGGIO DI PECHINO

                                                             

L
a pubblicazione di quest'opera molto documentata viene op­portunamente a ricordare, a quanti l'avessero già dimenticata, la sorte iniqua toccata a un bambino di soli otto anni.
Infatti, al di là del suo interesse storico, questo libro, che nar­ra l'evoluzione dei due più importanti lignaggi di maestri spiri­tuali del Tibet, quello dei Dalai Lama e quello dei Panchen La­ma, vuole giustamente stigmatizzare l'intollerabile situazione in cui versa un fanciullo, attualmente tenuto prigioniero per moti­vi politici il cui fine è l'annientamento della civiltà e della cul­tura tibetane.
La vicenda di questo bambino rivela un gran numero di pa­radossi.
Innanzi tutto si scopre che uno Stato ateo, la Cina comuni­sta, si proclama unico competente nella scelta e nella nomina dei «Buddha viventi». Sia chiaro, non si tratta di una brusca con­versione dei signori di Pechino ai valori dello spirito. L'intento è al contrario quello di sradicare dal Tibet il buddhismo, consi­derato inscindibile dal «separatismo», o almeno di controllar­lo. Per questo motivo, Pechino, con una terminologia da Rivo­luzione Culturale, proclama di voler «schiacciare la testa del ser­pente», vale a dire quella del supremo capo spirituale e tempo­rale tibetano, il Dalai Lama.
Riassumiamo i fatti così come sono elencati in quest'opera, che punto per punto smentisce la versione cinese opponendovi la verità dei tibetani.
Nel 1989, il decimo Panchen Lama, seconda autorità del buddhismo tibetano, muore. Immediatamente inizia la ricerca del suo successore (il bambino in cui si sarebbe reincarnato secondo la credenza propria del buddhismo)... con la «benedizio­ne» di Pechino. La posta è alta: è in gioco l'avvenire stesso del Tibet, perché il Panchen Lama dovrà a sua volta designare e poi educare il successore dell'attuale Dalai Lama.
Il 14 maggio 1995, quest'ultimo, conformemente ai suoi do­veri e seguendo rituali plurisecolari, riconosce come undicesi­mo Panchen Lama un ragazzino di sei anni originario di una povera famiglia nomade, Gedhun Choekyi Nyima. La Cina, non potendo accettare l'intervento di una persona cui nega ormai ogni competenza spirituale, rapisce il bambino con i suoi famigliari e, dopo una finta estrazione a sorte in un'urna d'oro, insedia in sua vece un altro bambino della stessa età e dello stesso villag­gio. Da quel giorno nessuno ha più visto né sentito il piccolo Gedhun.
Parallelamente, una dura campagna di persecuzione religio­sa (ipocritamente chiamata «rieducazione») si abbatte ancora una volta sul Tibet e sui monasteri. Le foto del Dalai Lama vengo­no proibite, e i monaci sono obbligati ad accettare come Panchen Lama il bambino scelto da Pechino e a rinnegare definitivamente l'autorità spirituale del Dalai Lama. Arresti, chiusure di mona­steri, morti, fughe, esili... Le conseguenze, purtroppo, sono no­te. Sono le stesse da molto tempo.
Secondo paradosso, il silenzio dell'Occidente. Il paese più po­poloso della Terra, membro permanente del Consiglio di sicu­rezza delle Nazioni Unite, firmatario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione internaziona­le dei diritti del fanciullo, fa sparire sotto gli occhi del mondo un piccolo di sei anni senza che alcuna protesta ufficiale si levi. Ci rifiutiamo di credere che la paura della Cina o gli interessi commerciali si siano interamente sostituiti ai più elementari doveri umani, alle più semplici virtù e al rispetto che si deve al­la persona umana. Sarà allora che questa vicenda è troppo com­plessa, troppo estranea alla nostra sensibilità?
Se anche così fosse, oltre al fatto che ogni cultura e ogni au­tentica spiritualità sono degne di rispetto, oltre al fatto che me­ritano tanto più la nostra attenzione in quanto vittime di un ter­ribile genocidio, un aspetto fondamentale dovrebbe imporsi su tutti gli altri. Protagonista di questa storia è un bambino la cui sola colpa è essere nato; un bambino che ha già vissuto più di due anni della sua breve esistenza sequestrato dai cinesi; un bam­bino privato della sua infanzia che, a causa di una pretesa ra­gion di Stato, è diventato «il più giovane prigioniero politico del mondo». Questa sola definizione dovrebbe essere sufficien­te a suscitare l'indignazione generale.
Tanto più che questo bambino, il cui silenzio ci soffoca, ha qualcosa di importantissimo da dirci.
Ci dice che attraverso lui è possibile leggere la storia di tutti i bambini oppressi della Terra.
Come pretendere, infatti, di far rispettare il diritto interna­zionale, come sperare di far progredire i valori fondamentali del­la morale riguardo a questi milioni di bambini che, ovunque, so­no sfruttati, percossi, violentati, uccisi, se non si è capaci di occuparsi subito del più conosciuto tra loro, vittima di un evi­dente e grossolano terrorismo di Stato? Questo non è solo un dramma individuale, è un caso esemplare, una questione di cre­dibilità in cui viene sollecitata la nostra responsabilità di «te­stimoni». (dalla prefazione)

Undici anni sono passati da quando è stato scritto questo libro e tredici da quando il piccolo Panchen Lama è stato rapito; fra cinque mesi Gedhun compirà vent’anni, e nessuno ancora sa dove sia.
Assolutamente da leggere questa mirabile ricostruzione della storia del Tibet e della tragedia che lo attanaglia – anche perché almeno tre quarti delle informazioni che vi si trovano sono del tutto sconosciute anche ai più informati tra di noi.

Gilles van Gradsdorff – Edgar Tag, Panchen Lama ostaggio di Pechino, Sperling & Kupfer



barbara


16 novembre 2008

QUELLA NOTTE DI DELIRIO E DI ODIO: ANCORA UN TASSELLO

La notte dei cristalli

di Elena Lattes

Domenica scorsa [10 novembre] si è commemorato l'anniversario della Notte dei Cristalli, la famigerata Kristallnacht (che Angela Merkel vorrebbe rinominare più giustamente come la Notte dei pogrom). Se ne è parlato anche in Italia e molte sono le fotografie che ritraggono alcuni di quelle tragiche ore.
Ma non è comune trovare un articolo come quello comparso sempre domenica sul sito online del quotidiano israeliano Yediot Aharonot che raccoglie alcune testimonianze dirette e che evidenziano che oltre ad una massiccia partecipazione da parte della popolazione (che non fu quindi ignara spettatrice) questo fu uno degli anelli di quella catena che cominciò con la propaganda denigratoria e diffamatoria e finì nei campi di sterminio, nelle camere a gas e nei forni crematori.
Ecco cosa scrive Ynet.com. Il corrispondente da Berlino del London Daily Telegraph scrisse il 10 novembre: "La marmaglia ha regnato a Berlino durante tutto il pomeriggio e la sera orde di hooligans hanno indulgiato in un'orgia di distruzione. Ho visto molte esplosioni di antisemitismo in Germania durante gli ultimi cinque anni, ma mai niente di nauseante come questo. L'odio razziale e l'isteria sembra aver preso il totale controllo di persone che in altre circostanze si comportano normalmente. Ho visto donne vestite alla moda applaudire e gridare allegramente, mentre madri rispettabili della classe media prendevano in braccio i loro bimbi per vedere il "divertente" spettacolo.
Questo è soltanto uno dei tanti articoli comparsi sulla stampa internazionale dopo le aggressioni naziste del 9 e 10 novembre del 1938 in tutta l'Austria e Germania, durante quel che venne definito poi come la "Notte dei cristalli" Durante l'orgia devastatrice furono uccisi almeno 96 ebrei, 1300 sinagoghe e 7500 negozi distrutti, numerosissimi cimiteri e scuole vandalizzati. 30mila ebrei furono arrestati e deportati.
I tedeschi e gli austriaci ne furono testimoni e in molti casi parteciparono ai pogrom. Non potevano affermare, come hanno fatto dopo la guerra, di non essere a conoscenza delle persecuzioni.

Michael Bruce, un inglese non ebreo, fornì questa testimonianza diretta della Kristallnacht: "Scendemmo di corsa in strada. Era affollata di persone che correvano verso la sinagoga vicina, urlando e gesticolando con rabbia. Ci aggregammo. Quando arrivammo ci fermammo e dalla rabbia rimanemmo in silenzio, a fianco della massa, le fiamme cominciarono ad alzarsi da una delle estremità dell'edificio. Fu l'inizio di un giubilo selvaggio. La folla si avvicinò e mani avide strapparono sedie e manufatti in legno dalla costruzione per alimentare il fuoco".
Bruce poi vide un gruppo di persone andare verso un grande magazzino dove erano impilati cubi di granito per riparare le strade. "Giovani, uomini e donne, ululando in delirio, scagliarono i blocchi verso le finestre e le porte chiuse. In pochi minuti le porte cedettero e la folla urlando e sgomitando, si accalcò dentro per saccheggiare e depredare".
Una parte di essa successivamente si avviò verso la periferia. Bruce la seguì e vide ciò che descrisse come "una delle esibizioni di bestialità più folli a cui abbia mai assistito". Gli sciacalli entrarono in un ospedale per bambini ebrei. "In pochi minuti le finestre furono in frantumi e le porte forzate. Quando arrivammo i maiali stavano gettando dalle finestre i piccoli con i piedi nudi e in camicia da notte. Le infermiere, i dottori e gli assistenti furono presi a calci e picchiati dai capi della folla, molti dei quali erano donne".

Inge Berner come ogni giorno andò a Berlino a lavorare: "Di fronte c'era una pasticceria. Guardai fuori e vidi che la finestra del negozio era rotta, le persone stavano prendendo le cose mentre l'anziana coppia proprietaria tremante stava semplicemente seduta. Pensai: "Cosa sta succedendo"? Il bibliotecario venne e mi disse "Sarebbe meglio se andassi a casa. Stanno uccidendo gli ebrei in tutta la città".
Cosa successe alla civiltà tedesca? Nel villaggio di Kehl, che si trova subito dopo il ponte per Strasburgo, gli ebrei furono costretti a marciare lungo le strade mentre venivano percossi, insultati, ricevendo sputi dai concittadini. Lungo la corsa tra le due file di picchiatori, furono costretti a cantare "Noi abbiamo tradito la madrepatria tedesca. Siamo responsabili per l'assassinio di Parigi".

Norbert Wollheim sentì che le sinagoghe stavano bruciando in tutta la capitale. "Non potevo crederci. Andai alla sinagoga dove celebrai la mia maggiorità religiosa e dove sposai, e vidi le fiamme provenienti dal tetto, dalla cupola di quel bell'edificio. Le autopompe erano lì, ma i pompieri non facevano niente, proteggevano soltanto le costruzioni accanto. Ancora non posso crederci.
Pensai che potesse essere una sola, così andai alla sinagoga centrale a Berlino Ovest e anche quella stava bruciando e in parte era già un rudere. Pensai: 'Questa è la gente con cui sei cresciuto, questi sono i poeti e i pensatori'. Cosa era successo alla civile Germania? C'era anche un gruppetto che fece dei pessimi commenti. Era contento, diceva: "Gli ebrei se lo sono meritato" e così via. Questo fu il vero shock della mia vita. Lo vidi, ma non lo digerii, né intellettualmente, né emotivamente".

Hans Waizner aveva soltanto 9 anni ma ricorda di esser stato costretto a trasferirsi dalla sua casa a Vienna a quella di sua nonna. Lui e sua madre, si trovavano su un camioncino pieno dei loro averi e videro i negozi degli ebrei che erano stati vandalizzati. Quando raggiunsero la strada dove abitava la nonna videro una folla che gettava i libri da una scuola ebraica in strada e li stava bruciando: "La mia memoria più vivida della Kristallnacht riguarda il nostro carretto che correva tra i ciottoli lungo le colonne di fumo proveniente dai libri religiosi. Non lo dimenticherò mai".

Michael Lucas viveva a Hoengen dove una piccola comunità ebraica aveva costruito una sinagoga su un prato di sua proprietà che si trovava di fronte alla sua casa. Una folla si avvicinò urlando: "abbasso gli ebrei". Michael guardò con orrore, mentre la gente rompeva l'Arca santa e gettava i rotoli della Torah (Pentateuco), come se fossero delle palle prima di buttarli fuori dalla porta nella strada fangosa. I bambini pestavano le pergamene mentre altri le strappavano a pezzi e rubavano i fregi in argento che ricoprivano i rotoli. Secondo suo nipote, Lucas, tentò di correre fuori, ma sua moglie lo trattenne temendo che la marmaglia lo uccidesse. "Si appoggiò al muro, le lacrime gli scendevano sul viso come fosse un bambino".
Se tutti i dettagli non furono subito disponibili, le testimonianze del pogrom, come quella sul Telegraph, comparvero su molte testate internazionali. Circa mille editoriali, la maggior parte critici verso la Germania, furono scritti da giornalisti che non si erano fatti ingannare dalla propaganda nazista, secondo la quale le violenze erano scoppiate spontaneamente. Solo alcuni giornali, tuttavia, collegarono le violenze alle farneticazioni antisemite dei nazisti. (Agenzia Radicale, 12 novembre 2008)



Perché nessun albero può dare fiori, né frutti, né foglie da regalarci un po’ di ombra, se non ha radici salde e forti, ben piantate nella terra. E le nostre radici sono la memoria.

                      

barbara


16 novembre 2008

DONNA DELL’ANNO



A otto anni ha avuto l’inaudito coraggio di abbandonare la casa del marito quarantenne che la picchiava e la violentava; ha avuto l’incredibile forza di denunciarlo; ha avuto la straordinaria tenacia di tenere duro fino alla fine. Ora è una “donna” libera, grazie anche a un’altra donna coraggiosa che ha sostenuto la sua battaglia e l’ha difesa in tribunale (qui maggiori dettagli).



Impossibile non riscontrare analogie con la vicenda della nostra Franca Viola



che più di quarant’anni fa, più grande di Nujood ma pur sempre giovanissima, ha osato sfidare un intero mondo di maschilismo, di violenza, di soprusi, ha osato sfidare la “legge” siciliana che le imponeva di sposare l’uomo che, con la complicità di dodici amici, l’aveva rapita e violentata tenendola segregata per otto giorni. Ha rifiutato. Ha detto no, un grande, immenso, potentissimo, eroico no (altrettanto coraggioso, è giusto dirlo, il ragazzo che l’amava e che ha avuto il coraggio di restare al suo fianco e di sposarla nonostante fosse ormai “merce avariata”).
Una differenza però, e non da poco, fra le due vicende: in quella italiana lo stato si è schierato compatto dalla parte della vittima, in quella yemenita lo stato ha preferito abbandonare al proprio destino non solo lei, ma l’infinito numero di bambine vendute e violentate nella carne e nell’anima in nome della Suprema Legge del Profeta.


Ghulam, 11 anni, decima moglie


Roshan, 11 anni (non le è ancora stato spiegato che cosa è successo e che cosa sta per succedere)


Majabin, 12 anni, seconda moglie

barbara


15 novembre 2008

ATTENZIONE, MADONNE IN TRANSITO

Queste le condizioni che il povero ex marito di Madonna dovrà soddisfare se vorrà avere accesso ai propri figli.

1) Niente televisione, giornali, riviste e dvd.
2) I bambini devono mangiare vegetariano e macrobiotico, con soli alimenti biologici.
3) Possono bere solo l’acqua autorizzata dal culto della Kabbalah (proveniente da sorgenti di montagna, benedetta dai leader della setta di cui Madonna è seguace).
4) Possono indossare solo i vestiti di cui Madonna ha riempito le loro valigie.
5) I bambini devono lavarsi le mani col disinfettante ogni volta che rientrano a casa.
6) La madre deve poter chiamare al telefono i bambini almeno tre-quattro volte al giorno, nelle ore stabilite dalla cantante.
7) I ragazzi non devono conoscere i nuovi amici di Guy, e specialmente non devono passare del tempo con eventuali amiche conosciute dal padre dopo la separazione.
8) Non esagerare con la frequentazione dei nonni paterni.
9) Niente foto di Rocco e David con Guy (che deve farsi carico di un sistema di sicurezza che metta lui e i figli al riparo dall’invadenza dei paparazzi).
10) Prima di andare a dormire, Guy deve leggere a David delle fiabe tratte rigorosamente dal libro di Madonna “English Rose”.
11) Niente giocattoli eticamente discutibili.
12) Guy non deve parlare mai, in nessun caso, con i figli della separazione da Madonna.

Propongo di inviare una petizione al padreterno affinché conceda a questi poveri bambini la grazia di restare orfani al più presto possibile.
(che poi, diciamolo, ma sarà poco brutta?)





barbara


14 novembre 2008

ELUANA

Finalmente la grazia è arrivata. E poiché chi aveva qualcosa da dire l'ha già detto più che a sufficienza, ora chiuda il becco e taccia per sempre. E tu, ragazza mia, ora riposa finalmente in pace.



barbara


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13 novembre 2008

SONNO

Questo post potrebbe essere inserito nella sezione “pubblicità progresso”: è un servizio pubblico, infatti, e lo scrivo per il vostro bene, e dunque fate bene attenzione a ciò che vi state accingendo a leggere.
Io, chi mi conosce lo sa, soffro di insonnia da quando avevo nove anni. Per sedici anni, dai nove ai venticinque, ho dormito in media un’ora per notte. Poi, laureata e trovato lavoro, sono uscita di casa, e le cose sono leggermente migliorate, ma solo leggermente perché, come ben sa chi ci è passato, non basta uscire dall’inferno per fare uscire l’inferno da sé. E dunque a periodi relativamente buoni, con due tre ore di sonno per notte, se ne sono alternati altri in cui due tre ore sono state il totale che riuscivo a raccattare su in un’intera settimana; ho fatto notti intere, anche tre o quattro di fila, con zero ore e zero minuti di sonno, e molto spesso, quel poco sonno, devastato da incubi orribili.
Poi c’è stato l’incidente alle zampe e c’è stata, la scorsa estate, la risonanza che ha evidenziato un ristagno di liquido a una caviglia, e per farlo riassorbire mi è stato suggerito il linfodrenaggio. Così ho continuato ad andare dalla fisioterapista che da sei mesi si stava occupando della mia riabilitazione scoprendo, tra l’altro, che il linfodrenaggio fa parte delle sue specializzazioni specifiche. Il linfodrenaggio, per sua natura, non può essere praticato su una piccola area, e dunque mi doveva fare tutta la gamba e la coscia; poi, per non creare squilibri, una volta su quattro facevamo entrambe le gambe. Un po’ alla volta ho cominciato ad accorgermi che, oltre a migliorare la mobilità della zampa, percepivo anche una sensazione di maggiore benessere generale, e gliel’ho detto, e lei mi ha spiegato che il linfodrenaggio agisce anche sul sistema nervoso ed è tra l’altro indicato anche per i disturbi del sonno. Così adesso, conclusa l’emergenza zampe, ho cominciato a fare linfodrenaggio su tutto il corpo: ci vogliono tre ore, e dunque ci vado tre volte al mese, un’ora per volta, e la quarta settimana la saltiamo, per dare tempo al corpo di recepire per bene quanto ricevuto. È passato un po’ più di un mese da quando abbiamo cominciato, e da un mese non ho più avuto un solo incubo, dormo profondamente anche tre quattro ore di fila, e in certi momenti mi ritrovo addirittura a pensare che quasi quasi stare al mondo sia meglio che andarsene. Ecco, adesso lo sapete e quindi regolatevi: fa bene, è bello, è piacevole, non ha effetti collaterali e non costa un patrimonio. Provare per credere.



barbara


12 novembre 2008

NO, WE CAN’T

Stamattina in terza, mentre aspettavo che finissero di copiare delle cose che avevo scritto alla lavagna, mi sono fermata davanti a un cartellone che avevano fatto loro e appeso alla parete, con la foto di Obama con moglie e figlie e circondato dalle bandiere americane, e vicino alla foto il celebre “yes, we can”. Mi arriva la voce di P.: “Bello”. Mi giro e chiedo: “Che cosa? Il vostro cartellone, Obama, o il fatto che sia diventato presidente?” “Tutto” risponde. Si alza, senza neppure lasciarmi il tempo di replicare, la voce di G., capelli biondi, occhi azzurri, pelle color mozzarella: “Ma è negro!” Vabbè, noi, prima di wecannare, dovremo aspettare ancora un po’.

(E ricordiamo i nostri caduti)

barbara


11 novembre 2008

ADDIO GRANDE MIRIAM

caduta sul campo di battaglia combattendo, come sempre in tutta la sua vita, dalla parte giusta. Ricordiamola con riconoscenza.



barbara


10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara


9 novembre 2008

KRISTALLNACHT

Era un mattino freddo e nebbioso il 10 novembre 1938; il nostro maestro entrò di corsa in classe, senza fiato, lui, che era sempre calmo e tanto gentile, aveva il viso tutto rosso per l'agitazione e con le mani tremanti fece segno verso la porta gridando: «Bambini, per l’amor del cielo, presto, correte a casa vostra!». Non ricordo come uscii dalla scuola; tutti spingevano e tiravano affollandosi sul portone d'uscita, poi via di corsa. Rimasi ferma lì, in mezzo alla strada, ipnotizzata da quello che vidi: ragazzi della Hitlerjugend nelle loro divise assalivano con bastoni e sassi la nostra scuola, prima rompevano i vetri delle finestre e poi tutto quello che c'era da rompere nelle aule e negli uffici.
Piangevo per il terrore: la mia casa era lontana, non ero mai andata a casa da sola, non sapevo nemmeno come tornare. Poi, non riuscivo a capire cosa volessero quei ragazzi da noi e dalla nostra scuola. Anche loro non erano altro che ragazzi … sì, più grandi di me, ma ragazzi come ero io: che cosa gli avevamo fatto?
Improvvisamente mi sentii afferrare per la mano. A passi veloci, a me sembrava di correre, entrammo in un negozio. Non conoscevo l'uomo che mi aveva trascinata con sé, ma il mio istinto mi disse che voleva aiutarmi, allontanandomi da quei ragazzi impazziti e dalla folla di curiosi. Il negozio era una calzoleria e lo sconosciuto che mi aveva portato lì, un calzolaio tedesco; con l'aiuto della moglie cercò di tranquillizzarmi, ma io, scossa dal gran piangere, non riuscii a tirar fuori una sola parola. Fra i miei quaderni trovarono il mio indirizzo e dopo un'infinità di tempo l'uomo tornò insieme a mio padre: mi calmai solamente fra le sue braccia. Ringraziando quelle brave persone, papà mi prese per mano e mi disse con voce solenne: «Ricordati bene di questo giorno, bambina mia: sembra incredibile fino a che punto un popolo civile come quello tedesco sia potuto arrivare! La mia gioventù l'ho passata a Lipsia; nella guerra mondiale 1914-1918 ho combattuto in prima linea per l'Austria e la Germania sul fronte italiano, sono stato ferito e ho quattro medaglie e adesso, dopo ventisette anni di vita qui a Lipsia, devo vedere questo spettacolo crudele... Dov'è la giustizia?».
Mio padre chiuse la mia manina fredda nella sua grande mano calda e rassicurante e così camminammo per lungo tempo per strade che sembravano bruciare per le fiamme che uscivano da case, negozi e grandi magazzini ebrei, mentre i pompieri cercavano di salvare con le loro pompe d'acqua le case e i negozi non ebrei!
Vandalismo dappertutto: spaccavano con i sassi le vetrine dei negozi; vidi perfino che dalle finestre o dalle vetrine buttavano di tutto, mobili, quadri e altro. Distruzione, furti e disperazione; donne e bambini piangenti... perfino tanti uomini avevano lacrime d'umiliazione negli occhi, non capivano il perché.
Passammo sopra un ponte e vedemmo che sulle due sponde del canale alcune SS costringevano degli ebrei anziani con lunghe barbe a saltare da una riva all'altra. Il canale non era molto largo, ma per gli anziani era uno sforzo eccessivo: tanti cadevano nell'acqua gelata, svenivano; allora venivano rianimati dalle SS e costretti a continuare, ancora e ancora...
Passammo vicino alla grande sinagoga, dove mio padre aveva l'abitudine di andare a pregare, ma che terribile spettacolo ci aspettava lì! Dalla sinagoga uscivano fumo e fiamme; uomini con i vestiti stracciati o bruciati e il volto nero per il fumo uscivano di corsa da quell'inferno, stringendo tra le braccia i libri della Torà: cercavano di salvare quello che avevano di più caro e di più santo, i rotoli scritti a mano, detti libri del Pentateuco. Vedemmo che anche il nostro rabbino correva fra le fiamme. Sembrava che le SS si divertissero, ridevano rumorosamente.
Non riuscivo a capire come degli esseri umani potessero trasformarsi in belve feroci. Era proprio vero quello che era scritto nelle fiabe: c'erano una volta maghi e streghe cattive che trasformavano le persone a loro volontà. Ma dov'erano le buone fate, che venivano a salvare i poveri innocenti? (Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti, pp. 35-37)

La notte dei cristalli non è più tornata, ma le sinagoghe incendiate sì, i cimiteri ebraici profanati e devastati sì, gli ebrei aggrediti, picchiati, assassinati per strada, o rapiti e torturati a morte, sì. È accaduto, dunque può accadere, ha detto qualcuno, e infatti continua ad accadere. Cerchiamo almeno di non raccontare a noi stessi che si tratta di storie vecchie. E cerchiamo di non inventarci “buoni motivi” per giustificare gli aggressori: nel 1938 non c’era Israele, e non c’era una causa palestinese, e ciononostante è accaduto.







  
(guardate se non sembrano quelle di Gaza ...)





barbara


8 novembre 2008

L'IMPORTANTE È ESSERE CHIARI

E farsi capire bene.



barbara


7 novembre 2008

QUELLI CHE LA BANDIERA USA LA BRUCIAVANO NEI CORTEI

di Mario Giordano

C’era una volta l’Amerika. Adesso c’è l’Eden. Miracolo di una notte di mezzo autunno: avete presente il Paese brutto sporco e cattivo, quello che bombardava i bambini e rubava nelle banche, quello con gli stivaloni da cowboy e fior di intelligenza bovara, quello un po’ devoto e perciò retrivo, di più: praticamente troglodita, con la pistola facile e l’aborto difficile, quel Paese lì insomma, di guerrafondai beghini, torturatori e ultimamente anche un po’ bancarottieri? Ebbene: ha fatto puff. Non c’è più, è svanito, si è dissolto fra gli urletti di giubilo e i festeggiamenti della notte nera. Ha vinto Obama: l’impero del male è già diventato l’impero del miele.
Non sentite questo vago sapore dolciastro? Sfogliate i giornali, accendete la Tv, aprite i siti Internet. Vi verrà addosso un’ondata di melassa stelle e strisce, una cascata di nutella&hot dog, un concitismo degregorio radical yankee con una tale quantità di zuccheri che, se soffrite di diabete, conviene che vi chiudiate in isolamento per qualche giorno. Con i tappi nelle orecchie. Dov’è finito quel Paese di malandrini e truffatori, bombardieri e massacratori? Dov’è finita la centrale mondiale del capitalismo malato, la levatrice degli hedge fund, la diabolica fucina di disuguaglianze sociali? Tutto seppellito sotto il nuovo regno del sogno, il ritrovato santuario della democrazia, il vicino west dove ogni desiderio si può realizzare. Sono bastate poche ore: fino a ieri sera vedevano solo l’orrore, ora vedono solo la speranza. Che cosa ci volete fare? Cristoforo Colombo sarebbe fiero di loro: hanno scoperto l’America. E senza nemmeno bisogno della Nina e della Santa Maria. Al massimo, della Pinta.
«L’America cambia pelle», titola il sito internet di Repubblica, con un gioco di parole che al tutt’al più potrebbe funzionare per Michael Jackson. L’Unità si commuove con una copertina strappalacrime: nelle prime pagine viene usata la parola «sogno» più che su un lettino di Freud. Che è successo? «L’America estingue il suo peccato originale», ci spiega Liberazione. Ecco, dev’essere questo: il passaggio nel lavacro obamiano ha effetti miracolistici: Wall Street, dimenticati gli squali, diventa nelle pagine di Repubblica, luogo di purezza angelica, ad Atlanta si concentrano i buoni sentimenti, per non dire di Chicago dove persino l’inverno «non si presenta» (nonostante fossero pronte ampie dosi di cioccolata calda), perché si sa, con Barack, anche il freddo è un po’ meno freddo. I mutui subprime? Dimenticati. Le ingiustizie? Pure. La violenza? Sparita. E dappertutto, da Harlem al Texas, «le violenze razziali contano sempre meno». A questo punto ci resta solo un dubbio: quando si accorgeranno che i grattacieli di Manhattan sono di marzapane e nel Mississippi scorre latte e miele?

Nelle ultime ore abbiamo visto di tutto. Veltroni che esulta per la vittoria di Obama come se fosse sua, D’Alema che individua nel risultato americano la crisi di Berlusconi e schiere di democratici che non riuscendo a prendere voti in Italia si consolano con quelli dell’Ohio e della Pennsylvania. L’importante è accontentarsi. Ieri sera grande festa democratica: a Washington? No, a Roma. Evviva. Saltimbocca alla Biden, cacio, pepe e Indiana, Wisconsin all’amatriciana. Scene di ordinario provincialismo. Niente di cui preoccuparsi. Finché non vedremo una delegazione del Pd salire sul Colle a chiedere elezioni anticipate in Italia causa vittoria di Obama in America, stiamo tranquilli. Anzi, c’è da essere felici che finalmente la sinistra, dopo tante sofferenze, trovi qualcosa per cui rallegrarsi.
Quello che è inaccettabile, però, è che ora si trasformino in paladini degli Stati Uniti i medesimi che fino a ieri gli Stati Uniti li prendevano nella migliore delle ipotesi a pesci in faccia. Gli Stati Uniti sono sempre gli stessi. Non cambiano in una notte. Hanno mille problemi, mille difetti, mille storture e ingiustizie: ma sono la garanzia delle libertà e della democrazia nel mondo, sono quelli che ci hanno liberato dalle dittature e ci hanno assicurato felicità e Harley Davidson, Coca Cola e telefilm, prosperità e Beverly Hills. Si possono e si devono criticare, naturalmente. Ma non si possono trasformare in una notte da impero del male a paese del sogno. Ed è insopportabile che nelle ultime ore tutti quelli che per anni hanno demonizzato l’America addirittura salgano sul pulpito e vengano a darci lezione di americanismo. Persino Franco Giordano di Rifondazione Comunista dice che si è emozionato per l’elezione di quello che considera «il suo presidente». Ne siamo felici. Ma chissà se gli hanno detto che il «suo presidente» giurerà su una bandiera stelle e strisce. E chissà se ricorderà i cortei in cui quella bandiera veniva bruciata. (qui)

Dedicato a tutti quelli – e ne ho visti tantissimi in giro per i blog - che hanno dichiarato: “Mi sono riconciliato/a con l’America”. Ossia dedicato a tutti quelli che fanno finta di sapere di che cosa parlano e invece non ne hanno la minima idea. Non perché ci si illuda che la luce li raggiunga, ma semplicemente per poter dire, con la coscienza tranquilla, come
Randle Patrick McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo: io però ci ho provato.

barbara


6 novembre 2008

PENSIERINO DELLA SERA

Piccola premessa: non ho fatto il tifo per lui. Neanche per il suo avversario, se è per quello: semplicemente, non sono riuscita ad appassionarmene. Detto questo, il pensierino della sera è che un notevole vantaggio dei credenti rispetto ad agnostici, atei, o anche semplici dubbiosi, o credenti in maniera non del tutto ortodossa, è che quelli possono pensare che lei, e lei, e lui ci sono ancora, da qualche parte, e stanno vedendo quello che succede, e stanno brindando e ballando di gioia. E una cosa, comunque, mi sento di poter dire: si preferisca la politica dei democratici o dei repubblicani, si sia fatto il tifo per lui o contro di lui, si sia combattuto per diffondere o per smentire le voci sul suo essere musulmano, sui suoi legami con terroristi islamici o con fondamentalisti cristiani, insomma, comunque la si pensi e da qualunque parte si stia, oggi è un grande giorno, non per l’America, ma per il mondo intero.



barbara


5 novembre 2008

E MAI UN MOMENTO DI PACE

Poco più di un anno e mezzo fa vi avevo raccontato dei mio cuginetto, per la seconda volta a combattere tra la vita e la morte, e alla fine tornato alla vita. Adesso mia cugina mi scrive che «siamo andati a Pavia, dove c'è il centro che ci segue per la nostra malattia, sono bravissimi e molto competenti, assistenza 24 su 24 per ogni tipo di necessità, a febbraio scorso siamo andati a fare degli esami approfonditi e hanno fatto una total body a Daniele con non so che metodo ma insomma ci è voluta una vita per fargliela però è molto utile perché vedono tutte le vene e le arterie, insomma la settimana scorsa ci chiamano e ci chiedono di andare li, eravamo andati al convegno la settimana prima, ci siamo preoccupati ma poi abbiamo pensato che fosse per la nuova terapia che stanno mettendo in atto, per farla breve quando sono entrata a farmi l'elettrocardio mi hanno detto che non eravamo lì per me ma per Daniele che la tac ha evidenziato un cedimento di un pezzettino di aorta (gliela hanno ricostruita tutta a parte questi 4 cm sulla polmonare che non ci sono arrivati) e praticamente lo devono rioperare, non è una cosa da poco è una rogna perché devono scollare le aderenze dei precedenti interventi ed è il pezzo che va al cervello. Gliel'ho dovuto anticipare io povera stella ma lui è il mio eroe e dopo che gli ho detto gli ho chiesto come la stava prendendo come stava e lui mi ha risposto: non ho abbastanza informazioni perciò mi mangio un panino.»
E in una mail successiva: «lui è un eroe, l'ha presa bene, penso che abbia deciso di non pensarci fino a che non gli tocca che è la tecnica migliore per viverci, io le tengo d'occhio sia mai che mi vada in depressione o che, è bravissimo e questo lo sapevo ma mi dimostra ogni volta una forza di volontà e uno spirito mai visto in altre persone, lavora senza aver chiesto l'invalidità civile che gli garantirebbe dei diritti, ha delle cicatrici terribili ma questa estate è venuto al mare con i miei amici e se ne è fregato alla grande insomma è un guerriero».
Ecco. I parenti ancora non lo sanno, lo sappiamo solo io e voi. E adesso regaliamogli un pensiero, che ne ha davvero bisogno.

Questi sono loro due da bambini


Questo è lui oggi, vittima rassegnata dei trattamenti sorelleschi sotto l'occhio vigile della mamma


E questa è la cuginetta, in tutti i suoi centonovantaquattro centimetri di estensione verticale


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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