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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 ottobre 2008

DUE BEGLI ARTICOLI

che mi sono stati mandati, perché non leggo il Foglio. Ma siccome appartengono alla categoria “condivido anche le virgole”, adesso ve li beccate anche voi.

Tutto il potere al nulla

Per Tiliacos non è il Sessantotto, allora non si occupava col tutor

di Nicoletta Tiliacos (il Foglio 28 ott 2008)

E' vero, non è il Sessantotto.
Il Sessantotto era il tempo in cui si occupavano le scuole senza mamma e papà che portavano i panini e pretendevano di vegliare con te. Mamma e papà, nel Sessantotto, i ragazzi li aspettavano a casa, pronti alle mazzate (nel caso non fossero bastati i celerini). No, non è il Sessantotto. Il Sessantotto era un tempo in cui al professore ancora non si dava del tu. Malpagato pure allora, meritava comunque che ti alzassi quando entrava in aula (ho letto da qualche parte: "Non è che magari qualcuno, dopo aver ripristinato il voto di condotta, pensa che ci si debba di nuovo alzare in piedi quando entrano in classe maestri e professori?". Perché, non si fa più?).
No, non è il Sessantotto.
Il Sessantotto era il tempo in cui capitava che una ragazza in pantaloni rischiasse la sospensione, ma se li metteva lo stesso. E tutti insieme, ragazzi e ragazze, rischiavano il sette-in-condotta-e-tutte-le-materie-a-settembre, se tiravano troppo la corda, e la tiravano. No, non è il Sessantotto. Il Sessantotto era Trasgredire l'Ordine Costituito ma sapere la lezione meglio di chiunque altro. Era Stefano espulso da tutte le scuole d'Italia perché aveva restituito un ceffone al preside e perché in un tema (ineccepibile dal punto di vista ortografico) aveva parlato di divorzio. Nel Sessantotto, infatti, andare fuori tema era il succo di tutto e passare il compito era obbligatorio, ma se ti beccavano e arrivava il due non correvi dai genitori a piagnucolare, e i genitori non correvano al Tar. Mentre ora tutti in coro – studenti, genitori e professori – sembra si siano dati da svolgere lo stesso tema: "Tutto il potere al nulla".
Non mi ispirano questi ragazzini normalmente casinisti
(le occupazioni sono come la varicella, vanno fatte perché ci si immunizza, a parte Bernocchi). Non mi ispirano perché – da sessantottina ammuffita – diffido della mobilitazione autorizzata dai genitori solidali e dal prof. che porta gli striscioni. C'è un trucco, da qualche parte, un vecchio imbroglio. Vecchio come l'Unità che usa un vecchissimo (in senso pubblicitario) sedere per accreditarsi come nuova. Nuova? Toscani quel sedere prova a piazzarlo almeno da una trentina d'anni, ovvero da quando gli riuscì il colpaccio dei Jesus. Ma, nonostante allora il sospetto di blasfemia fosse ben provocato, quelli erano comunque jeans, e il sedere (letteralmente) c'entrava. Quella della nuova Unità non è una ragazza in minigonna: è un sedere in minigonna (la parte per il tutto: dove sei, Lidia Ravera?). Continuo a pensare che un giornale d'informazione non dovrebbe farsi pubblicità con un sedere. Veterofemminismo? Forse, e pure tanta noia. Come quella provocata dagli occupanti con il tutor. (nella foto, qualche decina di manifestanti a un'assemblea nella facoltà occupata di Scienze politiche all'Università Statale di Milano, ieri)
…………………….

Cari fuoricorso, andate in miniera

Per Annalena un occupatore di Università non può essere stempiato

Il più giovane leader dei contestatori universitari
ha ventisette anni ed è quindi al terzo fuoricorso (a Lettere alla Sapienza). Gli altri hanno circa trent'anni e manifestano "contro i tagli finanziari previsti da un governo che vuole colpire la libera università, la scuola pubblica e la ricerca" (Francesco Raparelli, portavoce di "Rete per l'autoinformazione", iscritto alla libera facoltà di Filosofia, 30 anni, da un'intervista alla Stampa). Ma anche Francesco Pasquali, capo del movimento nazionale dei giovani di Forza Italia, non scherza: ha trent'anni ed è ultrafuoricorso in un'università privata. Quelli che manifestano, sfilano, occupano, protestano, bloccano, hanno un nobile scopo: non farsi rubare il futuro da una riforma scellerata, e gli slogan infatti sono pieni di "futuro".
Però, signori
(ché a trent'anni non si è più ragazzi, e infatti noi femmine cominciamo a calarci gli anni intorno ai ventotto), quale futuro? Quello che avete dietro le spalle, quello di una laurea presa da vecchi? A trent'anni non si può stare ancora all'università (e per giunta occupare, come se ci fosse ancora un sacco di tempo per dare gli esami, come se non costasse niente stare lì a bersi una birra e a discutere della mediocrità degli altri). A trent'anni si è più che grandi, e lo studente arrabbiato plurifuoricorso è ridicolo, tristissimo, non ci può essere alcuna energia in quello che dice, fa persino rabbia. "Ma io faccio il pony express per mantenermi" è una scusa penosa: tutti abbiamo fatto le cameriere, le hostess alle fiere, i baristi, i cazzeggiatori euforici, poi prima di un esame clausura totale e via, un voto in più sul libretto, un passo verso la libertà, e parecchio altro spazio per il cazzeggio o l'impegno civile. Trent'anni sono troppi (e anche ventisette).
Datevi una mossa, per pietà.
Un occupatore di università non può essere stempiato, con la pancia, non può stare lì da dieci anni a lamentarsi, rimandare l'appello alla prossima volta perché non ha avuto tempo e il professore ce l'ha con lui perché è uno scomodo leader. Un occupatore di università deve avere vent'anni e i capelli al vento (meglio se si mantiene senza lagne e senza i pianti dei genitori che temono prenda freddo: non serve l'appartamento in centro, basta una stanzetta da dividere ed è anche molto divertente). Il trentenne ancora all'università, con un minimo di senso estetico e di orgoglio, eviterà di occupare e di lamentarsi, soprattutto non si definirà mai più studente (né tantomeno laureando che non ci crede nessuno) ma, almeno, minatore.

di Annalena Benini Il Foglio

Ecco. E adesso che li avete letti, meditateci su.

barbara


31 ottobre 2008

SETTIMO NON RUBARE

(così resto anche un po' in tema col post precedente)



barbara


30 ottobre 2008

AVVISO A TUTTE LE TESTE DI CAZZO

che si trovassero a passare di qua. In un commento a un post precedente è stato segnalato questo video, in cui è possibile ammirare lo spettacolo di un fascista di merda che si comporta da fascista di merda. Immediatamente dopo, qualcuno ha ritenuto utile lasciare il seguente commento:

Grazie per il link, Sagredo!
Fa sempre piacere osservare come pian pianino le troie che la davano sulla Cristoforo Colombo facciano carriera in Italia!!!
Pero' a qualcuna si vede che manca ancora "qualcosa"!!!
Insoddisfatte!


Bene. Chiunque ritenga di poter condividere il comportamento del fascista di merda o il conseguente commento di merda, è caldamente invitato a venirmi a trovare e garantisco che provvederò istantaneamente a spappolargli a suon di calci quel vermiciattolo schifoso che gli penzola tra le gambe. NON metaforicamente: intendo proprio letteralmente e materialmente ridurglielo in poltiglia, che almeno, se troie dobbiamo essere, abbiano la consolante certezza che mai ciò avverrà col loro contributo e che, se mai dovesse accadere che a causa della disperata e disperante mancanza dei loro preziosissimi cazzi avessimo a comportarci in maniera non conforme a quella che i nostri signori e padroni ritengono adeguata al nostro infimo ruolo, non abbiano a cedere alla tentazione di accontentarci.
E nessuno si illuda che questo sia uno sfogo a caldo e che una volta sbollita la rabbia poi mi passi: questo post è stato pensato e meditato e pesato e calibrato e smussato e lasciato decantare e poi ancora rimeditato per essere infine servito nella sua forma definitiva ed eterna. Nel frattempo ho provveduto all’acquisto degli scarponi con le punte di ferro.
Saluti e baci a tutti.

barbara


29 ottobre 2008

NON SCHIFIZZIAMO LA RIVOLTA

Protagonista di questa storia è quella che, fino al giorno in cui mi sono decisa a sbatterla fuori da casa mia, ho chiamato la mia amica comunista. Non per il fatto in sé di essere comunista – lo ero anch’io quando ci siamo conosciute – ma perché appartiene a quella categoria di individui che si sono tranquillamente digeriti le purghe staliniane, i manicomi di Breznev, i massacri di Budapest, i carri armati a Praga, l’invasione e la distruzione dell’Afghanistan, le repressioni con annesso massacro di Lettonia, Estonia, Lituania, Uzbekistan, Tagikistan, Azerbaigian, Georgia … Poi un bel giorno il signor Gorbaciov ha proclamato urbi et orbi che il comunismo è una brutta cosa e quel giorno lei ha scoperto che il comunismo è una brutta cosa. Continuando comunque a leggere l’Unità per sapere che cosa doveva pensare di questo e di quello, e così quando Occhetto è andato in America e l’Unità ha ammorbidito i toni del suo antiamericanismo, anche lei è diventata un po’ meno antiamericana, salvo ridiventarlo poi a tutto tondo quando, all’inizio della guerra per liberare il Kuwait, l’Unità ha dato il contro-contrordine compagni. Va da sé che per una personaggia di tal sorta i giovani hanno sempre ragione e i vecchi hanno sempre torto, a prescindere, e gli studenti hanno sempre ragione e i professori sempre torto, gli operai hanno sempre ragione e i padroni sempre torto, gli inquilini hanno sempre ragione e i padroni di casa sempre torto. Anche gli ebrei hanno sempre ragione. Ed è così accaduto una volta che mi sono sentita dare della razzista antisemita perché parlando di un certo tale avevo detto che era un emerito coglione. Si dava il caso che il coglione in questione fosse ebreo, e questo mi toglieva automaticamente il diritto di chiamarlo coglione, perché se uno oltre ad essere coglione si trova casualmente ad essere anche ebreo, non si può più dire che è coglione, o yes.
L’episodio di cui vado a narrare si riferisce a una delle tante mobilitazioni studentesche autunnali. Perché in autunno ci si mobilita, è così che funziona: con o senza riforme, con o senza decreti, con o senza nuovi ministri, con o senza tagli, con o senza proposte di cambiamenti, quando arriva l’autunno ci si mobilita, si sciopera e si okkupa. Insieme alla caduta delle foglie e alle passerelle con la presentazione della moda primavera-estate. Da tempo immemorabile. Mi ricordo un anno che di pretesti per una mobilitazione proprio non se ne riuscivano a trovare neanche col lanternino; però in compenso c’erano delle mobilitazioni in Francia, e allora si sono mobilitati inalberando cartelli e striscioni che proclamavano: “Parigi chiama, Roma risponde”. Poi quando arrivano le vacanze di Natale Gesù Bambino fa il miracolo di rimettere tutto a posto e le mobilitazioni rientrano. Chissà come mai proprio in quel periodo lì. Vabbè. Era dunque in corso questa mobilitazione, forse la Pantera, forse chissà, col solito armamentario di scioperi e occupazioni e autogestioni e studenti in piazza e cortei eccetera eccetera. Sento alla radio gli aggiornamenti sulle manifestazioni e viene intervistata una studentessa.
D. Voi perché protestate?
R. Epperché sce stanno i programmi che nun vanno bbèèène.
D. Cioè?
R. Eccioè sce stanno i programmi che nun vanno bbèèène.
D. Per esempio?
R. Epperesèèèmpio ciabbiamo i labbboratori che nun ce stanno i microscopi, cose così …
L’ho raccontato alla mia amica comunista, e lei mi ha risposto: “Ben ben ben, dai, non sta’ far la qualunquista come al tuo solito”. C’era stato un tempo in cui quando non si era d’accordo con l’interlocutore, immediatamente si veniva bollati come fascisti, qualunque fosse il motivo del disaccordo. Poi è venuto di moda qualunquista, e quello era appunto il tempo del qualunquista. E per dimostrarmi che facevo malissimo a non credere alla serietà e consapevolezza degli studenti, mi ha detto con orgoglio: “Da noi in facoltà per esempio hanno messo un bellissimo cartello con su scritto «Non schifizziamo la rivolta»! Le ho chiesto: e tu quando l’hai visto non hai vomitato? Non ha capito di che cosa stessi parlando.
Attualmente è impegnata a tempo pieno – ancora più pieno da quando è andata in pensione - a compiangere quei poveri kamikaze palestinesi talmente ridotti alla disperazione dai nazisti con la stella di David da non avere più altro desiderio che di morire – e badate bene che non sto interpretando le sue esternazioni: la sto citando alla lettera.

barbara


28 ottobre 2008

TIMORATO DI DIO

Questa storia mi è stata raccontata alcuni anni fa dall’amico A. L’ho ripescata e ve la propongo, così come mi è stata donata.

Kuala Lumpur
I miei figli andavano alla scuola internazionale assieme a ragazzi di varie etnie. Come sai la gente odia le etnie della porta accanto. Così come i pisani odiano i livornesi e non i trevigiani, i malay odiano i cinesi e disprezzano gli indiani (esempio di felice convivenza multireligiosa-multirazziale) e lottano per le tribù dell'amazzonia. Un mattino due bambini indiani dell'età di C. e M., 7 e 9 anni, e nella stessa squadra di calcio, non c'erano nel pulmino e nemmeno a scuola. Il giorno dopo tutti a scuola erano disperati. Erano stati trovati dalla loro mamma uccisi assieme alla donna di servizio (filippina) in una cisterna della casa. Titoloni e foto nei giornali. Ad ucciderli era stato il guardiano della villa, un buon Malay mussulmano timorato di dio, che aveva cercato di importunare la serva e di fronte al rifiuto di lei si era fatto scappare la mano e poi aveva dovuto uccidere anche i due piccoli testimoni. Commento della Rohayah (la segretaria malay, musulmana, di A., ndb): "Se il Malay ha fatto così è perché la famiglia indiana lo trattava male perché le famiglie indiane ricche trattano sempre male i loro collaboratori". Ti giuro che ancora adesso mi viene da piangere quando penso a quello che ha detto. E anche quando ripenso a loro e alla loro mamma quando assieme guardavamo le partite di calcio.

E dunque, se vi ammazzano due figli bambini, prima di puntare l’indice fatevi un esame di coscienza: sicuramente in qualche occasione avete trattato male il povero assassino, che è pertanto legittimato a tentare di trombarsi la vostra donna di servizio e far fuori i vostri bambini (e d’altra parte lo sappiamo da sempre, no? che torto e ragione non stanno mica da una parte sola).

barbara


27 ottobre 2008

IL SERPENTE ARCOBALENO

Se sei una persona che segue la moda, se ti lasci scappare una stagione sei rovinato: o ci rinunci per sempre, con danni materiali e morali inenarrabili, o la recuperi in ritardo facendoti dire dietro guarda guarda quello con la moda dell’anno scorso, come quella signora che essendosi persa la meravigliosa combinazione cromatica dell’anno prima e non volendo rinunciare a tale meraviglia, circolava per la spiaggia in bikini verde bottiglia e pareo viola quaresima attirandosi da ogni parte sguardi di pesante disapprovazione. Se invece sei una persona che ama leggere, ti va decisamente meglio: un libro che vale, anche se, tra incombenze dimenticanze traslochi e altro ha finito per smarrirsi per un paio di lustri tra le decine di metri di scaffali delle librerie di casa, rimane sempre un libro che vale, fresco come un uovo di giornata, come un panino appena sfornato ancora caldo e croccante, come bucato asciugato al sole in un giorno di primavera sopra un prato fiorito. È il caso di questa stupenda raccolta di ricordi di viaggio, scritti con notevole senso dell’umorismo (“Sorge una bella luna e gli unici rumori sono le grida degli hyrax. Gli hyrax sono una specie di marmotte, abbastanza cordiali che emettono però di notte urla agghiaccianti che stanno tra quelle di un cane sulla cui coda sta passando il cingolo di un carro armato e quelle di un bambino di cinque anni a cui stanno strappando con lentezza le unghie dei piedi”) e una robusta dose di autoironia (“Tornando a Namutomi nel tramonto, rossi di polvere come se ci avessero rotolato in un campo da tennis, non posso fare a meno di provare l’inebriante sensazione di averla scampata bella. Forse non è vero, ma è magnifico lo stesso”). Viaggi in contrade lontanissime dalle rotte del turismo convenzionale, intrapresi con un po’ di coraggio, parecchia incoscienza e non poca fortuna, condotti con occhio acuto e mente aperta, raccontati con mano leggera. Da leggere, perché anche noi, ogni tanto, meritiamo di trattarci bene.

Giovanni Verusio, Il Serpente Arcobaleno, Ponte alle Grazie



barbara


26 ottobre 2008

LEGGERE ATTENTAMENTE LE ISTRUZIONI PRIMA DELL'USO



barbara


25 ottobre 2008

E QUESTA È UN’ALTRA COSA CHE NON CAPISCO

Occupare scuole e università è interruzione di pubblico servizio sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
L’interruzione di pubblico servizio è reato sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
L’impedimento a svolgere le lezioni nelle scuole e nelle università, oltre che interruzione di pubblico servizio e, conseguentemente, reato, è anche una violazione del diritto allo studio – costituzionalmente garantito – di chi vorrebbe studiare sì o no? (Naturalmente sappiamo tutti perfettamente che la risposta è sì).
Ora, le cose che non capisco sono due, e precisamente:
a) perché diavolo quando viene commesso un reato e violato un diritto non si dovrebbe fare intervenire la polizia per ripristinare la legalità e garantire i diritti violati?
b) perché diavolo dobbiamo essere governati da un coglione che prima promette di ripristinare la legalità e poi invece si caga sotto e si precipita a fare marcia indietro?

Non ci si stupisca, poi, se la gente diventa sempre più forcaiola quando i più elementari diritti vengono impunemente violati, quando si vive in uno stato in cui la certezza della pena è stata sostituita dalla certezza dell’impunità, in cui può tranquillamente accadere che i “dimostranti” vandalizzino le scuole in cui si è scelto di lavorare, che presidi e rettori calino le braghe di fronte a delinquenti e prevaricatori “per non avere guai”, in cui è possibile che dei “tifosi” assaltino un treno e scaraventino giù i viaggiatori che avevano pagato il biglietto e non succede niente, in cui come nella giungla, vige la legge del più forte, ossia del più delinquente.

barbara


24 ottobre 2008

ULTIMA, E POI CHIUDO IL DISCORSO

Se si parla di estetica, mi permetto di dire che Mara Carfagna è una gnocca e Livia Turco un cesso – e non vedo perché non dovrei.

                              

Se si parla di stato di conservazione dico che Rula Jebreal è fresca e Lilli Gruber è bolsa.

                                    

Se si parla di statura dico che Piero Fassino è uno stangone e Renato Brunetta un nanerottolo – o yes.

                    

Se parliamo di colori dico che John McCain è bianco e Barack Obama nero. O negro, se si preferisce: per me non è un problema.

                                  

Se parliamo di professionalità, di serietà, di competenza, di efficacia, di efficienza, di onestà, di coerenza, di affidabilità; o se parliamo di politica o di giornalismo, ebbene, allora nessuna delle valutazioni esposte sopra può essere usata, e chi lo fa merita di essere definito un cialtrone. Dixi.
NOTA AGGIUNTIVA PER BIMBI UN PO’ TARDI. Il botulino e il silicone non sono difetti o comunque caratteristiche naturali che uno si ritrova alla nascita, come possono esserlo la statura, o il colore, o i lineamenti, o l’inevitabile invecchiamento che il passare del tempo porta con sé, di cui il soggetto portatore non è responsabile. Le due suddette sostanze sono corpi estranei che qualcuno SCEGLIE di inserire nel proprio corpo nel tentativo di mascherare gli effetti del passare del tempo. Quindi se dopo avere DIMOSTRATO che una sedicente giornalista è incapace, incompetente, arrogante, cafona, ignorante come una capra, si nota che IN PIÙ sceglie di imbolsirsi con botulino e silicone in un malriuscito tentativo di apparire più figa quando si esibisce nella veste di giornalista, l’osservazione è perfettamente pertinente, e in nessun caso può essere paragonata al criticare le scelte politiche di un ministro sbertucciandone la statura. Redixi.

barbara


24 ottobre 2008

OCCHIO CHE ARRIVO, EH!



barbara


23 ottobre 2008

GIORNALISMO CHE PASSIONE

Vorreste fare i giornalisti ma non sapete come si fa? Siete sicuri di avere il talento ma vi manca l’esperienza? Possedete l’arte ma non la tecnica? Niente paura, sono qua io, che nella mia sconfinata bontà vi offro completamente aggratis una magistrale lezione (rubata a lui) impartita nientepopodimenoché dalla SIGNORA del giornalismo italiano. Buona visione! (Avvertenza: astenersi allergici botulino e silicone)

barbara

AGGIORNAMENTO: credo possa essere utile e interessante, per chi ha sentito la vox populi ma non conosce l'originale, andare a leggere questo.


23 ottobre 2008

TEMA: L'AUTUNNO NELLA MIA REGIONE (QUARTA PARTE)

Svolgimento:

Nelle vicinanze di casa mia (2)




























(fine)

barbara


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22 ottobre 2008

POLITICA CHE PASSIONE

Il ministro Brunetta fa delle cose che al signor D’Alema non piacciono. E come reagisce il signor D’Alema, quello che è equivicino tra i terroristi di hamas e quelli di hezbollah, e molto molto distante invece da chi dal terrorismo tenta di difendersi? Chiama Brunetta “energumeno tascabile”. Ora, io mi sono sempre incazzata quando Berlusconi viene spregiativamente chiamato “il nano”, sia perché se ad essere attaccata e ridicolizzata è la sua statura, uno potrebbe anche pensare che non ci siano argomenti più solidi per criticarlo, sia perché è squallido e miserabile sbeffeggiare qualcuno a causa di caratteristiche fisiche che non ha scelto di avere. E per gli stessi motivi ho sempre trovato insopportabile sentir chiamare Andreotti “il gobbo”, e le battute sul fatto che è diventato gobbo a forza di cercarsi l’uccello che non è mai riuscito a trovare da piccolo che è, o le vignette su Spadolini circondato da montagne di ciccia e con un pisellino da bambino. Questa non è politica, signor D’Alema: questo è becerume della peggior specie. Ed è, soprattutto, la prova più lampante del fatto che Lei, contro la politica del ministro Brunetta, non ha uno straccio di argomento.
Sarà mica vero, per caso, che il potere logora chi non ce l’ha – e ancora di più chi non ce l’ha più?

barbara


21 ottobre 2008

TEMA: L'AUTUNNO NELLA MIA REGIONE (TERZA PARTE)

Svolgimento

Nelle vicinanze di casa mia (1)





























 (tiè!)

barbara


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20 ottobre 2008

L’OMBRA DEL VENTO

C’è una sola espressione per definire uno così: scrittore di razza. Uno che ti tiene incollato alla poltrona dalla sera alla mattina e poi dalla mattina alla sera fino a quando non arrivi all’ultima pagina di questa storia in cui la vita sconfina con la morte e la morte ritorna alla vita e la vita sopravvive alla morte, in cui una banale ricerca di notizie su uno scrittore poco noto finisce per diventare una lotta implacabile per la sopravvivenza, per sé e per molti altri, e quando, dopo avere rischiato la vita tua e altrui, riesci finalmente ad avere in mano tutte le carte e credi di avere capito tutto, ecco che una folata di vento te le scombina tutte e ti accorgi che non avevi capito niente. E tutto intorno, una Barcellona devastata dalla guerra civile capace di tirare fuori il meglio e il peggio di ognuno – ma soprattutto il peggio, come il gusto di torturare con la fiamma ossidrica, per esempio, e se vuoi trovare qualche residua briciola di umana pietà non ti resta che andarla a cercare tra puttane finocchi e accattoni. E qualche libraio. E tu procedi, di pagina in pagina, tra infamia e coraggio, verità e menzogna, amore e odio, ricchezza e miseria, e un inconfondibile odore di carta bruciata.
Da leggere rigorosamente in un fine settimana privo di impegni, con sufficienti scorte di viveri e bevande accanto e, se possibile, un capiente pitale vicino alla poltrona.
Ah, dimenticavo: “L’ombra del vento” non è la storia narrata qui, bensì il titolo del libro di cui si narra la storia – perché anche lui ha una storia, e neanche ve lo potete immaginare, che razza di storia sia.

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Mondadori



barbara


19 ottobre 2008

TEMA: L'AUTUNNO NELLA MIA REGIONE (SECONDA PARTE)

Svolgimento

Il parcheggio della scuola





Intorno alla scuola









E già che ci siete beccatevi anche un lato del container!



Dal balcone del soggiorno




(quell'arcobaleno sul tetto ovviamente non c'è, non so come lo scanner lo abbia creato)



Dal balcone della mia camera









barbara


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19 ottobre 2008

MA A VOI È MAI CAPITATO

di aprire una confezione di uova e di trovarne uno grinzoso e bitorzoluto? No, così, è che vorrei sapere se capitano solo a me queste cose, dal latte che si solidifica al vino con moscerino incorporato al carciofo col verme – grasso, peloso, a strisce rosse e nere – o se capita anche a qualcun altro.

barbara


18 ottobre 2008

TEMA: L'AUTUNNO NELLA MIA REGIONE (PRIMA PARTE)

Svolgimento

Su per la valle





































barbara


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17 ottobre 2008

VORREI PARLARE DI SCUOLA. POSSO?

No, è che qui pare che legittimate a parlare di scuola siano solo determinate categorie di persone, alle quali non sono del tutto sicura di appartenere, e quindi ritengo opportuno chiedere prima cortesemente il permesso. Bene, espletata questa formalità, vado.
Sull’ultimo numero di Io donna Aldo Cazzullo scrive:
Ho fatto un sondaggio familiare sulla riforma della scuola, chiedendo ai miei figli se preferiscano il maestro unico o il sistema attuale. Francesco, che adesso è alle medie, ha risposto: «Papà, alla scuola elementare c’era una maestra convinta che Giulio Cesare si fosse suicidato, pensa se fosse stata la mia maestra unica!». Rossana ha risposto: «Le mie maestre sono tutte bravissime, ma già una di loro deve fare sia scienze sia inglese che sono materie molto diverse, pensa se una sola dovesse insegnarle tutte». Mi sono sembrati argomenti oggettivi e semplici, che chiunque potrebbe capire. I miei figli ragionano meglio della Gelmini, ho pensato […].
Che dire? Geniale! Perché se scrivo che il signor Cazzullo è un’emerita testa di cazzo, come sarebbe giusto scrivere, magari mi becco una denuncia, o magari qualcuno qui potrebbe trovare disdicevole il mio linguaggio scurrile, e dunque, anziché scrivere, come sarebbe giusto, che è un’emerita testa di cazzo, scriverò: geniale! Tralasciamo pure la puttanata, che non se la berrebbe neanche un cane bassotto ritardato e ubriaco, della maestra convinta che Giulio Cesare si sia suicidato; tralasciamo anche il fatto che non si capisce troppo bene come possa qualcuno decidere che cosa preferisca tra una cosa che conosce e una di cui non ha neanche mai visto l’ombra, e concentriamoci sul nucleo della questione. Il signor Cazzullo è geniale come uno che chiedesse a un soldato come stia andando la guerra. Anche l’ultimo degli imbecilli è in grado di capire che il soldato vede quello che succede intorno a lui, ma non quello che sta accadendo sull’altro fronte, e probabilmente neanche quello che succede sul suo stesso fronte dieci chilometri più in là. Il soldato sa quello che fa il suo sergente e forse il suo capitano, ma sicuramente ignora la strategia elaborata dal capo di stato maggiore. Ecco: questo è esattamente ciò che ha fatto il geniale signor Cazzullo. E non si è accorto – e naturalmente non se ne sono accorti neanche i suoi figli, ma per loro si può anche capire, per lui no – che ciò che è accaduto nella scuola con la moltiplicazione dei maestri è che ora non c’è più il capo di stato maggiore, non c’è più chi elabora la strategia e non c’è più la strategia: ci sono unicamente una pletora di sergenti, che fanno quello che possono, come possono, ognuno per conto suo. Con conseguenze – e chi insegna alle medie lo vede – semplicemente devastanti. Prima c’era un maestro – bravo, bravissimo, bravino, mica tanto bravo – che aveva la responsabilità della classe, che impostava un programma, che elaborava un metodo, che “tirava su” questi bambini. Oggi che i computer ce li recapitano già formattati preventivamente, magari qualcuno se lo sarà dimenticato, e allora ve lo ricordo io: nessun dato può essere immesso se non è prima avvenuta la formattazione, e questo è esattamente ciò che faceva il maestro unico. E che oggi nessuno fa più: si immettono dati, ma i dati non possono essere immagazzinati, perché il hardware non è stato formattato. Ogni maestro, con la sua piccola specializzazione, insegna la sua materia, immette dati, ma nessuno si preoccupa di formare questi bambini, nessuno insegna loro a studiare, nessuno suggerisce loro un metodo, nessuno li aiuta a crescere. Arrivano alle medie incapaci di gestire un quaderno, incapaci di organizzarsi mezz’ora di studio, ineducati – non maleducati, no, semplicemente privi di ogni sorta di educazione – e, a questo punto, difficilmente recuperabili. Dice, ma il maestro unico non può mica sapere tutto. Rispondo: e perché diavolo dovrebbe sapere tutto? Vorreste forse che nella testa di un bambino di sei anni venisse stipato tutto ciò che noi abbiamo imparato in cinque anni di elementari più tre di medie più cinque di superiori più quattro o cinque o sei di università più tutti i decenni a seguire? Ma che razza di imbecillità è questa?
Adesso ne è uscita un’altra. Qualcuno si è – finalmente! – accorto che nelle nostre classi ci sono bambini che non sanno una parola di italiano. Che non sono pertanto in grado di seguire le lezioni. Che non sono in grado di interagire coi compagni. Che, in una parola, a scuola buttano via il proprio tempo senza trarne il minimo profitto. E ha proposto una soluzione. Che può essere difettosa. Che può essere perfettibile. Che può essere tutto quello che si vuole, ma è comunque la prima volta che qualcuno alza il culo per tentare di porre rimedio a una situazione insostenibile. E cosa fanno quelli che finora NON HANNO FATTO UN CAZZO? Gridano allo scandalo. Gridano all’emarginazione. Gridano alla ghettizzazione. I bambini devono integrarsi, dicono. Ma me lo spiegate, GRANDISSIME TESTE DI CAZZO come diavolo fa una persona a integrarsi in un gruppo della lingua del quale non capisce una parola? Poi, ovviamente, perché nessuno si accorga che qualcuno sta facendo qualcosa mentre loro non hanno mai sollevato il culo di un solo centimetro, le teste di cazzo pensano bene di stravolgere quanto proposto, trasformando l’idea originale di formare classi temporanee di bambini stranieri per insegnare loro la lingua prima di inserirli nelle classi normali dove finalmente potranno integrarsi – cosa che oggi non hanno la possibilità di fare – in una mostruosa idea di ghetto separato per i poveri extracomunitari. E una cosa è certa: se a chi, per la prima volta dopo decenni, ha finalmente mezza briciola di idea si continueranno a mettere i bastoni tra le ruote, dalla catastrofe non ci salverà più nessuno.

barbara


15 ottobre 2008

VALENZA POLITICA

La signora Rita Algranati, brigatista rossa, membro del gruppo di via Fani, si lamenta: “Lo stato ci ha trattato come criminali comuni, negando valenza politica a ciò che abbiamo fatto”. Faccia una bella cosa, signora: vada a cagare, che di merda nella sua testa ce n’è ancora troppa, e mischiata al sangue delle vittime non è un bello spettacolo. E neanche manda un buon odore. (Nel frattempo apprendo, dalla pubblicità che gli fanno alla radio, che il signor Valerio Morucci ha scritto un libro, “un lucido sguardo dall’interno del carcere”, “uno spietato atto d’accusa”, “le implacabili regole dell’ordinamento carcerario” … Grazie, non mi serve: al supermercato la carta igienica costa meno. Ed è anche maggiormente rispettosa del mio delicato fondoschiena).

barbara


14 ottobre 2008

COMMENTO DI VANILLINA

lasciato il 11/10/2008 alle 0:51

...adesso ti racconto una cosa, stamattina in tv mentre ero a lavoro parlavano dell'omicidio di Barbara Cicioni. Un cliente ha chiesto chi fosse e la mia principale ha risposto " La donna incinta che venne massacrata di botte dal marito" e uno a cui stavo servendo il caffè, con un sorrisetto da ebete, mi guarda e dice " Chissà che gli aveva combinato quella".
Il caffè in culo gliel'avrei infilato con tutta la tazzina.
Per certi uomini le donne sono veramente niente...anche qui in Italia.

Non c’è bisogno di aggiungere ulteriori commenti, vero?



barbara


14 ottobre 2008

SUCCOT

(accompagnato dall'impareggiabile mano di Lele Luzzati)



BUONA FESTA A TUTTI!

barbara


13 ottobre 2008

IL LADRO GENEROSO

È possibile scrivere cose comiche raccontando storie che si svolgono tra i sopravvissuti all’indicibile? Sì, è possibile se ci si chiama Yoram Kaniuk, lo scrittore che nel bellissimo Adamo risorto, ambientato fra gli “uomini col numero blu”, coloro che sono usciti dall’inferno ma l’inferno non è mai più uscito da loro, riesce a narrarci di visioni mistiche scaturite da una pisciata dietro un cammello e di una intensa fede in Dio generata dai famelici insetti africani. E infatti ci riesce anche qui, in questa storia che si snoda tra ricchi banchieri e delinquenti comuni e miserabili dei campi profughi appena arrivati nel neonato stato di Israele e musicisti e poliziotti e sopravvissuti dai segreti inenarrabili e donne dalle mille risorse e l’imprenditore che conosceva a memoria più versi di Bialik di quanti Bialik ne avesse scritti e l’uomo degli orologi e poi lui, Naftali, l’uomo che progetta il furto del secolo e per prima cosa ne informa il derubato e per seconda la polizia e che ha programmato e previsto tutto, ogni mossa e ogni reazione e ogni parola di tutti i personaggi coinvolti … tutto, tranne la conclusione. Perché la vita, si sa, non si lascia programmare, e finisce sempre per prendere le direzioni più inaspettate e imprevedibili. Insomma, un libro succoso, bello, da leggere tutto d’un fiato. (Qui dice che è un libro per ragazzi, ma non credeteci: lo fanno solo per depistarci, ma noi non ci facciamo mica fregare, no?)

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori



barbara


12 ottobre 2008

RESPIRO DI SOLLIEVO

Quando ho sentito che da quel “numero privato” mi stava chiamando l’Alitalia, stava per venirmi un accidente. E invece no, volevano solo avvertirmi che il mio volo del 24 dicembre è spostato di 50 minuti – vale a dire che il volo c’è ancora, il che, coi tempi che corrono è già qualcosa.



barbara


11 ottobre 2008

ELEZIONI

In regione abbiamo le amministrative, e siamo in piena campagna elettorale. E tanto per cominciare alla radio locale si possono commissionare spot a pagamento, e in conseguenza di ciò ogni quarto d’ora apprendo che solo il PD può salvarmi dalla catastrofe che incombe solo la Lega Nord può salvarmi dalla catastrofe che incombe solo i Verdi possono salvarmi dalla catastrofe che incombe solo il PDL può salvarmi dalla catastrofe che incombe solo Un’Italia – perché chiamarsi Partito Nazionale Fascista è vietato per legge, e in qualche modo dovevano pur chiamarsi – può salvarmi dalla catastrofe che incombe, mentre la dolcissima e delicatissima e raffinatissima Micaela Biancofiore

                                             

ha scelto, prima di inviarci il messaggio parlato, di deliziarci le orecchie con una tenera canzoncina che ci invita tutti ad alzarci -- ma non è di questo che volevo parlare. Quello che volevo dire invece è: ma quelli che si fanno finanziare le campagne elettorali – e non posso parlare dei coglioni che gliele finanziano perché quelli siamo noi e siccome i soldi ce li prelevano alla base non è che si possa fare granché per evitarlo o per impedirlo – questi qua, dicevo, ma veramente si immaginano che ci sia qualcuno che si metta a leggere le carrettate di troiate che ci infilano ogni giorno nella cassetta della posta? No, dico, qualcuno davvero può immaginarsi che uno torna dal lavoro e si mette a leggere anche una sola riga prima di buttare tutto quel ciarpame? E a questo punto, come si suol dire, una domanda si impone: si fanno finanziare per poter mandare in giro il ciarpame, o mandano in giro il ciarpame per avere una scusa vagamente plausibile per farsi finanziare, e poi i soldi veri, i soldi grossi, i soldi tanti se li sputtanano in maniere di cui noi – i coglioni di cui sopra – non sapremo mai un piffero salmistrato?

barbara


10 ottobre 2008

NON MI MUOVO, NON URLO, SONO SENZA VOCE

Un vecchio documento …

C'è una radio che suona. Ma solo dopo un po' la sento. Solo dopo un po' mi rendo conto che qualcuno canta. Sì, è una radio. Musica leggera: amore cielo stelle cuore dolore amore …
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena, come se chi mi sta dietro tenesse l'altro appoggiato per terra.
Con le mani tiene le mie, forte, girandomele all'incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce ... la parola.
Dio che confusione!
Come sono salita su questo camioncino? Ci sono venuta da sola, muovendo le gambe una dopo l'altra dietro la loro spinta, o mi hanno caricata loro sollevandomi di peso? Non lo so.
È il cuore che mi batte così forte contro le costole ad impedirmi di ragionare. E il dolore alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la torcono tanto?
Io non tento nessun movimento. Sono come ... congelata.
Ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S'è messo più comodo ... s'è seduto, e mi tiene tra le sue gambe, da di dietro, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini ...
L'unica immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringe tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce ...
Perché la musica? Perché ora l'hanno abbassata? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo.
Non c'è molta luce, neanche molto spazio, forse è per quello che mi tengono semidistesa.
Li sento calmi. Sicurissimi. Si stanno accendendo una sigaretta. Ma cos'è? Fumano? Adesso? E perché mi tengono così? Sta per succedere qualche cosa ... lo sento ...
Respiro fondo, due, tre volte. No, non mi snebbio, non capisco, ho solo paura. Ho il cuore che mi esce.
Ora uno si muove, mi si avvicina, un altro si siede sul lato sinistro, il terzo si accuccia alla mia destra. Vedo il rosso delle sigarette, stanno aspirando fortemente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa ... lo sento.
Il primo che si era mosso mi si mette in ginocchio tra le gambe, me le divarica. È un movimento preciso che pare concordato con quello che mi sta dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra le mie gambe aperte per tenermele ferme.
Io ho i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento così a disagio ... peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae un qualcosa che subito non riesco ad individuare ... è un calore, prima tenue, poi più forte, sempre più forte, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore ...
Le sigarette! ... le sigarette sopra il golf, fino ad arrivare alla pelle.
Io non so cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni.
Io non riesco a fare niente, né gridare, né piangere. Mi sento come proiettata fuori, affacciata ad una finestra e costretta a guardare qualcosa di orribile.
Una sigaretta dietro l'altra, una sigaretta dietro l'altra ...
Il puzzo della lana bruciata deve disturbarli; con una lametta mi tagliano il golf davanti, per il lungo, mi tagliano anche il reggiseno. Mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventuno centimetri.
Quello che mi sta inginocchiato tra le gambe ora mi prende i seni a piene mani; le sento gelide sulle bruciature.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, lo sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora tutti si danno da fare per spogliarmi. Una scarpa sola, una gamba sola.
Adesso uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, mi concentro sulle parole delle canzoni.
"Muoviti puttana, devi farmi godere".
Non voglio capire niente. Non so più nessuna parola, non conosco nessuna lingua. Sono come di pietra.
Una sigaretta dietro l'altra. "Muoviti puttana, devi farmi godere". È il turno del secondo. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. "Muoviti puttana, devi farmi godere".
Il sangue mi cola dalle guance fin sulle orecchie. Ora è il turno del terzo. E' orribile sentirti godere dentro delle bestie orrende.
"Sto morendo - riesco a dire - soffro di cuore. Fatemi scendere".
Ci credono, non ci credono ... "Facciamola scendere ... no ... sì ..."
Vola un ceffone tra di loro, poi, lentamente, mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, fino a spegnerla.
Ecco, io ... io, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Sento che mi stanno rivestendo. Io servo a poco. Quello che mi teneva alle spalle mi riveste con movimenti precisi, come fossi un bambino. Si lamenta perché è l'unico che non abbia fatto ... che non si sia aperto i pantaloni. Non sa come metterla con il mio golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni, alza la cerniera, mi mette la giacca ... spacca i miei occhiali.
Il camioncino ferma giusto il tempo per farmi scendere ... e se ne va ...
Mi tengo la giacca chiusa sui seni nudi. È quasi scuro. Dove sono? Piante, verde, prati. Sono al parco. Mi sento male, nel senso che mi sento svenire ... non solo per il dolore fisico, ma per lo schifo .. per la rabbia ... per l'umiliazione ... per le mille sputate che mi sono presa nel cervello ... per lo sperma che mi sento uscire.
Appoggio la testa ad un albero ... mi fanno male anche i capelli. Certo, me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia ... è sporca di sangue. Alzo il bavero della giacca e cammino. Non so dove sbattere, non so dove andare. Cammino, non so per quanto tempo. Poi, senza accorgermi, mi trovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro della casa di fronte ... guardo quel portone, vedo la gente che va e che viene ... poliziotti in borghese, poliziotti in divisa ...
Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso alle loro domande. Penso alle loro facce ... ai loro mezzi sorrisi ...
Penso e ci ripenso.
Poi mi decido.
Torno a casa.
Li denuncerò domani.

Franca Rame



… per ricordare ciò che centinaia di migliaia di donne nel mondo ogni giorno devono subire. Per ricordare che non tutte ne escono vive. Per ricordare che solo a una sparuta minoranza di privilegiate è data la facoltà di denunciare. Per ricordare che a milioni di donne nel mondo non è neppure concesso, dopo un’esperienza come questa, di scrivere una testimonianza come questa, perché la famiglia provvede a “lavare l’onore” togliendole di mezzo prima che abbiano avuto il tempo di farlo. Per ricordare un marchio che troppe donne devono portare nella carne e nell’anima, e troppo poco ancora si fa per difenderle e per rendere loro giustizia.

barbara


NOTA per chi è troppo giovane per ricordare: questo NON è un pezzo teatrale, questo è il racconto di ciò che le è REALMENTE capitato!


10 ottobre 2008

NON AMO E NON SEGUO IL CALCIO

ma questo

 

mi ha commossa fino alle lacrime.

barbara


9 ottobre 2008

DELITTI SENZA ONORE

Lei, la chiameremo Selma, non ne poteva più. Sposata a sedici anni, si era ritrovata fra le mani di un marito che la "offriva" ai suoi amici, obbligandola a prestazioni sessuali inusuali. Dopo due mesi era scappata. Ma in Giordania, senza un padre o un marito alle spalle, si va poco lontano, e Selma, dopo una settimana, si era arresa all'idea di tornare a Wadi Amoun, dalla famiglia. Il padre l'ha accolta con una scarica di bastonate, poi ha chiamato il fratello di 15 anni che l'ha legata con un filo elettrico immerso nel lavello della cucina. Hanno inserito la spina, sono usciti per quindici minuti, e poi con molta calma sono tornati a controllare che fosse morta. Poi il padre è andato dalla polizia, ha consegnato il filo elettrico e ha dichiarato di aver lavato l'onore della famiglia. Durante il processo, i soliti argomenti: Selma aveva abbandonato il tetto coniugale, Selma voleva farsi la sua vita, Selma aveva certamente un amante ed era tornata dal padre per provocarlo. E il povero genitore, nel sentirsi urlare di farsi i fatti suoi, non ci aveva visto più. Sentenza: la condanna per omicidio premeditato viene ridotta a un solo anno di detenzione in base all'articolo 98 del Codice penale giordano, per il quale l'imputato gode di attenuanti se ha agito in base a un accesso d'ira provocato dalla vittima. L'anno viene poi ridotto a sei mesi perché la famiglia, nella persona della madre, rifiuta di accusare l'imputato. Risultato: quando, il 17 agosto, la Corte di cassazione ha confermato la sentenza, il padre di Selma era già un uomo libero. Diversa è la storia di Noura, altro nome di fantasia. Si era consegnata alla polizia chiedendo di essere incarcerata per proteggersi dalla famiglia, dalla quale era fuggita per 35 giorni. In Giordania una donna non potrebbe neanche affittare una stanza d'albergo senza l'autorizzazione dei familiari, figuriamoci fuggire. Il padre, dopo aver garantito alla polizia di non farle del male e dopo una cauzione di 5mila euro, se l'era riportata a casa. Dove il fratello, il 3 luglio, l'ha accoltellata. Per le autorità, stessa storia: Noura aveva provocato il fratello, Noura era sparita chissà dove per 35 giorni, Noura aveva un amante e disonorava la famiglia. Ed ecco invocato l'articolo 98 del Codice penale. Per la polizia, che ha l'obbligo di confermare la verginità delle ragazze quando si costituiscono, Noura non aveva avuto nessun rapporto. Per l'amica che l'aveva ospitata per 35 giorni, era scappata dopo che la famiglia le aveva scoperto un cellulare comprato di nascosto. Poco importa: tra qualche mese suo fratello sarà un cittadino libero.
Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove la facciata della famiglia dipende dalla purezza delle donne che ne fanno parte. L'onore degli uomini (sharaf) si misura sul pudore ('irdh) delle sorelle e delle figlie. Basta un sospetto per rovinare per sempre la reputazione di una donna, e trascinarne nel fango anche sorelle e fratelli. Quando le famiglie di Selma e Noura, sono uscite dalla stazione di polizia, i vicini potevano essere certi di una cosa: il loro onore era "lavato", la famiglia frequentabile, le sue donne maritabili. Di storie come queste ce ne sono una ventina all'anno, in Giordania. Rana Hussein, reporter giudiziaria del Jordan Times, che sui delitti d'onore ha costruito una pluripremiata carriera, non ama stigmatizzare il fenomeno, e se avvicinata da un occidentale sull'argomento può addirittura farsi difensiva: "Succede in Italia, succede ovunque. Nel mondo ci sono almeno 5mila casi all'anno". Perché sottolineare in particolare il caso della Giordania? In questo paese però il problema è anche giuridico oltre che sociale. E imbarazza l'occidentalissima coppia regale, che della Giordania vorrebbe fare un modello di democrazia, anche attraverso le associazioni in difesa dei diritti delle donne patrocinate dai monarchi hashemiti e gli appelli della regina Rania. Ma le donne restano cittadine di serie b, che non possono muoversi da casa e che per scappare possono soltanto andare a vivere in carcere, perché, in caso di morte, ci sarà sempre un giudice pronto ad applicare l'attenuante generica dell'accesso d'ira, previsto dall'articolo 98 del Codice penale. E i parenti responsabili saranno sempre sicuri di potersela cavare con qualche mese di carcere e uscirne da eroi, perché l'onore, per la tribù, è un affare di famiglia. Mentre il resto degli omicidi in Giordania è punito con la morte.
Il problema è anche politico. Il ministro della Giustizia, recentemente, ha visto ancora una volta fallire in Parlamento la propria richiesta di estendere a un minimo di 5 anni la detenzione in caso di omicidio di familiare, che attualmente è pari a sei mesi. Il motivo risiede nella composizione stessa del Parlamento giordano: tribale. Da un lato, infatti, la Camera bassa (il ramo elettivo) paga il prezzo di quasi trent'anni di legislazioni d'emergenza, che hanno proibito l'affiliazione partitica fino agli anni Ottanta; la conseguenza è che tutt'ora, in Giordania, si vota non per un'idea ma per l'amico di famiglia, o meglio per il candidato scelto dalla tribù di appartenenza. Dall'altro lato, l'isola filoamericana del Medio Oriente non può permettere un'ascesa dei partiti islamisti, fortissimi in una società impoverita e iperconservatrice come quella giordana, né dei partiti progressisti legati alla componente palestinese, in un Paese in cui i palestinesi costituiscono i due terzi della popolazione ma è l'identità beduina a sancire il carattere e la legittimità della casa regnante. E quindi i seggi giordani sono designati in modo da garantire la maggioranza ai leader tribali che, naturalmente, si preoccupano anzitutto di impedire che i diritti civili delle donne facciano crollare il loro millenario ordine sociale. Certo, la regina Rania Hussein ha ragione quando sottolinea che la Giordania è solo uno dei tanti Paesi in cui si uccide ancora per onore. Ben lontano dalle centinaia, fra omicidi e suicidi forzati, di morti registrate in Turchia ogni anno, dalle morti anonime della Palestina, dove la guerra ha la precedenza e le ragazze muoiono per l'onore silenziosamente. Ben lontano dalle percentuali di violenza domestica israeliane e da quelle di regimi fondamentalisti come l'Arabia Saudita, in cui le donne stuprate le giustizia direttamente lo Stato. Ma il delitto d'onore resta in Giordania un caso sociale, politico e giuridico, in un Paese in cui la società tribale si regola e si autoconserva sanzionando il comportamento delle proprie donne.
Welcome to Jordan, si legge ovunque in Giordania. E poi sempre le stesse due immagini: da un lato, deserto e tramonto e la sagoma di un anziano sheikh che fa ritorno verso la propria tenda. Dall'altro, il sorriso tutto british del re Abdullah II, mezzo inglese, buttato sul divano insieme ai tre pargoli e alla smagliante, emancipata moglie: un quadretto da sitcom americana. Per le contraddizioni, tranquilli. Quelle le pagano una ventina di Selma e Nouria ogni anno. (Annalena Di Giovanni, Left-Avvenimenti)

Lasciano un po’ perplessi quelle “percentuali di violenza domestica israeliane” evidentemente superiori, per la giornalista, a quelle dell’India dove è abbastanza normale bruciare viva la moglie se suo padre non riesce a pagare la dote pattuita – ma sarebbe più corretto dire pretesa ed estorta – e assassinare le neonate. Rimane tuttavia notevole il fatto che una testata dichiaratamente e decisamente di sinistra dedichi un servizio ai delitti d’onore che quotidianamente si consumano nel mondo arabo-islamico. (E grazie a Davide per la segnalazione)
(Certo che a soffermarsi anche un solo momento a pensare a quanta sofferenza c’è nel mondo – e inflitta soprattutto alle donne – c’è davvero da restare annichiliti)



barbara


8 ottobre 2008

ULTIME DAL KOSOVO

Oggi ho interrogato i miei scolari kosovari e ho appreso che lì:
a) le donne non si coprono il viso
b) alcune portano l’hijab e altre no, libere di scegliere
c) quelle che accettano di portare l’hijab ricevono una sovvenzione di 200 euro al mese.

I commenti li lascio a voi.



barbara


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7 ottobre 2008

DUE ANNI FA

Ricordiamo Anna Politkovskaya, assassinata il 7 ottobre 2006 – come oltre un centinaio di altri suoi colleghi – da un regime che qualcuno, da queste parti, continua oscenamente a definire democratico.



barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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