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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2008

IL MURO INVISIBILE

La nostra via era più piccola della maggior parte delle altre. Aveva solo una lunga fila di case su un lato e due file più brevi di uguale lunghezza da quello opposto, interseca­to com'era da un'altra strada, chiamata Brook Street. Sali­va leggermente sulle pendici di una collina che si alzava nella zona alta della città. Era una piccola strada tranquilla, che si notava difficilmente in mezzo alle altre ampie strade, ma ciò che la distingueva da tutte le altre era il fatto che noi vivevamo da una parte e loro dall'altra. Noi eravamo gli ebrei e loro i cristiani.
In realtà quello che avevamo lì era un ghetto in minia­tura, poiché c'era un muro invisibile fra le due parti, e seb­bene lo spazio che le separava fosse solo di pochi metri, in quanto la strada era molto stretta, la distanza sociale avreb­be potuto essere di chilometri e chilometri. C'era molto poco movimento, da una parte all'altra; era difficile che ci fosse una qualche sorta di promiscuità. Non che dalla loro parte si dimostrasse sempre dell'ostilità verso di noi. Niente a che vedere con Back Brook Street o Bann Street, o altri posti del genere, nei quali un ebreo dotato di amor proprio non avrebbe osato neppure avventurarsi. I cristiani della nostra strada non erano come i cristiani di quelle altre strade, che non facevano che bere birra e prendersi a botte, e avevano modi rozzi e un linguaggio volgare.
I nostri cristiani erano per lo più persone tranquille e ri­spettabili, e i due lati della via erano fra loro in rapporti abbastanza buoni. Ai nostri genitori, la gran parte dei quali era arrivata dalla Polonia o dalla Russia all'inizio del seco­lo, fuggendo i pogrom nei loro paesi, quella piccola strada doveva essere apparsa come un vero rifugio.
Cionondimeno c'era questa distanza fra noi. Ed era os­servata da tutti, sebbene con una o due eccezioni, di tanto in tanto.

Il libro – autobiografico – è la storia di questi cristiani e di questi ebrei, di questa vicinanza e di questa distanza, di questa separazione e di queste eccezioni. E dei buoni e dei cattivi, dei coraggiosi e dei vigliacchi, dei miti e dei violenti, da una parte come dall’altra. Un libro bello e intenso, che merita di essere letto.

Harry Bernstein, Il muro invisibile Piemme



barbara


31 gennaio 2008

LA NEVE A GERUSALEMME

 Quella di Lele Luzzati



e quella che sta cadendo adesso

barbara


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30 gennaio 2008

GIUSTIZIA, ISTRUZIONI PER L’USO

Prima si commette il reato, poi, grazie anche a quel reato (“anche” nel senso che per arrivarci ne sono occorsi anche molti altri) si diventa Colui-Che-Fa-Le-Leggi, poi nel ruolo di Colui-Che-Fa-Le-Leggi si fa una legge che stabilisce che quel reato non è più reato, poi si va a processo e, sorpresa sorpresa, si viene assolti perché il reato documentatamente commesso ora non è più reato. Quando si dice il bello del vivere in uno stato di diritto!


(una volta, almeno, erano solo i re a farsi beccare nudi ...)

barbara


30 gennaio 2008

SCAMPOLI RITAGLI FRATTAGLIE

La donna che, vedendomi uscire con passo incerto e faccia dolente dalla farmacia, mi ha fermata per chiedermi che cosa mi era successo, se ero caduta, se mi ero fatta molto male. Lo ha scritto anche Fiamma Nirenstein nel libro di cui ho parlato recentemente: gli israeliani si interessano di te. Si preoccupano. Ti fanno sentire la loro presenza, la loro sollecitudine. Mica tutti, certo, però più di qui sì.
Il deserto: ogni volta che, durante qualche spostamento, me lo trovavo davanti, mi veniva inevitabilmente da pensare che “prima” era più o meno tutto così



e loro lo hanno fatto diventare così



e così



e così.



La Morgantini: l’ho vista al ritiro bagagli, la faccia schifata, l’espressione come se avesse la bocca piena di cacca, all’idea di dover passare, per poter andare dai suoi amatissimi amici terroristi, da quel posto orrendissimo. All’idea di avere viaggiato con lei mi sono venuti i brividi.
L’arrivo in aeroporto. Il pensiero di essere in Terra d’Israele e non potervi posare i piedi. Per entrambe le cose, oltretutto combinate insieme, mi sono venute le lacrime agli occhi – e la gigantesca bandiera appesa, e il pensiero che quella nessuno la brucerà.
I soldati: forse sarà stato un caso, sicuramente sarà stato un caso, ma tutti quelli che ho visto erano di una fighitudine pazzesca (sì, Sharon, anche tuo fratello).
L’espressione dei genitori di Sharon quando, dopo avermi accolta e salutata come se fossi una Barbara qualsiasi, hanno improvvisamente scoperto che invece ero “quella” Barbara.
E infine due parole sull’assistenza negli aeroporti. Malpensa, Ben Gurion (in arrivo e poi in partenza), Fiumicino, Bolzano: è stata fantastica, dappertutto. Pronta, competente, cortese. Da valere quasi quasi la pena di farsi male per sperimentarla. E con questo passo e – per il momento – chiudo.



barbara


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29 gennaio 2008

I MEDICI DEL SOL LEVANTE

Nell’arco di quattordici anni, quell’unità proliferò come un tumore fino a dare vita a un’organizzazione patrocinata dallo Stato e volta al terrorismo biologico e all’omicidio di massa, con laboratori e campi di sterminio disseminati nell’enorme impero che il Giappone aveva conquistato in Asia orientale. [...]
Eppure, al contrario degli esperimenti tedeschi, quelli condotti dal programma di armamento biologico dell’impero giapponese sono rimasti nascosti agli occhi del pubblico. [...]
Gli studiosi oggi stimano che le truppe giapponesi, che parteciparono al programma di guerra biologica al comando del generale di corpo d’armata Ishii e del Corpo sanitario dell’esercito in Cina e in moltissimi altri territori asiatici occupati, abbiano ucciso fra il 1939 e il 1945 più di 540.000 civili con epidemie provocate da germi coltivati in laboratorio. La peste bubbonica piovve letteralmente sulla testa della gente; colera, febbre tifoide, antrace, paratifo, morva, e altre pestilenze contaminarono i pozzi d’acqua potabile, il cibo e gli animali. [...]
Sui prigionieri furono condotti anche molti altri esperimenti estranei alla guerra biologica: studi che riguardavano la disidratazione, il digiuno, il congelamento, la pressurizzazione, le trasfusioni di sangue da animale a uomo, e una serie di altri orrori che vedevano gli esseri umani usati come ratti da laboratorio. [...]
In seguito, quando gli scienziati vollero studiare gli effetti dei loro terribili studi medici sui vari organi, i prigionieri furono sezionati in modo da raccoglierne e studiarne il sangue, il siero e gli organi, spesso senza il beneficio dell’anestesia, per timore che l’anestetico potesse influire sulle condizioni del sangue e degli organi, pregiudicando i risultati sperimentali. [...] All’unità dei laboratori era collegato un forno crematorio, e ogni giorno i resti delle vittime macellate venivano trasformati in fumo e cenere.

Anche chi abbia già affrontato tutta l’immensa letteratura prodotta sugli orrori dei campi di sterminio nazisti, non può non restare agghiacciato nel leggere il dettagliato resoconto di ciò che fecero i giapponesi alle proprie vittime. E rimane la domanda cruciale: perché, mentre tutti conoscono Auschwitz, nessuno ha mai sentito parlare di Beiynhe? Perché, a differenza di quello di Mengele, il nome di Shiro Ishii è totalmente sconosciuto? La risposta è, se possibile, ancora più agghiacciante: tutto questo non è avvenuto per caso. Non è per un qualche imponderabile e imprevedibile susseguirsi di eventi casuali che questo inferno in terra fabbricato da soldati e medici giapponesi è stato per oltre mezzo secolo totalmente ignorato, bensì per un preciso calcolo politico che ha indotto chi sapeva non solo a tacere, ma anche ad occultare accuratamente ogni prova e ignorare ogni testimonianza.
Al male fatto quando noi non c’eravamo, certo, non possiamo porre rimedio, ma una cosa almeno possiamo fare: disseppellirlo dall’oblio, ridare voce alle vittime, far conoscere i crimini e i criminali. Questo possiamo farlo. Questo dobbiamo farlo.

Daniel Barenblatt, I medici del Sol Levante, Rizzoli



barbara


28 gennaio 2008

IO DONNA AL SERVIZIO DELLA DISINFORMAZIONE

Comunicato Honest Reporting Italia 28 gennaio 2008

Non nuova a questo genere di servizi, Paola Piacenza tenta però ogni volta di emulare e superare se stessa. E anche questa volta, conformemente all'impegno prodigato, i risultati sono davvero notevoli. Esaminiamo dunque ciò che ci racconta nell'articolo "Il muro di carta" pubblicato alle pagine 52-56 dell'ultimo numero di Io donna, supplemento del sabato del Correre della Sera.

A Wadi Al-Joz, quartiere di meccanici e demolitori di auto a Gerusalem­me Est, se chiedi del ministero dell'Interno, rimedi solo scrollate di spalle.
Cioè - forse non abbiamo capito - la signora Piacenza se ne va in giro a chiedere di un ministero nel bel mezzo di un quartiere di meccanici e sfasciacarrozze? Perché pensa di trovarlo lì? O perché altro? E le scrollate di spalle che cosa starebbero a significare? Che non lo sanno? Che non sono interessati? Perché se un "giornalista" non è neppure capace di far capire che cosa vuole dire, non è che venga tanto da fidarsi delle sue capacità professionali.

Nel parcheggio dell'unico edifìcio in zona araba su cui sventola
la bandiera israeliana, due scrivani offrono prestazioni per pochi shekel. Battono a macchina moduli per ogni richiesta. La più gettonata, la do­manda di rinnovo della carta blu. È il lasciapassare, il documento di identità che attesta lo status di residente permanente di Gerusalemme. Un tesoro inestima­bile nella gerarchia di carte di identità che colorano la burocrazia da queste parti.
No, di carte di identità ce n'è una sola: quella blu, appunto, chiamata così perché ha la copertina blu, identica per tutti coloro che hanno la cittadinanza israeliana.

Una selva di panni stesi ingombra l'ingresso della casa di Dala Abu Radwan. 35 anni, Dala ha vissuto a Gerusalemme sin dalla nascita. Nel 1990 ha sposato Yusef, un ragazzo di Ramallah, Cisgiordania, carta verde.
Sì: la carta d'identità israeliana è blu, lei è israeliana e ha la carta d'identità blu. La carta d'identità palestinese è verde, lui è palestinese e ha la carta d'identità verde. Che cosa c'è che non va in tutto questo?

Hanno cinque figli, tre maschi e due bambine. Lei ha la carta blu,
può attraversare i check point, ha diritto all'assistenza medica, può votare per la municipalità di Gerusalemme, lui no. «E nemmeno i bambini, perché i figli vengono registrati sulla carta del padre» spiega. «A 16 anni quando avranno diritto a un loro documento di identità, risul­teranno cisgiordani. Nonostante siano nati e vivano a Gerusalemme».
Molto commovente. Molto patetico. Molto toccante. Volendo, però, si potrebbero ricordare tutti gli ebrei che vivevano a Hebron non dalla nascita, ma ininterrottamente dai tempi della Bibbia, in parte sterminati e in parte cacciati, che non hanno mai più avuto la possibilità di risiedervi, con nessuna carta di nessun colore da parte di nessuna burocrazia. Volendo, si potrebbero ricordare tutti gli ebrei cacciati da Gaza e Cisgiordania quando queste furono illegalmente invase e occupate rispettivamente da Egitto e Giordania: nessuna carta, per loro, di nessun colore, nessun diritto: judenrein sono diventate e judenrein devono rimanere, per diritto divino acquisito. E senza neanche la scusa del terrorismo.

Huda Imam è la direttrice del Centro studi su Gerusalemme dell'università palestinese Al-Quds, nel cuore del Suq Al-Qattanin, il mercato dei cotonieri. Huda ha la carta blu e un pas­saporto francese. «Mio marito è dì Bordeaux» dice. «Sei mesi fa ho ricevuto una lettera del ministero degli Interni: dovevo restituire la mia carta blu e lasciare il paese entro 45 giorni. A meno di dimostrare che Gerusalemme è "il centro della mìa vita"». «Il tema della cittadinanza in Israele è più problematico di qualunque altro posto nel mon­do» spiega Michel Warschawski, fondatore dell'Alternative Information Center.
Forse non farebbe male, al signor Warschawski, fare qualche viaggio in giro per il mondo e informarsi su come vanno le cose da altre parti. E non farebbe male alla signora Piacenza intervistare anche qualcuno che non sia lo specchio delle sue brame antiisraeliane - qualcuno che non sia stato, come il signor Warschawski, addirittura ripudiato dalla propria famiglia a causa del suo odio antiebraico e antiisraeliano e dell'essersi messo al servizio dei nemici di Israele.

«I 250mila
palestinesi che vivono a Gerusalemme Est non sono cittadini, sono residenti permanenti. Il loro status giuridico è lo stesso di un italiano che venisse qui a vivere per un periodo. Ma la "permanenza" è diventata precarietà, condizionata com'è da fattori sempre ridiscussi.
Falso: la "carta blu", come ricordato più sopra, è la normale carta di identità israeliana. Chi possiede la carta blu - ebreo, cristiano o musulmano, arabo, druso, circasso o altro che sia - è cittadino israeliano. Lo status giuridico degli arabi di Gerusalemme Est in possesso di carta blu è esattamente lo stesso di quello di ogni ebreo israeliano. Quanto alla "precarietà", nessun sospetto su quali possano essere questi "fattori"? Nessun sospetto sul perché capiti di dover "ridiscutere" certe situazioni?

Se un
arabo di Gerusalemme va in Europa a studiare e non torna entro un certo periodo, perde la residenza, anche se la sua famiglia ha vissuto qui per generazioni.
Questo vale anche per gli israeliani ebrei, ma non è utile dirlo, vero?

Se ha un altro passaporto perde la residenza.
In primo luogo questo non accade solo in Israele; in secondo luogo questo non accade solo agli arabi; in terzo luogo questo non dipende da Israele bensì dallo stato dell'altro passaporto, in base agli accordi internazionali stipulati: gli ebrei italiani che decidano di trasferirsi in Israele, per esempio, possono mantenere il doppio passaporto perché lo stato italiano lo consente, gli ebrei tedeschi invece no, perché la Germania non consente doppia cittadinanza. Quindi il presentare questa situazione come un torto perpetrato ai danni degli arabi israeliani è una patente falsificazione dei fatti.

Se va a lavorare nel Golfo, come molti palestinesi, anche se torna a casa tutti gli anni per le vacanze, perde la residenza. Perché il ministero decide che il centro della sua vita non è più Gerusalemme; quella persona, cioè, si è "disconnessa" dalla città». Buda Imam rischia molto dichiarando apertamente in questa intervista dì possedere un passaporto straniero. E lo sa.
Davvero rischia molto, con un nome che chissà se sarà il suo, senza una foto, senza un indirizzo? Davvero la giornalista si immagina che tutti i lettori siano talmente allocchi da bersi una storiella tanto ridicola, di una persona che per fare un piacere a lei mette in gioco - senza una sola ragione al mondo - la cosa più preziosa che ha? Un po' di serietà per favore, signora Piacenza!

I suoi fratelli che hanno vissuto negli Stati Uniti per più di set­te anni, un periodo che, secondo alcune interpretazioni della legge, è il termine massimo per
essere considerati "disconnessi", la loro carta blu l'hanno già persa. «Ma io vivo qui» dice. «Lo Shabak, i servizi segreti israeliani, viene spesso in questa zona. Sanno bene che vengo in ufficio ogni giorno. La loro è una lettera di deportazione. Dopo averla ricevuta, ho mandato prove che dimostrino che Gerusalemme è il centro della mia vita: bollette, tasse, una dichiarazione del rettore. Anche la vaccinazione del mio cane. E aspetto».
Yediot Aharonot, il quotidiano più letto del paese, ha da poco pubblicato un sondaggio: il 63 per cento degli ebrei israeliani è contrario a qualunque compromesso su Gerusalemme e il 68 rifiuta l'idea che Gerusalemme Est venga un giorno trasferita sotto il controllo dell'Autorità palestinese.
Forse non sarebbe male ricordare che molto più alta di questa percentuale è la percentuale degli arabi di Gerusalemme che rifiutano categoricamente l'idea che Gerusalemme Est venga un giorno trasferita sotto il controllo dell'Autorità palestinese.

Bush, del resto, nella sua recente visita,
ha parlato «con una schiettezza senza precedenti», riferiva il Jerusalem Post, della ne­cessità di uno stato palestinese sovrano. Ma su Gerusalemme nemmeno una parola. I "parametri Clinton", usciti dai summit di Camp David del 2000, secondo cui la città doveva venir ripartita per far spazio a due capitali per due stati, sono lontani.
E anche qui appare opportuno un piccolo promemoria, per ricordare che MAI, nella sua storia trimillenaria, Gerusalemme è stata divisa, se non nei 19 anni, dal 1948 al 1967, in cui è stata illegalmente occupata dalla Giordania. Aggiungendo, magari, che quelli sono stati gli unici anni, in tutta la storia di Gerusalemme, in cui non vi è stato libero accesso a tutti i luoghi di culto, essendo stati i siti religiosi ebraici interdetti non solo agli israeliani, ma a tutti gli ebrei del mondo.

E si allontanano sempre più con l'avanzata del Muro.
A proposito del quale la signora Piacenza dimentica di far presente che per oltre il 90% del suo tracciato non è affatto muro bensì barriera metallica. Così come tralascia di ricordare ai suoi lettori le circostanze che hanno costretto Israele a investire una così cospicua parte delle proprie finanze per costruire questa barriera.

«La partizione della città in
due, quando la barriera sarà completata, lascerà fuori dai nuovi confini 60-70mila persone» spiega Meron Benvenisti, ex vicesindaco della città. Praticamente un quarto dei palestinesi di Gerusalemme, tutti con la carta blu. Gli abitanti delle località di Shuafat, Qalandia, Anata, Kafr Aqab, villaggi nel tempo inglobati nell'area della Gerusalemme metropo­litana. «Olmert dice che ci saranno 12 passaggi e che un servizio di autobus permetterà ai bambini di frequentare le scuole oltre il muro. Ma è propaganda.

E, naturalmente, tutto ciò che esce da una bocca palestinese è LA VERITÀ, tutto ciò che esce da una bocca israeliana è propaganda. Così è stato stabilito e così viene riportato; ogni verifica sul campo è del tutto superflua.


Il caso del campo profughi
di Shuafat è emblematico. In un colpo solo invalideranno 35mila carte blu. Sono oltre il muro, quindi non sono più cittadini di Gerusalemme, perché Gerusalemme ha nuovi confi­ni. Diventeranno cittadini della Cisgiordania e alla loro città non avranno più accesso».
Quando non c'era il "muro", invece, è capitato a un sacco di Israeliani di diventare cittadini dell'aldilà, che non hanno più avuto accesso alla vita, ma questi, a quanto pare, sono dettagli del tutto trascurabili.

Salim Anati è un medico specializzato in riabilitazione, vive e lavora per mezza giornata nel campo profughi di Shuafat, per l'altra mezza va nella città vecchia dove ha un ambulatorio. «Sono nato qui, in centro. Vivo nel campo da quando è stato creato, nel 1964 dall'Onu, per la gente di Gerusalemme Est espulsa dalla città.
I lettori della signora Piacenza possono anche - grazie alla sistematica disinformazione operata dai mass media - non essere al corrente di fatti e date, ma la signora Piacenza, essendo pagata per informare, non può ignorare che nel 1964 Gerusalemme Est si trovava da 16 anni sotto occupazione giordana. Non può ignorare che tutto ciò che è avvenuto a Gerusalemme Est in quel periodo è avvenuto per ordine del governo giordano. Non può ignorare che se ci sono state persone espulse da Gerusalemme Est - oltre a tutti gli ebrei che vi risiedevano, alcuni ininterrottamente dai tempi della Bibbia - possono essere state espulse unicamente dalla Giordania. Far credere cose diverse, come sta facendo qui la signora Piacenza, significa fare un gioco sporco: un gioco sordido che ha l'unico scopo di suscitare odio nei confronti delle vittime, risparmiando i carnefici.

Eravamo tremila, oggi siamo dieci volte tanti in un chilometro quadrato.
Davvero esistono popoli in grado di decuplicarsi in quarant'anni? In tutto il mondo arabo la media è di un raddoppio ogni due generazioni e i palestinesi, in questi campi profughi che frequentemente vengono chiamati - forse non del tutto a torto - "campi di concentramento"; che sotto lo spietato tallone di ferro dell'infame occupante sionista patiscono la fame, il freddo, mancanza di ospedali, privazioni di ogni sorta, condizioni igieniche precarie, per non dire drammatiche; che, come non di rado viene denunciato, stanno subendo un autentico genocidio; i palestinesi, dicevamo, in due generazioni sono riusciti a decuplicarsi?! Qualcuno un giorno ce lo dovrà spiegare questo mistero ...

Abbiamo quasi tutti la carta blu, ma quando il muro verrà completato non varrà più niente. Io perderò ìl lavoro in centro.
E così molta altra gente». Isolata tra la città, con il suo nuovo assetto, e una cintura di colonie, Ma'ale Adumim la mag­giore, che la separerà dalla Cisgiordania, quest'area rischia di ridursi a un'enclave abitata da persone senza status giuridico chiaro. Una necessità inevitabile secondo David Cassuto, ex presidente della Comunità ebraica italiana di Gerusalemme, preside della facoltà di architet­tura di Bar-Ilan, nella colonia di Ariel. «Il Muro è una barriera orrenda, però nel momento in cui il terrorismo cesserà, verrà abbattuto. Lo dico con certezza» spiega. «Tra 50 anni la città vivrà in pace e riunita, è inevitabile. Forse qualcuno dei villaggi che oggi sono parte di Geru­salemme non lo sarà più. Ma Gerusalemme dovrà essere amministrata dagli ebrei: negli ulti­mi duemila anni, solo quando è stato così, è stata a disposizione di tutti».
E dopo due pagine in cui si è dato voce unicamente alla controparte - i cui rappresentanti sono stati accuratamente scelti in modo che non ci fossero note discordanti - arriva il contentino di qualche riga, messa giù con cautela ("secondo David Cassuto"): davvero poco, a conclusione di due pagine di disinformazione pura, in cui ci viene raccontato - con ricco contorno di invenzioni fantastiche - che Israele fa e disfa, che Israele costruisce il muro, che Israele concede e revoca, che Israele taglia e separa, così, senza una sola ragione al mondo, in un vuoto pneumatico in cui non esistono terrorismo e terroristi, in cui non esistono costituzioni che prevedono il suo annientamento e lo sterminio di tutti gli ebrei, in cui non esiste niente altro che il capriccio di un popolo bizzarro insediato in uno stato in cui regna, sovrano, unicamente l'arbitrio.
Vi invitiamo a mandare qualche considerazione a Paola Piacenza scrivendo a
iodonna@rcs.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

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E uno si chiede: la pagheranno per prostituirsi a questo modo al servizio dei terroristi? O, come Bocca di Rosa - che però, a differenza di lei era al servizio della vita e della gioia e non della morte e del dolore – lo farà per passione?

barbara


27 gennaio 2008

NEL GIORNO DELLA MEMORIA

Affinché i morti non siano morti invano. Affinché i vivi abbiano qualche speranza di continuare a restare vivi:



con Israele sempre!

barbara

E POI 1 e 2 e 3 e 4.


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27 gennaio 2008

I SOLITI EBREI

Perché hanno ammazzato Gesù Cristo. Perché sono comunisti. Perché sono capitalisti. Perché stanno tra di loro. Perché si mescolano tra di noi. Perché sono apolidi. Perché pretendono di avere uno stato. Perché sono vigliacchi e non sanno neanche difendersi. Perché si difendono. In conclusione, perché sono ebrei: i soliti ebrei.

Daniele Scalise, I soliti ebrei, Mondadori



barbara


26 gennaio 2008

“LELE”, UN ANNO FA



Lo sguardo tra le mani


II tuo tempo è trascorso, la tua vita
è passata. La mia, non più la stessa:
tu le hai messo un suggello col tuo sguardo,
il suono della tua voce me l'ha resa
più grata, il tuo sorriso, dolce.
E non avrò mai più paura, credo,
della strada da fare alla mia meta:
quella stessa alla quale tu sei giunto,
quella di chiunque viva sulla terra.

Chissà se lo sentivi, quella volta,
ricambiando il mio sguardo. Me lo chiedo,
e sono certa che è così, ma temo
di non poterlo dimostrare affatto...
prima però non era mai successo:
nel porgere la mano alle mie, tese,
mi hai salutato, ed hai lasciato a lungo,
per il tempo di un battito di ciglia,
che ti guardassi dentro, all’infinito.
26 Luglio 2007

Un anno fa, il 26 gennaio 2007, se ne andava il grande Lele Luzzati. Lo voglio ricordare con questi versi scritti per lui da un’amica (ne riparlerò, prima o poi) e con il disegno da lui fatto per la copertina del “mio” librino.



barbara


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25 gennaio 2008

MONI OVADIA – FINALMENTE!

Riprendo dal blog di Deborah Fait, via Nichisus.

Con il permesso dell'autore riporto quanto segue:
Cara Deborah
il 24 gennaio (domani ) il presidente della Camera Bertinotti folgorato ( purtroppo solo virtualmente) sulla via di Gerusalemme ha invitato( bonta sua) alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio di Auscwitz alla giornata della memoria, che si commemorera' nella Sala della Lupa a Montecitorio.

Con la partecipazione straordinaria (adesso ti verra' da vomitare) di Moni Ovadia.
Alcuni ex sopravvissuti tra cui mio padre hanno declinato l'invito piu' o meno educatamente adducendo alla loro assenza il vero ed unico motivo : Moni Ovadia !!
Ti spedisco la copia della sua lettera e ti abbraccio affettuosamente augurandoti di mantenere sempre la grinta e la forza che ti ha reso il punto di riferimento di chi ama Israele.
A.S.

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Spettabile Presidente
On.le Fausto Bertinotti
Camera dei Deputati

Oggetto: invito del 24 gennaio 2008 per ricorrenza del Giorno della Memoria

Egregio Onorevole F. Bertinotti

Nel ringraziarLa per l’invito rivolto a noi, pochi ed ultimi sopravvissuti all’inferno dei campi di sterminio nazisti, colpevoli solo di appartenere alla fede ebraica, mi vedo mio malgrado costretto a declinare il suo invito. La mia decisione e’ motivata dalla presenza di Moni Ovadia, “il sedicente ebreo” che da anni al pari di tanti ottusi antisemiti, coi paraocchi,
critica unilateralmente qualsiasi iniziativa politica diplomatica o militare dello Stato di Israele, del suo Governo, del suo Primo Ministro, e del suo esercito, anche se viene presa per legittima difesa, e senza MAI condannare la controparte.
Ovadia, continua a sfruttare professionalmente le disgrazie e le sofferenze del popolo ebraico, rendendo i suoi atteggiamenti antisionisti ed antiisraeliani, disgustosi, rivoltanti e moralmente inaccettabili per ebrei e non ebrei.
Che il suo comportamento sia dettato da profonde convinzioni ideologiche, da un genuino e personale antisionismo o da personali interessi professionali, per chi ha vissuto l’orrore di Auschwitz per non rinnegare la propria appartenenza religiosa non fa alcuna differenza. Portare acqua al mulino di chi odia Israele; unico stato democratico del Medio Oriente e’
deprecabile sotto ogni profilo ,….. in special modo se lo fa un ebreo.
Al contrario di quanto da lui pubblicamente dichiarato noi grideremo sempre : W Israele !! e, la sosterremo e la difenderemo con tutte le nostre( poche) forze. Questo e’ cio’ che abbiamo insegnato ai nostri figli ed ai nostri nipoti. NOI SOPRAVVISSUTI, il nostro essere ebrei, lo
portiamo ancora marchiato sulla pelle del nostro braccio a testimonianza di quanto Moni Ovadia insulta e offende quotidianamente.

Roma 22 Gennaio 2008

La ringrazio per l’attenzione
Romeo Rubino Salmonì reduce da Auschwitz
Matricola A 15810
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NA: HO SAPUTO OR ORA CHE ALTRI DUE SOPRAVVISSUTI HANNO DECLINATO L'INVITO.

C’è stato un tempo in cui Moni Ovadia si vantava pubblicamente di godere del privilegio della mia amicizia. Poi è iniziata quest’ultima guerra terroristica nell’ennesimo tentativo di annientare Israele, e allora ha rivelato la sua vera natura. È seguita una lunga serie di violenti litigi, e che io non capisco, e che io non rifletto, e che io non so e che io non mi rendo conto e che io non ragiono, e che lui non si spiega come una donna della mia intelligenza non arrivi a capire che (il fatto è che Moni Ovadia ha sempre nutrito una sconfinata ammirazione per la mia intelligenza, la mia cultura, e le mie gambe, e non riusciva a darsi pace che io stessi dalla parte del nemico, ossia di Israele), e che i palestinesi hanno ragione perché sono esasperati, e che io non ho il diritto di dire che Arafat non è in buona fede se non ci ho mai parlato a quattr’occhi (sic!), e che a lui del Muro del Pianto non gliene frega un cazzo, e che il peccato originale è stata l’occupazione (quando ho replicato che il peccato originale che ha dato origine a tutto è stato il rifiuto di Israele da parte degli arabi ha risposto che quelle sono storie vecchie e che non ha senso andarle a rivangare) e che Israele la deve finire, e che gli arabi hanno un’altra cultura e quindi noi dobbiamo capire e che ... Poi è arrivato il momento in cui ha scritto che non solo Arafat non è un terrorista e che chi lo dice è pazzo, ma che è anche un democratico, ed è arrivato il momento in cui, per portare acqua al mulino della propaganda filopalestinese e antiisraeliana è arrivato a manipolare e falsificare le Sacre Scritture, ed è arrivato il momento in cui in teatro ha inneggiato al rabbino ultraortodosso Weiss che auspica la distruzione di Israele – e quando io ho divulgato la notizia ha minacciato di denunciarmi ... Ora, finalmente, un po’ di giustizia.

barbara


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24 gennaio 2008

MA NON VI VERGOGNATE?

"Haniyé, ci ha convocati nel suo ufficio, siamo entrati e abbiamo trovato lui e i suoi ministri, al buio, seduti intorno al tavolo e davanti a ognuno c'era una candela accesa. Strano, abbiamo pensato, perché era giorno e sulle scale c'era la luce elettrica! Avevano chiuso tutte le tende per rendere la stanza completamente buia. Ci ha ordinato di fotografare e di ritornare la sera stessa. Siamo ritornati e abbiamo trovato il quartiere al buio, nelle zone da cui venivamo invece c'era la luce, e decine di donne e bambini per la strada con le candele accese in mano".

Questi sono i racconti dei giornalisti palestinesi arrivati ieri a Gerusalemme. Li abbiamo visti e sentiti in diretta alla TV israeliana e stiamo ancora ridendo.
Sembra impossibile che i palestinesi siano tanto sicuri di poter prendere in giro il mondo intero da arrivare a fare le sceneggiate "aiuto non abbiamo la luce, Israele ci sta togliendo tutto!" persino durante il giorno. Sono davvero arcisicuri che Eurabia creda ad ogni loro parola.
Sembra impossibile ma hanno ragione, il mondo gli crede, qualsiasi cosa dicano il mondo pende dalle loro labbra e all'ONU ti schiaffano una bella risoluzione contro Israele, senza nemmeno accennare ai bombardamenti su Sderot.
Il mondo urla "Israele affama i palestinesi" e li guarda, belli grassi, hanno persino la pancia, i bambini hanno belle guanciotte rotonde però continuano a gridare i soliti idioti "Israele affama i palestinesi, non possiamo accettare una punizione collettiva".
A Sderot invece sì? Sderot può essere punita collettivamente? I bambini di Sderot possono impazzire di paura? Sparano 50 missili al giorno, in poco più di 2 anni sono caduti nel sud del Neghev più di 9000 kassam.
Esiste paese al mondo che permetterebbe questo inferno sulla propria popolazione civile? Ditelo, ipocriti, esiste?
Vi prendono in giro e voi piangete per loro e il signor Dalema rilascia dichiarazioni indecenti.
Incomprensibile reazione di Israele a Gaza, signor Dalema?
Che schifo e che vergogna.
Che miserabili parole, signor Dalema.
Qualcuno ha forse sentito un commento dalemiano sulle parole del becchino suo amico, Nasrallah, che ha detto, con dovizia di particolari, quali parti di corpi di soldati israeliani sono in suo possesso?
Qualcuno ha sentito forse qualche commento indignato da parte di qualche ministro eurabico per le oscene dichiarazioni del becchino libanese?
E Condoleeza ha fatto qualche commento?
Silenzio.
Silenzio anche per la sceneggiata di hamas, eppure anche in Italia qualcuno ne ha parlato, se togliamo i media filopalestinesi, gli altri hanno detto chiaramente che Israele non ha tagliato l'energia elettrica, l'ha solo diminuita dopo aver chiesto per anni di piantarla con i bombardamenti su Sderot.
Filippo Landi, che fa la cronaca da Gaza, sta gongolando, parla di palestinesi che "invadono pacificamente" l'Egitto sotto "lo sguardo affettuoso dei soldati egiziani" mentre "Israele dice di mantenere il blocco e i capi dell'esercito sono molto arrabbiati per l'atteggiamento egiziano".
Landi dovrebbe fare il pittore perché con le parole e gli aggettivi al posto giusto ha fatto un quadro perfetto della pacifica reazione palestinese alla fame (!) e della bontà egiziana contrapposta alla cattiveria e alla rabbia di sti ebreacci di israeliani del cavolo.
Ehhh sì, sono bravi, lo dico sempre, sono furbi, lo dico sempre, hanno la propaganda nel sangue, lo dico sempre, ormai sono 60 anni che prendono tutti in giro e incassano soldi a palate, prima con Arafat e adesso con i suoi discendenti furbi e imbroglioni quanto lui.
I viveri che Israele fino a ieri, nonostante i bombardamenti, ha mandato nella striscia sono là, nei magazzini di hamas, non li danno alla popolazione per creare il panico e quelli che sono nei negozi sono incomprabili a causa dei prezzi alle stelle.
Loro stessi affamano la loro popolazione per incolpare Israele ma nessuno lo dice.
Centinaia di gaziani sono curati negli ospedali di Israele ma nessuno lo dice.
E la propaganda continua e oggi all'ONU ci sarà un'altra riunione presieduta dalla Libia, paese notoriamente democratico, per condannare Israele.
E in Europa l'odio contro gli ebrei cresce a dismisura "poveri palestinesi, maledetti ebrei".
Non si sa se ridere o piangere, c'è ben poco da ridere ma come non farlo, amaramente, nel rendersi conto che persone civili e intelligenti, in Europa e in tutto l'occidente, credono a questi pagliacci malefici.
Leggo su internet solo maledizioni contro Israele, se cerchi di dirgli come stanno le cose, ti accusano di essere senza cuore perché per "causa vostra, maledetti, i bambini palestinesi (sempre quelli colle guanciotte belle grassocce) fanno la FAME".
Se gli fai notare quanto soffrono i bambini di Sderot che non potranno fare una vita normale a causa dei postumi del terrore cui sono sottoposti, si mettono a ridere.
All'ONU in questo preciso momento Israele è sotto accusa.
In questo momento gli ambasciatori dei paesi presenti all'ONU stanno dicendo che niente, nemmeno i missili su Sderot, può giustificare Israele.
Credono fermamente a hamas, credono perché odiano Israele, odiano la civiltà e la democrazia, odiano gli ebrei.
Io riesco a pensare solo alla nostra gente a Sderot, al loro terrore, ai bambini che non si riprenderanno più, molti di questi bambini dal giorno della loro nascita hanno sentito ogni giorno e ogni notte i bum dei razzi , l'allarme suonare, i genitori afferrarli tra le braccia e scappare da qualche parte per salvarsi.
I bambini di Sderot, sorridono, dicono "sì abbiamo paura", chiedono "perché?"come chiedevano perché i bambini ebrei che i nazisti portavano nei campi della morte.
I nuovi nazisti palestinesi tentano di portarci alla follia ma fino a questo momento, a parte l'amore del mondo per la loro barbarie travestita da miseria e tanti soldi, sono riusciti soltanto a distruggere la loro gioventù.
I nostri bambini, i nostri giovani hanno l'educazione e l'amore che li salvano.
La loro gioventù ha solo odio, violenza e ferocia.
In questa tragedia, in questa solitudine totale in cui si trova Israele, c'è stata una luce, una voce fuori dal coro, quella di Franco Frattini, ex ministro degli Esteri italiano prima della disgrazia equivicina Dalema, portavoce dell'UE che al summit di Herzelia ha detto "L'Europa non può lasciare solo Israele".
Grazie Ministro, spero di rivederla presto al governo in Italia.
Deborah Fait
www.informazionecorretta.com

Ma siccome l’odio è molto più forte dell’amore, la menzogna è molto più forte della verità, l’ideologia è molto più forte dei fatti, di tutto questo non importerà nulla a nessuno.

barbara


24 gennaio 2008

LUOGHI 5

Di Tel Aviv purtroppo non ho visto quasi niente, viste le condizioni in cui ci sono arrivata. Ho intravisto uno scorcio del centro Dizengoff, di sera, tutto sfolgorante di luci, con l’omino dell’albergo che mi ha accompagnata in macchina a cercare una farmacia. Mi ha chiesto se lo conoscevo, ho detto sì, attentato di Purim, ci siamo guardati e per un po’ non abbiamo parlato più.
Il giorno dopo sono uscita, nel primo pomeriggio, con le caviglie strette nelle cavigliere elastiche acquistate la sera prima, arrancando a una velocità media di un centinaio di metri ogni mezz’ora e sono andata al posto in cui, secondo l’opuscolo datomi dall’albergatore, doveva fermare l’autobus panoramico che fa il giro della città per circa un’ora e mezza: visto che non posso camminare, mi sono detta, che almeno veda qualcosa così. Ci sono arrivata all’ora in cui sarebbe dovuto partire dal capolinea, un paio di centinaia di metri più in là, ho aspettato quaranta minuti, poi mi sono rassegnata a rinunciare al giro panoramico di Tel Aviv. Così, sempre arrancando, ho raggiunto la spiaggia (e strada facendo ho fotografato l’arrivo dell’aereo che mi aveva portata lì il giorno prima)



e mi sono seduta nello spiazzo esterno di un bar, e mentre consumavo qualcosa che avrebbe dovuto rappresentare uno spuntino e si è invece rivelato un pasto da camionisti, ho contemplato le varie attività che si svolgevano sulla spiaggia,





concludendo la visione con un tramonto da togliere il respiro.



Ne ho avuto un’altra breve visione, di Tel Aviv, la sera dopo, quando ne ho attraversato un pezzo in taxi, per andare a Rehovot a trovare Deborah, e mi sono commossa fin quasi alle lacrime a pensare che meno di cento anni fa al posto di Tel Aviv c’era questo:


(è l’11 aprile 1909: queste persone si sono riunite nel luogo in cui è stato deciso che sorgerà la nuova città, che prenderà il nome di Tel Aviv)


(e poco dopo iniziò il lavoro di spianatura delle dune)
Poi, la mattina dopo, sono venute a prendermi Dana e Odelia, che mi hanno portata in giro a vedere un po’ i dintorni, prima di portarmi a Herzeliya, da cui è partito il resto del viaggio, che già conoscete.

barbara


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23 gennaio 2008

E NEI PIEDI

la voglia di andare



barbara


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23 gennaio 2008

ETICHETTE

Se uscendo dalla macelleria sentite il bisogno di una rinfrescata, e non volete tuttavia scendere al livello di collezioni Harmony et similia, questo è il libro che fa per voi. Le etichette sono quelle che in altri tempi i viaggiatori di classe riportavano, attaccate a valigie e bauli, a testimonianza dei grandi alberghi in cui avevano soggiornato. E viaggiatore d’altri tempi è infatti Evelyn (non lasciatevi ingannare: è un uomo) Waugh: viaggiatore intelligente, colto, attento e, soprattutto, dotato di uno strepitoso senso dell’umorismo. Unica precauzione d’uso: non bevete (e qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché diavolo word mi segna errore “bevete”) mentre state leggendo, perché la risata vi coglie sempre a tradimento, e potrebbe avere conseguenze drammatiche.

Evelyn Waugh, Etichette, Adelphi



barbara


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22 gennaio 2008

PREMIATA MACELLERIA DELLE INDIE

Le Madri di Plaza de Mayo le conosciamo tutti, ma chi ha sentito parlare delle madri di Ratna Park? Quanto sappiamo sul traffico di organi? E su quello degli “orfani”? Chi sa che cosa sono i naxaliti? Chi ha sentito parlare della pulizia etnica in Bhutan? E dei campi di concentramento in Nepal? I giornali di solito non ne parlano, Alessandro Gilioli sì.
Alessandro Gilioli è un giornalista onesto. Onesto non è chi ostenta una improbabile equidistanza – o equivicinanza, che dir si voglia. Onesto è chi dichiara da che parte sta, e poi dà spazio a tutte le voci: lui lo fa. In più scrive anche bene il che, diciamolo, non è di tutti quelli che praticano il suo mestiere, e quindi questo libro è proprio da leggere. Ogni tanto fa un po’ strizzare le budella, sì, ma questa non è mica una buona ragione per restare nell’ignoranza, no?

Alessandro Gilioli, Premiata macelleria delle Indie, BUR



barbara


21 gennaio 2008

L’ESPRESSO: TUTTA LA DISINFORMAZIONE FOTOGRAFIA PER FOTOFRAFIA

Comunicato Honest Reporting Italia 20 gennaio 2008

La pace vista dal carcere

Il pezzo forte di questo servizio che inizia a pag. 54 dell’Espresso del 17 gennaio è l'intervista a Marwan Barghouti. Già il titolo è pesantemente fuorviante, ma non è di questo che vogliamo parlare, così come non vogliamo parlare di questa oscena intervista in ginocchio in cui all'intervistato è concesso di sparare, senza il minimo contraddittorio, ogni sorta di falsità e mistificazione, dal "constatare che Israele non ha avviato alcuna procedura che dia sostegno e fiducia ai palestinesi" (e Oslo? E Camp David? E il ritiro da Gaza?) al frignare che "Israele non ha rilasciato un numero consistente di prigionieri ma soltanto 400" (e quanti prigionieri israeliani hanno rilasciato i palestinesi? Prigionieri che, oltretutto, NON sono terroristi, a differenza di quelli detenuti nelle carceri israeliane che, una volta rilasciati, sono tornati a fare terrorismo), dalla delirante affermazione che sarebbe stata Israele a costringere "i palestinesi a vivere in uno dei più grandi accampamenti di profughi e per un tempo così lungo che non vi è pari nella storia moderna" alla grottesca dichiarazione che "i territori occupati nel 1967 rappresentano solo il 22 per cento della Palestina storica" (errore: i territori occupati nel 1967 rappresentano il 10 per cento della Palestina storica, mentre lo stato di Israele ne rappresenta il 12 per cento. Il restante 78 per cento è "occupato" dallo stato palestinese di Giordania), e potremmo continuare a lungo ma, come detto, non è di questo che vogliamo parlare, così come non parleremo del ritratto fortemente positivo di questo terrorista assassino ("è stato condannato a cinque ergastoli perché ritenuto responsabile di altrettanti omicidi di israeliani", "rampollo di una nobile famiglia", "carisma") che emerge da tutto il servizio. No. Ciò di cui vogliamo parlare sono le foto che illustrano il servizio. Nella prima vediamo un "rastrellamento israeliano". Perché gli israeliani rastrellano; il perché non si sa, forse è nella loro natura. Nella seconda "agenti palestinesi fedeli ad Abu Mazen celebrano l'anniversario di Fatah": belli, eleganti, sobri, tranquilli, pacifici. Nella terza Marwan Barghouti: una bella foto in bianco e nero, un primo piano del suo bel faccione gioviale. Nella quarta, in cui si vede un villaggio con del fumo in fondo e qualcosa che brucia in primo piano "militanti palestinesi si preparano a fronteggiare un'incursione israeliana": poiché non è dato sapere se questa strana gente che sono gli israeliani abbia un qualche ragionevole motivo per operare incursioni, e d'altra parte i "militanti" palestinesi sono lì che la aspettano, si può supporre che anche le incursioni, come i rastrellamenti, siano nella natura degli israeliani. Nella quinta "un soldato benda prigionieri palestinesi nella Striscia di Gaza": chi sono questi palestinesi? Non si sa. Perché sono stati fatti prigionieri? Non si sa. Perché il soldato israeliano li benda? Non si sa. Cattiveria gratuita? Chissà ... Nella sesta foto "La folla partecipa al funerale di un palestinese ucciso nei raid" (nei raid? Quanti raid sono occorsi per uccidere un palestinese?). Nella settima un piccolo ritratto di Mahmoud Abbas, nom de guerre (giusto per non rischiare di dimenticarci che lui è un uomo di pace) Abu Mazen: elegantissimo, aria seria e concentrata. Nell'ottava "una residenza palestinese distrutta dagli israeliani" e anche in questo caso il perché non si sa; forse il perché non c'è e anche in questo caso si è trattato di pura cattiveria gratuita. Nella nona e ultima, Ehud Olmert: siamo pronti ad ammettere che il suo aspetto forse non è dei più accattivanti, ma a guardare questa foto viene il sospetto che tra le decine di migliaia presenti in rete sia stata accuratamente scelta la più antipatica, in cui sembra guardare, con insopportabile arroganza, il mondo dall'alto in basso.


Case israeliane distrutte dai Kassam? Zero. Funerali di israeliani uccisi dai palestinesi? Zero. Prigionieri israeliani catturati dai palestinesi e di cui mai più si è avuta notizia? Zero. Famiglie israeliane che preparano i bunker per sfuggire agli attacchi palestinesi e che insegnano ai bambini a mettersi al riparo in 15 secondi, tempo massimo intercorrente tra il segnale d'allarme e la caduta del missile? Zero. Pacifici soldati israeliani che celebrano qualche ricorrenza? Zero. Israeliani dalla faccia simpatica che sarebbero contenti di fare la pace? Zero.

Vi invitiamo a segnalare questa vergognosa mistificazione della realtà a espresso@espressoedit.it


Invitiamo
i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

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Non che sia una novità, comunque …

barbara


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20 gennaio 2008

PARLA UN SINDACO PALESTINESE DI GERUSALEMME EST

A colloquio con Muchtar Suhir Hamdan

Non è soltanto la popolazione ebraica a temere la divisione di Gerusalemme, ma anche e soprattutto la popolazione araba di Gerusalemme Est. Ogni volta che sul tavolo delle trattative c'è Gerusalemme, come nei giorni scorsi ad Annapolis o nell'estate 2000 a Camp David, si alzano voci critiche dalle fila dei palestinesi contro un eventuale governo palestinese. Il problema è che ben difficilmente si trova un palestinese che ha il coraggio di dire questo apertamente. La paura paralizza, e quindi la verità che la maggior parte dei palestinesi in privato ammette non arriva in pubblico. "Muchtar" Suhir Hamdan, che già sette anni fa ha criticato l'amministrazione palestinese in Gerusalemme Est e che per questo ha quasi pagato con la vita, non si dà per vinto. Il cinquantacinquenne Suhir Hamdan è un orgoglioso musulmano, sposato con tre mogli e padre di 22 figli. In quanto sindaco del villaggio arabo Zur Bacher, uno dei 12 villaggi di Gerusalemme Est, è una personalità riconosciuta. Come allora, anche oggi Hamdan dice quello che gli altri palestinesi pensano.

israel heute - Come la maggior parte dei palestinesi, anche lei ha previsto il fallimento del vertice di Annapolis.
Suhir Hamdan - Naturalmente, entrambe le parti, israeliani e palestinesi, con gli USA hanno soltanto perso tempo.

D. Con il successore di Arafat, il capo dell'OLP Mahmud Abbas, Israele e il mondo avevano sperato di avere una direzione palestinese più pragmatica.
R. Mahmud Abbas è un capo debole, e fino a che non ha il suo popolo in pugno non otterrà niente. Già al tempo della sua elezione ho avvertito che avrebbe portato al popolo una catastrofe. Prima di parlare a tutto il mondo, Abbas dovrebbe preoccuparsi di mettere ordine nel suo proprio popolo.

D. Chi è più forte, secondo lei, Fatah o Hamas?
R. Nella Striscia di Gaza oggi Hamas è molto più forte di Fatah. Non appena Israele si ritirerà dalle altre città palestinesi, nella stessa notte Hamas occuperà ogni singola città. Il capo di Fatah, Mahmud Abbas, ha perso il potere sul popolo palestinese.

D. Come vede le ricorrenti trattative sul futuro di Gerusalemme?
R. Io dico molto chiramente che Olmert e Abbas non hanno nessun diritto di decidere sul nostro futuro in Gerusalemme. Prima di prendere ogni decisione bisognerebbe interrogare i cittadini arabi. Ma questo nessuno lo fa. Come nel 2000 ho combattuto per i nostri diritti e la nostra libertà, così faccio anche oggi. Non siamo pecore di un gregge. Noi, 250.000 arabi di Gerusalemme, siamo persone che hanno dei diritti e quindi insistiamo per avere una consultazione popolare.

D. Suhir, sette anni fa, mentre stava davanti alla sua porta di casa in Zur Bacher, un'auto che passava le ha sparato cinque colpi. Erano terroristi Tanzim di Betlemme. Non ha ancora paura di criticare la direzione palestinese?
R. No! L'Autonomia Palestinese è una dittatura che teme la democrazia. La paura paralizza i palestinesi, che non si arrischiano a parlare contro i loro dirigenti. Io non ho paura. Il mio messaggio è libertà e democrazia.

D. Ma come mai non si sentono altre voci?
R. Davanti all'amministrazione palestinese di Gerusalemme Est la maggior parte dei palestinesi ha paura. E' una cosa che il governo in Israele sa molto bene, e con lui i giornalisti israeliani che sono in contatto con la popolazione di Gerusalemme Est. La sola cosa che vogliamo è di poter determinare noi stessi il nostro futuro.

D. Che cosa avverrà nei primi tempi dopo Annapolis?
R. E' garantito che i palestinesi non governeranno su Gerusalemme Est. Per esperienza sappiamo che una leadership palestinese potrà soltanto rovinare quello che abbiamo ottenuto sotto l'amministrazione israeliana. State a sentire le voci che si sentono tra la Striscia di Gaza e Nablus! La maggior parte delle persone implora il ritorno degli israeliani nelle loro città e nei loro paesi. Fatah si è dimostrato corrotto, e Hamas è fatto di assassini.

D. Si parla di pace e non si ottiene niente!
R. Purtroppo! Oggi è diventato tutto ancora più difficile perché il popolo palestinese è diviso in due campi che combattono l'uno contro l'altro. Hamas diventa sempre più forte e alla fine occuperà anche gli altri territori paelstinesi. Per questo un ritiro delle truppe israeliane non è nell'interesse del Fatah di Mahmud Abbas. Dovrebbe essere armato e coperto da Israele per riuscire a contrapporsi a Hamas.

D. Lei propone dunque di fare anzitutto una consultazione tra i cittadini palestinesi di Gerusalemme, da cui probabilmente verrebbe fuori che si vuole avere un'autonomia sotto la sovranità israeliana?
R. Sì, qualcosa di simile! Già sette anni fa avevo avvertito palestinesi e israeliani che entrambi i popoli sarebbero caduti sulla questione di Gerusalemme. Mi creda, io vedo la situazione politica in questa regione molto più realisticamente di certe note figure chiave.

(israel heute, gennaio 2008 - trad. www.ilvangelo.org)

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Ma per le anime belle di casa nostra i desideri degli arabi, le esigenze degli arabi, il benessere degli arabi sono l’ultima cosa al mondo a poter essere presa in considerazione. L’unica cosa che interessa loro è il mantra di cui si sono innamorati: “dividere Gerusalemme” (che MAI, nella sua storia trimillenaria, è stata divisa, se non nei 19 anni in cui una metà di essa è stata illegalmente invasa e occupata dalla Giordania). E se con questo gli arabi israeliani – o palestinesi che dir si voglia – andranno a star male, beh, tanto peggio per loro.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere qui.


19 gennaio 2008

LUOGHI 4

Prima di Arad ero stata ad Acco, ospite di Sandra. Ho girato un bel po’ per la Galilea, ho visto kibbuz e moshav, sono entrata nei villaggi arabi,



sono stata al confine col Libano



(no, questa foto non ha assolutamente niente di interessante, l’ho fatta solo perché lì è vietato fare foto), ho visto lo strepitoso panorama del Mediterraneo da Rosh Hanikra,











la cittadella degli Ospitalieri,









il mitico “Abu Christo” (la prima volta che l’ho incontrato, in un romanzo, credevo che fosse un’invenzione letteraria e un amico, quando mi ha raccontato di averci mangiato e io ho commentato “ah, ma allora esiste davvero!” si è perfino offeso) e il mare



e la darsena di fronte,



e insomma anche lì ho avuto modo di dire sì, le zampe fanno maledettamente male, ma ne valeva davvero la pena.

barbara


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18 gennaio 2008

ISRAELE SIAMO NOI

Fiamma Nirenstein, la conosciamo, è passionale e irruenta. E passionale e irruento è questo libro, autentico fiume in piena di passione e di rabbia e di dolore e di amore e di indignazione e di speranza e di delusione e di gioia e di disperazione e poi però ancora di speranza, nonostante tutto. Oltre che di storia e di storie e di cronaca e di notizie recenti e passate, più note e meno note. Leggetelo: vi farà bene.

Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi, Rizzoli



barbara


18 gennaio 2008

PERCHÉ IL MALE TORNA SEMPRE

Non stavo ascoltando con attenzione. Cioè no, non è vero: stavo ascoltando con attenzione, solo che di fronte a questi temi la mia coscienza si ottunde e finisce che mi perdo. Insomma, il libro non mi ricordo come si intitoli, lei si chiama Cristiana Ruggero ed è giornalista al TG2. Il libro è un romanzo sulla Shoah, ispiratole da un trafiletto letto sul giornale, che diceva di un documento rinvenuto in Russia e che Putin ha restituito alla Germania. È bastato questo per scatenarle una tempesta di emozioni e la voglia di parlarne. L’hanno intervistata ieri sera alla radio regionale, e mi è rimasta impressa questa frase. Bisogna ricordare, diceva, è indispensabile, il male che è stato fatto bisogna ricordarlo, perché il male torna sempre. È già stato detto da altri, ma nessuna ripetizione è inutile nessuna ripetizione è superflua. Bisognerebbe stamparlo e piazzarlo dappertutto: PERCHÉ IL MALE TORNA SEMPRE.



barbara


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17 gennaio 2008

IL DISCORSO DEL PAPA

Non mi sono mai sognata, in tutta la mia vita, di leggere non dico un discorso, ma neppure una frase del papa, esattamente come non mi è mai passato per la testa di andare a guardare che cosa pubblichino i giornali danesi. Tuttavia a suo tempo ho pubblicato le dodici vignette su Maometto, e adesso vi beccate il discorso del papa. Naturalmente non chiedo a nessuno di leggerlo – neanche io l’ho letto tutto, del resto, perché è una palla mostruosa, non ascolto mai neanche i discorsi nelle conferenze a scuola, figuriamoci se leggo un discorso di cinque pagine del papa – però il discorso adesso è qui, a perenne testimonianza del fatto che io, a differenza di quei quattro cialtroni cacasotto, del papa non ho paura.

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa?
Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università "Sapienza", l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"-episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.
Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.
È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri?
La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio.
Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.
Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo.
È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera?
In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d'Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza.
La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero.
Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità.
E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università?
Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

NOTA: qualunque critica a questo discorso è ammessa. A patto che lo si sia letto, beninteso.

barbara


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17 gennaio 2008

LETTERA DI MARCELLO CINI

Quella che segue è la lettera inviata da Marcello Cini al rettore della Sapienza. Mi permetto di far notare che il signor Cini, dichiaratamente, non sa che cosa dirà il papa. Mi permetto di far notare che tutta la lettera si basa, dichiaratamente, su ciò che il signor Cini presume (“pre”!) che il papa dirà. Il che, se anche a me è consentito esprimere un’opinione, è un atteggiamento da emerito imbecille.

Lettera aperta del 14 novembre 2007 indirizzata al Rettore de La Sapienza dal professor Marcello Cini

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell’agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell’inaugurazione del 705esimo Anno Accademico dell’università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell’Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».
Come professore emerito dell’università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l’obiettivo politico e mediatico.
Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall’esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull’incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università -da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza- dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell’università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.
Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».
Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall’accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all’imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all’origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio a sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda (sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l’ex capo del Sant’uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l’espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione fra l’umano e il divino. Un’appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l’integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l’appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell’evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?
Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l’Anno Accademico dell’Università La Sapienza».
Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come. simbolo dell’autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.
Marcello Cini

E dopo averla letta tutta, oltre alla constatazione del fatto, evidente e lampante, che questo omino ha PAURA del papa, mi permetto di aggiungere che tutte le sue pretese argomentazioni, non sono altro che una montagna di ciarpame.

barbara


16 gennaio 2008

TANTO PER PRECISARE

Ho trovato vergognoso quando, in alcune università italiane, è stato impedito di parlare a rappresentanti dello stato di Israele. Trovo altrettanto vergognoso che si impedisca di parlare a un rappresentante dello stato del Vaticano.

barbara


16 gennaio 2008

TRADITA

Mayada si chinò su di lei. «Risparmia le forze.»
«Non riesco a camminare, ma posso parlare.» Con un sorriso, chiuse gli occhi e bisbigliò:
«Nell'ultima prigione in cui sono stata c'era una poesia graffita sul muro da una qualche povera, disgraziata donna senza nome morta lì. Volevo mantenere in vita una piccola parte di lei, così l'ho imparata a memoria, e tutti i giorni me la ripeto».
«Più tardi ce la dirai», la incoraggiò la dottoressa Sabah. «No, per favore, lascia che la reciti adesso.» Mayada guardò la dottoressa Sabah, che annuì. «Va be­ne. Ma non ti stancare.»
Il viso e il corpo di Samira si contrassero e, fra molte in­terruzioni, recitò i versi che aveva mandato a memoria con tanta cura:

Mi hanno portata via da casa
mi hanno presa a schiaffi quando chiamavo i miei figli
mi hanno gettata in prigione
mi hanno accusata di colpe che non avevo commesso
mi hanno interrogata con le loro dure accuse
mi hanno torturata con le loro mani crudeli
mi hanno spento sigarette sulla carne
mi hanno tagliato la lingua
mi hanno stuprata
mi hanno tagliato i seni
ho pianto in solitudine, di dolore e di paura
mi hanno condannata a morte
mi hanno messa al muro
ho chiesto pietà
mi hanno sparato in mezzo agli occhi
hanno gettato il mio corpo in una misera fossa
mi hanno sepolta senza sudario
e, dopo la mia morte, hanno scoperto che ero innocente.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
Mayada, invece, grazie al fatto di essere, oltre che innocente, anche membro di una delle più nobili e potenti famiglie irachene, dalla cella 52 riesce, fatto più unico che raro, ad uscire viva, dopo essere stata torturata una sola volta. Per questo è in grado di offrirci la sua lucida e straziante testimonianza diretta di ciò che avveniva nelle prigioni di Saddam Hussein. Se avete abbastanza pelo sullo stomaco leggetelo. Se non lo avete, almeno provateci.

Jean Sasson, Tradita, Sperling & Kupfer



barbara


15 gennaio 2008

ASSISTENZA DOMICILIARE

C’è. Costa un occhio della testa, ma in cambio del suddetto occhio la ASL fornisce di tutto: lavori domestici, spesa, accompagnamento, assistenza bagno/doccia, lavaggio capelli … E dunque chiamo. Spiego che mi sono rotta tutte e due le gambe. Che non posso camminare. Che abito al secondo piano senza ascensore. Che vivo sola. Che ne avrò almeno per un mese e mezzo. Che ho bisogno che almeno una volta o due la settimana qualcuno mi porti fuori a prendere una boccata d’aria. Che, per la precisione, ho bisogno che vengano due uomini, o almeno uno molto robusto, per portare giù prima la sedia a rotelle e poi me per poi andare a fare un giro. E poi, ovviamente, riportarmi su. Spero che si possa organizzare entro un giorno o due ma mi dicono che no, non si può, prima di lunedì non c’è nessuno. E mi rassegno ad aspettare fino a lunedì. Che finalmente arriva. E io, tutta eccitata, aspetto di poter finalmente, dopo dodici giorni, respirare una boccata d’aria. E arriva l’ora, e suona il campanello, e io salto sulla sedia a rotelle e mi precipito ad aprire e mi trovo davanti … una ragazzina.
Stamattina ho richiamato. La responsabile ha risposto che non aveva capito che dovevo essere materialmente portata giù. Non aveva capito. E per non capire la pagano pure.

barbara


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15 gennaio 2008

LA MAMMA CATTIVA

4 gennaio 1970: un padre uccide il figlioletto di tre mesi per­cuotendolo con una scarpa.
16 marzo 1970: una donna infierisce a morte sul figlio di due anni e mezzo che si era fatto pipì addosso con schiaffi e calci. Suc­cessivamente simula una disgrazia.
28 febbraio 1971: per vendicarsi del marito che la tradiva, brucia vivi i figli di quattro e due anni; prima aveva tentato di ammazzarli col gas, ma i bambini si erano messi a piangere invocandola.
15 gennaio 1972: una madre di 24 anni fa a pezzi la figlioletta e la brucia nel forno.
2 settembre 1972: un uomo dì 27 anni uccide sull'autostrada la moglie e la bambina di tre mesi, quest'ultima sbattendole il capo contro un albero.
20 dicembre 1972: una bambina di sette anni è torturata dalla madre: le schiacciava le mani fra i battenti della porta, la legava sul letto prendendola a pugni in faccia.

Interrompiamo questa orripilante elencazione per tentare qualche considerazione statistica, premettendo che per valutare l'impor­tanza sociale del figlicidio e le dimensioni della distruttività dei ge­nitori una ricerca sbrigativa condotta sulle pagine dei quotidiani ri­sulta più che sufficiente. Si tratta infatti di accadimenti che, una vol­ta accertati, non possono passare sotto silenzio, anche perché per­mettono ai giornalisti digressioni moralistiche e scandalistiche, sem­pre di grande effetto sui lettori.
Nel 1970 vi sono stati in Italia 25 casi di figlicidio con un totale di 32 vittime; 32 casi nel 1971 con 50 vittime e 26 nel 1972 con 40. Su 83 figlicidi complessivi abbiamo solo 25 casi di omicidio-suicidio, in cui cioè il genitore assassino si è successivamente dato la morte: proporzione sufficiente a confutare la convinzione che cau­sa più frequente dell'uccisione dei figli sia la psicosi melanconica. Inoltre i delitti per motivi di onore sono soltanto cinque.
Se si confrontano i due sessi si osserva una leggera prevalenza della madre (53%), mentre una differenza più significativa si ricava dall'età delle vittime. Il padre difficilmente uccide nei primi an­ni di vita, ma piuttosto dai 10 anni in su; la madre invece più fre­quentemente scarica la sua aggressività verso il figlio neonato o il bambino molto piccolo: raramente dopo i sei anni ed eccezional­mente con bambini più grandi. […].
Se infine volessimo calcolare l'incidenza dei genitori, e rispet­tivamente degli estranei, nelle uccisioni di bambini, considerando un qualsiasi periodo di tempo, dovremmo costatare l'assoluta preponderanza dei parenti assassini sugli assassini non consan­guinei. Per esempio in un semestre, come il primo del 1971, su venti omicidi in danno di minori di 15 anni, tredici sono stati commessi dai genitori (bambini accoltellati, sgozzati, strangolati, avvelenati, bruciati vivi o defenestrati, per ira, depressione, sconforto, impazienza, insofferenza; o perché il figlio piange, è malato, ribelle, si urina addosso; oppure per vendetta o rappre­saglia sull'altro coniuge), due da altri parenti e soltanto cinque da estranei.
È però praticamente impossibile accertare la reale frequenza del figlicidio. Le statistiche sono, per ammissione degli stessi au­tori, lacunose e incomplete, in quanto che si riferiscono ai crimini evidenti o a quelli rivelati e non includono la cifra molto più elevata di morti causate dai genitori che rimangono coperte per numerose ragioni: minacce del colpevole agli altri membri della famiglia, necessità di mantenere a qualunque prezzo la presunta solidità e la sicurezza dell'organizzazione familiare, l’incertezza di natura conflittuale e la tendenza alla negazione in coloro che potrebbero denunciarle ecc.
Comunque, in Inghilterra, si calcola che un terzo degli assassinati abbia meno di 16 anni, e che l’80% delle donne assassine siano figlicide.

Dente avvelenato? Sì, certo. Solo, tenete presente, nessuno nasce col dente avvelenato incorporato: è strada facendo che si avvelena. Vivendo e guardandosi attorno. Questo splendido e documentatissimo saggio – che non è assolutamente un mattone, tranquillizzatevi: scorre via che è un piacere – spiega esaurientemente come e perché i denti dei figli si vadano avvelenando. E non azzardatevi a non leggerlo.

Glauco Carloni – Daniela Nobili, La mamma cattiva, Guaraldi



barbara


14 gennaio 2008

VAFFANCULO

No, non è stato un moto di nervosismo, un impulso, una reazione incontrollata, no: è stata una decisione meditata. Prima dicevo: “Grazie, non sono interessata” e mettevo giù. Poi sono passata a “Non sono interessata” e sbattevo giù. Alla fine anche questa forma mi è sembrata decisamente troppo cortese e tollerante nei confronti di questa banda di rappresentanti di tappeti mobili skyTV telecom tele2 e chi più ne ha più ne metta che vengono a rompere i coglioni mentre stai girando il sugo, mentre sei seduto sul cesso, mentre dopo una notte insonne e una mattinata di lavoro ti concedi un minuto e mezzo di abbiocco in poltrona prima di riscappare fuori: basta! Adesso dico vaffanculo. Se lo facessero tutti, magari alla fine si rifiuterebbero di prestarsi e smetterebbero.

barbara


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13 gennaio 2008

RIVOGLIO LA MIA VITA

Perché capita. Anche a una donna bella, ricca, famosa, invidiata capita di essere depredata della propria vita, di essere incapace di impedirlo, di non avere, per decenni, strumenti per riappropriarsene. E la strada della presa di coscienza, la strada per tornare padroni della propria vita è lunga, difficile, faticosa. Dolorosa. La racconta, in questo libro sofferto, Veronica De Laurentiis, figlia della bellissima Silvana Mangano e del potente Dino De Laurentiis. A me è piaciuto, e lo consiglio anche a voi.

Veronica De Laurentiis, Rivoglio la mia vita, edizioni e/o



barbara


12 gennaio 2008

LUOGHI 3

A Gerusalemme ho visto anche, appena arrivata, una manifestazione



organizzata per mantenere viva l’attenzione sui tre soldati rapiti: Gilad Shalit, 19 anni, nelle mani di Hamas da giugno 2006;



Ehud Goldwasser 32 anni e Eldad Regev 26, rapiti nel luglio 2006 da Hezbollah.

                                     

La manifestazione si tiene due volte al mese, di venerdì mattina, e alla sua conclusione vengono distribuiti fra i presenti dei palloncini bianchi e azzurri, che vengono poi liberati.



Fra questi, c’è anche il mio.
A Gerusalemme ero arrivata da Arad, dove persone fino a un momento prima sconosciute mi hanno offerto la più generosa ospitalità e mi hanno portata a vedere i panorami mozzafiato del deserto di Giudea,



i villaggi beduini,


il mar Morto,


il monumento ai soldati caduti nella guerra di indipendenza,


Masada.


Mi ha chiamata Sandra, mentre stavo vedendo queste cose, ed ero talmente emozionata che quasi non riuscivo a parlare. Poi, mentre stavo fotografando i soldati israeliani, mi è arrivato sul cellulare un messaggio, che mi informava che ero entrata nello spazio telefonico giordano – misteri della telefonia mobile e di chissà che altro ancora …
Poi, sulla via per Gerusalemme, il mio taxi è stato fermato a un posto di blocco e, nonostante la targa israeliana e l’aspetto inconfondibilmente sabra del tassista, è stato controllato il mio passaporto e perquisito il bagagliaio e la cosa, unita ai brevi tratti di muro che costeggiavano la strada, mi ha dato un grande senso di sicurezza, così come me lo ha dato, due giorni dopo, il vigilante che all’ingresso del ristorante ha ispezionato la mia borsa. E anche questa, credo, è una specifica caratteristica di Israele: anche nel mezzo della bufera, ti fa sentire sicuro. segue

barbara


11 gennaio 2008

FELICITÀ

Avendo avuto il permesso di posare, sia pure con cautela e parsimonia, la zampa sinistra, mi sono azzardata a chiedere: “Allora se metto la sedia a rotelle vicino vicino alla vasca da bagno e mi metto in piedi giusto il tempo per sedermi sul bordo e poi piano piano mi giro e mi ci siedo dentro e …” Lo sapevo che non avrei dovuto chiederlo: immediatamente è partita una raffica di “ e se poi scivola, e se poi cade, e se poi questo, e se poi quello, a casa da sola …”
Naturalmente lo sapevo benissimo che in realtà il problema non era affatto entrare, bensì uscire, posando, piano, la sola zampa sinistra mentre la destra se ne stava ben sollevata, facendo leva su due braccia di modestissima muscolatura sormontate entrambe da spalle ampiamente dotate di periartrite, con le mani posate sui bordi bagnati e scivolosi della vasca …
Ma se considerate che l’ultima doccia l’avevo fatta dieci giorni fa, ditemi voi: non ne valeva la pena?

barbara


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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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