.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2007

LUI PERÒ NON VOLEVA MICA



Doveva essere bellissima, a giudicare dalla foto. Lei non gliel’ha data, lui l’ha ammazzata. Poi ha caricato il corpo in macchina, l’ha portato a casa, l’ha nascosto in cantina, l’ha successivamente buttato in un rivolo d’acqua nascondendolo con arbusti e coprendolo anche con un frigorifero, poi ha tentato di rapinare la madre per procurarsi i soldi per scappare … però non voleva mica ammazzarla, lui. E adesso, come da copione, qualcuno ci racconterà che è sconvolto, che soffre tanto, che non fa che piangere, che le sue condizioni sono incompatibili col regime carcerario …
Una cosa è certa: il giorno che deciderò che ne ho abbastanza, non sarà una rivoluzione pacifica e nonviolenta, la mia, questo potete proprio scordarvelo.

barbara


29 settembre 2007

FRITTO MISTO DI POLITICA

 - il signor Mastella è andato a vedere la Formula 1 con l’aereo di stato più elicottero più vari altri ammennicoli – sì, lo so che lo sapete, ma mi serve ricordarlo per quello che devo dire dopo
- il signor Mastella ha un blog. Capita che qualcuno lo critichi, e lui dice ah sì, mi criticate? E allora io non vi lascio più commentare liberamente. E non è che questa sia una mia libera interpretazione dei fatti, no no, lo dice proprio così. Capita anche che nel suo blog scriva cose come “Come se io sia l'emblema del Male”. Capita che una giovane studentessa si permetta di dirgli che è sbagliato, e lui, sfottendola per l’età, la inviti a continuare a studiare, sostenendo che la sua frase è corretta. Capita che altri – non solo io – gli confermino che la frase è sbagliata e lui, come promesso, censura tutto
- ieri sera, per la prima volta, ho sentito alla radio uno spezzoncino di un comizio del signor Beppe Grillo. Gridava. Le parole non le ho sentite, perché quando uno grida normalmente le parole non si capiscono; se non avessero detto che era lui, avrei creduto che fosse una registrazione di qualche discorso di Mussolini, roba tipo con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta
- capita che il signor Mastella decida di scrivere un libro sugli abusi e privilegi delle caste, idea con la quale fa ampiamente concorrenza al signor Eugenio Scalfari che, dopo essere stato fascista e poi comunista e poi democristiano e poi radicale e poi socialista e mi scuso se ho dimenticato qualche giravolta, ha proposto di fondare il partito trasversale degli onesti
- capita che il signor Grillo, dopo avere detto – anzi, urlato - peste e corna del signor Mastella nei suoi comizi, scopra improvvisamente che lui è “il migliore sulla piazza della politica, certo” e gli proponga di scrivere il libro a quattro mani
- e, come dice un tale che gira da queste parti, no digo altro.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. mastella grillo letamaio

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 29/9/2007 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa


28 settembre 2007

CIAO LUISA

La nostra piccola zanzara non pungerà più. Ma la ricorderemo sempre.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. zanzara addio

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 28/9/2007 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


27 settembre 2007

MEMENTO



Una scena del “Dottor Divago” (nel film: caso più unico che raro di film che è più bello del libro): dopo la manifestazione pacifica repressa nel sangue lui, all’alba, si presenta a casa di lei e le dà una pistola, chiedendole di nasconderla; lei spaventata, gli dice: “No, buttala via!” Lui, tremante di odio, di rabbia, di dolore per gli innocenti massacrati, con gli occhi fissi e la voce dura risponde: “No, mi servirà: non ci saranno più manifestazioni pacifiche”.
Fanculo alle manifestazioni pacifiche. Fanculo ai pacifisti. Fanculo alle anime belle di tutto il mondo. Hitler non è stato abbattuto con le manifestazioni pacifiche. Pol Pot non è stato abbattuto con le manifestazioni pacifiche. E non mi si venga a dire “E Gandhi allora?”: Gandhi aveva a che fare con una democrazia. Imperialista, colonialista, e metteteci pure tutti gli ismi che volete, ma pur sempre democrazia. Se di fronte a Gandhi al posto del re d’Inghilterra ci fosse stato Hitler, la sua protesta non violenta sarebbe durata esattamente cinque secondi: il tempo di prendere la mira per piantargli una pallottola in fronte.
Sto piangendo. Sapendo perfettamente che tutte insieme le mie lacrime non basteranno a lenire la più piccola delle ferite inferte oggi, ma come impedirmelo?

E ascoltate anche questo.

barbara


26 settembre 2007

Birmania, i militari aprono il fuoco contro i monaci: vittime e feriti



Militari in assetto antisommossa hanno caricato i manifestanti nei pressi della pagoda di Shwegadon. Incerto il bilancio, forse 6 morti

YANGON - Continua a crescere la tensione in Birmania e secondo le ultime notizie l'attesa repressione di soldati e polizia ha fatto le prime vittime. Almeno cinque persone, tra cui un monaco, sono rimaste uccise nelle cariche della polizia contro i manifestanti a Yangon. Gli incidenti più gravi sono avvenuti nei pressi della pagoda di Sule, uno dei centri nevralgici delle proteste di questi giorni, il luogo di culto da cui era partita anche la "rivolta degli studenti" nel 1988. Ci sono anche 150 manifestanti feriti.
Secondo la radio Voce democratica di Birmania, con sede a Oslo, tre persone sono state uccise dai colpi d'arma da fuoco sparati dai militari di fronte alla pagoda di Shwedagon, la più importante della capitale, diventata il fulcro della proteste, mentre altre due sono morte dinanzi a quella di Sule. I feriti delle cariche delle forze di sicurezza sarebbero circa 150. Tra le vittime ci sarebbe un monaco novantenne. Ma altre fonti riferiscono che il bilancio delle vittime degli scontri è di sei-otto morti.

CARICHE E SPARI - Yangon, la polizia ha caricato con i manganelli circa 700 manifestanti, tra i quali molti monaci, che si preparavano a dar vita a
nuove marce di protesta contro la giunta militare che da quarant'anni governa Myanmar con il pugno di ferro. Negli scontri, secondo testimoni locali, sono stati picchiati dieci monaci dinanzi alla pagoda Shwedagon, uno dei centri nevralgici delle proteste dei giorni scorsi. Circa 80 persone sono state arrestate. Dopo la prima notte di coprifuoco, stamane a Yangon centinaia di militari e poliziotti in assetto antisommossa hanno preso posizione attorno ad almeno sei grandi monasteri che, nei giorni scorsi, erano stati il motore della rivolta. E centinaia di soldati si sono schierati in un parco vicino la Pagoda Sule, il centro nevralgico da cui nei giorni erano partite le marce dei monaci contro i generali. Poliziotti e soldati hanno poi sparato colpi in aria a Yangon per disperdere migliaia di persone radunate nel centro della città al passaggio di un corteo di un migliaio di monaci buddisti.

GLI ARRESTI - Intanto sono cominciati gli arresti «eccellenti»: fermati un noto attivista per i diritti civili, Wing Nain, e il più celebre attore locale, Zaganar, che aveva appoggiato pubblicamente la protesta. Secondo un diplomatico occidentale, il settantenne uomo politico arrestato è stato portato via dalla sua abitazione in piena notte (intorno alle 02:30 ora locale). L'attore arrestato nei giorni scorsi aveva preso esplicita posizione a sostegno della protesta, recandosi in una pagoda ad offrire acqua e cibo ai monaci.

A MANDALAY FERMATO IL CORTEO - Decine di soldati e di agenti di polizia antisommossa hanno impedito a 300 monaci e 30 monache buddisti di entrare nella Pagoda Mahamuni Paya di Mandalay, la seconda città di Myanmar (ex Birmania). Dopo un acceso confronto, i religiosi hanno deciso di marciare verso il centro della città dove sono dispiegate altre forze di sicurezza. I militari hanno creato una barricata e hanno chiuso con il filo spinato l’uscita della Pagoda, da cui nei giorni scorsi è partita la protesta dei monaci buddisti. Cinque autocarri militari sono stati visti all’interno del monastero, mentre altri soldati sono stati dispiegati lungo la strada nella città dei templi e dei palazzi. "Abbiamo paura, i soldati sono pronti a sparare sui civili in ogni momento", ha detto un uomo vicino alla pagoda. Sim

COPRIFUOCO - Il coprifuoco imposto dalla giunta militare è effettivo dalla 21:00 alle 05:00 ora locale e rimarrà in vigore per 60 giorni nelle città più importanti. La misura trasferisce all'esercito il controllo diretto della sicurezza in tutto il Paese e proibisce gli assembramenti e le riunioni di più di cinque persone.
26 settembre 2007 (Corriere on-line)



barbara

AGGIORNAMENTO: Le forze di sicurezza birmane hanno poi lanciato un ultimatum ai manifestanti intimando loro di disperdersi nel più breve tempo possibile con la minaccia di «un'azione estrema». […]
«I membri del Consiglio hanno espresso la loro preoccupazione riguardo alla situazione e hanno invitato alla moderazione, in particolare da parte del governo birmano» […]
Le forze di sicurezza birmane hanno arrestato stanotte il portavoce della leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi. (Corriere on-line)




AGGIORNAMENTO 2: monaci arrestati: 800. Uccisi due giornalisti, uno dei quali giapponese.



Retate negli alberghi alla caccia di giornalisti stranieri: evidentemente si vuole evitare che quanto sta per accadere venga documentato.



AGGIORNAMENTO 3: andare qui.

AGGIORNAMENTO 4: "In support of our incredibly brave friends in Burma: may all people around the world wear a red shirt on Friday, September 28. Please forward!" (a sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa).

AGGIORNAMENTO 5: ecco:


Giace a terra Kenji Nagai, il fotoreporter giapponese della Afp, colpito a morte dalla polizia birmana. Prima di spirare ha ancora la forza di fare l'ultimo scatto . Nagai, 52 anni, è stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove manifestavano oltre diecimila persone. A documentare il momento drammatico della sua morte è un collega della Reuters (Reuters)


25 settembre 2007

SPERIAMO

che se c’è qualcuno lassù, gli tenga una mano sopra





perché quando quelli cominceranno a sparare possiamo star certi che nessuno, quaggiù, muoverà un dito.

barbara

AGGIORNAMENTO: aggiornamento 1, aggiornamento 2. E prepariamoci al peggio.


24 settembre 2007

LE GIRAVOLTE DELL’ANSA

Comunicato Honest Reporting Italia 24 settembre 2007

Ciò a cui state per assistere è uno spettacolo di alta acrobazia: vi invitiamo pertanto a prestare la massima attenzione a tutti i passaggi, altrimenti, tra salti mortali piroette e avvitamenti rischiereste di perdervi. Accade dunque che la sera di sabato 22 settembre il Jerusalem post mette in rete la notizia di una rissa tra ebrei e arabi, a Gerusalemme, finita a coltellate; nel corso di tale rissa due ebrei e un arabo rimangono feriti e devono essere ricoverati all'ospedale. In coda a questa notizia, informa anche di un bambino arabo leggermente ferito da un sasso lanciato da un gruppo di bambini ebrei, sempre a Gerusalemme, nella Via Hebron. Passano circa 18 ore e alle 12.11 di domenica 23 un'agenzia di stampa palestinese, rimescolando abilmente le carte delle precedenti notizie, mette in rete quanto segue: nella città di Hebron un gruppo di coloni ebrei hanno attaccato e accoltellato un ragazzino palestinese: sostituzione del luogo, sostituzione del fatto, sostituzione di soggetto e oggetto, scambio di strumenti, ed ecco mirabilmente confezionata una bella aggressione dei perfidi giudei ai danni di un povero inerme bambino palestinese. Poi, già che siamo qui a raccontarci favole, fedeli all'antico motto melius abundare quam deficere, si aggiunge anche l'attacco, sempre da parte dei famigerati coloni, al personale di un'ambulanza. Così, tanto per gradire. Naturalmente nessuna testata, nessuna agenzia, nessuna fonte indipendente ha ripreso queste notizie inventate di sana pianta e totalmente prive della benché minima documentazione. Cioè, quasi nessuna. Perché la nostra ANSA alle 18.04, citando non meglio precisate "fonti palestinesi" scodella pari pari tutta la storiellina, senza cambiare una virgola. Tutta raccontata all'indicativo, tutta data come certa. Senza neppure prendersi la briga di precisare qualcosa come "per ora non ci sono conferme" ecc. Vogliamo andare a dire due parole ai signori dell'ANSA per spiegare loro che cosa significa fare i giornalisti e informare? Scriviamo a redazione.internet@ansa.it.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com


Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

HonestReporting ha oltre 140.000 membri nel mondo, ed è in continua crescita.
(C) 2006 Honestreporting - Tutti i diritti riservati

E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com

Non che qualcuno si immaginasse che l’ANSA sia un’agenzia seria, però è un fatto che, anche aspettandosi il peggio, riesce sempre a sorprendere.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele ANSA disinformazione

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 24/9/2007 alle 23:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


24 settembre 2007

LO SAPEVATE?

Conoscete Walid Salem? Sapete chi è Ali Abu Awwad? Vi dice qualcosa il nome di Rami Nasrallah? E Just Vision, Peace and Cooperation Center, Panorama Center, The Parents Circle: vi fanno suonare qualche campanello questi nomi? No? Va bene, ve lo dico io. I primi sono nomi di signori palestinesi. Palestinesi che vogliono la pace con Israele. Che perseguono la pace con Israele. Che si battono per arrivare alla pace con Israele. I secondi sono i nomi delle istituzioni da loro fondate. E adesso arriva la domanda da trecentomila miliardi di dollari: perché questi uomini e queste istituzioni non sono conosciuti? Perché i loro nomi non arrivano sulle pagine dei giornali? Perché i politici che, a sentir loro, tanto sarebbero interessati a porre fine a quell’interminabile massacro, non vanno a incontrare loro, non cercano di dare visibilità a loro, non provano a rafforzare loro invece che puntare tutte le loro carte sul terrorista Abu Mazen, laureato con una tesi negazionista, finanziatore e organizzatore della strage alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, capo di un partito che ha nella propria costituzione l’obiettivo di distruggere Israele, che ha fatto campagna elettorale andando ad abbracciare tutti i capi terroristi e promettendo loro che li avrebbe protetti e difesi dal nemico sionista e che, una volta eletto, non ha mai smesso di ripetere urbi et orbi che mai e poi mai avrebbe fatto arrestare i “fratelli combattenti”? O su Marwan Barghouti, mandante di 37 attentati terroristici, l’uomo che nel 2000 si è opposto alla ripresa dei negoziati a Washington, l’uomo che, mentre gli autobus israeliani saltavano in aria uno dopo l’altro, accusava Arafat di essere troppo morbido con gli israeliani, l’uomo che nel 2001 ha avvertito «Nessun giornalista israeliano che entrerà nei territori ne uscirà vivo»? Perché i nostri carissimi amanti della pace continuano a sostenere solo chi vuole morte e distruzione e non chi vuole la pace? Perché i nostri ineffabili giornalisti che tifano Palestina continuano ad esaltare unicamente chi persegue la perpetuazione del massacro dei palestinesi e non chi vorrebbe farli vivere in pace? Perché?

                

                          

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. altra Palestina pace

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 24/9/2007 alle 1:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (42) | Versione per la stampa


23 settembre 2007

TUTTA COLPA DI ISRAELE, PER IL MATTINO

Comunicato Honest Reporting Italia 23 settembre 2007

Succede spesso, sfogliando "Il Mattino" di trovare storia e cronaca reinventate ad uso e consumo di un'ideologia che vuole Israele sempre e comunque colpevole. L'articolo che segue, "Il cappio della strategia della tensione" di Vittorio dell’Uva pubblicato giovedì 20 settembre alle pagine 1 e 3, è un eccellente esempio di questo modo di fare "informazione".

È il Medio Oriente del sangue che destabilizza e delle sanzioni che da atto politico si trasformano in punizione collettiva. La morte violenta di un deputato antisiriano a pochi giorni delle elezioni presidenziali in Libano rilancia sospetti su Damasco, offuscandone ruolo e immagine.
Prima annotazione: a un assassinio politico di straordinaria gravità (e si noti il declassamento a "morte violenta"), una riga. All'episodio seguente, 25 volte tanto.


Una mossa di Israele che ha definito, a freddo, la Striscia di Gaza «entità ostile», apre scenari da attacco preventivo anche se può fare più danni ad Hamas dei raid o delle esecuzioni mirate.
Seconda annotazione: questo incredibile, oseremmo dire delirante, "a freddo". Perché il signor dell'Uva, a quanto pare, nei giorni scorsi, nelle settimane scorse, nei mesi scorsi, negli anni scorsi, mai e poi mai ha notato qualcosa che potesse far pensare a una qualche ostilità da parte di Gaza nei confronti di Israele. Mai e poi mai ha visto qualcosa che potesse far prevedere una simile "mossa" da parte di Israele. Mai e poi mai ha immaginato che il lancio di migliaia e migliaia di razzi su strade e case e scuole e asili di Israele seminando morte e distruzione fosse da considerare come una manifestazione di ostilità.

Le bombe che uccidono indiscriminatamente miliziani e civili generano controversi effetti collaterali, ma sostanzialmente cementano nazionalismo e volontà di resistenza.
E una cosa sia ben chiara: se parliamo di bombe, se parliamo di uccidere - soprattutto di uccidere indiscriminatamente - è di Israele che si sta parlando: e di chi altro mai? A parte questo, a noi - e a chiunque si occupi di fatti e non di favole - risulta che dopo l'eliminazione di Yassin e di Rantisi gli atti di terrorismo sono drasticamente diminuiti. Se al signor dell'Uva risultano dati diversi, sarebbe cortesemente pregato di metterli a nostra disposizione.

L’aggravarsi delle difficoltà della vita quotidiana, derivanti dal drastico taglio delle forniture elettriche e petrolifere e da altre forme di embargo che si annunciano, è destinato a promuovere forme di forte dissenso se non di ribellione della popolazione civile nei confronti della propria classe dirigente.
Chiunque abbia una sia pur pallida conoscenza della situazione sa perfettamente che "l'aggravarsi delle difficoltà della vita quotidiana" deriva unicamente dal terrorismo (se, per dirne una, si distruggono delle serre e al loro posto si scavano tunnel per contrabbandare armi ed esplosivi, difficilmente la produzione di frutta e verdura riuscirà ad aumentare).

Senza sparare, almeno al momento, un solo proiettile Israele piazza un nuovo cuneo nel cuore della già disgraziatissima Gaza provando a promuovere una nuova frammentazione e quindi una ulteriore implosione in ambito palestinese.
Un "nuovo" cuneo? Il precedente, o i precedenti, quali sarebbero? E "disgraziatissima" per colpa di chi?

Altre sbarre alla porta del grande campus della disperazione, quale è appunto la Striscia, più che desideri di vendetta sono destinate a stimolare la voglia di evasione. Hamas, di cui viene volutamente riconosciuta soltanto la componente estremista con tendenze al terrorismo,
che cos'altro si dovrebbe riconoscere, secondo il giornalista, in una organizzazione terroristica fondata unicamente con l'obiettivo di distruggere Israele? (E, inoltre, chi ha trasformato la striscia di Gaza in un "grande campus della disperazione"?)

deve essere sottoposto ad un processo interno di erosione preambolo ad una più vasta operazione di rigetto. Si ripete, in forma riveduta e corretta, un vecchio copione. La nascita del movimento islamico, come ricorda Antonio Ferrari nel libro «Islam si, Islam no», citando in esclusiva una «confessione» di Rabin a Mubarak, fu favorita da Israele per abbattere il monopolio di Al Fatah.
Anche Al Fatah aveva e ha tuttora come unico obiettivo la distruzione di Israele: è davvero così strano e incomprensibile che Israele abbia tentato di "abbatterne il monopolio"?

Oggi a quell’errore di un tempo, che ha generato due Palestine,
cioè, il signor dell'Uva ritiene che Hamas da solo non sarebbe riuscito a conquistare credito e visibilità, pur in presenza dell'immensa corruzione dell'Olp? Che senza questo intervento - di cui entità e modalità sono ancora tutte da dimostrare - di Israele, Hamas e Olp andrebbero d'amore e d'accordo? Il signor dell'Uva ancora non è riuscito a capire, dopo anni di scontri sanguinosi, qual è il motivo del contendere tra Hamas e l'Olp?

si prova a porre riparo restituendo smalto, potere e risorse, ad Abu Mazen erede del movimento palestinese con cui si era persino sfiorata la pace.
Con cui Israele e il mondo intero si erano illusi che si stesse sfiorando la pace. Peccato che il signor Arafat, come gran messe di documenti sta a dimostrare, fosse di tutt'altro avviso.

Ma quali che siano le strategie di medio e lungo periodo ancora una volta viene colpita una parte non irrilevante di un popolo. Almeno un milione e mezzo di persone dovrà accontentarsi, tra i contagocce degli aiuti umanitari, della benzina appena sufficiente al funzionamento dei generatori degli ospedali.
Che gli aiuti siano più che sufficienti a sfamare la popolazione, è anche questa cosa ampiamente dimostrata e documentata, ma che il solerte articolista preferisce ignorare.

La decisione di Israele, che formalmente rappresenta la risposta al lancio periodico di razzi Qassam da Gaza,
"formalmente"? E sostanzialmente, invece? Che cosa sta tentando di insinuare il signor dell'Uva?

coincide con il lavorio preliminare della conferenza di pace alla quale lavora Condoleezza Rice da ieri in missione nella regione.
Non che sia invece il terrorismo palestinese a coincidere con tutto ciò che potrebbe aprire uno spiraglio alla pace, vero? Non sia mai che un simile infame sospetto vada a colpire quelle brave persone!

Molti leader arabi, e non solo, vorrebbero che a quell’appuntamento si arrivasse coinvolgendo quante più componenti possibili del mondo palestinese e rappresentati di Paesi che con Israele non sono in sintonia. Il caso e le scelte di natura politico-militare vogliono che si determini una scrematura di fatto.
Tipo lasciar fuori i terroristi? Ma che infamia!

La definizione di Gaza, come «entità ostile», frantuma ogni residua possibilità di negoziato per la parte moderata di Hamas
"parte moderata di Hamas"? Il signor dell'Uva potrebbe cortesemente dirci quale sarebbe? Potrebbe gentilmente far sapere anche a noi chi, all'interno di Hamas, non vive all'unico scopo di distruggere Israele e sterminare tutti gli ebrei? O forse ritiene che cancellazione di uno stato e sterminio di un popolo non siano incompatibili con la moderazione, se questo stato si chiama Israele e questo popolo ebrei?

associata alla componente estremista vista a Gerusalemme e negli Stati Uniti come battistrata della penetrazione iraniana.
Sarebbe a dire che invece non è vero che Hamas è sostenuto dall'Iran, finanziato dall'Iran, addestrato dall'Iran?

I drammatici eventi che nelle stesse ore hanno insanguinato Beirut, con l’ennesimo assassinio di un deputato antisiriano riaprono il processo alle presunte sanguinose interferenze sul Libano del regime di Damasco.
Presunte??? Ma il signor dell'Uva è sicuro di vivere sul pianeta Terra?

Bashar Assad, da sospetto destabilizzatore in proprio e conto terzi della regione, ha sempre meno titolo soprattutto agli occhi di Washington, per sedere con qualche pretesa, al futuro ed ipotetico tavolo della pace.
Anche agli occhi di qualunque persona che abbia mezza briciola di conoscenza delle vicende mediorientali, caro signore, Bashar Assad ha decisamente pochi titoli per avere qualcosa da dire a un tavolo della pace.

Se ritenete di avere qualcosa da obiettare al signor Vittorio dell’Uva, scrivete a posta@ilmattino.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com


Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.
HonestReporting ha oltre 140.000 membri nel mondo, ed è in continua crescita.
(C) 2006 Honestreporting - Tutti i diritti riservati


Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com

In effetti fra i giornali specializzati nella demonizzazione di Israele, Il Mattino è decisamente uno dei più attivi.

barbara


23 settembre 2007

BELLO, VERO?



barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 23/9/2007 alle 2:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


22 settembre 2007

LA PUREZZA PRIMA DI TUTTO

"L’Occidente ti rende impura". Reclusa dal marito
di Ferruccio Repetti - sabato 22 settembre 2007, 10:03
da Genova

In lacrime, con addosso soltanto il pigiama, le braccia protese a chiedere aiuto. E la disperazione sul volto olivastro, all’apparenza giovane, ma già segnato dalla sofferenza: l’hanno vista così, le prime persone che si sono strette intorno a lei, in pieno giorno, sulla strada che sale verso le alture di Prà, nel ponente genovese. Il quartiere è una foresta di cemento, tante case popolari e altrettanti problemi di convivenza fra probi e malavitosi. Ma la solidarietà non manca, la gente di qui non fa mai finta di niente, non si gira dall’altra parte quando vede che bisogna dare una mano.
La ragazza si agita, poi riprende a singhiozzare, mostra segni evidenti di percosse. Ma aiutarla, una parola! Anche perché lei parla un linguaggio incomprensibile. Arrivano i carabinieri, poi un interprete che sa di arabo. E viene fuori la storia che è un incubo, che non vorresti mai ascoltare: la storia di E.H., origine marocchina, ventenne appena, ma già sposata da cinque con un manovale di 23 anni che lavora a Genova e abita con la madre in una casa del quartiere. In quella casa c’è anche lei, la moglie. Solo che «da tre anni - racconta adesso a fatica - vivo chiusa a chiave in una stanza, loro due non mi lasciano mai uscire se non per andare al gabinetto. Ma fuori casa, mai. Dicono che non devo essere inquinata dall’Occidente...».
Per due anni, dopo il matrimonio, E.H. è rimasta in Marocco, presso la sua famiglia, coltivando la speranza «che un giorno, lui mi ha promesso che mi fa venire a Genova, vivremo insieme, ci vogliamo bene». Il momento giusto arriva: il viaggio dal Marocco al capoluogo della Liguria, dal passato al futuro... Ma il marito, che ha un regolare permesso di soggiorno in Italia e sembra ormai perfettamente integrato nella società occidentale, mette subito le cose in chiaro: «Tu da questa stanza non ti muovi, devi restare pura».
L’integralismo islamico c’entra, ma allora cos’ha a che fare con le botte, le violenze morali, le privazioni cui la sottopone periodicamente il consorte con l’«assistenza» della madre? La giovane moglie intanto subisce due aborti, per qualche tempo spera che le cose cambino in meglio, che lui e la suocera la smettano di tormentarla. Niente da fare: «Guai se esci, guai se entri in contatto con questo mondo schifoso!». E.H. non si rassegna: più la picchiano, più le infliggono sofferenze, più lei trova rifugio nella voglia di affrancarsi, un giorno o l’altro, finalmente. Comincia a pensare di evadere, da quella prigione. L’occasione capita l’altro pomeriggio, quando il marito è fuori e la suocera si distrae un attimo e dimentica di chiudere come sempre la porta della stanza con la chiave. La ragazza, che non vede il cielo da tre anni, ne approfitta. Con le forze che le restano, con il «vestito» che indossa da mille giorni, ogni minuto della vita, scappa in strada. È qui che la trovano, è qui che la soccorrono, è qui che cercano di restituirle la speranza. Ora E.H., marocchina da tre anni a Genova senza aver mai visto Genova, è affidata a un istituto religioso. Le suore cercheranno di curarle le ferite del corpo - i medici hanno accertato «numerose ecchimosi ed ematomi» - e soprattutto dell’animo. I carabinieri, nel frattempo, hanno rintracciato il marito e sua madre. È scattata la denuncia per entrambi: sequestro di persona e maltrattamenti per lui, favoreggiamento per lei. Denuncia a piede libero, comunque. Mentre lei, E.H., vent’anni di cui tre «vissuti» fra quattro mura, riesce appena adesso a capire cos’è la libertà. (qui)

Denuncia a piede libero, comunque. Per questo è così difficile essere ottimisti sul futuro dell’Italia. Vedremo poi se per una volta le nostre amate femministe avranno qualcosa da dire o se taceranno, ancora una volta, come per l’assassinio di Hina, come per le aggressioni a Dounia Ettaib, come per l’infibilazione, come per tutte le migliaia di musulmane oppresse, vessate, picchiate presenti nel nostro territorio e abbandonate al loro inferno domestico con la rassicurante scusa che “è la loro cultura” e che “loro sono abituate così” e che “noi chi siamo per” e “con quale diritto” e chi più ne ha più si sbrodoli (gli si piantasse almeno una spina di pesce in gola, gli si piantasse).


barbara


22 settembre 2007

IN BUON ITALIANO SI CHIAMA

presa per il culo:

Senza commento (grazie alla segnalazione di Pier Luigi Baglioni).

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pensioni prendere per il culo

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 22/9/2007 alle 0:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


21 settembre 2007

CAMBIARE MUSICA

da un articolo di Guy Bechor

Abbiamo continuato a cantare le nostre canzoni di pace per così tanti anni che forse, a un certo punto, abbiamo semplicemente smesso di pensare. Abbiamo creduto così tanto alle parole di quelle canzoni, che avevamo scritto da soli, che abbiamo perso il contato con la realtà del Medio Oriente finché quella realtà, con tutti i suoi trucchi e le sue furbizie, ha fatto un uso cinico delle nostre canzoni e dei nostri sogni. Abbiamo creduto così tanto alle nostre canzoni da arrivare a pensare che la pace fosse a portata di mano se solo l'avessimo voluto.
I nemici della pace, guidati dalla Siria, hanno saputo approfittare della nostra ingenuità. Damasco ne ha fatto una scelta sistematica: ogni volta che si trovano in difficoltà, i leader del suo regime puntano il dito accusatore contro Israele e proclamano: Israele non è veramente interessato alla pace. E noi, storditi dalle nostre canzoni di pace, iniziamo a balbettare. E i siriani gridano: Lo vedete? Sono senza parole.
In che senso balbettiamo? Nel senso che, non capendo i trucchi dei siriani, poniamo condizioni per l'avvio dei colloqui, chiediamo il disarmo di Hezbollah, che la Siria accetti questo o quello. In questo modo il nostro messaggio non appare convincente, mentre i siriani ne escono vincenti. E la colpa dello stallo ricade sempre su Israele.
Per questo, sarebbe ora di cambiar politica a 180 gradi. La prossima volta che la Siria ci accusa, come fa sempre, di non volere la pace, anziché balbettare dobbiamo prendere nettamente posizione, dicendo chiaro e forte qual è la nostra nuova posizione.
È vero. Non vogliamo "fare la pace" con questo regime siriano. Non vogliamo avere nessun rapporto, certamente non rapporti accomodanti, con la feroce tirannia della minoranza alawita. La Siria è uno dei nostri vicini più importanti e cruciali. Quando diventerà un paese democratico, quando capirà il significato della pace e lascerà cadere le sue pretese territoriali che gli servono per tenere aperto il conflitto, allora potremo avere relazioni pacifiche.
Ma con l'attuale regime – responsabile del massacro di migliaia di siriani a Hama nel 1982, delle torture e uccisioni di detenuti nella prigione di Tadmor, dell'omicidio di decine di politici e leader libanesi, della violenta campagna anti-israeliana e anti-ebraica che dura da anni e anni, dell'attentato mortale contro il primo ministro libanese – con un regime come questo non siamo interessati ad instaurare nessuna forma di dialogo.
Gli osservatori, in Israele, continuano a domandarsi se sia arrivato il momento della pace con la Siria. Sono fissati con la questione del quando: quando ci sarà la pace con la Siria? E non si interrogano sulla sostanza: vogliamo davvero "fare la pace" con questo regime siriano? Possibile che la parola "pace" induca una sorta di riflesso pavloviano negli israeliani? Siamo automi? Non possiamo esercitare senso critico sulla qualità di questa "pace"? Non abbiamo fiducia in noi stessi? Non abbiamo dignità?
I siriani sarebbero messi in imbarazzo da una siffatta posizione israeliana, perché contestandola attirerebbero l'attenzione sull'elenco dei loro crimini e dei loro fallimenti. In effetti, qui sta il paradosso: se affermiamo di volere la pace, il regime alawita di Damasco ci può attaccare; se diciamo semplicemente che la pace con quel regime non ci interessa, deve rinunciare al bluff.
Con un'ultima osservazione. La Siria non ha rapporti pacifici con nessuno dei suoi vicini arabi. Al massimo i rapporti coi suoi vicini vanno dalla aperta ostilità all'avversione reciproca: variano da ostili a gelidi i rapporti della Siria con il Libano, la Giordania, la Turchia, l'Iraq, l'Egitto, l'Arabia Saudita, l'Autorità Palestinese e così via. Perché mai dovrebbero essere pacifici quelli con Israele? Forse è tempo che iniziamo a capire quanto siano irragionevoli certe nostre convinzioni.
(YnetNews, 30 agosto 2007 - ripreso da israele.net)

Bene, abbiamo tirato il fiato a sufficienza: adesso è ora di tornare alle cose serie, come questo articolo molto politically incorrect che ha il raro coraggio di dire chiaro e tondo come stanno le cose.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere QUI.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele guerra medio oriente pace siria

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 21/9/2007 alle 0:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


20 settembre 2007

DUE CONCERTISTI

Due concertisti, uno milanese e l'altro napoletano, si incontrano nella sala da tè di un noto ristorante.

Il milanese racconta:
"Ieri sera ho tenuto un concerto alla Scala; appena ho finito di suonare l'ultima nota, c'è stata un'ovazione generale, lanci di fiori sul palco, applausi, standing ovation.......... Quello che mi ha fatto più piacere è che il sindaco Moratti è salita sul palco, mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Complimenti, Lei ci ha commosso! Persino la Madonnina ha pianto!"

Il napoletano risponde:
"Anch'io ho tenuto un concerto ieri sera in Vaticano, appena ho finito di suonare l'ultima nota, solita ovazione, lancio di fiori, applausi, standing ovation.......... Ma quello che mi ha stupito è che si è aperta la porta in fondo ed è entrato Gesù, è salito sul palco, mi ha stretto la mano e ha detto: "Complimenti! Tu sì ca suone bbuono! No comme a chillu strunz 'e milanese ca' fatt' chiagnere a mammà!"

Dal solito mitico Livuso. Il mitico Livuso, per chi non lo conoscesse, è campano di residenza, napoletano di nascita, ischitano di origine, casalingo di professione, liutaio per passione, scrittore attore musicista commediografo per hobby, poliglotta per genialità congenita.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Milano Napoli Livuso

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 20/9/2007 alle 17:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


20 settembre 2007

MI CONOSCETE?

Ci sono canzoni, voci, pubblicità, che mi inducono a lanciarmi in salti acrobatici per spegnere la radio prima che arrivino a guastarmi la digestione. Ogni tanto però, anche se molto più raramente, capita qualche canzone per la quale mi precipito ad alzare il volume, per poi ascoltarla in religioso silenzio. È accaduto, in passato, con Caruso, Diamante, Sally, Sere nere. Anche adesso ce n’è una: indovinate quale?

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 20/9/2007 alle 1:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (47) | Versione per la stampa


19 settembre 2007

NOTIZIE LOCALI

Un commerciante, bloccato per un’ora da una coda sull’autostrada del Brennero, è arrivato in ritardo a un appuntamento di lavoro. Poiché la cosa era dovuta a un incidente, poiché l’incidente era avvenuto da circa un’ora e mezza, poiché ciononostante la coda non era segnalata, il commerciante ha fatto causa all’autostrada. E l’ha vinta. Ci ha messo quattro anni, e il risarcimento che ha ottenuto, 200 euro, non è certo tale da cambiargli la vita, però mi sembra ugualmente una notizia interessante, e positiva.

In base a una recente legge relativa al turismo sessuale, un tizio di queste parti è stato arrestato per essersi “accompagnato” in Tailandia, Cambogia e altri Paesi del Sudest asiatico, con bambine di dodici anni. Il tizio era già agli arresti domiciliari per il reato di diffusione di materiale pedo-pornografico. E adesso ditemi: dove li stava facendo gli arresti domiciliari? No, dico, provate un po’ a indovinare dove li stava facendo.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. risarcimenti giustizia

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 19/9/2007 alle 15:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


18 settembre 2007

UN RICORDO

Mi è venuto in mente oggi mentre pranzavo, veloce veloce per poi tornare a scuola. Era il maggio del 1976, io mi ero appena laureata ed ero in attesa di un posto. Il mio compagno di università C., invece, che si era laureato qualche mese prima di me, era partito militare, in uno dei tanti paesi del Friuli, tradizionale terra di naja. Era buttato sul letto, quella sera, e stava sfogliando un Topolino quando, verso le nove, ha cominciato a ballare tutto. La sua camerata era al piano terra, il suo letto vicino alla finestra. D’istinto, senza neppure capire bene che cosa stesse succedendo, e che cosa lui stesse facendo, si è letteralmente tuffato fuori dalla finestra. Mentre si rialzava da terra, ha visto la caserma accartocciarsi su se stessa. I suoi compagni tutti, o quasi, morti. Così: letto vicino alla finestra, vita; letto lontano dalla finestra, morte. Letto mezzo metro più in qua, vita; letto mezzo metro più in là, morte.
(Me lo ricordo, il caldo strano di quei giorni. “Si direbbe quasi che salga dalla terra”, mi sono ritrovata a dire, ad un certo momento. Due giorni dopo lo abbiamo saputo: saliva veramente dalla terra. Che ha continuato a tremare per cinque mesi interi)
Non c’era un vero motivo per pensarci oggi, mentre con la forchetta amalgamavo la bottarga con l’olio, così come non c’è un vero motivo per scriverne adesso, ma forse non ci farà poi male fermarci ogni tanto a riflettere su quanto sia aleatoria la nostra esistenza. E dedicare un pensiero a tutte quelle povere vittime.

 

barbara


18 settembre 2007

LE MANI SUI BAMBINI (ANCORA E ANCORA E ANCORA …)

Mercanti di bambini

Sunita Bhattarai ha 24 anni, gli occhi color antracite e metà del corpo sfigurato. Si è data fuoco con il cherosene un pomeriggio di quattro anni fa, quando ha scoperto che avevano venduto suo figlio a una coppia di spagnoli. L'hanno portata in ambulanza al Bir Hospital dove, incredibilmente, le hanno salvato la vita.
Sunita è originaria di Bhaktapur, vicino a Kathmandu. Figlia di contadini, è la quinta arrivata dopo un solo maschio e tre sorelle. Così quando approda all'adolescenza i suoi si sono già spesi tutto per le doti delle ragazze più grandi. Ma in Nepal non si può lasciare una figlia nubile, quindi le arrangiano il matrimonio con un tizio che non può avanzare richieste esose: tale Balaram, di vent'anni più vecchio lei, disoccupato e con fama di alcolista. Sunita ha 14 anni quando i suoi genitori spendono le ultime rupie per il matrimonio. D'accordo con il marito, decidono che dopo le nozze la ragazzina resterà a vivere a casa dei suoi, per andare a trovare Balaram solo quando lui avrà voglia di soddisfare i suoi ormoni.
Così avviene, e per due anni la sposa bambina fa la spola tra i genitori e questo marito di cui non sa nulla, se non che ogni tanto la possiede ubriaco e poi sparisce per settimane.
Quando ha 16 anni, però, Sunita rimane incinta. Va da Balaram e lui malvolentieri
accetta
di prendersela in casa: purché, dice, lei si arrangi a guadagnare i soldi per nutrire il nascituro. E tre settimane dopo l'arrivo di Ayush - il bambino - Sunita è già in giro per Kathmandu in cerca di un lavoro. Lo trova in una Ong locale che si chiama Human Helpings Hands: deve girare casa per casa, nei quartieri bene della capitale, a chiedere donazioni «per i bambini di strada». Quelli della Ong prima le promettono 2.500 rupie al mese ma poi cambiano idea e stabiliscono un salario a provvigione: Sunita si porterà a casa il dieci per cento di quello che riuscirà a scucire in giro.
Nel giro di un paio di mesi la ragazza, per quanto ingenua, capisce che così non riesce a comprare il riso per sé e per Ayush. È disperata, ma non sa che cos'altro cercare.
La salvezza le sembra arrivare, un giorno di marzo, nella persona che invece costituirà la sua rovina. Si chiama Kalpana, è giovane, alta, capelli con le mèches, denti bianchissimi e sari elegante. Abita in una di quelle case per ricchi dove Sunita bussa alla porta per questuare denaro. Kalpana le apre, la fa entrare, le offre un chyaa, il tè nepalese. È gentile, troppo gentile. La fa parlare di sé, della sua vita, del marito ubriacone e di Ayush. L'incauta Sunita le racconta ogni cosa.
Alla fine Kalpana non sgancia neppure una rupia, però le promette un sogno. Incredibile com'è fortunata Sunita: senza saperlo ha bussato alla porta di una benefattrice.. Una che possiede un piccolo ostello per bimbi nella zona di Chabil, a Kathmandu. È un luogo sicuro e confortevole pensato proprio per i figli delle donne come lei, quelle che non hanno un soldo ma devono dar da mangiare ai loro bambini. Kalpana garantisce che lì, al suo rifugio, c'è di certo un posto anche per il piccolo Ayush. Gratis, naturalmente, perché il mondo è pieno di occidentali che mandano donazioni, e grazie a quelle l'asilo diventa ogni giorno più bello, con le maestre che insegnano a leggere e i giochi in giardino. Sunita ci casca e la sera torna nella sua stanza con il cuore gonfio di gioia.
Il giorno dopo prende Ayush in braccio e cammina fino alla fermata dell'autobus. La sua meta è lo Swastik Women and Children Protection, l'ostello di cui le ha parlato Kalpana. La donna alta con le mèches l'accoglie in cortile e spalanca un sorriso. Sunita vede le altalene e i peluche, pensa che Ayush non ci ha mai potuto giocare. Kalpana allunga le braccia e il bambino passa di mano in mano.
Il resto è formalità. Sunita viene fatta accomodare in un piccolo ufficio con un ventilatore sul soffitto. Kalpana le assicura che potrà venire a trovare il bambino una volta la settimana. Poi estrae dal cassetto un po' di documenti in inglese «per la custodia» e la «responsabilità», si sa com'è questa burocrazia. Sunita - che a stento legge il nepalese, figurarsi l'inglese - firma senza chiedere niente perché Ayush è già sul tappeto che gattona sorridendo.
Tornando a casa piange, neppure lei sa se per la felicità o la disperazione.
I primi tempi tutto sembra andar bene. Allo Swastik il piccolo Ayush mangia di gusto e per Sunita è una festa, ogni sabato, vederlo. Più tondo e sereno. Peccato che a Bhaktapur mamma e papà si siano così arrabbiati. Per loro è stata una follia lasciare il bambino a degli sconosciuti. Ogni volta che torna dai suoi, per Sunita sono discussioni, litigi e processi.
Dopo un anno le pressioni del clan, al paese, diventano troppo forti e la ragazza pensa che può bastare. Ha trovato lavoro come cameriera in un ristorante di Thamel, ora guadagna abbastanza per riprendersi il figlio. Così un giorno va allo Swastik e spiega a Kalpana che le è molto grata di tutto, ma adesso vuole portarsi via il bambino. Kalpana la guarda negli occhi, sospira e poi spara il suo infame ricatto: «Ayush», dice, «in questi mesi ci è costato un sacco di soldi. Almeno ventimila rupie». E allora? «Allora il bambino costa ventimila rupie. Ce le hai? Te lo riprendi. Non ce le hai? Lo lasci qui».
Sunita, naturalmente, non ne ha neanche un decimo. Se fosse una persona istruita, se qualcuno le avesse insegnato a difendersi dai prepotenti, forse andrebbe dalla polizia per capire se quelli hanno davvero ragione. Ma Sunita è, come molti in Nepal, un rametto di legno trascinato dalla burrasca, quindi non pensa neppure per un attimo di avere qualche diritto. Riesce solo a tornare a casa, a piangere e a immaginare come riscattare il suo Ayush. La speranza le viene incontro qualche settimana dopo, quando al ristorante di Thamel una collega le chiede di accompagnarla a Pokhara. A cinque ore di autobus da Kathmandu c'è questa città tanto amata dagli occidentali, con la catena dell'Himalaya che si specchia nel lago e migliaia di turisti che si fermano un paio di notti prima di sganciarsi verso i loro trekking. Insomma a Pokhara girano i soldi. Lì una brava cameriera prende anche quattromila rupie al mese, più le mance. Sunita segue l'amica in montagna.

Tre mesi dopo ha in tasca diecimila rupie, meno della metà del riscatto richiesto, ma secondo lei abbastanza per poterci tentare. Un altro autobus e poi un altro ancora, fino allo sterrato coperto di immondizia che porta allo Swastik. Suona il campanello ma Kalpana non c'è, forse arriverà più tardi. Sunita aspetta e sbircia tra le inferriate, chissà perché tra i bambini in cortile non riesce a vedere il suo Ayush.
Quando Kalpana arriva, la guarda severa e la fa entrare nell'ufficio con il ventilatore acceso. Perché è sparita tre mesi? Dov'è stata? Perché non ha dato notizie? Loro l'hanno cercata. Dovevano parlarle di una cosa importante...
Sunita si agita, Kalpana la tranquillizza: Ayush sta bene, per carità, ma è andato via. Una bella cosa, intendiamoci, non c'è niente da preoccuparsi, Ayush ora è molto più felice. È venuta una coppia spagnola, due ragazzi per bene dai buoni stipendi. Tutto in regola, documenti, permessi, certificati. Ayush è già là da un mese, starà imparando la lingua, chissà come si diverte a giocare a pallone con il suo nuovo papà.
Sunita urla e si getta contro Kalpana, la devono fermare in tre. Cercano di calmarla mostrandole un foglio, quello che lei stessa ha firmato. Le spiegano che lì c'è una dichiarazione di abbandono e quella in basso a destra è la sua firma, ricorda? Ayush è orfano, per la legge, quindi adottabile. E che lei li ringrazi invece di strillare, perché ora Ayush ha tutto quello che vuole, vestiti latte fresco e Gameboy, e l'estate prossima andrà al mare per imparare a nuotare.
Quando non ha più lacrime per piangere né voce per gridare, Sunita se ne va con gli occhi sbarrati verso la fermata dell'autobus, prende il primo che passa e scende solo quando vede una stazione di benzina. Le banconote che ha in tasca bastano per una tanica piena di cherosene. Entra in un vicolo, si rovescia il liquido addosso e accende un fiammifero. Si sveglierà due settimane dopo, viva per caso in un girone infernale del Bir Hospital.
Di mamme derubate come Sunita, a Kathmandu, ce ne sono decine. L'ultima di cui si è avuto notizia è una ragazza analfabeta a cui pure hanno fatto firmare un foglio di abbandono: si chiama Sushila Lamitzane ed era scesa da un villaggio di montagna a Kathmandu in cerca di lavoro. Qui è entrata in contatto con il proprietario di un ostello, che l'ha convinta a lasciare li una delle sue figlie, Sobina. Che poi è finita in Catalogna, come Ayush. Nirmala Thapa, un'altra ragazza di 29 anni, poverissima e con sette figli, ha lasciato i tre più piccoli al Bal Mandir, il più popoloso dei ricoveri per ragazzini di strada a Kathmandu. La solita storia: le hanno promesso di tenerli lì per nutrirli, vestirli e farli giocare, ma dopo un paio di mesi i tre bambini sono spariti. Nirmala è andata dalla polizia, dove un funzionario le ha consigliato di rassegnarsi («Lascia perdere, i tuoi figli ormai sono in Europa...) e ha finito per riderle in faccia:« Vuoi che tornino a casa? Guarda, è più facile che resusciti re Birendra!». Che è morto assassinato nel 2001.
Gli orfanotrofi privati in Nepal sono 26, di cui 20 a Kathmandu. Sono quasi tutti imprese a scopo di lucro e i loro dirigenti si procurano fatturato ingannando le ragazze con promesse di cura e istruzione. Poi, per renderli ufficialmente orfani, si fanno firmare una carta com'è avvenuto con la mamma di Ayush, oppure usano una procedura ancora più semplice: basta pubblicare su un giornale la foto del bambino, con nome ed età, scrivendo che è stato abbandonato. In Nepal, per legge, se entro 35 giorni nessuno reclama il minore, questi viene ufficialmente dichiarato privo di genitori. Peccato che la maggioranza della popolazione sia analfabeta - quindi non compra quotidiani - e comunque nei villaggi i giornali neanche arrivano. Così, dopo un mese i boss degli orfanotrofi possono andare dal Chief District Officer, che dipende dal ministero degli Interni, e farsi rilasciare un documento che certifica l'adottabilità del bambino. A questo punto la prima agenzia straniera che arriva conclude l'affare, senza violare formalmente alcuna norma. Dall'inizio del 2000 al giugno del 2006 sono stati adottati all'estero 1.379 bambini nepalesi, di cui 340 in Spagna, primo importatore. Al secondo posto chi c'è? Sorpresa: l'Italia, con 299 bambini. Davanti a Stati Uniti (246), Francia (187) e Germania (173). Tutti paesi che hanno firmato la Convenzione dell'Aia del 1993 sulle adozioni internazionali: un protocollo che impone agli Stati di assicurarsi che non vi siano stati sequestri, traffici o vendite dei bambini, né alcun tipo di «pagamento o contropartita». Qualcuno a Roma si renderà mai conto che in Nepal il «pagamento o contropartita» non è l'eccezione ma la regola? (Alessandro Gilioli, L’Espresso)

Prendere il soggetto, spogliarlo nudo, legargli mani e piedi, prendere una lametta, praticargli alcune migliaia di piccolissimi tagli variamente sparpagliati per il corpo. Quindi aprire una scatola di formiche rosse e sedersi a contemplare lo spettacolo della giustizia che fa il suo corso (ho letto che a spolpare un uomo di corporatura media ci mettono una settimana).


barbara


17 settembre 2007

CANCELLARE OGNI TRACCIA EBRAICA DAL MONTE DEL TEMPIO: LA POLITICA DEL WAQF

Questo sui giornali non lo trovate, e quindi beccatevelo qui. Tanto perché non vi venga la tentazione di dire che non lo sapevate.

Il sito "One Jerusalem" diretto da Nathan Sharansky denuncia una nuova gravissima iniziativa dell'istituzione islamica Waqf preposta alla gestione del Monte del Tempio di Gerusalemme, volta a perseguire la sistematica distruzione di quanto resta di ebraico dal punto di vista archeologico in un complesso che rappresenta quanto di più sacro esiste per il mondo ebraico.
Gideon Charlap, architetto ed esperto del complesso, ha constatato che gli arabi stanno scavando un fossato della profondità di un metro da nord a sud il quale taglia almeno tre muri di separazione dei locali del Tempio. I materiali di scavo – come già in altre occasioni – vengono gettati via, con un danno archeologico inestimabile. Un poliziotto druso che ha tentato di bloccare il trattore che stava realizzando questo scavo abusivo è stato aggredito dagli operai arabi e il capo dell'ufficio di polizia israeliano del Monte del Tempio è intervenuto per… calmare il poliziotto.
Non insistiamo sulle numerose altre testimonianze e valutazioni di archeologi sul carattere drammatico e irreversibile di queste distruzioni, che mirano a islamizzare tutta l'area, e per le quali rinviamo al sito web citato.
Ci limitiamo qui a due commenti.
È perfettamente comprensibile che il governo israeliano sia impegnato in una situazione politica difficilissima e che tenti in ogni modo di non accendere alcun conflitto che potrebbe essergli addebitato come causa di nuove drammatiche rotture. È troppo chiedere che qualcuno si renda conto della straordinaria pazienza e dello spirito di sopportazione "cristiano" con cui Israele affronta una simile prova e mette sul piatto della bilancia della pacificazione persino la distruzione dei simboli più sacri della storia del popolo ebraico?
E inoltre: siamo di fronte a gesti che ricordano la distruzione delle statue di Budda da parte dei talebani e mettono in luce il lato più bestiale e fanatico dell'integralismo islamico, e cioè la distruzione della storia e della cultura degli "altri" per costruire l'egemonia della Umma su un terreno completamente nudo. Non vi sarà nessuno che leverà la voce per denunciare – al posto di Israele che tace e sopporta per non essere accusata di sabotare la pace – il comportamento del Waqf di Gerusalemme, in linea con le storiche simpatie per il nazismo? Sono domande retoriche. Nessuno dirà una parola. (Giorgio Israel, Informazione Corretta, 8 settembre 2007)


In realtà è da anni – da molti anni - che questa storia va avanti, e per molti anni ancora continuerà. Per le statue di Budda si è mobilitato il mondo intero, dei luoghi santi ebraici non glene frega un cazzo a nessuno, non sia mai che i nostri carissimi amici palestinesi dovessero un tantino inquietarsi se alzassimo un po’ troppo la voce.
Nel frattempo chi ha un po’ di tempo a disposizione e non troppa ostilità nei confronti dell’inglese è invitato a dare un’occhiata a 1, 2, 3, 4, 5, 6 (grazie all'amico Max).


barbara


16 settembre 2007

SALTO DI QUALITÀ

Leggo sull’ultimo numero di Io donna, supplemento del sabato del Corriere della sera, che tale signora Alexandra Boulat, fotoreporter francese, sta per aprire a Milano una mostra con le sue foto di donne islamiche. E si affretta a spiegare: «Con queste immagini, scattate tra il 2001 e il 2007 in Iran, Iraq, Afghanistan, Giordania, Siria, Gaza, Cisgiordania, non ho voluto lanciare una campagna per i diritti delle donne musulmane».
Ecco, che a questa bella gente privilegiata dei diritti calpestati, violati, negati delle donne musulmane non gliene freghi un cazzo lo avevamo capito da un bel po’, ma nessuno, finora, era arrivato a dichiararlo in maniera così esplicita. Questo è, veramente, un notevole salto di qualità.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. donne musulmane diritti

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/9/2007 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


16 settembre 2007

UNA DONNA FORTUNATA

Donna Karan: è da una vita che ne sento parlare, come sinonimo di eleganza. Ieri, per la prima volta, ne ho visto la foto: sarà anche sinonimo di eleganza, ma si potrebbe tranquillamente definirla come donna di ineguagliabile bruttezza. Si potrebbe: se non ci fosse Livia Turco che, nonché eguagliarla, è anche molto più peggio assai di lei. E Donatella Versace, che è moltissimo piuissimo peggissimo assaissimo perfino di Livia Turco. Cosa volete, nella vita c’è chi ha fortuna e chi no.

                  

             

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/9/2007 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (75) | Versione per la stampa


15 settembre 2007

MAIALE DAY

Francamente non vedo che cosa ci sia da meravigliarsi: è noto che ognuno offre quello che ha. O quello che è.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. maiale day maiali

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 15/9/2007 alle 17:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (47) | Versione per la stampa


14 settembre 2007

LETTERA APERTA AL FASCISTA BEPPE GRILLO

Poiché questa “lettera aperta” dell’amico Devarim è una delle cose più belle che abbia letto da molto tempo a questa parte – paragonabile ai migliori post indignati di codadilupo – desidero farla conoscere anche agli amici che non conoscono o non frequentano quello splendido blog.

“Caro” Signor Giuseppe Grillo, detto Beppe,
Lei sbaglia. E non sbaglia per il semplice motivo che il suo moto di protesta, abilmente orchestrato, possa configurarsi come qualunquismo e antipolitica. Nel merito, alcune delle sue opinioni sono condivisibili, e sono patrimonio di molti che avvertono il problema che la transizione della nostra Repubblica nella cosiddetta “seconda”, dopo gli anni ’90, ha comportato. Lei è convinto che basti il richiamo al popolo, che lei chiama “cittadini”. Ma lei non sa cosa sono i cittadini.
I padri di questa Repubblica ritennero che, i cittadini, per le loro garanzie democratiche, si dovessero organizzare in partiti. E lo sa perché? Perché si usciva da un regime in cui vigeva il partito unico, e un duce che incarnava in sé il destino del popolo. Ora io ritengo che una frase detta da Lei ieri sia fortemente incostituzionale, e sia fautrice di un profondo attacco alla nostra democrazia. Sa qual è? È questa:

“Noi i partiti li vogliamo distruggere, sono il tumore della democrazia”. Lei forse non si rende conto della profonda forza eversiva di quest’ asserzione.

Legga l’articolo 49 della Costituzione repubblicana : Art. 49.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Lei si è anche permesso di far abbassare una bandiera rossa di un ragazzo che, ingenuo e sprovveduto eppure latore di una storia carica di libertà (parlo dell'Italia, non della Russia) alzava: Lei gli ha detto “abbassa quella bandiera, porta sfiga”. Ma come si è permesso? Sa che dietro quella bandiera, che altrove è stata causa di massacri, ci sono il sacrificio di migliaia di donne e uomini che si alzarono “per libertà non per destino “ (Calamandrei) contro un totalitarismo che aveva fatto strame dell’Italia? Lei non si rende conto di quanto l’Italia abbia, nei suoi cromosomi, il gene del totalitarismo. La rimando a un libro meraviglioso, “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Vi si parla di come sia nato il fascismo. Lei forse non sa che il fascismo, in Italia, si scatenò proprio nella stessa piazza i cui Lei ha tenuto il suo comizio (Legga un qualunque libro di storia serio): Palazzo d’Accursio. Ha, inoltre, scelto l’8 settembre come data della sua manifestazione. Sostenendo, con un’ignoranza storica imperdonabile che “ Dall’8 settembre ’43 a oggi nulla è mutato in Italia”. Si dovrebbe vergognare.
Lei è un pericolo per la democrazia, signor Grillo Si limiti a sparare cazzate sul suo blog (talvolta ci azzecca, ma anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta”) e a sponsorizzare i suoi libri da acquistare. Lasci ai cittadini uniti in partiti la democrazia. Essa è una cosa seria. Ben più seria di quanto pensi uno che si erge su un palco a sproloquiare i suoi proclami su tutto e su tutti.
Noi, democratici e liberali, appena vediamo un uomo su un balcone, su un palco, o su un monte, siamo presi da un rigurgito di paura. Sappiamo come andrà a finire. Chi si erge su un balcone a testa in su, alla fine, inevitabilmente penzolerà a testa in giù da un distributore di benzina. In un qualunque Piazzale Loreto.

Un cordialeVaffanculo a Lei.

Viva la democrazia, viva la Costituzione repubblicana, viva la libertà.

Devarim

(per la serie “condivido anche le virgole”)

barbara

AGGIORNAMENTO: dopo averlo riletto, mi sono convinta che dovete assolutamente vedere anche questo: altra prospettiva, altro tipo di critica, ma altrettanta profondità di riflessione - e altrettanto nobile indignazione.


13 settembre 2007

IV GLOBAL DAY FOR DARFUR

Ricevo e pubblico

Saremo a Roma (Portico d'Ottavia e Piazza Farnese), questa domenica, 16 Settembre, per dire "fermiamo il sangue in Darfur"!

- ore 10:45: Marcia dei rifugiati con partenza da via del Portico d'Ottavia. Presenti Monica Guerritore, Toni Capuozzo, Tiziana Ferrario
- ore 11, Piazza Farnese: mostra fotografica, interventi di associazioni, ospite Presidente Commissione Esteri del Parlamento U. Ranieri
- ore 13: concerto dei Marcosbanda (jazz funk rock), vincitori premio "Voci per la Libertà" 2007

All'iniziativa, promossa da Italians for Darfur, hanno aderito il Comune di Roma, l'UGEI (Unione Giovani Ebrei d'Italia), l'associazione Articolo21, Nessuno Tocchi Caino, la Comunità Ebraica di Roma, la sezione italiana di Amnesty International, l'associazione "Voci per la libertà".

Immagina. Anche se non sarà mai come averlo vissuto.


Immagina.
Nel deserto, la notte, ti svegliano: attaccano il tuo villaggio. Lì hai lasciato i tuoi figli, tua moglie, la tua storia. Bruciano la tua casa. Stuprano tua moglie. Armano tuo figlio. Cancellano la tua storia.

Sparano.
Non bastano le urla terrorizzate dei bambini, l'odore acre di feci e urine liberate dalla paura e del sangue che impasta la terra, il rumore – tanto rumore- di passi, spari, crolli, legna e carne che brucia, niente ferma la mano dei boia.

Corri.
Ti rendi subito conto – forse è solo istinto – che le parole hanno un senso solo se ascoltate.
Allora imbracci il bastone, come fosse un fucile. Corri, con la speranza di poter ancora salvare tua moglie, tuo figlio, non importa la storia. E preghi.
Ma sei lontano, stringi il tuo bastone.
I janjaweed corrono già verso un altro villaggio.

Italian Blogs for Darfur
sito: www.italianblogsfordarfur.it
blog: http://itablogs4darfur.blogspot.com
email: info@italianblogsfordarfur.it
telefono: +39 3937540531

Al tempo di Auschwitz c’era la scusa del “non sapevamo”. Oggi questo alibi non lo abbiamo e un giorno qualcuno – fosse anche solo la nostra coscienza - potrebbe chiederci: e tu che sapevi, che cosa hai fatto?

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Darfur genocidio mobilitazione

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 13/9/2007 alle 16:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


12 settembre 2007

LEI PARLA

Da alcune settimane sto lavorando parecchie ore al giorno a preparare materiale per a scuola. Il lavoro è consistito, nella sua prima fase, nello sfogliare centinaia di riviste, conservate a questo scopo, e ritagliarne tutte le immagini che possono essere utili. È stato così che mi è capitato tra le mani, in un Espresso di metà giugno, questo articolo di Sabina Minardi che a suo tempo mi era sfuggito. Io ho pianto come una fontana, e adesso piangete anche voi.

Sogniamo un viaggio dall'altra parte del mondo. Una casa sul mare. Una vincita milionaria. Mai un bicchiere d'acqua fresca.
In casi neppure troppo rari, il desiderio più forte di Laetitia Bohn-Derrien è stato poter bere un bicchiere d'acqua. Il corpo ardeva. La testa urlava. Ma non riusciva a dirlo. Vedeva gli sguardi degli altri, dolci e comprensivi, poggiati su di lei. Ma quelle attenzioni non servivano a idratarla. Allora, nel suo cervello cominciava la battaglia: tra insistere con gli occhi nella supplica: «Aiuto, datemi un filo d'acqua". O lasciarsi morire.
Laetitia Bohn-Derrien, colpita a 33 anni dalla sindrome locked-in, vissuta per mesi "chiusa dentro", cosciente ma intrappolata in un corpo immobile, natura morta esposta ai camici bianchi, ha deciso di combattere per riprendersi la vita. E la sua storia, che in Francia l'ha fatta battezzare "la miraculée", negli Stati Uniti l'ha trasformata in "the Case", e ovunque ha destato stupore per un recupero inspiegabile in termini solo medici, arriva in Italia, edita da Corbaccio, con il titolo delle prime parole pronunciate dopo il buio: "lo parlo". Fino al 9 novembre del 1999 era una trafelata donna in carriera: un marito, una casa a Reims, due bambini piccoli e soldi a sufficienza per viziarli, otto anni di lavoro a fianco di monsieur Yves Saint-Laurent, un incarico nelle relazioni pubbliche dell'azienda Boehringer-Ingelheirn. Sportiva, né alcol ne anomalie cardiache, né sovrappeso né colesterolo, giusto qualche sigaretta per replicare allo stress: sveglia alle 7, a letto a mezzanotte, in giro continuamente per il mondo. Ultimo volo: Atlanta, congresso dell'American Heart Association. È lì che Laetitia è colpita da un'emicrania, da uno strambo dolore che dalla testa si irradia al viso, le assale le mandibole, le immobilizza gli zigomi: un ictus. Così violento da provocarle una lesione del tronco cerebrale. «È come se un'estetista mi avesse coperto di una maschera che indurisce. Sono la sorella di Robocop. Sto morendo?». Sopravvive, invece. Ma i muscoli non rispondono più al cervello. «Fui presa da terrore isterico. Mandavo grida che udivo solo io. Ero diventata muta, paralizzata. Senza una spiegazione». Perché della locked-in si sa quasi niente: neppure quanti ne siano colpiti. In Francia sarebbero 400-500, nel mondo circa 4000, ma si sospetta che molti siano derubricati tra i pazienti in stato vegetativo. Il precedente più noto è quello del caporedattore della rivista francese "Elle", Jean-Dominique Bauby, colpito da locked-in nel 1995 e morto nel 1997, a 44 anni. La sua vicenda è raccontata nel libro "Lo scafandro e la farfalla" (caso editoriale pubblicato in Italia da Tea), dettato, lettera per lettera con la palpebra sinistra (Julian Schnabel ne ha appena fatto un film, premiato a Cannes per la regia). «Solo gli occhi permettono di cogliere disperazione, allegria, comprensione», scrive Bohn-Derrien. Sui suoi si concentra una tribù: medici ultraspecializzati, madri che delle parole non sanno che farsene comunque, padri che le fanno preparare il primo pasto semiliquido da uno chef famoso. E l'esperienza trasforma tutti: dalla collega che molla le responsabilità e va a vivere in campagna alla zia ecologista che manda finalmente al diavolo la centrale nucleare per cui lavora. Certo, la fatica è tanta: battaglie amministrative, costi proibitivi. Il dolore che si riaffaccia. Lo sconforto dei figli per una madre che non tornerà più come prima. Ma che intanto può riabbracciarli. E sta affrontando la sua ricostruzione. «Ho vissuto feste, flirt, viaggi, il pianto di un neonato, la carriera professionale, le maratone dei saldi. Non sono una handicappata che dispera di conoscere
un
bacio, l'amore, l’orgasmo». Sa di cosa sta parlando. E cosa vuole riprendersi. Ha creato la Handiconsulting, che si occupa del collocamento di persone invalide. E non solo oggi parla: ma canta pure. Ultima passione pervenuta: "Les amants d'un jour” di Edith Piaf.

E adesso che io ho fatto il lavoro di tirarvelo giù, voi fate almeno quello di leggervi il libro.



barbara


12 settembre 2007

SCONVOLTA

Lo dico? Non lo dico? Ma sì, dai, lo dico: sono sconvolta (un pochino lo avevate sospettato, dite la verità …) Ebbene sì, io che, come si suol dire, ho visto cose che voi umani neanche vi immaginate, stavolta sono rimasta davvero sconvolta. Sul Corriere dell’altro ieri ho letto alcune rivelazioni su Rudolf Nureyev. Ma non è stata la scoperta che era omosessuale solo al 99,5% e che quindi, con un po’ di buona volontà, anche per noi fanciulle poteva esserci qualche chance a sconvolgermi. E neanche l’apprendere che di donne, in realtà, ne ha avute un bel po’, a partire dalla moglie del suo maestro e passando per la sorella di Jacqueline Kennedy. No, niente di tutto questo. La cosa che mi ha fatto arrivare un vero e proprio cazzotto allo stomaco è stata la foto di lui in costume da bagno poco più che ventenne: la bruttezza del suo corpo, la rozzezza informe che lo fa assomigliare a una fetta di polenta – o a una mozzarella alla vigilia della data di scadenza. E l’inespressiva bruttezza del viso. Com’è vero che invecchiare fa bene, da tutti i punti di vista!

barbara

AGGIORNAMENTO:

-


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. rudolf nureyev

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/9/2007 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


11 settembre 2007

OGGI

solo questo

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. 11 settembre

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 11/9/2007 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


10 settembre 2007

SAHARAWI, FIGLI DI UN DIO MINORE



La pista
ripida corre tra colline spaccate. Sobbalza per ore la jeep rovente, lanciata verso le dune tremanti di un rosso che annienta l'ocra delle distese di fossili. Ho dovuto arrivare fino a Dakhla, il campo profughi saharawi più lontano dall'aeroporto di Tindouf, sudovest dell'Algeria, per ricevere una lezione di giornalismo secca e lucida. Me la impartisce Maima Mahmud Nayem, direttrice della scuola delle donne, mentre allieve di ogni età avvolte nelle melfah azzurre e gialle imparano l’inglese, lo spagnolo, l'informatica e la fotografia, materie che schiaffeggiano l'immobilità di questo deserto a 50 gradi. Maima ha 34 anni, un'aria dolce e impaziente. Si è laureata in ingegneria a Cuba, il paese che con Libia, Algeria e Spagna offre più borse di studio a questi eterni profughi. Mi spiega che le ragazze al computer costruiscono un blog su internet per comunicare oltre il loro asfissiante destino. Poi Maima esplode. «A voi
giornalisti non importa niente di noi. Cercate storie morbose, di poveracci che si ammazzano per un pezzo di pane, e i Saharawi non sono così. Da noi non esiste analfabetismo né violenza domestica. Il nostro Islam valorizza le donne, libere ed emancipate. Venite a guardarci come fossimo leoni in gabbia e intanto mantenete i funzionari dell'Onu che stanno qui dal '91 senza aver mosso un dito». Incasso. Avanzo un'unica, deprimente ipotesi: «Forse non si parla di voi perché non vi fate saltare in aria».
La rabbia che trasfigura Maima è il sentimento più ostinato e palpabile nei campi profughi attorno a Tindouf, geometriche distese di tende e baracche che il popolo saharawi abita da oltre trent’anni, nutrito dagli aiuti internazionali. La loro è una decolonizzazione incompiuta: vivevano nel Sahara Occidentale, la regione a sud del Marocco che nelle mappe resta tratteggiata come una dannata no man's land. Era una colonia della Spagna, che nel 1975 la cede a Marocco e Mauritania in cambio dello sfruttamento dei suoi fosfati e del mare pescoso. Accordo illegittimo: l'Onu e la Corte dell'Aia avevano sancito il diritto dei Saharawi a decidere la loro indipendenza con un referendum. Invece vengono cacciati dai coloni marocchini e da bombe al napalm. Duecentomila marciano nel deserto fino all'Algeria, che li accoglie come rifugiati. Altri rimangono nel Sahara Occidentale, oppressi e incarcerati fino a oggi se inneggiano alla Rasd, la Repubblica araba saharawi democratica fondata nel ‘76 dai Saharawi in esilio. Il suo braccio armato, il Fronte Polisario, fa guerra al Marocco (la Mauritania si ritira subito) fino al '91: nomadi a dorso di cammello tengono testa all'esercito di Rabat, abbattono
aerei a colpi di kalashnikov e riconquistano la striscia orientale del loro territorio, deserto verde di acacie e carrubi. A lungo il Marocco nega il sangue versato in questo spicchio di nulla, ma i Saharawi collezionano documenti dei soldati avversari e ogni relitto di missili, mine e carri armati, per farne un museo a cielo aperto che resta una toccante testimonianza di dramma e pietà.
Dal '91 l’Onu, con la missione Minurso, controlla che i nemici non si riarmino. La tregua doveva preludere al referendum sul Sahara Occidentale, ma tutto stagna da allora: i piani di pace cadono nel vuoto, i rigurgiti di violenza del 2OO5 fanno parlare do intifada nel deserto. Il Marocco non cede il Sahara Occidentale, ricco anche di petrolio, e propone un’autonomia sotto la propria sovranità. I Saharawi non ci stanno, chiedono il referendum. Quest'anno sono ripartite le trattative mediate dall’Onu, subito chiuse a pedine ferme: l’ultimo incontro del 10 agosto a New York ha visto una maggiore rigidità di Rabat e prodotto solo l'ennesimo rinvio. Nessuna potenza occidentale preme sul Marocco, irrinunciabile alleato nel Maghreb contro il terrorismo islamico, alimentando la tensione con l'Algeria che appoggia la Rasd.
L'ultima polveriera d'Africa: ecco come appare il deserto roccioso, suggestivo solo al tramonto, dove i rifugiati saharawi governano un efficiente Stato in esilio. Hanno un presidente della Repubblica, Mohammed Abdelaziz, sempre rieletto dal '75; ministeri, Parlamento e divisioni amministrative. La Rasd fa parte dell'Unione Africana - il Marocco ne è uscito per questo - è riconosciuta da 78 paesi (ma non da Usa e Ue) e ha ambasciatori sparsi per il globo, compresa l'Italia. È l'unico caso al mondo di autogestione degli aiuti umanitari: una società di sabbia, popolata da poliglotti e laureati che sognano il mare del Sahara Occidentale. Ogni profugo vi ha lasciato una madre, un fratello, un figlio. «Nel '75 avevo otto anni» racconta Mohammed Yeslem, ambasciatore saharawi ad Algeri. «Mi sono incamminato nel deserto con mio zio pensando che non avrei visto i miei genitori solo per qualche settimana. Sono 32 anni».
Nell'afa paralizzante di lenti pomeriggi, i profughi si concedono solenni riti del tè porgendo tre bicchieri: amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte. Nessuno crede più nell'Onu: è la guerra ad aleggiare tra sguardi e parole. «Siamo giocattoli della comunità internazionale» esplode Ardati Muhammed, trent'anni, che nel centro culturale di Dakhla cerca in Internet notizie sul Sahara occupato. Ne trapelano poche: la polizia marocchina espelle i giornalisti, arresta i manifestanti e il 4 agosto ha sequestrato l'auto al giudice italiano Nicola Quatrano, consulente dei Saharawi. «Non abbiamo soldi per comprare esplosivi» aggiunge Ardati «ma se la nostra testa si surriscalda, stai certa che li troveremo». La moglie del presidente della Rasd, Hadija Hamdi, usa toni più moderati in un francese impeccabile: «Investiamo in istruzione» mi dice nella piazza polverosa del campo "27 febbraio”. «Abbiamo creato biblioteche e centri culturali, e incoraggiamo le donne alla partecipazione politica nell'attesa di riavere la nostra terra».
I Saharawi stanno ripopolando le strisce di frontiera, quelle che corrono lungo i 2.700 chilometri del muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale. Solo i berretti blu della Minurso vi passano attraverso. Noi lo guardiamo a distanza: il terreno rigurgita di mine marocchine e i cammelli saltano in aria a grappoli. Si passa di qui per l'avamposto militare di Tifariti, zona-tampone controllata dall'Onu e scelta per ospitare il referendum, se mai avverrà. Capolinea mistico e tragico, un deserto dei Tartari dove i nemici si scrutano immobili e la caserma è una labirintica madrasa bianca che sembra un quadro di De Chirico, appena le ombre s'allungano. I militari saharawi arrostiscono fegato di cammello e non cessano di addestrarsi. «Siamo stanchi di una pace inutile» confessa il comandante Brahim Beidella «il nostro ideale ci rende più forti del nemico». Pochi passi più in là, nella tenda della Minurso con tv satellitare e aria condizionata, un capitano italiano si lascia sfuggire: «Se marocchini e saharawi si riarmeranno, noi saremo gli ultimi a saperlo». (Emanuela Zuccalà, L’Espresso)

Giusto per non dimenticare che ci sono anche questi, come già ricordato qui (a proposito, che cosa ha decretato il tribunale internazionale dell’Aja per questi
2.700 chilometri di muro di sabbia, cemento e filo spinato eretto dal Marocco per separarli dal Sahara Occidentale? Quali iniziative sono state prese dagli attivisti per i diritti umani? Quali mobilitazioni sono state organizzate dalle Donne in nero? Così, giusto per curiosità …)


rifugiati saharawi

barbara


10 settembre 2007

MI È APPENA ARRIVATA PER EMAIL

e ve la regalo:
"L'Uomo di Neanderthal è stato scoperto piuttosto tardi. D'altra parte è comprensibile: lo stesso Neanderthal non è che ci tenesse molto a far sapere in giro che aveva un uomo". (Viene da “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”, mi si dice. L’uomo di Neanderthal è stato rievocato a commento della gustosa storiella dei palestinesi che erano lì novemila anni fa)



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. uomo di Neanderthal

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 10/9/2007 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


9 settembre 2007

DISINFORMAZIONE ON-LINE PER GLI STUDENTI

Comunicato Honest Reporting Italia 9 settembre 2007

Che cosa fa uno studente interessato a saperne di più? Semplice: fa ricerche in internet. E accade che, cercando notizie sul conflitto israelo-palestinese, si imbatta in questo sito: http://web.tiscalinet.it/appuntiericerche/home.html: appunti e ricerche: cosa potrebbe esserci di meglio per uno studente? E, all'interno del sito, nella sezione "Geografia", il nostro studente trova questo capitolo: http://web.tiscalinet.it/appuntiericerche/Geografia/LAPALESTINA.htm. Sì, avete letto bene: Palestina. Nella sezione di geografia. Se per caso siete curiosi di sapere se c'è anche Israele, tanto per essere almeno un po' "equivicini" risparmiatevi pure la fatica di cercare: l'abbiamo già fatto noi. E non c'è. C'è invece, per l'appunto, la Palestina: 21 schermate di puro delirio, a definire il quale non si trovano aggettivi bastanti; 21 schermate delle più folli invenzioni accuratamente accatastate che vi invitiamo a leggere - se ne avete sufficiente stomaco - per poi intervenire per tentare di far cessare questo sconcio. Vi proponiamo solo qualche breve esempio dei contenuti di questo capitolo.

Protagonista di queste pagine e' il popolo palestinese, i cui diritti fondamentali, e per primo il diritto alla vita, sono stati prima messi in forse poi calpestati con violenza dal sionismo e dai suoi alleati.
In che modo risulti calpestato il diritto alla vita di un popolo il cui numero continua ad aumentare a vista d'occhio, riesce un tantino difficile da capire, ma i fatti, evidentemente, non fanno parte dei protagonisti di queste pagine.

Per capire perche' le prospettive di un regolamento pacifico sembrano cosí remote, perche' certi piani di pace non sono realistici, bisogna capire cosa e' successo in "ISRAELE" dopo il 1948 e cosa avviene oggi nei territori occupati.
Si notino le virgolette per nominare Israele.

Oltre cinque milioni sono oggi i palestinesi. La loro storia si identifica con quella terra che per novemila anni li ha accolti: una distesa grande quanto la Sardegna, tra il Giordano, il golfo di Aqaba e il Mediterraneo. Qui vivevano i primi palestinesi (discendenti degli abitanti originari della antica Palestina -Amriti, Cananei. Aramiti ed Arabi- ) molti secoli prima che gli ebrei provenienti da est, occupasserro il centro ed il nord di questa terra (1500 a.C.).
Difficile riuscire a contare le menzogne e le mistificazioni contenute in queste poche righe, che anticipano l'espansione araba di migliaia di anni, che inventano discendenze, che spostano l'Egitto da ovest a est e che, soprattutto, in questo lavoro che si vanta di voler "contribuire a una migliore comprensione della situazione ricordando la realta' di alcuni fatti determinanti, mettendo in rilievo dichiarazioni e posizioni politiche in modo che si possa cogliere meglio il concatenamento degli eventi" ignorano proprio le più importanti dichiarazioni di storici, dirigenti e politici palestinesi, come queste: Alla commissione Peel, 1937, il leader arabo locale afferma: "Non esiste nessun paese che si chiami Palestina. 'Palestina' è un termine che si sono inventati i sionisti (...) Il nostro paese per secoli è stato parte della Siria. 'Palestina' ci è aliena. Sono stati i sionisti che l'hanno introdotta." Nove anni più tardi, nel 1946, il Professor Philip Hitti, storico arabo, dichiara alla commissione di indagini Anglo-Americana: "Non esiste nessuna Palestina nella storia, assolutamente no". Nel 1956 Ahmed Shukairy, futuro fondatore dell'OLP, di fronte al Consiglio per la Sicurezza delle Nazioni Unite, spiega: "È comunemente noto che la Palestina non sia altro che il Sud della Siria." 31 marzo 1977: il giornale olandese Trouw pubblica un'intervista con un membro del comitato direttivo dell'OLP, Zahir Muhsein. Ecco le sue dichiarazioni: "Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato Palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato d'Israele per l'unità araba. In realtà non c'è differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni politiche e strategiche oggi parliamo dell'esistenza di un popolo palestinese, visto che gli interessi arabi richiedono che venga creato un distinto "popolo palestinese" che si opponga al sionismo. Per motivi strategici, la Giordania, che è uno Stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa mentre, come palestinese, posso indubbiamente rivendicare Haifa, Jaffa, Beer- Sheva e Gerusalemme. Comunque, appena riconquisteremo tutta la Palestina, non aspetteremo neppure un minuto ad unire Palestina e Giordania".

Dopo avere tranquillamente saltato lo sterminio degli ebrei di Hebron del 1929 e alcuni altri "dettagli" di questo genere, si passa a
Nel maggio del '39, il governo britannico pubblica un libro bianco. Essendo mutata la situazione internazionale e accresciuta l'importanza del petrolio, Londra e' costretta a fare agli arabi delle concessioni: una delle piu' importanti e' la limitazione dell'immigrazione ebraica. La risposta delle milizie ebraiche non si fa attendere: intensificano l'immigrazione clandestina in vista della creazione del futuro stato.
Che nel '39 inoltrato gli ebrei d'Europa potessero avere anche qualche altro motivo per volere immigrare, oltre a quello della creazione del futuro stato, è un'ipotesi che non sembra sfiorare i nostri solerti autori.

Oltre alla fine del mandato britannico per il maggio 1948, l'0NU propose di risolvere la "controversia" tra palestinesi e sionisti spartendo la Palestina in uno stato ebraico (56% della superficie) ed uno stato arabo (43%), me Gerusalemme doveva essere dichiarata "Zona Internazionale" sotto controllo dell'ONU stessa. Tale piano privava automaticamente gli arabi abitanti nella zona assegnata al nuovo <<Stato di Israele>> di ogni possibilita' di decidere della propria sorte. Per assicurarsi l'esecuzione del piano di spartizione, le pressioni sioniste aumentarono costantemente durante tutto il 1947 e il 1948. Al pubblico europeo e americano veniva spiegato che le rivendicazioni sioniste erano fondate sulla Bibbia e sulle sofferenze patite dagli ebrei sotto il nazismo e il fascismo. Tutti gli Stati, membri o no dell'ONU, che si erano opposti alla spartizione furono minacciati o ricattati dall'America.
Anche qui assistiamo a un'autentica orgia di invenzioni fantastiche, fra le quali ci limitiamo a far notare la vera e propria barzelletta di un'America che ricatta gli stati che si oppongono alla spartizione, quando è noto lo scarsissimo entusiasmo americano per tale progetto, sostenuto invece dall'Unione Sovietica; e da notare, nuovamente, le virgolette per lo stato di Israele.

Dopo la strage di Deir Yassin comincio' l'esodo dei palestinesi, costretti ad abbandonare ogni loro avere e ad incamminarsi verso gli sterminati "campi profughi" che l'ONU generosamente preparava nella valle del Giordano. A nulla valse la reazione militare degli stati arabi che, all'atto della scadenza del mandato britannico (15 maggio 1948), tentarono di respingere gli ebrei sionisti nelle zone di partenza.
Nuovo doppio salto mortale con triplo avvitamento: i campi profughi sono un generoso regalo ai palestinesi, sono gli "ebrei sionisti" che al momento della nascita di Israele cercano di espandersi e la guerra scatenata dagli stati arabi non è altro che un tentativo di arginarli.

In quel periodo di tempo, quasi un milione di palestinesi fu costretto ad abbandonare la patria e solamente 170mila poterono restare nelle terre occupate dai sionisti, che per proprio conto, avevano proclamato lo "Stato d'Israele".
Ancora una volta lo stato di Israele tra virgolette, la cancellazione della risoluzione Onu che ne sancisce la nascita, trasformandola in una proclamazione "per proprio conto", il raddoppio del già ultra-gonfiato numero di profughi palestinesi. Non si fa il minimo accenno all'occupazione illegale di Gerusalemme est e di Giudea e Samaria da parte della Giordania e di Gaza da parte dell'Egitto e si attribuisce esplicitamente a Israele la mancata nascita dello stato di Palestina, impedita invece dalle occupazioni operate da Egitto e Giordania.

Israele non si fermo' qui scateno' infatti altre guerre contro gli arabi e i palestinesi nel 1956 e nel 1967

"notizia" che non vale neppure la pena di commentare

I palestinesi si resero conto che la difesa dei loro diritti e la riconquista della loro terra sono possibili fidandosi sulle loro forze, si organizzavano quindi a livello di massa ed organizzavano la loro lotta, espressione di volonta' di un popolo di liberera la propria patria, si creavano così le basi del movimento di liberazione nazionale che si configura oggi nell'OLP; Che cosa e' l'OLP e' l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina che il popolo palestinese (sotto l'occupazione e in diaspora) ha scelto per rappresentare la sua lotta
Falso: l'OLP è nata nel 1964, quando NON c'erano territori occupati. L'OLP NON è nata allo scopo di liberare quei territori che ancora non erano stati occupati, bensì unicamente per distruggere Israele. Il popolo palestinese NON ha scelto di farsi rappresentare dall'OLP: è stato Arafat che, con un colpo di mano, ha imposto tale rappresentanza.

Particolarmente interessante il paragrafo dedicato alla spiegazione di che cosa sia il sionismo e di come e perché sia nato:
Nacque in Europa orientale negli ultimi anni dell'800 teorizzando la fondazione di uno "Stato ebraico" per tutti gli aderenti alla fede ebraica in quanto gli ebrei costituiscono una minoranza che non riesce a trovare un proprio inserimento nella vita economica sociale-culturale dei vari paesi in cui essi vivono, ma questa teoria altro non era che l'espressione del disagio in cui veniva a trovarsi la borghesia commerciale ebraica nei paesi dell'Est europa, nel momento in cui si sviluppava il capitalismo con la sua borghesia i cui interessi si scontravano con quelli della borghesia ebraica.
E anche questa volta rinunciamo a commentare questo autentico delirio. Anche perché di deliri questo testo è particolarmente ricco. Giusto per dare un'idea, scegliendo fior da fiore:

Nel 1984 fu versata una sostanza chimica nei serbatoi d'acqua delle scuole femminili della Cisgiordania. 1950 ragazze furono colpite da questa sostanza che causa la sterilita'. Queste sono ulteriori dimostrazioni di come agisce Israele nei territori occupati. [...]
Israele non permette agli abitanti di questi territori di intraprendere ogni tipo di attivita' industriali autonome. [...]
col rischio che di notte venga la polizia israeliana a portarli via, senza che nessuno dei suoi familiari lo possa vedere per parecchio tempo; a volte li riportano cadaveri e vietano alla famiglia di fare il funerale (al massimo cinque persone della famiglia possono partecipare di notte al rito funebre).

Invitiamo i nostri lettori a scrivere particolarmente numerosi per tentare di far modificare questo scempio, destinato a far crescere i nostri studenti non solo nell'ignoranza ma anche nell'odio, non solo verso Israele ma verso gli ebrei tutti colpevoli, con le loro sconfinate ricchezze, di mantenere saldamente in sella questo stato dal «carattere discriminatorio razziale», che «ignora i diritti civili e religiosi dei palestinesi abitanti (da sempre) in Palestina», in cui «Tutte le cariche piu' importanti sono assegnate ad ebrei praticanti, e la presenza del clero rabbinico e d'obbligo in tutte le decisioni piu' importanti nella vita del paese. Il clero ha soprattutto funzione di stimolare il "patriottismo" degli ebrei, ricordando che il loro dovere e quello di portare la nazione alla dimensioni volute dalla Bibbia "dal Nilo all'Eufrate"» e «un israeliano su cinque produce armi» - e qui ci fermiamo per non compromettere oltre la digestione dei nostri lettori. Scrivete qui: cheneso@tiscalinet.it e dateci notizia delle vostre lettere e delle eventuali risposte che vi accadesse di ricevere.



Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso
HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com


Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici
e geografici sul conflitto medio orientale.

HonestReporting ha oltre 140.000 membri nel mondo, ed è in continua crescita.
(C) 2006 Honestreporting - Tutti i diritti riservati

E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com

Decisamente chi ha deciso di corrompere le menti dei nostri giovani non si lascia sfuggire nessuna occasione. Nel frattempo vi invito a dare un’occhiata a questo filmato, che difficilmente vi capiterà di vedere nei nostri mass media.

barbara

sfoglia     agosto   <<  1 | 2  >>   ottobre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA