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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 agosto 2007

NOVANT’ANNI FA LA RIVOLTA CONTRO I RINCARI DEL PANE. UN MASSACRO DIMENTICATO

Talmente dimenticato che non ne avevo mai sentito parlare. Per fortuna abbiamo il buon Gian Antonio Stella che, oltre a denunciare gli osceni sprechi e ruberie perpetrati da amministratori e governanti, ci aiuta anche a recuperare storie dimenticate o ignorate come questa.


Nel 1917 il popolo di Torino si ribellò, l'esercito intervenne, ci furono 60 morti


«Troppi rincari per il pane: sciopero». Fa un certo effetto, in queste torride giornate di fine agosto, leggere certi titoli d'agenzia. Proprio in questi giorni cade un anniversario sfuggito praticamente a tutti. Quello della tragica sommossa per il pane scoppiata a Torino nel 1917. Sommossa che, nei sogni confusi dei rivoltosi, avrebbe dovuto segnare l'inizio di una rivoluzione simile a quella sovietica di pochi mesi prima, con la ribellione delle truppe che, stanche dalla «guerra imperialista», avrebbero dovuto unirsi «affratellandosi» agli insorti. E che finì invece in un bagno di sangue: sessanta morti. Dei quali una decina di militari e una cinquantina di operai, ragazzi, massaie. La più vecchia si chiamava Maria Labbà e aveva (età avanzatissima, allora) 72 anni. Il più giovane si chiamava Mario Penasso, faceva il meccanico e di anni ne aveva 16: «Quando la nostra barricata cominciò ad andare in pezzi sotto i colpi della cavalleria, ci disperdemmo per via Nizza sotto la pioggia dei proiettili delle mitragliatrici - avrebbe scritto nelle sue memorie Celestino Canteri -. Davanti alla farmacia Tetti Frè ci riparammo in un portone. Penazzo non entrò. Suo fratello era lungo e disteso dall'altra parte della strada. Penazzo lo chiamava, chino su di lui. Continuò a chiamarlo senza avere il coraggio di toccarlo. Il fratello non rispondeva, non si muoveva. Penazzo piangeva e continuava a chiamarlo incurante dei proiettili che picchiavano sulle pietre. Da sotto il corpo e sulla schiena di suo fratello si allargava una macchia di sangue che sembrava non finire mai». Era cominciato tutto poco dopo Ferragosto quando, in quella Torino in cui stavano crescendo leader come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Luigi Longo, mentre i principali esponenti socialisti erano fuori città (solo Giacinto Menotti Serrati si precipitò da Milano, ma per rientrare il giorno dopo), la crisi di produzione di pane si fece più acuta. «E' incominciato il processo ideale del regime - scriveva il 18 agosto Gramsci -, è incominciata la sua dichiarazione di fallimento, esso ha perduto la fiducia istintiva e pecorile degli indifferenti, perché ha chiuso troppi sportelli. Ha socchiuso ora un altro sportello: quello della vita, la bocca del forno, la porta del magazzino granario. Lo chiuderà del tutto? La domanda angosciosa si propaga nelle lunghe file di donne che fanno la coda alle cinque del mattino dinanzi alle panetterie». La mattina di mercoledì 22 agosto, ricordano Angelo Castrovilli e Carmelo Seminara, «il pane mancava praticamente in tutte le panetterie. Una delegazione della Barriera di Milano fu ricevuta dal Sindaco, barone Leopoldo Usseglio. Lo stesso giorno si ebbero i primi scioperi (...) e nelle vie attorno al municipio si verificarono i primi incidenti e i primi saccheggi di negozi». Gli scontri andarono avanti fino a domenica. Barricate, trattative, scontri con l'esercito, tentativi di assalto ai palazzi di quella che era stata la prima capitale d' Italia, «espropri» nelle salumerie e in vari negozi di armi. Inutili tentativi di accordo alternati alla voglia di dare una dura lezione ai bolscevichi nostrani anche attraverso l'arresto di un po’ di leader sindacali moderati che, come avrebbe scritto molti anni dopo Renzo Del Carria con bellicoso spirito sessantottino, avrebbe aggravato le cose: «La folla operaia, rimasta ora senza dirigenti riformisti-borghesi, può finalmente esprimere il suo odio di classe contro la guerra in maniera aperta». Finì, come si diceva, in una carneficina. Dimenticata e rimossa come tante altre. Un peccato: studiare ciò che accadde allora, le ragioni e i torti, avrebbe aiutato a capire meglio. Che ce ne facciamo, di una storia piena di buchi? (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 29 agosto 2007)

Pare che si stia diventando degli autentici specialisti, in effetti, di Storia e di storie piene di buchi. Cerchiamo allora di cominciare a riempirne qualcuno per cercare, come ci invita Gian Antonio Stella, di capire meglio.


barbara


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30 agosto 2007

SALVE

Sono qui.



barbara




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23 agosto 2007

LA FINE DI ISRAELE

Questo è il primo capitolo. È lungo, ma ve lo beccate tutto (tanto vado via, e di tempo ne avete). E che nessuno si azzardi a non leggerlo.

1. Perché sto scrivendo queste pagine

Ero a Pesaro, alla Festa Nazionale dell’Unità, il 16 settembre 2006, un giorno di tempesta ma anche di folla, la folla di quei militanti di sinistra, persone anziane e giovani, famiglie intere con i bambini, uomini e donne che ricordano ancora la Resistenza come un pezzo della loro vita, uomini e donne che non hanno mai veramente separato il loro impegno morale sui diritti umani da quello sindacale in difesa del lavoro, da quello politico in difesa della democrazia. Eccoli, sono in tanti nonostante la pioggia violenta. Occupano – seduti o in piedi – tutti gli spazi del tendone «La Libreria» dove accanto ai tradizionali dibattiti politici che avvengono nel tendone più grande - quello da mille posti – si parla di libri.
Quando entro, completamente inzuppato di pioggia, l'applauso è grande, affettuoso, lungo, come accade a volte nelle feste dell'Unità, in cui molti vogliono ancora dire il loro grazie e il loro sostegno al giornale ritrovato.
Quando, due ore dopo, il dibattito è finito, gli applausi sono gentili e brevi, ma anche un po' imbarazzati. Un uomo della mia età mi abbraccia e dice: «Ti voglio bene per quello che hai fatto a l'Unità. Ma non sono d'accordo neanche con una parola di quello che hai detto». Le dediche e le firme richieste sono poche, nessuna sul libro che ho presentato. Spesso mi chiedono, per affetto, di firmare libri non miei (come quelli di Tiziano Terzani) alla fine delle presentazioni. Non questa volta. Questa volta il libro era La sinistra e Israele, atti di un seminario a sostegno di Israele che ha avuto luogo un anno fa. Qualcuno fra il pubblico ha notato un fatto curioso, e me lo sussurra nel breve «dopo dibattito», mentre il temporale, fuori, continua furioso. Guardando i nomi nella copertina del libro, nota che «per trovare quelli che sostengono Israele a sinistra, bisogna andare molto a destra della sinistra. Tu li disorienti perché arrivi così a sinistra nella tua intransigenza contro Berlusconi, contro la destra postfascista, la Lega e il "regime". E poi sei il più accalorato a sostenere Israele. Come si spiega?».
Si spiega con il proposito di quell'intervento a Pesaro e di queste pagine. Israele appartiene al mondo e ai valori della sinistra. Senza il sostegno della sinistra del mondo Israele muore. Questa frase non piace e sarebbe accolta con sprezzo dalla destra israeliana. Ma anche in Italia, anche a Roma, ricordo una sera d’estate - il 17 luglio di quello stesso anno in cui in tanti, ebrei e non ebrei, ci siamo raccolti davanti alla sinagoga di Roma, ci siamo arrampicati su una pedana e abbiamo espresso sdegno e tormento per le parole di Ahmadinejad, presidente dell'Iran, che aveva lanciato la parola d'ordine «cancellare Israele». Abbiamo detto sostegno a Israele attaccata dal Libano. Abbiamo detto solidarietà a Israele che - circondato da nord e da sud - aveva cominciato a respingere gli Hezbollah in Libano (dopo il rapimento di tre soldati).
Di quella notte mi sono rimaste impresse tre cose. Alcuni di coloro che hanno parlato erano di sinistra. Nessuno, tra la folla di via Portico d’Ottavia, che pure è la stessa strada, lo stesso luogo, del rastrellamento della notte del 16 ottobre 1943 (mille uomini, donne, bambini, neonati e ammalati, che non sono mai più ritornati, benché di qui si veda - appena al di là dal Tevere - la cupola di San Pietro). L'applauso più grande, più lungo ha salutato Gianfranco Fini. Fini ha fatto molte cose per meritare quell'applauso nella sua vita politica. Ma la sua vita politica è stata iniziata da Giorgio Almirante, segretario di redazione della rivista La difesa della razza, appena una generazione fa. Dalla folla alcuni giovani hanno gridato in coro - benché brevemente - «vinceremo». È stato come un capogiro, una vibrazione triste che per un istante è sembrata salire da quella folla. C’era come un cortocircuito nel tempo e nello spazio. L'abbandono della sinistra stava provocando una caparbia rivalsa. Si manifesta quando gli ebrei di Roma si stringono intorno a Fini. Si manifesta quando - a uno a uno – rappresentanti e notabili dello schieramento di Berlusconi si susseguono passandosi il microfono per dire che c'è un legame tra Prodi e gli estremisti islamici. E tutto porta ovazioni, come se si stesse discutendo davvero della vita di Israele.

Il dirottamento funziona e la gente sembra felice di battere le mani a Schifani e a Cicchitto, come a simboli dell'identità e del senso storico di Israele. Come un treno sullo scambio sbagliato, il convoglio di quella notte, che avrebbe potuto chiamarsi «con la destra per Israele», correva con qualcuno di noi aggrappato fuori. Ma la sinistra era altrove, a denunciare Israele e la sua guerra, immaginata come una decisione inutile e crudele.

Ho posto al pubblico dell'incontro di Pesaro che sto raccontando, tre domande: doveva proprio esserci uno stato di Israele? Doveva proprio essere lì? È stato il solo nuovo paese nato in terra d'altri?
Ho iniziato a raccontare il rastrellamento e la deportazione degli ebrei nella notte del 16 ottobre 1943. Ho ricordato l'evento della principessa romana che - avvertita di quanto stava accadendo - ha avvertito a sua volta la Santa Sede. Avendo accesso in Vaticano, la principessa ha chiesto di informare al più presto il Papa.
Il cardinale Maglione si è limitato a convocare per un colloquio l'ambasciatore tedesco a Roma, Rahn. Alla principessa ha detto: «Non possiamo convocare nessun altro. Non c'è un consolato degli ebrei a Roma».
Ho ricordato un documentario che mi hanno fatto vedere nella sinagoga di Cracovia, materiale girato dai militari tedeschi: si vede un gruppo di bambini che viene fatto sloggiare da una scuola, ciascuno con la sua seggiolina. Camminano su un viale affollato di passanti. Tutti i bambini hanno la stella gialla. Vengono spinti in un vicolo e - mentre si voltano e guardano insieme a molti che erano già nel vicolo – alcuni muratori costruiscono subito un muro, una fila di mattoni sopra l'altra, finché i bambini non si vedono più. È il muro del ghetto di Varsavia. Neanche a Varsavia c’era un consolato degli ebrei. Ma più avanti, in un'altra scena dello stesso documentario, c'è l'assedio al ghetto. Nelle strade circostanti la gente continua a passare come in giornate normali. Dal marciapiede i soldati tedeschi sparano a chi si affaccia dalle case al di là del muro. Un passante avverte un soldato sbadato, gli indica un volto alla finestra. Il soldato spara subito.
Ma lo stato di Israele è in Medio Oriente per una scelta arbitraria? Gli israeliani hanno cominciato ad abitare un piccolo pezzo di Palestina, quando era territorio dell'ex Impero ottomano reclamato come proprio dalla Giordania, e occupato dalle truppe e dalla amministrazione dell’Impero britannico. Lo hanno fatto su mandato delle Nazioni Unite (1948). Nello stesso giorno è stato istituito un piccolo stato palestinese - altrettanto nuovo e mai esistito prima - che però tutti gli arabi (non i palestinesi, ma il potere dei grandi paesi arabi dell'area) hanno rifiutato, iniziando subito una catena di guerre. Dopo una di quelle guerre per stroncare subito l’invasione egiziana, giordana, siriana e libanese, gli israeliani hanno conquistato e dichiarato israeliana Gerusalemme (1967).
Che cosa c'è di diverso dalle guerre del Risorgimento italiano che - una dopo l'altra - hanno aggregato pezzi di territorio che non erano mai stati «italiani», se non nel sogno di Petrarca e Leopardi (un sogno sionista?), strappandoli con sangue, violenza, odio, a vicini europei (con cui oggi l’Italia forma l’Unione Europea)? Che cosa c'è di diverso rispetto alla conquista di Roma – la nostra celebrata «breccia di Porta Pia» - che per duemila anni, proprio come Gerusalemme, era stata capitale religiosa e sede di un altro stato e di un altro governo che ha dovuto cedere alla forza e si è barricato nell'isolamento, nel non riconoscimento del governo italiano, nella scomunica per cinquant'anni, prima di ricominciare a vivere accanto e insieme, in un incrocio di diritti reciproci con lo stato italiano?
Se una diversità c'è, è che il Risorgimento italiano ha conquistato e dichiarato italiani pezzi di territorio austriaci e balcanici (in una Europa in cui tutti i confini erano stati stabiliti arbitrariamente dal susseguirsi di diversi poteri). Israele ha bensì realizzato un proprio autonomo sogno risorgimentale (detto «sionismo» o ritorno alla terra degli ebrei), ma ha occupato e preso possesso di una piccola parte di quella terra solo dopo un voto e una autorizzazione - bilanciata da autorizzazione equivalente stabilita per gli abitanti della Palestina - delle Nazioni Unite. E non ha tolto terra ad un altro stato più di quanto l'India o il Pakistan lo abbiano tolto all'Impero britannico. I risorgimenti, il sionismo, i grandi movimenti di liberazione dal colonialismo e dalle persecuzioni sono sempre fondati sul reclamo di un territorio, sulla presa di possesso fisica di quel territorio, sulla ricerca di riconoscimento internazionale per quell'evento. E – fatalmente – su molto sangue e continui spossessamenti. Come l'India e il Pakistan, Israele ha ottenuto il riconoscimento internazionale (con l'eccezione - durata decenni - del Vaticano). A differenza dell'India e del Pakistan, uno dei due stati non ha mai accettato di esistere. O non gli è stato permesso dalle potenze arabe dell'area. Ed è cominciata la guerra infinita.

Nessuno dei movimenti risorgimentali in cui la lotta porta alla creazione di una patria è esente da fatti sanguinosi anche tremendi. Nel Risorgimento italiano, per esempio, nessuno ha calcolato il costo di vite umane. Molti studi stimano questo costo grandissimo. In gran parte è stato provocato dalla lotta al «banditismo», vere e proprie operazioni di guerra, spesso comandate dagli stessi celebrati protagonisti del Risorgimento - come Nino Bixio - che hanno fatto strage di contadini in rivolta perché si ritenevano spossessati o ritenevano illegittimo e «occupante» il governo piemontese. Ma a quei fatti di sangue del Risorgimento italiano (teoricamente italiani contro italiani, ma in realtà vissuti come l'invasione oppressiva e poliziesca degli occupanti e della loro sproporzionata potenza contro uno stato di cose visto come «migliore» o «normale» dal popolo del Sud che ha subito l’invasione) appaiono modesti se confrontati con l’immediato effetto del «Risorgimento» indiano e di quello pakistano. Da entrambe le parti, induisti uccisi per mano di islamici e islamici sterminati per mano degli induisti, sono stati almeno due milioni.
Le tensione - fino al punto della mobilitazione e dell’arma atomica, affannosamente cercata e ottenuta da entrambi i contendenti – continua tuttora e si manifesta costantemente, fra assalti, attentati, terrorismo e guerra locale, nella disputa sul territorio del Kashmir. In quegli stessi anni del secondo dopoguerra l'abbandono del dominio coloniale ha provocato scontri spaventosi tra comunità diverse (per esempio, tra malesi e cinesi in Malesia, tra indonesiani e cinesi in Indonesia, fra tamil e cingalesi: un conflitto che continua tuttora in Sri Lanka) che hanno coinvolto aree molto ampie, centinaia di milioni di persone e milioni di vittime. L'improvvisato disegno coloniale dei nuovi confini ha portato a situazioni intollerabili, come quella del Pakistan - suddiviso in due grandi province separate e senza comunicazione, la provincia dell'Ovest e la provincia dell'Est. Quest'ultima, nel 1971, con una sanguinosa rivolta, è diventata il Bangladesh, dando luogo a un nuovo stato artificiale, ricavato in un territorio dove si sono succeduti in pochi decenni due stati, l'Unione Indiana e il Pakistan.
Nel mondo gli stati che si sono autoproclamati con la caduta o il ritiro del potere coloniale, o che sono stati riconosciuti o proclamati dalle Nazioni Unite sono quarantanove. Uno dei più piccoli è Israele. Occupa il 2 per cento di tutto il territorio del Medio Oriente e rappresenta l'1.3 per cento della popolazione dell'area. È il solo che non sia nato sovrapponendosi a uno stato già esistente, ma come uno dei due stati progettati e disegnati dalle Nazioni Unite su una ex provincia dell'Impero ottomano, ambita da Siria, Giordania ed Egitto, sotto l'amministrazione coloniale inglese e sotto il controllo di truppe inglesi. La creazione di uno «stato palestinese» è stata proposta per la prima volta dalle Nazioni Unite. Sarebbe stato il solo, insieme allo stato ebraico, a nascere in quell'area sotto l'egida delle Nazioni Unite e per voto dell'assemblea generale, e non come decisione arbitraria degli ex dominatori coloniali (Inghilterra e Francia), come era accaduto per Egitto, Giordania, Siria, Libano, Iraq e Kuwait.
È
difficile contestare le affermazioni che seguono: quando è nato lo stato di Israele non c'era uno stato palestinese. Uno stato palestinese è stato proposto per la prima volta contestualmente dalle Nazioni Unite nelle stesse dimensioni e con stesse risorse di Israele e con la stessa data di nascita (1948). Ma è stato rifiutato dalle potenze arabe dell’area, che avevano voci e mezzi per fare la guerra e hanno deciso di farla usando i palestinesi.
Nessun paese arabo ha mai proposto la creazione di uno stato palestinese prima che ci fosse lo stato di Israele. E infatti, subito dopo la prima guerra di tutti i paesi arabi contro Israele, nel 1948, l'Egitto ha occupato per sé la striscia di Gaza, e la Giordania ha annesso tutta la parte a ovest del fiume Giordano, facendo diventare giordana una parte della popolazione palestinese e reprimendo – anche con violente azioni di guerra (Settembre nero) - ogni tentativo di affermazione nazionalista palestinese all'interno della Giordania. Se ci sarà, come desidera tutto il mondo democratico, uno stato di Palestina, ciò avverrà perché c'è - e finché ci sarà – uno stato di Israele. La storia dell'area suggerisce che, senza lo stato di Israele, la Palestina sarebbe già stata dispersa da decenni (territori e popolazioni) fra tutti gli stati arabi confinanti.

Perché ho insistito sulla questione storica, e sul legame che ha generato, insieme, negli stessi anni, con le stesse lotte, l'antifascismo, la Resistenza e la nascita di Israele? Perché di questo legame non trovo quasi più traccia. Tutti i dati storici, in ogni incontro, in ogni dibattito, in ogni convegno o manifestazione popolare per la Palestina, appaiono cancellati dai segni molto forti della legittima ma penetrante propaganda palestinese. In essa, come in tutte le storie di rivendicazione, i fatti sono alterati. Domina, nella cultura della sinistra che trovo in quasi ogni sezione o «unione» dei Ds, quando partecipo a un dibattito su questo argomento, la parola
«occupazione» che oscura tutto: una grande occupazione continua di colonizzatori bianchi, prepotenti, ricchi, armati, «americani» alla quale una lotta di popolo deve opporsi. È giusto che una lotta di popolo sia sostenuta dalla sinistra. Ma chi si è formato nel ricordo della resistenza, che è stata liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni, con amara sorpresa si trova di fronte a un aspro sentimento di rabbia e di sdegno contro Israele, nato dalla vittoria contro il nazismo e il fascismo, e quindi dalla Resistenza.
Sono quarantanove, come ho detto, i nuovi stati dell'Onu nati nella guerra, nati dentro il territorio degli altri (ma, come ho detto, anche l'Italia del Risorgimento è nata nella terra degli altri). Sono oltre un centinaio i conflitti aperti in questo momento nel mondo, in Asia, in Africa; il più crudele e spaventoso nel Darfur, genocidio che non finisce. In Algeria vi sono stati per anni indescrivibili sgozzamenti di inermi e indifesi (migliaia e migliaia di bambini) ogni notte, in una guerra interna spaventosa fra fondamentalisti che avevano vinto le elezioni e i militari che le hanno bloccate.
La sinistra italiana
è
rimasta ferma, con un atteggiamento irremovibile, che non varia nemmeno di fronte alle stragi delle bombe umane negli autobus israeliani nell'ora della scuola, accanto ai palestinesi; e definisce «muro della vergogna», o «muro dell'apartheid», un muro che ha posto fine a quelle stragi quotidiane per le strade delle città israeliane. Non ha mai notato il tempo in cui le madri israeliane dovevano dividere i figli fra un autobus e un altro, sperando che almeno uno tornasse vivo. Si astiene dal denunciare la spaventosa corruzione palestinese, che assorbe ogni risorsa di quel povero paese. Ma l'argomento della corruzione diventa utile e logico per giustificare la vittoria elettorale di Hamas (gruppo politico incline al terrorismo e deciso a negare l'esistenza di Israele) contro Al-Fatah, ovvero ciò che resta dell'immensa corruzione dell'Anp. Ti dicono che, riconoscano o non riconoscano Israele, si tratta di elezioni democratiche.
E da quel momento l'impegno di distruggere Israele proclamato da Hamas è dimenticato. L'invettiva, l'accusa, il rimprovero nei casi più ragionevoli rimangono identici: perché Israele non vuole fare la pace?
Mi accorgo che tutto è dimenticato. Oppure ci si imbatte in un modo di pensare, a sinistra, in cui tutto è conosciuto ma disprezzato, o non creduto. Ma ciò che accomuna lo scetticismo antisraeliano di chi non sa, e di chi non vuol sapere, è una fierezza militante contro tutto ciò che riguarda Israele, come se si trattasse di tante trappole dell'informazione imperialista e un servizio in più agli americani.
A Pesaro, un giovane si è tenuto pronto vicino al microfono per il momento delle domande. Nelle sue domande ho notato particolari precisi e tremendi di azioni militari israeliane, L'elenco di una catena di delitti conosciuti e descritti nei dettagli. Non c'è alcuna traccia di possibili errori palestinesi – o del mondo arabo verso Israele - e della responsabilità - o almeno corresponsabilità - nel non avere fatto la pace. La colpa è tutta israeliana. Non c'è memoria delle «stragi degli autobus», che spieghi tentativi di difendersi degli israeliani. Due espedienti guidano prontamente (certo, non per astuzia retorica, ma per antica abitudine a discutere e sentir discutere dell'argomento, da decenni sempre lungo lo stesso percorso, sia nel versante della sinistra che in quello cattolico) a uscire dalla descrizione dello stato dei fatti. Uno è di ricordare con esattezza - comprese le date e i numeri delle vittime - eventi che fanno apparire Israele un persecutore arbitrario e malvagio. L'altro è di ascoltare attentamente i richiami della Shoah, soprattutto della Shoah italiana, soprattutto della complicità italiana in quel genocidio, un argomento che a me pare essenziale e che dovrebbe spiegare il nostro passato, dare un senso al nostro presente: senza l'Italia, le sue leggi tremende, e tutto il suo peso anche di immagine nell’Europa di allora contro gli ebrei, la persecuzione e il progetto di distruzione totale sarebbero stati impossibili. Ma la risposta, quasi invariabilmente, è: «Proprio loro, che hanno conosciuto la tragedia della persecuzione, non dovrebbero farsi carnefici di altri».
Il giovane di Pesaro - con un sorriso - mi ricorda la frase di Edward Said (l'illustre docente di letteratura inglese della Columbia University nato a Gerusalemme e mio collega per tanti anni) che ha scritto: «Che cosa terribile essere vittime delle vittime». È un'affermazione che certifica, a livello alto della fama accademica, l'accusa delle vittime divenute carnefici. Ma il giovane col sorriso ha un altro argomento. Domanda, con tono di sfida: «Lo sai in che modo crudele e sistematico gli ebrei hanno sterminato gli arabi in ogni casa, in ogni villaggio, nei giorni in cui è nato lo stato degli ebrei?». Mi cita l'autore di un libro che gli è caro. È lo storico israeliano Benny Morris. Il giovane sembra non conoscere (o semplicemente non cita) La rabbia del vento di S. Yizhar, combattente di quella guerra e primo scrittore della storia e della letteratura israeliana. Ma gli preme il tema: gli ebrei - mentre non sono ancora israeliani - sono già assassini. Gli sembra importante citare le fonti israeliane non per riconoscerne il senso (un paese libero non nasconde nulla di se stesso e comunque autorizza qualunque voce), ma per rendere definitiva la condanna. Una ragazza in fondo alla sala (è lontana dal microfono) cerca, con tutta la forza della sua giovane voce, di stabilire la stessa persuasione appassionata e senza perplessità. Quella persuasione a lei appare una verità. Gli israeliani, ovvero gli ebrei, appena arrivati dall'Europa e dai campi a cui erano sopravvissuti, sono subito assassini.
Il mio pubblico (quello che mi vuole bene per ricambiarmi dei giorni non facili in cui ho diretto l’Unità) evita di chiedere la parola. Alcuni, specialmente uomini e donne che potrebbero avere la mia età e dunque gli stessi ricordi, quella sera scuotevano la testa mentre parlavo.
Ci sono degli affettuosi «Ma dài…» per dire: «Siamo amici
e
restiamo amici, però su Israele non siamo d'accordo. Non è forse vero che...», e capisci che hanno pronto un lungo elenco di certezze. Quelle certezze riguardano sempre delitti commessi da Israele. In un mondo di conflitti, tensioni, violente ferite etniche e religiose, migrazioni di popoli e cambiamenti a volte riconosciuti, a volte arbitrari, di confini, nel mondo degli sgozzamenti algerini e nel massacro dei bambini di Beslan, una immagine tremenda è fissata nella mente di. coloro che mi parlano. E che sorridono per esprimere incredulità e scetticismo e sospetto quando tento (e li supplico) di allargare la fessura del loro punto fisso di osservazione: Israele ricco, potente, usurpatore di case e di terre, colpevole di occupazione, esecutore di «apartheid» e del «muro della vergogna». Israele assassino.

E voglio vedere chi ha ancora la faccia di bronzo di invocare la buona fede (e non azzardatevi a tornare qui dentro finché non avrete letto il libro). (Sì, vabbè, con l’isterico mantra della “guerra sbagliata in Iraq” ripetuto diciottomila miliardi di volte fa un par di palle che non finiscono più, ma dopotutto nessuno – quasi – è perfetto).
Ancora una cosa, ancora una annotazione: capita di sentir proporre paragoni tra il Risorgimento italiano e affini da una parte e la guerra di Hamas dall’altra. Niente di più assurdo: le lotte di liberazione, fra cui il risorgimento italiano, hanno come obiettivo la creazione di uno stato. La guerra di Hamas no. Hamas non ha affatto in agenda la creazione di uno stato. L’unico obiettivo di Hamas è la distruzione di Israele, che è d’intralcio per la creazione del califfato islamico: è scritto nel suo statuto, continuano a ripeterlo i suoi dirigenti, ha sempre continuato a dimostrarlo con i fatti dal giorno della sua nascita.

Furio Colombo, La fine di Israele, Il Saggiatore



barbara


22 agosto 2007

ALLA RADIO LOCALE

“Per gli adulti spettacoli e intrattenimenti vari, per i bambini gonfiabili, giochi e altro ancora”.

barbara


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22 agosto 2007

MA SARÀ POCO FRUSTRANTE

aprire una bottiglia di Primitivo del Salento del ’98 e trovare che sa di tappo? (E badate che se mi pigliate pe’ icculo io vi fo le linguacce, tiè).



barbara




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21 agosto 2007

VECCHIO FÜHRER NUOVI FURORI

Giorgio Israel ha una caratteristica piuttosto rara: ci ho litigato una volta sola. Anzi, a voler essere precisi, è stato lui a litigare con me, cosa ancora più rara perché normalmente quella che attacca a testa bassa come un toro scatenato sono io. Questo per dire che Israel è uno con cui mi trovo d’accordo, per lo meno nelle cose che riguardano Israele – in altri campi capita che esprima opinioni che non condivido, ma siccome sono di una generosità a dir poco sconfinata, glielo lascio fare senza piantar su casini. Ecco. Ed è per questo che vi propongo questo vecchio articolo ritrovato ramazzando un po’ negli archivi. È piuttosto lungo, ma Israel scrive bene e quindi si legge senza problemi. Ho evidenziato alcune parti, che ritengo particolarmente importanti. Buona lettura.


Distruggendo Israele, il poligono islamista vorrebbe risolvere la “questione ebraica” lasciata a metà da Hitler

In un discorso tenuto al Reichstag il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò di voler essere ancora una volta profeta: «se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse riuscire, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione della razza giudaica in Europa». L’impostazione del discorso era “pacifista”. Il Führer insisteva sull’anelito dei popoli alla pace, troppe volte frustrato dalle tendenze guerrafondaie del giudaismo internazionale, sulla scia di quanto aveva scritto nel Mein Kampf, dove aveva osservato che, se si fossero uccisi in tempo quei 10-15.000 ebrei che avevano scatenato la Prima guerra mondiale, si sarebbero risparmiate milioni di vite e, in particolare, un milione di vite tedesche.
Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere un attento studioso della storia europea e del progetto hitleriano di soluzione della questione ebraica, visto che egli ripercorre fedelmente atti e discorsi del Führer. Egli ha compreso che il segreto del successo della propaganda hitleriana è consistito nell’aver mascherato un progetto di mero sterminio con la saltuaria proclamazione di intenti pacifici e di riscatto del popolo tedesco, di aver identificato l’entità da distruggere (il giudaismo) con il male (la volontà di dominio del mondo attraverso la guerra) e il nemico con delle marionette manovrate dal giudaismo. Ahmadinejad ha compreso che le radici velenose da cui è nata l’autodistruzione dell’Europa sono ancora vive e che, affinché da esse risorga la pianta malefica, basta ripercorrere il sentiero del Führer senza troppe varianti: risvegliare le pulsioni suicide dei milioni di “odiatori di sé”, quelle masse “pacifiste” che vedono nell’Occidente il solo colpevole di tutti i mali; dar forza a quei governanti tanto pusillanimi quanto vanitosi, che desiderano soltanto scendere la scaletta di un aereo con un ombrello in mano e sventolando il foglietto della resa di Monaco nell’altra, per ottenere l’applauso delle folle dei pacifisti-odiatori di sé; suscitare i mai spenti sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei affinché sia identificato in loro l’unico ostacolo al raggiungimento della pace, il mostro sanguinario che mira a distruggere la felicità universale.
Come Hitler, Ahmadinejad parla di pace e di diritti conculcati del popolo iraniano e delle masse islamiche. Come Hitler, scarica sulle spalle del giudaismo mondiale e dei suoi accoliti (il Piccolo Satana e il Grande Satana) ogni colpa: persino la devastazione della moschea sciita di Samarra sarebbe stata «commissionata da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Come Hitler, Ahmadinejad ammonisce che se i “criminali” osassero scatenare una guerra, Israele sarebbe ridotto nello stato di coma in cui giace il suo premier Sharon: insomma il risultato sarebbe la soluzione finale del problema ebraico in Palestina. E fa leva sull’anelito alla pace degli europei (e sui rigurgiti negazionisti circolanti) per indurli a sbarazzarsi di ogni scrupolo nei confronti dell’unico ostacolo a un armonioso rapporto tra Europa e mondo islamico, liberandosi del senso di colpa per uno sterminio di massa degli ebrei che non sarebbe mai avvenuto o avrebbe avuto una portata insignificante rispetto alle colpe del giudaismo medesimo.
Naturalmente Ahmadinejad non è l’unico interprete di questa visione. Essa è ormai patrimonio del mondo variegato dell’estremismo islamico. Ad esempio, è istruttivo osservare come un puntuale riferimento al discorso di Hitler citato all’inizio si trovi nel noto sito Radio Islam, che lo presenta – nel contesto di un’“analisi” dei “miti fondatori della politica israeliana” – come una testimonianza delle ragioni di Hitler e, in definitiva, del suo moderatismo rispetto ai ben peggiori misfatti di cui si è reso capace l’Occidente. Peraltro, quel mondo variegato ha superato di gran lunga il Führer nella capacità di dissimulazione, consistente nel porgere quel minimo di moderazione che fornisca ai candidati dhimmi l’alibi per ignorare i discorsi veri, quelli in cui vengono espressi gli intenti autentici (come i pacifisti degli anni trenta si appigliavano a qualche sporadica dichiarazione pacifista di Hitler per ignorare il Mein Kampf e la realtà dei fatti).
Insomma, l’integralismo islamico ha imparato ad usare la memoria storica come strumento per gestire il presente. Mentre l’Europa delle giornate della memoria è incapace (o si rifiuta) di trarre lezioni dalla sua stessa storia ed erge un muro tra passato e presente.
Come è possibile dimenticare che anche Hitler avanzò da una tregua all’altra, da una “hudna” all’altra? Come è possibile dimenticare che l’Europa accettava supinamente ogni proposta di hudna, in attesa della prossima prova di forza, scendendo di gradino in gradino nella fossa della tragedia? Eppure, nei giorni della “memoria”, ci si batte il petto chiedendosi cosa non si è fatto per fermare il mostro. “Perché non è stata bombardata Auschwitz?” è la domanda sconsolata, dietro cui ghigna una compiaciuta accusa nei confronti dei detestati anglo-americani. Ci si batte il petto declamando “mai più”, mentre sotto i nostri occhi si concretizza un “ancora una volta”. L’estremismo islamico vince una prova di forza dopo l’altra, e ogni gradino asceso è inframmezzato da una hudna, che viene accolta con sollievo gridando: «Dialogo, dialogo, dialogo. Dialogo ad ogni costo». Ma “a qualsiasi costo” è la parola d’ordine degli imbecilli. Nulla si fa a qualsiasi costo, né la guerra, né la pace, né la tregua. Quel signore con l’ombrello e il foglietto di Monaco in mano proclamava di aver ottenuto “con onore” la “pace per il nostro tempo”: l’aveva ottenuta “a qualsiasi costo” e proprio per questo – come gli disse Churchill – avrebbe ottenuto soltanto il disonore e la guerra.
Chi non metta la testa nel sabbia non può non scorgere le chiare intenzioni del nemico che sta di fronte.
Prendiamo il caso di Hamas. Hamas ha detto in tutti i modi cosa vuole: distruggere Israele nel quadro di una lotta globale in cui esso è un vertice del poligono infernale costituito dall’Iran, dalla Siria, da Hezbollah e da Al Qaeda. Chi non vuole vedere questa intenzione può essere soltanto uno sciocco o in malafede. Non è forse essa scritta a chiare lettere nella carta di Hamas? Non bastano le innumerevoli rappresentazioni cartografiche in cui la Palestina si estende dal mare al Giordano? Non bastano le innumerevoli dichiarazioni, tra cui spicca il recente e truculento discorso del leader di Hamas Meshaal in cui annuncia che «prima di morire, Israele dovrà subire umiliazioni e degradazioni» e invita, con paranoia tipicamente hitleriana, l’Occidente ad abbandonare Israele a sé stesso, perché è suo interesse prosternarsi di fronte alla nazione islamica che «domani si siederà sul trono del mondo»? No, non basta. Alla richiesta del Quartetto di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza, Hamas ha risposto di non poter smettere di lottare fino a che persiste l’occupazione: sembra una risposta fuori tema, ma è chiarissima ove soltanto si ricordi che per Hamas, l’occupazione “è” Israele.
Nessuna di queste evidenze basta, e ci si appiglia all’offerta di una hudna o a una vaga disponibilità a riconoscere Israele espressa dal nuovo premier palestinese Haniyeh al Washington Post, mettendo in ombra che costui, appena rientrato a Gaza ha smentito ogni disponibilità, con tecnica consumata. Grandi menti politologiche impartiscono lezioni circa il fatto che la concretezza del governare non potrà non condurre Hamas sul terreno del realismo. Come se il potere avesse fatto rinsavire Hitler… Tanta ottusità avrà purtroppo i suoi effetti concreti: se Hamas coglierà il frutto dei suoi adescamenti verbali, la hudna servirà a preparare la tappa successiva di un’agenda sanguinosa.

Da come si profila la situazione sembra che ricada quasi totalmente sulle spalle di Israele la responsabilità di sventare un simile sviluppo, tragico per l’Occidente non meno che per Israele. È stupefacente constatare in che modo abissalmente diverso si presentino le cose dal punto di visuale israeliano e da quello europeo. In Europa si continua a coltivare l’immagine di un Israele cattivo, implacabile, vendicativo, intransigente. Laggiù, al contrario, il governo è criticato per la sua eccessiva moderazione. In Europa si protesta per i provvedimenti presi dal governo israeliano, tra cui la sospensione del trasferimento dei fondi doganali all’autorità palestinese, e non si dice che il governo israeliano fa di tutto perché il flusso raggiunga comunque la popolazione attraverso le organizzazioni umanitarie – evitare di darli direttamente in mano ad Hamas non è il minimo? – persino con l’avvallo del “superfalco” Netanyahu. In Europa non si dice che il flusso dei lavoratori palestinesi non è stato interrotto, e che anche per questo il governo è accusato di debolezza; si straparla degli attacchi delle truppe israeliane cui gli “attivisti” palestinesi avrebbero risposto con tiri non meglio qualificati. Il contrario è vero: si tratta di risposte contro i lanci di missili Kassam da Gaza che rischiano sempre più di colpire la centrale elettrica di Ashqelon, da cui dipende metà di Israele, o industrie chimiche nella stessa zona del paese la cui deflagrazione potrebbe determinare una tragedia di proporzioni colossali. I critici del governo israeliano lamentano che queste risposte si riducano spesso a tiri dimostrativi di artiglieria in zone disabitate. Come che sia, è evidente che Israele, lungi dall’essere il mostro di cattiveria di cui si parla, esita a fare quel che è legittimo secondo il diritto internazionale: rispondere militarmente, anche attraverso un attacco massiccio, a un’aggressione che potrebbe avere conseguenze devastanti. In Europa pochi ricordano che Israele ha subito, nel corso del 2005, ben 2990 attacchi terroristici e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas, i circa cinquanta allarmi mensili per attentati kamikaze sono passati a settantacinque, mentre è stato sventato addirittura un attacco al mortaio sul quartiere di Gilo a Gerusalemme.
Di nulla di tutto ciò si parla e, al contrario, pullulano personaggi (cialtroni o in malafede, poco importa) che proclamano l’inesistenza di un problema di sicurezza per Israele. Ma tutto ciò è poca cosa di fronte al fatto che, in spregio al più elementare buon senso, la vittoria elettorale di Hamas ha scatenato un rovesciamento di atteggiamento nei confronti di Israele che, dalla blanda benevolenza dei mesi successivi al ritiro da Gaza, è tornato alla consueta ostilità, se non peggio. È stato facile profeta chi aveva previsto che il ritiro da Gaza andava valutato sulla base della sua efficacia sul terreno e della sua equanimità e non per la ricaduta positiva di immagine che avrebbe avuto per Israele: il pregiudizio non può essere scalfito e il fatto nuovo è che a denunciare tale pregiudizio si rischia la querela.
Per qualche breve mese abbiamo assistito a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele. Sharon da macellaio era divenuto il De Gaulle israeliano e qualcuno si era persino spinto a compatire i coloni che avevano dovuto abbandonare le loro case di Gaza. Era la forza delle cose, che sembrava andare verso la pace, a dettare questi sentimenti magnanimi. Ma è bastata la vittoria elettorale di Hamas a ribaltare la situazione e a far riemergere le posizioni consuete. Si è ricominciato a incolpare Israele di tutto, persino di essere responsabile della vittoria elettorale di Hamas: persino il merito del ritiro da Gaza è stato rimesso in discussione. E, con il sostegno del solito manipolo di intellettuali annidati nelle università di mezzo mondo, è ricominciata la recitazione del vecchio stolido mantra: Israele deve ritirarsi, qualsiasi cosa accada deve ritirarsi. Prima si deve ritirare, e senza condizioni, sulla linea del 1967, ovviamente abbattendo il muro (anche se ha salvato innumerevoli vite). Vedrete, dicono, Hamas rinsavirà. E comunque, se Hamas chiederà altro, per esempio tutta Gerusalemme, bisognerà pensarci. Se Hamas chiederà il rientro di milioni di palestinesi sul suolo di Israele bisognerà discutere. A prendere sul serio il mantra di questi signori sarebbe il caso che gli israeliani rimettano in cantiere Exodus.
Guardando al panorama italiano, l’aspetto più inquietante di questo repentino cambiamento di atteggiamento è che esso segna un evidente successo di Hamas: l’aver posto di nuovo sul terreno la questione del diritto di Israele ad esistere, che sembrava risolta definitivamente in senso positivo. Sembrava una faccenda conclusa e invece il tormentone ricomincia: Israele stato “artificiale”, Israele stato fondato sul “sopruso”, sul “razzismo”, sul “colonialismo”, sull’“espropriazione”, e via dicendo. Si dirà che questa ripresa del tormentone è opera di pochi estremisti, ed è pur vero che le voci che si sono levate in tal senso appartengono alle ali estreme dello schieramento politico. Ma gli estremisti rialzano la testa quando sentono che il clima lo consente. Nel centro-destra si attende una parola finale circa l’esclusione assoluta di un manipolo di negazionisti della peggior specie e si debbono registrare dichiarazioni avvilenti circa l’opportunità di trattare con Hamas. Nel centro-sinistra si manifesta una situazione confusa e a dir poco inquietante. L’aver escluso Ferrando dalle liste elettorali di Rifondazione Comunista è un depistaggio più che un chiarimento, se restano in lista personaggi come Francesco Caruso (che ha dichiarato la sua simpatia per Hamas e i kamikaze) e Alì Rashid, che ancora qualche giorno fa ha definito Sharon un criminale di guerra. L’onorevole Diliberto è segretario di un partito dell’Unione, non è uno che passa di là per caso. Egli è stato uno degli organizzatori di una manifestazione in cui sono stati gridati slogan efferati e in cui sono state bruciate bandiere israeliane e americane. Dice di non sentirsi responsabile di questi misfatti e di condannarli, ma in tal modo dimentica un principio fondamentale del vecchio PCI di cui pure è un nostalgico ammiratore: chi proclama e organizza una manifestazione è politicamente responsabile della medesima. Difatti, il vecchio PCI controllava le manifestazioni con un robusto servizio d’ordine che allontanava energicamente chi deviava dalla linea politica decisa; e, se non si sentiva certo di poter esercitare tale controllo, vi rinunciava. Ha quindi perfettamente ragione chi ha invitato Diliberto a chiedere scusa anziché querelare Yasha Reibman per aver espresso una legittima opinione. Peraltro, quando si va a braccetto con il leader di una forza (Hezbollah) che ha nel suo programma la distruzione dello stato d’Israele, non si può pretendere di essere esenti da critiche. Romano Prodi assicura circa l’assoluta trasparenza di comportamento di tutte le forze politiche dell’Unione. Se è così, spieghi le candidature di Caruso e di Rashid, convinca Diliberto a ritirare la querela e a scusarsi, inviti Dini a non intrecciare legami d’amorosi sensi con la diplomazia iraniana, e così via. Altrimenti, le parole stanno a zero.
E ciò non basta perché bisognerebbe volgere lo sguardo ben più in alto degli esempi precedenti. Che dire dell’intervista messa in rete da Massimo D’Alema un paio di settimane fa? La stampa ha attirato l’attenzione sulla dichiarazione di D’Alema secondo cui «Hamas non è il nazismo» che, alla luce di quanto abbiamo fin qui osservato, è a dir poco sconcertante. Ma occorrebbe ascoltare l’intervista nella sua interezza per constatare come sia più che fondata l’inquietudine di Yasha Reibman circa la prospettiva di avere un tale ministro degli esteri. È facile immaginare quale correzione della politica estera italiana configuri D’Alema, a giudicare dall’astio totale con cui guarda a Israele – la scelta di Israele è quella della violenza, la sua politica è semplicemente “disumana” – a cui non concede nulla, neppure il diritto di chiamarsi “popolo della diaspora”, che trasferisce ai palestinesi; cui invece è tutto perdonato, e di cui ogni atto è giustificato, perché bisogna capire le ragioni dell’odio. In un’ora d’intervista non una parola è stata spesa per deprecare il rifiuto aprioristico d’Israele, l’odiosa campagna razzista che pullula nei mezzi d’informazione arabi e islamici e nei libri di testo palestinesi, l’uso infame di tutto l’arsenale della propaganda antisemita classica, aggiornato con l’invenzione delle accuse più trucide e fantasiose, come quella recentemente messa in giro dal governo siriano secondo cui l’influenza aviaria sarebbe stata prodotta artificialmente da Israele, o la recente “analisi” della televisione iraniana circa la natura dei “cartoons” di Tom e Jerry, con cui l’ebraica (sic!) Walt Disney vorrebbe ripulire l’immagine dei “topi ebrei”. Non una parola... Se soltanto D’Alema – che si vanta di conoscere la realtà sul campo – fosse minimamente aperto a capire Israele, si renderebbe conto che proprio quella è una società multietnica che riesce giorno dopo giorno a realizzare la composizione delle differenze attorno a sentimenti condivisi, che quella è una società che realizza quotidianamente la dissoluzione delle divisioni etniche, difendendosi soltanto da chi pervicacemente nega il suo diritto all’esistenza. Se soltanto D’Alema fosse sensibile a quella realtà, condannerebbe aspramente coloro che, nel suo schieramento, parlano di paese “razzista”. E che dire della violenza antiamericana che pervade tutta l’intervista? Gli USA non conoscerebbero altro metodo che imporre la loro civiltà con i marines, e altra politica che la «violenza di stato». Affermazione a dir poco sconcertante nella bocca di un europeo, del cittadino di un continente che ha inventato il colonialismo e il razzismo. D’Alema si è reso conto della scivolata, visto che ha osservato che, certo, l’Europa ha partorito Auschwitz, ma «proprio per questo» avrebbe appreso la lezione e avrebbe introdotto come tratto originale della propria democrazia il rifiuto della violenza di stato. Di qui la «superiorità» dell’Europa sugli USA. Ma non si doveva evitare di parlare di civiltà “superiori”? Come sempre, la toppa è peggiore del buco.
Tornando al panorama europeo – della civiltà “superiore” – chiediamoci: come dovrebbe valutarlo un estremista islamico il cui scopo dichiarato è lo sgretolamento dell’identità del continente? Dovrebbe valutarlo come una catena di successi. Dopo l’attentato di Madrid, la Spagna si è defilata dall’Iraq chiudendosi dietro il “muro” di Ceuta e Melilla, mentre magnati arabi comprano mezza Andalusia. Il governo inglese ha reagito con ben maggiore dignità all’attentato di Londra, ma ha commesso lo svarione solenne di assumere come consigliere Tariq Ramadan. Dopo l’uccisione di Theo van Gogh la morsa della paura stringe l’Olanda più di prima. Si è avuta la rivolta delle periferie parigine. E, in una sequenza tutt’altro che casuale si sono accavallati altri eventi dirompenti: la campagna forsennata e pretestuosa sulle caricature danesi; la vittoria elettorale di Hamas; il dilagare di una nuova campagna anti-israeliana e antiebraica che punta direttamente su tematiche negazioniste della Shoah; e infine la barbara uccisione, previa tortura di un mese, del giovane ebreo francese Ilan Halimi da parte di un gruppo nel cui covo sono state scoperte carte che riconducono a un gruppo dedito alla raccolta di fondi per le “vittime” palestinesi, ovvero per le famiglie dei kamikaze, e di cui sono provate le relazioni con gruppi presenti nella consulta islamica riconosciuta dal governo francese. Sequenza non casuale e pretestuosa, dicevamo, perché è ormai noto che le celebri vignette erano state pubblicate dal giornale egiziano Al Fager il 17 ottobre 2005 senza che ciò destasse il minimo scandalo.
Ogni volta che l’aggressione è salita di un gradino, un gradino è stato sceso nella scala dell’umiliazione e dell’ignavia. Persino il direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Islamiche ed ex-mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh ha definito (Le Monde, 9 febbraio) la reazione di tante organizzazioni e regimi musulmani «al di là del surrealismo», ha definito assurda la richiesta di scuse ai governi e l’aggressione contro un paese «tranquillo e pacifico» come la Danimarca, e ha condannato questa ondata isterica come contraria ai principi di ogni religione degna di essere considerata tale oltre che della libertà di espressione. E invece, politici e uomini d’informazione europei si sono precipitati in massa a scusarsi, a prosternarsi nella moschea più vicina. Sono gli stessi che non hanno detto una parola di fronte alle dissacrazioni del cristianesimo, alle stragi di cristiani, alle innumerevoli vignette offensive dell’ebraismo, alle campagne antisemite nutrite della peggiore blasfemia, che perdonano ogni atto del genere se a compierlo è un estremista islamico, giustificano le campagne di boicottaggio nei confronti di Israele e le bandiere bruciate in nome dei “diritti” del popolo palestinese. Se esiste una logica a questo mondo, il direttore di Liberazione, che ebbe a dire che coloro che protestavano per lo scempio delle sinagoghe da parte palestinese dopo il ritiro da Gaza erano “razzisti”, si sarebbe dovuto presentare da tempo a chiedere scusa in una sinagoga. Questo sarebbe il trattamento di favore riservato agli ebrei e a Israele, questa sarebbe la lezione storica ricavata dalla Shoah?
Qui torniamo alla profezia di Hitler di cui parlavamo all’inizio. Perché, se la profezia principale di Hitler (la realizzazione del Reich millenario) è fallita, alcune altre si sono purtroppo avverate. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, le autorità germaniche stimavano la consistenza ebraica in Europa (inclusa l’URSS) in poco meno di undici milioni. Oggi tale consistenza è ridotta a circa due milioni. La questione ebraica europea è stata effettivamente quasi completamente “risolta”, secondo gli auspici del Führer. La questione ebraica mondiale è stata così “risolta” per un terzo, essendosi concentrati i due restanti terzi negli USA e in Israele. In attesa di fare i conti con il Grande Satana, il poligono dell’estremismo islamico, con portavoce il presidente iraniano, ha ripreso il programma hitleriano proponendosi di realizzarne il secondo terzo con la distruzione di Israele.
Sarebbe desiderabile poter distinguere tra questione ebraica e questione israeliana, perché ciò segnerebbe, più o meno, la fine dell’antisemitismo. Ma se questa distinzione era difficile prima, ora il presidente Ahmadinejad e i suoi alleati si incaricano quotidianamente di avvertirci che essa è impossibile. La questione ebraica oggi è la questione israeliana. È perfettamente inutile, al riguardo, riesumare la solita litania circa il fatto che la difesa di Israele non implica la condivisione di ogni singolo atto dei suoi governi. Ovvio, ma secondario. Perché il vero problema che abbiamo di fronte oggi è che il progetto del secondo atto della Shoah è chiaramente indicato nella distruzione dello stato di Israele, ed è contro questo progetto che occorre battersi senza quartiere.
Per quasi duemila anni la storia dell’ebraismo è stata prioritariamente intrecciata con la storia d’Europa, nel bene e nel male. Ed è per questo che è perfettamente sensato parlare di “radici giudaico-cristiane” della civiltà europea, accanto a quelle greco-romane. Oggi l’ebraismo rischia di uscire definitivamente dalla storia d’Europa, se l’Europa rinnega i legami storici profondissimi che dovrebbero legarla a Israele e se lascia che il suo ebraismo residuale venga terrorizzato, dissolto e disperso.
Voltare le spalle a Israele, voltare le spalle al problema ebraico, quello “attuale”, non sarebbe soltanto un atto atroce nei confronti degli ebrei, non sarebbe soltanto lavarsi le mani del tentativo di proseguire la soluzione finale, ma sarebbe un atto suicida. Difatti, la Shoah non è stata una faccenda degli ebrei, ma una tragedia dell’Europa: il compimento dello sterminio razziale è stata una separazione dell’Europa dai principi migliori della sua tradizione morale e civile, quelli che erano frutto, per l’appunto, della tradizione giudaico-cristiana. Un’Europa che – dopo quel che è successo mezzo secolo fa – non comprendesse la portata della posta in gioco, compirebbe il secondo e irreparabile atto della propria autodistruzione.
È difficile non vedere che le comunità ebraiche europee e le loro istituzioni sono spossate dalla continua lotta contro l’antisemitismo mai spento e anzi ora rinfocolato dall’aggressione dell’estremismo islamico, e che sono intimorite. Il loro futuro dipende dalla loro capacità di essere coscienza critica e testimone di quanto rischia di avvenire. Gli ebrei d’Europa – e d’Italia – non possono non apprezzare lo sforzo per la conservazione della memoria del loro martirio. Ma non possono accettare che la compassione per gli ebrei morti sia un alibi per odiare liberamente quelli vivi e per chiudere gli occhi di fronte alla nuova spaventosa minaccia. Dopo decenni di resistenze è ormai diffusa l’accettazione dell’idea dell’unicità della Shoah. Troppa grazia, vien da dire. Soprattutto se questa accettazione è suggerita dal poco limpido intento di declassare altre stragi, come quelle del Gulag. E francamente inaccettabile se è un modo di declassare la questione ebraica attuale ad “altra” cosa, persino a qualcosa in cui la parte degli ebrei è invertita e trasformata in quella dei persecutori. Nessun ebreo che abbia un minimo di dignità, in quanto tale e in quanto cittadino consapevole e leale del proprio paese e del continente, può accettare di essere messo sotto protezione in una riserva indiana a condizione di abbandonare Israele al proprio destino o persino di rinnegarlo. Quegli ebrei che accettassero una simile condizione o che si accodassero al grido del “dialogo ad ogni costo” si assumerebbero una grave responsabilità anche nei confronti del destino dello stesso ebraismo europeo. A quest’ultimo si richiede quindi, in questi frangenti, un grande atto di coraggio e di dignità.
Hitler è stato abbastanza buon profeta rispetto all’obbiettivo di sradicare la presenza ebraica dall’Europa. Ma proprio le modalità e gli effetti della “soluzione” hitleriana e il ripresentarsi sulla scena dei prosecutori dichiarati di quel progetto, fanno della questione ebraica, oggi israeliana, la principale pietra di paragone della capacità dell’Europa di riprendere il proprio cammino recuperando i propri migliori valori e rifiutando di lasciarsi ridurre in stato di schiavitù. Nessun cittadino europeo può sfuggire a questa sfida. Altrimenti, la resa dell’Europa di fronte a coloro che hanno dichiarato una guerra di civiltà contro l’Occidente sarà segnata non soltanto dalla totale separazione dei destini dell’Europa e di Israele, ma dalla dissoluzione di quel che resta dell’ebraismo europeo. (Giorgio Israel, Il Foglio – 28 febbraio 2006
)

È passato un anno e mezzo da quando Giorgio Israel ha scritto questo articolo, e la situazione ha continuato a peggiorare: coloro che perseguono la distruzione di Israele e dell’intero ebraismo mondiale continuano ad alzare sempre più il tiro, e dalla nostra parte si continua ad abbassare sempre più la testa, si continua a far finta di credere che la hudna sia l’anticamera della pace invece che di una nuova Shoah, si continua trovare cosa buona e giusta dialogare con chi della messa in atto della Shoah ha fatto l’unico scopo della propria vita. Ed è per questo che sono sempre più pessimista, non solo sul destino di Israele e degli ebrei, ma anche su quello dell’Europa tutta.


barbara

AGGIORNAMENTO: chi ha un po' di tempo e un po' di buona volontà si guardi questo.


20 agosto 2007

ULTIME DA GAZA

Su queste cose i nostri giornali sono piuttosto parchi di notizie. Per fortuna qualcun altro provvede meritoriamente a riempire le numerose lacune che la propaganda ufficiale lascia in giro.

Dove Israele si ritira arriva l'Islam
Due anni dopo il ritiro unilaterale da Gaza e un anno dopo la fallita guerra del Libano, oggi nella striscia di Gaza è al potere un fanatico regime islamico. In un'azione fulminea durata cinque giorni il radicale Hamas ha cacciato la milizia Fatah dalla provincia meridionale palestinese e ha messo sotto il suo controllo la striscia di Gaza. E' incredibile, ma 10.000 miliziani di Hamas hanno sopraffatto le forze di sicurezza di Fatah che disponevano di 60.000 uomini. I sanguinosi scontri hanno provocato più di 300 morti, principalmente tra i membri di Fatah. Entrambe le parti si sono combattute senza pietà, come se si trovassero davanti al "nemico sionista". Non è esagerato dire che si è trattato di una guerra civile palestinese. Terroristi fuggivano davanti ad altri terroristi. Centinaia di seguaci di Fatah, che soltanto poche settimane fa lanciavano razzi Qassam insieme ai loro camerati di Hamas, adesso cercano protezione in Israele. Alla radio palestinese della striscia di Gaza, che adesso è sotto il controllo di Hamas, i palestinesi di Fatah sono descritti come "assassini e criminali", "portatori di fucili sionisti", "piccoli diavoli", "cani di sangue freddo", "code americane", "sporchi peccatori" e così via.
«Viviamo in un mondo in cui governano l'Islam estremista e i razzi», ha dichiarato a israel heute il capo del Likud Benjamin Netanjahu. «I territori che sgomberiamo unilateralmente sono occupati da forze estremiste islamiche. Dallo sgombero del sud del Libano nel 2000, in quella zona governano gli Hezbollah, e dal 2006 Hamas nella striscia di Gaza. Io ho continuato sempre ad avvertire, ma nessuno ha voluto ascoltarmi.» Come Netanjahu, anche l'esperto di Medio Oriente Ronen Bergmann vede l'Iran dietro la conquista di Hamas della striscia di Gaza. «Israele deve assolutamente spezzare l'asse Iran-Hamas», pensa Bergmann.

Armi invece di aiuti
Giornalisti palestinesi riferiscono a israel heute con quale spietatezza i diversi gruppi palestinesi hanno sparato gli uni contro gli altri. «I soldati israeliani nelle loro incursioni nella striscia di Gaza hanno mostrato di avere più riguardi per la popolazione palestinese che non i palestinesi fra di loro», ha detto Mahmud di Rafah. «Gaza è strapiena di armi, ma la gente non ha abbastanza da mangiare!» Il portavoce di Hamas, Shahawan, ha annunciato con fierezza: «Da ora in poi a Gaza regnerà la giustizia e la sharia (legge islamica)». Jakob Amidror, ex membro dello Stato Maggiore nel servizio informazioni militare, commenta: «Nella striscia di Gaza regna l'anarchia, e chi ne soffre di più è la popolazione palestinese, che nel gennaio 2006 ha votato a grande maggioranza per Hamas. I palestinesi si sono inguaiati da soli.»
«Abbiamo votato per Hamas perché il governo Fatah sotto Mahmud Abbas ci aveva derubato e non ci aveva dato nessuna speranza», ci ha detto la palestinese Samach, del campo profughi Tschabaliya. «Ma adesso governerà un rigido Islam e di questo molti palestinesi hanno paura.» Come molti palestinesi, anche Samach dà la colpa a Hamas e a Fatah per i sanguinosi scontri. «Tutti e due ci hanno promesso una vita migliore e tutti e due ci hanno ingannato!» Il padre di sette bambini, Antuwan (33 anni) da Khan Yunis nella striscia di Gaza, impreca contro il governo di Hamas: «Invece di provvedere alle persone, da quando ha preso il potere Hamas si preoccupa soltanto del suo armamento. Dal momento che Hamas ha vinto su Fatah, il popolo palestinese ha perso! La nostra vita non diventerà più facile.»

«La colpa è di Israele»
«Il caos nella striscia di Gaza è il risultato della politica fallimentare di Israele negli ultimi 15 anni», ha detto il premio Nobel per l'economia israeliano prof. Israel Aumann, che considera la politica come la causa di una possibile fine dello Stato d'Israele. «Chi vuole la pace deve prepararsi alla guerra. E' una cosa che sapevano già gli antichi romani. Israele deve innanzitutto essere capace di difendersi.» Aumann si è occupato intensamente della relazione tra conflitto e cooperazione. «Dobbiamo essere psicologicamente capaci non soltanto di sopportare perdite, ma se necessario anche di provocare perdite. Non serve continuare a gridare alla pace.»

«Sotto Israele era meglio!»
Sempre più spesso si trovano palestinesi che oggi ammettono che la vita sotto l'amministrazione israeliana era non solo migliore, ma anche molto più comoda che sotto la cosiddetta libertà palestinese. «Se soltanto avessimo immaginato che dopo l'occupazione israeliana saremmo stati esposti a simili conseguenze, non avremmo dato il nostro consenso all'Autonomia palestinese», ci ha detto il trentacinquenne Anwuar della striscia di Gaza. Durante la prima intifada (1987-93) anche lui, come giovane, aveva lanciato pietre contro gli israeliani. «Per 15 anni ci hanno lavato il cervello per farci odiare Israele, ma oggi odio i miei dirigenti più di Israele.» In un'intervista telefonica con israel heute, il politico di Fatah, dr. Sufian Abu Zaida (47 anni), fuggito dalla striscia di Gaza, ha detto di aver perso ogni speranza. «Mi è del tutto passata la voglia di trattare per la pace. Hamas ha distrutto il sogno palestinese», ha detto sospirando il ministro palestinese di Fatah, Abu Zaida, che parla correntemente ebraico.
Hamas considera la conquista come una seconda liberazione di Gaza dopo lo sgombero degli israeliani. «Nello stesso modo libereremo le altre città palestinesi e introdurremo la legge islamica, compresa Gerusalemme!», ha dichiarato il politico di Hamas Sami Abu Zuhri. «Fino a quel momento non deporremo le armi.» Di fatto a Gaza non esiste più un'Autonomia palestinese. L'incubo di un regime islamico radicale alla frontiera meridionale di Israele è diventato realtà.

Look islamico
Per i cristiani arabi, in tutto duemila, la vita è diventata ancora più pericolosa. In modo particolare per i duecento cristiani nati di nuovo di Gaza città. Durante la rivoluzione islamica una chiesa e una scuola cristiana sono state incendiate da fanatici musulmani. I credenti cristiani non osano parlare al telefono con israeliani, perché Hamas controlla le loro telefonate. Gli uomini si lasciano crescere la barba per non dare nell'occhio in strada. Un aspetto islamico protegge la vita. Fanno così anche ex membri di Fatah che adesso si inseriscono nelle file di Hamas. Un cristiano palestinese di Ramallah ha comunicato a israel heute che la famiglia di suo zio a Gaza non esce più di casa. «Uno dei suoi figli è stato pestato da giovani musulmani, e poiché loro sono cristiani, non ha osato portare suo figlio ferito all'ospedale», ha detto il cristiano di Ramallah, il quale chiede di pregare per i suoi parenti e per la comunità cristiana nella striscia di Gaza.

Israele deve mettersi in ginocchio
«Siamo sull'orlo di una nuova guerra e purtroppo abbiamo ancora il governo più debole che Israele abbia mai avuto», ha detto il responsabile della comunità messianica Shimon Nachum. «Da come si presentano le cose, a Israele non resta che mettersi in ginocchio e supplicare l'aiuto di Dio. E la sua salvezza arriverà, ma come già accaduto spesso nella storia biblica, soltanto all'ultimo momento. Con la sua saggezza Dio metterà ordine nel disordine politico. Come, non sappiamo. Ma chi crede nei miracoli confida nell'intervento di Dio.»

Due palestine
La vittoria di Hamas nella striscia di Gaza mette in nuova luce la soluzione-due-stati. Invece di esserci Palestina qui e Israele lì, adesso praticamente esistono due Palestine - una nella striscia di Gaza sotto il governo di Hamas e l'altra nel territorio biblico Giudea-Samaria sotto il governo di Fatah. Il fatto che Fatah sia ancora al governo in Giudea-Samaria è dovuto all'esercito israeliano che controlla il territorio centrale biblico e non lo ha ancora sgomberato.
(israel heute, agosto 2007 - trad. www. ilvangelo.org)

Per la serie “il problema è l’occupazione, il terrorismo è figlio dell’occupazione, l’odio è figlio dell’occupazione. Voi ritiratevi e come per incanto scoppierà la pace. Voi ritiratevi e tutti i problemi saranno risolti. Voi ritiratevi e accanto allo stato di Israele finalmente fiorirà, prospero e in pace, lo stato di Palestina”.


barbara


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19 agosto 2007

RESISTENZA

   
   

   
 
 

E per queste condanne a morte niente proteste, niente marce, niente sit-in, niente striscioni e cartelloni, niente grida e niente strepiti, niente movimenti internazionali, niente proposte all’Onu. Niente. C’è poco da fare: se non sei un Caino non ti caga nessuno. Ma loro continuano a resistere, alla faccia di tutti i buonisti del mondo.

barbara



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18 agosto 2007

RICORDIAMO UN GRANDE



WASHINGTON - Lo storico americano Raul Hilberg - che dedicò oltre mezzo secolo di studi all'Olocausto, sul quale scrisse un monumentale e fondamentale libro - è morto nei giorni scorsi a Burlington (Vermont), per un cancro polmonare, all'età di 81 anni. Lo ha annunciato l'Università del Vermont, dove aveva insegnato dal 1956 al 1991.
Nato a Vienna il 2 giugno 1926, lui stesso ebreo, Hilberg è noto soprattutto per 'La distruzione degli ebrei d'Europa’, opera di riferimento sulla Shoah, che descrive con completezza, precisione e rigore storico come la Germania nazista pianificò e mise in atto lo sterminio.
Cominciò a lavorare alla monumentale opera (1. 200 pagine) nel 1948, quando - come disse lui stesso nel 2004 in una intervista all'agenzia Reuters - "nella comunità ebraica l'argomento era quasi tabù". "Andai avanti con il mio lavoro (...) quasi, vorrei dire, come forma di protesta contro il silenzio", sottolineò. Il libro fu pubblicato nel 1961 da un piccolo editore di Chicago, con un contributo dell'autore alle spese, ma Hilberg continuò a lavorare meticolosamente su testimonianze e documenti.
L'apertura degli archivi sovietici a partire dagli anni '90 gli permise di arricchire considerevolmente la sua opera, che uscì nel 2003 in una terza edizione assai ampliata. "La distruzione degli ebrei non fu accidentale. Nei primi giorni del 1933, quando il primo funzionario stilò la prima definizione di 'non ariano' in un'ordinanza dell' amministrazione, la sorte del mondo ebraico europeo si trovò ad essere segnata", scrive Hilberg nel suo libro. L'opera - pur criticata da taluni per l'attenzione più sui carnefici e sulla macchina tecnico-burocratica all'origine dell'Olocausto che sulle vittime - resta un monumento di erudizione e una 'summa' storica. Dalle radici dell' antisemitismo in Germania all'atteggiamento della popolazione, dalle prime leggi antiebraiche allo sterminio di massa - passando per gli espropri, le deportazioni, i ghetti, i campi di concentramento, le "operazioni mobili di massacro" - Hilberg descrive accuratamente il "processo di distruzione" che portò all'eliminazione di sei milioni di ebrei in Europa.
Nato da una famiglia ebrea che fu in parte uccisa dai nazisti, Hilberg emigrò nel 1939 negli Stati Uniti, dopo l'Anschluss (annessione) dell'Austria da parte della Germania hitleriana. Arruolatosi volontario a 18 anni nell'esercito Usa, combatté in Europa ed entrò nell'aprile 1945 a Monaco di Baviera con la 45/a divisione di fanteria. Dopo che il suo reparto aveva liberato il campo di concentramento di Dachau, il Hilberg cominciò a cercare nelle casse di documenti abbandonate dai gerarchi nazisti, e ad appassionarsi allo studio. Di lui restano anche altre opere dedicate alla Shoah: tra queste, 'Esecutori, vittime, testimoni' (1992), 'La politica della memoria' (1996), 'Olocausto: le fonti della Storia' (2001).
(ANSA)

Raccomando a chiunque non lo conosca “La distruzione degli ebrei d’Europa”: sono 1200 pagine ma si legge bene, ed è assolutamente imprescindibile per avere una visione davvero chiara di quanto accaduto.



barbara


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18 agosto 2007

UN ALTRO ESEMPIO DELLA REGOLA «DUE PESI E DUE MISURE»

Ancora un articolo vecchio (è davvero un pozzo senza fondo, quello dei miei archivi!) ma sempre utile.

L'Unione Europea si oppone al "diritto al ritorno" di
Steven Plaut

Il "diritto al ritorno" ha interessato una gran parte della stampa mondiale nelle ultime settimane, ma questa volta - tanto per cambiare - NON si tratta del preteso "diritto" dei palestinesi a ritornare sul territorio d'Israele. Il dibattito, del tutto nuovo, riguarda il diritto al ritorno dei tedeschi etnici, di cui almeno 15 milioni sono stati espulsi dalla loro patria alla fine della seconda guerra mondiale. Improvvisamente sono diventati oggetto d'interesse per il semplice motivo che molti paesi che li hanno espulsi dopo la seconda guerra mondiale sono diventati membri a pieno titolo dell'Unione Europea, o sono in procinto di diventarlo.
Si è sollevata un'ondata di tentativi, da parte dei tedeschi etnici espulsi da quei paesi, di recuperare i loro beni e in qualche caso perfino, se possibile, di rientrare nelle loro vecchie case. Ma le loro chances di riuscirci sono minime. Questo perché l'Unione Europea, guidata in questo dalla stessa Germania, si è irrevocabilmente opposta ad ogni "diritto al ritorno" per i profughi d'origine tedesca. Sì, la stessa Unione Europea che insiste nel dire che i "profughi palestinesi" hanno un diritto inalienabile a ritornare nei territori d'Israele, non riconosce lo stesso diritto ai profughi d'origine tedesca.
Prima della seconda guerra mondiale, c'è stata una grande diaspora di tedeschi etnici in tutta l'Europa centrale e orientale. Molti provenivano da famiglie che erano emigrate al tempo del Medio Evo e anche prima. Abitavano in Polonia, Russia, Cecoslovacchia, Paesi Baltici, Ungheria e Balcani. In certe zone si erano insediati quando quei paesi erano stati assorbiti nell'Impero Asburgico o liberati dalla dominazione ottomana. Erano arrivati come mercanti, funzionari civili istruiti, bottegai, mercenari, missionari o altro. In maggior parte vivevano nelle città ed erano quasi i soli artigiani non agricoli nelle città dei paesi sottosviluppati. Spesso dominavano le corporazioni. Per una di quelle deliziose ironie della storia, i cristiani tedeschi spesso emigravano verso città e villaggi dell'Europa orientale e centrale fianco a fianco con ebrei germanizzati, e svolgevano spesso le stesse attività commerciali.
Il periodo tra le due guerre mondiali ha visto la radicalizzazione e la nazistificazione di molti di questi tedeschi. La storia più conosciuta è quella dei tedeschi dei Sudeti, che hanno giocato un ruolo importante nell'annientamento della Cecoslovacchia. Quando ricevettero da Hitler il segnale, i tedeschi dei Sudeti scatenarono pogrom, atrocità terroristiche e sollevamenti armati contro la Cecoslovacchia, tutto questo nel nome dell'"autodeterminazione", ma, in realtà, per fornire un alibi all'aggressione nazista. Pretendendo di essere "oppressi" e "occupati" (suona familiare ai partigiani del Medio Oriente?) dalla democratica Cecoslovacchia, la loro "penosa situazione" era la foglia di fico che copriva l'aggressione fascista perpetrata dalla Germania.
La storia si ripeterà ampiamente più tardi, quando saranno i "palestinesi" a giocare il ruolo dei Sudeti, e la loro "penosa situazione" servirà di copertura all'aggressione fatta dagli Stati arabi fascisti contro Israele.
Meno ben conosciute sono le storie di insurrezioni simili e di sedizioni fomentate dalle minoranze tedesche nel resto dell'Europa prima della seconda guerra mondiale. Anche se non tutti i tedeschi etnici hanno apertamente sostenuto e aiutato Hitler, furono comunque parecchi. Dopo la guerra, la maggior parte dei tedeschi etnici furono espulsi, a forza di baionette, dai paesi nei quali avevano vissuto per generazioni, e i profughi furono "rimpatriati" nella Repubblica Federale Tedesca (e, in misura minore, in Austria). Stalin deportò un gran numero di tedeschi etnici della Russia in Siberia e in altre regioni orientali.
A conti fatti, si stima che 15 milioni di tedeschi etnici sono stati espulsi dagli Stati non tedeschi dell'Europa orientale e centrale, tre quarti dei quali provenienti dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia (nello stesso periodo, giapponesi etnici sono stati espulsi dalla Manciuria e dalla Corea, essenzialmente per le medesime ragioni).
I profughi tedeschi sono stati assorbiti e reinsediati sul loro suolo dalla Germania (soprattutto dalla Repubblica Federale Tedesca), e senza un centesimo di aiuto dall'UNRWA, l'agenzia dell'Onu per l'aiuto ai profughi che per decenni ha versato somme enormi di denaro contante ai palestinesi. Come i palestinesi, quei tedeschi etnici erano diventati profughi in conseguenza di una guerra d'aggressione scatenata dai loro compatrioti tedeschi, una guerra in cui si sono trovati dalla parte degli sconfitti. Ma, a differenza della maggior parte dei "profughi" palestinesi che divennero profughi perché scapparono dalle zone di combattimento su ordine dei capi della milizia araba al tempo della guerra israeliana d'indipendenza, quei tedeschi sono diventati profughi perché sono stati cacciati di forza dai paesi che li ospitavano DOPO la fine della seconda guerra mondiale. I tedeschi hanno lasciato dietro di loro grandi quantità di beni, mentre quasi tutti i "profughi" palestinesi erano contadini poveri che lavoravano per conto di aristocratici arabi feudali, e che hanno lasciato dietro di loro ben pochi beni o assolutamente nulla.
Ancora più importante è il fatto che la Germania e l'Austria hanno rifiutato a tutti i profughi di nazionalità tedesca il diritto a ritornare nelle loro precedenti nazioni e perfino a ricevere da quei paesi qualsiasi risarcimento, sotto qualsiasi forma. Al contrario, la Germania (ma non l'Austria) ha pagato delle riparazioni ai paesi stessi che hanno espulso i profughi. Eppure, a dire il vero, molti profughi d'origine tedesca erano stati soltanto spettatori innocenti che non erano mai stati nazisti e non avevano maltrattato nessuno.
Ma oggi il governo tedesco e gli eurocrati dicono: niente da fare. Questi profughi tedeschi non sono che pochi milioni di vittime in più oltre ai molti milioni di vittime anonime dei crimini della Germania, e devono semplicemente continuare a vivere senza elemosine. Il loro "risarcimento" consiste nel loro reinsediamento in una Germania libera, democratica, capitalista e prospera.
La Germania stessa ha promulgato la sua propria Legge del Ritorno che consente a tutti i tedeschi etnici di ottenere la cittadinanza di questo paese. Gli stessi eurocrati e i sapientoni dei media che accusano Israele di "razzismo" a causa della sua Legge del Ritorno che accorda automaticamente la cittadinanza agli ebrei che lo richiedono, non hanno mai avuto problemi con una legge "razzista" tedesca dello stesso tipo. Nel frattempo, perfino la commemorazione della situazione dei profughi tedeschi etnici ha incontrato una forte resistenza in Europa.
C'è una lezione da trarre da tutto questo nel 2004. In fin dei conti, per quei tedeschi etnici i motivi legittimi per un risarcimento e per il riottenimento delle loro proprietà sono molto più forti di ogni pretesa "palestinese" a dichiararsi "profugo". I palestinesi hanno giocato esattamente lo stesso ruolo dei tedeschi dei Sudeti, e le pretese di un "diritto all'autodeterminazione" dei palestinesi fanno eco a simili pretese dei tedeschi dei Sudeti negli anni '30. In entrambi i casi, le richieste non sono altro che una foglia di fico che nasconde l'aggressione fascista a una democrazia.
Come i Tories lealisti che fuggirono dai giovani Stati Uniti, non si è mai pensato che i profughi tedeschi etnici dovessero ottenere qualsiasi forma di risarcimento dai paesi da cui sono fuggiti o che li hanno espulsi. Non solo non hanno ricevuto alcun risarcimento da quei paesi, ma la Germania stessa ha pagato dei risarcimenti ai paesi che avevano espulso quei tedeschi etnici, e che erano state vittime dell'aggressione nazista.
Gli stessi dirigenti mondiali e commentatori dei media che esigono che Israele risarcisca i "palestinesi" e consenta loro di "ritornare", dopo quasi sessant'anni, sui territori israeliani, i territori su cui Israele è stato vittima dell'aggressione araba e fascista, non riescono a capire il motivo per cui il problema di questi "profughi palestinesi" dovrebbe cadere esattamente come quello dei profughi etnici tedeschi della fine degli anni '40.
Qual è dunque il vero motivo che spinge gli euro-clowns a disinteressarsi del "diritto al ritorno" dei tedeschi etnici, ma a richiederlo per i "palestinesi"?
La risposta è semplice. La garanzia di un tale diritto ai tedeschi etnici non avrebbe come conseguenza la morte d'Israele. Per questo gli europei non sono interessati.
(FrontPageMagazine.com, 26.08.2004 - trad. www.ilvangelo.org)

Sempre utile, dicevo: perché i nostri giornali queste cose non le scrivono, e la maggior parte della gente non le sa (poi hanno anche il coraggio di accusare noi di fare due pesi e due misure!).


barbara


17 agosto 2007

COMUNICAZIONE UFFICIALE

Un grandissimo immenso enorme gigantesco infinito colossale sconfinato smisurato grazie a LOCANDA SUL FARO.

barbara


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16 agosto 2007

È STATA VIA

“È stata via” è un film di quasi vent’anni fa. “Via” è il manicomio. Lei è la vecchia zia. Ci è stata per più di mezzo secolo, lei, lì dentro, ma adesso lo chiudono e al nipote, che a quanto pare è l’unico parente, chiedono di prendersela in casa. E lui lo fa, ma non è che ne sia granché entusiasta, e meno ancora lo è la moglie, incinta – molto incinta – di un figlio a occhio decisamente poco desiderato. E spacca anche un bel po’ i maroni, la vecchia pazza – e provate voi a cenare con una che per un tempo infinito tira ritmiche sprangate al termosifone. E al supermercato infila nel carrello letteralmente di tutto, compresi i cartelli indicatori. E non parla, mai, tranne una volta che incontra un ex compagno di prigione – pardon, di manicomio. Non è chiaro se sia il regista a farci vedere una serie di flash-back, per farci capire, o se sia la matta a ricordare. Quel che è certo è che quella che vediamo è una giovane capace di amare selvaggiamente, cosa disdicevole assai, a quei tempi. Sta di fatto che ad un certo momento la donna ha l’impressione di cogliere come un barlume, negli occhi della matta, e le si ferma davanti e sibila: io lo so, tu capisci tutto! E che quando, arrivata al limite della sopportazione con un marito che è la perfezione personificata e un figlio che è la fotocopia del padre e a dieci anni è la perfezione in persona anche lui, decide di scappare di casa, se la porta dietro. Poi si perde in un bosco, le rubano l’auto, è costretta a proseguire a piedi, con pancione ormai immenso e matta al seguito e alla fine ha un malore che può costarle la pelle. E nessuno a cui chiedere aiuto se non la matta, che, ricordiamo, non parla. No, non vi dico come va a finire, se lo volete sapere ve lo andate a cercare. Me lo ha fatto ricordare “Ti regalerò una rosa”, ed è una delle cose più belle che abbia mai visto. Soprattutto, mi raccomando, guardate gli occhi della matta. Nell’ultima scena, specialmente: vi garantisco che non li scorderete mai più.
E un anno fa, di questo tempo, si assisteva alla tua straziante agonia. E si cerca di far finta di non pensarci, ma non ci si riesce mica, sai, proprio non ci si riesce.

barbara


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16 agosto 2007

LETTERA APERTA A VALENTINO ROSSI

A Valentino, ma vaffanculo, va’.

barbara


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15 agosto 2007

INDIA E PAKISTAN: UNA RICORRENZA, QUALCHE RIFLESSIONE

La scelta della violenza
Nello stesso anno [1946, ndb] ebbero inizio delle violenze generalizzate in molte regioni, a cominciare dal "grande massacro di Calcutta", iniziato da musulmani, e culminati con i massacri dell'agosto 1947 nel Punjab centrale, che dalle città contese di Lahore e Amritsar si estesero poi a tutta la regione. Le violenze dunque iniziarono prima della partizione e non ne furono una conseguenza: furono invece uno dei principali strumenti per arrivarvi, per rendere irreversibile la decisione di dividere il subcontinente in due stati. Prima delle elezioni del 1946, i leader politici locali fomentarono le violenze per influenzare i risultati, polarizzandoli verso i partiti politici indù e musulmani che si contrapponevano. Lo stesso Jinnah aveva fatto appello all' "azione diretta" in favore del Pakistan, che in quel contesto era un chiaro invito alla violenza. La Gran Bretagna non era in grado, economicamente e politicamente, di opporsi alla piega che stavano prendendo gli eventi. Così come stava accadendo in Medio Oriente, e in particolare in Palestina, gli inglesi decisero di ritirarsi, consapevoli di non potere più controllare o al limite reprimere un processo che andava al di là delle forze della Gran Bretagna post-bellica. La seconda guerra mondiale aveva infatti portato lo stato sull'orlo della bancarotta e il governo laburista non aveva le risorse per impegnarsi in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato dal confronto USA-URSS. Gli scontri e i massacri alla fine ebbero successo nel convincere gli inglesi e i membri del Congresso che la partizione era inevitabile, e ad accettare la nascita del Pakistan. Il Congresso e la Lega musulmana, che avevano già rifiutato due progetti costituzionali che tentavano di mantenere l'unità dell'India, proposti dagli inglesi nel 1942 e nel 1946, si opposero ai tardivi tentativi in questo senso di Lord Mountbatten, l'ultimo viceré dell'India.

La nascita di India e Pakistan
Dopo qualche mese di consultazioni Mountbatten si rese conto dell'inutilità dei suoi sforzi e propose un piano di spartizione il 2 giugno 1947, che fu prontamente accettato da tutte le parti in causa. Il governo britannico approvò poi l' "India Independence Act", che formalizzava la decisione di abbandonare il paese entro il giugno 1948. Il piano di Mountbatten prevedeva la spartizione del sub-continente tra l'India a maggioranza indù e il Pakistan (la "Terra dei Puri") a maggioranza musulmana. Il Pakistan sarebbe stato costituito da due entità separate da più di 1.500 km di territorio indiano: il Pakistan Occidentale (l'attuale Pakistan) e il Pakistan Orientale, ovvero la regione del Bengala orientale, che, con la guerra indo-pakistana del 1971 e a prezzo di una nuova migrazione di massa, procedette ad un'ulteriore secessione, divenendo l'odierno Bangladesh. Dato il precipitare della situazione, Mountbatten anticipò la data del ritiro britannico e dell'indipendenza dal giugno 1948 all'agosto 1947, lasciando il paese in preda a una sanguinosa guerra civile. Due solenni cerimonie a Delhi e a Karachi sancirono la fine del dominio inglese e la creazione dei due nuovi stati (15 agosto 1947); a capo dei rispettivi governi erano Jawaharlal Nehru e Liaquat Ali Khan.

Confini, massacri e fughe
Il problema era la separazione dei musulmani che intendevano diventare cittadini del Pakistan dai non-musulmani (l'India infatti non fu fondata sulla base del nazionalismo indù). Se per la parte occidentale del subcontinente (la valle alluvionale dell'Indo) e per la regione del Bengala orientale era facile prevedere la loro inclusione nello stato di Jinnah dato che la stragrande maggioranza della popolazione era musulmana, in altre regioni la situazione era molto più complessa e pericolosa. In particolare nel Punjab, destinato a essere diviso tra i due stati, era presente una terza consistente minoranza religiosa, i sikh, e le tre comunità vivevano completamente mescolate; inoltre, la maggioranza delle linee di comunicazione e trasporto, così come i canali di irrigazione e le altre infrastrutture erano così intrecciate da rendere impossibile qualsiasi tipo di divisione razionale. I tentativi di formare un governo provinciale senza la "Lega musulmana" portarono a scoppi di violenza nelle principali città, e convinsero i leader indù e sikh dell'inevitabilità della divisione della regione. Parte significativa della responsabilità per gli scontri in seguito in Punjab è da attribuire ai leader della comunità sikh, i quali, sapendo che la loro comunità sarebbe stata inevitabilmente tagliata in due dalla partizione della regione (che essi stessi, peraltro, avevano richiesto), organizzarono le violenze contro la popolazione musulmana allo scopo di impadronirsi dei suoi beni e terreni, che sarebbero poi stati occupati dai sikh espulsi dalla parte pakistana del Punjab. Quello che seguì fu uno dei più terribili episodi di violenza intercomunitaria mai verificatisi, caratterizzato da assassinii, stupri e saccheggi, in cui la violenza politica da parte delle organizzazioni musulmane, indù e sikh per il controllo del territorio si sommò alle aggressioni e alle ruberie di bande di rapinatori o di gruppi che colsero l'occasione della "copertura" fornita dalla guerra civile per regolare i loro conti nella piena impunità. Nel frattempo, masse di uomini, donne e bambini lasciavano la casa per dirigersi verso le loro nuove "patrie". Nell'insieme del subcontinente, le violenze fecero centinaia di migliaia di morti (le stime più credibili parlano di 200.000-360.000 vittime) e portarono al più imponente scambio di popolazione dell'età contemporanea: tra i 10 e i 12 milioni di persone fuggirono o vennero cacciate.

Gli effetti della partizione
Sebbene si fosse trattato di uno scambio di popolazione, gli effetti per l'India e per il Pakistan non furono uguali. Il Pakistan fu svuotato di gran parte della sua popolazione di religione indù: se nel 1941 gli indù costituivano il 13,4% dell'attuale Pakistan, nel 1961 erano l'1,5%, passando da 3,8 milioni a 600.000 persone. Al contrario, la popolazione musulmana dell'India è ancora una delle più grandi al mondo, anche grazie al fatto che il nazionalismo indiano di leader come Nehru fosse un nazionalismo secolare che prometteva uguale trattamento per tutte le comunità religiose. Se Nehru (che rimase primo ministro dell'India fino alla sua morte, avvenuta nel 1964) aveva come obiettivo politico una nazione democratica di cittadini, Jinnah voleva la formazione uno stato-nazione per i musulmani. L'India nel 1950 si diede una costituzione che faceva del paese una repubblica democratica e federale, e rimase all'interno del Commonwealth britannico. Nel frattempo, la massima autorità morale e il padre del nazionalismo indiano, il mahatma Gandhi, era stato assassinato (30 gennaio 1948) da un estremista indù che si opponeva a alla sua politica di conciliazione tra le comunità nazional-religiose. Le violenze tra esponenti delle comunità etniche e religiose hanno continuato, e continuano tuttora, a caratterizzare il panorama politico dell'India e del Pakistan nei decenni dell'indipendenza. In India gli scontri tra estremisti indù e musulmani sono stati frequenti negli anni '90, mentre in Pakistan si sono avuti episodi di conflitto violento tra i profughi di lingua urdu provenienti dall'India o i loro discendenti e esponenti di gruppi etnici pakistani, come i pathan (qui).

Divisione, dunque, voluta dai musulmani, in uno stato musulmano – con una piccolissima minoranza non musulmana – e uno stato induista – con una forte minoranza musulmana. Divisione fra due stati che fino al giorno prima avevano costituito un unico territorio. Tutto colonizzato allo stesso modo. Tutto sfruttato allo stesso modo. Tutto impoverito allo stesso modo. Tutto oppresso e umiliato allo stesso modo. Il seguito lo conosciamo: l’India, induista e buddista, è diventata una democrazia. Con tutti i problemi e tutte le magagne che sappiamo, ma pur sempre, indiscutibilmente, una democrazia. Il Pakistan, musulmano, è diventato una dittatura militare, preda di colpi di stato a catena e culla e palestra di terroristi, e alla fine divisosi ulteriormente in due stati. E poi c’è chi insiste a dire che non è l’islam il problema.


Jinnah e Gandhi

barbara


14 agosto 2007

VOGLIAMO DECIDERCI A DIRLO, UNA BUONA VOLTA,

che “Amare significa non dover dire mai mi dispiace” è la frase più cretina della storia dell’umanità?

barbara


13 agosto 2007

UNA STORIA

Lineamenti eleganti, pelle di porcellana, altezza da modella. Non fosse per il caschetto di un biondo sfrontato, Ana sembrerebbe una diciottenne qualunque. Più infantile, con l'orsacchiotto sul letto, le pantofole grandi di peluche e il cuscino stretto al ventre mentre in italiano impeccabile parla di sé, per la prima volta, con un'estranea. Lei che diffidava di tutti, a cominciare dai carabinieri che l'avevano ammanettata insieme ai suoi "ragazzi". «Faccio la badante, li ho conosciuti stasera in discoteca» ripeteva nell'interrogatorio dopo la retata. Finché qualcosa si è rotto. Il pensiero di quei venti uomini al giorno, «me li mandavano vecchi perché i giovani potevano innamorarsi e farmi scappare». E i vecchi offrono 50 euro con il preservativo e 200 senza, non domandano l'età e si bevono la storia che è una sua scelta starsene lì in vestaglia ad aspettare loro, così potrà comprarsi dei bei vestiti. Suonano il campanello, fanno veloce, per fortuna non picchiano e non chiedono servizi strani. I vicini di casa sentono, giorno e notte: «Non li ho mai visti, nessuno ha mai protestato. Non ti pare strano?». È moldava, Ana (il nome è falso, lei rischia la vita). Ha vissuto mesi, non sa dire quanti, in un appartamento di provincia, segregata da una prostituta albanese che si vende in strada e là procaccia clienti per lei, bambolina minorenne. «Credimi, quando ero in Moldavia non sapevo nemmeno che esistesse la prostituzione». Lo ripete. Troppe volte l'hanno scambiata per una che voleva i soldi facili. Invece ha solo creduto a due albanesi che in Moldavia battevano paesini di campagna come il suo, dove non tutti hanno il televisore e l'acqua calda arriva da una pentola sul fuoco. Facile procurarsi ragazze belle e ignoranti da cedere per 10, 15 mila euro alle organizzazioni di stanza in Italia. Lei viveva con i nonni (la madre non ce l'ha, il padre è alcolizzato): è bastato prometterle un lavoro in una pizzeria. «Quei ragazzi erano così normali». Un falso passaporto romeno, un viaggio in macchina con due sconosciuti. Le guardie di frontiera intascano denaro e non controllano. Si arriva a Bologna, «le spese ce le rimborserai dopo». Ana impiega giorni a capire. Viene venduta ad altri albanesi e ad altri ancora, in una giostra che la intontisce: è merce che scotta, le minorenni fanno rischiare pene doppie agli sfruttatori. Gli ultimi ad acquistarla sono pesci grossi, gestiscono un giro di prostituzione in appartamenti di mezza Italia. La piazzano a casa di un'albanese che ha cominciato presto e ora è una caporale. «Uno di loro mi ha detto: "lo sono il tuo ragazzo”». Veniva una volta a settimana a prendere i soldi, dormiva con la pistola sotto al cuscino. lo non uscivo mai se non con quella donna: è stata lei a insegnarmi come fare..». Ana non accenna a botte, stupri, pianti. Racconta con un gelo sinistro che fa intuire una sofferenza densa, resistente. Da un anno vive in una comunità protetta. Per altre come lei questi luoghi sono altre gabbie: scappano e si rituffano nel buco nero. Lei no. Ha studiato da estetista e oggi avrà il primo colloquio di lavoro. Sorride. Sgela, per un attimo. «Non posso tornare in Moldavia. I miei non devono sapere. Sanno che qui lavoro». La psicoterapeuta che raccoglie i cocci di questa giovane, ricorda che all'inizio il suo schermo al dolore era il vanto: Ana raccontava che i ragazzi la portavano in locali alla moda, sniffavano coca e vivevano a mille. È crollata un brandello alla volta, quando ha rilassato i nervi. Presto li rivedrà in tribunale, "i ragazzi", al processo di cui è testimone chiave. La sua denuncia ha scoperchiato un milionario commercio di droga e armi. Quelle come lei erano spiccioli da reinvestire in prodotti più redditizi. Ragazze nulla. «Così mi sentivo: una che non esiste». Per questo hai denunciato? «Sì. Qui esisto per qualcuno. Ho paura, so che i miei sfruttatori mi faranno del male. Ma ora voglio che paghino». Il caschetto biondo è un travestimento. Ana spera che basti.

Una storia come tante. Una storia come troppe. Una storia di quelle che succedono ogni giorno sotto i nostri occhi, e noi non vediamo e non sentiamo. L’ho lasciata lì per qualche mese, adesso è ora che la leggiate anche voi.

barbara


12 agosto 2007

QUALCUNO MI SA SPIEGARE

perché nelle pubblicità di Dolce e Gabbana tutti i modelli, uomini o donne che siano, sembrano bambole di plastica?

barbara


11 agosto 2007

ISRAELE, LA NOSTRA FRONTIERA

Panorama ci ripropone un articolo vecchio di quarant’anni, che vale davvero la pena di leggere.

da Panorama del 1 giugno 1967

di Carlo Casalegno*

Davanti alla tensione fra Israele e il mondo arabo, non si può restare distaccati e neutrali. Siamo in molti, penso, a non trovare soddisfacente l'olimpica imparzialità, con cui l'on. Fanfani mette le due parti sullo stesso piano e distribuisce a entrambe consigli di saggezza e di moderazione. Forse si deve approvare la cautela diplomatica delle grandi potenze, direttamente impegnate in una crisi di estrema gravità: all'Italia, che ha ben minori responsabilità politico-militari, e può far pesare invece un prestigio morale non trascurabile, si addice un energico richiamo alla legge internazionale, ai motivi ideali, alla giustizia. Il conflitto che incombe sulla Palestina non è una di quelle controversie per il tracciato d'una frontiera o la spartizione d'una provincia, dov'è difficile distinguere con un taglio netto la ragione e il torto; gli Stati arabi si propongono di cancellare Israele dalla faccia della terra. È una esplicita minaccia di genocidio.

Programma di sterminio. Che gli arabi sentano Israele come un corpo estraneo, inseritosi a forza nella regione che gli ebrei avevano perduto da diciannove secoli, è comprensibile; e si deve capire l'amarezza degli esuli, l'insofferenza e la frustrazione dei novecentomila profughi palestinesi. Ma lo Stato israeliano è sorto perché nel 1947 i nazionalisti arabi rifiutarono di accettare la pacifica convivenza dei due popoli; esiste da diciannove anni, è cresciuto per un milione e mezzo di emigrati; e i profughi vivono ancora nell'ozio miserabile e avvilente delle «bidonvilles» soprattutto per volontà dei Paesi «fratelli». Anziché accoglierli a proprio vantaggio (l'Onu e Israele avrebbero pagato le spese), hanno preferito mantenere quest'esercito di disperati, in cui è facile arruolare terroristi, e che serve come arma di ricatto internazionale. Il buon senso (se non l'astratta giustizia), l'interesse, le prospettive di una proficua collaborazione consigliavano agli Stati arabi – vastissimi, spopolati e depressi – di cercare un accordo ragionevole con la piccola nazione ebraica; dal 1948 non hanno rinunciato né allo stato di guerra né al programma di sterminio.
Dopo la rovinosa disfatta del '48, i governi arabi non hanno mai preso l'iniziativa di grandi operazioni militari, né (malgrado la prevalenza numerica di venti a uno) si sono cullati nell'illusione di una facile vittoria. Gli appelli alla «guerra santa» sono stati adoperati spesso come strumenti di politica interna; la corsa all'estremismo antisionista è servita a Nasser, ai colonnelli siriani, ai dirigenti algerini per conquistare posizioni egemoniche nel mondo arabo e per indebolire i «tiepidi»: re Hussein di Giordania, il presidente tunisino Burghiba. Alla guerra aperta, anche i fanatici hanno preferito il «bluff», il blocco dei confini, le incursioni dei terroristi. Ma anche questo gioco è distruttivo, e mortalmente pericoloso.
Israele sa di essere circondato da nemici irriducibili, che crescono di numero e che si vantano di educare all'odio i loro figli; che ricevono armi in quantità crescenti e imparano ad adoperarle meglio; che esercitano una pressione logorante su tutte le frontiere. L'Egitto ha chiuso il Golfo di Aqaba: Israele è isolata dal Mar Rosso e dalla via del petrolio. Terroristi ospitati, istruiti, armati in Siria e in Egitto, operano lungo 800 chilometri di confini terrestri particolarmente adatti alle imboscate.
Soltanto la superiore efficienza militare e un solido coraggio possono trattenere gli israeliani dalla guerra preventiva – o dalla disperazione. Israele è uno Stato più piccolo del Piemonte, ha meno abitanti di Roma, manca di confini naturali, è stretto fra quattro vicini soverchianti e nemici. Si estende fra le montagne del Libano e il Mar Rosso, su una lunghezza che è metà di quella dell'Italia; la larghezza massima non equivale alla distanza tra Torino e Milano, e un buon terzo del territorio si trova entro la portata dei cannoni appostati oltre frontiera. L'esercito non ha spazio per ritirarsi, né la popolazione civile per disperdersi: un attacco con i missili sarebbe il massacro.
Questa patria, gli israeliani non l'hanno ereditata da nessuno, né l'hanno tolta agli arabi: se la sono creata pezzo per pezzo. L'intera Palestina, ai tempi del dominio turco, consentiva un'esistenza stentata a mezzo milione di uomini; oggi nel solo Israele, che per metà è ancora un deserto, due milioni e mezzo di abitanti hanno il più alto tenore di vita del Medio Oriente. Alla fine dell'800, pochi pionieri incominciarono l'impresa folle e paziente di redimere la sterile terra promessa dalla Bibbia agli ebrei; da allora, ogni anno nuovi giardini, agrumeti, campi di grano sono strappati alle pietre delle colline, alla sabbia del Negev. Nella desolazione del Mar Morto è sorta una moderna industria chimica, e dalle miniere di Re Salomone sono tratti i fertilizzanti per un'agricoltura d'avanguardia.

Superstiti degli eccidi. L'esistenza stessa del popolo israeliano è una conquista. Esso ha una millenaria base razziale, e vede nella più antica delle religioni monoteistiche il fondamento della sua idea nazionale; ma si è formato negli ultimi decenni, con la fusione dei più diversi gruppi di immigrati: pionieri del sionismo, profughi dell'impero zarista, scampati dei «lager», intere comunità venute dal mondo islamico. Li unisce un tratto comune: le persecuzioni li hanno condotti in Palestina. L'idea sionista nasce dall'antisemitismo, negli anni dei Pogrom russi e dell'«Affare Dreyfus»; poi il razzismo hitleriano e il nazionalismo arabo hanno popolato Israele. La nuova patria ha dato un rifugio ai superstiti dell'eccidio, una speranza a milioni di perseguitati; ha restituito il senso del focolare a chi si sentiva disperso, e ha liberato gli oppressi dall'incubo della persecuzione. È doveroso tutelare i legittimi interessi degli arabi, ma non si può accettare che plachino il loro nazionalismo distruggendo questo Stato-santuario. Israele è una frontiera per tutti gli uomini civili.

*Carlo Casalegno fu ucciso dalle Br il 16 novembre 1977.



(Panorama, 3 agosto 2007)

E uno si chiede: com’è che quello che quarant’anni fa era chiaro a chiunque, dal grande giornalista al fruttivendolo, dallo statista al medico, dall’avvocato all’operaio, oggi non è più chiaro quasi a nessuno?


barbara


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10 agosto 2007

LA MENNULARA

Forse è una figlia di mafia, e allora si spiegherebbe tutto. Forse è un’amante di mafia, e anche questo spiegherebbe parecchie cose. O forse è semplicemente abile. O fortunata. O magari una ladra e un’imbrogliona. Ma potrebbe anche essere che la sua leggendaria ricchezza sia, per l’appunto, solo una leggenda e non sia mai esistita. Sta di fatto che alla sua morte in paese si scatena il finimondo. Anche perché la storia tutta intera non la conosce nessuno, e nonostante i paesani ce la mettano tutta ad offrire generosamente ognuno la propria tessera di mosaico, tutte le tessere pazientemente raccattate tra cucine e portinerie, salotti e piazze, negozi e scantinati stentano a formare un quadro dotato di senso.
Il libro, in ogni caso, è un gioiello, e poi me lo ha regalato la mitica Giacomina, per cui non avete scampo: vi tocca leggerlo.

Simonetta Agnello Hornby, La mennulara, Feltrinelli



barbara


10 agosto 2007

RIFLESSIONE

Sono piuttosto brava, di solito, a riconoscere le pronunce e gli accenti, ma con il titolare dell’albergo proprio non ci riuscivo: qualcosa mi diceva che, nonostante il suo italiano perfetto, non doveva essere italiano, però non capivo di dove potesse essere, e anche il suo viso – bello da togliere il respiro – non mi aiutava a collocarlo. Alla fine mi sono decisa a chiedergli di dove fosse. “Sono iraniano”, ha risposto; e, dopo una breve pausa, “di origine armena”. È stato questo modo di costruire la risposta, a darmi motivo di riflessione. L’identità armena io la sento come un’identità forte, e mi viene da pensare che al suo posto avrei detto “sono un armeno iraniano”. Tanto più che, come mi ha poi raccontato, questa sua identità la vive intensamente: collabora attivamente con Antonia Arslan, traduce, tiene conferenze e incontri per far conoscere la cultura armena annientata nel primo genocidio programmato della storia, nel 1915.
 

Che cosa, dunque, può averlo indotto a qualificarsi come iraniano prima che come armeno? La risposta, credo, può essere una sola: amore. Uno sconfinato amore per questa patria matrigna, ingrata, persecutoria al punto da costringere alla fuga, e tuttavia disperatamente amata. Penso anche alla nostra dolcissima Lilit, costretta all’esilio e straziata dalla nostalgia, piena di rancore per l’islam che ha cancellato una delle culture più antiche e raffinate del pianeta e tuttavia traboccante d’amore per quella sua pur stravolta, pur snaturata patria. E alla fine tornata per cercare di “fare qualcosa di più utile”, pur sapendo di rischiare la vita. Strana bestia davvero l’amore, qualunque ne sia l’oggetto.

barbara


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9 agosto 2007

TERRORISMO QUESTO SCONOSCIUTO, PER IO DONNA

Comunicato Honest Reporting Italia 9 agosto 2007

L'ultimo numero di Io Donna, in mancanza forse di materiale autoctono sufficientemente disinformante, ha deciso di andare a pescare all'estero; ci offre così, in traduzione, un servizio di sei pagine di Rory McCarthy ripreso da Guardian News&Media intitolato "Donne di Hamas". La cosa che maggiormente salta agli occhi in questo servizio è l'assenza del terrorismo: non è che i terroristi vengano chiamati militanti o attivisti o resistenti o quant'altro, no: è che proprio quella cosa che noi chiamiamo terrorismo e altri chiamano resistenza non esiste. Non c'è. Parlando, per esempio, di Fatma al-Najar vedova settantenne che "fa detonare la cintura esplosiva in vita" e "muore dilaniata", per chiarire il contesto ci viene spiegato che "Sono gli ultimi giorni di una pesante incursione militare israeliana". Perché questa incursione? Non si sa. Forse di motivi proprio non ce ne sono. Poco più avanti si parla delle donne andate a fare da scudi umani ai terroristi asserragliati in una moschea: anche qui ci viene raccontato che "Volevano liberare un gruppo di combattenti" e che poi, nonostante due donne siano state uccise, "la folla è riuscita a liberare i combattenti": perché mai l'esercito israeliano li volesse prendere, anche questo non si sa: nessuna spiegazione, neppure un vago accenno, niente. La figlia di Fatma, poi, intervistata, smentisce le voci secondo cui la madre sarebbe stata depressa e spiega: «Non è vero, ha fatto questo per combattere gli israeliani e cacciarli dalla nostra terra». Qui ci si aspetterebbe che il giornalista facesse presente, se non all'intervistata, almeno ai lettori, che gli israeliani, dalla loro terra, se ne sono andati da un bel po'. E invece niente. E ancora: ci viene raccontato di quando "gli israeliani hanno occupato Beit Hanoun", probabilmente così, per sfizio, visto che di motivazioni non troviamo neppure l'ombra, così come senza spiegazioni sono "cinque mesi di combattimenti [che] hanno lasciato più di 375 palestinesi e cinque israeliani morti". E più avanti: "Un lunedì dello scorso novembre, intorno alle sette del mattino, lo scuolabus stava prelevando i bambini per portarli a lezione. Una scheggia di granata israeliana ha colpito Najwa Khalif, 24 anni, insegnante che sedeva con i suoi due figli di cinque e tre anni. È morta in ospedale". Così: "schegge di granata" che compaiono dal nulla come il lupo cattivo delle favole, non si sa da dove, non si sa perché, in un vuoto pneumatico totale. E prosegue: "I bambini dello scuolabus hanno subito un profondo trauma. I loro disegni colorati mostrano immagini del bus, lettighe, razzi (razzi? Non erano i palestinesi quelli che lanciano i razzi e ammazzano gli israeliani?), carri armati (carri armati? C'erano anche i carri armati? E lo scuolabus stava prelevando i bambini e la donna se ne stava tranquillamente seduta coi due figli lì, in mezzo ai carri armati che sparavano, i razzi che volavano e tutto il resto?) e, in quasi tutti, scarabocchi di sangue a piena pagina. «Questa è l'occupazione. Gli israeliani non fanno differenza fra bimbi e soldati» (in grassetto nel testo) dice la preside Hamuda": e anche qui l'autore dimentica bellamente di notare che l'occupazione è finita da un pezzo. Addirittura esilarante, se non fosse tragica, la nota inserita nella presentazione della terrorista suicida Mirvat Masoud: "I suoi appoggiano Fatah, la più moderata delle fazioni palestinesi": e qualcuno dovrebbe trovare il coraggio di dirlo, al signor McCarthy, che la costituzione del "moderato" Fatah prevede tuttora la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile. Insomma, sei pagine di israeliani che uccidono e palestinesi che restano uccisi, così, senza una sola ragione al mondo. E un drammatico ritiro israeliano da Gaza semplicemente ignorato. A completare la favoletta, le foto di Alexandra Boulat: una, di una pagina e mezza, recante la didascalia "Alunni di una scuola distrutta dagli israeliani a Beit Hanoun (Gaza) portano le sedie per la lezione all'aperto tra le macerie", l'altra, su mezza pagina, "Una famiglia riesce a sorridere tra i detriti della casa bombardata dalle truppe di Israele nella Striscia di Gaza": gli israeliani bombardano, gli israeliani colpiscono, gli israeliani distruggono, gli israeliani riducono tutto in "macerie" e "detriti". Il terrorismo non c'è. I Qassam non ci sono. Gli israeliani ammazzati non ci sono. Un'intera città che da sette anni vive nel terrore non c'è. Niente c'è in questo inverecondo articolo, se non una gigantesca, mostruosa disinformazione finalizzata alla demonizzazione di Israele e alla santificazione dei palestinesi.
L'indirizzo di Io donna è
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Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso HR-Italia@honestreporting.com

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Neanche sotto ferragosto si riposano, cazzarola!

barbara


8 agosto 2007

TANTI AUGURI, PICCOLO GRANDE UOMO

 per i tuoi meravigliosi settant'anni.



barbara


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8 agosto 2007

LA PRIMULA ROSA DI KABUL

Avevo già parlato di lei qui. Torno a parlarne oggi proponendo questo bell’articolo di Chiara Valentini pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso, perché il parlare di questa donna straordinaria e della sua eroica battaglia non sarà mai abbastanza.

Difficile a credersi, ma qualche buona notizia può arrivare perfino dall'Afghanistan dei rapimenti, dell'oppio dilagante, della protervia talebana. La notizia ha la faccia intensa e il corpo da adolescente di Malalai Joya, 29 anni appena compiuti, una voce trascinante e una fama che cresce giorno dopo giorno. Si potrebbe anche dire che è una buona notizia solo a metà, visto che Malalai è inseguita da un numero crescente di condanne da parte dei signori della guerra e dell'oppio, è costretta a cambiare casa quasi ogni notte e da poco è stata anche sospesa dalla Camera dei deputati, dove era stata eletta nelle elezioni del 2005, con un numero altissimo di preferenze. Ma è forse la prima volta che i democratici afgani, la galassia mal tollerata di gruppi giovanili, di intellettuali e di associazioni di donne in lotta contro un passato tribale, ha trovato un personaggio capace, a rischio della vita, di diventare la loro bandiera, dentro e anche fuori dai confini del Paese. Proprio le donne, per darle il voto, avevano spesso sfidato le botte di padri e mariti ed erano andate di nascosto alle urne, protette dal burqa.
È così romanzesca la breve esistenza di questa ragazza nata durante l'occupazione sovietica, cresciuta in un campo profughi pachistano e tornata nella desolata provincia di Farah, dove era nata, nel pieno della dittatura talebana, che una regista, la danese Eva Mulvad, ci ha fatto sopra un film, "I nemici della felicità", premiato al Sundance Festival 2007, la rassegna voluta da Robert Redford. È uno straordinario documento sull'Afghanistan di oggi, come "Viaggio a Kandahar" di Makmalbaf lo è stato sulla dittatura dei talebani. Nel film Malalai Joya interpreta se stessa, a cominciare dal discorso che nel 2003 l'aveva resa famosa, l'atto d'accusa ai signori della guerra all'apertura della Loya Jirga, l'assemblea costituente. «Molti di voi hanno le mani insanguinate e dovranno essere giudicati da un tribunale internazionale», aveva gridato ai mujahiddin che la guardavano sbalorditi. «Da quel giorno la mia vita ha smesso di appartenermi», dice Malalai Joya, che abbiamo incontrato al meeting sui diritti umani della Regione Toscana a San Rossore.
A battersi per i diritti dei suoi concittadini Malalai aveva cominciato fin dai banchi di scuola, quando era rifugiata in Pakistan, con un padre medico che aveva perso una gamba nella lotta contro i soldati di Mosca. Aveva continuato, poco più che adolescente, in una ong nata a Farah per insegnare leggere e a scrivere alle moltissime donne analfabete e ancora sottomesse alle regole tribali. Ma dopo il discorso alla Loya Jirga era diventata un'eroina popolare, «quasi come quell'altra Malalai che alla fine dell'800 si era tolta il burqa e aveva impugnato la spada per combattere contro gli inglesi», come scrivono le sue sostenitrici nei siti Internet che le hanno intitolato. Nella sua provincia, la più povera e arretrata dell'Afghanistan, molte persone perseguitate corrono anche oggi da lei per avere un aiuto, dalle ragazzine vendute dalle famiglie a uomini con il triplo dei loro anni, ai contadini taglieggiati dai trafficanti d’oppio. Ma la lotta più pericolosa Malalai l'ha ingaggiata contro i signori della guerra, «che impediscono il ritorno della democrazia e, anche se hanno imparato a parlare di diritti umani per compiacere l'Occidente, opprimono le donne proprio come i loro fratelli talebani». Da quando, nel settembre del 2005, era entrata alla Camera dei deputati con le prime elezioni almeno parzialmente libere del Paese, non ha smesso di denunciare i loro abusi, ricevendone in cambio minacce che la costringono a una vita semiclandestina. Spesso nascosta proprio sotto quel burqa che vorrebbe vedere messo al bando, la giovane deputata è quasi una primula rossa che appare all'improvviso dove meno la si aspetta. E anche questo accresce il suo mito. «Ho scelto di entrare in parlamento proprio per sfidare i fondamentalisti nella loro stessa casa, ho accettato la tortura di sedere accanto a uomini che ogni volta che prendo la parola cercano di togliermela, mi minacciano di stuprarmi, di farmi uccidere. Come del resto è stato fatto con altre donne scomode, con la presentatrice televisiva Shakiba Zanga e con la mia amica Shakia Zachi, una straordinaria giornalista radiofonica che portava una voce nuova negli angoli più sperduti dell'Afghanistan», dice Malalai. Ma è convinta che in un Paese come il suo solo le scelte estreme possono smuovere la cappa del silenzio e della censura. «Mi dicono che dovrei essere più prudente, più diplomatica. Ma io sono orgogliosa di dire la verità. So che in questo modo do anche a tanti altri democratici il coraggio di venire allo scoperto», dice. Lo ha fatto pochi mesi fa pronunciando alla Camera un duro discorso contro la proposta di legge secondo cui nessun crimine di guerra commesso negli ultimi venticinque anni potrà essere denunciato e perseguito, e che è passata a larga maggioranza. «Una vera e propria amnistia, che renderà impossibile una vera pacificazione perché lascia impuniti decine di migliaia di omicidi e di violenze, commessi in parte anche da uomini che oggi sono al governo», racconta. Ci sono le ricerche di varie associazioni come Human Rights Watch, che le danno almeno in parte ragione. Ci sono i dati agghiaccianti di un Paese dove la vita media delle donne non supera i 46 anni, dove aumentano gli stupri e dove la ricostruzione non decolla.
Più avventata Malalai è stata invece in un'intervista a una televisione locale, dove ha sostenuto che il parlamento afgano «è peggio di una stalla o di uno zoo e i suoi membri sono criminali e nemici del popolo». Approfittando di queste dichiarazioni, l'Assemblea ha deciso di liberarsene, sospendendola dal suo ruolo fino al 2010, anno in cui si tornerà a votare. È un'espulsione mascherata, che poco ha a che vedere con le regole della democrazia e che accresce i pericoli per la sua vita. «Tra poco tornerò in Afghanistan, ma non so per quanto tempo resterò viva. I fondamentalisti contano i giorni per eliminarmi», ha detto in un appello lanciato dall'Italia e ripreso in vari altri paesi, dal Canada all'Inghilterra all'Australia. Ma perfino in un momento così drammatico Malalai ha colto l'occasione per fare una richiesta politica: che anche in Afghanistan sia istituito un tribunale internazionale per i crimini di guerra, perché «qualunque cosa dovesse succedere, sarebbe un'eredità che spero di potere lasciare al mio Paese».

“Tra poco tornerò in Afghanistan ma non so per quanto tempo resterò viva”. Chiudete gli occhi e ripetete queste parole. Rigiratevele bene in bocca. Prendetele in mano e pesatele. Poi mettetevele davanti agli occhi e guardatele bene. E adesso rispondete: voi tornereste in Afghanistan? Lei sì, lo farà. Ha ventinove anni ed è pronta a morire per testimoniare la verità, per combattere ingiustizie e prevaricazioni. Spera solo di avere il tempo di fare ancora una cosa che possa restare, che possa contribuire a dare al suo Paese la speranza di un futuro migliore. Per farlo avrà bisogno dell’aiuto di tutti noi. Glielo daremo o ci gireremo dall’altra parte?



barbara


7 agosto 2007

ANCH’IO

mi sono beccata il mio sasso in autostrada. Non è una bella esperienza, no. (O Griso della malora, accidenti a te, uccellaccio del malaugurio!) (E no, non è stato un prolungamento di vacanza).

barbara


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5 agosto 2007

DIECI BOTTIGLIE VERDI

(Vi ho messo un post lungo perché rivado, anche se per poco, così avete il tempo di leggervelo con calma).

C’è una cosa confortante – una almeno – a leggere un libro come questo: sappiamo con certezza, fin dall’inizio, che la protagonista si è salvata. Ma a quale prezzo? Dopo quante e quali sofferenze, quante e quali violenze, quante e quali perdite?

Tutto il nostro mondo sta franando come una torre di carta. Giorno dopo giorno le libertà civili diminuiscono e la nostra vita è in pericolo. La prima settimana dopo l’annessione, gli ebrei non possono più accedere ai teatri, ai centri pubblici e alle biblioteche. Il 15 marzo viene annunciato che i funzionari pubblici di religione ebraica perderanno il posto di lavoro e due giorni dopo è il turno dei magistrati. Il 22, agli avvocati viene imposto di mettere la svastica sulle toghe. Gli imputati ebrei dovranno restare in carcere e non avranno diritto a un processo semplicemente perché sono ebrei. Il 26 gli studenti sono cacciati da scuole e università, dai mercati e dai macelli. Viene proibita la macellazione secondo il rituale Kasher. Dal 31 marzo, agli ebrei è vietato esercitare l'avvocatura. L’impatto immediato e improvviso di questi provvedimenti ha sulla nostra comunità un effetto devastante. La libertà è schiacciata in tutti i modi. I più deboli e gli anziani sono obbligati a inginocchiarsi e a strofinare i marciapiedi per cancellare gli slogan a favore di Schuschnigg. Alcuni sono portati in strada e obbligati a esibirsi in evoluzioni da circo equestre; ad altri vengono rasati i capelli. Ovunque si vada si viene derisi e insultati. Scuotiamo il capo increduli. Come è potuto accadere tutto, ciò?
All'arrivo di aprile la mia amata primavera viennese è diventata un acquerello della memoria, il cui gioco di luci e di ombre viene sostituito da zone di una cupezza sinistra, con pennellate brusche di odio e spargimento di sangue. Ci muoviamo come sonnambuli nelle nostre attività quotidiane, tenendo aperto il negozio malgrado le macchie di vernice sulla vetrina e le minacce dei passanti. Le lettere che ricevo regolarmente da Poldi mi confortano e a forza di rileggerle sono quasi rovinate. Quando gli scrivo, non ho altro da comunicare oltre alla disperazione. Adesso non esistiamo più come austriaci, siamo solo ebrei.
I soprusi quotidiani si susseguono: un vicino è stato aggredito, il marito di un'amica è stato portato via per essere interrogato e non è più tornato a casa, le cose che ci appartengono vengono vandalizzate senza che la polizia intervenga. Il pericolo è sempre più forte.
Ogni giorno temiamo un ulteriore peggioramento dell'assurda situazione che si è creata. La mattina del 23 aprile siamo nuovamente svegliati da rumori cui ormai ci siamo abituati, il suono delle urla di innocui cittadini trascinati a forza fuori dalle loro case per essere umiliati per le strade. Sbirciamo con circospezione da dietro le imposte e vediamo il tormento di quei poveretti per la strada. La gente viene trascinata via dai soldati che sono stati inviati oggi che è sabato, festività ebraica, e portati al Prater, il famoso parco giochi di Vienna. Non osiamo seguire la folla e aspettiamo chiusi in casa di sapere che cosa succederà.
Fritz è venuto a trovarci per portarci un po' di cibo. È troppo pericoloso uscire di casa e cerchiamo di farci bastare le ultime provviste che abbiamo.
"Che cos'è successo stamattina, Fritz?" gli chiedo prendendo il pane e il formaggio che mi porge. "Ci sono stati ancora dei disordini in strada e abbiamo visto dei nazisti che caricavano".
"Passando per il Prater ho notato una folla", risponde fissando il pavimento, con un'espressione di disgusto sul viso. "C’erano degli ebrei che venivano costretti a camminare a quattro zampe come cani". Fa una pausa.
"E poi che cos'è accaduto?".
"Li hanno obbligati a mangiare l'erba. Quei disgraziati ragazzi e ragazze e donne sono stati obbligati a ingoiarla e picchiati se rifiutavano. La folla incitava i nazisti a insultare le vittime. Non hanno avuto pietà neanche quando hanno cominciato a vomitare l’erba che era stata cacciata loro in bocca a forza. Alcuni sono svenuti, colti da infarto, altri sono addirittura morti dopo i fatti”.

Quando ci rechiamo al cimitero sulla tomba di papà e della nonna, che è morta alcuni anni fa, ci troviamo di fronte al terribile spettacolo delle nostre tombe profanate. Tutto è stato deturpato con violenza gratuita: le aiuole calpestate, le lapidi divelte e ovunque campeggia l’odiata svastica.

Quando la spossatezza ha il sopravvento e non riesce più neanche a piangere, guarda le nostre facce spaventate e solcate di lacrime mentre ci comunica che tutti i conti correnti degli ebrei sono stati congelati, sequestrati dai nazisti: non abbiamo più niente.
Se mi si fosse aperta la terra sotto i piedi e avesse inghiottito tutta la città, avrebbe avuto più senso per me. Com'era possibile che tutto ciò che papà aveva risparmiato per noi ci fosse stato tolto di punto in bianco?
"Ma, mamma, dove sono andati a finire tutti i soldi di papà e quelli del negozio?", le chiedo incredula.
"Oh, Nini, che cosa ti devo dire? Non c'è nessuno a cui chiedere e nessuno contro cui rivalersi", risponde la mamma rassegnata.
"Ma i soldi?", ripete Willi confuso quanto me. "Tutti i nostri risparmi sono nelle mani dei tedeschi e ci governano le loro leggi. Ce li hanno rubati come fanno i delinquenti comuni e non ce li restituiranno. Siamo ebrei e non abbiamo diritti: non possiamo chiedere che ci venga restituito il maltolto, non possiamo lavorare, non possiamo vivere in pace".
Fissa il vuoto incapace anche di piangere ormai. Ci guardiamo l'un l'altro pallidi in volto. Per la prima volta ci rendiamo conto che la mamma è distrutta a livello emotivo; non può aiutarci e dovremo trovare da soli una via d’uscita.
Ovviamente, non siamo gli unici. Quasi ogni giorno la mamma viene a sapere di parenti che sono stati privati dei loro beni. Non abbiamo più contatti con le zie, ma sappiamo che i nazisti hanno chiuso le loro attività commerciali e sequestrato gli immobili. I nostri amici e vicini ebrei che conosciamo da una vita stanno scomparendo uno dopo l'altro prelevati nelle loro case dai soldati per essere sottoposti a interrogatori in luoghi da cui non sono più tornati. I vicini non ebrei ci guardano come se fossimo appestati. Le finestre vengono vandalizzate, o per dipingere stelle gialle e scrivere "Juden" o semplicemente per rompere i vetri. Ogni attività commerciale è impossibile e le forze dell'ordine sono diventate i nostri nemici. Le leggi sono soppiantate dalla corruzione e dallo spargimento di sangue. Detenuti per omicidio vengono rilasciati in massa dalle prigioni per vestire la divisa nazista e ai più violenti vengono date promozioni. Il terrore è a livelli parossistici.

"Karpel". Dico il nostro cognome a un funzionario della Gestapo. "Mio fratello. È mio fratello, Willi. L’hanno portato qui”.
"Sì, lei è la sorella. Dobbiamo porre delle domande anche a lei". Non sento più le braccia, sono intorpidite, ho la bocca inaridita e le mani si fanno sudate e gelide mentre lo seguo; mentre mi chiedo se mi si piegheranno le ginocchia mi viene in mente che la mamma sta per tornare dal negozio e si preoccuperà. Non le avevo lasciato un biglietto, ma d'altra parte che cosa potevo dirle?
Mi porta in un'altra stanza e apre una porta pesante. All'interno la luce è fioca ma riesco a vedere Willi seduto su una sedia, con la luce che si riflette sulle lenti degli occhiali. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, ma quando gli prendo la mano la sento fredda come la mia.
Veniamo interrogati per ore da ufficiali delle SS, dei duri con cicatrici sulla faccia che ci fissano, incapaci di vedere degli esseri umani davanti a loro. Abbaiano ordini e fanno domande assurde, ci accusano di mettere in pericolo il governo austriaco, di complotti politici, di essere colpevoli persino di essere nati e di esistere, di far parte di una cospirazione giudaica e di qualsiasi altra follia che venga loro in mente. Non possiamo ribattere a queste accuse insensate e rimaniamo in silenzio per tutto l'interrogatorio. Gli uomini scambiano qualche parola tra loro, poi uno ci porta sotto nella hall e da qui in un'altra stanza, ci ordina di rimanere lì e se ne va sbattendo la porta.
Rimaniamo da soli, in piedi in una stanzetta buia senza finestre né sedie. Manca l'aria. Parlottiamo con il terrore nella voce. Potremo ancora vedere la luce del giorno o verremo portati via per non fare più ritorno? La porta viene spalancata. Ci proteggiamo gli occhi con le mani per non essere colpiti dalla luce improvvisa. Ci sono tre della Gestapo.
"Tu", mi urla uno di loro mentre batte un pugno sul tavolino che gli sta di fronte, hai complottato contro il Reich falsificando visti per permettere agli ebrei di sottrarsi al meritato castigo. Sei una traditrice e i traditori devono morire!".
“No non è vero
"
Sei stata vista con altri traditori mentre vi incontravate e lavoravate di notte come i topi, come fanno gli ebrei per penetrare nella fortezza tedesca. Vi distruggeremo tutti prima che possiate portare a termine i vostri progetti”.
“Dov’è vostro padre?".
“È morto", rispondo con pacatezza.
“Quando è morto? Come è morto? Pensiamo che si nasconda da qualche parte a commettere crimini contro lo stato".
Rabbrividiamo per l'orrore al sentire questa accusa.
“No, ci ricordiamo che i medici dissero che era morto".
"Certo, per i medici ebrei che hanno firmato il certificato di morte. Sappiamo che voi siete tutti bugiardi e cospirate per accumulare sempre più soldi”.
"Eravamo molto piccoli ma lo sappiamo. Non lo vediamo dal 1922. Sono già passati quindici anni. Siamo andati al funerale e abbiamo visto la cassa di legno ricoperta di terra. Andiamo a trovarlo al cimitero".
"Chi si occupa dei vostri beni allora? Questo ragazzo?".
"No, la mamma. Vi potrà dire lei stessa che nostro padre ha lavorato duramente per far andare bene il negozio. Lo sanno tutti".
“Anche noi siamo austriaci", dice Willi, con voce malferma e quasi impercettibile.
"Gli ebrei non sono nulla. Non hanno diritto di camminare dove camminano gli austriaci o di respirare la stessa aria. Dite a vostra madre che le SS andranno a cercarla domani mattina. Firmerà tutto quanto o la punizione sarà più severa di quanto possiate immaginare”.


Poi, quando tutto è finito, hanno recitato di fronte al mondo il ruolo di vittime: erano stati invasi, loro, e occupati, annessi dai cattivi nazisti, vittime più o meno come gli ebrei, non colpevoli, non carnefici: e quando mai?! E poco importa che l’annessione l’avessero invocata e accolta con gioia, poco importa che le loro violenze contro gli ebrei siano state addirittura superiori a quelle verificatesi in Germania, poco importa che la loro presenza – volontaria! – nei campi di sterminio fosse enormemente superiore alla loro percentuale nella popolazione del Reich: vittime! Nient’altro che povere vittime, senza alcun bisogno di fare i conti col proprio passato. E non è certo un caso che in Austria, a differenza che in Germania, non è mai stata pronunciata una sola condanna nei confronti di criminali nazisti.
Poi, sì, ci sono anche cose così:

Comincio a tremare di nuovo.
“Non faccia così, cerchi di avere un po’ di fiducia in me”. Continua a chiedere altri dettagli e scrive tutto. Alla fine smette di scrivere e si toglie gli occhiali. "Mi vergogno della mia gente. Che cosa mai è accaduto all'integrità degli austriaci?", chiede sospirando. "Ci sono però rimasti alcuni di noi disposti a rischiare qualcosa per aiutare un altro essere umano. Voglio che lei smetta di preoccuparsi adesso. Lasci la questione nelle mie mani. Conto ancora qualcosa in questo paese, nonostante il regime di terrore che hanno instaurato".
"Non avevo nessun altro a cui rivolgermi, avvocato Berger", aggiungo, ansiosa di spiegare la mia presenza nel suo studio. "Certo non voglio che lei metta a repentaglio la sua sicurezza. Siamo sicuri che andrà tutto bene e che la Gestapo non la incolperà di niente?".
"Non deve preoccuparsi di questo. Ho dedicato la vita al rispetto della giustizia e al suo servizio. Ma ora questa parola è priva di significato e quindi risponderò solo al mio senso di giustizia".
Anche se sono determinata a non farmi prendere dall'emozione, mi si riempiono gli occhi di lacrime. Proprio quando mi ero convinta che non ci fossero più persone coraggiose e moralmente integre in tutta Vienna, quest'uomo si è offerto di rischiare la propria vita per salvare le nostre.
"Signorina, so che è disperata, ma farò del mio meglio e le farò sapere entro un giorno o due". Alzandosi dalla sedia, aggiunge: "Non si preoccupi per i soldi adesso”, e mi mette una mano sulla spalla. “Anticiperò tutto il contante necessario e un giorno, quando la guerra sarà finita e forse potremo tornare a una vita normale, me li restituirà".
"Non so come ringraziarla, avvocato Berger". Gli stringo la mano vigorosamente.
Quando finalmente torno a casa, dico alla mamma e a Willi quello che ho fatto. Non riescono a credere che abbia avuto il coraggio di rivolgermi a un estraneo, come l'avvocato Berger, che non è ebreo, influente e probabilmente collegato ai nazisti e sono ancora più stupiti che sia disposto non solo ad aiutarci, ma a usare i suoi soldi per farlo. Pensano che sarebbe meraviglioso se ciò accadesse, anche se sono scettici.
Ma l'avvocato ha mantenuto la parola e dopo due giorni viene lui stesso da noi. Usare un intermediario sarebbe stato troppo rischioso. Si siede con la mamma, Willi e me nel nostro salotto e ci dice quello che ha organizzato. Ha comprato tutti e cinque i biglietti. Dobbiamo solo farci rilasciare i documenti necessari per emigrare e potremo espatriare.

E ogni volta che si incontrano persone così ci si chiede, con rabbia: se un solo uomo dotato di coraggio e buona volontà è riuscito a salvare così tante persone, quante vittime ci saremmo risparmiati se gli uomini degni di questo nome fossero stati un po’ di più? Vogliamo provare a ricordarne qualcuno? Perlasca più di 5000, Schindler 1200, Zamboni 280, Zofia Kossak, scrittrice polacca antisemita, circa 6000, Gerard e Jacob Musch, adolescenti olandesi, centinaia di bambini, Palatucci circa 5000, Danimarca e Bulgaria tutti …
P.S.: Il libro è stupendo: leggetelo!
P.P.S.: E si ficchino bene in testa una cosa, le anime belle: quando gli ebrei, sulle ceneri di Auschwitz, hanno detto “mai più”, intendevano dire mai più.

Vivian Jeannette Kaplan, Dieci bottiglie verdi, Edizioni Il punto d’incontro



barbara


4 agosto 2007

A PROPOSITO DI DON GELMINI

Naturalmente non so se sia innocente o colpevole e non ho alcun elemento per prendere una qualsiasi posizione, ma quando vengono fuori accuse infamanti nei confronti di preti che lottano contro la mafia o contro un qualunque altro tipo di criminalità organizzata disturbandone pesantemente l’attività, le mie antenne cominciano a vibrare. Quanto alla signora Luxuria che si precipita a dire “No ad assoluzioni preventive”, qualcuno dovrebbe informarla che qui non siamo in Unione Sovietica, né a Cuba: qui siamo in una democrazia, e nelle democrazie è la colpevolezza che deve essere provata e non decretata preventivamente, non il contrario. Almeno chi siede in parlamento, queste cose le dovrebbe sapere.

barbara


3 agosto 2007

EX



Ogni volta che devono parlare di Chelsea Clinton,



i giornali si sentono regolarmente in dovere di precisare: “l’ex brutto anatroccolo”. E io, ogni volta, guardando le foto mi chiedo perplessa: ex?



barbara


3 agosto 2007

UNA DONNA TRA DUE MONDI

Quel giorno ero a una conferenza in Giordania, e quando si seppe della notizia l’intera sala scoppiò in un applauso. Una mia amica esultò per suo padre, un ufficiale che era stato giustiziato pubblicamente da Saddam. Un altro amico giurò di accusarlo di genocidio per vendicare certi suoi parenti curdi uccisi dal gas insieme ad altre migliaia di persone.

È un’irachena privilegiata, l’autrice di questo libro: la figlia del pilota personale di Saddam. Non ha conosciuto le persecuzioni, non ha conosciuto il carcere, non ha conosciuto la tortura, non ha conosciuto la fame. E tuttavia …

                                         

I miei genitori si sposarono nel 1968 […]. La foto di loro che preferisco è in bianco e nero, scattata alla loro festa di fidanzamento, e li ritrae in piedi davanti a una pergola, sullo sfondo dei mobili da giardino in ferro battuto, papà tutto elegante in giacca e cravatta, mamma truccata pesantemente e con una minigonna anni ’60.
[…]
Le fotografie che conservo di queste donne, abbracciate per la vita davanti all’obiettivo, mi fanno tornare in mente quanto apparissero invincibili, alleate decise a ridefinire la femminilità, femministe alla moda che parlavano due o tre lingue e non vedevano perché non si potesse avere tutto: una laurea, un lavoro soddisfacente, dei bambini, tanti viaggi e divertimenti, e un marito innamorato.


Tutto questo, è bene ricordarlo, avveniva prima dell’avvento di Saddam (durante il suo regno, invece, avvenivano cose come questa): non è stato lui a modernizzare il Paese e portare libertà alle donne. Ed è bene ricordare anche che negli anni Novanta Saddam legalizzò il delitto d’onore. Io non lo sapevo, l’ho scoperto qui. Si scopre anche che

Nel 1995 Kamel, accompagnato dalla sua cattiva fama, sarebbe fuggito in Giordania portando con sé intere casse di fascicoli sugli attacchi biologici, nucleari e chimici ai quali aveva sovrinteso

ma questo è sicuramente un falso, dato che, come tutti sanno, le armi di distruzione di massa non esistono e se le è inventate Bush. E si scopre che gli iracheni di origine – vera o presunta – iraniana non sono fuggiti ma sono stati deportati. Ed è ampiamente documentato che le sanguinose divisioni fra sunniti e sciiti cui stiamo oggi assistendo non sono frutto della “guerra sbagliata” di Bush, ma sono state fabbricate a tavolino da Saddam, stravolgendo l’intero tessuto sociale e distruggendo i suoi delicati equilibri. Si trovano anche amenità come questa:

A pochi passi da lui c’era sempre la sua guardia del corpo personale, Abed […]. Non lo vidi mai senza berretto – ai soldati iracheni era proibito portare il berretto legato con degli spallacci all’uniforme perché così lo portavano i soldati israeliani.

Ma non sono molte le amenità nelle memorie di questa occupante di una gabbia dorata, obbligata a sorridere, anzi, ad apparire raggiante quando tutt’altro era il suo stato d’animo in mezzo all’infinita tragedia di una nazione e di un popolo.

Piccola nota a margine: fra i personaggi compare, ad un certo punto, anche un ragazzo palestinese. I suoi genitori, spogliati di tutto, non si sono fatti rinchiudere, dai fratelli arabi, in un campo profughi per farsi mantenere dagli aiuti internazionali, ma si sono rimboccati le maniche e si sono ricostruiti un’esistenza altrove. E il ragazzo, cresciuto in questo modo, non impiega il suo tempo e le sue energie per seminare morte, bensì per alleviare le sofferenze altrui. E quando fra israeliani e palestinesi sembra profilarsi uno spiraglio di pace, si precipita a offrire il suo contributo. Forse (forse …) se ne potrebbe (potrebbe …) dedurre che anche fra i palestinesi, quelli che riescono a sfuggire al lavaggio del cervello da parte di capi pronti a marciare sui loro cadaveri per raggiungere il potere, preferiscono la vita – propria e altrui – alla morte. Forse.
Il libro va letto, comunque: non ci sono scuse. Anche perché lei poi ha fatto questa cosa qui, e dovrete passare sul mio cadavere per permettervi di ignorarla:

                                

Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi nel mondo ci sono stati più di duecentocinquanta conflitti. Il novanta per cento delle vittime è costituito da civili e il settantacinque per cento di essi sono donne e bambini: mai come oggi le donne si trovano costrette a subire gli orrori provocati dalla guerra. Milioni di donne vengono violentate e strappate alle loro case e ai loro affetti. Sole e abbandonate, devono cercare di ricostruirsi un'esistenza senza sostegni materiali e affettivi. E sempre vengono escluse da tutti i negoziati di pace.
Fondata nel 1993, Women for Women International ha lo scopo di fornire un aiuto economico e psicologico alle donne vittime delle guerre di tutto il mondo. 0rganizza corsi per apprendere una professione, offre consulenze legali, facilita l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. Attraverso i suoi programmi le donne acquisiscono fiducia in se stesse, diventano cittadine attive e indipendenti e imparano a ricoprire un ruolo produttivo in modo da promuovere in prima persona la ricostruzione delle loro famiglie, delle loro società e, in ultima istanza dei loro paesi.
Dal 1993 a oggi Women for Women International ha aiutato più di 55.000 donne in Afganistan, Bosnia-Erzegovina, Colombia, Congo, Iraq, Kossovo, Nigeria, Rwanda e Sudan e ha distribuito più di 24 milioni di dollari in aiuti diretti e prestiti.
Per avere maggiori informazioni visitate il sito:
www.womenforwomen.org

Zainab Salbi, Una donna tra due mondi, Corbaccio



barbara


2 agosto 2007

COSÌ HAMAS EDUCA I BAMBINI PALESTINESI A UCCIDERE GLI EBREI

Tutte cose che sappiamo da sempre, ma un piccolo promemoria ogni tanto fa sempre bene.

Queste sono alcune delle poesie jihadiste propagate negli anni scorsi dalla televisione palestinese.

"Madre amatissima, sii felice del mio sangue",
"Quanto è dolce la shahada, com'è dolce il profumo del martirio, vado senza lacrime, senza paura, seguitemi",
"Con la tua morte hai portato vita alla nostra volontà",
"Con gioia morirò da martire",
"Milioni di Shahids in marcia per Gerusalemme",
"Porterò la mia anima sul palmo della mano e la getterò nell'abisso della distruzione".

Hamas ha sviluppato una pedagogia dell'annientamento ebraico, dove i figli di Israele sono ritratti come "cani" da abbattere con il martirio. Questa sanguinaria propaganda che spinge i bambini a immolarsi contro Israele, si è recentemente incarnata in due programmi di grande successo: il topo Farfur e l'ape Nahal. I terroristi che fanno strage di israeliani devono essere indicati come eroi e modelli per la società, e questa è la seconda componente dell'opera di creazione di terroristi suicidi fatta dall'Autorità palestinese. Nella società palestinese non sembrano esistere eroi e modelli più grandi dei terroristi suicidi. Campi estivi per bambini vengono intitolati a Wafa Idris e Ayyat Al Achras, terroriste suicide. Eventi sportivi vengono normalmente intitolati a terroristi suicidi, come quel campionato di calcio per quattordicenni cui è stato dato il nome di un terrorista che quattro anni fa massacrò 31 israeliani nell'attentato di Pasqua al Park Hotel di Netanya. Recentemente il ministero della Cultura dell'Autorità Palestinese ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata a Hanadi Jaradat, la terrorista che fece strage di 21 israeliani, ebrei e arabi, in un ristorante di Haifa.
Tornando ai due nuovi personaggi, Farfur è un topolino che insegna ai bambini a uccidere gli ebrei. L'emittente di Hamas Al Aqsa due settimane fa ha trasmesso l'ultima puntata di una serie che ha per protagonista il pupazzo Farfur. Nell'ultimo sketch, questo topolino viene picchiato a morte da un funzionario israeliano che vuole acquistare la terra palestinese contro la sua volontà. Il nonno di Farfur affida al nipote dei documenti dicendogli che "provano che la terra è nostra", la magica terra "coperta di fiori, ulivi e palme", occupata "nel 1948 dagli sporchi, criminali ebrei saccheggiatori". Farfur chiede: "Che terra, nonno?". Risposta: "La terra si chiama Tel Al Rabi, ma gli ebrei la chiamano Tel Aviv da quando l'hanno occupata". Il nonno consegna a Farfur "la chiave che userai quando la terra sarà riconquistata". Nella scena dopo compare il funzionario israeliano che interroga Farfur: "Abbiamo saputo che tuo nonno ti ha affidato le chiavi e i documenti della terra. Farfur, vogliamo comprare la tua terra, ti daremo un sacco di soldi e ci prenderemo i documenti". "No – risponde Farfur – noi non siamo gente che vende la propria terra a dei terroristi". "Farfur, dammi i documenti", insiste l'attore. "No, non ve li darò, non ve li darò", grida il pupazzo. L'attore picchia Farfur gridando: "Dammi i documenti". Farfur, sotto i colpi, continua a gridare: "Non li darò a degli odiosi terroristi, a dei criminali". Continua a picchiarlo, mentre Farfur grida "basta, basta!". Una bambina di nome Sara, che conduce il programma da studio, commenta: "Miei piccoli amici abbiamo perduto il nostro amatissimo amico Farfur. È diventato martire difendendo la sua terra. È diventato martire per mano di criminali e assassini che uccidono bambini innocenti". Chiama Shaimaa, ha tre anni. Sara chiede: "Hai visto, gli ebrei hanno fatto morire Farfur come un martire. Che cosa vorreste dire agli ebrei?". La voce della bimba al telefono risponde: "Non ci piacciono gli ebrei perché sono cani, li combatteremo". Sara interviene con tono sarcastico. "Ma no, Shaimaa. Gli ebrei sono buoni, gli ebrei sono nostri amici e noi giochiamo con loro, non è così?". La piccola ascoltatrice: "Hanno ucciso Farfur!". Sara sorride: "Hai ragione, Shaimaa, gli ebrei sono criminali e nemici, dobbiamo buttarli fuori dalla nostra terra".
Morto Farfur per mano degli ebrei perfidi, il nuovo protagonista della tv di Hamas è un'ape di nome Nahul e si è presentata alla conduttrice del programma dicendo d'essere il cugino di Farfur e di voler "continuare sulla strada di Farfur… la strada del martirio, dei guerrieri della jihad". "In suo nome ci prenderemo la nostra vendetta sui nemici di Allah, sugli assassini di profeti…". La stessa conduttrice, Sara, dice: "E tu chi sei? Da dove vieni?". L'ape Nahul: "Sono Nahul. Voglio essere con te in ogni puntata di 'Pionieri di domani', proprio come Farfur. Voglio continuare sulla strada di Farfur, la strada dell'islam, la strada dell'eroismo, la strada del martirio, la strada dei mujahiddin della jihad. Io e i miei amici seguiremo le orme di Farfur. E in suo nome ci prenderemo la vendetta sui nemici di Allah, sugli assassini dei profeti, sugli assassini di bambini, fino a quando libereremo Al-Aqsa dalla loro sozzura. Noi abbiamo fede in Allah". Il mufti di Gerusalemme nominato dall'Autorità Palestinese, Ikram Sabri, ebbe a dire che "più giovane è il martire, più viene ammirato, ed è per questo che le madri gridano di gioia alla notizia della sua morte. Il martire è invidiato perché gli angeli in cielo lo accompagnano alle sue nozze". Hamas negli anni scorsi aveva dedicato una canzone, accompagnata da un video, a Wafa Idris, che fece strage nel centro di Gerusalemme, la prima donna kamikaze: "Sorella mia Wafa, battito del cuore orgoglioso, bocciolo che era in terra e oggi è in cielo, sorella mia che hai scelto la Shahada, con la tua morte hai portato vita alla nostra volontà". Segue il coro "Allah Akbar, o Palestina degli arabi, Allah Akbar". Il ministero della Cultura dell'Autorità Palestinese di Arafat pubblicò il suo Libro del Mese, una raccolta di poesie in onore della terrorista suicida Hanadi Jaradat responsabile dell'assassinio di 21 israeliani innocenti. Il libro è stato distribuito come supplemento speciale del quotidiano Al-Ayyam. La raccolta comprende una poesia che celebra l'attentato terrorista della Jaradat definendolo "la meta più alta". La poesia è dedicata a Hanadi Jaradat, definita "Rosa della Palestina, Iris del Carmelo, Martire di Allah". La sera di sabato 4 ottobre 2003 la Jaradat si fece esplodere nel ristorante Maxim di Haifa uccidendo 21 israeliani, sia ebrei che arabi, compresi quattro bambini. Più di sessanta i feriti e mutilati. L'attentato venne rivendicato dalla Jihad Islamica. La poesia biasima la nazione araba perché ignora la jihad:

"Dov'è la nazione araba?
Gli eserciti si sono nascosti
non rimane nulla sul campo…
non il suono della jihad
tutti loro, nell'ora della decisione
si sono arresi, obbediscono al nemico…
O Hanadi! O Hanadi!
La vendetta chiama!…
La bandiera della nazione non sventola sui campi della jihad".

La poesia si conclude quando la terrorista prende l'iniziativa:

"Oh, Hanadi! O Hanadi!
Fa' tremare la terra sotto i piedi del nemico!
Fallo esplodere!
Hanadi disse: Sono le mie nozze,
sono le nozze di Hanadi
il giorno in cui la morte come martire per Allah diviene la meta più alta
che libera la mia terra".

Un anno fa la televisione palestinese ha ricominciato a trasmettere un videoclip in cui si vede il piccolo Mohammed al Dura, simbolo della cattiveria israeliana che uccide i bambini palestinesi, che invita i ragazzini palestinesi ad immolarsi per condividere con lui i piaceri del paradiso dei "martiri" bambini. Il Palestinian Media Watch ricorda che la compagna di indottrinamento messa in onda nel 2002-2003 dalla televisione palestinese fu tanto efficace che, a quell'epoca, il 70-80 per cento dei ragazzini palestinesi intervistati in tre diversi sondaggi dichiarava di voler morire da "martire". Solo nel marzo scorso ne vedemmo un altro. "Tu ami la mamma, vero? Dov'è adesso?". "In paradiso". "Che cosa ha fatto?". "Ha scelto il martirio". "Ha ucciso degli ebrei? Quanti ne ha uccisi?". È un'intervista trasmessa dalla televisione Al Aqsa, controllata da Hamas nella Striscia di Gaza. I due bambini sono figli di Rim Riashi, che il 4 gennaio del 2004 si è fatta saltare al valico di Erez uccidendo cinque israeliani. L'intervistatore incalza Mohammed: "Quanti ne ha uccisi?". Il piccolo, cinque anni, fa vedere le dita: "Così...". "Quanti sono?". "Cinque".
Nel 2001 un videoclip prodotto dal ministero per l'Informazione dell'Autorità Palestinese invitò i bambini a diventare martiri. Nel video si vede sempre al-Dura che giunge in un paradiso fatto di spiagge, cascate e ruote panoramiche da luna park. Al-Dura si rivolge ai bambini palestinesi dicendo: "Non vi dico addio, vi dico di seguire i miei passi". Dopo di che si vedono bambini e bambine palestinesi che lasciano i giocattoli e impugnano le pietre. Intanto, la canzone di sottofondo recita: "Come è buono il profumo dei martiri, come è buono l'odore della terra, della terra arricchita dal sangue, il sangue che sgorga da un giovane corpo".
Nel giugno del 2002 ne andò in onda un altro. Intervistatore: "Pensi che il martirio sia bello?". Wala: "Il martirio è molto, molto bello. Cosa potrebbe esserci di meglio che andare in Paradiso?". Ancora l'intervistatore: "E cosa è meglio: pace e pieni diritti per il popolo palestinese o il martirio?". Wala: "Il martirio! Otterrò i miei diritti dopo essere divenuta martire! Noi vogliamo restare ragazzi per sempre!".
Recentemente la televisione di Hamas ha mandato in onda un video della figlia di quattro anni della terrorista suicida Rim Riyashi che canta alla sua mamma e giura di seguire le sue orme. Il programma per bambini della TV Al Aqsa mostra un'attrice bambina che impersona il ruolo della figlia che osserva Riyashi mentre prepara la bomba e chiede a sua madre: "Mamma, che cosa porti in braccio invece di me?". La bambina poi guarda alla TV un'altra scena che presenta la morte della mamma mentre compie la sua missione suicida, e capisce che sua madre stava portando una bomba. "Solo adesso capisco che cosa per te era più prezioso di noi..." canta guardando la bomba. Nonostante senta la mancanza della mamma, giura di seguire le sue orme. Il video finisce con la bambina che apre il cassetto della madre e tira fuori i candelotti di esplosivo che la madre aveva lasciato lì.
(Giulio Menotti, il Velino, 23 luglio 2007)

Martiri per disperazione? Non siamo ridicoli, per favore.
(No, non ho dimenticato che data è oggi, ma ho deciso che non voglio)


barbara


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1 agosto 2007

ADDIO “ADDIOPIZZO”?

Si chiama Rodolfo Guajana, ha 53 anni, è uno dei 198 aderenti all’associazione “Addiopizzo”. Prima gli hanno bloccato le serrature del magazzino con la colla, e lui è andato avanti. Poi gli hanno lanciato una bottiglia incendiaria nello spiazzo d’ingresso, e lui è andato avanti. Adesso un incendio gli ha distrutto tutto: tre capannoni in un’area di cinquemila metri quadrati, centotrent’anni di lavoro ingoiati da fiamme alte fino a dieci metri, scoppiate alle quattro di mattina. Magari potrebbe anche essere stato un incidente. Magari. Lui ha intenzione di andare avanti ancora e ricominciare daccapo. Certo, se lo stato non continuasse a latitare abbandonando nelle mani dei carnefici chi tenta di dire no, come ha fatto con Dalla Chiesa, come ha fatto con Falcone, come ha fatto con Borsellino, come ha fatto con centinaia di giudici e poliziotti coraggiosi, come ha fatto con Libero Grassi, magari sarebbe meglio. Magari.

barbara


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io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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