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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 luglio 2007

LE LETTERE DI PASQUINA

Il popolo dei ritardi.

Cari Ministri che avete la responsabilità dei trasporti, dei servizi pubblici, della viabilità, delle infrastrutture, dell’ambiente, delle liberalizzazioni e di tutte quelle gravi questioni che non vi lasciano dormire la notte (anche perché, durante il giorno, vi stancate troppo a rilasciare dichiarazioni sulla giustizia, la polizia, i servizi segreti, le pensioni, le intercettazioni, la Costituzione), sentite un po’ che cosa è successo sabato 21 luglio a chi ha viaggiato da Ancona a Roma.
Sono le due del pomeriggio, il binario del treno interregionale 2327 per Roma delle 13.52 è affollato di vacanzieri, turisti vari, qualche famiglia con ragazzini, un po’ di nonne, diversi immigrati, un paio di professionisti. 300 persone circa, sedute comode, in attesa di partire. Ritardo annunciato, 25 minuti. Però, ogni volta che ci si affaccia, il ritardo si allunga: 40, 45, 50, 55 minuti. Qualcuno comincia ad insinuare che Trenitalia abbia intenzioni sodomitiche nei confronti dei suoi amati clienti. Ma tra i viaggiatori si aggira una “controllora” carinissima, gentile, efficiente, che informa, telefona, rassicura e sorride. Si chiama Rachele e in 5 minuti tutti la invocano per nome. Ci dice che tra Jesi e Montecarotto ha preso fuoco una fabbrica di gomme vicina ai binari, ma che presto arriveranno 3 bus per by-passare l’incendio. E, infatti, alle 16.30 si parte su tre megatorpedoni. Penso che dovrò chiedere il cognome di Rachele e scrivere una lettera di apprezzamento a Trenitalia per la professionalità dei suoi impiegati.
Alla stazione di Montecarotto ci sono una quarantina di gradi ma di treni nemmeno l’ombra. Tra i viaggiatori cresce la solidarietà degli sfigati: ci si invita alla pazienza, ci si rassicura, ci si informa. Reciprocamente. La fiducia domina, ci sentiamo buoni e quasi fortunati mentre il bar della stazione fa l’affare della sua vita esaurendo le scorte di acqua minerale e anche il cagnino di una delle nonnette può avere la sua razione. Alle 17.30 arriva il treno, saliamo, partiamo, sembra una gita scolastica che si è messa al meglio. Quasi quasi lancio un canto di montagna. Ma facciamo meno di 30 km e l’incanto finisce: a Fabriano, tutti giù, c’è un altro incendio un po’ più in là e non si passa.
La fiducia e l’ottimismo rimangono sul treno. Sul piazzale, ad attendere i bus per oltrepassare la zona incendiata, ci sono 300 persone stanche e molta rassegnazione. Ad un tratto Michele comincia a dare di matto, urla che la sua bambina non fa pipì dalle 11 di stamane perché ha schifo dei cessi del treno. Arrivano due poliziotti e offrono i loro servizi igienici “che sono meglio” e sembra che la piccola riesca a risolvere. Più in là, sul piazzale, un bimbino sudamericano piccolissimo se la dorme alla grande. Parliamo del secondo incendio. E’ di boscaglia e – dice una signora di Fabriano – ogni anno scoppia in quel punto e anche più volte di seguito nella stagione secca. Autocombustione? No, è che i binari fanno una curva stretta, i treni frenano con vigore e le scintille partono a raffica verso gli arbusti aridi. Ci vorrebbe così poco a mettere un riparo, ma “nessuno fa più manutenzione della linea” da quando c’è Trenitalia.
Sono ormai le 18. Abbiamo fatto sì e no 80 km in 4 ore. Ne mancano più di 200. La gente comincia a brontolare, un professionista strilla che denuncerà tutti, dal governo al Vaticano, poi ha un guizzo di lucidità e si zittisce. Stiamo andando in depressione quando, improvvisamente, passa un corteo nuziale e tutti applaudono e urlano auguri e per un attimo ci si ricarica e ci si sorride, un po’ vergognosi di essere così bambini. Per fortuna, perché non ci muoveremo per altre due ore, anche se, al momento, non lo sappiamo ancora. A tirarci coi piedi per terra arrivano due ambulanze e un furgoncino della protezione civile con provviste di acqua. Ma i bus non si vedono.
Forti i ragazzi di Bertolaso! Sanno che la situazione è bloccata, ci guardano in faccia e la buttano sul razionale. Partiremo, certo che partiremo, arriveremo a Roma, certo che arriveremo, ma bisognerà aver pazienza ancora per due o tre ore. Il popolo del ritardo si affloscia. Quando arrivano due bus, dopo un bel po’, c’è l’assalto. Hanno la meglio i giovani e i professionisti. Nonne, famiglie, immigrati e qualche persona più mite o più stanca restano sul piazzale e, dalla depressione, passano allo scoramento definitivo. Non si vedono più né ferrovieri né poliziotti: gira la voce che sono andati a casa perché è finito il turno. Anche il bimbino sudamericano si mette a frignare piano piano. Michele insulta tutti sempre più forte mentre le nonne, gentilmente, gli dicono di non fare così, che non è bene per la bambina che poi impara le parolacce.
Signori ministri, l’avete mai incontrato questo gran popolo della seconda classe dei treni regionali?
E’ solo verso le 21 che i superstiti risalgono sul treno: il fuoco è sotto controllo. Passando dal luogo dell’incendio si sente la puzza, acre di bruciato e, dal finestrino, entra qualche foglia combusta e vagante. Gli incendi brutti, quelli appiccati da bastardi criminali scoppieranno a partire da domani, per ora è solo un’avvisaglia. Ma anche questo non lo sappiamo ancora e, infondo, pensiamo che lo sole vittime siamo noi e che, alla fine, ci è andata bene e stanotte dormiamo a casa. Rachele è ancora dei nostri. Ha l’aria molto stanca. Non le chiedo più il cognome. Nessuno ci chiede il biglietto.
Con esasperanti, lunghe fermate in tutte – proprio tutte - le stazioni, arriviamo a Terni e poi a Orte. Un gruppo di giovani reduce da Rimini scende allegro, li guardo dal finestrino, mi salutano “Arrivederci, signora, stia bene!”.
Cari signori Ministri, non avete idea di come scaldi il cuore una frase del genere, alla decima ora di viaggio, se vogliamo chiamarlo viaggio...
Non so se vi occuperete delle frequenti disfunzioni sulla linea Ancona – Roma. Non so se c’è un qualche controllo effettivo ed efficace su Trenitalia. So che gli incendi non li appiccate voi e che “può capitare” e penso con grande tristezza al pilota del Canadair della protezione civile che ci ha lasciato la vita. Ma sappiate che il popolo dei ritardi vi sente lontani, siderali, altri e che, se c’è un guaio per la democrazia, è proprio questo. Se mai voleste rifletterci, in questi giorni torridi.
Buon lavoro e buone vacanze e, mi raccomando, continuate a dichiarare perché, se no, i giornali non sanno più che cosa pubblicare.

Pasquina

NOTA: non sono ammesse illazioni sull’identità di Pasquina.

barbara


30 luglio 2007

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

È accaduto dunque che per le infermiere bulgare e il medico palestinese in Libia è stata confermata la condanna a morte, e che il mondo intero, per queste persone la cui innocenza è provata al di là di ogni possibile dubbio, ha chiesto clemenza: la giustizia, evidentemente, sul pianeta Terra, è diventata utopia.
È accaduto che gli assassini di 27 bambini morti in una scuola sbriciolatasi alla prima scossa di terremoto sono tutti innocenti (per il commento vedi sopra).
È accaduto che uno guida ubriaco, ammazza tre bambini e non va in galera (per il commento vedi sopra).
È accaduto che un gentile signor sindaco ha deciso di pagare gli avvocati per un branco di stupratori di una ragazzina per non rischiare che si dovessero accontentare dei difensori d’ufficio, magari non tanto bravi come quelli pagati. Poi un sacco di gente ha piantato su un putiferio e allora il sindaco ci ha ripensato (per il commento vedi sopra).
Poi succede che un certo numero di mogli, stufe di vedere i propri mariti dilapidare tutti i risparmi al bordello, si rivolgono all’autorità. E naturalmente chi fa il resoconto della vicenda si richiama a Bocca di rosa. Ora, a parte il fatto che il richiamo è del tutto fuori luogo dato che Bocca di rosa, notoriamente, non lo faceva per professione e la protagonista del recente fatto di cronaca invece sì, l’episodio mi ha indotta a riflettere sulla canzone di De Andrè, e in particolare su due versi: “l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”: quanto disprezzo, quanto disgusto, quanto livore contro queste povere mogli tradite! Cuore traboccante d’amore per ladri e falsari, papponi e spacciatori, assassini banditi e terroristi, e non una briciola di umana pietà per la gente onesta vittima dei suddetti. Come da sempre continuo a ripetere, Dio ci salvi dalla perfidia dei buoni di professione.
Leggo infine che in Russia si ripristina l’uso dei manicomi, con trattamenti forzati – e possiamo immaginare quali, e con quali conseguenze – per chi si permette di dissentire dal signore e padrone di tutte le Russie: si prevede la prossima riapertura dei Gulag in Siberia.
Quanto a me, sono stata al mare, mi sono riposata, mi sono abbronzata, mi sono spellata le tette, mi sono beccata l’ennesima sinusite in pochi mesi che mi ha costretta a imbottirmi ancora una volta di antibiotici e cortisone, ho incontrato la meravigliosa Giacomina che mi ha riempita di meravigliosi regali, ho letto una quindicina di libri di cui – quasi tutti – vi beccherete le recensioni. Ecco, per oggi è tutto.

barbara




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2 luglio 2007

VADO

(Questa volta ho deciso che vado). Come regalo di congedo vi lascio una mia foto antica, ma un po’ meno antica delle altre due, in versione osé.

                                                

Chiedo scusa a tutti gli amici che ho visitato molto meno di quanto loro abbiano visitato me, ma finché non mi fanno la riforma dell’orologio e mi concedono la giornata di 48 ore mi ritrovo a fare un po’ troppi salti mortali – tanto che ormai sono sull’orlo del crollo, e anche così a fare tutto non ci arrivo. Vabbè. Vi lascio. Ma ricordatevi che anche mentre me ne sto a mollo



vi tengo d’occhio. (e poi vi regalo ancora questo. Perché la speranza, nonostante tutto, è sempre l’ultima a morire)

barbara




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1 luglio 2007

EURABIA

                                              

(Nota: post lungo. Ma tanto adesso vado in vacanza, quindi potete anche leggerlo a rate)

Gli accordi economici tra la CEE e il mondo arabo, di fatto, andavano ben oltre i trattati commerciali: conducevano l'Europa a una progressiva soggezione agli obiettivi politici arabi, spesso accolti con interesse ed entusiasmo. I membri del DEA (dialogo euro-arabo, ndb) - in particolare la Francia - richiedevano la presenza di una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali in cui la CEE si allineava alle posizioni antisioniste della Lega araba. Nel 1968 l’OLP aveva riunito vari gruppi terroristici sotto la leadership del movimento al-Fatah di Yasser Arafat, il quale nel febbraio 1969, fu eletto presidente del suo comitato esecutivo e comandante in capo dell'OLP. Il Dialogo divenne il principale veicolo della sua legittimazione e preparò la strada al suo riconoscimento ufficiale e diplomatico. Per la prima volta l’OLP ottenne il rispetto e la stima internazionale che occultarono la sua reputazione di gruppo terroristico, conquistata fin dal ‘65 con azioni di sabotaggio, omicidi, rapimenti di ostaggi e gesti terroristici.
Gli sforzi del DEA per legittimare l’OLP produssero effetti immediati ed elevarono Arafat al rango di statista. Il vertice arabo di Rabat (1974), che riconosceva l’OLP come unico rappresentante legittimo dei palestinesi, gli spianò la strada del successo: il 14 ottobre 1974 Arafat parlò all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. In Europa, intanto, i gruppi neonazisti e fascisti gli garantivano il loro appoggio, mentre i paesi comunisti dell’area sovietica offrivano campi di addestramento alle sue milizie.
Sul piano diplomatico la Francia, che sosteneva la causa palestinese, espresse per bocca del suo rappresentante permanente al Consiglio di Sicurezza Louis de Guiringaud, gli argomenti che avrebbero costituito l’ossatura ideologica del DEA. Nel suo discorso, Guiringaud citò il presidente francese Giscard d’Estaing, che ormai attribuiva le cause del conflitto non al rifiuto arabo di riconoscere Israele, ma alla questione palestinese:
«Il nocciolo del problema è riconoscere che non può esservi una pace durevole in Medio Oriente fino a che non si troverà una soluzione equa alla questione palestinese. Ora, dal momento che la comunità internazionale ha riconosciuto l’esistenza di un popolo palestinese, qual è la naturale aspirazione di un popolo? Quella di avere una patria».
L’espressione soluzione equa, che per molti implicava la scomparsa di Israele o il suo relegamento all’interno di confini indifendibili, unita a «diritti legittimi dei palestinesi», costituiva ormai la piattaforma politica della CEE. Nella sua dichiarazione, Guiringaud riprendeva formule abituali nei testi arabi, quali la necessità per i palestinesi, che ormai avevano fatto capire al mondo di essere un popolo, di esprimersi senza intermediari. Egli teorizzava il ruolo chiave della realtà palestinese, questo «elemento nuovo» che, da solo, avrebbe deciso della pace, e celebrava le qualità di statista di Yasser Arafat. Chiedeva, infine, una soluzione complessiva anziché una pace separata e, con uno straordinario cortocircuito storico, collocava Israele e i palestinesi in una fantomatica simmetria: «Ciò che colpisce nella storia di questi due popoli è la comunanza nella sventura. Entrambi hanno conosciuto la sofferenza e l’esilio. Nati in una delle culle della civiltà occidentale, hanno sperimentato entrambi le peggiori vicissitudini. Nulla è stato loro risparmiato».
In questo discorso non c’era niente di vero. Gli arabi di Palestina, discendenti di diverse tribù di immigrati coloniali musulmani, imposero agli ebrei nativi della Terra Santa uno dei peggiori sistemi di oppressione ed espropriazione, la dhimmitudine, che li obbligò a sopravvivere per 13 secoli in esilio. Inoltre, la patria dell’islam e degli arabi è l'Arabia, che non è affatto una delle culle della civiltà occidentale. Nonostante l’incredibile falsità di questo discorso, nei tre decenni successivi la politica europea in Medio Oriente si sarebbe sviluppata alla luce del quadro politico e ideologico da esso delineato.
L'influsso degli arabi sulle ambizioni economiche europee si fece ben presto sentire, imponendo al Consiglio Europeo dei ministri le loro direttive riguardo a Israele. L'incontro del DEA sulla cooperazione euroaraba, tenutosi ad Amsterdam nel 1975, vide riunito un gran numero di ambasciatori, diplomatici, universitari ed esponenti del mondo dei media europei e arabi. Nel corso del dibattito Ibrahim ’Al-’Ubaid, direttore generale del ministero delle risorse petrolifere e Minerarie dell'Arabia Saudita, espresse perfettamente lo spirito del Dialogo: «Insieme e su un piano di parità, europei e arabi possono, mediante “una strategia di interdipendenza”, pianificare in primo luogo l’eliminazione della spina nel loro fianco - il problema israeliano – e dedicarsi all’erculea fatica che li attende». (pp. 88-90)

Capita, a volte, che anche persone che come me hanno letto decine di libri e migliaia di documenti su un determinato argomento e pensano perciò di sapere più o meno tutto, scoprano improvvisamente che in realtà le proprie lacune in materia sono a dir poco abissali. A me è capitato con Eurabia: nessun teorema, nessuna interpretazione, ma unicamente dati e fatti, nudi e rigorosamente documentati. E la scoperta, tanto per cominciare, che il termine Eurabia non è stato inventato né da Bat Ye’or, né da Oriana Fallaci, bensì – sorpresa sorpresa! – dagli arabi che ne hanno fabbricato il concetto e imposto l’attuazione, molto prima che queste due donne cominciassero a denunciarlo, come possiamo vedere qui:

A poco a poco, però, la CEE/UE ha uniformato e rafforzato i suoi legami con i paesi arabi grazie all'aumento della popolazione musulmana immigrata in Europa, alle sinergie culturali e alle reti istituzionali che diffondevano la propaganda europalestinese. La CEE si è allineata alle direttive della Conferenza dell'XI vertice arabo (Amman, 25-27 novembre 1980), che aveva conferito legittimità e rispettabilità ad Arafat, padrino del terrorismo internazionale ed eroe del jihad arabo contro gli infedeli.
La CEE ha fatto propria la patologica ossessione araba, che attribuisce a Israele una centralità malefica, in grado di eclissare tutti gli eventi del pianeta, e l'ha trasformata in una chiave di interpretazione e di politica internazionale, facendo del conflitto arabo-israeliano la sua priorità assoluta, senza accorgersi dei pericoli che minacciavano la sua sicurezza e il suo avvenire. Grazie al suo implicito coinvolgimento nel jihad arabo-musulmano contro Israele, sotto lo slogan «pace e giustizia per i palestinesi», ha rinnegato tutti i suoi valori e i fondamenti stessi della sua, civiltà. È così che ha abbandonato i cristiani del Libano ai massacri palestinesi (1975-1983), quelli sudanesi al genocidio del jihad e alla schiavitù, e i cristiani del mondo islamico alle persecuzioni della dhimmitudine.
L’APCEA costituisce il veicolo che trasmette le richieste del blocco arabo all'UE. Questo gruppo di parlamentari rappresenta tutti i principali partiti europei, è sostenuto dalla Commissione Europea e mantiene i contatti con la Presidenza dell'UE. Tutti i vertici parlamentari euroarabi si svolgono secondo un identico schema. I parlamentari europei hanno il compito, sul piano internazionale, di promuovere in Europa la politica araba all'insegna dello slogan «pace e giustizia», e sul piano interno, di rafforzare l'influenza islamica nell’UE, attuando le politiche sull'immigrazione previste dal Partenariato.
Nel 1996 (29 novembre-1 dicembre) si è svolta, all'Assemblea nazionale di Amman, la conferenza annuale del Dialogo Parlamentare Euroarabo, organizzata congiuntamente dall'UIPA e dall'APCEA. Essa ha visto riuniti membri di 12 Parlamenti nazionali arabi, di 14 Parlamenti nazionali europei e del Parlamento europeo, più il rappresentante della Lega Araba e quello dell'UNRWA in veste di osservatori. L'Unione Inter-Parlamentare Araba (UIPA) è un'organizzazione ufficiale in cui siedono parlamentari arabi designati dalle rispettive Assemblee. Istituita nel 1974, all’indomani della guerra dell'ottobre 1973 e qualche mese dopo la fondazione dell’Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euro-Araba, essa permette ai rappresentanti dei vari Parlamenti membri di riunirsi e coordinare le loro attività. Si tratta di un organismo ufficiale, a differenza dell' APCEA, che comprende parlamentari scelti su base volontaria e individuale. La presidenza dell’UIPA è esercitata a turno dai vari paesi, e include 21 sezioni nazionali: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Gibuti, Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Qatar, Mauritania, Marocco, Palestina, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Il segretariato generale ha sede a Damasco. (pp. 152-153)

E qual è lo scopo di tutto questo? Bat Ye’or lo spiega e poi, nelle pagine successive lo dimostra e lo documenta:

Si potrebbe pensare che questo jihad non miri solo alla distruzione di Israele. E invece è stata proprio la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l’impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Sono questo collante, questa spiritualità che oggi si disfano e si disintegrano in Eurabia, dove il culto della fine di Israele, alimentato dalla «palestinità», assicura il trionfo dell'ideologia dell'odio propria del jihad. Il palestinismo, nuovo culto europeo che ha preso il posto della Bibbia, sta dando forma, all'interno di Eurabia, ai miti fondanti del jihad: la supremazia morale e politica dell'islam.
Il binomio Israele-Palestina rappresenta quindi il nucleo fondante della genesi e della costruzione di Eurabia: un progetto - come vedremo in queste pagine – imposto dalle pressioni terroristiche del blocco arabo a un’Europa i cui leader politici non chiedevano altro che farsi convincere. Perciò il mio lavoro, sebbene concepito in origine come uno studio sull'avanzata della «dhimmitudine» in Europa, non può prescindere da Israele, elemento chiave dell’identità e della spiritualità eurocristiana, come la Palestina lo è di Eurabia. Israele infatti si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Il processo di rovesciamento e stravolgimento dei valori insito in Eurabia dà luogo a opzioni ideologiche e scelte di vita conseguenti. (p. 8)

Fin dagli anni '70, una sorta di tabù aveva circondato l'argomento in Europa, anzi, lo aveva addirittura estromesso dalla storia. È stato necessario attendere l’attacco jihadista agli USA
dell'11 settembre 2001 perché il muro di silenzio si rompesse. Infatti la guerra dichiarata dal presidente Bush al terrorismo islamico ha sconvolto i leader politici europei, mentre al tempo stesso le inchieste giudiziarie rivelavano che la maggior parte degli attentati terroristici contro gli Stati Uniti e gli altri paesi era stata istigata da cellule islamiche sparse per l'Europa.
Così, le onde d'urto dell'11 settembre hanno raggiunto l'Europa: nelle sue periferie, tra gli immigrati, si sono rivelate chiaramente la popolarità di Bin Laden e la fierezza per gli attacchi terroristici sferrati all'America, simbolo di un Occidente odiato. Stupefatti e costretti a uscire dal loro torpore, gli europei hanno iniziato allora a scoprire il nuovo volto di Eurabia: un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non aveva ormai più niente a che vedere con l'Europa. Fin dal VII secolo e per oltre un millennio, l'Europa aveva resistito alle armate jihadiste che, dai territori islamici, muovevano all'assalto delle sue isole e delle sue coste. Ma a partire dal 1968, sotto la pressione del terrorismo palestinese, dell'attrattiva esercitata dall'oro nero e di uno strisciante antisemitismo, la CEE ha inaugurato una linea del tutto diversa, optando deliberatamente per una politica di integrazione con il mondo arabo, secondo una dottrina che prevedeva l'unificazione delle due sponde del Mediterraneo. L'Europa doveva riconciliarsi con un mondo che avrebbe poi incorporato, e che l'avrebbe portata a espandersi in Africa e in Asia. I tre sintomi più evidenti di questa politica? L’antiamericanismo, l'antisemitismo/antisionismo e il culto per la causa palestinese, tre orientamenti imposti e diffusi dai vertici dell’Unione Europea in ogni stato membro, dagli strati più alti a quelli più bassi della scala sociale, tramite un potente apparato e una fitta rete organizzativa.
Nella confusione generata dall’improvvisa comparsa del terrorismo islamico sul suolo americano, dalla guerra contro i talebani in Afghanistan e dalla politica del caos e delle bombe umane inaugurata da Arafat in Israele, i governi europei, legati a doppio filo ai paesi arabi, hanno adottato la politica dello struzzo, facendo a gara a dichiarare che il terrorismo islamico non esisteva. Quello che impropriamente veniva definito «terrorismo», altro non era che l'esito della follia, la stupidità, e l'arroganza della la politica americana, della sua «ingiustizia» nei confronti dei palestinesi, della sua strategia dei «due pesi e due misure». La vera fonte del terrorismo, la causa principale della guerra era Israele, genericamente designato come «l'ingiustizia» e responsabile, con la sua sola esistenza, della frustrazione e umiliazione dell’intero mondo islamico, della miseria, della disperazione e di tutti gli altri innumerevoli mali che affliggono 22 paesi arabi, nonché delle guerre che insanguinano il pianeta. Bastava eliminare «l’ingiustizia» per portare a compimento l'armoniosa intesa euroaraba, la purificazione del mondo e la pace. (pp. 16-17)

Vi sembra esagerato? Vi capisco: anche a me è sembrato esagerato. E continuerei a trovarlo esagerato se non fosse che ogni parola è puntualmente documentata.

Durante tutto il periodo del mandato inglese, e fino all’inizio degli anni '70, gli arabi di Palestina non si erano mai considerati un’entità separata e differenziata dagli altri arabi. Il termine «palestinese» allora designava gli ebrei. Prima del 1967, quando, l'Egitto occupava Gaza e la Transgiordania controllava tutta la riva occidentale del Giordano, nessun popolo palestinese ne aveva mai rivendicato l’indipendenza. Anche all’inizio degli anni 70, l'idea di un popolo palestinese distinto dalla «nazione araba», era inconcepibile. Infatti l'articolo 1 della Carta Nazionale Palestinese, nella versione emendata del 1968, afferma: «La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese; è una parte indivisibile della patria araba, e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba». Analogamente la dichiarazione della Conferenza di Algeri del 1973 – come peraltro le dichiarazioni seguenti - parla di una «nazione araba» determinata a recuperare le sue terre. Il territorio israeliano era ritenuto appartenere non a un'entità arabo-palestinese a se stante, ma a una nazione araba globale, i cui membri sostenevano i loro fratelli in Palestina. Questa concezione corrisponde peraltro alla visione islamica del mondo.
Era quindi consuetudine riferirsi non – come fece per la prima volta la Dichiarazione di Bruxelles – a un «popolo palestinese», ma semplicemente agli arabi di Palestina. Essi non erano affatto diversi dai loro fratelli giordani che vivevano sul 78% del territorio palestinese, smembrato dai colonizzatori britannici nel 1922 per costituire, nella stessa Palestina, l’emirato ashemita di Transgiordania, divenuto Regno di Giordania nel 1949. Il sorgere ex nihilo di un popolo palestinese, dopo l’embargo arabo sul petrolio del 1973, si accompagnò a una politica europea tesa a consolidare la legittimità e la superiorità dei diritti palestinesi rispetto a quelli israeliani. Questa politica non era altro che una ripresa della teologia cristiana della sostituzione, la quale giustificava, tramite una propaganda basata su calunnie, la distruzione di Israele. Essa coinvolgeva la CEE in una collusione attiva con il mondo arabo volta a smantellare lo stato ebraico, secondo il programma inserito nella XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese, svoltasi a Il Cairo il 9 giugno 1974. (pp. 58-59)

Queste cose qui invece le sapete benissimo perché le avete lette nel mio blog alcuni miliardi di volte, SEMPRE accompagnate da inoppugnabile documentazione.

Dopo aver passato in rassegna le diverse sfere del mondo islamico - pensiero, cultura, economia, finanze, investimenti, centri e università islamiche a livello mondiale, il settore della predicazione e l’agenzia islamica di informazione internazionale – ‘Al-Tuhami fece una sintesi del suo intervento, di cui proponiamo qui i seguenti punti:

1. Creazione e attivazione di un’agenzia internazionale di informazione islamica.
5. Convocazione urgente di esperti per diffondere l’islam a livello mondiale, e creazione di un fondo per il jihad come tappa preliminare per definire i compiti da affidare a tale fondo in conformità alle precedenti risoluzioni, e metterli in atto ovunque sia possibile. L’adesione a questo fondo è aperta a tutti, senza alcuna restrizione, e va coordinata con i progressi del piano d'azione del jihad in tutti i settori, secondo quanto già menzionato.
7. Incoraggiare le attività dei centri culturali e delle organizzazioni in Europa, e creare due centri culturali nel continente […] Inoltre, occorre sostenere i centri già esistenti e promuovere le loro iniziative anche in America e in Africa.

Mi permetto di attirare l’attenzione sul fatto che le frasi sopra riportate non sono deliri di Bat Ye’or, bensì dichiarazioni del signor Muhammad Hasan ’al-Tuhami, segretario generale della Conferenza Islamica, nel corso della II Conferenza Islamica a Lahore.

Come
vedremo nei prossimi capitoli, nei decenni successivi il DEA sarebbe diventato lo strumento decisivo del successo di questo progetto. Infatti i programmi, educativi e culturali dei centri islamici europei, introdotti dal DEA nelle scuole del continente, rispecchiano le idee dei sottoscrittori del fondo per il jihad enunciate da ’Al-Tuhami. Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei.
A partire da quegli anni, in tutta Europa, con la benedizione dei suoi governi, si sono sviluppati centri culturali islamici. Sotto l’egida spirituale dei Fratelli Musulmani, tali centri hanno creato reti e organizzazioni che educano e addestrano militanti contrari all’integrazione degli immigrati nella società degli infedeli, preparando l’avvento del futuro islam europeo, radicalmente ostile alla civiltà in cui vive. Il DEA ha permesso ai Fratelli Musulmani, sostenuti da cospicui finanziamenti, di tessere le loro ramificazioni in tutta l'Europa occidentale. Da Ginevra, Sa’id Ramadan (1926-1995), genero di Hasan ’al-Bannah, fondatore dei Fratelli Musulmani, creò centri islamici in Svizzera, a Monaco, in Gran Bretagna e Austria. I Fratelli istituirono banche islamiche in Lussemburgo (1977), Danimarca (Copenhagen), a Londra e negli USA, per finanziare le attività della
da’wah.
A livello internazionale, la diplomazia congiunta auspicata da DEA impegnava la CEE a difendere le cause musulmane, in particolare quella palestinese, in ogni circostanza. Le cospicue somme di denaro elargite ai paesi arabi, soprattutto ai palestinesi, garantivano alla CEE la precaria sicurezza del dar al-suhl, la terra del trattato, che dura finché nessun ostacolo si frappone alla da'wah. L’Europa ha tentato di sventare la minaccia del jihad che incombe su dar al-harb optando per una politica di conciliazione/collusione con il terrorismo internazionale e incolpando Israele e gli Stati Uniti delle tensioni jihadiste. Questa situazione le ha permesso di conservare il suo statuto di dar al-suhl, vale a dire terra della collaborazione sottomessa, se non della resa agli islamici radicali. (pp. 74-75)

Dunque la mancata integrazione degli immigrati islamici non è una disgrazia che ci è capitata sulle spalle, bensì il frutto di una scelta politica ben precisa, che stiamo pesantemente pagando – attentati di Madrid e di Londra, più gli altri sventati, stato di insicurezza per tutti noi – e che molto più ancora pagheremo in futuro. Forse come singoli non possiamo fare molto per allontanare il temporale che sempre più si sta addensando sulle nostre teste, ma possiamo, se non altro, non farci cogliere impreparati. Per esempio leggendo quell’autentica miniera di notizie che è “Eurabia”.

Bat Ye’or, Eurabia, Lindau



barbara


1 luglio 2007

LE GRANDI DOMANDE

Bikini o costume intero? È la domanda che tutte le donne si stanno ponendo: l’hanno detto alla radio. E io, lo confesso, ho gravemente mancato ai miei doveri di donna. E dunque, per rimediare, invito Alcestis, Alessandra, Apegiulia, Ariela, Barbara, Bippì, Bubu, Cespuglio, Dilwica, Eco, Eli, Esperimento, Francy, Frine, Liberaliperisraele, Lunatica, Muffin, Nausicaa, Raissa, Stefania, Vanillina, Zemzem – più tutte quelle che posso aver dimenticato, e me ne scuso, ed eventuali altre bimbe casualmente di passaggio – a una seduta di autocoscienza per trovare la risposta che cambierà le sorti dell’umanità. E naturalmente ci guarderemo bene dall’occuparci di cazzatine come l’aggressione subita da Dounia Ettaib, il rifiuto di ammettere l’associazione delle donne marocchine a costituirsi parte civile nel processo agli assassini di Hina, gli attentati sventati a Londra, Maddie scomparsa nel nulla, i tre ragazzi israeliani scomparsi anch’essi nel nulla …

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










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Anna Politkovskaja: non perdoniamo
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Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








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