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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2007

PICCOLA ANNOTAZIONE A MARGINE

della foto postata più sotto. Il professore davanti al centro è quello di storia e filosofia. Durante la guerra – questo l’ho saputo da altri, non da lui - aveva fondato insieme ad Eugenio Curiel l’unica cellula comunista del Veneto. Quando Curiel, ebreo, si è dovuto dare alla latitanza, è rimasto a reggerla da solo, e l’ho ammirato molto (Curiel poi è stato ucciso, ma in uno scontro a fuoco e non in una camera a gas, ed è già qualcosa di confortante). Finito il liceo, sono rimasta in contatto con lui, e ogni tanto lo andavo a trovare. È stato in una di quelle occasioni che mi ha raccontato che lui, per formazione e per sentimenti, era cattolico anarchico con il culto della non violenza, “ma quando ho visto che cosa facevano i nazisti ho capito che c’era una sola cosa da fare per venirne fuori: ucciderli”. E l’ho ammirato molto. Dopo la sua morte un gruppetto di amici hanno deciso di fare un libro su di lui, e hanno chiesto il contributo di una testimonianza a tutti quelli che lo avevano frequentato. Anch’io ho dato la mia. Quando il libro è uscito ho appreso su di lui molte cose che ignoravo. Ho appreso per esempio che in nome del supremo ideale aveva giustificato i massacri sovietici di Budapest e l’invasione della Cecoslovacchia. E l’ho ammirato molto meno. Ho anche appreso che negli anni Cinquanta aveva fondato un meraviglioso circolo culturale - autentico faro nel grigiore di una città che ha fatto del conformismo il suo credo - per il quale si prodigava con tutte le sue energie: cercava, contattava e invitava musicisti, pittori, poeti, organizzava mostre d’arte, serate di lettura, eventi musicali. Era convinto, il meschino, che la cultura fosse cultura e basta, ma si sbagliava. Usando come unico criterio di giudizio quello del livello artistico, gli è capitato di invitare – orrore! - un artista socialista e addirittura, come se non bastasse – orrore orrore! – uno omosessuale. Immediato gli è arrivato l’ultimatum del partito: o chiudi il circolo o esci dal partito. Ci ha pensato due giorni e due notti, poi ha chiuso il circolo. E non l’ho ammirato più.

barbara


30 giugno 2007

CHI HA UCCISO LA PALESTINA?

Un fallimento dai mille padri

Di Bret Stephens, membro del comitato editoriale del The Wall Street Journal.
La sua rubrica appare su The Wall Street Journal il martedì.

26 giugno 2007 – Opinion Journal

Bill Clinton è colpevole. Arafat è colpevole. Anche George W. Bush, Yitzhak Rabin, Hosni Mubarak, Ariel Sharon, Al-Jazeera e la BBC sono colpevoli.
La lista di colpevoli nel giallo "Chi ha ucciso la Palestina?" non è né breve né mutualmente esclusiva.
Ma siccome gli storici del futuro avranno a che fare con questa domanda, giochiamo d'anticipo suggerendo già alcune risposte.
Per cominciare, bando agli equivoci: non importa quanto ossigeno, sotto forma di supporto diplomatico, aiuti miliari o economici, verrà fornito all'Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, perché è come tentare di fare respirare un cadavere. La nozione di uno Stato nazionale è sempre stato un concetto altamente idealizzato, un sogno che apparteneva solo a coloro che sapevano come mantenerlo in vita. Gli israeliani sono riusciti a realizzare il loro Stato perché sono stati in grado di sviluppare le istituzioni politiche, militari ed economiche necessarie affinché un'entità nazionale sopravviva, a partire dal monopolio sull'uso legittimo della forza. Ormai vicina al compimento dei 14 anni come entità autonoma, l'Autorità Palestinese non è riuscita a fare niente di tutto ciò, sebbene sia stata il destinatario di uno sforzo finanziario e diplomatico senza precedenti.
La presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas il mese scorso - e la conseguente scissione dell'Autorità Palestinese in due campi ostili e separati geograficamente - è solo l'ultimo di una serie di eventi iniziati nel settembre 1993, quando Israele accettò di considerare Arafat e l'OLP come i soli legittimi rappresentanti del popolo palestinese.
Un primo indicatore di quello che sarebbe successo si ebbe il primo luglio del 1994, quando Arafat fece il suo ingresso trionfale a Gaza trasportando, nella sua Mercedes, quattro fra i più violenti sostenitori della causa palestinese. Fra di loro c'erano gli organizzatori del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e del massacro avvenuto nel 1974 alla scuola di Ma'alot. Non si potrebbe trovare miglior metafora, se mai se ne volesse una, per illustrare che cosa avrebbe portato il regime di Arafat.
Arafat era determinato ad usare Gaza e la Cisgiordania come base per lanciare attacchi contro Israele, e lo dichiarò pubblicamente più volte: "O Haifa, o Gerusalemme, state per tornare, state per tornare" (1995); "Renderemo la vita impossibile agli ebrei, impiegando la guerra psicologica e la bomba demografica" (1996); "Con il sangue e con la volontà ti redimeremo, o Palestina" (1997). Con altrettanta determinazione, l'amministrazione Clinton e i governi israeliani di Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak continuarono a considerare le dichiarazioni di Arafat come un semplice eccesso retorico. Clinton voleva disperatamente un Nobel per la Pace, mentre gli israeliani volevano liberarsi dal fardello dell'occupazione quasi ad ogni costo. Ambedue questi obiettivi erano molto rispettabili, ma nessuno di questi aveva come intento principale la creazione di uno stato palestinese rispettabile.
Più tardi, quando la seconda intifada scoppiò in tutta la sua follia suicida, l'ex negoziatore americano Dennis Ross ammise che l'amministrazione Clinton era diventata troppo ossessionata dal processo di pace, perdendone di vista la sostanza. Forse non avrebbe dovuto essere così severo con sé stesso. La decisione di legittimare Arafat fu di Israele, non degli Stati Uniti; una volta che fu ammesso nella proverbiale tenda, era inevitabile che le avrebbe dato fuoco. Nonostante tutto ciò, l'amministrazione Clinton continuò a dare credito ad Arafat durante gli anni 90, come mai aveva fatto con altri leader. Se il rais arrivò a definirsi il secondo Saladino, l'adulazione di cui era oggetto durante i ricevimenti alla Casa Bianca senz'altro vi giocò un ruolo.
Anche i media internazionali fecero la loro parte nell'esaltare Arafat. Uno dopo l'altro, i media svilupparono una comoda e semplice storia che aveva il merito di apparire obiettiva, una storia che dipingeva i moderati di ciascuna parte in lotta con gli estremisti di ciascuna parte - una storia nella quale Arafat era il "moderato" e Ariel Sharon "l'estremista". Quando Sharon fece la famosa passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme nel settembre 2000, fu molto facile quindi metterlo nel ruolo del cattivo mentre coloro che giustamente si sentivano offesi erano i manifestanti palestinesi (prima) e gli attentatori suicidi palestinesi (poi). A fare il tifo per i palestinesi c'erano i media arabi e i loro padroni, i governi arabi, ben felici di indirizzare il malcontento domestico su di un dramma internazionale.
Come avviene per le singole persone, le nazioni in genere traggono beneficio da una certa dose di auto-critica, e a volte anche dalla critica di altri. Nessun popolo nella storia moderna è stato così immune da entrambe le forme di critica come i palestinesi. Nel 1999, Abdel Sattar Kassem, un professore di Scienze Politiche nella città palestinese di Nablus, firmò la "petizione dei 20" scritta per "opporsi alla tirannia e alla corruzione di Arafat". Arafat lo mise in prigione; il resto del mondo guardò dall'altra parte. La popolarità di Arafat raggiunse il suo apogeo nella primavera del 2002, esattamente nello stesso momento in cui le vittime civili del terrorismo palestinese raggiunsero il picco massimo.


Numero di israeliani uccisi in attacchi terroristici


Numero di israeliani feriti in attacchi terroristici


Numero di attentati terroristici suicidi


Numero di israeliani uccisi in attentati terroristici suicidi (qui)

Eppure, quello che era utile per gli interessi di Arafat non lo era per i palestinesi. Arafat imparò dalla sua esperienza con Clinton che si poteva menare per il naso un presidente americano e non pagarne le conseguenze. George W. Bush adottò un punto di vista diverso, e a tutti gli effetti pratici escluse la questione palestinese dal suo programma di governo. Arafat imparò dalla "comunità internazionale" che nessuno sarebbe andato a verificare come gli aiuti internazionali venivano spesi. Ma la reputazione di corruzione è stata la causa del declino di Fatah. Arafat pensò di poter imbrigliare per i suoi scopi il potere religioso del "martirio". Ma al centro di ogni attentato suicida c'è un atto di auto-distruzione, e osannare uno vuol dire inevitabilmente tirarsi dietro anche l'altro.
Soprattutto, Arafat identificò territorio con potere. Ma quello che una Striscia di Gaza non occupata ha dimostrato al mondo intero è stata l'incapacità palestinese di gestirsi una sovranità politica. Non ci sono più coloni ebrei da incolpare, non ci sono più soldati israeliani da filmare mentre demoliscono case palestinesi. La destra israeliana, che arrivò a detestare Sharon proprio per il ritiro da Gaza, dovrebbe riconsiderare il suo giudizio sull'uomo e sul ritiro. Niente ha contribuito di più ad alienare il mondo dall'idea di uno stato palestinese quanto la sua realizzazione a Gaza.
Cosa ci si può aspettare dal futuro? Nell'incontro di ieri in Egitto, il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re giordano Abdullah hanno steso un tappeto di petali di rose ai piedi di Abbas. Ma i potentati del medio oriente non si presteranno a fare da balia ad uno stato il cui principale movimento politico si dichiara da una parte democratico e dall'altra islamico. Gli Stati Uniti ed Israele non daranno mai il loro beneplacito all'Hamastan di Gaza (anche se l'Unione Europea o l'ONU dovessero farlo), e possono fare ben poco per Abbas. La "Palestina", così come la conosciamo oggi, tornerà ad essere quella di sempre - un terreno d'ombra tra Israele e i suoi vicini - e i palestinesi, così come li conosciamo oggi, torneranno ad essere quello che sono sempre stati: arabi.
Se questo sia un esito positivo o negativo, è troppo presto per dirlo. Ma il sogno che fu la Palestina è definitivamente morto.

Ho deciso di postare questo articolo, anche se non rivela alcun fatto nuovo, perché fa alcune considerazioni che mi sembrano interessanti e penso possa fornire buoni spunti di riflessione (e grazie al solito Paolo T per la traduzione).

barbara


29 giugno 2007

I NUMERI DEL SIGNOR PICCARDO

Questa è un’altra lettera inoltrata dal signor Piccardo alla sua mailing list.

Da altra lista, riporto questa semplice argomentazione di tipo non revisionista bensì semplicemente realista, fatta da chi - come il sottoscritto - ama le argomentazioni di tipo statistico-numerico.

Supponendo che l'Olocausto sia realmente, interamente ed esattamente accaduto come i media correntemente lo hanno presentato. Allora potremmo dire che quaranta milioni di Tedeschi-nazisti hanno sterminato sei milioni di ebrei. Che è un rapporto pari al 15%. Adesso compariamo questa Tragedia di 62 anni fa con le vittime odierne dello Stato di Israele, altrimenti noto come Israele-sionista. Quattro milioni di Israeliani hanno ucciso (in 60 anni) circa 120.000. Palestinesi e ne hanno esiliati altri 850.000, che sono divenuti oggi circa due milioni di profughi e altri due milioni di morti viventi, quali sono oggi i Palestinesi sotto occupazione. Il che ammonta a circa 4.850.000 vittime. Che conduce a un rapporto pari al 121%. Se l'umanità o, piuttosto, la disumanità potesse essere calcolata o misurata aritmeticamente, vorrebbe dire che la Germania nazista ha prodotto il 15% di crimini e lo Stato sionista di Israele ne ha prodotto il 121% e/o che il Sionismo è 8 volte peggiore del Nazismo.

Si aggiunga a questa tragedia il fatto che i Sionisti sono ancora instancabilmente attivi, come possiamo facilmente vedere in televisione, ogni giorno.

È un fatto: quando ci si mette a dare i numeri si fanno degli autentici miracoli!

barbara


29 giugno 2007

RICORDI DI SCUOLA



Ma che carini che eravamo!

barbara


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29 giugno 2007

AIUTIAMO LETIZIA

Bisogna fare in fretta, la piccola Letizia non può aspettare. Letizia è una bambina di quattro anni (è nata il 31 luglio 2003) affetta da leucodistrofia matacromatica, una patologia degenerativa che fa perdere progressivamente al bambino colpito le funzioni vitali come il camminare,il parlare, la vista l’udito e le facoltà cognitive fino a spegnersi in uno stato vegetativo e il successivo decesso.
Mediante la rete informatica la famiglia di Letizia scopre che a Camden (New Jersey) una ricercatrice italiana, la Dr.ssa Paola Leone ha messo a punto una terapia genica sperimentale che potrebbe bloccare le conseguenze degenerative di questa malattia. La ricercatrice si conferma disponibile a mettere a parte dei suoi studi anche Letizia a patto che dal Gaslini di Genova giungano a disposizione i risultati degli esami della Dr.ssa Di Rocco che sono fondamentali per stabilire la terapia genica e i dosaggi relativi.
Ora è fondamentale raccogliere i fondi necessari alla famiglia per poter curare la piccola Letizia, la famiglia è un gruppo di amici hanno fondato un comitato con lo scopo di raccogliere il denaro necessario.
Conosco Luciano, il papà di Letizia, da anni, conosco la sua capacità di essere indipendente fin da ragazzo. Luciano è un uomo che ha sempre ottenuto risultati con le proprie forze, ma ora ha bisogno di tutti, ora vi chiedo di aiutarlo, anche una piccola somma è decisiva.

http://aiutiamoletizia.it

Sul sito trovate il contocorrente, i modi per creare iniziative a sostegno della raccolta fondi ed i banner da inserire sui siti e sui blog.

Questo appello mi è stato segnalato in un commento oggi pomeriggio. Ho perso qualche ora per verificarne l’autenticità; constatato che l’appello non è una delle tante bufale che purtroppo girano in rete ma è tragicamente autentico, lo pubblico.

barbara


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27 giugno 2007

ACH, QUESTI PALESTINESI SCONOSCENTI!

Da chi è stata abitata Gaza nel corso della storia? Possiamo trovare qualche ragguaglio in Wikipedia:

Nel 145 a.C. Gaza fu conquistata da Gionata l'Asmoneo (fratello di Giuda il Maccabeo). A partire da quel momento ci fu una prospera comunità ebraica a Gaza fino a quando il governatore romano Gavinio non la espulse nel 61 d.C., nel quadro della prima guerra fra Ebrei e Romani. Ai tempi della Mishnah e del Talmud, a Gaza si ricostituì una fiorente e grande comunità ebraica, tanto che su uno dei pilastri della Grande Moschea di Gaza c'era una scritta in Greco che diceva "Hananiah bar Yaakov" (un nome ebraico), con una menorah scolpita sopra. Questa colonna era in realtà originariamente parte di una sinagoga costruita in era bizantina, poi distrutta in una data sconosciuta e riusata come parte della maestosa Chiesa di San Giovanni il Battista, costruita dai Crociati. Quando i Crociati furono cacciati, la chiesa fu adibita a Moschea dai Saraceni. Durante l'intifada, in una data imprecisata tra il 1987 e il 1993, una scala molto alta ed una impalcatura furono eretti appoggiandosi alla colonna e l'incisione fu cancellata. Le rovine di una antica sinagoga, costruita intorno al 500 d.C., sono stati poi scoperti vicino al molo di Gaza City.
Gaza fu occupata dagli arabi negli anni successivi al 630, dopo un assedio durante il quale la popolazione ebraica contribuì a difendere la città, insieme alla guarnigione bizantina.
Ritenuta il luogo di sepoltura del bisnonno di Maometto, la città divenne un importante centro islamico.
Nel dodicesimo secolo, Gaza fu presa dai Crociati cristiani; ritornò sotto controllo musulmano nel 1187. La città fu conquistata dagli Ottomani nel sedicesimo secolo fino alla Prima Guerra mondiale, quando cadde nelle mani degli inglesi.

E vediamo che cosa scrive invece il “giornalista” Alan Johnston:

Non solo i Greci sono passati di qui. Anche i Faraoni dell'antico Egitto, i Persiani, i Romani, i Crociati, i Turchi, gli Inglesi e molti altri hanno lasciato la propria impronta su Gaza.(Grazie al mitico Toni per la segnalazione e al prezioso Paolo T per la traduzione)

E gli ebrei? Niente, spariti. Cancellati per far piacere ai suoi padroni. E quelli che cosa fanno per ricompensare tanto leccaculismo? Lo rapiscono, pensa un po’. Lo tengono prigioniero per mesi. Fanno sapere che lo faranno saltare in aria se qualcuno tenterà di liberarlo. Qualcuno continua ad essere convinto che a nutrire il coccodrillo ci si guadagni il macabro privilegio di farsi mangiare per ultimi, ma a quanto pare non sempre funziona.
Nel frattempo hanno anche trasmesso un video in cui si mostra che Gilad Shalit, prigioniero da un anno, è ancora vivo. E a questo punto temo per la sua sorte molto più di quanto avessi temuto finora. Vi ricordate Eliahu Asheri? Aveva 18 anni. Lo avevano rapito mentre faceva autostop più o meno negli stessi giorni di Gilad. Sono andati avanti per giorni e giorni a dire se lo rivolete vivo dovete fare questo, se non fate quest’altro ve lo ammazziamo. Poi si è saputo che lo avevano ammazzato subito, il primo giorno. È il loro stile: scegliere quanto vi è di più efferato. Optare per le modalità che più provocano sofferenza. Spero tanto che presto, a liberazione avvenuta, possiate venirmi a dire hai visto testa di cazzo quante puttanate hai scritto? Lo spero, perché la speranza è l’ultima a morire. Lo spero davvero tanto ma proprio tanto …

E tanto per restare in tema, andatevi anche a guardare come si fa a garantirsi una intera generazione di terroristi, e poi andate a guardarvi come si festeggia a Gaza la fine dell’asilo prima delle vacanze estive (grazie a Daniela Santus via Liberali per Israele), e poi già che ci siete andate a leggere anche questo (qui il video). Prima però assicuratevi di avere una sufficiente scorta di Maalox in casa.

barbara


27 giugno 2007

PICCOLO RICORDO

È stato durante gli esami, qualche anno fa. Ad un certo momento la collega seduta vicino a me mi prende, con la massima delicatezza, il gomito tra pollice e indice, e lentissimamente comincia a stringere. Nel momento in cui sto per reagire sussurra: “Non gridare! Hai un minuto per svegliarti, poi tocca a te”. C’è poco da fare: avere colleghi su cui poter contare è assolutamente vitale.

barbara


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26 giugno 2007

ALTRI PROFUGHI DIMENTICATI

di Silvia Golfera

"...Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi. Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di lì saremmo salpati...Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui pullman...e con aria spavalda confiscarono...oggetti d'oro che le profughe avevano addosso...Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".

Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto, dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.
Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo". Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.
Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici. Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che "perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno finito per perdere se stessi".
Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.
Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione. Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.
Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la politica antisemita di Hitler.
"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara...a seguirli per "delle formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.
Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano la Cairo cosmopolita dove circolavano lingue e culture diverse, raccontata con nostalgia dallo scrittore Naghib Mafuz, si svuota delle sue molteplici identità per conformarsi ai dettami del nuovo nazionalismo arabo
La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico. Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia", alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente", così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e...non esiste generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato anche a me che sono vissuta in Africa...Quando scoppia un conflitto le autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto...prosciugano i conti bancari...ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia adolescente.
Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci gli occhi ne resteremo fuori?

Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta 2006
Richiedibile gratuitamente a
info@cauterium.org

Anche questi fanno parte delle decine di milioni di profughi che il mondo ignora, perché ordini superiori gli hanno imposto altre priorità.

barbara


26 giugno 2007

OMAGGIO AI FIGLI DI PUTTANA

Grande figlio di puttana
ma che amico per me
uno che ruba anche la luna
se la deve dare a te eeeehhhh
sotto l'ombra del cappello
non ti fa capire mai
se tira fuori il suo coltello
o ti chiede come stai
grande però che grande figlio di puttana
eeehhh aspetterò ancora un'altra settimana
Ha donne sparse per l'Italia
lui colpisce e scappa via
ma con ognuna ha fatto un pianto
ha pianto anche con la mia
grande però che grande figlio di puttana
aspetterò ancora un'altra settimana
stamattina apro il giornale
c'è la tua fotografia
ti stan cercando dappertutto
cosa fa la polizia eeeehhh
ecco perché ti ho dato un'altra settimana,
(perché)
senza di te una serata non ingrana
(eeehh)
ecco perché le donne vanno in fila indiana
(adesso so)
anche perché, perché sei un figlio di puttana
ed è per questo che a te la gente tutto ti perdona
(perché dicono)
"guarda come suona la chitarra
quel grande figlio di puttana".

Così, perché mi va.

barbara


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26 giugno 2007

UN PO' IN RITARDO

perché tra un casino e l'altro avevo finito per dimenticarmene, ricordiamo due atti efferati, accaduti entrambi un 23 giugno: questo e questo.

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo (solo per chi ha abbastanza stomaco).


25 giugno 2007

SUCCEDE IN IRAN

Abbigliamento “inappropriato”? Capelli troppo lunghi? Niente paura: in Iran hanno la cura giusta per queste e altre simili nefandezze:















Ve le faccio vedere io, come io le ho viste in un altro blog (grazie a Paolo T per la segnalazione) perché i giornali, a quanto pare, non hanno abbastanza spazio per ospitare queste informazioni. Qui trovate tutte le spiegazioni.

barbara


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24 giugno 2007

FAMIGLIA CRISTIANA NON SI SMENTISCE MAI

Comunicato Honest Reporting Italia 24 giugno 2007

Famiglia Cristiana ha una lunga tradizione di atteggiamenti antiisraeliani, ed esattamente nella scia di questa tradizione si inserisce l'articolo che commentiamo oggi, «Palestinesi alla resa dei conti» di Carlo Remeny, pubblicato nel N° 25 attualmente in edicola e reperibile anche in rete in cui, con una incredibile serie di arzigogoli e giravolte, si riesce a dare a Israele la responsabilità di tutto ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza, il tutto condito con una discreta dose di imprecisioni storiche ed errori di vario genere.

Hamas parla di "seconda liberazione della striscia di Gaza", dopo lo smantellamento delle colonie ebraiche illegali nel 2005.
La definizione "colonie ebraiche illegali", ovviamente, non ha alcun riscontro nella legislazione internazionale, ma il darla come cosa certa è sempre di sicuro effetto sul lettore.


Israele annuncia la nascita di una nuova entità che battezza Hamastan.
E sembra voler suggerire, detta così, che a metterla al mondo sia stato Israele stesso.

Una cosa è sicura: l’Autorità nazionale palestinese degli ultimi 10 anni non esiste più nei territori occupati da Israele nel 1967.
E mai che capiti, magari per sbaglio, di accennare al perché un bel giorno del 1967 gli israeliani si siano svegliati con l'idea di andare a "occupare" dei territori.

Se vedremo l’emergere di due Autorità, oppure prevarrà l’idea dell’unità palestinese, lo sapremo solo nei prossimi mesi. Per adesso, esiste una Cisgiordania occupata, governata per modo di dire dalla volontà di un presidente (Abu Mazen) il cui potere è sempre stato opaco e adesso si è ulteriormente sbiadito; e dall’altra parte un’area limitata, con 1,3 milioni di abitanti, gestita da Hamas, ma assediata dalla fame
e non lo sarebbe di certo se le decine di miliardi di dollari elargiti dalla comunità internazionale fossero stati spesi per acquistare cibo e per costruire fabbriche e officine e ospedali e scuole invece che per armi ed esplosivi, e se le preziosisisme serre lasciate intatte dagli israeliani evacuati fossero state conservate e sfruttate, invece che istantaneamente distrutte, ma tutto questo non si deve ricordare

e dalla comunità internazionale.
e questa, invece, proprio non si è capita

Una settimana di feroci scontri a livello interno palestinese,
una settimana? Noi ricordiamo scontri ben più antichi di una settimana: come mai il signor Remeny si dà da fare per minimizzare?

con più di cento vittime, spesso uccise con una brutalità mai riscontrata prima,
ah no? Non era brutalità quella con cui si è presa di mira la testa di una neonata in braccio al padre? Non era brutalità quella con cui due riservisti sono stati fatti letteralmente a brandelli? Non era brutalità quella con cui sono stati massacrati due ragazzini di tredici anni, che quando li hanno trovati non si sapeva più quali pezzi fossero dell'uno e quali dell'altro? O quelli - e tutti gli infiniti altri che potremmo citare - non contano perché erano israeliani?

non solo hanno ridisegnato l’aspetto della striscia di Gaza, ma hanno dimostrato che la strada seguita in questi anni dalla diplomazia, per cercare una soluzione alla questione palestinese ha portato a un vicolo cieco. Il parroco di Gaza città, padre Manuel Musallam, ci dice che quanto è successo ha inflitto «ferite profonde» alla società palestinese. Ma non è più tempo di illudersi che l’unico interlocutore palestinese della comunità internazionale sia Abu Mazen, perché altrimenti si ignora la realtà della striscia di Gaza e questo condurrà a una catastrofe umanitaria direttamente sulla sponda sud del Mediterraneo.
A parte il fatto che la striscia di Gaza si trova sulla sponda est del Mediterraneo, e già qui abbiamo un assaggio dell'accuratezza delle nozioni del signor Remeny, abbiamo anche qualche problema a capire la logica di questo contorto discorso. Poi, volendo, visto che il signir Remeny scrive per un giornale cattolico, e visto che il suo interlocutore è un parroco, potrebbe essere di qualche interesse parlare della progressiva sparizione delle comunità cristiane a Gaza e in Cisgiordania da quando queste sono passate dall'amministrazione israeliana a quella Palestinese, ma forse questi argomenti sono troppo poco politically correct - o troppo poco prudenti, chi lo sa.

Sembra di essere precipitati al 1949, quando la Commissione di armistizio dell’Onu assegnò la Cisgiordania ad Amman e la striscia di Gaza al Cairo.
A voler essere precisi, se le erano già prese nel 1948, non è che abbiano aspettato di farsele assegnare.

Yasser Arafat potrebbe rivoltarsi nella tomba. Ha speso una vita per ricucire lo strappo
chi conosca mezza briciola di storia, a dire la verità, sa che Arafat ha speso una vita per assicurarsi un potere assoluto e incontrastato, oltre che per derubare i palestinesi e per ingannare chiunque avesse a che fare con lui

e adesso l’unità del territorio palestinese, pure se notevolmente ridimensionato rispetto alla Palestina storica, sembra solo un miraggio.
Vogliamo fare qualche precisazione e qualche calcolo? Dalla cosiddetta Palestina storica, che con la dichiarazione Balfour era stata assegnata agli ebrei, la Gran Bretagna ha staccato il 78% per farne il Regno (palestinese) di Transgiordania per regalarlo all'emiro Abdallah, detronizzato dall'Arabia. Il restante 22% è stato ulteriormente diviso: un 60% circa (60% del 22% = 13%) allo stato ebraico di Israele e un 40% (40% del 22% = 9%) allo stato palestinese di Palestina. Quindi della Palestina storica i Palestinesi hanno 78+9=87%, Israele ha il 13%: chi e che cosa, dunque, è stato "notevolmente ridimensionato"?

Israele potrebbe anche gioire non fosse che, dichiarando irrilevante Arafat prima, e facendo di tutto per non rafforzare Abu Mazen poi con gesti concreti, quali la liberazione dei detenuti e lo scongelamento delle tasse palestinesi, di fatto sequestrate da anni, si ritrova senza interlocutori rappresentativi, se non tra i nemici.
Israele non si trova "senza interlocutori rappresentativi" a causa delle proprie scelte, ma unicamente perché non ci sono mai stati: non Arafat che fino all'ultimo giorno della sua vita ha predicato la distruzione di Israele, e non Abu Mazen che, in giacca e cravatta anziché in keffiah, ha sempre fatto la stessa cosa, tanto da non avere mai cancellato dalla Costituzione di al-Fatah gli articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile. Quanto alla liberazione dei detenuti, se il signor Remeny, così come non vede da che parte del Mediterraneo si trova Gaza, non è riuscito a vedere neanche le CENTINAIA di detenuti liberati da Israele OGNI VOLTA che si è profilato uno spiraglio per un accordo, crediamo che il suo problema sia ancora più grave di quanto era apparso all'inizio.

Come osserva l’assistente segretario generale della Lega araba Mohamed Sobeih, palestinese, «Israele ha grandi responsabilità per quanto è accaduto, perché non ha mai voluto avere un partner palestinese forte».
Ah, beh, se lo dice lui allora dovrà essere vero per forza ...

Nella striscia di Gaza forze paramilitari legate ad Hamas hanno spazzato via tutti i vari Servizi di sicurezza creati da Arafat e gestiti da allora da al-Fatah, il partito dello stesso Arafat e di Abu Mazen. Erano mesi che si parlava di inevitabile resa dei conti, ma nessuno ha pensato che potesse avvenire in modo così fulmineo.
Veramente ci eravamo TUTTI accorti che il momento era giunto, signor Remeny.

All’epoca di Arafat, gli Stati Uniti, Israele e la comunità internazionale invocarono che i numerosi rami della Sicurezza nazionale palestinese venissero sottratti al controllo di Arafat e posti nelle mani del Governo, come nelle democrazie compiute.
E di chi la colpa, se ciò non è stato fatto?

Dopo la vittoria elettorale di Hamas, nel gennaio 2006, gli stessi attori sollecitarono che i settori della Sicurezza palestinese fossero saldamente riuniti nuovamente nelle mani del presidente Abu Mazen. Il ministero degli Interni, di cui Hamas ha acquisito il controllo, è stato completamente svuotato di potere. Ma quello che è peggio è che nella striscia di Gaza forze di sicurezza in competizione tra loro si son fatte la guerra sulla pelle della popolazione.
Questo è vero, ma non è molto chiaro il nesso fra le varie parti di questo discorso.

Atti di banditismo, rapine, sequestri di persona sono stati commessi con l’unico obiettivo di screditare un esecutivo che si voleva prima indebolire e poi mandare a casa.
Atti di banditismo, rapine, sequestri di persona, estorsioni, assassini da parte delle cosiddette forze di sicurezza sono ampiamente documentati a Gaza e in Cisgiordania dal giorno in cui vi si è insediata l'Autorità Nazionale Palestinese: solo il signor Remeny non se n'era mai accorto?

L’amministrazione di Hamas ha deciso di passare all’azione. Lo psichiatra Ijjad Sarraj, che dirige il Centro di salute mentale a Gaza, rileva: «Qui era diventato un inferno. Non si poteva più andare in giro senza essere fermati da uomini in divisa o in abiti civili che ti sequestravano l’auto, che entravano a casa tua con le armi in pugno e potevano portare via qualsiasi cosa senza che nessuno potesse dire di no. Ora, questa stagione di mancanza di legalità sembra essere finita». Secondo qualcuno Hamas potrebbe creare un regime rigidamente ispirato alla religione, una specie di regno dei talebani bagnato dalle acque del Mediterraneo, pur sapendo che impiccare i televisori agli alberi e vietare alle donne di frequentare le scuole e le docce pubbliche fa parte della tradizione della Penisola arabica, del Pakistan, dell’Afghanistan, non certo di quella palestinese.
Non faceva parte neanche di quella dell'Afghanistan, fino a quando non sono arrivati i talebani a imporlo.

«Israele non si farà impressionare dallo stile di vita che verrà imposto nell’area, ma osserverà con attenzione se la minaccia militare da Gaza verso il suo territorio diminuirà o meno», spiega Hafez Barghuti, direttore del quotidiano palestinese Al Hayat al Jadida. «E su questo Hamas sembra aver già fatto chiarezza, quando ha dichiarato la zona nord della striscia di Gaza (da cui partiva la maggioranza dei razzi lanciati su Israele) area militare chiusa, quasi a voler indicare che da lì non c’è più nulla da temere.
Ah, ecco, se lo dice quella brava gente di Hamas allora possiamo sicuramente dormire sonni tranquilli!

Penso che Hamas sia pronta per una lunga tregua».
E molti mostrano di trovare la cosa rassicurante, fingendo di non sapere che cosa significa "tregua" in ambito arabo-islamico. Fingendo, soprattutto, di ignorare ciò che Hamas e affini hanno sempre apertamente dichiarato in proposito (nessuna possibilità di pace, solo tregue per riarmarsi per sferrare il colpo finale).

Molti commentatori dicono che Abu Mazen abbia mostrato titubanza nel prendere decisioni e sciogliere il Governo di unità nazionale sia stato un passo insidioso: «Del resto, le carte che aveva in mano erano veramente poche», commenta Mohamed Sobeih. Adesso, però, se in Cisgiordania cominceranno ad affluire gli aiuti internazionali, perché ci sono Abu Mazen e il suo gabinetto, mentre Gaza verrà abbandonata alla sua sorte, perché amministrata da "golpisti" che hanno stravinto le elezioni, sarà la conferma davanti agli occhi dell’opinione pubblica palestinese che la giustizia o la si fa da soli o non arriva.
E adesso è definitivamente chiaro il pensiero di Carlo Remeny: il terrorismo è giustizia. Facciamogli dunque le nostre più vive congratulazioni scrivendo a famigliacristiana@stpauls.it

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barbara


23 giugno 2007

NIPOTINI DI ARAFAT

Da un editoriale del Wall Street Journal

Decine e decine di palestinesi sono stati uccisi la scorsa settimana a Gaza nel quadro degli scontri armati intestini fra lealisti del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), di Fatah, e lealisti del primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, di Hamas. Come per un riflesso condizionato, ci sono volute solo 24 ore perché gli esperti di mezzo mondo decidessero di addossare tutta la colpa di queste violenze a Israele e al presidente Bush.
Stiamo parlando di quell'Israele che ha smantellato tutti i suoi insediamenti dalla striscia di Gaza nell'agosto 2005: una concessione unilaterale per la quale non ha chiesto, né avuto, nulla in cambio. E stiamo parlando di quel presidente americano che, in un discorso storico tenuto esattamente cinque anni fa, chiedeva ai palestinesi di "eleggere nuovi leader che non siano compromessi col terrorismo". Se i palestinesi l'avessero fatto, oggi potrebbero vivere in un loro stato pacifico e indipendente. Invece, con le elezioni parlamentari del gennaio 2006, hanno liberamente consegnato le redini del governo a Hamas. Quello che accade oggi è la conseguenza di quella scelta: una loro scelta.
Quel risultato elettorale, tuttavia, non veniva fuori dal niente. Era la conseguenza del culto della violenza che ha caratterizzato il movimento palestinese per grandissima parte della sua storia e che è stato tollerato e spesso celebrato dalla stessa comunità internazionale. Se oggi i palestinesi sono convinti di poter perseguire i loro interessi interni con la violenza, nessuno dovrebbe sorprendersi. È da quarant'anni che ottengono risultati ricorrendo al fucile.
Nel 1972, terroristi palestinesi massacrarono gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Eppure, solo due anni dopo Yasser Arafat veniva invitato a parlare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: il primo leader non governativo insignito di tale onore.
Nel 1970 lo stesso Arafat aveva tentato di rovesciare re Hussein di Giordania e pochi anni dopo tentò di fare la stessa cosa in Libano. Eppure, nel 1980, con la Dichiarazione di Venezia la Comunità Europea riconosceva l'Olp di Arafat come legittimo interlocutore negoziale (mentre abbandonava al suo destino, senza una parola di solidarietà, il presidente egiziano Sadat che aveva fatto la pace con Israele ottenendo la restituzione del Sinai).
Nel 1973 la National Security Agency americana aveva intercettato la telefonata con cui Arafat ordinava ai terroristi dell'Olp di assassinare Cleo Noel, ambasciatore Usa in Sudan, e il suo vice George Curtis Moore, presi in ostaggio. Eppure, nel 1993, Arafat venne ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca per la firma degli Accordi di Oslo con Israele.
Quello stesso anno, il National Criminal Intelligence Service britannico riferiva che l'Olp si era arricchita con "estorsioni, ricatti, traffico illegale d'armi e droga, frodi e riciclaggio di denaro sporco". Eppure, negli anni immediatamente successivi, l'Autorità Palestinese divenne il maggior beneficiario al mondo pro capite di aiuti finanziari internazionali.
Nel 1996, dopo che aveva formalmente rinunciato al terrorismo con gli Accordi di Oslo, durante un comizio a Gaza Arafat dichiarò: "Noi ci sentiamo obbligati verso tutti i martiri che sono morti per la causa di Gerusalemme, a partire da Ahmed Musa fino all'ultimo martire, Yihye Ayyash". Per la cronaca, Ahmed Musa è considerato il primo terrorista Olp caduto nel 1965; Yihye Ayyash, di Hamas, è stato la mente di una serie di attentati suicidi che hanno mietuto decine di vittime fra i civili israeliani nei primi anni '90. Eppure l'amministrazione Clinton continuò a fingere che Arafat fosse un alleato nella lotta contro Hamas. Poi, nel 2000, Arafat respinse l'offerta israeliana di uno stato indipendente patrocinata dal presidente Clinton, scatenando invece una sanguinosa intifada che provocò 1.000 morti israeliani e 3.000 palestinesi.
Nel 2005, pochi mesi dopo la morte di Arafat, Israele sgomberò tutti i suoi insediamenti e ritirò tutte le sue forze armate dalla striscia di Gaza. I palestinesi hanno sfruttato questa opportunità per intensificare i lanci di razzi su bersagli civili all'interno di Israele.
Il mese scorso, i servizi di sicurezza israeliani hanno arrestato due donne di Gaza, una delle quali incinta, che avevano progettato di entrare in Israele col pretesto di cure mediche per farsi esplodere nelle città israeliane. Eppure, quello stesso mese, la Banca Mondiale diffondeva un rapporto in cui accusa Israele di limitare troppo la libertà di movimento dei palestinesi.
Oggi, a quanto pare, Hamas ha preso con la forza il pieno controllo della striscia di Gaza e del confine con l'Egitto. E, secondo i testimoni, si abbandona a violente vendette contro il personale della Sicurezza Preventiva palestinese. (…) Noi non pretendiamo di sapere come tutto questo andrà finire. Giovedì scorso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha sciolto il governo palestinese e dichiarato lo stato d'emergenza, anche se non sembra che sia in grado di modificare il corso degli eventi a Gaza. Israele in teoria potrebbe intervenire, così come l'Egitto, ed entrambi avrebbero forti ragioni per impedire l'emergere ai loro confini di un Hamastan strettamente legato all'Iran. Ma nessuno dei due desidera restare invischiato nei fanatismi e nelle lotte fra clan della striscia di Gaza.
Nello stesso tempo, aumenteranno le pressioni su Israele e sugli Stati Uniti perché accettino il dominio di Hamas e avviino negoziati con i suoi leader. Secondo questo modo di ragionare, l'amministrazione Bush non può invocare la democrazia per i palestinesi e poi rifiutarsi di riconoscere i risultati di elezioni democratiche. A parte il fatto che Bush non aveva semplicemente chiesto elezioni (aveva chiesto ai palestinesi di eleggere leader non compromessi col terrorismo), ma poi: ha senso negoziare con un gruppo che si dà all'assassinio dei suoi stessi fratelli palestinesi quasi con la stessa facilità con cui si dà all'assassinio di civili israeliani? E che cosa si dovrebbe negoziare? Lo scenario migliore – una sospensione delle ostilità in cambio della ripresa dei finanziamenti internazionali – non farebbe altro che dare a Hamas tempo e denaro per consolidare il suo controllo e ricostituire i suoi arsenali in vista di futuri attacchi terroristici.
Ma soprattutto, l'ultima cosa di cui hanno bisogno i palestinesi è un'ulteriore conferma da parte del resto del mondo che la violenza, che essi oggi usano in modo così indiscriminato, funziona.
La lezione più importante, qui, è che una società che ha passato gli ultimi dieci anni a glorificare gli attentati suicidi non può che diventare vittima dei propri stessi impulsi di morte. Questo non è frutto dell'appello di Bush per una responsabilità democratica. È piuttosto l'amaro frutto dei decenni di dittatura e di terrorismo intesi come arte di governo che Yasser Arafat ha inculcato nella società palestinese.
(Wall Street Journal, 16 giugno 2007 - da israele.net)

Riusciranno questi dati di fatto ad aprire gli occhi a qualcuno dei ciechi sostenitori della Grande E Nobile Causa Palestinese? Di coloro che da quarant’anni stanno dalla parte di chi massacra i palestinesi? Dalla parte di chi li deruba? Dalla parte di chi li tiene nell’ignoranza e nella miseria? Dalla parte di chi li ha stipati nei campi profughi per farne carne da cannone? Ne dubito, ma poiché la speranza è l’ultima a morire …
A chi se la cava con l’inglese suggerisco di leggere anche questo e di guardare questo e questo.


barbara


23 giugno 2007

APPELLO DELLE DONNE MAROCCHINE

Il 28 giugno avrà luogo a Brescia la prima udienza del processo ai responsabili dell’assassinio di Hina Salemme. Come è noto, la nostra Associazione ACMID-Donna onlus (associazione donne marocchine) si è costituita parte civile in questo processo: vogliamo giustizia per Hina e chiediamo che il suo sogno di libertà non venga dimenticato.
Il 28 giugno, dunque, l’Acmid sarà a Brescia. Ci auguriamo che quel giorno siano presenti al nostro fianco anche molte di voi per sostenere tutte insieme compostamente e civilmente, donne immigrate e donne italiane, la memoria e il sacrificio di Hina.
A quante vorranno accompagnarci, l’Acmid mette a disposizione mezzi di trasporto gratuiti dai luoghi di residenza.

Per informazioni, contattate info. www.acmid-donna.it
http://www.acmid-donna.it/

Tribunale di Brescia Via V. Vittorio Emanuele II, 96

28.06.2007 alle ore 8.30

douniaettaib@yahoo.it

Grazie, Dounia

Spero che almeno qualcuna, fra le mie lettrici, avrà la possibilità di rispondere a questo appello. Spero che qualcuno, anche se non potrà partecipare, vorrà almeno raccoglierlo e riproporlo nel proprio blog e inviarlo alla propria mailing list: è il minimo che possiamo fare.

                                          

barbara


22 giugno 2007

ALTALENA, 22 GIUGNO 1948

A un mese dalla dichiarazione d’indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – il neonato Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull’orlo della guerra civile. L’episodio passò alla storia col nome di Altalena, il nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell’Irgun nel giugno 1948. L’arrivo della nave con un carico d’armi, d’immigrati e di combattenti dell’Irgun nel mezzo della prima tregua Onu imposta durante la guerra del ’48 rischiò di sfociare in guerra civile. Quell’evento offre oggi una lezione per i palestinesi. Anch’essi si trovano di fronte a un dilemma esistenziale nel mezzo della loro guerra d’indipendenza che può sfociare in un tragico ma forse inevitabile momento fratricida. I palestinesi possono ironicamente imparare da quella lontana esperienza israeliana non per evitarla, ma per ripeterla, e ripetendola trasformarsi, come fece Israele allora, da movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale a Stato sovrano indipendente e responsabile, membro pieno della comunità delle nazioni.
Salpata da un porto francese l’11 giugno ’48, la nave Altalena – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a Nord di Tel Aviv il 20 giugno ’48 con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall’Irgun – l’organizzazione sionista revisionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico in corso in Israele contro l’invasione araba. L’episodio dell’Altalena avvenne durante la tregua Onu proclamata l’11 giugno, tregua che vietava l’introduzione di nuovi armamenti e combattenti da ambo le parti. Non che la tregua fungesse da ostacolo – entrambi i belligeranti cercarono di aggirarla – ma occorreva agire con discrezione. L’Irgun non voleva imbarazzare le autorità francesi che avevano fornito un carico del valore di 5 milioni di dollari di allora e il supporto logistico del porto da cui la nave poi salpò. Inoltre, l’Irgun aveva negoziato un accordo con l’Hagana – la forza di difesa ebraica prima dell’indipendenza che era ai diretti ordini del governo a maggioranza laburista – per l’integrazione delle sue forze paramilitari all’interno dell’esercito nascente. L’accordo prevedeva che qualsiasi invio di armi fosse effettuato sotto l’autorità del governo, le armi consegnate all’esercito e distribuite tra le forze regolari, non da organizzazioni politiche indipendenti dall’autorità politica dello Stato. L’accordo era però fragile, a causa della lunga storia di ostilità politica tra i due gruppi. Quell’ostilità era culminata alla fine del ’44 in un periodo di cinque mesi durante i quali l’Hagana aveva collaborato con gli inglesi contro l’Irgun, causando l’arresto di migliaia di attivisti e lo smantellamento pressoché totale dell’organizzazione di Begin. Con la guerra in Europa ormai vinta e la mancata abolizione del Libro Bianco del ’39 da parte del governo di Londra, l’Irgun aveva, a differenza dell’Hagana, deciso di riaprire le ostilità contro gli inglesi in Palestina. L’assassinio di un ministro inglese al Cairo il 6 novembre a opera di sicari ebrei del gruppo estremista Lehi – capeggiato tra gli altri da Shamir – era stata la proverbiale goccia. Per non alienare ulteriormente un governo inglese favorevole alla causa sionista l’Hagana non aveva esitato a cooperare col potere coloniale contro gli avversari dell’Irgun in nome del salvataggio di più alti scopi politici, cioè l’auspicata riaffermazione dell’impegno inglese nei confronti della Dichiarazione Balfour che il precedente governo Chamberlain aveva ripudiato nel ’39. Quei cinque mesi si conclusero quando divenne evidente che gli inglesi non avevano nessuna intenzione di fare quanto i sionisti speravano. Ma la “stagione”, così quel periodo passò alla storia, formò un precedente per lo Stato in fieri e per le due forze politiche che si confrontavano. Il capo dell’esecutivo sionista David Ben Gurion non lasciò spazio a dubbi di sorta sulla sua disponibilità a dare la caccia a coloro che avrebbero ostacolato gli scopi del movimento sionista, anche se ciò avrebbe forse comportato una guerra fratricida.

Dopo la fine della “stagione”

Nonostante quindi la fine della “stagione” e il raggiunto accordo d’integrazione dell’Irgun nell’esercito regolare alla vigilia dell’indipendenza, le tensioni tra i due gruppi erano forti. Esistevano sfiducia e ostilità ideologica, mancava un patto sul cruciale teatro di operazioni di Gerusalemme, allora sotto assedio, in certi casi l’integrazione aveva significato semplicemente l’assorbimento d’interi battaglioni dell’Irgun, comandanti compresi, nell’esercito, e i combattenti dell’Irgun si trovavano in molti casi privi dell’equipaggiamento e degli armamenti necessari per partecipare attivamente e con efficacia ai combattimenti. La catena di comando era tenue, non solo per mancanze organizzative, ma anche per divisioni politiche. Tuttavia, la differenza tra la “stagione” e l’Altalena è sostanziale: nel ’44, privo di sovranità, l’esecutivo sionista aveva dovuto accettare i propri limiti e negoziare sia col potere coloniale sia con l’Irgun. Ma nel giugno ’48 la situazione era diversa. Il governo era ora sovrano, e la situazione offriva un’opportunità di sancire quella sovranità mandando un messaggio al paese anche per il futuro. Nessuno avrebbe potuto sfidare quella sovranità impunemente. Uscita dal porto all’insaputa di tutti – Begin compreso – l’Altalena impose al leader dell’Irgun e al governo un fatto compiuto. La notizia era trapelata ed era stata diffusa dalla Bbc fin dalla mattina del 12 giugno. Begin, per evitare lo violazione degli accordi d’integrazione e la tregua dell’Onu, negoziò un accordo con il governo: la nave doveva approdare su una spiaggia isolata a Nord di Tel Aviv per essere scaricata lontana da sguardi indiscreti. Tuttavia non esisteva consenso sulla destinazione degli armamenti. Ben Gurion insistette che fosse l’esercito a coordinare l’operazione e che le armi andassero ai depositi centrali dell’esercito. Begin invece voleva che l’Irgun avesse un ruolo attivo, ancorché simbolico, nel trasferimento del carico a terra, e che il 20 per cento delle armi fosse destinato ai campi dell’Irgun nella zona di Gerusalemme. Il 19 giugno i negoziati s’interruppero con un nulla di fatto.
La nave arrivò presso Kfar Vitkin il giorno successivo, il 20 giugno, cinquantacinque anni fa ieri. Lo sbarco degli immigranti avvenne senza problemi, quello delle armi invece scatenò quel che tutti ormai temevano: uno scontro armato tra Irgun ed esercito regolare, cui era stato ordinato dal governo di circondare la spiaggia per assumere il controllo delle operazioni di sbarco. La scaramuccia localizzata sulla spiaggia dilagò rapidamente. Interi battaglioni lasciarono le loro consegne per unirsi all’Irgun. Soldati dell’Irgun, ora integrati in reparti dell’esercito, disertarono. Conscio dei rischi della situazione, Begin decise d’imbarcarsi e dirigere la nave verso Tel Aviv. Una volta arrivata a Tel Aviv, la nave non avrebbe offerto un facile bersaglio. Di fronte a migliaia di testimoni, alla luce del giorno, il governo non avrebbe cercato lo scontro frontale ma avrebbe forse negoziato, questa la logica della decisione. Invece fu la tragedia: l’odissea dell’Altalena si concluse alle cinque di pomeriggio del 22 giugno, affondata da un colpo di cannone sparato dall’unica unità di artiglieria pesante del giovane esercito, e operata da un immigrante sudafricano che non parlava quasi l’ebraico. Il governo non cedette su nulla e si disse pronto ad accettare soltanto la resa incondizionata della nave. Lo scontro lasciò sul terreno diciannove morti e dozzine di feriti. Centinaia di soldati collegati all’Irgun furono arrestati. Tutti i centri culturali, gli uffici, persino la sede operativa dell’Irgun – oggi sede del Likud a Tel Aviv – furono presi d’assalto e chiusi dalle truppe fedeli al governo. Begin, sfuggito all’arresto sulla spiaggia, trasmise da una stazione radio segreta a Tel Aviv un appello di due ore, intercalato da singhiozzi e momenti di grande emozione: oltre a dare la sua versione dei fatti, lanciava un appello ai sostenitori e agli attivisti revisionisti: non ci dovrà essere una guerra civile, i fratelli non si uccideranno tra loro, Caino non si ergerà a sgozzare Abele. Ben Gurion aveva imposto l’autorità del governo, Begin aveva richiamato i suoi all’ordine, la guerra civile fu scongiurata, ma lo scontro ci fu, ed era stato in larga parte inevitabile.
Il 20 giugno 1948 Israele si trovò, solo un mese dopo la dichiarazione d’indipendenza e nel corso di una guerra di sopravvivenza contro i vicini arabi, sull’orlo di una guerra civile. Lo spettro di uno scontro fratricida fu scongiurato non dalla ricerca di un compromesso negoziato; non dalla rinuncia del neonato governo degli attributi di sovranità, quali il monopolio della forza e l’applicazione uniforme delle leggi; non dalla ricerca di una tregua tra i gruppi paramilitari e il governo; ma dall’imposizione, a prezzo di sangue, dell’autorità unica e insindacabile di un unico potere, lo Stato. Ben Gurion rifiutò la richiesta di Begin di distribuire parte delle armi alle unità dell’Irgun dislocate intorno a Gerusalemme. Rifiutò di negoziare un compromesso con Begin e di cedere su qualsiché elemento, simbolico o sostanziale, della contesa. Per Ben Gurion, era preferibile la guerra civile. Cedere avrebbe significato riconoscere che lo Stato non aveva autorità d’imporre la sua volontà, con la forza se necessario. Il tributo di sangue pagato e la perdita di un carico d’armi indispensabile per il paese nel momento drammatico in cui si trovava nel giugno 1948 – con l’esercito egiziano alle porte di Gerusalemme e in controllo di tutte le arterie del deserto del Negev nel Sud, con Tel Aviv sotto tiro dell’artiglieria pesante egiziana, con già più di 1.200 caduti nelle file del giovane esercito (su una popolazione di 600 mila persone) e un bisogno disperato di rinforzi e rifornimenti – furono nonostante tutto preferibili all’alternativa. La consegna del 20 per cento del carico all’Irgun, come richiesto da Begin, avrebbe permesso la creazione di una milizia indipendente con obiettivi militari diversi perché in disaccordo politico con il governo e dotata di armi a sufficienza da sfidare, se necessario, l’esecutivo e l’esercito del paese. La scelta di affondare l’Altalena dunque non fu tra la guerra civile e un modus vivendi tra governo e revisionisti, tra esercito e paramilitari, ma tra uno scontro ora e un inevitabile scontro successivo dove il costo umano, i rischi politici, e le potenziali conseguenze interne e per il paese nel suo conflitto con gli Stati arabi sarebbero stati molto più devastanti.

Che cosa dice oggi l’artigliere sudafricano

Ben Gurion fece una scelta nel 1948 e la seguì fino in fondo, senza preoccuparsi del rischio d’immagine o dei possibili contraccolpi politici. Gli storici sono concordi nell’esprimere un giudizio duro su di lui per i dettagli della gestione dell’intera crisi, inclusa la presentazione della crisi stessa ai suoi ministri come un possibile colpo di Stato dell’Irgun, cosa che diede il via libera all’azione armata comandata dal governo. Ma il giudizio d’insieme rimane positivo. Ben Gurion diede un messaggio di forza nel momento di più grande debolezza e vulnerabilità del neonato Stato ebraico: Israele sarebbe stato guidato da un governo, difeso da un esercito, governato da una legge o non ci sarebbe stato Israele.
Fast Forward di cinquantacinque anni, e oggi tocca ai palestinesi. Da quando Yasser Arafat si è insediato a Gaza nel luglio del 1994, l’Autorità palestinese ha rimandato lo scontro con Hamas. Invece che smantellarne la rete di strutture sociali che ne garantiscono il sostegno politico, la raccolta di fondi e l’indottrinamento ideologico, Arafat ha sempre preferito trattare con Hamas. All’inizio dell’Intifada nell’ottobre 2000, invece che imporre con le cattive l’Autorità palestinese come unica autorità e unico governo dello Stato in fieri, Arafat ha fatto il contrario: ha permesso, per commissione od omissione non ha importanza, la formazione di gruppi paramilitari largamente indipendenti. Ha tollerato che essi si armassero, si organizzassero, e conducessero una politica indipendente e contraria agli impegni internazionali presi dall’Anp, oltre che agli scopi politici dichiarati del movimento di liberazione palestinese. Li ha incoraggiati a operare, ammiccando o semplicemente tacendo, e non intervenendo. La rinuncia del monopolio alla forza – attributo principe della sovranità statale e strumento chiave di ogni governo che desideri affermare la sua autorità – ha finora evitato ai palestinesi l’appuntamento con la loro Altalena. Ma la decisione di decentrare, invece che accentrare, la forza e l’autorità che ne legittima l’uso ha fatto scendere la Palestina nell’anarchia. Invece che scontrarsi tra loro, i gruppi palestinesi hanno per tre anni fatto a gara a chi massacra più israeliani per soppiantare i rivali nella corsa alla legittimità interna. Hamas sta vincendo questa macabra competizione. Ora dovrebbe essere giunto il momento della verità. Dovrebbe essere giunto il momento di scegliere tra gli obiettivi di Hamas – uno Stato islamico nella Grande Palestina che segua la distruzione politica e fisica di Israele – o la realtà: uno staterello palestinese demilitarizzato e laico, accanto a Israele. Questa scelta non può avvenire attraverso una tregua. Solo uno scontro risolverà le sorti del futuro movimento di liberazione nazionale palestinese e dello Stato che eventualmente andrà a creare.
Se i palestinesi avessero fatto come Israele e avessero subito avuto la loro Altalena, il tributo di sangue, sempre troppo alto in uno scontro tra fratelli, sarebbe stato simile a quello pagato da Israele. Oggi, dopo quasi dieci anni di ritardi e pericolosi ammiccamenti con il nemico, ai palestinesi tocca accettare la realtà e affrontarla prima che la lotta intestina distrugga anche l’ultima speranza per i palestinesi di avere un futuro indipendente. L’artigliere sudafricano che centrò l’Altalena, oggi professore a Gerusalemme, è stato recentemente intervistato per un documentario sugli avvenimenti di quei giorni. Con le lacrime agli occhi ha affermato che se gli venisse dato di cambiare qualcosa nella sua vita, cambierebbe quel giorno. Sparare sui propri fratelli fu un momento straziante per tutti, compreso lui. Eppure lo fece, e facendolo garantì il futuro del paese. (Emanuele Ottolenghi, Il foglio, 21 giugno 2003, qui)

Per rievocare la vicenda dell’Altalena ho scelto, tra tutti gli articoli presenti in rete, questo di Ottolenghi, per l’accuratezza della ricostruzione. Mi trovo tuttavia in parziale disaccordo sulla “morale della favola”, in quanto non ritengo del tutto sovrapponibili le due situazioni, quella israeliana nel ’48 e quella palestinese al momento dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il movimento sionista, infatti, aveva diverse componenti, fra le quali trovavano posto un gruppo combattente non troppo disposto alla disciplina e all’obbedienza, diciamo così, ossia l’Irgun, e un gruppuscolo apertamente terrorista, ossia la banda Stern. Al momento della nascita dello stato di Israele, l’autorità centrale, avendo un preciso progetto politico, ha deciso di fare piazza pulita di tutto questo, e così ha fatto. L’Autorità Nazionale Palestinese invece, come è chiaramente visibile nel suo sito ufficiale, come risulta dalla Costituzione di al-Fatah, come appare evidente dalle dichiarazioni di Arafat e di altri prima e dopo la firma degli accordi di Oslo, non ha mai avuto come obiettivo la costituzione di un proprio stato, ma unicamente la distruzione di Israele. Quindi, proprio per ragioni di principio, non aveva alcuna ragione per voler fermare Hamas. Resta invece tragicamente valida la (fin troppo facile) profezia di Ottolenghi sulla sanguinosa resa dei conti a cui Olp e Hamas dovevano inevitabilmente arrivare, e sono infatti arrivati. Ancora più luminosa appare dunque questa pur tragica pagina della storia di Israele con la coraggiosa scelta che, come scrive Ottolenghi, “garantì il futuro del paese”.

barbara


21 giugno 2007

AGGIORNAMENTO OTTOLENGHI

Il parlamento europeo ha riconosciuto l’errore e ora procederà alla distribuzione del libro. Forse l’esserci mobilitati in migliaia è servito a qualcosa.

barbara


21 giugno 2007

PENSIERINI VAGABONDI DA SOLSTIZIO D’ESTATE

Chissà come devono sentirsi emarginate e discriminate le povere balene gialle. (Pensierino a latere: chissà come deve sentirsi invece finalmente appagata e realizzata la nostra amica blogger aurora86, che in anni e anni di blog non era riuscita a raccattare che qualche decina di migliaia di visite e adesso invece in quattro giorni quattro è arrivata a mezzo milione …) (ma anche il mio ex cognato, se è per quello …)

barbara


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21 giugno 2007

IO

Lei mi vede così:


e io sono così:


Praticamente la fotocopia!

barbara


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20 giugno 2007

COSÌ, PER DIRE

È successo una decina d’anni fa, a qualche chilometro da qui. C’è una curva, disegnata alla pene di segugio, come si dice in italiano elevato, che in breve tempo si è conquistata il titolo di “curva della morte”. Succede dunque un giorno che un camionista, esattamente mentre sta affrontando quella curva, si mette a cercare con encomiabile concentrazione una cassetta da sostituire a quella inserita, che è finita. L’autista dell’autobus che stava arrivando in senso contrario, si è messo a urlare disperato “Ma cosa fa? Ma cosa fa?” ma oltre a urlare, povera anima, e cercare di utilizzare fino all’ultimo millimetro della dozzina di centimetri che separavano le ruote dell’autobus dal precipizio, non poteva fare. Il camion ha centrato in pieno la fiancata esterna dell’autobus, squarciandola: otto morti, fra cui due coppie con, rispettivamente, quattro e cinque figli, tutti bambini, e diciassette feriti. Un anno prima a Torino quello stesso camionista aveva centrato una donna in bicicletta, facendola secca sul colpo. E uno si chiede: cosa diavolo ci faceva, quello, a piede libero e per giunta con la patente e alla guida di un camion? E poi si chiede: ma se c’è gente che ha tempo da dedicare a qualche buona causa, perché non va a fare cagnara per i criminali in libertà piuttosto che per quelli in galera – o semplicemente ai domiciliari?

barbara


19 giugno 2007

COMPLOTTO GIUDAICO! COMPLOTTO GIUDAICO!

Quello che segue è un testo inviato oggi dal signor Hamza Piccardo alla sua mailing list.

É uscita da sola dalla mia penna...
mauro

Ma nessuno prova vergogna?

19, giugno 2007
Abbiamo appreso che è bastata una protesta della Comunità ebraica e una manifestazione di scalmanati, probabilmente gli stessi che, recentemente, a Teramo hanno aggredito il prof. Moffa, per far sì che un Ministro della Repubblica, costringesse il Magistrato militare di sorveglianza di turno a revocare con decreto la decisione del Tribunale Militare che accordava a un vecchio ultraottantenne, Erick Priebke, il permesso di lavorare fuori dalla prigione in cui è rinchiuso a seguito del processo che lo ha condannato all'ergastolo.
Quante volte abbiamo manifestato, ripetutamente in centinaia di migliaia per la liberazione di condannati senza prove o con false prove, come nel caso Valpreda?
Quante volte abbiamo protestato contro gli arresti domiciliari accordati con mano larga a tangentisti, politici corrotti, ladri di regime, colti con le mani nel sacco e rei confessi, ancora in età di sostenere la carcerazione, e godenti di ottima salute fisica?
Nessun ministro si è precipitato a convocare il Giudice di sorveglianza per revocare alcunché.
Nel caso di Priebke, già assolto nel passato, poi in seguito a pressioni coordinate della lobby ebraica internazionale, arrestato, giudicato e condannato per gli stessi fatti per cui era stato assolto, è bastato poco per annullare una decisione del Tribunale a suo favore.
Se la giustizia militare, in qualche modo si è ravveduta, tardivamente, e, in considerazione dell'età e della salute del condannato, ha accordato un piccolo beneficio, non si può dire la stessa cosa dei nostri politici così ossequienti verso tutto quello che è richiesta ebraica, sionista, israeliana.
I politici margheritici-cattolici, i politici sionistri-pedemocratici e i politici filosemitici-rifondatori, dimentichi dell'imperativo religioso del perdono e dell'imperativo umanitario della considerazione per il debole e il vecchio, si sono dimostrati inflessibili, pronti, scandalizzati e
moralistici nel perseguitare, su comando, chi non è gradito alla nostra comunità ebraica e a quella internazionale.
Da quando in qua la sovrana decisione di un libero Tribunale della Repubblica viene così piratescamente messa in discussione dai nostri politici?
In particolare chiediamo come mai coloro che si vantano di essere per la pace e la giustizia, ma che in realtà sono "sionistri", fanno l'orecchio sordo alle numerose manifestazioni pacifiste contro la guerra in Afghanistan, contro l'allargamento della base americana di Vicenza o le
manifestazioni a favore della Palestina e per un diverso atteggiamento del Governo italiano nei confronti dei palestinesi? E si inchinano alla prima richiesta di una, tutto sommato, piccola comunità etnico-religiosa transnazionale, si commuovono per la manifestazione di quattro esaltati turblenti e chiedono la revoca di decisioni legali?
Dietro la scusa dell'antifascismo, che non ha senso di essere nel momento che nessuno sente il pericolo o la nostalgia del regime mussoliniano, e dietro la scusa della lotta all'antisemitismo, di cui non si vede nessun rigurgito all'orizzonte, i nostri "sionistri" manifestano soltanto il loro
ossequio al sionismo, a Israele e ai neoconservatori del governo Bush. Questi, e non un inesistente pericolo fascista, sono le vere minacce alla democrazia in Occidente e alla pace nel mondo. Questi e non altri sono i mostri da combattere. Ma siccome sono mostri veri, potenti, armati, minacciosi, davanti ad essi i nostri politici chinano il capo vergognosamente.
Allo stesso modo i nostri eroi "sionistri" dimostrano la loro piccolezza politica e la loro disumanità. Non è segno di coraggio per chi pretende di cambiare il mondo e risollevare i deboli prendersela, fare la voce grossa e alzare l'indice accusatore con un uomo finito, uscito da un passato ormai sepolto, un uomo solo, vecchio e debole, dignitoso nel suo silenzio,
patetico nella sua ostinazione.
Ah come sento la mancanza di Pasolini !
Manno Mauro

Alcune cose, dunque, sono perfettamente chiare: 1. gli ebrei sono mostri da combattere, 2. il passato di Priebke è sepolto (sì, lo sappiamo perfettamente: è sepolto alle fosse Ardeatine), 3. il povero Pasolini si sta rivoltando nella tomba. Quello che invece non è del tutto chiaro è se il signor Priebke sia troppo vecchio e malconcio per stare in galera o abbastanza giovane e robusto da poter lavorare. Mah, chissà se arriverò mai a capirlo.

barbara


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18 giugno 2007

APPELLO DI EMANUELE OTTOLENGHI

Desidero portare alla vostra conoscenza questo appello di Emanuele Ottolenghi con la preghiera a chi ne ha la possibilità di diffonderlo a sua volta.

Cari amici,
un mese fa ho mandato il libro "La Congiura" a tutti i Membri del Parlamento Europeo e ai loro staff. "La Congiura" è un eccellente libro che rivela i Protocolli per quello che sono. Potete trovare informazioni su "La Congiura" qui:
http://www.amazon.com/Plot-Secret-Story-Protocols-Elders/dp/0393060454
e qui
http://www.nytimes.com/2004/02/23/books/23EISN.html?ex=1392958800&en=b5a706c
265ef77b8&ei=5007
Ieri ho ricevuto una lettera dal Parlamento Europeo che dice che non distribuiranno il libro data "la natura dei suoi contenuti".
Ho fatto ricorso: dopo tutto, i Protocolli sono stati pubblicati in francese 3 mesi fa in Belgio e per breve tempo sono stati anche messi in vendita all'interno del Parlamento Europeo. Perchè i Protocolli dovrebbero essere facilmente reperibili, ma non si vuole che la loro confutazione raggiunga i parlamentari europei?
Senza contare che, se conoscevano il contenuto del libro, questo vuol dire che censurano la posta in arrivo.

Ho chiesto una spiegazione all'impiegato che mi ha scritto la lettera, e ho ricevuto solo delle scuse incoerenti fra loro: non permettono l'invio di pubblicità, il libro aveva contenuti religiosi, non vi era alcuna relazione con i lavori del Parlamento, ecc. Alla fin fine era chiaro che lui si stava barricando dietro una serie di pretesti, ma che a qualcuno veramente davano fastidio proprio i contenuti del libro.
Ho mobilitato delle persone all'interno del Parlamento, ma ho anche fatto ricorso contro questa decisione appellandomi al Questore in carica, MEP Astrid Lulling del Lussemburgo (
astrid.lulling@europarl.europa.eu). Non ha ancora dato risposta alla mia richiesta dopo più di 24 ore.
Il deputato europeo Jana Hybaskova si è gentilmente impegnata, tramite il suo staff, a raccogliere metà delle buste e a distribuirle direttamente ai parlamentari europei (non ai loro assistenti), in modo da sollevare l'impiegato da ogni responsabilità al riguardo. Le sono grato per l'offerta di aiuto, ma trovo questa soluzione inaccettabile.
Dei legali stanno verificando fino a che punto gli organi interni al parlamento possono fare quello che hanno fatto, ma nel frattempo un pochino di attenzione dei media sul funzionario in questione non sarebbe una cattiva idea, date le circostanze. Mi chiedevo se qualcuno di voi potesse aiutare. Fatemi sapere se è così.
Grazie mille,
Emanuele.

Chi può faccia qualcosa, grazie.

barbara


17 giugno 2007

30 MAGGIO 2007 – UN GIORNO A SDEROT

Per non dimenticare il martirio di una città, il martirio di una popolazione, di fronte al quale il mondo intero chiude occhi e orecchie.

La testimonianza di Yankele Snir, direttore del KH per l’Europa

08:00
: Parto per una visita alla città di Sderot e al consiglio regionale dello Shaar Hanegev. In macchina alla mia destra siede Anna Marie, norvegese e già leader dell’organizzazione Cristiani per Israele. “Quando cadono i razzi kassam il mio posto è con voi”, dice. “Quando sono con voi il mio cuore si gonfia, la mia anima si libra; sono venuta per sostenervi e scopro di essere io a venire incoraggiata”.

Nel sedile posteriore siede Maarten, alto e giovane, appartiene a una delle famiglie che trenta anni fa hanno fondato i Christenen voor Israel. Maarten ha lavorato per mesi come volontario in diversi uffici del Keren Hayesod. Oggi è il giornalista che ci accompagna in questo viaggio, con il suo computer portatile, la sua macchina fotografica e due occhi attenti alla realtà che lo circonda.
Nella macchina dietro alla nostra ci sono due giornalisti della televisione norvegese, che ci accompagnano per filmare la giornata. Mostreranno al pubblico europeo ciò che i media da troppo tempo dimenticano di mostrare…



09:25
: Entriamo a Sderot. C’è molta calma. È un bene? Forse. Negli ultimi anni questa città di 24.000 abitanti ha visto cadere sulle sue case 500 razzi kassam; altri 3.000 sono caduti nelle vicinanze. Avi Sulimani ci sta aspettando vicino al centro sportivo costruito dalla campagna italiana del KH. Avi è la Florence Nightingale del Dipartimento per la Gioventù e la Cultura di Sderot, cui fa capo l’intera gamma dei servizi educativi di carattere informale. Ma nella complicata realtà di oggi Avi deve occuparsi di molto più di questo. I genitori di Avi sono arrivati in Israele dal Marocco nel 1951; la loro prima casa è stata una tenda. Qualche tempo dopo si sono trasferiti in una capanna e alla fine hanno costruito una casa a Sderot. Non hanno alcuna intenzione di lasciare la città.
Avi sale in macchina e comincia a dare ordini: “Aprite i finestrini, così potete sentire l’allarme. Quando lo sentite avete 15 secondi per trovare rifugio!”. Penso che la scorsa settimana 15 secondi non sono bastati a Oshri Oz. Oshri Z”l, tecnico di computer e padre di un bambino di tre anni, era venuto a Sderot da Tel Aviv per una chiamata di servizio; il razzo è caduto vicino alla sua macchina, uccidendolo all’istante.
Avi ci mostra la città. Molti degli edifici sono sfregiati, le ambulanze sono pronte, i soldati sono appostati in vari punti, pronti ad aiutare se necessario. I volti delle persone sono seri, quasi disperati, in particolare quelli dei piccoli commercianti, che sono sull’orlo della bancarotta. La metà della popolazione di Sderot è composta da immigrati.



09:45
: Ci fermiamo di fronte alla nuova sede del club giovanile Bnei Akiva, cui è stato dato il nome di Ella Abekasis. Nel gennaio del 2005 Ella, una dolce giovane donna di diciasette anni, stava tornando a casa insieme al fratello Tamir di nove anni dopo aver partecipato a un programma presso il locale club Bnei Akiva (Bnei Akiva è il movimento giovanile affiliato con il movimento sionista religioso). Improvvisamente è partito l’allarme: “Rosso! Rosso!” Ella ha afferrato il fratello e lo ha buttato a terra, coprendolo con il proprio corpo, per proteggerlo dalle schegge del razzo kassam caduto a pochi passi da loro. In ospedale Ella ha lottato per giorni contro la morte, invano. Tamir, colpito dalle schegge in tutto il corpo, è sopravvissuto. Yonatan, il padre di Ella, ci aspetta all’entrata del club. Ci guida con orgoglio fino alla stanza dedicata alla memoria di Ella. Con le lacrime agli occhi racconta: “Sapevamo che la fine era vicina, anche quando eravamo seduti accanto al suo letto in ospedale. Il telefono ha suonato; era il primo ministro Ariel Sharon. Arik ci ha chiesto come stavamo e ha cercato di sollevarci il morale; poi ha chiesto che cosa poteva fare? Gli ho risposto: gli assassini hanno fatto a pezzi il suo corpo, ma nessuno può sconfiggere il suo spirito. Ella ci ha lasciato un modello autendico di vera devozione, di generosità, di amicizia sincera nel suo circolo Bnei Akiva. Ciò che vorrei che Lei facesse, signor primo ministro, è aiutare a costruire una sede adeguata per i programmi del movimento; in questo modo lo spirito e la memoria della mia dolcissima Ella vivranno per sempre”.
Due anni dopo sono qui a guardare con le lacrime agli occhi la gigantografia di Ella che è stata appesa nell’ingresso di questo bellissimo club.
10:15: Entriamo nella stazione di polizia di Sderot. Nel cortile c’è un’enorme pila di parti di razzi kassam che sono caduti sulla città. Una pila di metallo con un unico obiettivo: uccidere, distruggere. Non c’è fine al dialogo di metallo con ‘Hamas’. Per un attimo mi immagino una realtà diversa e mi perdo in una fantasia: dal momento che Sderot è la città natale di un certo numero di musicisti e cantanti di successo, vedo un concerto notturno sulla spiaggia di Gaza con 100.000 abitanti della città palestinese che felici applaudono Kobi Oz e la sua band.



10:30
: Raggiungiamo il centro giovanile di Sderot. Nel novembre del 2006 abbiamo inaugurato questo edificio con una delegazione del KH olandese. Il KH olandese ha fatto una generosa donazione per completare il centro giovanile. Gli uffici di Avi sono qui, qui dove si svolgono le attività sociali e culturali. Al momento è in via di completamento un auditorium per trecento persone. Il centro giovanile è particolarmente pulito, eccezion fatta per una stanza. Una settimana fa il tetto del centro è stato colpito in pieno; il razzo è caduto proprio in mezzo allo studio di danza. Per fortuna erano le 6:30 del mattino. Lo studio è completamente distrutto; nelle prossime settimane dozzine di giovani studenti di danza classica dovranno trovare un’altra sede per fare lezione. I ballerini di salsa si trasferiranno in una sede temporanea, quelli di danze popolari hanno già trovato un’alternativa. Il messaggio è chiaro: Sderot non smetterà di ballare, alla faccia dei razzi kassam.



11:30 :
Raggiungiamo gli uffici del consiglio regionale dello Shaar Hanegev. Da molti anni le campagne del KH contribuiscono allo sviluppo dell’area Sderot – Shaar Hanegev. Incontriamo il presidente del consiglio regionale, Alon Schuster. Benché io abbia visitato questa regione in molte occasioni, questa visita è diversa. Alon è più serio del solito, più riservato: deve gestire i problemi sempre nuovi e sempre più gravi che affliggono le popolazioni più vicine alla striscia di Gaza, problemi seri, legati alla sicurezza delle istituzioni pubbliche e delle case dei privati cittadini minacciate dai razzi kassam e a una realtà economica che difficilmente riesce ad attrarre investimenti e in cui lo sviluppo diventa quasi impossibile. La domanda è: fino a quando? Quando finirà tutto questo?
La tradizione sionista ha sempre dato la medesima risposta: reazione. Nonostante i 3.500 razzi kassam che sono caduti in questa regione, il numero degli abitanti è cresciuto dal 2002. Nuovi quartieri sono sorti in quasi tutti gli insediamenti e tutti i lotti sono stati comprati!
Un gruppo di giovani è arrivato insieme al moshav Yachini, vicino a Sderot, per partecipare al progetto “Ayalim” (”Cervi”, in italiano) sponsorizzato dal KH e dall’Agenzia Ebraica.
Questi ragazzi stanno colonizzando la regione come la prima generazione di pionieri aveva fatto 70 anni fa. Costruiscono le loro case, studiano presso il locale collegio universitario e dedicano molte ore a servizi di volontariato nella zona. Se questa notizia potesse attraversare il marmo della tomba di David Ben Gurion, che non si trova molto lontano da qui, lo vedremmo sorridere e fare ciao con la mano ai ragazzi..!
Alon è il rettore del collegio universitario Sapir, vicino a Sderot. Sapir è il prodotto di una visione della leadership locale che, pur andando contro ogni logica, è diventata realtà, trasformandosi in un’istituzione accademica frequentata ogni giorno da migliaia di studenti. Le gru lavorano senza sosta per costruire un altro edificio, un altro piano; i trattori spianano i terreni e i giardinieri miracolosamente piantano erba e palme nel mezzo del deserto. Tuttavia, la paura dei razzi kassam incombe su tutto questo – chi tornerà in classe il prossimo settembre???



11:45
: La porta dell’ufficio di Alon Schuster si apre improvvisamente. La segretaria è in uno stato di: “Non avete sentito la sirena?” No, non abbiamo sentito. Solo un momento prima un razzo kassam ha colpito una casa nel quartiere settentrionale di Sderot. La vita di Edward Mirzayev è cambiata in un attimo quando il razzo è caduto sulla sua casa. Torneremo a parlare di Edward tra breve.
12:15
: Siamo arrivati al campus Sapir presso il consiglio regionale dello Shaar Hanegev. Questo meraviglioso sistema educativo sta vivendo la sfida più dura che abbia mai dovuto affrontare. Dal momento che non tutte le classi sono a prova di missile, le lezioni sono state trasferite altrove. Visitiamo una classe che è stata colpita da un kassam solo due settimane fa, solo alcuni secondi dopo che gli studenti erano corsi fuori. L’insegnante che ha chiuso la porta è stata raggiunta da schegge in tutto il corpo.
Nello Shaar Hanegev educano alla pace, nello Shaar Hanegev insegnano la co-esistenza, nello Shaar Hanegev organizzano programmi per bambini ebrei, arabi e beduini perché possano incontrarsi e conoscersi. Nello Shaar Hanegev la sicurezza di questi piccolo scolari è nelle mani dei terroristi di Gaza...
Ohad, uno studente della classe undicesima, ci racconta: “Abito in un moshav che si trova fuori dal raggio dei kassam e vengo a scuola ogni giorno con l’autobus. Per me salire sull’autobus ogni giorno è come giocare alla roulette russa. L’unico problema è che in questo gioco non ci sono vincitori …!” Sua madre lo chiama ogni due ore per sapere come sta.
12:30
: Isolato 520, il quartiere Neve Eshkol di Sderot. Ci stiamo dirigendo verso la casa che è stata colpita da un razzo kassam meno di un’ora fa. Edward Mirzayev è seduto nel suo appartamento al quarto piano, e piange e ride allo stesso tempo. Piange per la sua casa, che è stata distrutta e ride per la sua buona sorte: sua moglie e i suoi tre figli sono a Ramla per far visita alla nonna. Nessuno è stato ferito, ma due appartamenti sono stati distrutti. Frammenti di vetro sono sparsi su tutto il pavimento, i mobili della cucina sono volati in tutte le stanze. I giornalisti della televisione norvegese lo intervistano: Odia ‘Hamas’ a Gaza? Lui dice di no. Il governo norvegese deve continuare a mandare fondi all’Autorità Palestinese? No, risponde Edward: dovrebbero mandare cibo e medicine, dal momento che il denaro non arriva a chi ne ha bisogno… Persino in questo momento difficile in cui la sua casa è stata distrutta Edward, secondo me, si mantiene lucido e pensa logicamente. Siamo scesi due piani sotto, dove nell’appartamento n. 6 troviamo due bambini di 10 mesi. Lo spostamento d’aria causato dalla bomba ha rotto i vetri ma i bambini sono incolumi.
All’entrata dell’edificio troviamo una folla di persone; la loro ira è palese. Quando la smetteranno di essere colpiti dai razzi kassam?
13:30
: Ritorniamo a Gerusalemme. Siamo tutti molto silenziosi sulla via del ritorno. Avi Sulimani chiama con una lista urgente di cose di cui hanno bisogno. Oggi, nella zona di Sderot, sono caduti cinque razzi kassam, fortunatamente senza causare vittime. Mi torna alla mente la foto di Ella Abekasis. Possiamo giustificare il suo sacrificio con le soluzioni che adottiamo per proteggere la città di Sderot e i suoi abitanti? Sarà il tempo a dircelo. (Keren Hayesod, 06.06.07)

barbara


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16 giugno 2007

A SCUOLA, PER ESEMPIO

A scuola per esempio succede che in prima, all’inizio dell’anno, viene spiegato che i compiti in classe si fanno in due ore, e dato che l’ora doppia c’è il sabato, è di sabato che si faranno. Allora una scolaro alza la mano e dice: “Io non posso farli: il sabato ho gli allenamenti e le gare di nuoto”. Dico, ragazzo mio, potrai saltare UN compito, non I compiti. Dice, ma io il sabato ho gli allenamenti e le gare di nuoto, se lei fa il compito di sabato io non lo faccio. Dico, va bene, vorrà dire che se non ho neanche un voto ti dovrò mettere in pagella “non classificato”. Mi arriva la madre furibonda, dice lui il sabato ha gli allenamenti e le gare, e i compiti in classe non li fa. Dico, scusi, prima verrebbe la scuola. Dice: niente vero! Ha detto l’allenatore che PRIIIMA viene il nuoto e DOOOPO tutto il resto, e lei la deve smettere di terrorizzarlo raccontandogli di queste balle che gli dà non classificato in pagella, guardi che vado dal preside, sa. (Io adesso la faccio corta perché detesto annoiare, ma la cosa è durata quasi tre quarti d’ora con lei che continuava a ripetere all’infinito tutta la sequenza e io che tentavo, inutilmente, di chiudere il discorso).
A scuola per esempio succede che all’udienza dico a una mamma che il ragazzo mi è già venuto senza compito per sei volte, e lei promette che d’ora in poi gli starà dietro di più ed eviterà che torni a succedere. Quando viene senza compito per l’ottava volta, gli scrivo una nota nel diario, e il giorno dopo mi porta una firma lampantemente falsa. Naturalmente lui giura che è autentica e io gli dico va bene, se è autentica non avrai problemi a dire a tuo padre che non mi piace e che ne voglio un’altra. Il giorno dopo mi porta una firma sicuramente autentica ma … non sulla pagina del diario bensì su una strisciolina di carta bianca incollata sulla pagina del diario. Scrivo una lettera in cui do conto dell’accaduto e la faccio spedire dalla segreteria. Mi arriva il padre. Dice che le firme sono sue. Tutte e due. Mi spiega che la prima gli è venuta strana perché era arrabbiato. Con l’altra è successo che nella pagina del diario si era fatto (?) un buco e allora il ragazzo per coprirlo ci ha incollato sopra quella striscia di carta (diversa dalla carta del diario?! Sì, perché?) e lui sbadatamente ha firmato proprio sopra lì senza riflettere che la cosa mi avrebbe potuta insospettire.
A scuola per esempio succede che mando una lettera a casa per informare che uno scolaro ha ripetutamente aggredito un compagno, correndogli anche dietro fuori dalla scuola, nonostante una prima volta lo avessi fermato e ammonito di piantarla. Dalla segreteria mi informano che all’una e tre quarti arriverà la mamma dello scolaro. La mia ora di udienza è alle dodici e un quarto; mi può andare bene anche all’una e tre quarti, ma non sarebbe stato male mandarmi prima a chiedere se mi va bene. Comunque. All’una e tre quarti io sono lì, e lei no. Arriva con un quarto d’ora di ritardo; naturalmente si guarda bene dallo scusarsi. Dico, guardi, stavolta mi sono proprio arrabbiata sul serio. Dice, sì ma senza motivo, a quanto ho sentito. Perché lei non è venuta per sentire la mia versione dei fatti, neanche per sogno: lei è venuta a dirmi che siccome la mia versione è diversa da quella di suo figlio, allora è chiaro che io conto balle. Perché, e questo me lo dice proprio esplicitamente, fra me e suo figlio, lei crede a suo figlio. Nonostante sia stato documentatamente beccato a mentire almeno una dozzina di volte.
A scuola per esempio succede che alla fine dell’ora dico “Allora per casa mi fate …” “Per domani?” “No caro, io domani ho il giorno libero e dormo”. E i genitori vanno in massa dal preside a protestare perché sfotto i ragazzi dicendogli che io dormo mentre loro invece devono lavorare (e il preside me ne viene a chiedere conto).
A scuola per esempio succede che un terzo di classe mi arriva senza compito e io li sgrido. E una mamma mi viene a chiedere inorridita: “Ma è vero quello che ho sentito dire, che lei sgrida?!?” (Oggi è stato l’ultimo giorno di scuola, non so se si sia capito).

“That is not what I meant at all.
That is not it, at all.”

(In the room the women come and go
Talking of Michelangelo)

(Do I dare
Disturb the universe?)

In silenzio, a testa bassa, si allontana. Dissolvenza.

barbara


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15 giugno 2007

GLI ARABI? MASSÌ, IGNORIAMOLI!

(quando non servono ai nostri scopi)

Il professore arabo boicottato dai britannici


Da un articolo di Amir Hanifes



Come titolare di due lauree all’Università di Haifa in procinto di conseguire il PhD presso l’Università di Londra, ho partecipato a Bournemouth al congresso della UCU (sindacato dei docenti universitari e di college britannici) in qualità di delegato israeliano a nome dell’Israeli Council for Academic Freedom.
Il dibattito al congresso sull’imposizione di un boicottaggio contro l’accademia israeliana si è svolto in un’atmosfera di aperta ostilità, ignorando completamente i dati di fatto che noi venivamo illustrando circa l' effettivo esercizio della libertà d’espressione e di ricerca nelle istituzioni israeliane di studi superiori.
Le prove che i docenti universitari israeliani con vedute pro-palestinesi possono esprimere le loro opinioni senza problemi sia nelle loro attività didattica e di ricerca sia sui mass-media, non ha influito minimamente sul dibattito.
Quando abbiamo presentato un elenco di organizzazioni e centri di ricerca che operano nel quadro delle università israeliane vantando esplicite forme di cooperazione israelo-palestinese e israelo-araba, con lo scopo dichiarato di promuovere legami fra i due popoli, anche questo dato è caduto nella totale indifferenza.
Lo stesso è avvenuto quando è stata la volta degli appelli di docenti ed esponenti palestinesi, fra i quali Sari Nusseibah, presidente dell’Università (palestinese) Al-Quds, e il ministro (arabo israeliano) Raleb Majadele, che chiedevano alla UCU di astenersi dal boicottare i loro colleghi israeliani.
A Bournemouth i leader del boicottaggio britannico hanno completamente ignorato i dati che ho personalmente presentato sull’Università di Haifa, come ad esempio il fatto che il 20% degli studenti di quell’università provengono dalle minoranze israeliane: evidentemente anche noi arabi israeliani saremo vittime del boicottaggio britannico.
Così come non si mostrarono per nulla interessati al fatto che gli studenti arabi, che si considerano una minoranza nazionale all’interno dello stato di Israele, sono rappresentati da un comitato studentesco specifico e godono di piena libertà di azione politica sul fronte dei rapporti pubblici. Né erano interessati al fatto che il professor Majid al-Haj sia il vice presidente dell’università di ricerca, o che il centro arabo-ebraico guidato dal dottor Faisal Azaiza sia considerato uno degli enti più prestigiosi dell’università.
In verità questo gruppo di docenti britannici ha ben chiaro che l’accademia israeliana è la meno responsabile di tutti per ciò che accade nella nostra regione, a maggior ragione se confrontata con la libertà d’espressione delle istituzioni accademiche dei nostri vicini. Dopo tutto, i britannici sanno benissimo che i successi tecnologici, accademici e culturali nello stato di Israele scaturiscono proprio e innanzitutto dalla libertà d’espressione e di ricerca che vige in ogni campo, in Israele.
Per questo i dati e le cifre che abbiamo presentato erano del tutto inutili. Perché tutto ciò che a loro interessava era il loro solo e unico obiettivo: delegittimare lo stato di Israele, senza alcuna vera relazione con la situazione delle sue università; presentarlo come uno stato da apartheid che priverebbe le sue minoranze dei più elementari diritti come l’istruzione e la libertà d’espressione.
Erano particolarmente infastiditi dal fatto che uno studioso come me, membro della comunità arabo drusa d’Israele, abbia partecipato al congresso difendendo l’accademia israeliana. E hanno contestato il fatto stesso che io abbia accettato di studiare in istituzioni associate con la comunità di maggioranza del paese e di insegnare nella lingua locale, l’ebraico. Mi domando cosa avrebbero mai pensato se a mia volta avessi contestato il fatto che Sua Maestà la regina Elisabetta è patrono dell’Università di Londra, e che in questo momento sto studiando nella loro lingua locale, l’inglese.
(Da: YnetNews, 6.06.07)

L’articolo è di qualche giorno fa, come potete vedere: in costante arretrato con la posta e con tutto il resto, l’ho ripescato fuori solo adesso, ma penso valga ugualmente la pena di postarlo per chiarire ulteriormente, caso mai qualcuno ancora ne avesse bisogno, quali siano i motori che mettono in movimento questi personaggi che si dichiarano spinti da smisurato amore per il popolo palestinese oppresso e da indignazione per le ingiustizie che questo subirebbe.


barbara


14 giugno 2007

AH, L’INFORMAZIONE!

Esattamente 24 giorni fa, in questo blog, ho parlato della condanna a morte richiesta dalla signora Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nonché figura eminente di Nessuno tocchi Caino. Ebbene – preparatevi a fare un bell’applauso – oggi, con appena 24 giorni di ritardo, anche il Corriere ha dato la notizia della sconcertante richiesta. E pensare che una volta “io leggo i giornali” era sinonimo di essere sempre aggiornati su tutto! (Per inciso, avendo bisogno di cercare quel post perché non ne ricordavo la data esatta, ho scoperto che nella nuova meravigliosa piattaforma del cannocchiale, oltre a tutto il resto, non funziona neanche la ricerca).
E visto che sto parlando dell’ajatollessa – come la chiamano, sicuramente con piena cognizione di causa, i dissidenti iraniani (quelli veri) – riprendo, in ritardo anch’io ma solo di una settimana, la notizia del suo duro attacco contro Ayaan Hirsi Ali. L’articolo di Alessandra Farkas sul Corriere la descrive come una “
signora dai capelli corti indossa una giacca grigia di taglio maschile, mentre passeggia con aria sbarazzina nella hall di uno degli alberghi più kitsch di Manhattan, masticando con gran gusto una chewing-gum” (che schifo. Secondo me la gomma da masticare dovrebbe essere bandita ovunque come le sigarette. Anzi, più delle sigarette, perché mentre chi fuma disturba solo se presente di persona, i masticatori fanno rivoltare lo stomaco anche per telefono. Ma lasciamo perdere). Difende appassionatamente l’islam, la signora, e ci racconta che “Duemila anni fa il mio Paese era governato da due regine: Boran e Azarmidokht”. E una si chiede: glielo diciamo che duemila anni fa nel suo Paese l’islam non aveva ancora fatto irruzione? Sarà una buona cosa o rischiamo di provocarle uno di quei traumi dai quali poi uno non si riprende più? Lei, comunque, è contenta di essere fuori dall’Iran, perché “In Iran la Ebadi continua a sentirsi «censurata al 100 per cento». «Per questo viaggio tanto. Voglio che il mio messaggio esca e si diffonda»”. E come approfitta di questa sconfinata libertà di cui può godere quando è in trasferta? Qual è il messaggio che ci tiene tanto a far conoscere al mondo? Il messaggio è questo: Ayaan Hirsi Ali - una dissidente vera, una che rischia la pelle – è pericolosa: “«Le sue tesi - spiega la Ebadi - sono pericolose, reazionarie e identiche a quelle delle dittature islamiche che dice di aborrire»”. Ecco, l’ayatollessa ha sentenziato: poiché lei non è d’accordo con Ayaan, Ayaan diventa la quintessenza di ogni male. Mentre l’islam, al contrario di Ayaan, è tanto buono, o yes. E poi sapete che cos’altro ci racconta ancora l’ajatollessa? Provate un po’ a indovinare … ebbene sì: ha un sacco di amici ebrei! E non è mica vero che gli ebrei in Iran siano poi così oppressi come qualcuno vorrebbe raccontarci, no no no, i veri perseguitati sono quelli come lei. Che dire? Buona masticata, signora ajatollessa. E mi raccomando, non si stanchi troppo la bocca: non sia mai che se la ritrovi troppo stanca per sputare un altro po’ di fango su chi è perseguitato davvero, o per chiedere un’altra condanna a morte.

barbara


14 giugno 2007

IRAN, STATO ETICO

 

Così lo definisce, con immensa ammirazione, qualcuno che bazzica da queste parti. Ebbene, ammiriamo dunque anche noi la profonda eticità di questo paradiso in terra.

Un giovane è stato impiccato per un crimine commesso quando aveva 16 anni.

Agenzia France Press - Un iraniano di 20 anni, identificato dal solo nome Mohammad, è stato impiccato a Shiraz, nel sud, per un crimine commesso quando era ancora minorenne, secondo quanto riporta sabato la stampa iraniana.
Mohammad aveva commesso un crimine all'età di 16 anni, ma è stato impiccato il 23 aprile scorso, all'età di 20 anni.
Secondo le autorità, l'Iran non giustizia minorenni di meno di 18 anni, ma, nella maggior parte dei casi, condannati alla pena capitale sono stati impiccati dopo avere raggiunto l'età di 18 anni.
Quest'impiccagione porta almeno a 88 il numero di persone giustiziate in Iran dall'inizio dell'anno (qui).

Forse le nostre benemerite associazioni umanitarie, i vari Nessuno tocchi Caino, i radicali, i pacifisti e tutte le anime belle che popolano le nostre contrade, sono ancora occupate a piangere per Saddam: sarà per quello che non ce l’hanno fatta ad andare a protestare e manifestare per quest’altro condannato qui.

barbara


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13 giugno 2007

ORGOGLIO PEDOFILO

23 giugno, Giornata Mondiale dell'Orgoglio Pedofilo
Sì, avete letto bene, il 23 giugno si terrà la giornata Mondiale dell'orgoglio pedofilo: tutti i pedofili del mondo accenderanno una candela azzurra. Un gesto simbolico per ricordare i pedofili incarcerati perché - come dicono loro - "vittime delle discriminazioni, delle leggi ingiustamente restrittive per ribadire l'amore che proviamo per i bambini" (boyloveday international). Queste persone (se è giusto indicarle così) hanno pure un loro sito e non è un sito illegale, non contiene pornografia, anzi questi signori si impegnano a convincere i loro lettori di agire nel bene, di volersi differenziare dai criminali, da chi commette atti violenti, da chi costringe i bambini, i ragazzi, dicendo che loro li amano. Sono 8 anni che questa giornata esiste, che questo sito è on line, nell'indifferenza di tutti gli organismi internazionali.
E' stato richiesto anche l'intervento dell'ONU, ma tutto è rimasto così com'è. Ora è partita una petizione

Un fermo “No” contro la “Giornata Internazionale dell’orgoglio pedofilo”. Proviamoci, facciamo una catena di blogger, se credete che possiamo urlare un NO anche noi, prendete questo post, copiatelo nei vostri blog e siti, inviatelo per e-mail a conoscenti e amici, fatelo girare tra i blogger.

Uniamo le nostre forze per qualcosa di positivo.
Fate firmare la petizione che sarà presentata all'UNICEF e all'On. Frattini.

nome e cognome tramite sms 3391819641
oppure
nome e cognome tramite mail
italia@epolis.sm
oppure firmate al sito
http://www.epolis.sm/html/fermiamo_gli_orchi.html

Copia e diffondi.


barbara


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12 giugno 2007

MA IL FURTO, IN ITALIA, NON ERA REATO?

Circa un anno e mezzo fa ho dovuto fare un mutuo per pagare il dentista – e magari una volta o l’altra la racconterò questa storia, un emozionante thriller popolato da avvocati, periti, intimidazioni in perfetto stile mafioso, omertà, potenti dinastie, documenti fatti proditoriamente sparire, viaggi interstellari (e un ricordo di me, come un incantesimo) e altro ancora. Ma torniamo alla base. Ho fatto un mutuo ed è da allora che a causa della restituzione dello stesso, pagate le spese fisse vivo con circa 4 euro al giorno: un euro lunedì martedì mercoledì e domenica, uno e trenta giovedì e sabato, tre e ottanta venerdì, quindi in media uno e mezzo al giorno per i giornali, e i restanti due e mezzo per cibo, bevande, carta igienica, detersivi, benzina, meccanico, abbigliamento e vizi vari. Ieri mi è arrivata dalla banca, per la terza volta dall’inizio di questa storia, la comunicazione che il tasso di interesse è stato unilateralmente aumentato di 0,5 punti. 0,5 per tre volte fa 1,5. Il tasso di interesse inizialmente concordato era di circa il 6%; un aumento dell’1,5% rappresenta un aumento del 25% sul totale, equivalente a un aumento del 16,6 periodico fisso per cento all’anno. Su yahoo finanza leggo che l’inflazione del 2006 è stata dell’1,7%. Quindi, o l’indice Istat è taroccato, o la mia banca mi ha derubata del 90% (o anche tutti e due, beninteso).

barbara


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11 giugno 2007

GIORNALISTI PALESTINESI CRITICANO L’USO DI UN VEICOLO CON LA SCRITTA “TV” NELL’ATTACCO AVVENUTO A GAZA



By Reuters, 10.06.06, ore 15:46

Il sindacato dei giornalisti palestinesi ha criticato domenica i militanti che hanno usato un automezzo con la scritta “TV” per avvicinarsi al confine con Israele e cercare così di rapire un soldato israeliano da una postazione situata al di là del confine.
“L’uso di veicoli che portano le scritte “Stampa” o “TV” ... mettono in pericolo le vite dei giornalisti, dando all’occupazione israeliana il pretesto di prendere di mira ed uccidere i giornalisti stessi e riducono la possibilità ai media di svolgere il loro dovere professionale e nazionale” dice il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi. “Vogliamo sottolineare la nostra opposizione all’uso di veicoli dei media e il coinvolgimento della stampa in qualsivoglia conflitto in corso, e chiediamo a tutte le parti in causa di abbandonare immediatamente tali metodi”, dice il gruppo, l’unica associazione di giornalisti presente nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania.
Fotografie apparse sui media hanno mostrato il veicolo blindato, con la scritta “TV” in lettere rosse ben visibile nella parte anteriore, al posto di frontiera di Kissufim dopo l’attacco, con fori di proiettili sul parabrezza.
L’Associazione dei Giornalisti Stranieri, con sede in Israele, ha rilasciato un comunicato in cui si asserisce che l’uso di automezzi con segnali che li contraddistinguono come mezzi dei media per altri scopi rappresenta “un abuso della protezione riconosciuta ai giornalisti” e costituisce “un preoccupante sviluppo”.
Il primo ministro Ehud Olmert, in commenti rilasciati all’inizio del settimanale Consiglio dei Ministri a Gerusalemme, ha detto domenica che gli aggressori avevano usato un “veicolo con le insegne “TV” per confondere i soldati israeliani”.
Il primo ministro ha dichiarato che i terroristi hanno cercato di “giocare sulla speciale sensibilità che abbiamo, in quanto paese democratico, al diritto della stampa di operare liberamente e indipendentemente anche in aree a rischio”. Abu Ahmed, portavoce del braccio armato della Jihad Islamica, ha accusato l’IDF di aver apposto il segno TV sull’automezzo in un momento successivo. (Haaretz)

Non è granché, ma visti i precedenti è pur sempre meglio che niente: abbiamo visto ambulanze palestinesi usate per trasportare esplosivi, e nessuno ha fiatato, abbiamo visto addirittura ambulanze dell’Onu usate dai terroristi palestinesi per scopi non propriamente sanitari, e nessuno ha avuto da ridire. Che adesso si muovano i giornalisti palestinesi, anche se solo perché rischia di andarci di mezzo la loro pelle, è già qualcosa. (Grazie a Silverlynx per la segnalazione e a Paolo T. per la traduzione)


10 giugno 2007

MANIFESTAZIONE HEZBOLLAH

Mi sa che devo avere già visto da qualche parte questo tipo di saluto, ma non riesco a ricordare dove …



barbara


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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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