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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 maggio 2007

DISINFORMAZIONE GRATUITA

Comunicato Honest Reporting Italia 31 maggio 2007

La disinformazione non è fatta solo di cose eclatanti: spesso è fatta di cose minime, di dettagli apparentemente insignificanti ma che, proprio per questo, passano facilmente inosservati e penetrano nelle coscienze. È il caso di questo trafiletto pubblicato martedì 29 maggio a pagina 7 del giornale "24 minuti":

Palestina
Uccisi due attivisti islamici nella striscia di Gaza
Due attivisti islamici palestinesi sono morti questa mattina nel corso di uno scontro a fuoco con alcuni soldati israeliani vicino ad un posto di blocco di frontiera di Soufa, nella zona meridionale della Striscia di Gaza. L'esercito israeliano, tuttavia, non ha confermato la notizia.

Esaminiamo in dettaglio la "notizia": innanzitutto i terroristi diventano "attivisti" (come quelli di Green peace? Come quelli per i diritti umani? Come quelli per la lotta alla pedofilia?) in modo da togliere loro ogni possibile connotazione negativa. In secondo luogo la definizione "islamici", che di per sé dovrebbe avere carattere innanzitutto religioso: "attivisti islamici" potrebbero essere qualcosa come i missionari cristiani, che si prodigano per diffondere (pacificamente) la propria fede religiosa: è di questo che si tratta? In terzo luogo la precisazione "nel corso di uno scontro a fuoco" è solo apparentemente una notizia, dato che, non indicando quando, come, perché e per iniziativa di chi (le domande base alle quali ogni giornalista principiante dovrebbe imparare a rispondere) si è verificato questo scontro a fuoco, non ci fornisce alcuna informazione supplementare. Infine la conclusione: "L'esercito israeliano tuttavia non ha confermato la notizia": vale a dire che abbiamo un'informazione (una velina?) arrivata da non si sa quale fonte e non confermata da nessun'altra fonte, e che tuttavia viene ugualmente presentata come notizia. Che cosa rimane nella mente del lettore dopo avere letto questa pagina? Che nella striscia di Gaza ci sono soldati israeliani, e non si sa perché. Che questi soldati si scontrano con dei militanti islamici palestinesi, e non si sa perché. Che infine li uccidono, e non si sa perché (nessun accenno, va da sé, ai razzi qassam che quotidianamente da Gaza vengono lanciati su Israele). E, proprio perché non ci sono disinformazioni vistose, queste piccole (apparentemente) manipolazioni penetrano e lasciano il segno. Aggiungiamo che il giornale "24 Minuti", (edito dal Sole24ore, come dimostra il loro sito internet:
http://www.24minuti.ilsole24ore.com), è un giornale gratuito, il che gli garantisce una notevole diffusione (viene distribuito fuori dalle stazioni della metropolitana, è presente in moltissime tabaccherie ecc.) e può quindi avere un consistente impatto. Sarebbe pertanto utile protestare per questo modo davvero poco serio di fare informazione. Possiamo farlo scrivendo a 24minuti@ilsole24ore.com.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso
HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com


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barbara




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30 maggio 2007

E MI RACCOMANDO, LA MATTINA EVITATE DI PREPARARVI AL BUIO

Perché andare in giro con una scarpa di camoscio beige e un mocassino di pelle bordò non è proprio proprio il massimo dell’eleganza. No.

barbara




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30 maggio 2007

OGGI NON HO TEMPO DI SCRIVERE

(ma d’altra parte non ti ho scritto mai): scuola mattina e pomeriggio, e il pomeriggio a piedi per via del giro (che il Signore benevolmente lo stramaledica) e varie altre cose. Per cui niente post. Per farmi perdonare vi regalo la foto del mio trisnonno: va bene?



barbara




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28 maggio 2007

QUALCUNO ME LO SA SPIEGARE?

Quella volta che Mussolini ha chiamato bagnasciuga la battigia ha riso mezza Italia per giorni interi – compresa la sua amante, come è documentato nelle intercettazioni telefoniche effettuate dagli alleati. E allora, io mi chiedo, com’è che adesso lo dice mezza Italia e non ride più nessuno?

barbara




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27 maggio 2007

SALVIAMO SDEROT!

Comunicato Honest Reporting Italia 27 maggio 2007

Da sette anni, gli abitanti di Sderot vivono nel costante terrore. Su quella che un tempo era una ridente cittadina di 20.000 abitanti, da sette anni piovono con frequenza quasi quotidiana missili Qassam lanciati dai palestinesi della striscia di Gaza.
In sette anni, circa 8.000 razzi palestinesi hanno avuto come bersaglio esclusivamente obiettivi civili israeliani, quali case, scuole, ospedali, giardini d'infanzia, centri commerciali e ogni altro luogo in cui ci sia un'alta concentrazione umana.
Scopo evidente è uccidere il maggior numero di persone, uomini e donne, vecchi e bambini.
Nell'agosto 2005 il governo israeliano ha messo in atto lo sgombero totale dei 25 villaggi situati nella striscia di Gaza, nella speranza di ottenere in cambio una maggiore sicurezza per i suoi cittadini residenti nel Sud del Paese e lungo i suoi confini.
La risposta palestinese non si è fatta attendere: dove erano le serre, che producevano tonnellate di verdure e davano lavoro a centinaia di palestinesi, sono stati scavati i tunnel dai quali passa il contrabbando di armi e l'ingresso dei terroristi, come possiamo vedere qui:
http://www.drybonesproject.com/blog/gazaGreen.jpg
e quelli che un tempo erano fertili insediamenti agricoli sono stati in un attimo trasformati in ulteriori basi di lancio, e l'intensità dei lanci è aumentata.
Per avere un'idea della situazione suggeriamo di guardare, fra i molti disponibili, questi due filmati:

http://www.youtube.com/watch?v=fJ5CtzTQXPs 
http://www.youtube.com/watch?v=j68nFQ20o0s

Durante tutti questi anni abbiamo assistito, incredibilmente, a un silenzio pressoché totale su tutto questo: sia i media che la politica internazionale hanno totalmente ignorato quanto sta accadendo, hanno ignorato il martirio che la città di Sderot sta quotidianamente subendo, per svegliarsi unicamente quando Israele decide di reagire. Quando ciò accade, è tutto un indignarsi, è tutto un protestare, è tutto un condannare: rivolto a Israele, beninteso. Anche in questi ultimi giorni, in cui i palestinesi hanno ulteriormente intensificato i lanci di missili, non abbiamo sentito se non condanne per "l'uso sproporzionato della forza" da parte di Israele. E nel frattempo Sderot muore. Nel frattempo gli abitanti di Sderot fuggono a migliaia. Nel frattempo quelli che non possono fuggire, avendo non più di 15 secondi di preavviso tra l'allarme e la caduta del missile soffrono per gravi traumi psicologici e psichici.

Noi vogliamo che tutto ciò abbia termine. Chiediamo a tutti coloro che leggeranno questo testo di agire in prima persona. Chiediamo che tutti scrivano ai propri giornali di riferimento per chiedere di informare puntualmente sul martirio che Sderot sta subendo, e non solo sulle risposte israeliane. Chiediamo che tutti scrivano al maggior numero possibile di politici per chiedere loro di prendere nettamente posizione su quanto sta accadendo da anni sotto gli occhi di tutti, per chiedere loro di chiudere una volta per tutte la vergognosa pagina della "equivicinanza" tra carnefici e vittime che da troppo tempo contraddistingue la nostra politica estera, per chiedere loro di fare pressione sui propri contatti palestinesi per far cessare questa barbarie. Qui:
http://www.camera.it/deputatism/245/documentoxml.asp
potete trovare gli indirizzi email dei deputati e qui
http://www.senato.it/leg/15/BGT/Schede/Attsen/Sena.html
quelli dei senatori.
Chiediamo infine che tutti coloro che, fra quanti leggeranno questo testo, dispongono di un sito web, di un blog, di un qualunque tipo di spazio pubblico, lo utilizzino per diffondere ulteriormente questo appello, chiediamo che tutti coloro che lo riceveranno lo inoltrino alle proprie mailing list. E firmiamo anche le petizioni indirizzate agli stati membri dell'Unione Europea qui:
http://www.petitiononline.com/EU2007/ e qui:
http://www.petitiononline.com/Sde2007/petition.html
Collaboriamo tutti, per quanto sta nelle nostre possibilità, a salvare Sderot dalla distruzione totale.

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barbara




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26 maggio 2007

VICINE

La vicina A, per la precisione, è una ex vicina. Abitava esattamente di fronte a me, dall’altra parte del pianerottolo, in un appartamento con un bell’ingresso, cucina, soggiorno grande, due camere, bagno. Adesso sta in un appartamentino con camera, cucina, bagno. Così la vicina B, un giorno che l’ha incontrata, le ha chiesto: “Ma non ci state un po’ stretti?” E la vicina A ha risposto: “Beh, per adesso sì, ma poi quando resterò vedova ci starò benissimo”. La vicina B, nel raccontarmelo, mi ha confidato: “Sa, io lì per lì mi sono un po’ scandalizzata. Però, se devo essere sincera, a volte mi capita di invidiare le vedove: vanno dove vogliono, fanno quello che vogliono, non devono chiedere permessi a nessuno, non devono rendere conto a nessuno …” E io rifletto: potrebbe benissimo, con lo stesso risultato, invidiare le nubili, o le separate, e invece no: invidia proprio le vedove. Meditate, uomini, meditate. A proposito di uomini, come mai il marito della donna incinta assassinata in casa in provincia di Perugia è ancora a piede libero?

barbara




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25 maggio 2007

AH, QUANTO È BELLO VIVERE IN UNO STATO ETICO!

La vita delle donne in Iran, assediate dal destino e dalla cultura

22 maggio 2007

By Margaret Coker
COX NEWS SERVICE
Published by: The Washington Times

TEHERAN – Cresciuta donna in Iran, Layla non ha conosciuto la felicità.
All’età di tredici anni la famiglia l’ha venduta a un uomo che l’ha costretta a prostituirsi. A diciotto anni è stata arrestata e condannata a morte per adulterio, mentre il suo protettore ha dovuto soltanto pagare una multa.
In contrasto, Shadi Sadr un’avvocatessa iraniana è stata cresciuta con il mondo ai suoi piedi. Quando era piccola, la sua famiglia ha incoraggiato la sua istruzione. Quando è diventata una giovane adulta, è stata libera di viaggiare e di sposare un uomo che amava.
Questa differenza di destini in Iran non è inusuale. Una Repubblica Islamica di 70 milioni di persone dove sulle stesse strade alcune donne portano avanti le loro attività commerciali mentre altre camminano in maniera anonima dietro i loro mariti e, per parlare, aspettano che gli venga dato il permesso.
In Iran le donne possono guidare e avere delle proprietà. Possono anche essere indipendenti dai parenti di sesso maschile dal punto di vista legale—uno status raro nel resto della regione, dove i dogmi patriarcali dell’Islam e la cultura tribale spesso assoggettano le donne.
Il sistema legale iraniano codifica anche delle tradizioni che conferiscono alle donne uno status di seconda classe. La testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo. Una ragazza è considerata adulta, per legge, all’età di nove anni, gli uomini all’età di tredici. Inoltre, la legge nega alle donne uguali diritti in materia di divorzio, custodia e eredità.
Ma la storia di Layla—una giovane donna costretta a prostituirsi e condannata a morte per questo—è straordinaria per come si è capovolta.
Il suo destino è cambiato due anni fa quando la Sadr, un avvocatessa sempre in prima linea nella battaglia per la difesa dei diritti delle donne, è entrata nella sua cella e l’ha salvata. Oggi Layla vive in un ricovero per donne, pronta, a 22 anni, ad iniziare una nuova vita. Il suo cognome è stato cancellato su richiesta del ricovero in cui vive per paura che le persone del suo passato possano farsi pagare per raccontare la sua storia.
Il viso arrossato di Layla mostra un lieve sorriso, le scintille nei suoi occhi bruni come le noci non mostrano alcuna traccia degli eventi drammatici del suo passato.
“Quando ero piccola non avevo alcun sogno per la mia vita” ha detto Layla. “Per tutta la vita le persone mi hanno fatto del male fino a quando non è arrivata Shadi. Adesso, ogni giorno è migliore di quello precedente.”
Un proverbio persiano afferma: se il destino non si adatta a te, adattati al destino. È stato usato per consolare le donne –e per spronarle alla rassegnazione—alla dura realtà della vita in Iran. Shadi Sadr e le sue colleghe vogliono bandire questo proverbio dalla vita quotidiana.

Crescere come un bene mobile
Layla è cresciuta con i suoi genitori e con due fratelli in un trilocale ad Arak, una città industriale a circa 120 miglia a sud di Teheran. Ha aiutato la madre nei lavori domestici, un compito che, a detta del padre le rendeva impossibile frequentare la scuola.
Il padre lavorava raramente, una situazione tipica per le famiglie delle città operaie, infestate dal crimine. Shadi Sadr e gli operatori sociali che si sono occupati di Layla hanno raccontato che per guadagnare, i genitori di Layla l’hanno venduta ad un uomo sapendo che quest’ultimo l’avrebbe obbligata a prostituirsi. In Iran è legale che il padre venda la figlia purché la vendita assuma la forma di un contratto di matrimonio. All’età di tredici anni Layla è diventata legalmente la moglie del suo protettore.
Le tradizioni culturali e giuridiche dell’Iran non lasciano via di scampo. Le ragazze vengono cresciute per obbedire ai padri. Una volta sposate, le donne devono obbedire ai mariti. Un avvocato specializzato in diritto civile e diritto di famiglia ha affermato che i giudici, non importa quali siano le condizioni, di norma prendono le parti degli uomini nei casi relativi alle dispute familiari.
Questa era la situazione di Layla quando la polizia l’ha arrestata a 18 anni, dopo essere sopravvissuta a due gravidanze e al trauma di aver ceduto entrambi i bambini. Le autorità l’hanno incriminata per prostituzione e adulterio.
Aspettando il processo Layla ha provato a difendersi dalle accuse. Ha raccontato storie di incesti a casa, quando era piccola, e la brutale violenza fisica subita dal marito. “Per tutta la vita non c’è stato nessuno che mi abbia dato ascolto, nessuno che abbia capito i miei problemi e nessuno che mi abbia creduto quando raccontavo le cose terribili che sono accadute. Tutti mi hanno giudicato e hanno ritenuto che il reato sessuale fosse una mia colpa” ricorda Layla.
Quando ha udito le sue accuse, il giudice ha deciso che era responsabile d’aver sedotto il fratello. Ha condannato Layla a morte per lapidazione—la punizione che il Corano comanda sia per l’adulterio che per l’incesto.

Una vita diversa
Shadi Sadr, ha deciso di diventare avvocato perché le storie come quella di Layla erano troppo pericolosamente vicine anche per qualcuno con una vita indipendente e privilegiata come la sua. Molti studenti universitari in Iran sono donne. Il Parlamento ha un ristretto ma consistente numero di membri eletti di sesso femminile. Le donne eccellono in tutti i campi aperti loro: le arti, l’istruzione, gli affari e la legge.
Dietro a molte di queste donne di successo ci sono favole di parenti di sesso femminile i cui desideri sono stati schiacciati dalla tradizione o dalla religione.
Per Shadi Sadr quella persona è stata la nonna, una delle prime ragazze alle quali fu permesso di frequentare la scuola negli anni ’30 grazie a un decreto del monarca riformatore Reza Shah Palavi che regnò in Iran fino al momento in cui abdicò nel 1941. Suo figlio Mohammad Reza Palavi, governò l’Iran fino al momento in cui fu spodestato dalla Rivoluzione Islamica del 1979.
La nonna di Shadi Sadr completò il sesto grado d’istruzione e sognava di diventare un’insegnante o un’ostetrica. Ma la Sadr ha raccontato che il suo trisnonno obbligò sua nonna a sposarsi all’età di tredici anni con un uomo che aveva almeno tre volte la sua età, consegnandola ad una vita da casalinga.
Shadi Sadr non voleva che la sua vita finisse allo stesso modo e non ha voluto un simile destino neanche per sua figlia Darya che ora ha sette anni.
“A mia nonna non è stato permesso di fare la vita che avrebbe voluto. Io sono stata fortunata. Ho ottenuto tutto, ma la lotta è ancora dura. Non voglio che le persone che mi sono più care abbiano gli stessi problemi,” ha affermato la Sadr, una piccola donna con i capelli irti e scuri e una voce forte.
Durante i tre anni appena trascorsi ha offerto assistenza legale pro-bono aiutando dozzine di donne. Ha ottenuto il rilascio dal braccio della morte per otto donne dopo che le loro accuse di adulterio erano state ribaltate. La sua causa non è stata semplice. La Sadr ha trascorso del tempo in prigione, compreso un periodo di tre settimane lavorative, per aver organizzato una manifestazione per i diritti umani a Teheran.
L’esercizio della professione legale, le differenze sono anche contro di lei.
Subito dopo la Rivoluzione del 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini stabilì il divieto per le donne di diventare giudici. L’ayatollah Khomeini sostenne che il cervello di una donna non è sufficientemente sviluppato per questo tipo di processo decisionale. Le giudici – inclusa Shirin Ebadi premio Nobel per la pace—persero il loro posto.
Gli uomini di chiesa che adesso guidano il settore giudiziario interpretano le leggi molto più severamente nei confronti delle donne, hanno sostenuto Shadi Sadr e altri avvocati che difendono la causa dei diritti umani.
“È il monopolio del potere” ha spiegato “hanno una mentalità molto tradizionalista e un pregiudizio contro le donne non tradizionaliste. È una battaglia costante per la giustizia.”

Salvare Layla
Nel 2004 un amico ha parlato a Shadi Sadr del caso di Layla. Ha trovato la ragazza che languiva nella prigione sola nella sua miseria e catatonica. La Sadr ha presentato appello basandosi sull’ordine del Corano che impone la pietà e la carità. La Corte ha accettato le sue argomentazioni a causa del peggioramento dello stato mentale di Layla.
La Sadr ha persuaso il giudice a tagliare i legami legali tra Layla e la sua famiglia e a nominarla custode legale di Layla.
Nel 2005 Layla è stata liberata, Shadi Sadr l’ha portata a Teheran e l’ha fatta aiutare da una rete di donne che lavorano per riabilitare centinaia di donne e di ragazze vittime degli abusi del sistema iraniano.
Tra queste ci sono ragazze senzatetto, vittime di stupro, divorziate e prostitute. Agli occhi della società tradizionale iraniana, hanno solo una cosa in comune: la presunzione che tutte hanno perso la verginità, e quindi la loro virtù.
“Ragazze e donne così ....sono considerate dal governo e da gran parte della società un completo fallimento. Noi non pensiamo che questo sia vero” ha affermato Marjaneh Halati un’esperta psicoterapista che ha fondato Omid-e Mehr, il ricovero per donne nel centro di Teheran dove ora vive Layla.
Anche il governo gestisce ricoveri per donne vittime di abusi dove queste ultime possono trovare dei letti e del cibo. Ma Omid-e Mehr è una rarità in Iran poiché rappresenta una via di fuga per le ragazze dalle catene del loro passato e permette loro di non rimanere costrette da esse.
Il centro fornisce una terapia individuale e di gruppo, assistenza alimentare, orientamento professionale e ricerca del lavoro. L’età delle donne è compresa dai 20 ai 35 anni e le donne rimangono nel programma due o tre anni. Gli assistenti sociali stanno insegnando a Layla a leggere e la matematica. Si accinge a disegnare e a dipingere con i suoi amici. Va in gita sulle montagne al di fuori di Teheran e a vedere un film una volta la settimana.
“È difficile essere una ragazza in Iran. Sopravvivi imparando a sopportare quello che la vita ti porta. Questo era quello che succedeva nella mia vita in passato.” Ha detto Layla. “Adesso sogno di diventare felice e di avere l’intero mondo servito su un piatto d’argento.”

Venduta a tredici anni per essere prostituita e condannata a morte per essersi prostituita: effettivamente, come dice un nobile saggio che si aggira da queste parti, uno stato in cui questo è la norma non può che meritare tutto il nostro rispetto e tutta la nostra ammirazione per lo straordinario coraggio con cui porta avanti l’attuazione della propria limpida morale. E noi, in questo baratro del degrado, in questo schifo di occidente in cui succede perfino, udite udite, che i padri vendano le figlie, dobbiamo solo stare zitti. Ipse dixit.

barbara




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25 maggio 2007

ULTIME NOTIZIE

Leggo sul Corriere di oggi, in prima pagina e con grande risalto, che George Clooney “ha messo all’asta un bacio per beneficenza: se l’è aggiudicato una signora, 350 mila dollari”. Cioè, fatemi capire, la notizia è che a voler baciare Clooney è stata una donna? Certo che pagare l’equivalente di un appartamento per baciare una tale faccia da mona …

barbara




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24 maggio 2007

VISTO IN CITTÀ

Giovane pakistana, bellissima. Vestito tradizionale, lungo, non aderente e tuttavia, in qualche modo, fasciante, sulle forme morbide. Camminata lenta, languida, con il culo che, con incomparabile armonia, compiva archi di 120 gradi. Un gesticolare, parlando, che disegnava nell’aria eleganti arabeschi, accompagnati da un aggraziato ondeggiare del mento. Il marito la guardava, e deglutiva. Vistosamente. Lei sorrideva, sornionamente ammiccante, al suo deglutire, pur dando mostra di ignorarlo. Per un momento mi è venuto voglia di andare lì e dirle: lo sai, vero, quanto ti è andata bene? Poi ho pensato, ma tanto lo sa da sola. E poi ho pensato anche, e poi in ogni caso probabilmente non sa l’italiano e non capirebbe. E poi ho pensato, ma forse sì, invece, che saremmo riuscite a capirci lo stesso.

barbara




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23 maggio 2007

SIMONA VASTA RISPONDE

Ebbene sì, l’autrice dello spettacolare servizio di Sky Tg24 denunciato da Honest Reporting Italia ha risposto a un amico, uno dei tanti, che le ha scritto per esprimere la propria indignazione per quella montagna di faziosità e di menzogne. Questa la risposta:

Non sono completamente d'accordo con lei, ma dopo attenta riflessione ritengo che i miei servizi possano essere stati mal interpretati perché comunque sono stata poco chiara. Ho risposto in modo più esaustivo alla Signora M. L., chiedendole di mettere in rete la risposta.
Cordialmente, Simona Vasta


A parte il fatto che non c’era niente da interpretare. A parte il fatto che tutto ciò che ha detto era perfettamente chiaro. A parte tutto questo nessuno di noi, naturalmente, ha la minima idea di chi possa essere la signora M. L.. E nessuno di noi ha la minima idea se questa signora abbia un qualche spazio “in rete” e, se sì, dove. Viene il sospetto che, avendo la signora M. L. un nome ebraico, la signora Vasta dia per scontato che la signora M.L. abbia in mano l'intero sistema planetario delle comunicazioni (una roba bestiale sti ebrei, ci fosse una cosa una sulla quale non abbiano allungato le loro zampacce, cazzarola!)

barbara




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23 maggio 2007

E RIPARLIAMO DI IRAN



L'immagine sopra riportata riguarda la figlia ferita dalle percosse degli agenti incaricati a far rispettare l'abbigliamento islamico

Iran Press News 21 maggio 2007
Secondo quanto ha diffuso Il Nucleo delle Donne Iraniane a Teheran, domenica sera, in una piazza di Teheran, Hafte Tir, le squadre militari dei mullah incaricate a far rispettare l'abbigliamento islamica, ha fermato una madre e figlia perchè non idonei alla normativa islamica in materia dell'abbigliamento.
La figlia della donna ha reagito male a questo provedimento e ha cercato di rispondere e a questo punto gli agenti hanno deciso di arrestarla e portarla via con il cellulare.
In seguito è successo una forte collutazione tra la gente e gli agenti che colpivano con calci e pugni le due donne.
A questo punto la gente è intervenuto a favore della ragazza e ha cercato di salvarla tutta ferita sanguinante e portarla via con una macchina privata. (ripreso dal sito delle donne iraniane)

Ammiriamo tutti la meravigliosa coerenza con cui un meraviglioso “stato etico” convince i suoi adoranti cittadini a condividere la sua meravigliosa etica.

(E ricordiamo)


barbara




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22 maggio 2007

LEGGO SUL GIORNALE DI OGGI

che il signor D’Alema a Kabul cercherà di vedere Hanefi. Siccome la vecchiaia incalza e la memoria comincia qua e là a mostrare la corda, qualcuno potrebbe cortesemente ricordarmi se in occasione di altre visite dalle parti del Medio Oriente si è dato da fare per cercare di vedere anche due ragazzi prigionieri in Libano e uno a Gaza? Tra l’altro, visto che coi capi di quelle parti è in ottimissimi rapporti – culo e camicia direi, se non temessi di apparire scurrile – a differenza che con Karzai che gli sta proprio tanto ma tanto antipatico, la cosa gli dovrebbe riuscire anche piuttosto facile. Però non riesco a ricordarmene; mi potete aiutare?
Leggo anche, nello stesso articolo di Lorenzo Cremonesi, che Emergency non intende riaprire i tre ospedali e i 25 ambulatori in cui ha chiuso ogni attività a causa della “detenzione arbitraria e illegale” di Hanefi. Quindi, sembra di capire, mettere in atto genocidi, purché di negri – e non importa se cristiani, animisti o musulmani – non è né arbitrario né illegale. Meno che mai cosa che possa turbare la cristallina coscienza del signor Strada.
Piccola questione lessicale: se “donna di strada” equivale a zoccolaccia zozza, a che cosa equivarrà “coscienza di strada”?

(E tantitanti auguri per i tuoi meravigliosi 83 anni)

barbara




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21 maggio 2007

NOBEL PER LA PACE?

Il premio Nobel Shirin Ebadi chiede ed ottiene la legge del taglione per un presunto omicida

19 maggio 2007

Scritto da D. Karimi
Ho appena ricevuto da Teheran, attraverso una giornalista iraniana, che la mattina di mercoledi scorso (16 maggio 2007) cioè due giorni fa, nel cortile del carcere di Evin è stato impiccato un detenuto di nome Mohammad Safar, accusato di aver violentato e ucciso una ragazza di nome Leila Fathi, 11 anni fa.
Imputato, sempre si è dichiarato innocente. Il giudice lo ha riconosciuto colpevole dell'omicidio grazie al giuramento di 5 familiari della vittima che ognuno ha giurato 10 volte che Safar Mohammad ha "violentato e ucciso Leila Fathi".
La notizia fin qui è di routin nel regime dei mullah, ma il fatto che sorprende tutti quanti è la seguente notizia: chi è avvocato della famiglia della vittima? Il premio Nobel iraniana la signora Shirin Ebadi che attualmente in occasione dell'esecuzione del detenuto Mohammad Safar si era trasferito all'estero!!!
La giornalista iraniana mi chiedeva "come mai una persona come premio Nobel per la pace che si dichiara contro pena di morte e per i diritti umani ha cosi tanto insistito in qualità dell'avvocato della famiglia della vittima per l'esecuzione della pena e per impiccagione di Safar Mohammad?
In attesa che ci arrivi prima possibile una, smentita da parte del premier Nobel Shirin Ebadi.

karimi davood
Presidente associazione rifugiati politici iraniani in Italia

La signora Shirin Ebadi, che i dissidenti iraniani chiamano, non certo a caso, “l’ajatollessa”, e che nessuno ha mai sentito aprire bocca se non per inveire contro gli Stati Uniti, non ha mai goduto della mia simpatia. Questo episodio conferma in pieno ciò che h sempre pensato di lei.

barbara




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21 maggio 2007

LE VITTIME DIMENTICATE

"Da questo giorno, ogni anno commemoreremo le vittime del terrorismo".
Con queste parole Giorgio Napolitano concluse la celebrazioni in onore del Commissario Luigi Calabresi, assassinato nel maggio di 35 anni fa da elementi di Lotta Continua.
"Le vittime del terrorismo".
Tutte? Proprio tutte? Siamo sicuri?
Eppure ci sono delle vittime cancellate dalla memoria degli italiani.
Vittime di cui nessuno parla, di cui i media, i politici, l'opinione pubblica hanno smesso di occuparsi e dispiacersi pochi giorni dopo il loro assassinio.
Vittime dimenticate eppure erano italiane e comunque ammazzate in Italia.
Vittime il cui ricordo è stato insabbiato sotto strati di indifferenza e di collusione con gli assassini.
Vittime non vittime perché ammazzate da feddayin mandati dall'uomo più amato e protetto in Italia, Yasser Arafat.
Alle ore 9 del 27 dicembre 1985 terroristi palestinesi incominciarono a sparare a raffica contro i passeggeri che si trovavano nelle vicinanze del check in della compagnia israeliana ELAL, a Fiumicino.
Dopo una violenta sparatoria tra terroristi, carabinieri e sicurezza israeliana restarono sul pavimento dell'aeroporto 16 corpi senza più vita, i feriti furono più di 70.
Notizia data, subito digerita e prontamente dimenticata.
Credo che non esista neppure una targa per ricordare l'eccidio.
Nel 1985 ci furono 600 attacchi terroristici fra riusciti e tentati eppure mai fu pronunciata una sola parola di condanna contro i palestinesi che facevano scorrere tanto sangue per le strade delle principali città d'Europa, già allora venduta e stravenduta agli arabi, il parallelo più in voga era all'epoca, come oggi, "israeliani= nazisti".
Andando indietro di qualche anno, il 9 ottobre 1982, altri feddayin spararono contro un gruppo di ebrei che usciva dalla sinagoga di Roma.
Sul selciato, senza vita, il corpicino di un bimbo di due anni Stefano Taché, 35 ebrei romani furono feriti molto gravemente, alcuni, ancora oggi, portano nel loro corpo schegge di pallottole che è stato impossibile rimuovere.
Stefanino Taché avrebbe 27 anni, è stato ucciso perché ebreo quando aveva appena incominciato a sorridere alla sua vita di bambino.
Lo ricordano la famiglia e gli ebrei di Roma.
I suoi assassini furono lasciati fuggire, si disse, verso la Grecia e poi a Tunisi per rifugiarsi nel quartier generale del solito mandante adorato dagli italiani, Yasser Arafat.
Gli attentati dell'OLP di Arafat contro l'Italia e l'Europa ebbero inizio subito dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni in un'escalation incredibile che nessuno voleva o poteva fermare. I primi attentati furono rivolti contro Israele ma quasi subito si estesero a tutta Europa con una ferocia incredibile: Atene, decine di morti per mano di feddayin venuti dal Libano, eppure la rappresaglia israeliana che distrusse l'aeroporto di Beirut senza fare una sola vittima, indignò l'opinione pubblica molto più dei morti di Atene.
Persino il Papa Paolo VI mandò un messaggio di solidarietà al presidente libanese .
Solidarietà per gli aerei distrutti, silenzio per i morti israeliani.
La Santa Sede non riconosceva l'esistenza di Israele, lo avrebbe fatto soltanto nel 1993.
Dopo Atene fu la volta di Zurigo, Gerusalemme con decine di morti in un mercato, poi l'aeroporto di Lod a Tel Aviv, 38 morti, poi ancora Lod dove gli israeliani riuscirono con un'operazione lampo a liberare i 150 passeggeri presi in ostaggio colla minaccia di farli esplodere con tutto l'aereo.
Ancora Lod con 26 morti, 80 feriti.
In settembre del 1972 la strage di Monaco, 11 atleti israeliani uccisi.
Niente paura, le Olimpiadi dovevano continuare, sarebbe stato sufficiente togliere dalla parata finale la bandiera israeliana.
Detto fatto. Più semplice di così!
Il mondo commosso si riprese subito perché sulla pietà per i morti prevalse la propaganda della "disperazione palestinese" e delle "colpe di Israele".
Alla fine ogni attentato verrà visto come una giusta lotta di un "popolo senza terra", le decine di morti europei verranno subito dimenticate e i morti israeliani saranno considerati il giusto prezzo che Israele doveva pagare.
L'Europa ormai stava diventando velocemente il regno di Arafat che manderà i suoi feddayin a sparare nei ristoranti, negli aeroporti, nelle sinagoghe, per le strade di ogni capitale europea, sulle navi come l'Achille Lauro.
Poi, a strage avvenuta, arrivava lui, in divisa militare e pistola alla cintura, a raccogliere come un sovrano gli applausi dei suoi sudditi.
Può sembrare agghiacciante ma effettivamente veniva accolto come un capo di stato, con tutti gli onori, stretto in abbracci pieni di ammirazione, avvolto da bagni di folla adorante, da ovazioni e poi tutti insieme, travolti da un'insana passione per il mostro, eccoli a urlare che Israele era il Male dell'umanità e che doveva cessare di esistere.
C'era qualcosa di diabolico in tutto questo, qualcosa di spaventoso, di feroce.
Qualcosa di incomprensibile perché andava al di là dell'immoralità, persino al di là dell'antisemitismo comune, era l'incubo rinato di una vera e propria criminalità nazista che auspicava la dissoluzione di una Nazione e del suo Popolo, gli Ebrei.
Intanto, dopo Monaco, ecco la volta, una delle tante, di Fiumicino dove fu introdotto un mangianastri che doveva esplodere nell'aereo israeliano in volo per Tel Aviv.
Per fortuna il mangianastri fu scoperto evitando la morte di 148 passeggeri fra cui molti italiani.
L'episodio passò sotto silenzio e l'anno dopo i due terroristi Ahem Zahid e Alì Ashen saranno prosciolti da ogni accusa e liberati.
Roma era diventata ormai la base del terrorismo palestinese, appartamenti pieni di armi e di esplosivi, terroristi che facevano quello che volevano e, quando venivano presi, ricevevano subito la libertà provvisoria e il permesso di lasciare l'Italia.
Un ambasciatore italiano dirà "Le liberazioni dei terroristi è la moneta di scambio per ottenere la promessa che i palestinesi avrebbero colpito col terrorismo tutti meno l'Italia". (Fausto Coen-Israele quarant'anni di storia)
Promessa non mantenuta come tutte le promesse palestinesi ma neppure la consapevolezza del tradimento della parola data aprì gli occhi e la mente degli italiani.
Troppo amore per Arafat o troppo odio per Israele?
Ormai i palestinesi avevano in mano l'Europa, ne erano i padroni, ordinarono al presidente austriaco Kreiski di non accogliere più gli ebrei che scappavano dall'URSS e Kreiski obbedì senza fiatare.
Uno stato sovrano ed europeo piegato ai desideri di un delinquente. Era stato raggiunto l'apice della sudditanza e della vergogna.
Un numero incredibile di attentati continuava a colpire Israele e l'Europa ma l'indignazione dell'occidente era sempre per Israele, il comunismo europeo era prostrato ai piedi di Arafat, obbediva ciecamente ai suoi ordini, lo considerava un eroe.
Quando, a Entebbe nel giugno del 1976, gli israeliani, liberarono tutti gli ostaggi dell'aereo francese dirottato da un gruppo dell'OLP (FPLP) e del Baader Mainhof, l'Europa anziché applaudire all'operazione perfetta in cui aveva trovato la morte Jonatan Netaniahu, condannò immediatamente Israele per aver violato il diritto internazionale.
La gente comune restò ammirata dall'azione israeliana ma lo sarà per poco grazie al lavaggio del cervello dei media che si scagliarono contro.
L'Unità: "cinico atto di aggressione israeliana".
L'Avvenire " Israele si rifiuta di venire a patti".
Intanto il terrorismo quotidiano andava avanti e furono colpiti obiettivi ebraici a Anversa, Berlino, Parigi, Roma, Vienna, Monaco, Istambul, Milano.
Arafat che io ho sempre definito un genio malefico di furbizia, maestro di propaganda, stava mettendo a punto un disegno che avrebbe dato presto i suoi frutti.
Gli attentati avevano lo scopo di spaventare la gente che incominciò a pensare che "per colpa degli ebrei" potevano essere colpiti anche non ebrei e così fu molto facile per il palestinese realizzare il suo piano: l'odio fu rivolto alle vittime e non agli assassini, gli ebrei erano gli obiettivi del terrorismo quindi pericolosi per la comunità intera, dunque colpevoli, la spaccatura fra cittadini ebrei e gli altri diventò enorme e la solidarietà fu tutta per agli assassini.
Gli ebrei erano soli. Israele era solo. Come sempre.
Il disegno di Arafat non trovò mai ostacoli, lui conosceva l'antisemitismo latente in Europa e teneva indifferentemente contatti sia con i comunisti che con i fascisti, compatti contro Israele.
Le Brigate Rosse andavano ad addestrarsi nei campi palestinesi in Libano, ci fu un enorme scambio di armi tra palestinesi, terroristi rossi, Baader Mainhof e NAR.

I grandi del mondo lo accoglievano, veniva portato quasi come una reliquia ad Assisi, veniva ricevuto dal Papa in periodi in cui ministri e primi ministri israeliani erano persona non grata.
Francesco Cossiga dice oggi che la strage di Bologna potrebbe essere stata provocata da una bomba palestinese scoppiata in anticipo. Nessuno gli crede ma il periodo era quello in cui i feddayin la facevano da padroni in questa Italia così spudoratamente sottomessa al più feroce e spietato terrorista del XX secolo.
È dei governi dell'epoca la colpa di aver messo in pericolo le vite degli italiani, di aver permesso l'assassinio di persone innocenti in nome dell'odio per Israele .
Voglio sperare che negli anni a venire verranno commemorate, insieme alle vittime del terrorismo rosso e nero che sconvolse l'Italia degli anni di piombo, anche le vittime innocenti di Arafat.
Morti dimenticati, vittime dell'odio razzista e del potere assoluto di un uomo dall'anima marcia, vittime uccise più e più volte dall'oblio voluto da chi, in un'Italia succube dell'ideologia più atroce, si fece contaminare da quel marciume.
Fate giustizia, ricordateli!
Ne hanno diritto.

Deborah Fait www.informazionecorretta.com

Non aggiungo commenti: ha già detto tutto, egregiamente, Deborah. Di mio aggiungo solo l’invito a dare un’occhiata a questo filmato.

barbara




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20 maggio 2007

SKY TG24: LA SAGRA DELLE FALSITÀ

Comunicato Honest Reporting Italia 20 maggio 2007

Costa fatica commentare questo "notiziario" di sky Tg24 andato in onda alle ore 21 di giovedì 17 maggio. Costa fatica guardarlo. Costa fatica riguardarlo e prendere appunti per scrivere questo comunicato. Costa fatica attraversare indenni un tale immondo cumulo non solo di faziosità, non solo di manipolazioni, non solo di mistificazioni ma anche di notizie clamorosamente FALSE.
Cominciamo - proviamo a cominciare - dall'inizio, dalla voce rotta dall'angoscia della "giornalista" Simona Vasta che ci descrive le devastazioni provocate, a suo dire, dall'esercito israeliano, sorvolando quasi completamente sugli effetti delle lotte intestine che da mesi stanno devastando la striscia di Gaza. Ci parla di "raid aerei micidiali" dove l'aggettivo aggiunto non è parte della notizia bensì giudizio personale. Ci parla, non si sa perché, di "governo ebraico" anziché israeliano, descrive Gaza come "terra martoriata da sempre", quando la realtà è che fino al momento del ritiro nell'agosto del 2005 gli attacchi terroristici da Gaza erano piuttosto sporadici e, di conseguenza, sporadici erano anche gli interventi israeliani. In un ingarbugliatissimo discorso, segnato evidentemente dall'ansia di demonizzare Israele, ci racconta che mentre i tentativi di accordo tra le fazioni in lotta miseramente falliscono, "Israele COMUNQUE (enfasi nella voce della giornalista) non ferma la sua macchina da guerra" - e non è troppo chiaro il nesso tra le due cose: Israele dovrebbe rinunciare a difendersi per il fatto che Hamas e Fatah si stanno scannando? O si vuole forse suggerire che Israele stia approfittando del momento di debolezza per scatenare l'inferno? Ricorre all'abusatissimo artificio retorico di dare per certe le notizie di fonte palestinese mentre i bersagli colpiti da Israele diventano "quegli obiettivi che Israele definisce strategici" prendendo visibilmente le distanze dalla possibilità che siano strategici davvero. Ci narra la favola dell'intesa "seria" che era stata raggiunta tra Israele e palestinesi e che aveva retto per alcuni mesi "mettendo fine al lancio dei razzi Qassam", quando è sotto gli occhi di tutti che i Qassam non hanno smesso un solo giorno di piovere su Sderot. Ci propina la storiella della "risposta immediata" di Israele, dopo che Israele è stata quasi un anno, dopo il ritiro da Gaza, a lasciarsi bombardare senza reagire, e solo dopo il vero e proprio atto di guerra portato in territorio israeliano e culminato con il rapimento di Gilad Shalit alla fine di giugno 2006 Israele si è finalmente decisa a rispondere. E infine l'infame menzogna: sono stati lanciati razzi Qassam - tralasciando di dire che sono stati quasi un centinaio in tre giorni, tralasciando di dire che in tutto sono stati migliaia, tralasciando di parlare dei quasi 5000 abitanti di Sderot, oltre il 20% dell'intera popolazione, costretti a sfollare e dei drammatici traumi psicologici e psichici di tutti gli altri che hanno, tra l'allarme e la caduta del missile, QUINDICI SECONDI DI TEMPO per mettersi in salvo, e tutto questo DA ANNI - "ma senza ferire nessuno dal lato israeliano": è in realtà documentato che, come possiamo vedere anche
qui e qui, i razzi hanno provocato non solo grandi distruzioni, ma anche feriti: il 15 maggio una donna e il suo bambino, feriti in modo grave, e un'altra ventina di persone in modo leggero, mentre il 17 maggio è stata colpita una scuola provocando due feriti. E concludiamo con un'autentica perla da parte di questa insigne giornalista che ci parla nientemeno che dell'"esercito di David": glielo vogliamo dire che quel signore è leggermente morto da circa tremila anni? Diciamolo direttamente a lei: simona.vasta.news@skytv.it.

Cogliamo l'occasione per segnalare anche il servizio dedicato ai recenti avvenimenti dal Corriere della Sera venerdì 18 maggio: corretti, come sempre, i due articoli di Davide Frattini, corretto, eccezionalmente, anche il riguadro, ma totalmente fuorviante il titolo a piena pagina, "L'aviazione israeliana bersaglia Gaza", e decisamente faziose le immagini: una su sei colonne con la didascalia "TERRORE SUI VOLTI Uno dei raid israeliani di ieri a Gaza" e una di un palestinese rimasto ferito durante il raid israeliano, e assolutamente niente per illustrare gli scontri tra fazioni rivali e i relativi morti e feriti, in modo che a chi sfoglia il giornale rimangano nella memoria unicamente gli effetti delle azioni israeliane, quasi fossero le uniche a provocare vittime. L'indirizzo per segnalare questa ennesima scorrettezza è
lettere@corriere.it.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso
HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
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barbara




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20 maggio 2007

IRAN: VITA QUOTIDIANA A TEHERAN

17 maggio 2007

Revolver in pugno, una pasdar arresta una ragazza accusata di avere infranto Quale reato!?



Articolo 21 Liberi di - Women in the city , 16 maggio - Affidata a poliziotte donne, tutte appartenenti al corpo dei pasdaran, la nuova “campagna contro le malvelate” lanciata dal presidente Mamhoud Ahmadinejead, ha colpito sinora piu’ di centocinquantamila ragazze, fermate per la strada, al volante delle automobili, sugli autobus, all’ingresso delle scuole e dei posti di lavoro.
I dati sono stati ufficialmente comunicati all’agenzia di stampa MERH da Gholam Ali-Haddad-Adel, presidente del Majilis, il parlamento iraniano, e dal comandante delle Forze di Sicurezza dello Stato, generale Ismail Amhadi-Moghadam.
Le ragazze arrestate vengono caricate su pulman guardati a vista dai polziotti, e direttamente condotte in prigione “per violazione del codice d’abbigliamento e turbamento della vita privata e sociale”.
Sarvnaz Chitsaz, responsabile della Commissione Donne del Consiglio della Resistenza Iraniana in esilio a Parigi, ha dichiarato che “le cifre delle donne arrestate o convocate nei commissariati sulla base di foto scattate ad insaputa loro e delle famiglie, sono molto piu’ alte di quelle comunicate dalle autorita’. Oltre tutto, le convocazioni dei pasadaran sono spesso del tutto infondate, e questo atteggiamento sta aumentando il malcontento di vasti strati della societa’ iraniana. In realta’, con questa nuova ondata di repressione Ahmadinejead cerca di nascondere il suo problema principale: parare la protesta popolare per l’aumento della poverta’ e della disoccupazione.”
L’associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia, l’associazione Femmes Iraniennes en France, e i gruppi organizzati di donne di Teheran e delle altre citta’ iraniane lanciano un’appello alle organizzazioni internazionali che si battono a difesa dei diritti umani “per la liberazione delle detenute e la condanna della politica misogina dei mullah.” (ripreso dal sito delle donne iraniane)

Quale reato, si chiedono le donne iraniane in Italia, instancabili nel denunciare gli abusi che in continuazione vengono perpetrati nella loro martoriata terra. Lo possiamo vedere nella foto, qual è il reato: quella svergognata ha il camicione solo fino alle ginocchia, e sotto si vedono degli abominevoli, scandalosissimi, osceni jeans. Si va in galera per questo, da quelle parti. Ricordiamocene, se per caso ci venisse la voglia di dire che “è la loro cultura” e che anche noi, dopotutto, abbiamo i nostri problemi.

barbara




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19 maggio 2007

BADATE CHE VI TENGO D'OCCHIO

                                          

E vi obbligo a ricordare.

barbara




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18 maggio 2007

VIOLENZA SULLE DONNE: NON STANCHIAMOCI DI PARLARNE

CS55-2007: 10/05/2007

Rapporto di Amnesty International sulla violenza domestica in Ungheria: giustizia negata alle vittime di stupro


“La differenza tra lo stupro che vedi al cinema e quello che subisci da tuo marito è che non puoi urlare, perché altrimenti rischi di svegliare tuo figlio che dorme nella stanza accanto. Un’altra differenza è che chi ti sta stuprando è una persona che amavi, quella di cui ti fidavi di più. E c’è ancora un’altra differenza: che gli altri ti dicono che ti sei inventata tutto…”
(dichiarazione di una vittima di stupro domestico)

“Almeno l’85% di loro sono puttane. Vogliono fare sesso ma poi non riescono a raggiungere un accordo sul prezzo. Sono prostitute, in segreto o meno…”
(un funzionario di polizia e consulente in materia di violenza sessuale)

In un rapporto reso noto oggi, nell’ambito della propria campagna mondiale “Mai più violenza sulle donne”, Amnesty International afferma che due terzi dei reati sessuali commessi in Ungheria sono compiuti da persone note alle vittime. Ciò nonostante, pochi stupratori sono sottoposti a processo.
Il diffuso pregiudizio, la mancanza d’azione da parte del governo e le pecche del sistema giudiziario costituiscono ostacoli a volte insormontabili per le donne che cercano di ottenere giustizia o un risarcimento.
“All’interno dei confini della famiglia, lo stupro è una delle molte forme di violenza cui le donne possono andare incontro innumerevoli volte” – ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International. “Lo stupro nelle relazioni intime è un crimine. Lo stigma e lo scherno da parte della società, la mancanza di fiducia nel sistema penale e nei servizi sanitari non devono impedire alle vittime di ottenere giustizia”.
Lo stupro all’interno del matrimonio è previsto come reato dal codice penale dal 1997. Tuttavia, la definizione di stupro prevede che la donna debba dimostrare di aver opposto resistenza fisica, a prescindere dal livello di violenza che può aver subito. Questo dettaglio lascia prive di protezione migliaia di donne all’interno delle proprie relazioni intime.
Un gran numero di casi non riesce a giungere a processo o a terminare con una condanna, perché il reato non viene denunciato oppure la polizia non identifica l’autore e archivia l’inchiesta come “falsa notizia”. Talvolta, la vittima o i testimoni ritrattano le loro dichiarazioni o rinunciano, sotto pressione, ad andare avanti per vie legali.
Le donne sono riluttanti a denunciare gli stupri perché temono che gli autori, spesso loro parenti o ex partner, possano attaccarle ancora. La procedura da seguire in caso di denuncia è umiliante e rischia di scoraggiare ulteriormente le vittime. In molti casi, la polizia non svolge un’indagine adeguata, ad esempio non interrogando le vittime e i loro aggressori e non raccogliendo le prove in modo consono. Anche le indagini di polizia sono spesso contraddistinte dal pregiudizio.
Nel corso delle udienze, di fronte ai loro aggressori, le donne devono rivivere un’altra volta l’orrore della violenza sessuale e dimostrare la propria innocenza. Devono contrastare l’atteggiamento del pubblico, secondo il quale è accettabile che un marito costringa la propria moglie a fare sesso ed è la donna a provocare lo stupro. Questo atteggiamento ha spinto una giudice a dichiarare ad Amnesty International che lei stessa sarebbe in dubbio se denunciare o meno uno stupro.
Lo stupro tra le mura domestiche è raramente oggetto di dibattito pubblico. È difficile sentire una vittima parlare dei danni fisici e psicologici che ha subito. Il numero degli studi su questo argomento è decisamente scarso. Da un sondaggio realizzato nel 2006 è emerso che il 62 per cento degli intervistati non sapeva che lo stupro all’interno del matrimonio fosse un reato.
“Il governo deve prendere l’iniziativa per spezzare questa cappa di silenzio e di negazione nei confronti di una violazione dei diritti umani che ha un impatto devastante sulla vita delle donne”.

Amnesty International chiede al governo ungherese di:
- assicurare cambiamenti legislativi che garantiscano l’accesso alla giustizia;
- stabilire procedure standard e fare formazione a chi opera professionalmente con le vittime di reati sessuali;
- istituire servizi per le vittime della violenza sessuale;
- svolgere ricerche e reperire dati che possano essere messi a disposizione di coloro che prendono decisioni politiche;
- combattere attivamente il pregiudizio attraverso l’educazione pubblica.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 10 maggio 2007

Il rapporto Hungary: Cries unheard: The failure to protect women from rape and sexual violence in the home è disponibile all’indirizzo:
http://web.amnesty.org/library/index/engeur270022007

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail:
press@amnesty.it

Da noi le cose vanno meglio che in Ungheria? Non lo so, non ci metterei la mano sul fuoco. Bene, comunque, non vanno di sicuro. Ed è perciò importante che non ci stanchiamo mai di far sentire la nostra voce. Anche nel piccolo spazio di un blog, per chi altri spazi non ne ha.

barbara




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17 maggio 2007

TERAMO, LA SAGA CONTINUA

Riporto qui il comunicato del presidente della Commissione cultura della provincia di Chieti, Valentino Di Carlo, in merito agli eventi relativi al master Mattei. 

COMUNICATO STAMPA
CONFERENZA UNIVERSITA' DI TERAMO DI ROBERT FAURISSON

“In nome della pluralità delle opinioni e della liberta' d'espressione non appare giusto il comportamento adottato nei confronti di un uomo di cultura come il professor Faurisson.
Nel caso in cui dovesse esserci un diniego da parte dell'universita' do' piena disponibilita' ad ospitare il convegno in Provincia di Chieti.
E' quanto afferma il Presidente della commissione cultura della provincia di Chieti Valentino Di Carlo.
Non e' possibile - continua Di Carlo - che ogni qualvolta si debba parlare di qualcosa che possa mettere in discussione lo stereotipo della storia si cerca di mettere in cattiva luce chiunque, etichettandoli come razzisti.
L'appartenenza alle posizioni revisioniste non significa cancellare o trascendere da cio' che e' avvenuto,ma in maniera piu' aperta e democratica proseguire nella ricerca della verita' fino in fondo.
Un plauso va' fatto al professor Moffa che si e' impegnato a portare avanti questo progetto all'interno dell'universita' dove i giovani hanno sete e necessità di capire.
Scomodare l'intervento di un Ministro, rendendo la cosa un caso nazionale, mi e' apparso eccessivo.
Per questo da amministratore della provincia con un ruolo sulla cultura apro le porte a poter discutere qui la conferenza.

PRESIDENTE COMMISSIONE CULTURA
PROVINCIA DI CHIETI
Valentino Di Carlo

Mi permetto di suggerire, sommessamente, al signor Valentino di Carlo, Presidente della Commissione Cultura della provincia di Chieti, se vuole passare gli esami di quinta elementare, di mettersi a studiare almeno l’ortografia e la grammatica italiane con molto ma molto impegno, perché così come è messo adesso la vedo dura. Ma proprio dura tanto.
(E grazie a Liberali per Israele per la segnalazione)


barbara




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17 maggio 2007

E RIPARLIAMO DI GINO STRADA

          (fine della tregua   )

Riporto integralmente una lettera pubblicata qualche giorno fa nel forum di Magdi Allam.


Fabrizio Celli da Forlì (voi non lo conoscete ha gli occhi belli...) ha centrato un argomento che ha suscitato anche in me molti sospetti. Per protesta contro il governo di Karzai (a suo dire, un Quisling di Bush) se n'è andato in Sudan, ad aprire un centro cardiochirurgico.
Niente da obiettare, se andasse in un paese disastrato come il Sudan a fare del bene. Però ci sono cose che, come non convincono il buon Fabrizio, non convincono neanche me.
Innanzitutto: Strada se ne è andato dall'Afghanistan perchè non riconosce Karzai: forse riconosce il governo sudanese, colpevole di almeno due genocidi (quello, dimenticato, dei musulmani neri in Darfur e l'altro, ancor più dimenticato, dei cristiani e degli animisti in Rumbek)?
Tanto più che all'aeroporto di Khartum, ad accoglierlo, c'erano le massime autorità sudanesi, ovvero i massacratori del Darfur e di tutto il Sud Sudan.
Ma proseguiamo. Leggo che l'ospedale verrà aperto a Khartum, quindi nella capitale. Non nel Darfur o nelle zone cristiane e animiste.
Non che abbia niente da ridire se Strada aiuta dei disgraziati. Solo che certe conti non mi tornano del tutto. Un uomo coerente dovrebbe andare sì in Sudan, ma non farsi ricevere dai generali islamisti dalle mani sporche di sangue. Dovrebbe invece prendere una posizione più netta a favore delle vittime di quei despoti. Despoti che, caro Strada, sono mille volte peggiori di Karzai.
Nel sud del Sudan invece operano meritoriamente i padri comboniani. Ricordo in particolare la titanica (e sconosciuta) figura di don Cesare Mazzolari, vescovo del Rumbek, che mai ha fatto sconti agli islamisti, che ha aperto scuole e ospedali che spesso il governo di Khartum ha demolito, che ha riscattato schiavi (tra cui uno che era pure stato crocifisso). Un santo vivente che non si fa la pubblicità che si fa strada.

E sul Corriere di oggi leggiamo che il San Raffaele si è dichiarato disponibile a gestire l’ospedale in Afghanistan abbandonato dal signor Strada, ma ad Emergency la cosa non piace neanche un po’: e che la cosa non è non solo auspicabile, ma neanche tollerabile, e che non ci sono garanzie, e che nessuno è bravo come loro, e che loro non sono d’accordo con la presenza militare in Afghanistan (ma non sono medici di guerra, loro? O che vogliono la guerra senza i militari?), e che loro questa cosa la sentono come se li si volesse escludere (escludere? Ma non erano stati loro ad andarsene?) e quindi niente, quelli del San Raffaele non li vogliono. E gli afgani, nel frattempo, con l’ospedale chiuso? Beh, che si fottano e crepino.

barbara




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16 maggio 2007

SCUSATE

ma questa ve la devo proprio raccontare perché, sinceramente, sono rimasta leggermente scioccata: ho scoperto che c’è un blog dedicato alle mestruazioni. Ebbene sì: c’è una signora che a quanto pare in tutta la sua vita non è riuscita a fabbricarsi un problema più grosso di quello costituito dalla tensione dei tessuti che trattengono un po’ di liquidi (ma della gloria delle tette in quei giorni, ne vogliamo parlare?), da qualche crampetto alla pancia e dal muso di suo marito a cui chiede di andarle a comprare gli assorbenti perché lei, tanto per cambiare, se n’è dimenticata. No, stavolta non aggiungo commenti: non voglio essere inutilmente volgare. Però …

barbara




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16 maggio 2007

ONOREVOLE ISABELLA BERTOLINI, AGGIORNAMENTO

Nel mailbox che gestisco è arrivata oggi la nuova newsletter dell'onorevole Isabella Bertolini di Forza Italia. Al mio indirizzo privato no. Evidentemente la mia energica protesta è servita. Evidentemente la protesta è arrivata dove doveva arrivare. EVIDENTEMENTE la destinataria della protesta e il mittente della newsletter sono proprio la stessa persona. Evidentemente non sono io polla, bensì chi ha impiegato cospicue dosi del proprio tempo a spiegarmi che la newsletter mi veniva inviata da qualcun altro.

barbara




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16 maggio 2007

UNIVERSITÀ DI TERAMO, AGGIORNAMENTO

Per adesioni all'appello andare qui:
http://hal9000.cisi.unito.it/wf/RICERCA/Gruppi_e_P/Area-umani/Storia-del/Appello/ e compilare il modulo sulla destra. L'elenco delle firme, giunte finora a 505, viene aggiornato ogni 24 ore.

barbara




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15 maggio 2007

CORRIERE DELLA SERA: DISINFORMAZIONE A 360°

Comunicato Honest Reporting Italia 15 maggio 2007

A pagina 6 del Corriere della Sera di lunedì 14 maggio, a completamento di una serie di servizi sul rifiuto di America e Ue di partecipare alle celebrazioni per la riunificazione di Gerusalemme, compare un riquadro intitolato "La storia", che tutto è, fuorché storia. Vi si legge infatti: "1947. Il Piano di partizione della Palestina (risoluzione 181) stabilisce che Gerusalemme è città internazionale amministrata dall'Onu". E dimentica di informare che il movimento sionista aveva pienamente accettato, come tutto il resto, anche questa parte della 181; dimentica di informare che erano stati gli arabi e i palestinesi a rifiutare anche questa parte, così come tutto il resto, della 181 e ad armarsi per impedirne l'applicazione. Si legge poi: "1949. Israele dichiara Gerusalemme (Ovest) capitale". E dimentica di dire che nel frattempo, nel 1948, la Giordania aveva illegalmente occupato e annesso, nell'indifferenza generale, Gerusalemme est. Dimentica di dire che immediatamente ne erano stati cacciati tutti gli ebrei che vivevano in quella parte della città, molti ininterrottamente dai tempi della Bibbia (esattamente come tutti gli ebrei erano stati cacciati nel 1921 dal neonato regno di Transgiordania, stato artificiale costruito sul 78% della Palestina mandataria). Dimentica di dire che cimiteri e sinagoghe erano stati distrutti e le pietre tombali usate per costruire latrine. Dimentica di dire che per 19 anni a nessun ebreo al mondo era più stato consentito di accedere al Monte del Tempio e al Muro del Pianto, mentre a tutti i fedeli di tutte le religioni è sempre stato consentito libero accesso ai luoghi sacri nelle aree amministrate da Israele. Leggiamo ancora: "1967. Guerra dei Sei giorni: Israele annette Gerusalemme Est e nel 1980 dichiara l'intera città «capitale eterna e indivisibile». L'Onu e la comunità internazionale continuano a considerare capitale Tel Aviv". E si trascura di precisare che la guerra dei Sei giorni è stata voluta, programmata, preparata dagli arabi allo scopo dichiarato di "ributtare a mare i sionisti". Si trascura di precisare che questa guerra è stata, per Israele, una guerra non solo di difesa, ma di vera e propria sopravvivenza. Si trascura di precisare che anche per quanto riguarda Gerusalemme est Israele non si è mossa se non quando la Giordania ha cominciato a bombardare. Si trascura di precisare che una eventuale restituzione di Gerusalemme est è stata resa impossibile dal rifiuto da parte degli arabi della risoluzione 242 - rifiuto che permane tuttora. Disinformazione a 360°, dunque, operando un autentico capovolgimento degli avvenimenti e delle responsabilità. Vi invitiamo a protestare presso lettere@corriere.it contro questa vergognosa manipolazione della storia.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso HR-Italia@honestreporting.com

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(E ricordiamo)

barbara




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15 maggio 2007

E ORA UN PO' DI RELAX



barbara




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14 maggio 2007

UNIVERSITÀ DI TERAMO: IL NEGAZIONISMO SALE IN CATTEDRA

Comunicato Honest Reporting Italia 14 maggio 2007

Cari amici di Honest Reporting Italia, oggi ci scostiamo un po' dai consueti temi relativi alla disinformazione su Israele per denunciare un episodio ancora più grave: l'insegnamento del negazionismo da una cattedra universitaria. Vi proponiamo la lettera inviata alle autorità accademiche dell'Università di Teramo e agli organi di stampa, che illustrano nel modo più chiaro quanto sta accadendo.

        ...............................................................................................................

Al Magnifico Rettore dell’Università di Teramo, ch.mo prof. Prof. Mauro Mattioli,

al Preside della Facoltà di Scienze Politiche, ch.mo prof. Adolfo Pepe,

e, p.c.,

al Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica, dr. Fabio Mussi,

alle redazione de: “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “La Repubblica”, “L’Unità”, “Il Manifesto”, “Il Riformista”, “Il Foglio”, “Libero”, “Il Giornale”, “Liberazione”, “Europa”, “L’Avvenire”, “Il Messaggero”, “Il Secolo XIX”, “Il Sole – 24 ore”


Ch.mo prof. Mattioli,
ch.mo prof. Pepe,

da tempo, sia in quanto studiosi sia in quanto cittadini siamo assai preoccupati di quanto sta avvenendo nell’Ateneo e nella Facoltà di cui siete a capo nell’ambito del “master ‘Enrico Mattei’ in Medio Oriente”, coordinato dal prof. Claudio Moffa.
Ufficialmente, a quanto si legge sul sito dell’Università di Teramo (http://www.unite.it/Offerta_Formativa/offerta_formativa_0607/off/post_laurea/med_ori_pri.htm) obiettivo del master stesso sarebbe: “fornire una coscienza multidisciplinare della complessità della regione medio-orientale e mediterranea, e dei sui conflitti, al fine di preservare, potenziare e sviluppare in ogni campo professionale il dialogo fra civiltà e fra Paesi diversi per cultura, storia, religione e sviluppo economico”, nell’ottica di formare: “esperti destinati all’attività politico-diplomatica; cooperanti in operazioni di peace keeping; giornalisti e corrispondenti dalla regione mediterranea medio orientale; esperti in immigrazione e interculturalità; esperti in questioni energetiche e relative al mercato del petrolio”.
In realtà, ben lungi dal porsi nell’ottica di sviluppare nei giovani un pensiero ad un tempo critico e consapevole delle vicende che hanno attraversato il secolo scorso e si prolungano in quello attuale, il master “Enrico Mattei” è diventato da tempo una tribuna dove si spaccia per legittima critica alla politica dello Stato di Israele la negazione della Shoah; dove si attribuisce a quelli che il grande antichista Pierre Vidal Naquet ha definito: “gli assassini della memoria”, i negatori dell’Olocausto, lo statuto di “storici”; dove si consigliano ai corsisti iscritti al master stesso, quali sussidi didattici, le opere di Carlo Mattogno, autore di testi in cui si mette in dubbio l’uso criminale delle camere a gas di Auschwitz; dove si organizzano convegni, come quello svoltosi alla metà di aprile scorso, in cui, nascondendosi sotto il drappo, quanto mai improprio in quell’occasione, della “libertà di parola” sono state prese le difese dei negazionisti, considerati quali “storici che negano uno o più tasselli della versione ‘ufficiale’ dello sterminio degli Ebrei nella II guerra mondiale” (dal sito del master “Mattei”, http://www.mastermatteimedioriente.it/). È invece a tutti noto che costoro non negano questo o quell’aspetto della Shoah, ma sostengono che essa non sia mai avvenuta. Dar loro la parola in una sede scientifica sarebbe come pretendere che sostenitori del sistema tolemaico intervengano ad un convegno di astronomi!
Va da sé che le sedi universitarie debbano essere spazi di libertà di pensiero, tuttavia in esse la serietà, il rigore metodologico e scientifico devono rappresentare un elemento di discrimine irrinunciabile; ci pare invece che nel master “Enrico Mattei” la tendenziosità abbia prevalso su qualunque minimo criterio di scientificità, svilendo così anche la credibilità di un importante ateneo italiano.
Non per caso, sempre in nome di una malintesa “libertà di parola”, il prossimo 18 maggio è annunciata, presso la sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo teramano - così si legge sul sito del master “Enrico Mattei” - una conferenza di Robert Faurisson, un ex professore di letteratura francese presso l’università di Lione– non quindi uno storico – noto propugnatore delle tesi che negano lo sterminio degli ebrei d’Europa per mano dei nazisti e delle forze collaborazioniste, ragion per cui di alcuni milioni di esseri umani si sarebbero perse le tracce senza che si sappia bene il perché...
Permettere che in un luogo deputato alla ricerca scientifica si proclamino assurdità del genere è come chiedere che ad insegnare geografia vadano persone convinte che la terra sia piatta.
Come studiosi, intellettuali, donne e uomini di cultura troviamo estremamente grave che tesi insostenibili e falsificatorie come quelle sostenute e diffuse da Faurisson e dai suoi seguaci, dimostratesi false e pretestuose nonché contrarie ai risultati di decenni di ricerche condotte da storici specialisti di tutti i paesi, e perciò frutto rigorosamente di malafede e partito preso (non esente da sfumature a nostro giudizio antisemite), ottengano la legittimazione implicita nel fatto che vengano enunciate in un’aula universitaria, così come è assai preoccupante che le posizioni espresse da Claudio Moffa e da chi ne condivide il punto di vista siano veicolate da un master universitario, e quindi ricevano, inevitabilmente, una patente di legittimità scientifica, che non meritano in alcun modo perché viziate irreparabilmente da ignoranza e malafede.
Ignoranza perché – come è noto anche solo ai lettori delle monografie sulla Shoah – su tempi, modi, cause prossime e remote, luoghi, cifre è in atto da più di mezzo secolo un dibattito vivacissimo, che ovviamente parte però da un indiscutibile dato di fatto: lo sterminio degli ebrei d’Europa si è fattualmente verificato e ed il numero delle vittime ammonta a cinque - sei milioni. Questo è incontrovertibile, sul resto ci si sforza di arrivare progressivamente più vicini alla verità, come è dovere di ogni studioso degno di questo nome.
Malafede perché i personaggi i cui curricola sono sottoposti ai corsisti e le cui tesi vengono loro esposte fino ad invitarne addirittura uno dei capifila perché parli nel luogo dove la Facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo teramano laurea i suoi dottori, non si limitano certo a criticare questo o quell’aspetto dell’imponente massa di studi che dal 1945 ad oggi si è accumulata, in tutte le lingue del pianeta, sulla Shoah, ma negano puramente e semplicemente che essa sia mai avvenuta.
Per tutto ciò chiediamo al ministro dell’Università e della Ricerca ed agli organi dirigenti l’Ateneo e la Facoltà di esprimersi pubblicamente sul valore formativo e sui contenuti culturali che informano il master “Enrico Mattei”, a nostro giudizio inferiori agli standard minimi di scientificità che devono valere in una Università della Repubblica; contestualmente proponiamo al MIUR, all’Ateneo teramano ed alla sua Facoltà di Scienze politiche di rendersi disponibili ad organizzare a Teramo un seminario, aperto agli studenti, che abbia al centro da un lato l’analisi del negazionismo e del suo uso politico, dall’altro le vicende di persecuzione e poi di deportazione che travagliarono l’Abruzzo nel periodo 1938-1945.
Cordialmente, (Seguono 328 firme di docenti universitari, insegnanti, giornalisti, donne e uomini di cultura, cittadini consapevoli).

Questa lettera è stata diramata in circuiti interni sabato 11 maggio. Due giorni dopo è giunta la replica che "coraggiosamente" denuncia il solito famigerato complotto ebraico volto a imbavagliare la libertà di espressione e di ricerca.

LA LOBBY SI SCATENA.

MA LA LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO, DI OPINIONE
E DI RICERCA STORICA NON SI TOCCA


 

Al Rettore dell’Università di Teramo, prof. Prof. Mauro Mattioli,

al Preside della Facoltà di Scienze Politiche,  prof. Adolfo Pepe,

Al Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica, dr. Fabio Mussi

alle redazioni de: “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “La Repubblica”, “L’Unità”, “Il Manifesto”, “Il Riformista”, “Il Foglio”, “Libero”, “Il Giornale”, “Liberazione”, “Europa”, “L’Avvenire”, “Il Messaggero”, “Il Secolo XIX”, “Il Sole – 24 ore”, Agenzia di stampa “ANSA”

 

“Libertà va cercando che è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”

Dante Alighieri, Purgatorio, canto I, vv.71-72.

 

Eccola, la preannunciata e “temibile” lista degli “storici” contro la lezione che il prof. Paul Faurisson svolgerà il 18 maggio prossimo a Teramo. Una lista di nomi speditami da Brunello Mantelli, docente a Torino, che già ci provò a sobillare il mondo accademico nel gennaio scorso, al primo attacco del Pezzana, il gestore del centro di diffamazione permanente che svolge azione di terrorismo psicologico contro giornalisti, professori e intellettuali italiani che deviano dal suo pensiero ossessivo di pasdaran dell’Olocausto. Mantelli non provi a smentire il fatto, perché è assolutamente vero. Il master Enrico Mattei è sotto osservazione banditesca ben prima di adesso, e anche ben prima del gennaio scorso: fin dal suo inizio,  prima edizione, 16 novembre 2005, quando un tal Emanuele Ottolenghi si produsse in un clamoroso falso niente meno che sul web inglese di un tal Institute for Jewish History. Tutte cose provate, come documentato riga per riga, citazione per citazione, nel sito www.mastermatteimedioriente.it. La menzogna reiterata per affossare la ricerca della verità e la libertà di insegnamento.
Quanto alla lista costituisce nei fatti la reazione emotiva, dogmatica, pericolosa per le libertà civili in Italia e in Europa ad una iniziativa didattica del tutto legittima, ai sensi della Costituzione Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Primo, i docenti universitari sono solo 43, una minoranza infima della ben più ampia comunità degli storici e intellettuali italiani. Secondo, i sottoscrittori sono quasi tutti ebrei, e questa cosa va detta, senza mascherarsi dietro ipocrisie presuntamente antirazziste o simili, per contestualizzarne il significato: si tratta di persone emotivamente coinvolte, o che antepongono gli interessi della propria comunità etnico-religiosa di appartenenza a quelli supremi della libertà di pensiero e di ricerca storica, come Finkelstein insegna. Terzo, il testo dell’appello è come una Bolla papale: impone una verità storica acquisita una volta per sempre, il che costituisce la negazione del mestiere di storico, che è continua revisione. Secondo Mantelli infatti “in atto da più di mezzo secolo un dibattito vivacissimo (!! Ne sanno qualcosa Irving, un anno, e Zuendel, 5 anni di galera!!), che ovviamente parte però da un indiscutibile dato di fatto: … il numero delle vittime ammonta a cinque - sei milioni. Questo è incontrovertibile, sul resto ci si sforza di arrivare progressivamente più vicini alla verità, come è dovere di ogni studioso degno di questo nome”.
Cifra stabilita una volta per sempre? Ma quando mai, se la lastra commemorativa all’ingresso di Auschwitz ha subito il defalcamento della cifra iniziale di 4 milioni di vittime a un milione e mezzo! Quando mai, se la questione delle cifre è notoriamente complessa in ogni conflitto dell’età contemporanea, dalla Jugoslavia all’Iraq al Darfur!!! In realtà la Bolla di Mantelli pretende di imporre alla comunità degli storici la visione religiosa degli stermini di Ebrei nella II guerra mondiale – non è un caso che parli di Olocausto e di Shoah, senza virgolettare – e non una verità storica scientificamente e laicamente accertata.
Infine, l’appello viene trasmesso dal Mantelli con alcuni nomi sottolineati, simbolo evidente del suo ultimo significato e valore: i nomi, in particolare, di due o tre “testimoni” del cosiddetto Olocausto e quello, indubbiamente autorevole dal punto di vista politico-mediatico, del presidente della Comunità Ebraica italiana Renzo Gattegna.
Ma i testimoni sono fonte attendibile solo in parte, solo se comprovati da altre fonti, solo se vagliati con attenzione, come insegna la corretta revisione storiografica delle “fonti orali” come presunta “storia dei vinti” di voga negli anni Sessanta, in campo non solo contemporaneistico e africanistico, e come ogni storico serio e persona di buon senso sa: la testimonianza del nazista Hoss al processo di Norimberga non ha in sé alcun valore, è il corrispettivo storiografico delle deposizioni dei “pentiti di mafia” di casa nostra.  Il caso Limentani, l’anziano ebreo che accusò un politico italiano di essere figlio del suo picchiatore in gioventù (ma il padre di quel politico aveva  all’epoca 13 anni! Un errore clamoroso), la dice lunga sulla validità di certe dichiarazioni frutto di emotività eccessiva. Perché del resto, mute fino agli anni Settanta, queste testimonianze si sono moltiplicate negli ultimi due decenni, parallelamente allo sviluppo della “industria dell’Olocausto”, e alla crescita esponenziale del potere di condizionamento di Israele in tutti i paesi del mondo?
Infine, il nome del Presidente dell’UCEI Renzo Gattegna:  la sua evidenziazione in grassetto, è il vero ultimo significato della Bolla Mantelli: un documento non culturale, ma eminentemente politico, non laico, ma finto laico, pronto ad attaccare ad ogni piè sospinto Pio XII, ma prono all’integralismo ebraico. Renzo Gattegna, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, già uscito sostanzialmente sconfitto dalla sua sortita del 21 aprile scorso, ripresa da pochissimi giornali, nella quale accusava falsamente il convegno la storia imbavagliata di essere  un convegno “negazionista”, sta evidentemente mobilitando le sue truppe. Ma non ci sarà alcuna guerra. Semplicemente si terrà il 18 maggio prossima una normale lezione di un ex professore universitario della Sorbona, Paul Faurisson, perseguitato dal 1981 con processi a catena, e ancor più sotto pressione dopo l’approvazione dell’infame legge liberticida voluta dal socialista ebreo Fabius e  promossa dal “comunista” Gayssot, con i quali il sottoscritto – come già detto in altra occasione – non vuole avere nulla a che fare nonostante la propria collocazione politica di sinistra.
Due ultime annotazioni riguardano la radiografia effettiva del master Enrico Mattei in Medio Oriente, e la contestualizzaizone di questo grave attacco alla libertà di insegnamento e di libertà d’opinione in Italia ad opera della Comunità ebraica italiana del suo appello. Sul primo punto, ecco alcuni dei nomi che hanno partecipato al master Enrico Mattei in medio Oriente, incuranti degli attacchi ripetuti al corso di studi:  i giornalisti Morrione, Ferdinando Pellegrini, Al Qaryouti, Irace, Massimo Fini, Ugo Traballi; i giuristi Sinagra, Bargiacchi, Ainis, Manetti, Siclari, Rosati di Monteprandone, gli avvocati Mellini e Barletta Caldarera, il sociologo Melotti; storici e politologi come Cardini, D’Orsi, Dan Segre, Losurdo, Aliboni, Strika, Marzano, Bagnato, Aruffo, islamisti come Bono, Barbero e Scarcia, operatori in Medio Oriente come Fabio Alberti, l’antropologa Gallini, gli ambasciatori Scialoja e Napoletano, l’archeologo di fama internazionale Paolo Matthiae etc etc. Sono stati invitati inoltre, Sarfatti, Pezzetti, Gattegna e l’ambasciatore israeliano. Come è possibile  sostenere, se non pregiudizialmente e faziosamente, che questo master non garantisce un’offerta formativa pluralista (i docenti sono di tutte le tendenze) e valida?
Quanto alla contestualizzazione dell’attacco, è duplice: nel microcosmo dell’Ateneo di Teramo, esso investe una serie di colleghi che si nascondono dietro un inesistente “Collegio consultivo”, inventato da Pepe  per dare veste formale ad una classica azione di mobbing, che nasce soprattutto dall’invidia di chi registra con suo dispiacere il successo incredibile del master Mattei in Medio Oriente. Colleghi che hanno provato con i loro master e sono andati a buca. O colleghi proni al “vertice” quale che sia, sempre e comunque: come quel cattolico, sembra collaboratore di cardinali, che si è fatto eleggere a carica istituzionale omaggiando il cubo, i triangoli e gli esagrammi simboli dell’Ateneo di Teramo. Vergogna! Quanto a Pepe,dopo aver fatto tutto di nascosto, ieri mi fa al telefono, con voce imbarazzata: “come stai Claudio?” . Ma come stai tu, Pepe! Come stai tu che già ti inchinasti due anni fa di fronte ai soliti “poteri forti” in un convegno sul contributo degli ebrei – secondo breve cronaca giornalistica – alla storia del socialismo, entrando in contatto allora con uno dei recenti denigratori del master! Come stai tu, che sei presidente di una Fondazione intitolata al grande Di Vittorio, che  si starà rivoltando nella tomba a vedere come tratti la memoria di Luciano Lama, il segretario della CGIL contestato negli anni Settanta perché avrebbe agito non come sindacalista, ma come statista, e che nonostante questo, finì non presidente del Senato ma sindaco di Amelia, forse perché aveva osato rimproverare nel 1982 gli ebrei italiani, dicendo loro: “ebrei, uscite dal ghetto!”.
Assassino della memoria della CGIL. L’appello di Lama vale ancora oggi, nei confronti dei firmatari della bolla Mantelli-Gattegna!
Ma queste sono beghe accademiche, anche se non secondarie visto che una recente sentenza del tribunale di Teramo ha espresso “allarme e preoccupazione” per lo stato della legalità e dell’autonomia dei docenti nell’Ateneo abruzzese. 
L’altra contestualizzazione  è ben più importante: il mio nome è mediaticamente ben poco rispetto alla nomea  di ministri e politici, ma non esito egualmente a dire che la battaglia di libertà culturale stiamo portando avanti, assieme a decine  e decine di giuristi, avvocati, docenti universitari, gente “di popolo” di tutti gli orientamenti, è il corrispettivo di quella politica di Berlusconi, assaltato dal kapo’ Shultz all’inizio del suo mandato di governo, di Bertinotti  oltraggiato in Israele, e di D’Alema sotto costante attacco da parte degli ebrei italiani; sarebbe dunque, per i politici (così come per i giornalisti liberi), un errore formidabile non capire la partita che si sta giocando, e usare la cavia Teramo sperando di placare la belva liberticida, per guadagnare qualcosa in altro campo.
Non lo dico per mia autodifesa, ma per fredda analisi della realtà. Il problema di fondo è in effetti lo stesso: è la violenza che minaccia tutti, vera (gli assalti ai ragazzi con la kefiah i cui cortei transitano a Roma per Piazza Venezia) minacciata (Agnoletti, la sede di Rifondazione, la presentazione di un libro nella sede della Provincia di Roma) psicologico-mediatica (le telefonate alle radio private o a Prima pagina, gli email minacciosi) della Comunità ebraica italiana e dei suoi sostenitori acritici nei confronti di chiunque, nel suo campo professionale, non accetti il diktat di una verità e di una opinione precostituite. Una violenza esplicita che si accompagna a ricatti e pressioni nelle carriere di ciascuno, come io so per certo, e come credo sappiano bene alcuni “autorevoli” colleghi di Teramo.
Molti hanno paura di questo “potere forte” nell’Italia democratica del III millennio: il vero fascismo della nostra epoca, di fronte a cui il più cretino e violento dei naziskin è nulla. Anch’io ho qualche paura, visti peraltro i segnali di possibili minacce di morte che ho ricevuto negli ultimi anni, l’ultimo qualche giorno fa. Ma prima di aver paura sono serenamente furibondo. Non ci sto. Non accetto che 290 firme possano valere più di 250 firme, o anche di una sola firma pro-lezione di Faurisson, per il semplice motivo che nessuna maggioranza può imporre il bavaglio alla libertà di pensiero a nessun individuo.
Non accetto che venga leso il mio diritto di docente universitario e di libero intellettuale garantito dalla Costituzione. Non accetto che un messaggio accademico contro le leggi liberticide che infangano l’Europa delle libertà borghesi e socialiste, venga obnubilato da una gazzarra indecente attorno ad un tranquillo ed educato signore francese, di cui tutti sparlano ma nessuno – a cominciare dai sottoscrittori della Bolla Mantelli – sa  verosimilmente un tubo.
Potranno a questo punto essere ritirate per paura tutte le 250 firme dall’appello pro-lezione di Faurisson pubblicato sul sito mastermatteimedioriente.it. .Mi aspetto di tutto. Comunque. per conto mio, la lezione di Faurisson, si svolgerà: fossi anche io l’unico “studente”  presente in aula a sentire  il professore francese dire la sua verità sugli stermini nazisti di ebrei nella II guerra mondiale.

Claudio Moffa

Roma 13 maggio 2007


Non aggiungiamo commenti, lasciando ai nostri lettori di giudicare la serietà delle argomentazioni dell'una e dell'altra lettera. Vi invitiamo ad inviare i vostri commenti al Rettore dell'Università di Teramo, prof. Mauro Mattioli:
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Io ho firmato. E voi?

barbara




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13 maggio 2007

IL CASO AZMI BISHARA

di Michel Gurfinkiel

«Ogni arabo è a casa sua in tutto il mondo arabo». E' quello che afferma l'ex deputato arabo israeliano Azmi Bishara in un'intervista diffusa da Al-Jazeera. Gli ebrei invece hanno soltanto Israele.

Nato nel 1956 a Nazaret, questo cittadino israeliano appartiene alla minoranza araba cristiana. Compie i suoi studi secondari nel liceo battista della sua città natale. Nel 1974 s'iscrive all'Università ebraica di Gerusalemme. Vicino al partito comunista israeliano, come la maggior parte degli arabi israeliani cristiani in quell'epoca, effettua in seguito degli studi di secondo e terzo ciclo nella Germania dell'Est, paese che non riconosce Israele e che coordina gran parte delle attività anti-israeliane del blocco sovietico, ivi comprese le operazioni terroristiche. Nel 1986 ottiene un dottorato di filosofia all'Università Humboldt di Berlino-Est, che allora è uno dei bastioni intellettuali del totalitarismo comunista. Questo non gli impedisce affatto di tornare in Israele per svolgervi una carriera universitaria a due facce: ricercatore presso l'Istituto Van Leer, l'equivalente israeliano del CNRS, e decano della facoltà di filosofia e degli studi culturali all'università palestinese di Birzeit, in Cisgiordania.
Nel 1996 è eletto deputato al parlamento israeliano, la Knesset, per la lista nazionalista araba Balad, d'ispirazione nasseriana. Nessuna istanza ufficiale israeliana si oppone a questa elezione per motivi di sicurezza nazionale. Viene rieletto altre quattro volte: nel 1999, nel 2001, nel 2003 e nel 2006. Nel 1999 fa perfino atto di candidatura al posto di primo ministro. La sua linea politica? Un rifiuto categorico dello Stato d'Israele come tale e delle sue istituzioni, un sostegno sistematico al nazionalismo palestinese e al nazionalismo arabo, un militarismo incessante per la trasformazione d'Israele in uno Stato binazionale ebreo-arabo destinato a dissolversi in una Grande Palestina araba. In compenso, neppure il più piccolo sostegno ai suoi fratelli arabo-cristiani israeliani (in particolare quando i musulmani di Nazaret tentano di costruire una moschea gigantesca di fronte alla basilica cattolica dell'Annunciazione), né ai palestinesi cristiani (sottoposti a incessanti persecuzioni e costretti all'esilio dopo l'instaurazione dell'Autonomia palestinese nel 1994).
Nel 2001 Bishara si reca in Siria, paese con il quale Israele è in guerra, de jure e de facto. Lì s'incontra con il presidente Bashar el-Assad e gli fa l'elogio di Hezbollah, l'organizzazione terroristica e collaborazionista che organizza la comunità sciita libanese per conto di Teheran e di Damasco. Il governo israeliano - allora diretto da Ariel Sharon - ordina un'inchiesta che si concluderà con un nulla di fatto. Ma la Knesset in seguito voterà una nuova legge che vieta ai suoi membri ogni contatto non autorizzato con Stati nemici.
Durante la guerra dell'estate 2006 tra Israele e Hezbollah, Bishara prende fragorosamente parte per quest'ultimo. Nel settembre 2006 si reca in Siria, in compagnia di due altri deputati arabi israeliani e mette pubblicamente in guardia i suoi interlocutori contro una nuova guerra che Israele scatenerà per «ristabilire la sua capacità di dissuasione militare». Si reca poi in Libano, dove afferma che «Hezbollah ha risvegliato lo spirito di resistenza del popolo arabo». Questa volta le autorità israeliane avviano delle azioni giudiziarie, invocando in particolare la legge del 2001.
Bishara prende paura. Lascia Israele nell'aprile 2007. Il 22 aprile fa pervenire alla Knesset le sue dimissioni attraverso l'intermediario dell'ambasciata israeliana al Cairo.
Quello che viene fuori da questi dati è l'immagine - poco brillante - di un uomo a cui una democrazia, Israele, ha permesso di condurre la sua vita e la sua carriera come gli pareva e che non ha mai smesso di combatterla, di diffamarla e alla fine di tradirla.
Ma la cosa essenziale, la più decisiva, sta nell'intervista che Bishara ha accordato dopo la sua fuga, il 18 aprile scorso, a Al-Jazeera, la CNN araba situata nel Qatar. In essa dichiara che lui «è cresciuto in seno alla cultura araba», che ha degli amici in tutto il mondo arabo», che non ha «alcuna identità israeliana», e che «i nemici d'Israele non saranno mai i suoi nemici». In poche parole, non esisterebbe, secondo lui, un conflitto israelo-palestinese - non pronuncia nemmeno una volta la parola «Palestina» - ma piuttosto un conflitto globale tra Israele e la totalità di un mondo o di una nazione araba di cui lui sarebbe, nonostante il suo passaporto israeliano, un cittadino e un combattente.
Si noti. Se Israele fosse stato creato a spese di una nazione palestinese, le dovrebbe delle riparazioni e dovrebbe accettare, come minimo, una suddivisione territoriale su un piede di parità. Ma se la nazione palestinese non esiste, e se il conflitto si situa, come dice Bishara, tra Israele e la nazione araba tutta intera, si entra in una logica del tutto differente: quella di un piccolo Stato che difende la sua sopravvivenza di fronte a un insieme geopolitico infinitamente più grande. E che, quindi, ha il diritto di esigere uno spazio territoriale minimo, un orticello sulla Terra promessa.
Interrogato nel 1937 da una commisione d'inchiesta britannica sulla Palestina, Vladimir Jabotinski aveva dichiarato che le rivendicazioni di un mondo arabo già provvisto di numerosi Stati erano senza dubbio rispettabili in sé, ma che apparivano, quando le si paragonavano con quelle di un popolo ebraico senza Stato, come «le rivendicazioni dell'appetito» di fronte a «quelle della fame». Sessant'anni dopo, Bishara conferma questo punto di vista.
(UPJF, 3 maggio 2007 - trad. www.ilvangelo.org)

Per completezza di informazione aggiungo una notizia del 22 novembre 2001: «
Due parlamentari arabi israeliani, Ahmed Tibi (dell'Arab Movement for Renewal) e Muhammad Barakeh (presidente del partito Hadash), hanno confermato d'aver incontrato Rahim Maluah, vice segretario generale dell'FPLP (Fronte Popolare di George Habbash, con base in Siria), il gruppo terrorista palestinese che ha rivendicato l'assassinio del ministro e parlamentare israeliano Rehavam Ze'evi, ucciso a sangue freddo il mese scorso in un albergo di Gerusalemme. L'incontro è avvenuto mercoledì 21 novembre alla presenza del presidente dell'Autorità Palestinese Yasser Arafat, nell'ufficio di quest'ultimo a Ramallah. Il parlamentare Ahmed Tibi giovedì ha definito Rahim Maluah "importante personalità politica della leadership palestinese" e suo "amico personale". L'FPLP figura sulla lista delle organizzazioni terroristiche compilata dagli Stati Uniti» (J.post). Alle elezioni del 2006 Ahmed Tibi si è ripresentato alle elezioni e il governo israeliano ha decretato, per le ragioni sopra esposte, l’inammissibilità della sua candidatura; Tibi ha fatto ricorso alla Corte Suprema e quest’ultima ha obbligato il governo a riammetterlo (per via della faccenda dell’apartheid, della discriminazione, dei cittadini di serie A e di serie B e di tutte le altre spassosissime barzellette che girano su Israele)

(E ricordiamo)


barbara




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12 maggio 2007

ARRIVATO

L’ho rincontrato, più o meno un quarto di secolo dopo. Chiedo, cosa fai di bello. Mi risponde, io sono uno arrivato ma proprio arrivato arrivato. Dico beh, mi fa piacere, ma temo che non mi sia del tutto chiaro che mestiere sia quello dell’arrivato ma proprio arrivato arrivato. Tergiversa un po’ – forse, chissà, sapendo che sono solo una povera insegnante delle medie non vuole rischiare di umiliarmi con la sua arrivatezza – poi alla fine spara: “Sono giornalista”. La cosa, sinceramente, mi lascia un pochino perplessa: giornalisti arrivati ma proprio arrivati arrivati per me sono Montanelli, Biagi, Scalfari, Stella, Allam, mettiamoci anche la Gruber, gente che si può apprezzare o non apprezzare o magari anche schifare ma i cui nomi sono noti a tutti. Lui non l’ho mai sentito nominare. Ma magari, chissà, lavora per qualche giornale straniero che io ovviamente non leggo. Forse, penso – memore dei tempi in cui con la suocera si stava lì a cucirgli la bandiera rossa da portare alle manifestazioni mentre lei borbottava “e pensare che sò anca tanto de césa, mì!” – farà il corrispondente per la Prava, o per qualche giornale cubano, chissà.
Passano gli anni, arriva internet con tutte le sue magie e un giorno, mentre sto devotamente pregando all’altare di San Google, mi torna in mente, e lo vado a cercare. E lo trovo: scrive di enologia, su un giornaletto locale. Evidentemente ognuno si considera arrivato (ma proprio arrivato arrivato) quando è giunto al limite estremo delle proprie possibilità.

barbara




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12 maggio 2007

MA VOI L’AVETE CAPITA?

Sotto il regno di Sua Maestà Berlusconi I, dice, l’economia ha fatto progressi fantastici. Sotto il regno di Sua Maestà Prodi I, dice, l’economia ha fatto progressi strepitosi. Qualcuno riesce a spiegarmi perché allora io divento sempre più povera?

barbara




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11 maggio 2007

POI ACCENDI LA RADIO

e senti Giornata triste, oggi, Triste sì, altroché se è stata triste. L’autobus dei bambini, e hanno appena detto che è morto anche quello che era in coma. veramente triste, e le foto dei bambini sui telefonini che i pedofili si vendevano. E quello che si vendeva la figlia per comprarsi l’alcool. molto, molto triste. E quelli di Rignano: quasi tutti scarcerati. E dopo avere letto le trascrizioni dei dialoghi dei video che “documentavano” i misfatti, restava piuttosto difficile in effetti non avere la quasi certezza che l’uomo nero esiste, sì. E che come nel 90% dei casi non si trova fuori, bensì in casa. Ed è questo che lo rende terribile: con l’uomo nero che sta in casa non puoi aspettarti che arrivi qualcuno a salvarti. Non puoi illuderti che abbia pietà delle tue lacrime. Non puoi sperare che scappi se tu gridi. Giornata davvero tragica, sì, quella di oggi. Ancora una volta, infatti, la nostra amatissima Inter … L’Inter? L’INTER? L’INTER? Ma vatti a infilare una pannocchia nel culo, va’, pezzo di troia anche tu.



barbara




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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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