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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 aprile 2007

“OH ALLAH, UCCIDI GLI EBREI, ANNIENTA L’AMERICA E ISRAELE”

Brani da un sermone tenuto dal presidente ad interim del Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese Ahmad Bahr (membro di Hamas), trasmesso dalla tv sudanese lo scorso 13 aprile.

"Voi sarete vittoriosi su tutta la faccia della Terra. Voi siete i padroni del mondo, su tutta la faccia della Terra. Sì, il Corano dice: Voi sarete vittoriosi, ma solo se sarete credenti. Ad Allah piacendo, voi sarete vittoriosi, mentre America e Israele saranno annientate. Io vi garantisco che la potenza del credo e della fede è più grande della forza di America e Israele. Loro sono codardi, come è scritto nel libro di Allah: Voi troverete in loro i popoli più ansiosi di proteggere la propria vita. Sono dei codardi ansiosi di vivere, mentre noi desideriamo morire nel nome di Allah. Ecco perché l'America si trova col naso nel fango in Iraq, in Afghanistan, in Somalia e dappertutto. L'America sarà annientata, mentre l'islam rimarrà. La volontà dei musulmani vincerà, se sarete credenti. Oh musulmani, io vi garantisco che la potenza di Allah è più grande della forza dell'America, dalla quale tanti sono oggi accecati. Alcuni sono accecati dalla potenza dell'America. A costoro noi diciamo che, con la forza di Allah, con la forza del Suo Messaggero, noi siamo più forti dell'America e di Israele. Io vi dico che noi proteggeremo la resistenza, giacché il nemico sionista capisce solo il linguaggio della forza. Esso non riconosce né la pace, né gli accordi. Non riconosce nulla, e capisce solo il linguaggio della forza. Il nostro popolo palestinese che combatte la jihad saluta il fratello Sudan. La donna palestinese dice addio a suo figlio e gli dice: Figlio, va' e non essere codardo. Va' e combatti gli ebrei. Lui le dice addio e compie un'azione di martirio. Cosa dice questa donna, quando viene chiesta la sua opinione, dopo il martirio di suo figlio? Lei dice: Mio figlio è carne della mia carne, sangue del mio sangue. Amo mio figlio, ma il mio amore per Allah e il Suo Messaggero è più grande del mio amore per mio figlio. Sì, questo è il messaggio della donna palestinese, che aveva più di 70 anni: Fatima Al-Najjar. Aveva più di 70 anni, ma si fece esplodere lei stessa per Allah, abbattendo molti criminali sionisti. Oh Allah, sconfiggi gli ebrei e i loro sostenitori. Oh Allah, sconfiggi gli americani e i loro sostenitori. Oh Allah, contali e uccidili tutti, fino all'ultimo. Oh Allah, dà loro una giornata di tenebre. Oh Allah che inviasti il Libro, motore dei cieli vincitore dei nemici del Profeta, sconfiggi gli ebrei e gli americani, e donaci la vittoria su di loro". (MEMRI, 20 aprile, 2007 - da israele.net)
Qui il video.

Dialoghiamo, su.

barbara




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29 aprile 2007

TESTIMONI

Pare che le due assassine di Vanessa Russo abbiano ormai le ore contate: si sa chi sono, i testimoni le hanno riconosciute. I testimoni. Sì: c’erano i testimoni. E uno si chiede: MA QUESTI TESTIMONI CHE CAZZO FACEVANO MENTRE LA RAGAZZA VENIVA MASSACRATA SOTTO I LORO OCCHI?
E, a proposito di cittadini esemplari, andate a leggere anche questo.

barbara




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28 aprile 2007

ATTENUANTI GENERICHE

In Italia, si sa, le attenuanti generiche, come il titolo di dottore, non si negano a nessuno. Non importa quanto efferato sia il delitto, non importa quanto ripugnanti le circostanze, non importa che sia stata accertata la lucidità di mente nel compiere il delitto e la freddezza con cui si sono occultate le prove. Niente conta: le attenuanti generiche vengono assegnate di default a chiunque finisca sotto processo (in primo grado anche a Priebke, do you remember? Ammazzi trecento e passa innocenti presi a caso e meriti le attenuanti generiche, sissignore). Una volta ho letto che in Inghilterra quando uno fa ricorso, se non è in grado di produrre sostanziali elementi nuovi che siano stati trascurati in primo grado, la pena viene automaticamente aumentata come punizione per aver fatto perdere tempo inutilmente e avere, in questo modo, rallentato la giustizia per altri. Se è vero, mi sembra una splendida idea; sicuramente un ottimo deterrente. Da noi invece la riduzione della pena è sempre garantita, sia che sia stato freddamente organizzato e spietatamente condotto l’assassinio dei propri genitori per comprarsi la BMW nuova, sia che si sia macellato nel letto il proprio figlio poco più che neonato. Attenuanti generiche. E qualcuno si ostina a chiamarla “giustizia”.

barbara




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27 aprile 2007

CHI È UN PROFUGO PALESTINESE?

Di Ariel Pasko

Ho già postato diverse cose sui profughi. Qui abbiamo un altro interessante articolo che propone alcuni dati di fatto, troppo spesso trascurati, e alcune utili riflessioni.

Chi è un “profugo palestinese”? Bene, la risposta più breve è che possiamo esserlo quasi tutti, anche voi ed io. La risposta più esauriente è un pochino più complicata, ma non di molto.
Capite, “profugo palestinese” costituisce uno status politico concesso come premio. Ma prima lasciate che vi spieghi…
Recentemente si è fatto un gran parlare del cosiddetto “diritto al ritorno” dei “profughi palestinesi”. Tuttavia, il Quartetto - formato da USA, EU, NU e Russia - nell’aprile del 2003 ha redatto una “Roadmap … per una soluzione permanente del conflitto Israelo-palestinese che contempla due stati”. Israele, con il Primo Ministro Ariel Sharon, e l’Autorità Palestinese, con l’allora primo ministro Mahmoud Abbas, al summit di Aqaba, hanno accettato la road map. Ma questa menziona i profughi solo di passaggio, senza mai definire chi siano e lascia il compito di determinare la loro condizione in ulteriori colloqui per definirne esattamente lo status.
Tornando all’estate scorsa, dopo l’annuncio della road map, il Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese Nabil Shaath, parlando in un hotel della capitale libanese Beirut, ha detto “Non è stata posta alcuna condizione per il ritorno [soltanto] ad uno stato indipendente palestinese. Il diritto al ritorno non è più un’illusione. È parte integrante dell’iniziativa di pace araba, che è uno dei punti salienti della road map.”
Shaath ha continuato “Voglio che sia chiaro, il diritto include il ritorno ad uno stato indipendente e alle città palestinesi dello stato ebraico. Se una persona ritorna ad Haifa [in Israele] o a Nablus [Shechmen in Giudea/Samaria, Cisgiordania] il suo ritorno è garantito”- ha promesso. Il ministro dell’AP si riferiva all’iniziativa saudita adottata da un summit della lega araba tenutosi a Beirut nel marzo del 2002. Evidentemente i palestinesi vedono la road map in modo molto diverso dagli Israeliani.
Il “diritto al ritorno” è così problematico per i politici israeliani che persino il capo dell’opposizione e membro del Parlamento, Shimon Peres dei Laburisti e Yossi Sarid e Ran Cohen del partito di estrema sinistra Meretz, dopo aver saputo del discorso di Shaath, hanno affermato che si opporranno con forza ad un accordo di pace che includa un diritto al ritorno da parte dei palestinesi in Israele, poiché un tale diritto costituisce una minaccia all’identità del paese e alla soluzione dei “due popoli due stati”. Il Laburista Matan Vilnai ha detto “I palestinesi devono capire che tutti i partiti di Israele sono uniti contro il cosiddetto diritto al ritorno”.
I più alti dirigenti del Ministero degli Esteri Israeliano hanno immediatamente risposto che “Non ci sarà alcun ritorno dei profughi nello Stato di Israele”. Il portavoce del Governo Israeliano Avi Pazner mette in evidenza che la road map non include un impegno al “diritto al ritorno” e che ai “profughi” non sarà mai concesso di tornare in Israele. “Questa è una dichiarazione che può solo rovinare tutto, perché è falsa” – ha detto. “La road map non fa alcun riferimento al diritto al ritorno [dei profughi] e questa dichiarazione va a detrimento della realizzazione della road map”.
“Israele non ha intenzione, in nessuna circostanza e sotto nessuna forma, di accettare i profughi nelle città Israeliane che Nabil Shaath definisce città “palestinesi”, ha detto Pazner. Il portavoce del primo Ministro Israeliano Ariel Sharon, Raanan Gissin si è affrettato a dichiarare “nessun Governo Israeliano lo accetterà mai. Non ci sarà alcuno stato palestinese fintanto che continueranno a pretendere il diritto al ritorno”.
Ed hanno ragione; gli Israeliani non accetteranno che i “profughi palestinesi” tornino in Israele. Secondo un recente studio, il Peace Index Project condotto dal Centro Tami Steinmetz per la ricerca sulla Pace dell’Università di Tel Aviv dal 31 agosto al 2 settembre 2003, alla richiesta se “secondo la legge internazionale, le persone che lasciano le case durante la guerra non per loro scelta o perché espulsi abbiano il diritto di tornare a casa alla fine del conflitto” e alla domanda “Siete d’accordo oppure no riguardo il fatto che questo principio sia valido anche nel caso dei profughi palestinesi?” il 76,3 % degli Ebrei Israeliani ha risposto di no.
Quindi è stato chiesto: “Se l’ultima possibilità per raggiungere un accordo di pace fosse il riconoscimento del principio del diritto al ritorno dei profughi palestinesi pur senza che ciò significasse dare ai profughi realmente l’opportunità di ritornare, in questo caso sosterreste o vi opporreste al riconoscimento del principio del diritto al ritorno da parte di Israele?” Anche a questo almeno i due terzi hanno nuovamente risposto di essere contrari ad un simile accordo. Ma si può notare che in tutta questa discussione non è mai stato stabilito chi sia un “profugo palestinese”.
Né il precedente Primo Ministro dell’AP Mahmoud Abbas, né l’attuale Ahmed Qureia hanno rivelato quale sia il concetto di “diritto al ritorno”, così come non lo hanno fatto gli altri leaders palestinesi. Durante la visita in Cina – secondo il quotidiano Al-Ayyam – Qureia ha richiesto il cosiddetto “diritto al ritorno” come condizione fondamentale per la pace. “O (raggiungiamo) una pace giusta che garantisca il legittimo diritto nazionale del popolo palestinese, inclusi il Ritorno, l’autodeterminazione e la costituzione di uno stato indipendente con capitale Gerusalemme, o non ci sarà alcuna pace, ma un ritorno ad ogni forma di battaglia” ha detto.
L’ultima delizia sul “campo della pace” di Israele è quel mal concepito “Accordo di Ginevra” del laburista Yossi Beilin. L’accordo di Ginevra prevede il ritiro di Israele entro i confini precedenti il 1967, con minime rettifiche. I capi palestinesi come Nabil Shaath insistono sul fatto che l’accordo riconosca il “diritto al ritorno” dei palestinesi nonostante il rifiuto di Beilin.
È stato versato molto inchiostro e sono stati usati molti bytes per dibattere i pro e i contro dei termini dell’accordo, incluso cosa fare con i “profughi palestinesi”, tuttavia non è mai stato definito cosa sia un “profugo palestinese”.
Due dei migliori articoli apparsi recentemente, che discutono molti diversi aspetti della questione “profughi palestinesi”, incluso se il cosiddetto “diritto al ritorno” sia riconosciuto dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale 194 - e non lo è - sono “Chi vuole essere un profugo palestinese?” di Steven Plaut e “Come l’Occidente indebolisce Israele” di David Bedein. Tuttavia, neppure essi stabiliscono mai chi sia un “profugo palestinese”.
Penso di avervi tenuti abbastanza in sospeso, così ora passiamo a considerare l’unica definizione “legale” esistente di “profugo palestinese”. [La definizione] proviene dall’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Assistenza e l’Occupazione per i profughi palestinesi del vicino oriente (UNRWA), che è un’agenzia per l’assistenza e lo sviluppo umano, che fornisce educazione, cure, servizi sociali e di pronto soccorso ad oltre quattro milioni di profughi che vivono nella Striscia di Gaza, nella Riva Occidentale, in Giordania, in Libano e nella Repubblica araba siriana, stando al loro web site. I cosiddetti “profughi palestinesi” che vivono bene in America, in Europa o in qualunque altro posto, non contano.
“Secondo la definizione dell’UNRWA, i “profughi palestinesi” sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina [Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in seguito al conflitto arabo-Israeliano del 1948. I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza”. La definizione di profugo secondo la UNRWA include anche i discendenti di coloro che diventarono profughi nel 1948. Il numero dei profughi palestinesi registrati è di conseguenza cresciuto da 941.000 del 1950 a più di 4 milioni nel 2002 e continua ad aumentare a causa dell’aumento naturale della popolazione”, stando al loro sito internet.
Notate la frase “include anche i discendenti di coloro…”, a differenza degli altri profughi sotto la tutela dell’ONU, i “profughi palestinesi” riescono anche a trasferire il loro status di profughi agli eredi. Quale concessione politica da parte delle Nazioni Unite!…
Prima di continuare, vorrei precisare che la registrazione dei “profughi” avvenne almeno due anni dopo il conflitto. Molte altre stime affidabili riportano dati più bassi, all’incirca 550.000-600.000. Ma anche quelle includono i 36.800 immigranti arabi legali ed illegali provenienti da Nord Africa, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Penisola Araba – verso la Palestina del Mandato, come riportato dall’amministrazione britannica del tempo. Questo include anche 57.000 nomadi Beduini che non avevano fissa dimora. Include anche almeno 170.000 arabi, originari della Cisgiordania o di Gaza, che si erano trasferiti in aree Ebraiche che in seguito sono diventate lo Stato di Israele, che cercavano lavoro durante il periodo del Mandato e che poi se ne sono andati durante la guerra per tornare a casa.
Se sottraiamo tutte queste persone, i profughi veri sono probabilmente non più di 300.000.
Joan Peters nel suo “Da tempo immemorabile” osserva che il dato massimo fornito dall’Agenzia UNRWA, di 343.000, è meno della metà del numero di profughi rivendicati dagli arabi subito dopo la loro partenza, prima che i numeri fossero riportati “gonfiati” nei “campi profughi”. Dal 1950 gli arabi nazionalisti di Gaza, della Cisgiordania, della Giordania, dell’Egitto e del Nord Africa, della Siria e del Libano che si sono offerti volontari per diventare “profughi palestinesi” sono riusciti a triplicare le cifre. Così si ottiene l’assurda affermazione che le
300.000 persone che c’erano nel 1948 siano aumentate fino a oltre 4 milioni solo in 55 anni.
Voglio sottolineare che la definizione della UNRWA di “profugo palestinese” secondo cui si tratta di “… persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina [la Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in conseguenza al conflitto arabo-Israeliano del 1948.”, in teoria si sarebbe potuto applicare sia agli israeliani che agli arabi. Infatti, prima del 1948 gli Ebrei erano chiamati palestinesi, poiché vivevano nel Mandato Palestinese, mentre gli arabi sfuggivano a questa etichetta [come è documentato anche qui, ndb] e continuavano ad identificarsi solo come arabi, affermando di essere parte della più grande “nazione araba”. Questo si può vedere anche da come essi chiamavano le loro istituzioni, quali il “Comitato Superiore Arabo”.
Come ha affermato l’URNWA “I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza”. Si dovrebbe osservare che circa 900.000 Ebrei divennero profughi provenienti dai paesi arabi, da cui furono espulsi o da cui dovettero fuggire sotto minaccia di morte nello stesso periodo, un altro esempio di pulizia etnica del XX secolo. Persero le terre, le case, le proprietà, gli affari e le strutture comunitarie - come le sinagoghe e altre proprietà comuni. Circa 650.000 di essi andarono nell’area del Mandato, che divenne in seguito Israele e, se lo Stato di Israele non si fosse occupato di loro, anch’essi avrebbero dovuto ricorrere all’aiuto della UNRWA. Perché gli stati arabi non aiutano i loro fratelli?
A questo proposito, quando gli stati arabi, Arafat e l’AP chiesero un compenso per i cosiddetti profughi, dovete sapere che Israele, già nei primi anni ’50, per aiutare ed alleviare le condizioni dei “profughi palestinesi” concesse denaro dal conto inattivo della banca (dei profughi) per un totale di oltre 50 milioni di dollari del tempo, attraverso agenzie delle Nazioni Unite con cui erano in affari. Potrebbero chiedere la restituzione dell’ammontare reale –quanto possedevano realmente?- ma da tempo il patrimonio liquido è stato affidato a loro.
Ecco qui la definizione di “profugo palestinese” delle Nazioni Unite.
Chiunque abbia vissuto nel Mandato due anni prima della creazione dello Stato di Israele (1948) e i suoi discendenti.
Così si può assistere a fatti assurdi come nel caso di un giovane arabo proveniente dall’Iraq che va nella Palestina del Mandato intorno alla fine degli anni ‘30 a cercare lavoro e poi se ne va allo scoppiare della guerra nel 1948. Si trasferisce quindi in Giordania e sposa una bella beduina, non una “palestinese”. Ha 7 figli che a loro volta si sposano con dei bei beduini e delle belle beduine. Oggi ha 29 nipoti e 11 pronipoti. Secondo le Nazioni Unite questo significa che ora abbiamo 48 profughi, senza contare le mogli (non dimenticate la riunificazione familiare). Forse è in questo modo che arriviamo da 300.000 a 4 milioni?
Oppure consideriamo il caso assurdo di un giovane arabo nord africano che fugge dalla guerra degli Inglesi contro i nazisti nel 1945, poi si insedia nella Palestina del Mandato, sposa una bella ragazza italiana soltanto per fuggire a Gaza con l’aprirsi delle ostilità contro gli Ebrei nel 1948. Viene calcolato come “profugo palestinese” insieme a tutti i suoi discendenti, i quali si sono comunque sposati con europei? Dimenticate la crescita naturale dichiarata dall’ONU. Hanno solo giocato con le cifre. Lo status di “profugo palestinese” è solo un simbolo politico molto ambìto, senza contare che è anche un “lavoro” lucroso, con enormi vantaggi economici provenienti dall’UNRWA e dall’OLP.
È ridicolo che qualcuno che ha vissuto nella Palestina del Mandato per due anni e mezzo possa ricevere il sussidio internazionale per i 50 anni seguenti insieme a tutti i suoi discendenti. È semplicemente sbagliato che delle persone che si sono trasferite ad Haifa o a Tel Aviv dalla Cisgiordania o da Gaza e sono poi tornate a casa possano reclamare il diritto allo status di profugo e lamentarsi per le opportunità economiche perdute –lavorando per gli ebrei- e chiedano al mondo di elargire loro un sussidio. Che bel lavoro! Che grandi benefici a spese del mondo! I più grandi donatori dell’UNRWA sono gli Stati Uniti, la Commissione Europea, la Gran Bretagna e la Svezia. Altri tra i maggiori donatori sono gli Stati Arabi del Golfo, i Paesi Scandinavi, il Giappone ed il Canada. Dovrebbero essere tutti furiosi…
E perché tutti questi “profughi palestinesi”, molti dei quali non sono neppure originari dell’area, dovrebbero avere il “diritto al ritorno” nell’area della precedente Palestina del Mandato, di Israele o dell’Autorità Palestinese?
Non posso proprio togliermelo dalla mente: “chi è un profugo palestinese”? Ebbene, avreste potuto essere voi oppure io.

Ariel Natan Pasko è un analista e consulente indipendente. E’ laureato in Analisi delle Relazioni e della Politica Internazionale. I suoi articoli compaiono regolarmente su numerosi giornali, riviste e siti internet che possono essere letti alla pagina www.geocities.com/ariel_natan_pasko
© 2003/5764 Pasko

Per completezza di informazione sul tema dei profughi, invito a leggere anche questo esauriente e documentato articolo.

barbara




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26 aprile 2007

REUTERS: AGENZIA DI “INFORMAZIONE”?

Comunicato Honest Reporting Italia 26 aprile 2007

Ieri, 25 aprile, l'agenzia Reuters ha messo in rete questo delirante articolo.

GERUSALEMME (Reuters) - Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha deciso oggi di rispondere con un'operazione militare limitata al lancio di missili compiuto ieri dal braccio armato di Hamas, che ha contemporaneamente annunciato la fine della tregua.
Tregua? Quale tregua? Dal momento in cui gli israeliani sono usciti da Gaza, sradicando intere famiglie dalle loro case, con la speranza di raggiungere l'unica cosa che si desidera in Israele: LA PACE, non hanno smesso un solo giorno di mandare missili kassam su tutto ciò che era possibile: case, asili, persone, soldati, animali.

Lo hanno riferito fonti politiche. Escludendo un'offensiva di terra, Olmert ha deciso, insieme ai vertici delle forze armate, di compiere "attacchi mirati" contro le squadre palestinesi responsabili del lancio di missili, risparmiando però i vertici delle milizie e quelli politici di Hamas.
"Israele non esiterà ad adottare misure drastiche contro chiunque provi a colpire la sua sovranità sparando missili entro i confini del suo territorio per colpire i suoi soldati",
Olmert non ha dichiarato esattamente questo: non parlava di soldati ma di cittadini, di bambini nelle scuole, di gente nelle fabbriche e nei negozi, nei mercati e nelle strade che camminano ignari senza colpe né peccati. Con la sola colpa semmai di essere israeliani sui quali vengono lanciati incessantemente missili.

ha dichiarato l'ufficio del primo ministro in un comunicato diffuso al termine della riunione dell'esecutivo per discutere la questione della sicurezza.
Le Brigate Izz el-Deen al-Qassam hanno detto ieri di avere sparato i missili in risposta ad un raid israeliano in Cisgiordania che, durante il fine settimana, aveva provocato la morte di nove palestinesi.
I raid israeliani avvengono unicamente per bloccare i terroristi che sparano i missili incessantemente. Prima di compiere una qualunque azione Israele studia tutte le mosse affinché non venga colpito nemmeno un civile ma solo coloro che mettono continuamente a repentaglio la vita dei suoi cittadini. 

Quello di ieri è stato il primo attacco da parte di Hamas da quando il gruppo aveva accettato lo scorso novembre di sospendere il lancio di ordigni contro lo Stato ebraico.
Accettato? Hamas ha DICHIARATO di avere accettato, ma non ha mai smesso, mai, neanche per un giorno. Il fatto è che dei continui lanci di razzi i nostri giornali non parlano, in modo da poter annunciare, quando Israele reagisce all'ennesimo lancio, che Israele ha violato la tregua. Chiamare questo ultimo lancio "il primo" è una vergognosa falsificazione dei fatti finalizzata a favorire i terroristi.

Un funzionario palestinese ha detto oggi che un gruppo di consiglieri egiziani per la sicurezza si sono incontrati sia con Hamas che con i rappresentati della Jihad islamica, sottolineando la necessità di ristabilire la calma per evitare di fornire ad Israele il pretesto per compiere un'operazione militare nella Striscia di Gaza
Pretesto? Davvero Israele ha bisogno di pretesti per compiere azioni militari? I signori giornalisti della Reuters non ritengono che un incessante bombardamento sulle città israeliane possa essere qualcosa di più di un pretesto? 

Il governo guidato da Hamas ha detto di essere interessato a mantenere il cessate-il-fuoco.
Ma quale cessate il fuoco? Quando mai c'è stato un cessate il fuoco? Quando mai c'è stato un giorno in cui non si sia sparato su Israele?

La tregua, però, non riguarda la Cisgiordania, dove i militari israeliani compiono frequentemente raid contro i gruppi di militanti palestinesi che, secondo il governo di Gerusalemme, cercano sempre di colpire Israele.
Secondo il governo di Gerusalemme?! Ai signori della Reuters non risulta che i TERRORISTI (non "militanti": i militanti sono un'altra cosa) palestinesi COLPISCANO (e non semplicemente "tentino" di colpire) Israele? I signori della Reuters non hanno mai sentito parlare di infiltrazioni, di israeliani morti ammazzati, magari bambini di due anni nel loro letto o neonati in braccio ai genitori? I signori della Reuters non hanno mai sentito parlare di terrorismo? E questa sarebbe un'agenzia di informazione?

Invitiamo i nostri lettori a contattare il sito
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Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso HR-Italia@honestreporting.com
 

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barbara




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25 aprile 2007

LIBERATE KARIM AMER




"Dichiaro di rifiutare qualsiasi legge che non rispetti i diritti dell'individuo e la libertà personale"

Per questa dichiarazione, nonché per aver espresso altre opinioni "pericolose" in merito alla tolleranza religiosa e all'uguaglianza tra i sessi, in Egitto, lo studente ventiduenne Abdul Karim Suleiman, ossia Karim Amir, è stato condannato a quattro anni di carcere con l'accusa di avere insultato il presidente egiziano e la religione islamica.
Il ricorso in appello ha confermato la sentenza e l'accusa ha ostacolato il lavoro degli avvocati di Karim, che lo difendono a titolo gratuito.
La sua famiglia lo ha pubblicamente disconosciuto e il padre ha invocato l'applicazione della sharia (legge islamica),
chiedendo che venga giustiziato
qualora non dovesse “pentirsi” entro tre giorni.
Per aver difeso i principi della libertà di parola, lo Index of Censorship ha insignito Karim del Premio Hugo Young per il Giornalismo per il 2007, mentre il PEN Club britannico lo ha eletto membro onorario dell'organizzazione.
Quasi 6.000 persone hanno sottoscritto petizioni e inviato lettere al governo egiziano e al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti chiedendo il rilascio di Karim. Il caso di Karim, quasi ignorato dai media italiani, è stato invece intensamente seguito da maggiori media del mondo.
Amnesty International, Reporter Senza Frontiere e la Arabic Network for Human Rights Information, con sede al Cairo, hanno chiesto il rilascio di Karim. Le organizzazioni egiziane per la difesa dei diritti umani temono per la sua sicurezza e affermano che, nella prigione dove si trova detenuto, la sua vita è in pericolo
.
Il caso di Karim è stato oggetto di reportage comparsi su i media di tutto il mondo, tra cui BBC,
Inter­national Herald Tribune, Agenzia Reuters, Guardian, Washington Post
, CBC e centinaia di blog.

Il 27 aprile, a Roma, in piazza Montecitorio, a partire dalle ore 10, un piccolo gruppo di persone che hanno a cuore i diritti degli individui si unirà agli svariati drappelli che, in altre capitali, testimonieranno solidarietà a Karim Amer e chiederanno alle autorità politiche di adoperarsi per la sua liberazione.
Per informazioni,
alberto.mingardi@gmail.com o sharonnizza@gmail.com
Informazioni sulla campagna: http://www.freekareem.org/


Il ministro degli esteri egiziano rifuta le critiche per l'incarcerazione di Kareem Amer

traduzione dall'inglese a cura di: http://www.dalmondo.info

Per evitare che la vicenda di Kareem Amer passi nel "dimenticatoio", e con questa il tema della libertà di espressione su Internet, traduciamo questo articolo dal sito " Free Kareem!", pubblicato l'8 marzo 2007:

Poco dopo la sentenza dello scorso 22 febbraio, il Ministro degli Esteri egiziano ha dichiarato pubblicamente che l'ondata di sdegno internazionale seguita alla condanna del blogger egiziano non riveste per lui alcuna importanza.
Abbiamo (l'associazione Free Kareem, ndr) tradotto dall'arabo questo articolo di Al-Jazeera

Il Cairo condanna le Reazioni alla condanna al carcere del Blogger
Ahmed Abul-Gheit considera le critiche alla condanna di Abdul Kareem Suleiman delle interferenze sul sistema giudiziario.
L'Egitto critica pesantemente le reazioni alla condanna a 4 anni di carcere del blogger egiziano accusato di attaccare, nel suo blog, l'Islam ed il presidente Hosni Mubarak

Il Ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul-Gheit ha dichiarato che nessuno, "chiunque esso sia" deve intromettersi nel lavoro dell'autorità giudiziaria egiziana, ne commentare le sue decisioni.
Abul-Gheit ha anche affermato che l'Egitto rifiuta le posizioni di alcuni "media ed organizzazioni non governative straniere", esprimendo il "forte disappunto e la costernazione" dell'Egitto per quanto è stato detto.
Un tribunale di Alexandria, nel nord dell'Egitto, ha condannato Abdul Kareem Suleiman a quattro anni di prigione, con l'accusa di disprezzare la religione islamica e di insultare il presidente Mubarak. Il tribunale "Moharram Bek Misdemeanor" ha condannato l'accusato a tre anni di carcere per l'accusa di disprezzo della religione islamica, e ad un anno per le offese al Presidente. Suleiman era uno studente all'Università Al-Azhar, che lo aveva espulso lo scorso anno e che aveva richiesto che venisse processato.
E' il primo blogger egiziano ad essere condannato al carcere.
Il portavoce del Dipartimento di Stato Americano, Tom Casey, ha dichiarato la propria preoccupazione per l'incarcerazione del blogger Abdul Kareem Suleiman, condannato per aver espresso le proprie opinioni.
La sentenza è stata criticata anche dalle organizzazioni per i diritti umani egiziane ed estere, quali il "Committee to Protect Journalists" con sede a New York e l'"Egyptian Organization for Human Rights".

Otto articoli

Suleiman ha firmato i propri articoli con l'appellativo di Kareem Amer. E' stato processato per il contenuto di otto post, pubblicati sul suo blog, nei quali critica fortemente l'Università Al-Azhar, descritta come "l'Università del terrorismo e dell'estremismo".
Inoltre, in uno di questi articoli, critica Mubarak, paragonandolo ad un "dittatore faraonico". In un altro articolo intitolato "la nuda verità sull'Islam come la vedo io", Suleiman parla degli scontri tra sette religiose avvenuti ad Alexandria nel 2005, accusando i mussulmani di aver fomentato gli scontri ed infangandone l'immagine.
In custodia dallo scorso Novembre, Suleiman non ha mai rinnegato quanto scritto, affermando che gli articoli riflettono solo le proprie opinioni personali. Gli avvocati della difesa hanno dichiarato che ricorreranno in appello contro la condanna, ritenendo ingiusto il processo.

Il ministro Abul-Gheit si domanda come mai il mondo sembri così interessato e preoccupato per l'attività giudiziaria dell'Egitto.
A costo di essere anacronistici, una
risposta eloquente è stata scritta proprio da Kareem Amer, poco prima del suo arresto:

Io dichiaro, in modo franco e netto, che rifiuto e rigetto ogni legge, ogni legislazione, ogni regime che non rispetti i diritti dell'individuo e la libertà personale, e che non riconosca l'assoluta libertà di azione dell'individuo - fintantoché non danneggi chi gli sta attorno -, e che non riconosca l'assoluta libertà delle persone di esprimere le proprie opinioni, quali esse siano, fintantoché queste opinioni siano solo parole e non siano accompagnate da azioni tali da danneggiare gli altri.
Allo stesso tempo dichiaro, in modo franco e netto, che tali leggi non possono determinare alcun obbligo per me, né io ne riconosco l'autorità o l'esistenza.
Detesto, con tutto me stesso, chiunque lavori per il loro sviluppo, chiunque le prenda come riferimento, chiunque sia soddisfatto della loro esistenza o ne tragga giovamento.
E se queste leggi ci sono imposte, e noi non abbiamo il potere o la forza di cambiarle perchè questo potere è nelle mani di altri, che sono estremamente soddisfatti per l'esistenza di queste leggi e le applicano: nondimeno, tutto questo non mi indurrà alla sottomissione, ne mi metterò calmo in attesa di sollievo o appagamento.
Dichiaro inoltre che non riconosco la legittimità delle indagini in corso su quanto ho scritto, che rientrano nell'ambito della libertà personale di esprimere le mie opinioni. Questa libertà è sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che l'Egitto ha sottoscritto. Ma, lasciando stare la Dichiarazione, e anche se non esistesse, e anche se l'Egitto non l'avesse sottoscritta, i diritti umani esistono in quanto tali e non hanno bisogno di una legislazione o di leggi per regolarli o per definirne l'esistenza.

Per maggiori informazioni su come puoi contribuire, visita:
www.FreeKareem.org

e firma la petizione che trovi all’indirizzo:
http://www.petitiononline.com/KAmer/petition.html

Invito cortesemente tutti i blogger che passano di qui a riprendere queste notizie e questo appello, mettendoli nei loro blog e inviandoli alle loro mailing list. Senza illusioni, beninteso, ma almeno con la coscienza di aver fatto ciò che si poteva.

barbara




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25 aprile 2007

“L’INFERNO DI ISRAELE È MIGLIORE DEL PARADISO DI ARAFAT” – parte seconda

Preferire Israele ai regimi arabi
I palestinesi – da quelli di grado più basso a quelli di rango elevato – talvolta ammettono di preferire Israele ai paesi arabi. Come osservava un dirigente dell'OLP: "Non temiamo più gli israeliani o gli americani, malgrado la loro ostilità nei nostri confronti, adesso però temiamo i nostri ‘fratelli' arabi". Oppure, come rileva a grandi linee un abitante di Gaza: "Gli arabi dicono di essere nostri amici e ci trattano peggio degli israeliani". Qui di seguito alcuni esempi di atteggiamenti tenuti verso tre Stati:
Siria. Salah Khalaf (alias Abu Iyad), una delle più autorevoli figure dell'OLP, nel 1983 dichiarò che i crimini commessi dal regime di Hafiz al-Assad contro i palestinesi "hanno superato quelli perpetrati dal nemico israeliano". Stesso atteggiamento fu quello tenuto da Yasser Arafat ai funerali di un personaggio dell'OLP ucciso su istigazione siriana: "I sionisti hanno provato a ucciderti nei territori occupati e non essendoci riusciti ti hanno deportato. Ma i sionisti arabi, rappresentati dai governanti di Damasco, hanno pensato che ciò fosse insufficiente, così sei caduto da martire".
Giordania. Victor, un giordano che un tempo lavorava come assistente di un importante ministro del governo saudita, nel 1994 osservò che Israele era l'unico paese del Medio Oriente per il quale egli nutriva ammirazione. "Vorrei che Israele prendesse il controllo della Giordania" egli asserì, accompagnato da cenni di approvazione da parte del fratello. "Gli israeliani sono l'unico popolo dell'area ad essere organizzati, che sanno come agire. E non sono cattivi. Sono onesti. Mantengono la parola data. Gli arabi non riescono a fare nulla di giusto. Si guardi alla cosiddetta democrazia esistente in Giordania. È un'assoluta burla".
Kuwait. I palestinesi collaborarono con le forze irachene quando esse occuparono il Kuwait nel 1990 così, quando il paese venne liberato, essi ricevettero un duro trattamento. Un quotidiano palestinese rilevò che in Kuwait: "I palestinesi ricevono un trattamento perfino peggiore di quello riservato loro dai nemici, gli israeliani". Sopravvissuto all'esperienza del Kuwait, un altro palestinese non ha usato mezzi termini nell'asserire: "Adesso penso che Israele sia il paradiso. Oggi, amo gli israeliani. So che ci trattano da esseri umani. La Cisgiordania [allora ancora sotto il controllo di Israele] è meglio [del Kuwait]. Almeno, prima che gli israeliani ti arrestino, esibiscono un mandato". Con meno esuberanza, Arafat stesso concordava: "Ciò che il Kuwait ha fatto al popolo palestinese è peggiore di quanto fatto da Israele nei territori occupati".
Decenni fa parecchi palestinesi conoscevano già i pregi della vita politica israeliana. Come spiegò un uomo di Ramallah: "Non dimenticherò mai quel giorno, durante la guerra del Libano [del 1982] in cui un parlamentare arabo della Knesset si alzò in piedi e chiamò assassino [il primo ministro Menachem] Begin. Questi non replicò affatto. Se lo avesse detto ad Arafat, non credo che quella sera quell'uomo avrebbe fatto ritorno a casa". Prima della nascita dell'Autorità palestinese, avvenuta nel 1994, la maggior parte dei palestinesi faceva sogni di autonomia senza tanto preoccuparsi dei dettagli. Dopo che Arafat fece ritorno a Gaza, costoro furono in grado di fare una diretta comparazione tra il suo modo di governare e quello di Israele, e lo fecero con una certa frequenza. Avevano parecchi motivi per preferire la vita in Israele.

Uso limitato della violenza. Dopo che la polizia dell'Autorità palestinese fece un'incursione in piena notte nell'abitazione di un sostenitore di Hamas e malmenò sia lui che il padre 70enne, l'anziano uomo urlò alla polizia: "Perfino gli ebrei non si sono comportati da vigliacchi come voi". E il figlio, una volta uscito di prigione dichiarò che l'esperienza da lui fatta nelle galere palestinesi fu peggiore di quella vissuta nelle prigioni israeliane. Un oppositore del regime di Arafat mise in evidenza come i soldati israeliani "cominciano a lanciare gas lacrimogeni per poi sparare proiettili di gomma, e solo in seguito fanno realmente fuoco. Loro non hanno mai aperto fuoco contro di noi senza aver ricevuto ordine diretto di farlo, e anche così si limitano a sparare qualche proiettile. Ma la polizia palestinese inizia a far fuoco subito e ovunque".
Libertà di espressione. ‘Adnan Khatib, proprietario e direttore di Al-Umma, un settimanale di Gerusalemme il cui poligrafico venne dato alle fiamme dalla polizia dell'Autorità palestinese nel 1995, lamentò i guai che gli fecero passare i dispotici leader dell'Autorità palestinese da quando presero le redini del potere. "Le misure prese contro i media palestinesi incluso l'arresto di giornalisti e la chiusura dei quotidiani sono ben peggiori di quelle prese dagli israeliani contro la stampa palestinese". In un paradossale corso di eventi, Na‘im Salama, un avvocato di Gaza venne arrestato dall'AP con l'accusa di diffamazione per aver scritto che i palestinesi avrebbero dovuto adottare gli standard israeliani di democrazia. In modo specifico, egli fece riferimento alle accuse di frode e abuso di fiducia mosse contro l'allora primo ministro Binyamin Netanyahu. Salama osservò come il sistema israeliano avesse permesso alla polizia di condurre indagini su di un Premier in carica e si chiese se la stessa cosa sarebbe potuta accadere al leader dell'AP. Per questa sua impudenza egli finì in galera. Hanan Ashrawi, un accanito critico di Israele, ammise (con riluttanza) che lo Stato ebraico ha qualcosa da insegnare al nascente Stato palestinese: "la libertà dovrebbe essere una di queste cose, sebbene sia stata applicata in modo selettivo, ad esempio sotto la forma di libertà di espressione".‘Iyad as-Sarraj, un eminente psichiatra, direttore del Community Mental Health Program di Gaza confessa che "nel corso dell'occupazione israeliana, ero cento volte più libero [che sotto l'Autorità palestinese]".
Democrazia. Le elezioni israeliane del maggio 1999, che Netanyahu perse, ebbero un impatto positivo su parecchi osservatori palestinesi. I columnist citati in uno studio del Middle East Media and Research Institute (MEMRI) fecero commenti in merito alla fluida transizione israeliana e si augurarono che anche a loro succedesse la stessa cosa; uno di loro asserì di invidiare gli israeliani e di desiderare "un regime del genere nel mio futuro Stato". Perfino uno degli uomini di Arafat, Hasan al-Kashif, direttore generale del ministero dell'Informazione dell'Autorità palestinese, confrontò la sconfitta immediata ed elegante di Netanyahu con il potere perpetuo esercitato da "diversi nomi della nostra leadership" che continuano a governare all'infinito. Nayif Hawatma, a capo del terroristico Fronte democratico per la liberazione della Palestina, voleva che l'AP prendesse le sue decisioni alla maniera israeliana:
Noi vogliamo il PNC [Consiglio Nazionale della Palestina] per discutere gli sviluppi a partire dal 1991, in particolar modo gli accordi di Oslo, che vennero conclusi alle spalle del PNC contrario a ciò che è accaduto in Israele dove, ad esempio, gli accordi vennero sottoposti al voto della Knesset e dell'opinione pubblica.
La sua versione dei fatti potrebbe non essere del tutto accurata ma dimostra che ha ragione.
Stato di diritto. Quando l'intifada del 1987 degenerò in lotta fratricida e divenne nota come "l'intrafada", i leader dell'OLP apprezzarono sempre più la correttezza mostrata da Israele. Haydar ‘Abd ash-Shafi', il capo della delegazione palestinese ai negoziati di pace di Washington, nel 1992 fece un'interessante osservazione in merito a una trascrizione pubblicata su un quotidiano di Beirut: "Qualcuno riesce a immaginare la felicità di una famiglia che sente bussare alla porta nel bel mezzo della notte l'esercito israeliano?" E continuò: "Quando a Gaza ebbe inizio la lotta senza quartiere, la gente fu felice poiché l'esercito israeliano impose il coprifuoco". Così pure Musa Abu Marzouk, un alto dirigente di Hamas, nel 2000 si giudicò punti ai danni di Arafat paragonando quest'ultimo in senso negativo allo Stato ebraico: "Abbiamo visto i rappresentati dell'opposizione israeliana criticare [il primo ministro israeliano Ehud] Barak e costoro non sono stati arrestati (…) Ma nel nostro caso gli arresti sanciti dall'Autorità palestinese sono all'ordine del giorno".

Tutela delle minoranze. I cristiani e i musulmani secolari apprezzano in particolar modo la protezione offerta da Israele nel momento in cui la politica palestinese tende ad essere sempre più islamista. Il settimanale francese L'Express riporta quanto detto da un palestinese cristiano in merito al fatto che quando ci sarà uno Stato palestinese "avrà fine la sacra unione contro il nemico sionista. Allora, sarà il momento della resa dei conti. Noi patiremo quanto sofferto dai nostri fratelli libanesi o dai copti d'Egitto. Mi rattrista doverlo dire, ma le leggi israeliane ci tutelano". Le sue paure sono per molti aspetti troppo tardive dal momento che la popolazione cristiano-palestinese negli ultimi decenni ha subito una forte flessione al punto che un analista si chiede se la vita cristiana "si riduce a delle chiese vuote, a una gerarchia senza congregazione e priva di fedeli nel luogo di nascita del cristianesimo?"
Benefici economici. I palestinesi che vivono in Israele (inclusa Gerusalemme) apprezzano il successo economico israeliano, i servizi sociali e gli innumerevoli benefici. Nello Stato ebraico i salari sono cinque volte più alti rispetto a quelli della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e il sistema di previdenza sociale non è paragonabile a quello palestinese. I palestinesi che vivono fuori Israele vogliono farne parte dal punto di vista economico; quando il governo israeliano annunciò il completamento di una sezione di 140 km della barriera di sicurezza per proteggere il paese dai terroristi palestinesi, un residente di Qalqiliya, una città della Cisgiordania, reagì con fare indignato: "Viviamo in una grande prigione".
Tolleranza verso gli omosessuali. In Cisgiordania e a Gaza, una condanna di sodomia prevede da 3 a 10 anni di carcere e i gay raccontano di essere torturati dalla polizia dell'Autorità palestinese. Alcuni di loro si spostano in Israele dove si stima che vivano principalmente 300 gay palestinesi. Donatella Rovera di Amnesty International così commenta: "Andare in Israele è un biglietto di sola andata, e una volta lì il loro problema più grande è probabilmente quello di essere rimandati indietro".

I palestinesi che vivono in Occidente e che si recano in visita presso l'Autorità palestinese sono chiaramente consapevoli dei lati negativi che essa mostra rispetto a Israele. "C'è una differenza tra l'occupazione israeliana e quella dell'AP", ha scritto Daoud Abu Naim, un ricercatore medico, mentre era in visita alla sua famiglia a Shuafat: Sono disparati gli israeliani che ho incontrato nel corso degli anni. Alcuni sono rimasti indifferenti ai nostri bisogni, e altri no. D'altro canto, il regime Arafat/Rajoub è più che "corrotto". Esso è esclusivamente interessato a mettere in piedi una dittatura in cui i cittadini palestinesi non godranno affatto di nessuna libertà civile.
Rewadah Edais, uno studente di una scuola superiore che vive per la maggior parte dell'anno a San Francisco e si reca regolarmente a Gerusalemme, ha aggiunto: "Gli israeliani hanno preso la nostra terra, ma sanno governare".

Conclusioni
Da questa storia emergono diversi temi di discussione. Innanzitutto, malgrado l'infiammata retorica in merito alla "feroce" e "brutale" occupazione di Israele, i palestinesi sono consapevoli dei benefici offerti dalla sua democrazia progressista. Apprezzano le elezioni, lo Stato di diritto, la libertà di espressione e di religione, i diritti delle minoranze, la disciplina politica e gli altri benefici di un corretto sistema politico. In poche parole, tra i palestinesi esiste un elettorato favorevole alla normalità, difficile da scorgersi nella moltitudine così piena di odio che domina la copertura delle notizie. In secondo luogo, molti di coloro che hanno assaporato i benefici economici di Israele sono riluttanti a rinunciare ad essi; per quanto i palestinesi possano sembrare indifferenti agli aspetti economici, essi sanno riconoscere un buon accordo quando ne vedono uno. In terzo luogo, la percentuale dei palestinesi che preferisce vivere sotto il controllo israeliano di cui si è detto prima – una schiacciante maggioranza del 70-90% – sta a indicare che questa attitudine non è rara tra i palestinesi. Questa situazione presenta delle ovvie implicazioni sulle concessioni israeliane concernenti il "diritto al ritorno", lasciando intendere che i palestinesi si sposteranno in Israele in gran numero. In quarto luogo, ciò implica che sarà difficile raggiungere alcune delle più fantasiose soluzioni in merito allo status quo finale sulla nuova definizione dei confini; i palestinesi non sembrano più desiderosi degli israeliani di vivere sotto l'Autorità palestinese.
E allora, a parole e a fatti, perfino i palestinesi ammettono che Israele sia lo Stato più civile del Medio Oriente. Nella tetraggine dell'estremismo politico e del terrorismo odierni, ciò offre barlumi di speranza.


Peccato che in questi due anni le cose siano andate di male in peggio e palestinesi pragmatici siano sempre più ridotti al silenzio.

(E ricordiamo)


barbara




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24 aprile 2007

BUON COMPLEANNO ISRAELE!




Nella notte fra il 5 e il 6 di Iyar del 1948, allo scadere del mandato britannico, veniva proclamata la nascita dello stato di Israele.

Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri.
Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.
Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.
Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese.
Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale.
La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni.
I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.
Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite.
Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile.
Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano.
Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele.
Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.
Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite.
Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.
Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.
Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.
Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.
Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.
Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948


(grazie a Massimo Longo Adorno per questa preziosissima chicca)

La mano di pace e di buon vicinato tesa da Israele non è purtroppo stata accolta: da cinquantanove anni i vicini tentano di distruggere questo stato meraviglioso. Il prezzo pagato è stato di 22.305 soldati e molte, molte migliaia di civili, donne, bambini, vecchi sopravvissuti alla Shoah. Ma la speranza di un futuro migliore non ci abbandona, e non ci abbandonerà mai. Buon compleanno, Israele amatissima.

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo (procurarsi, a seconda del diverso grado di emotività, fazzoletto o asciugamano o lenzuolo).




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23 aprile 2007

“L’INFERNO DI ISRAELE È MIGLIORE DEL PARADISO DI ARAFAT” – parte prima

Riordinando gli archivi ho ritrovato questa vecchia cosa. Ve la propongo perché contiene testimonianze che ritengo possano essere di qualche interesse e possano aiutare a delineare meglio il quadro della situazione nell’area. Poiché, come è noto, non amo i post troppo lunghi e questo articolo lo è, l’ho diviso in due parti.

di Daniel Pipes
Middle East Quarterly
Primavera 2005
http://it.danielpipes.org/article/2604

Pezzo in lingua originale inglese: "The Hell of Israel Is Better than the Paradise of Arafat"

Nel corso delle elezioni dell'Autorità palestinese (AP), svoltesi nel gennaio 2005, una significativa percentuale di arabi che vivono a Gerusalemme stettero alla larga dalle urne, preoccupati come erano che il voto potesse compromettere il loro status di residenti israeliani. L'Associated Press, ad esempio, riportò quanto detto da un certo Rabi Mimi, un autotrasportatore di 28 anni, che esprimeva un forte sostegno a favore di Mahmoud Abbas, ma che non aveva alcuna intenzione di andare a votare: "Non posso recarmi alle urne. Mi spiace, ma non mi caccerò nei guai. Non voglio correre rischi". Alla domanda se egli avesse espresso la propria preferenza politica, un taxista rispose in modo indignato: "State scherzando? Per eleggere un'Autorità [palestinese] corrotta. Questo è solo ciò che ci manca".
Questa riluttanza – come pure l'incompetenza amministrativa – aiuta a spiegare il motivo per il quale, come asserisce il Jerusalem Post, "in vari seggi elettorali della città [Gerusalemme] c'erano più osservatori stranieri, giornalisti e forze di polizia che elettori". Ciò spiega altresì il perché, nelle precedenti elezioni dell'Autorità palestinese del 1996, si recò alle urne un mero 10% degli israeliani aventi diritto al voto, una percentuale assai inferiore rispetto a quelle rilevate altrove.
Di primo acchito sorprende che il timore di compromettere la residenza israeliana risulta essere assai diffuso tra i palestinesi che vivono in Israele. Dovendo scegliere se vivere sotto il governo sionista o palestinese, loro preferiscono di gran lunga il primo. E per di più, c'è una gran quantità di sentimenti filoisraeliani da cui attingere. Nessun sondaggio d'opinione si occupa di questo delicato argomento, ma un sostanziale trascorso di azioni e di dichiarazioni sta a indicare che, malgrado la loro millanteria antisionista, i più acerrimi nemici di Israele sono in grado di scorgere i suoi meriti politici. Persino i leader palestinesi, tra violente invettive, talvolta abbassano la guardia e riconoscono le virtù di Israele. Questa tendenza occulta di affezione palestinese verso Sion presenta delle implicazioni promettenti e potenzialmente significative.
Le espressioni filoisraeliane rientrano in due principali categorie: manifestare la preferenza a rimanere sotto il governo di Israele ed elogiare lo Stato ebraico definendolo migliore dei regimi arabi.

L'Autorità palestinese: No, grazie!
I palestinesi che già vivono in Israele, specie a Gerusalemme, e quelli dell'area del "Triangolo della Galilea" talvolta affermano con disinvoltura che preferiscono rimanere in Israele.
Gerusalemme. A metà del 2000, quando sembrava che alcuni settori di Gerusalemme, a maggioranza araba, sarebbero passati sotto il controllo dell'Autorità palestinese, gli abitanti musulmani di Gerusalemme si mostrarono poco entusiasti all'idea. Nel guardare attentamente all'Autorità palestinese di Arafat, costoro si accorsero della presenza di un potere monopolizzato da autocrati prepotenti e corrotti, di una forza di polizia di stampo criminale e di un'economia stagnante. Le assurde rivendicazioni sproporzionate di Arafat ("Noi rappresentiamo l'unica vera oasi democratica della regione araba") non fecero altro che esacerbare le loro apprensioni.
‘Abd ar-Razzaq ‘Abid che abita nei pressi di Silwan, un sobborgo di Gerusalemme, guardava con dubbio a "ciò che stava accedendo a Ramallah, Hebron e nella Striscia di Gaza", informandosi se i residenti fossero in buone condizioni finanziarie. Un medico che aveva chiesto di ottenere documenti d'identità israeliani spiegava:
Il mondo intero sembra discutere del futuro degli arabi di Gerusalemme, ma nessuno si preoccupa di interpellarci. La comunità internazionale e la Sinistra israeliana sembrano dare per scontato che noi desideriamo vivere sotto il controllo di Arafat. Noi, no. La maggior parte di noi disprezza Arafat e i complici che lo circondano, e desidera rimanere in Israele. Almeno lì posso esprimere liberamente le mie idee senza essere sbattuto in prigione, come pure avere la possibilità di percepire un'onesta paga giornaliera.
Nelle pittoresche parole di un residente di Gerusalemme: "L'inferno di Israele è migliore del paradiso di Arafat. Sappiamo che gli israeliani fanno fuoco e fiamme ma talvolta ci sembra che il governo palestinese sarebbe peggiore".
Husam Watad, direttore del consiglio della comunità Bayt Hanina, a nord di Gerusalemme, si era accorto che la prospettiva di trovarsi a vivere sotto il controllo di Arafat gettava la gente "nel panico. Oltre il 50% dei residenti a Gerusalemme est vive sotto la soglia di povertà e potete immaginare come apparirebbe la situazione se i residenti non ricevessero i sussidi dell'Istituto Assicurativo Nazionale [israeliano]". Secondo Fadal Tahabub, membro del Consiglio nazionale palestinese, uno stimato 70% di 200.000 arabi residenti a Gerusalemme preferiva rimanere sotto la sovranità israeliana. Un assistente sociale di Ras al-‘Amud, una delle aree che dovrebbe finire sotto il controllo dell'Autorità palestinese, asserì: "Se venisse condotto un sondaggio segreto sono sicuro che una schiacciante maggioranza di arabi di Gerusalemme direbbe che preferisce rimanere in Israele".
In verità, proprio quando nel 2000 il governo palestinese sembrava avere ottime possibilità di successo, il ministero degli Interni israeliano annunciò un sostanziale aumento di richieste di cittadinanza da parte degli arabi della parte orientale di Gerusalemme. Roni Aloni, consigliere comunale di Gerusalemme, ricevette numerose testimonianze da parte di residenti arabi che non desideravano vivere sotto il controllo dell'Autorità palestinese. "Loro mi dicono di non essere fatti per vivere a Gaza o in Cisgiordania; di essere in possesso di carte di identità israeliane e di essere abituati a standard di vita più elevati. E che anche se il governo israeliano non sia il massimo, è sempre meglio dell'Autorità palestinese". Shalom Goldstein, esperto di questioni arabe presso il municipio di Gerusalemme, concorda a riguardo: "La gente guarda cosa sta accadendo nei settori sottoposti al controllo palestinese e si dice ‘Grazie ad Allah siamo in possesso di carte di identità israeliane'. In realtà, la maggior parte degli arabi della città preferisce vivere sotto il governo israeliano piuttosto che sotto un regime corrotto e dispotico come quello di Yasser Arafat".
Furono in molti gli arabi di Gerusalemme che nel 2000 presero in considerazione la possibilità di ottenere i documenti israeliani, al punto da indurre i funzionari islamici di grado elevato di stanza a Gerusalemme a emettere un editto che vietava allo stuolo di avere la cittadinanza israeliana (poiché ciò implicava il riconoscimento della sovranità israeliana sulla città santa). Faysal al-Husayni, l'uomo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) preposto alle questioni di Gerusalemme, si spinse oltre: "Prendere la cittadinanza israeliana è qualcosa che può essere definito solo come tradimento", egli disse, minacciando queste persone di essere escluse dallo Stato palestinese. Essendo la sua minaccia risultata vana, al-Husayni alzò la posta e annunciò che gli arabi di Gerusalemme che prendono la cittadinanza israeliana avrebbero subito la confisca delle loro abitazioni. La stazione radio dell'Autorità palestinese confermò l'intimidazione, definendo alcuni individui come "traditori" e minacciando costoro che sarebbero stati "rintracciati". Parecchi palestinesi vennero intimiditi quanto basta per temere le forze di sicurezza dell'Autorità.
Ma qualcuno alzò la voce. Hisham Gol, membro del consiglio di comunità del Monte degli Ulivi, disse chiaro e tondo: "Preferisco il controllo israeliano". Una donna benestante della Cisgiordania nel telefonare ad un'amica di Gaza per chiederle come si vivesse sotto l'Autorità palestinese si sentì rispondere con veemenza: "Posso solo dirti di pregare affinché gli israeliani non abbandonino la tua città" poiché "gli ebrei sono più umani" dei palestinesi. Un individuo disposto a opporsi pubblicamente a Arafat fu Zohair Hamdan di Sur Bahir, un villaggio a sud dell'area metropolitana di Gerusalemme; egli indisse una petizione tra gli arabi di Gerusalemme affinché venisse bandito un referendum prima che Israele lasciasse che l'Autorità palestinese prendesse il potere a Gerusalemme. "Da 33 anni facciamo parte dello Stato di Israele. Ma adesso i nostri diritti vengono dimenticati". In un anno e mezzo questo uomo raccolse oltre 12.000 firme (su un totale di 165.000 arabi che vivono a Gerusalemme). "Non accetteremo una situazione dove veniamo condotti come pecore al macello". Hamdan espresse altresì la personale preferenza che Sur Bahir continuasse a far parte di Israele, prevedendo che la maggioranza dei palestinesi avrebbe rifiutato "il governo corrotto e dispotico di Arafat. Guardate cosa ha fatto in Libano, Giordania e adesso in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Egli ha procurato un disastro dopo l'altro al suo popolo".
Il Triangolo della Galilea. Simili sentimenti filoisraeliani non furono circoscritti a Gerusalemme. Quando il governo del premier Ariel Sharon, nel febbraio 2004, rilasciò una dichiarazione circa la possibilità di conferire all'Autorità palestinese il controllo sul Triangolo della Galilea, una parte di Israele a predominanza araba, la reazione arrivò forte e dura. Come raccontò all'agenzia France Press il venticinquenne Mahmoud Mahajnah: "Yasser Arafat governa una dittatura, non una democrazia. Nessuno qui accetterebbe di vivere sotto quel regime. Io ho fatto il servizio militare [israeliano]; sono uno studente e un membro dell'Associazione israeliana di calcio. Perché mi trasferirebbero? Ciò è logico o legittimo?" Un residente riportò quanto asserito da un abitante del luogo e cioè che "‘la malvagità' di Israele è migliore del ‘paradiso' della Cisgiordania". Shu'a Sa'd, 22 anni, ne spiegò il motivo: "Qui si può dire e fare quel che si vuole – a patto che non si tocchi la sicurezza di Israele. Là, se si parla di Arafat si può essere arrestati e pestati a sangue". Un altro giovane uomo, il ventinovenne ‘Isam Abu ‘Alu, lo dice con altre parole: "Sharon sembra volerci unire a uno Stato sconosciuto che non ha un Parlamento né una democrazia e nemmeno delle università decenti. Abbiamo stretti legami parentali con la Cisgiordania, ma preferiamo rivendicare i nostri pieni diritti in seno a Israele".All'entrata di Umm al-Fahm, la più grande città musulmana di Israele, sventolano bandiere verdi del Partito del movimento islamico che governa la città e c'è un tabellone pubblicitario che riprova il governo di Israele su Gerusalemme. Detto questo, Hashim ‘Abd ar-Rahman, sindaco e leader locale del Movimento islamico, non ha tempo per la proposta di Sharon: "Malgrado le discriminazioni e le ingiustizie che i cittadini arabi si trovano ad affrontare, la democrazia e la giustizia esistenti nello Stato di Israele sono migliori della democrazia e della giustizia vigenti nei paesi arabi e islamici". Nemmeno ad Ahmed Tibi, un parlamentare arabo-israeliano e consulente di Arafat, piace l'idea del controllo dell'Autorità palestinese, che egli definisce "una proposta pericolosa e antidemocratica".
Secondo un sondaggio del maggio 2001, solo il 30% della popolazione araba di Israele era d'accordo con l'annessione del Triangolo della Galilea al futuro Stato palestinese, il che significa che una larga maggioranza preferiva rimanere in Israele. Dal febbraio 2004, secondo l'Arab Center for Applied Social Research di Haifa, la percentuale di coloro che preferiscono rimanere in Israele è balzata al 90%. Non meno sorprendente è che il 73% degli arabi dei Triangolo sosteneva che sarebbe ricorso alla violenza per evitare modifiche al confine. Le loro ragioni si sono divise equamente in parti eguali tra coloro che sostenevano che Israele fosse la loro patria (43%) e quelli che prediligevano i più elevati standard di vita israeliani (33%). L'opposizione araba alla cessione del Triangolo della Galilea al controllo da parte dell'Autorità palestinese era così forte che Sharon abbandonò velocemente l'idea.
La questione venne in parte sollevata in seguito, nel 2004, mentre Israele era intento a costruire il suo recinto di sicurezza. Alcuni palestinesi come Ahmed Jabrin, 67 anni, di Umm al-Fahm's dovettero scegliere da quale parte vivere. Egli non ebbe dubbi: "Noi ci siamo battuti [con le autorità israeliane] per stare dentro il recinto e loro lo hanno spostato in maniera tale che noi stessimo ancora in suolo israeliano. Che dobbiamo fare con l'Autorità palestinese?" Un suo parente, Hisham Jabrin, 31 anni, aggiunse: "Noi siamo parte integrante di Israele e non faremo mai parte di uno Stato palestinese. Abbiamo sempre vissuto in Israele e per nessun motivo cambieremo".

Vorrei soffermare per un momento l’attenzione sull’espressione che conclude la testimonianza di Zohair Hamdan: essere condotti come pecore al macello. È l’espressione che da sempre si usa per indicare gli ebrei deportati nei campi di sterminio e finiti nelle camere a gas. Ed è uso comune da parte di molti – che poi fingono ipocritamente di scandalizzarsi per le dichiarazioni dell’UCOII – equiparare Israele al nazismo e identificare i palestinesi con gli ebrei dell’epoca, ossia le vittime per definizione. Ed ecco, qui abbiamo un arabo israeliano – ossia, etnicamente, un palestinese – che vede se stesso e la sua gente esattamente in questa veste ma, attenzione, non in relazione al dominio israeliano bensì, al contrario, in relazione alla prospettiva di dover essere governato dall’Autorità Palestinese. Non è curioso?

barbara




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22 aprile 2007

FINALMENTE

Lui, finalmente, è tornato a casa.

barbara

IMPERATIVO CATEGORICO (tanto ci siete abituati): leggere qui e qui.




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22 aprile 2007

ZIGZAGANDO PER I BLOG

Lo so, lo so che siete pigri, figuriamoci se non conosco i miei polli! E così ho deciso di farvi un regalo: sono andata per voi a spulciare un po’ tra i blog e vi ho portato una bella carrettata di citazioni. Buona lettura!

Guardo le mattonelle del marciapiede ciottoloso

nonostante
conoscano ormai senza
indugio

ascolto grandi uomini
d'affari interversare per delle ore su complicatissimi
giri informatici per rendere il lavoro futuro più rapido


Arriva il
treno, con uin gesto rapido faccio scattare la
maniglia ed entro. Mi appoggio al muro


Come una curva concava è salita e poi è ridiscesa di nuovo.

chissa che sarebbe successo se oggi t avrei visto se oggi mi avresti accompagnata a casa se avremmo finalmente parlato

Oggi 11 novembre...ricordo dei servi ammazzati,10 100 1000 nassirya,l'italia è stanca di avere eroi. Io non ce l'ho con gli uomini morti, ho anche io u n cuore, ma condanno la guerra, ecco perche dico 10,100, 1000. Decidono di andare in guerra.... e decidono di morire. Chi difende il petrolio non è mio amico.
Un saluto, Come semprea pugno chiuso.   


Io mi aggiro sonnambulo, quasi sbronzo, per le districate vie sotterranee della metropolitana

Mi attende, anzi mi aspetta proprio

in perfetto tono ed accento fascista

"Prendere" le udienze al tribunale civile di Roma ti mette in contatto con realtà che rispetto allo studio teorico-universitario si distanzia sideralmente.

Il capofamiglia si impegnerà in un intervento chirurgico su un tacchino, che la madre/moglie, la mattina, si sarà premurata di infarcire fino alla massima tenuta della pelle del volatile

Scontroso, irriverente, saccente. Straordinariamente diverso dagli altri. Geniale nella mia follia. Non ho paura di odiare e di essere odiato. Rappresento tutto quello da cui le persone comuni si allontanano. E ne sono fiero.

Cavolo la prof oggi mi ha preso di mira, penso di non piacergli. mamma mia , però anche io non capisco la matematica  non sono mica Aistan E = MC2 (AISTAN l' ho scritto così xchè mi sono scordato come se scrive)comunque quella prof ma ha dato una marea di pagine da studiare che barba...

aggiornamenti dell'ultima ora

"sei una persona con la quale mi drogherei,
mica mi drogo con tutti, io"

parole di stiv, che tenero :|
non ho ancora capito se è o no un complimento
ma credo di sì, si parlava di discorsi filosofici
sulla vita e quant'altro..le classiche cose
che escono in seguito a due e più sigarette farcite [cit.]
ma giustamente sta lontano pure lui, però si sa mai
che un giorno ci troviamo a drogarci assieme :|


Ciao raga!
io sn la Sam
e qst è il mio nuovo
blog..
l'altro purtroppo
si è rotto...

 

Ci siamo conosciuti per caso...guardandoci negli occhi e facendoci dei piccoli sorrisetti..ci conoscevamo di vista..ma oltretutto non avevamo coraggio di parlarci in faccia..xk ervamo timidi e non c riuscivamo...grazie alla gloria tu ebbi il mio numero e che così nacque quel sentimento di piacevolezza nell'altra persona..tu mi spiegai che
t piacevo e che avresti voluto conoscermi meglio e lo stesso era per me...io e te...ebbimo il primo bacio((nn della vita))la sera dopo..sopra ad una panchina mentre i miei amici si facevano le canne ((una sospanse di merda))..ma oltretutto noi avevmo qualcosa che ci rinchiudeva in un bellissima e romantica sospanse..era stupendo..era magnifico..ero alle stelle..vorrei che quei momenti si fermassero per tutta la vita...
alex non lo sai ma

....

l’aumento per tali famiglie non è stato riparametrato

Lei si stupì e restò arresa alla brutalità di un impeto infernale
che lui rigurgitò con abominevole irascibilità rituale.
Poi sbiancò e cascò nell'impossibilità di muoversi o parlare,
gli occhi in fissità sull'indefinibile abisso di afflizione universale.

LA SOCIETA' HA BISOGNO DI UNA GUIDA DI

VERITA'=DIO,AVENDO CHE LA FALSITA' CI VOLEVA

PRENDERE X  IL CULO.....MEDITATE GENTE

MEDITATE CHE

TUTTO IL MALE NN VIENE X NUOCERE.........


a tt grandi amici ke fate?????
Io sn appena tornata da casa di una mia amica dove ci siamo bevute insieme
una bella tazza di cioccolata calda che bontà!!!MMMMMMMM!!!!!!!
Spero di tornarci il + presto possibile!!!
Qst pomriggio sn andata a scuola x alcuni allenamenti ora nn so  proprio cs
dirvi CIAO!!!!!

MANNAGGIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Nn è giusto ho una sfortunaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!
c'è un raga ke l' anno scorso mi mettevo e mi lasciavo cn lui invece quest' anno nn si
vuole
mettere
.
oggi  li ho fatto la proposta e mi ha detto di no. UFFIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!


A seguito dell'attentato, altre venticinque persone sono rimaste uccise, di cui sei in modo grave...

in qst giorni nn sto stando proprio a casa

,,,ciauuuu,,,
,,,how are you?!?!,,,
,,,wow ke english,,,
,,,sesese km no,,,
,,,kmq io dai abba bn,,,
,,,apparte ke piove,,,
,,,e scesa dalla coriera,,,
,,,sn and a casa a piedi e m sn lavata!!!!,,,
,,,uffiiiii ODIO qnd piove!!,,,
,,,poi dmn ho la verifika di grammatika!!!!,,,
,,,e nn so 1pikkiooooooooooooo,,,
,,,povera meeeeee,,,

Contenti? Poi lamentatevi che vi cucino sempre e solo mattonate indigeribili!

(E ti ricordiamo)


barbara




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21 aprile 2007

INFORMAZIONE GRATUITA

Vi siete mai chiesti a che cosa servano le ossa? No, eh? Beh, siete fortunati che ci sono io, che nella mia sconfinata bontà ho deciso di rimediare generosamente alla vostra crassa ignoranza. Ebbene, le ossa sono quella cosa che quando una cretina si taglia un dito, quando arriva lì si ferma, risparmiandosi così di falciare l’intera falange: forte, no? Così poi basta dare una bella sciacquata al lavabo che si è inondato accogliendo il primo fiotto di sangue, e siamo praticamente a posto perché l’asciugamano invece, quello con cui si è tamponata la ferita, quello non occorre lavarlo dato che, essendo completamente inzuppato, non è più recuperabile, e quindi va buttato via. E dopo appena 22 ore, e mezzo tubo di Cicatrene, la ferita ha già quasi smesso di sanguinare: se tutto va bene, quando tutto sarà finito, la cicatrice non sarà più neanche visibile, se non a una distanza massima di dieci-dodici metri. E farà comunque buona compagnia a quelle dell’estate scorsa, quando ho lasciato un buon mezzo etto di pelle sull’asfalto (ma in compenso mi sono portata a casa un buon mezzo etto di asfalto, ben nascosto sotto la pelle). Che a loro volta fanno buona compagnia a quelle delle operazioni (non chiedetemi quante, perché dopo la ventesima ho perso il conto) e di tutti gli altri incidenti.
E la vita la vitaaaaaaaa
e la vita l’è bela l’è belaaaaaaaaaa
basta avere un’ombrela un’ombrelaaaaaaaaa

barbara




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21 aprile 2007

GRECIA, 21 APRILE 1967

“Il 6 marzo dello stesso anno [1964] salì al trono Costantino II. Nel corso del 1965 egli entrò in forte contrasto con il premier Papandreu, deciso a epurare l’esercito da ogni tipo di influenza politica, e lo sospese dall’incarico. Seguirono diversi “governi del re”, mentre crescevano i segnali di un organizzarsi degli elementi conservatori nelle file dell’esercito. Nel marzo 1967 il primo ministro Panayiotis Kanellopoulos sciolse il Parlamento e indisse elezioni anticipate per il maggio successivo.
Con un colpo di stato, il 21 aprile 1967 un gruppo di ufficiali dell’esercito assunse il potere. La giunta militare emise una serie di decreti atti a sospendere la maggior parte delle libertà civili, istituendo un gabinetto guidato dal colonnello Georgios Papadopulos, subito distintosi per la durezza della repressione verso ogni opposizione politica.” (qui)

Durò sette anni la dittatura fascista detta “dei colonnelli”. Sette anni di libertà negata, sette anni di arresti arbitrari e di torture, sette anni di illegalità assurta a sistema di governo. Cose che, almeno una volta ogni tanto, è bene ricordare.

barbara




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20 aprile 2007

QUANDO SI DICE LA CARITÀ CRISTIANA

«Abbiamo capito che le persone che sono state uccise facevano parte di un gruppo a matrice protestante, che va facendo diffusione della Bibbia per le strade in mezzo alla popolazione musulmana e questo irrita fortemente i nazionalisti e fondamentalisti turchi.» «Noi cattolici ovviamente siamo solidali con chi è vittima della violenza e anche in questo caso lo siamo. Ma a quanto pare si tratta di uno di quei gruppi che svolgono una propaganda biblica in ambienti dove non ci sono cristiani, offrendo i Vangeli ai musulmani e provocando la loro reazione. Ed ecco che i gruppi fanatici reagiscono dicendo: “Che andate facendo? Perché cercate conversioni tra noi, noi crediamo in Allah, andate piuttosto dai pagani a fare il vostro proselitismo”». «[Noi] no, assolutamente! Noi […] non andiamo in mezzo ai musulmani a svolgere attività di propaganda». «Ci vorrebbe molta più prudenza. Occorre conoscere la sensibilità e l’orgoglio storico del popolo turco. È fondamentale il rispetto dei sentimenti».

Ricapitolando: gli incaprettati e sgozzati sono dei provocatori che se la sono andata a cercare. Se i fondamentalisti si sentono provocati è logico che reagiscano. Noi siamo bravi e loro sono dei coglioni. (Poi magari, volendo, si potrebbe anche chiedere a questo bravo cattolico come mai sia stato ucciso don Santoro, che non andava a vendere le Bibbie ai musulmani). Queste sono le autorevoli prese di posizione di monsignor Georges Marovitch, portavoce dei sei vescovi cattolici presenti in Turchia. Al quale vorremmo suggerire di dare un’occhiata a una vecchia cosa in cui si legge, tra l’altro:

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Ho eliminato alcune beatitudini, che non facevano al caso mio, ma posso assicurare che fra i beati che saranno saziati e consolati e ricompensati, che erediteranno la terra e guadagneranno il Regno dei Cieli non erano annoverati coloro che leccano il culo ai terroristi, né coloro che sono solidali più con i carnefici che con le vittime, né coloro che puntano spietatamente il dito contro chi ha pagato con la vita la fedeltà al proprio credo dedicando tutta la propria simpatetica comprensione a chi, per fedeltà al proprio credo, la vita la toglie: chissà, forse qualcosina avrebbe da imparare, il signor Marovitch, da tale lettura. Ammesso che ancora ne sia capace.

barbara




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19 aprile 2007

L’ESPRESSO: ACCUSE SENZA FONDAMENTO

Comunicato Honest Reporting Italia 19 aprile 2007

All'interno dell'articolo "David contro David" di Wlodek Goldkorn pubblicato nel numero dell'Espresso attualmente in edicola, discretamente scorretto, discretamente fazioso, discretamente antipatico come spesso sono gli articoli di Goldkorn ma non al punto da meritare una segnalazione su Honest Reporting Italia, troviamo un riquadro a firma di Enrico Pedemonte intitolato "Guai a chi tocca quella lobby" che merita, quello sì, tutta la nostra attenzione, già a partire dal titolo. La lobby, quasi superfluo precisarlo, è la famigerata lobby ebraica. La quale, ci viene spiegato, ha creato e montato il "caso Judt". Ci viene narrato che "negli ultimi anni le sue posizioni su Israele si sono fatte più critiche". In realtà non è proprio così che stanno le cose: il professor Judt non si limita a criticare la politica di Israele ma propone la trasformazione di Israele in uno stato binazionale. Il che - come è evidente a chiunque possieda due occhi e qualche neurone - significa la fine di Israele non solo come stato ebraico, ma anche come stato democratico, come stato liberale, come stato sostanzialmente laico, come stato con una magistratura indipendente, come stato con libertà di pensiero, di parola, di stampa, di culto. Sembrerebbe, stando all'autore dell'articolo - che si pone esplicitamente la questione - che "Criticare Israele è diventato tabù", e qui cadiamo davvero nel grottesco, considerando che non semplicemente criticare, ma demonizzare Israele è da decenni lo sport preferito di mass media e politici e accademici e opinione pubblica in generale. Nel narrare i fatti appare piuttosto evidente la simpatia dell'autore per Judt: a parte il tono generale, vengono riportate solo due prese di posizione contro di lui, di cui una del Jerusalem post che l'autore si affretta a qualificare come giornale di destra. Più ampio invece lo spazio dedicato alle prese di posizione a favore del povero Judt e del suo diritto di parola - e non si capisce troppo bene, per inciso, per quale ragione le critiche di Judt a Israele rientrino nella libertà di espressione, e le critiche dei dissenzienti a Judt siano invece "pressioni" o addirittura "metodi simili a quelli dei servizi segreti nelle società comuniste" (il primo virgolettato è dell'autore, il secondo di Judt). Vengono riportati i contrattacchi di Judt, che parla di critici di Israele "ridotti al silenzio": ci racconta di ebrei obbligati "a essere solidali verso Israele" e "non ebrei con la paura di essere considerati anti-semiti": e lo sentiamo, infatti, questo assordante silenzio dei critici di Israele! Ci racconta anche, il solerte autore, che lo sventurato storico - almeno così lui stesso ha rivelato ai giornali - riceve minacce di morte per sé e per i figli - ma l'unico messaggio riportato dice "Dite a Judt che ha telefonato Hitler, e gli fa i complimenti". Che non sarà molto simpatico, lo ammettiamo, ma le minacce di morte sono cosa un tantino diversa. E infine una chiusa con prese di posizione tutte personali del signor Pedemonte: «Judt è in buona compagnia, Jimmy Carter è stato accusato di antisemitismo per il suo ultimo libro, "Palestina: Pace non Apartheid" che ha venduto 200mila copie». Ad essere sinceri, con tutta la buona volontà riesce davvero difficile non accusare Jimmy Carter di antisemitismo. E prosegue: «John Mersheimer e Stephen Walt (docenti all'Università di Chicago e a Harvard), dopo aver pubblicato "La lobby di Israele" sulla "London Review of Books, nel quale accusavano la lobby filo Israele di avere un'influenza nefasta sulla politica estera Usa, sono stati fatti a pezzi». Fatti a pezzi come, signor Pedemonte? Come i due riservisti di Ramallah coi brandelli dei corpi trascinati per strada? Come i due ragazzini Kobi e Yossi linciati nella grotta di Tekoa e ridotti in condizioni tali che si sono dovuti ritardare i funerali per poter capire quali pezzi erano dell'uno e quali dell'altro? Come Theo van Gogh? E infine conclude: «Nel paese delle libertà, criticare Israele è diventato difficile e qualche volta pericoloso». Ecco, noi ricordiamo decine di morti per delle vignette sull'Islam. Ricordiamo l'esecuzione rituale di Theo van Gogh per avere denunciato le violenze sulle donne nell'Islam. Ricordiamo il giornalista del Bangladesh Salah Uddin Shoaib Choudhury massacrato di botte e incarcerato per avere auspicato il riconoscimento dello stato di Israele. Ci permettiamo di aggiungere che anche chi scrive queste righe ha ricevuto minacce di morte per la propria opera di informazione su Israele. Non ricordiamo invece critici di Israele - a volte più veri e propri demonizzatori che semplici critici - messi in pericolo, picchiati o addirittura uccisi a causa delle proprie esternazioni. Invitiamo pertanto i nostri lettori a chiedere conto al signor Pedemonte, scrivendo a espresso@espressoedit.it, delle sue gravissime affermazioni, ricordandogli che qualora non fosse in grado di circostanziare la sua pesante denuncia, sarebbe responsabile di una inqualificabile opera di disinformazione.
Per maggiore chiarezza dei lettori, riportiamo l'intero pezzo.


Il “caso Judt” ha inizio il 3 ottobre scorso, quando Tony Judt, storico britannico che insegna alla New York University, viene informato con una telefonata che la sua conferenza al consolato polacco di Manhattan è stata annullata. A Judt non vengono fornite spiegazioni plausibili, ma nei giorni successivi l'ambasciatore polacco ammette di avere ricevuto pressioni da parte di numerose organizzazioni ebraiche. Particolarmente attivo è stato Abraham Foxman, direttore dell'Anti Defamation league. Le posizioni di Tony Judt su Israele non sono gradite, e il titolo della conferenza "La lobby di Israele e la politica estera americana" non viene giudicato opportuno. La polemica assume subito toni molto accesi perché Judt è un intellettuale ebreo di primissimo piano, che nel corso dell'Olocausto perse diversi membri della famiglia e nel 1967 prese parte come volontario alla Guerra dei sei giorni. Ma negli ultimi anni le sue posizioni su Israele si sono fatte più critiche. In un articolo pubblicato nel 2003 dalla "New York Review of Books" ha sostenuto la necessità di trasformare Israele in uno stato "binazionale", unica soluzione al conflitto con i palestinesi. E spesso ha accusato la lobby filo-israeliana americana di avere un'influenza eccessiva e negativa sulla politica estera Usa. Posizioni forti, che fanno crescere l'intolleranza nei suoi confronti all'interno della comunità ebraica.
Criticare Israele è diventato un tabù? La polemica cresce. La "New York Review of Books" pubblica una lettera di attacco a Foxman e all'Anti Defamation league firmata da 114 intellettuali che difendono il diritto di parola di Judt.
Alvin Rosenfeld, studioso dell'Olocausto, risponde con un saggio pubblicato dall'American Jewish Committee, dove accusa Judt di essere uno dei promotori «della guerra ebraica contro lo Stato ebraico". Anche il "Jerusalem Post", giornale collocato a destra, assai letto negli Stati Uniti, assume posizioni simili: «Nel corso della storia, gli ebrei che odiavano gli ebrei hanno taciuto solo durante l'Olocausto, perché a quell'epoca i nazisti prendevano di mira tutti gli ebrei».
Judt si difende attaccando. Sull'"Observer" accusa l'Anti Defamation league di usare i metodi simili a quelli dei servizi segreti nelle società comuniste. Sul "New York Times" descrive così il clima culturale che si è creato: «Gli ebrei sono ridotti al silenzio con l'obbligo di essere solidali verso Israele, i non ebrei con la paura di essere considerati anti-semiti. Così la discussione è chiusa». AI "Financial Times" rivela di avere ricevuto telefonate minatorie, con minacce di morte ai figli. Un anonimo lasciò questo messaggio: «Dite a Judt che ha telefonato Hitler, e gli fa i complimenti».
Judt è in buona compagnia. Jimmy Carter è stato accusato di antisemitismo per il suo ultimo libro, "Palestina: Pace non Apartheid" che ha venduto 200 mila copie. John Mearsheimer e Stephen Walt (docenti all'Università di Chicago e a Harvard, dopo avere pubblicato "La lobby di Israele" sulla "London Review of Books", nel quale accusavano la lobby filo Israele di avere un'influenza nefasta sulla politica estera Usa, sono stati fatti a pezzi. Nel paese della libertà, criticare Israele è diventato difficile e qualche volta pericoloso.

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

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barbara




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19 aprile 2007

QUANDO SI DICE LA LOGICA

I terroristi palestinesi rapiscono un giornalista inglese, e i giornalisti inglesi che cosa fanno? Decidono di boicottare i prodotti israeliani. Così imparano, tiè.

barbara




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18 aprile 2007

E PER CONCLUDERE

«Io non sono antisemita, ma...»

 

...il vero terrorista è Israele.

...Israele esiste solo perché gli ebrei hanno un sacco di soldi.

...gli ebrei si comportano come nazisti, nei confronti dei palestinesi.

...gli ebrei si credono superiori, sostengono di essere il popolo eletto.

...gli ebrei si schierano sempre e acriticamente con gli ebrei.

...gli ebrei sono sionisti, ossia razzisti.

...urge un mea culpa da parte degli ebrei.

 

I cattivi sentimenti non ammettono mai di essere
ciò che realmente sono, semplicemente cattivi
sentimenti, ma pretendono di essere nel giusto
con mille e mille ragioni
.

(composizione di Livuso) 

barbara




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17 aprile 2007

YOM HA-SHOAH 4

                                      
Ascolta la storica registrazione di una trasmissione della BBC del 1945 dal campo di concentramento liberato di Bergen-Belsen e senti i prigionieri sopravvissuti cantare l’“Hatikva”.

                    

Il 15 aprile 1945 le forze armate britanniche liberarono il campo di concentramento di Bergen-Belsen, situato nella Germania settentrionale. Al loro arrivo le truppe trovarono sessantamila prigionieri, quasi tutti gravemente malati. Migliaia ancora giacevano morti, abbandonati un po’ ovunque.

                                       
Il giornalista della BBC Patrick Gordon Walker era uno dei reporter accreditati presso le truppe britanniche che quel giorno entrarono a Bergen-Belsen. Durante le settimane che seguirono Walker documentò quello che vedeva, registrando la prima funzione per l’entrata dello Shabbath celebrata apertamente sul suolo tedesco dall’inizio della guerra, intervistando i sopravvissuti e chiedendo ai soldati britannici di raccontare quello che avevano visto al momento della liberazione.
Tra quanti ascoltarono i comunicati radio di Walker c’era anche il futuro leggendario produttore di musica folk Moe Asch. A quel tempo Asch lavorava come ingegnere presso la stazione radio newyorkese WEVD e registrò la trasmissione in onde corte su un disco di acetato. Decenni dopo il disco è stato riscoperto negli archivi dell’Istituto Smithsonian dallo storico Henry Sapoznik.


                                                        Ascolta la registrazione audio

                                                          Trascrizione della registrazione:
                                                                  (SoundPortraits.org)

PATRICK GORDON WALKER: Questa è Londra che chiama il Nord America.
Il giorno in cui ho raggiunto il campo di concentramento di Belsen, il quinto giorno dalla liberazione, era un venerdì, il giorno che precede lo Shabbath ebraico.
Circa la metà dei prigionieri sopravvissuti a Belsen erano ebrei, così il cappellano ebreo presso la seconda armata britannica, il reverendo L. H. Hartman, ha celebrato la funzione per la vigilia del sabato all’aperto, in mezzo al campo. Era la prima funzione ebraica cui molti degli uomini e delle donne presenti partecipavano in sei anni e probabilmente anche la prima funzione ebraica condotta sul suolo tedesco in assoluta sicurezza e senza paura in un decennio.
Attorno a noi giacevano i cadaveri che non si era ancora riusciti a rimuovere, persino dopo cinque giorni. Ne erano stati portati via più di quarantamila, ma in giro ce n’erano ancora alcune migliaia e le persone continuavano a giacere e morire in pieno giorno di fronte ai nostri occhi. Questo era lo scenario che faceva da sfondo a questa funzione ebraica all’aperto.
Durante la funzione si sono riunite alcune centinaia di persone, che piangevano senza vergogna per la gioia della loro liberazione e per il dolore della memoria dei genitori e dei fratelli e delle sorelle che erano stati portati via, gassati e bruciati.
Queste persone sapevano che le stavo registrando. Hanno voluto che il mondo ascoltasse la loro voce. Hanno fatto uno sforzo enorme, che li ha quasi stremati.
Ascoltate. (avvertenza: ci mette un po’ a caricarsi, bisogna aspettare)

Ascoltiamo.

barbara




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17 aprile 2007

YOM HA-SHOAH 3

Per questo terzo post dedicato a Yom haShoah, ho scelto questo bellissimo e toccante lavoro dell’amico Fulvio, il mitico “Livuso”.  

 

Dedico queste righe in ricordo di mio padre; ai miei figli affinché abbiano sempre buona memoria; ai grandi amici che non ho mai potuto abbracciare perché la barbarie umana, sterminandogli i genitori, gli ha impedito di nascere.


«Coi prezzi che lievitano giorno dopo giorno, col mangiare che non si trova e il pane che sa Dio cosa ci mettono dentro... tu pensi a queste sciocchezze che neanche ti riguardano!?»

Così deve aver detto qualcuno a mio padre ventunenne, quel giorno che decise di non frequentare più l'università; di certo non mia nonna o mio nonno, piuttosto qualche vicino di casa, qualche collega di studi cui piangeva il cuore di vedere che proprio lui, il più bravo del corso, il genio della matematica, aveva deciso di non iscriversi più.
                                                                                       
Per cosa poi? Per "ragioni campate in aria", solo per non volersi dichiarare "ariano". Ma cosa c'entrava lui con quella storia? Perché s'impicciava di fatti che non lo riguardavano? In fondo, che cosa cambiavano nella vita di tutti i giorni quelle nuove leggi? Di certo sarebbe stato più importante preoccuparsi dei prezzi in continuo rialzo per colpa delle inique sanzioni imposte all'Italia dalla nemica plutocrazia anglo-giudaica...
E' vero, qualcuno fra i migliori studenti era scomparso, anche qualche docente non si vedeva più... ma era necessario che si facessero delle rinunce affinché si desse la precedenza all'Italica Specie, piuttosto che a quella razza di senza-patria



Sui muri avevano fatto la comparsa brutte scritte:

"Via i giudei dall'Europa"
 "Ebrei tornate in Palestina"


Mio padre era amareggiato; tutta la sua famiglia lo era. Da quando i treni avevano preso a partire stramaledettamente in orario, sua madre metteva in tavola il servizio buono, ma i piatti erano quasi vuoti. Suo padre fumava una sigaretta dietro l'altra: gli affari andavano bene solo alla gente senza dignità, a quelli che si mettevano un fez in testa e facevano salamelecchi ai potenti.
Un regime ignorante e criminale aveva messo la parola fine a quelli che adesso si chiamavano "disordini", cioè al fermento politico e culturale, ai movimenti di idee. Era bastato il gesto di un re nano per affidare il destino dell'Italia a una manica di mentecatti. «Chillo mozzone d'ommo!»

Giacomo Matteotti fu la prima vittima sacrificale di quel nuovo corso che esigeva solo cervelli da poco più di un neurone. Dopo di lui toccò a tutta l'Italica Specie d'essere umiliata, avvilita in quella ridicola quanto pericolosa buffonata.
Ed ecco adesso spuntare le leggi sulla "Purezza della Razza", ennesimo atto folle e servile nei confronti di un imbianchino pazzo trasformatosi in burattinaio di mezza Europa.
Dal cortile risuonava il gracchiare di una radio che diffondeva canzoni volgari. Perfino la musica era stata vandalizzata e, dopo giovinezze e faccette nere condite in tutte le salse, adesso andava molto di moda l'ennesimo inno alla demenza:

Sanzionami questo
tié!
se ne sei capace
lo so che ti spiace
ma che me ne fo'


Immagino mia nonna con in grembo il suo bellissimo mandolino intarsiato di madreperla, cercare di coprire coi dolci trilli di qualche antica canzone napoletana quello sconcio che ammorbava l'aria.
Dappertutto si alzavano minacciose braccia tese, in un saluto romano che avvicinava l'Homo Fascista più ai suoi antenati quadrumani che non all'Homo Sapiens.

                              
A maggio c'era stato Hitler a Napoli. Per preparargli l'accoglienza trionfale, era stata rimossa la statua di Nicola Amore, in modo che il corteo proveniente dalla stazione potesse sfilare in rettilineo perfetto. Le facciate dei palazzi lungo il percorso erano state frettolosamente ripulite e, per riempire un vuoto lasciato da un edificio appena abbattuto in piazza Municipio all'angolo con via Medina, era stata costruita una facciata di cartone.
200.000 napoletani festanti per quel criminale. Che vergogna!


La Napoli
dei pochi sani di mente si avviliva vedendo il suo mondo sgretolarsi, i suoi quartieri antichi sventrarsi per fare posto a lunghi vialoni in cui far passare le parate del regime.
Palazzi di cartone come scenografie, uomini come marionette.

Nonostante tutto, mio padre non aveva alcuna intenzione di rinunciare alle lezioni di Renato Caccioppoli: così s'infilava nell'aula come uditore, sotto lo sguardo sospettoso dell'Italica Gioventù e poi passava gran parte della giornata in casa a studiare. I libri, unica finestra sulla libertà, unica speranza di un futuro che, in quel frangente, non poteva che essere immaginato molto molto lontano, dopo un'immane tempesta.
In tempi passati, quando le strade non erano infestate da marce e parate, si sentivano le voci allegre dei venditori e il cinguettio dei passeri e nella ressa quotidiana si vedeva qua e là una kippà, una "scazzetta", come si diceva a Napoli: ragazzi come tutti gli altri che andavano a scuola o a bottega, che chiacchieravano sul lungomare, che si appendevano al tram sovraffollato.
Un mondo scomparso.
                                                  
Dove sono finiti Ascoli, Mayer, Greco, Cohen, Sacerdoti e tutti gli altri!? Adesso, tutt'intorno è solo squallore. Perfino i bambini marciano in quella continua carnevalata... Solo una volta all'anno sarebbe lecito dare di matto -come recita il proverbio- e invece da quando c'è "Lui" si delira tutti i giorni!
Lui, il "Gran Duce del Fascismo", patetico capocomico di una compagnia teatrale rozza e violenta che non fa ridere nessuno.
La libertà, bene prezioso da custodire gelosamente nella cassaforte del proprio cuore, in attesa di tempi migliori.

Intanto, sei milioni di anime venivano strappate ai loro corpi col gas. Sei milioni di Ebrei volavano insieme sulle nuvole nello stesso pennacchio di fumo. Piovevano in terra nelle stesse gocce d'acqua. Sei milioni: quanto la popolazione di due-tre regioni d'Italia all'epoca. 
Mio padre udì questo numero al ritorno da tre anni di prigionia nel deserto. Sei milioni: e la sua febbre tifoidea, la sua malaria, la sua dissenteria al confronto divennero sciocchezze da non raccontare nemmeno.

Ciao Ascoli, Mayer, Greco, Cohen, Sacerdoti. Ciao a tutti voi altri... Shalom. 
Chi c'è adesso al posto vostro? Chi ha preso il vostro lavoro? Chi abita in casa vostra e si affaccia al balcone dove donna Esther stendeva il bucato canticchiando, o chiacchierando con la signora Concetta al balcone di fronte? Chi dorme e fa l'amore nel vostro letto? Chi ripone i suoi vestiti nei vostri armadi, chi fa il bagno nella vostra vasca, chi cucina nelle vostre pentole?
Chi ha venduto i vostri libri al rigattiere?
                                              
Famiglie intere trasformate in numeri da un giorno all'altro. Un popolo trasformato in numeri... 6 milioni di persone... 12 milioni di scarpe... occhiali, orologi, denti d'oro, capelli tutto veniva contabilizzato!

Mio padre, il genio della matematica, conosceva perfettamente l'enorme differenza fra Ebrei e numeri.
Non era mai accaduto nella storia dell'umanità che si pianificasse con tale minuzia, con calcolo matematico, lo sterminio di un intero popolo.

ACHT
SIEBEN
DREI
EIN
FÜNF
ZWEI

Una voce roca risuona come un incubo e spazza via l'ultimo effetto personale: il nome.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
     Considerate se questo è un uomo
     Che lavora nel fango
     Che non conosce pace
     Che lotta per un pezzo di pane
     Che muore per un sì o per un no.
     Considerate se questa è una donna,
     Senza capelli e senza nome
     Senza più forza di ricordare
     Vuoti gli occhi e freddo il grembo
     Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
     O vi si sfaccia la casa,
     La malattia vi impedisca,
     I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi)

Anime dannate, solo il diavolo sa cosa sognate la notte! Odiate voi stessi, odiate il mondo. Maledite la vita e detestate le donne perché mettono al mondo altre vite. Anelate allo sterminio totale degli Ebrei, popolo in stretta confidenza col Creatore, con la Vita. 

Fin quando restate nell'anonimato, diventate al massimo dei serial killer. Ma di tanto in tanto, popoli malati vi elevano al rango di capo. Il mondo vi lascia fare per pigrizia, per ignavia o, peggio, per calcolo economico e cerca di ignorare il pericolo.

Tristemente la storia cercherebbe di ripetersi, ma...

Fintanto che nel cuore
freme l'Anima Ebraica
e verso l'oriente lontano
l'occhio guarda a Sion
non è persa la nostra Speranza
la Speranza bimillenaria
di essere un Popolo Libero nella nostra Terra
la Terra di Sion e di Gerusalemme.

Noi che sediamo comodamente davanti al computer
ricordiamo Ascoli, Mayer, Greco, Cohen, Sacerdoti e tutti gli altri...
Meditiamo che questo è stato
Ripetiamolo ai nostri figli
O ci si sfaccia la casa
La malattia ci impedisca
I nostri nati torcano il viso da noi

NOSTRO DOVERE È NON PERMETTERE CHE ACCADA MAI PIU'!

Fulvio Del Deo


Nulla da aggiungere a queste dolenti e partecipi righe dell’amico Fulvio, se non la mia totale adesione.

barbara




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16 aprile 2007

YOM HA-SHOAH 2

DA DOMANI SARO’ TRISTE, DA DOMANI
MA OGGI SARO’ CONTENTO.
A CHE SERVE ESSERE TRISTI, A CHE SERVE?
PERCHE’ SOFFIA UN VENTO CATTIVO?
PERCHE’ DOVREI DOLERMI OGGI DEL DOMANI?
FORSE IL DOMANI E’ BUONO
FORSE IL DOMANI E’ CHIARO
FORSE DOMANI SPLENDERA’ ANCORA IL SOLE
E NON VI SARA’ MOTIVO DI TRISTEZZA.
DA DOMANI SARO’ TRISTE, DA DOMANI.
MA OGGI, OGGI SARO’ CONTENTO
E A OGNI AMARO GIORNO
“DA DOMANI -DIRO’- SARO’ TRISTE.
OGGI NO”.

Auschwitz, ebreo anonimo.
E quasi si stenta a crederlo.



barbara




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15 aprile 2007

YOM HA-SHOAH 1

Oggi è Yom haShoah. In Israele per due minuti suonano le sirene. Per due minuti le auto si fermano, gli autobus si fermano, tutto si ferma. Per due minuti tutti gli israeliani in piedi, immobili, ricordano, mentre le sirene urlano. Una volta ho provato a farlo anch’io qui, a casa mia: mi sono messa in piedi, ho evocato nelle mie orecchie un suono di sirene e ho detto: io ricordo. Non ho resistito per due minuti: molto prima mi sono accasciata a terra.

TESTIMONIANZA DI LILIANA SEGRE

A tredici anni nel campo di sterminio
Avevo otto anni al momento delle leggi razziali e mi ricordo come una netta cesura nella mia vita quella fine estate del 1938 quando mio papà cercò di spiegarmi che, poiché ero una bambina ebrea, non avrei più potuto continuare ad andare a scuola. Non posso dire di aver capito allora quello che stava succedendo, però mi sono sempre ricordata, dopo, come mi ero sentita quel giorno che ha diviso la mia vita in un prima e in un dopo. La mia era sempre stata una famiglia laica e io non mi ero mai posta il problema di che cosa volesse dire essere una bambina ebrea. Lo avrei ben capito in seguito, anno dopo anno, giorno dopo giorno, man mano che la persecuzione si è fatta più dura, quando è scoppiata la guerra e i nazisti sono diventati i padroni dell'Italia del Nord. Nel 1943 ero una ragazzina ormai tredicenne, molto consapevole di quello che avveniva intorno a lei.
Falliti altri tentativi di sfuggire alla persecuzione, nel corso dei quali dovetti abbandonare la mia casa e dire addio ai miei nonni, poco prima che venissero deportati e uccisi ad Auschwitz, prima che ci arrivassi io, anche per me e per mio papà venne il momento di tentare la fuga in Svizzera.
Anche per noi le cose andarono male, non trovammo però, come Goti, dei contrabbandieri che ci vendettero per quattro soldi, ma un ufficiale svizzero, di una piccola stazione di polizia di frontiera del Canton Ticino, che ci riconsegnò alle autorità italiane dopo che eravamo già riusciti a espatriare.

Una bambina in carcere
Entrai così, a 13 anni, nel carcere femminile di Varese ed ero da sola nell'umiliante trafila della fotografia e delle impronte digitali, da sola a camminare in quei corridoi dietro a una secondina e a chiedermi per quale colpa mi trovassi lì. Io le prigioni le avevo viste solo al cinema, non sapevo come erano fatte, non sapevo che all'ora del tramonto le guardie venivano a picchiare sulle sbarre per controllare che non fossero state segate da me o dalle altre poverette prese come me sul confine! Fu così a Varese, fu così a Como, fu così a San Vittore, dove rimasi per 40 giorni. Ma lì ero contenta, perché le famiglie erano state riunite e io ero in cella con il mio papà.
Due o tre volte alla settimana gli agenti della GESTAPO portavano via tutti gli uomini del raggio degli ebrei per interrogarli. Io sapevo che erano interrogatori terribili, in cui si torturava e si picchiava, e ci pensavo quando rimanevo sola nella cella aspettando che tornasse mio padre. Aspettavo un'ora, due ore, tre ore; diventavo vecchia leggendo le scritte di quelli che erano passati prima di noi: maledizioni, addii, benedizioni, nomi, "ricordatevi di me". Poi lui tornava: era pallido, la barba lunga, gli occhi segnati, non mi raccontava niente, ci abbracciavamo. Mi svegliavo qualche volta di notte nella branda che era quasi rasoterra, una brandina di ferro, e lo trovavo qualche volta inginocchiato vicino a me che mi chiedeva scusa per avermi messo al mondo. Lui che avrebbe voluto darmi il massimo.
Alla fine di gennaio, nell'implacabile appello dei 650 nomi circa compresi nel successivo trasporto, furono pronunciati anche i nostri. Un vecchio cugino di mio padre, che a gran fatica, da Ravenna, aveva raggiunto la Svizzera e da là era stato respinto, a sentire il suo nome si uccise buttandosi giù dall'ultimo piano del raggio. Quel corpo scomposto, grottesco, quel fagotto buttato sul pavimento del carcere, fu il primo morto che vidi nella mia vita.
Ci misero in fila e ci caricarono sui camion per portarci alla stazione centrale. Da lì cominciò il nostro viaggio verso il nulla. Un viaggio di gente che era alla vigilia della morte, un viaggio in cui non c'era più niente da dire, un viaggio in cui tutti, dopo aver pianto e i più fortunati pregato, stavano in silenzio.
Arrivammo ad Auschwitz in pieno inverno. Era stato un viaggio inumano, ma inumano fu l'arrivo: quando fummo scaricate a calci e pugni su quella spianata enorme che i nostri aguzzini avevano preparato per noi nel lager di Birkenau, un lager femminile enorme, una città di disperazione. Fummo separati, uomini e donne, e io nei miei tredici anni spauriti, non conoscendo nessuna lingua straniera, senza capire dove mi trovavo e che cosa mi stava succedendo, io, senza saperlo, lasciai per sempre la mano del mio papà. Lui è rimasto là quel 6 febbraio 1944.

Noi sceglievamo la vita
Io passai la selezione senza sapere che venivo scelta per la vita o per la morte. Ero tra le più giovani, anzi io non conobbi in campo nessuno che fosse più giovane di me. Mi scelsero perché ero grande e grossa e dimostravo più anni di quelli che avevo. Entrai nel campo e iniziò anche per me quella vita, fondata sulla più totale disumanizzazione in cui la voglia di vivere, per noi che siamo tornate, era l'unica cosa che contasse. Anche nella situazione più spaventosa noi sceglievamo la vita, anche se ci volevano uccidere ogni minuto per farci scontare la colpa di essere nate.
Fui scelta per un lavoro che si svolgeva per fortuna al coperto. Dico sempre che sono viva per quello. Rimasi un anno nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Eravamo schiavi senza alcun diritto che lavoravano fino all'esaurimento delle forze.
Com'erano i rapporti fra di noi prigioniere? I rapporti per me furono difficilissimi: io mi rinchiusi in quei mesi sempre di più in un silenzio doloroso. Dapprima il silenzio in cui mi aveva costretto la separazione da tutti coloro che avevo amato, poi il silenzio perché non capivo le lingue che si parlavano, poi il silenzio perché avevo paura di attaccarmi a qualcuno che mi sarebbe stato di nuovo strappato. Ma era anche il silenzio spaventoso che sentivamo intorno a noi, il silenzio del mondo che non si dava pensiero di quello che ci stava succedendo. Era forse anche il silenzio di Dio che in quel momento, ad Auschwitz, si è distratto.
Tre volte passai la selezione nel corso di quell'anno. Nude, perché la nudità era un'altra umiliazione costante della nostra vita di tutti i giorni, passavamo davanti agli ufficiali delle SS, elegantissimi nelle loro uniformi. Noi, le disgraziate ragazze della fabbrica Union, ci specchiavamo le une nelle altre con i nostri corpi scheletriti mentre i nostri aguzzini, decidevano chi era ancora in grado di lavorare e chi no. Ragazzi, è difficile attraversare un corridoio, dover varcare una porta obbligata e sapere che chi ti osserverà, nuda, davanti e dietro, in bocca, dappertutto, poi deciderà se tu continuerai a vivere oppure no. Come bisogna atteggiarsi davanti a un tribunale così, composto di uomini che a casa avevano una famiglia, delle figlie forse della nostra età, e che ci guardavano, sorridendo calmi, tranquilli, senza una parola? Solo un cenno del capo per dire "avanti". E io ero felice quando mi facevano quel cenno, perché ero ancora viva, perché io volevo vivere. Io avevo 13 anni, e poi 14, e volevo vivere.

La "marcia della morte"
Alla fine di gennaio del 1945, quando era passato un anno dal mio arrivo nel campo, cominciammo a sentire da lontano rumore di cannonate e di bombardamenti: qualche cosa stava succedendo. Ed ecco che dalla fabbrica Union arrivò il comando di evacuare il campo. E, così come eravamo, ci fecero alzare da quei banchi, dove lavoravamo per fare proiettili e munizioni, e venimmo avviate per quella che sarebbe stata chiamata la "marcia della morte". Io, quando cominciai a capire che dovevo camminare, comandai al mio corpo: "Una gamba davanti all'altra! Devi andare avanti, devi andare avanti...". Camminammo per giorni attraverso la Germania, camminavamo soprattutto di notte: città deserte, paesini deserti e le nostre sentinelle implacabili finivano con un colpo di pistola quelle che cadevano. Io non mi voltavo, non mi voltavo a vedere quelle che cadevano, non mi voltavo a vedere la neve sporca di sangue. Io non mi voltavo neanche quando ero nel campo e c'erano i mucchi di cadaveri scomposti fuori dal crematorio pronti per essere bruciati. Io non mi voltavo per guardare le compagne in punizione, io non volevo sapere di torture, di esperimenti, di racconti spaventosi, Io non volevo sapere, io volevo vivere e mi sdoppiavo in un'altra personalità: non ero lì, non ero io quella che faceva la marcia della morte. Ci buttavamo come pazze sugli immondezzai e raccoglievamo bucce di patate, torsoli di cavolo marcio, un osso già rosicchiato dal cane di casa, e ci disputavamo questi orrori io e le mie compagne, le bocche sporche, scheletri orribili. Alzavo la testa a vederle, le mie compagne, e vedevo me stessa, la mia faccia scheletrita, ferina, bestiale. Eravamo le stesse a cui un anno o due prima, intorno a una tavola ben apparecchiata qualcuno aveva detto: "Ho fatto per te la torta che ti piace, ne vuoi ancora?". Ma lì non c'era la tovaglia bianca, non c'era il viso amato della nonna Olga davanti a me. Rosicchiavo felice quel pezzo di osso. Non importa se poi avrei vomitato e avrei avuto la diarrea: intanto mettevo qualcosa nello stomaco.
Passammo così da un campo all'altro, sempre più a Nord della Germania, fino a quello di Malchow, l'ultimo dove fui detenuta. Ci eravamo arrivate con la forza della disperazione, come non lo saprei più dire; eravamo tanti chilometri lontano da Auschwitz! Non lavoravamo più in questo campo, non c'era più quella disciplina dell'orario, della fabbrica. Passavamo delle giornate infinite, quasi più nessuno si alzava da quei giacigli su cui stavamo ammucchiate. Ma eravamo ancora vive. C'erano dei ragazzi, dei prigionieri francesi, che passavano fuori dal campo e ci dicevano: "Non morite! La guerra sta per finire. I nostri aguzzini la stanno perdendo, arrivano i russi da una parte e gli americani dall'altra." Noi rientravamo nelle baracche e dicevamo a quelle che veramente erano ormai alla fine: "Ci hanno detto: non morite! Noi lo ripetiamo a voi: non morite! La guerra sta per finire."
Era una gioia troppo grande, noi che eravamo abituate alla fame al freddo, alle botte, all'aver perduto tutto, alla paura costante, non eravamo preparate a una gioia così grande come quella. Era vero: gli aguzzini stavano perdendo la guerra e nel giro di pochi giorni portarono via tutto da quel campo. Portavano via scrivanie, macchine da scrivere, soprattutto portavano via documenti compromettenti su quegli orrori che avevano perpetrato per anni e dei quali non volevano lasciare tracce. E, ancora una volta, ci comandarono di evacuare il campo. Noi eravamo ormai dei fantasmi e non ce l'avremmo più fatta a fare una marcia, ma quasi tutte ci alzammo da quei giacigli, anche quelle in punto di morte. E però, nel giro di pochissime ore fummo testimoni della storia che cambiava: i vincitori diventavano vinti e i nostri aguzzini buttavano le divise nei fossi sul lato della strada, buttavano le armi, scioglievano i cani. I civili scappavano dalle case trascinando dietro tutti i loro valori. E noi, attonite, ci guardavamo attorno e ci chiedevamo che cosa stava succedendo. Vedevamo i soldati tedeschi mettersi in borghese, li guardavamo e li immaginavamo tornare alle loro case: affettuosi padri, solerti maestri, coscienziosi impiegati di banca.
Poi, nel giro di pochissimo tempo, arrivarono prima i camion dei soldati americani che ci buttavano tavolette di cioccolato, frutta secca, sigarette. Poi le truppe dell'Armata Rossa, gente di tutte le etnie: mongoli, circassi, russi bianchi. Un esercito disordinato, con pochi mezzi, ma che aveva tenuto in scacco l'esercito nazista per molto tempo sul fronte russo. Erano loro i vincitori.
A noi restava questa grande, straordinaria, terribile esperienza: il dolore, che non passerà mai, di aver avuto Auschwitz nella nostra vita. E il dovere di testimoniare di quello che è stato, noi che abbiamo avuto salva la vita, per tutti quelli che non possono più parlare.
(da "presentepassato")

Dovere ancora più grande per noi, che non “abbiamo avuto” Auschwitz. Dovere ancora più grande per noi, che non abbiamo neppure la carne e l’anima ferite. Dovere che non cesserà fino al nostro ultimo respiro.



barbara




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14 aprile 2007

NON POSSO FARE A MENO DI LUI

Così diceva Laura Sparnacci, 54 anni, picchiata a morte dall’amante trentaduenne: «È violento, un fannullone, ha moglie e due figli, ma non posso fare a meno di lui». In più la imbrogliava, la derubava, la tradiva pubblicamente e ostentatamente con donne molto più giovani di lei, ma lei “non poteva fare a meno di lui”, e questo fa parte delle cose che non arriverò mai a capire. E mi torna alla mente, per una qualche analogia, una lontanissima conversazione con P., mia compagna di liceo, con le confidenze sulla prima volta. E lei mi dice: «È che, sai, lui mi ha violentata». La guardo esterrefatta, dico: «E tu sei rimasta con lui?!» In tono soave risponde: «Ma io lo amavo!» E anche questo fa parte delle cose che non capirò mai: un farabutto che violenta una ragazzina di sedici anni raccontandole una montagna di balle per portarla in un appartamento vuoto in cui mai lei sarebbe andata di sua spontanea volontà, ma come diavolo si fa ad amarlo?! Davvero certe volte mi verrebbe da dire, se non rischiassi di fare ingiuste generalizzazioni, che io le donne non le capirò mai. E in coda a queste considerazioni, aggiungo un breve post scritto circa due anni fa nell’altro blog, che mi pare decisamente in tema.

"La Svezia scopre la violenza sulle donne", titola il Corriere. E ci racconta tristi storie di donne pestate dai loro mariti. Ci racconta di una giornalista che ha denunciato in diretta di subire violenze di ogni sorta dal marito da più di dieci anni. Di donne che poi l'hanno contattata per dire: «anch'io!» E di fronte a tutto questo posso dire una sola cosa: VERGOGNA! Mia nonna, lavandaia, semianalfabeta, SETTANT'ANNI FA ha avuto il coraggio di andare dai carabinieri a dire mio marito mi fa nera di botte! E queste quattro stronze, istruite, laureate, con professioni prestigiose, cresciute nella bambagia della parità di diritti fabbricata dalle battaglie di generazioni di femministe che a questo ideale hanno sacrificato la vita intera, che cosa fanno? Stanno lì a prendersi le botte. Per anni. Per poi andare a frignare in televisione. Ma vadano a cagare tutte quante! E si ricordino poi di tirare l'acqua, che non abbiamo nessuna voglia di pulire la loro merda.

barbara




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13 aprile 2007

PARAGONE AZZARDATO (??)

Ho trovato questa lettera nel forum di Magdi Allam, e siccome mi è piaciuta un gran bel po’, la propongo anche a voi. (Va da sé che se mi fosse piaciuta solo un piccolo bel po’, oppure un gran brutto po’, mai e poi mai mi sarei permessa di offrirvela)

Premesso che:
1) i medici di Emergency che operano in prima linea in tutto il mondo sono degli eroi;
2) le accuse rivolte, più o meno velatamente, dalle forze di sicurezza afgane ad Emergecy di essere “contigui” ai talebani mi sembrano ridicole, offensive e infondate;

volevo cercare di capire cosa può aver portato i servizi segreti governativi afgani ad arrestare il mediatore afgano di Gino Strada.

Immaginiamo che in Italia la mafia, colpita dagli arresti di molti latitanti eccellenti, scateni una nuova offensiva tipo quella dei primi anni novanta, con autobombe nelle piazze e nei musei, con uccisione di giudici, poliziotti e carabinieri nelle strade.
Questo magari in un momento di difficoltà economica e crisi politica, con un governo debole.

Un giorno un giornalista francese viene rapito a Corleone insieme a due suoi dipendenti italiani, giovani padri di famiglia. Uno di loro viene subito ucciso.
In cambio del rilascio degli altri rapiti la mafia chiede di rilasciare Provenzano e altri pericolosi detenuti, alcuni appena arrestati e responsabili di vari omicidi.

Come reagiremmo se il governo francese, facendo leva sulle debolezze del nostro paese, imponesse:

1) che le nostre forze di polizia rinuncino a cercare di liberare i prigionieri
2) che il negoziato sia tenuto non da italiani, ma da un gruppo di medici francesi di Medicins sans Frontiers, meritevole organizzazione umanitaria che da qualche anno opera nel mezzogiorno d’Italia

Tutto ciò mentre politici francesi propongono di invitare i mafiosi italiani ad una conferenza sulla lotta alla criminalità organizzata, e il parlamento francese si interroga se sia il caso o meno che la polizia francese continui a collaborare con quella italiana.

Poi i mafiosi sono liberati e il giornalista francese torna in patria mentre il secondo italiano (giovane padre di cinque figli) viene ucciso senza pietà.

Ecco, ora forse si capisce l’atteggiamento dei servizi di sicurezza afgani verso Emergency.

No, a me il paragone non appare troppo azzardato. Anzi, non mi appare azzardato proprio neanche un po’.

barbara




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12 aprile 2007

NOI DI AUSCHWITZ

Vent’anni fa, l’11 aprile 1987, moriva Primo Levi, gettandosi dalla tromba delle scale. Scrisse in quell’occasione Jorge Semprún: “Primo Levi, morto ad Auschwitz quarant’anni dopo”, e mi sembra il miglior commento alla sua tragica morte. Per ricordarlo propongo questo suo scritto inedito e recentemente scoperto, pubblicato l’altro ieri dal Corriere.

22 gennaio: Le nostre patate sono finite. Da giorni circolava per le baracche la voce che un enorme deposito sotterraneo di patate fosse nascosto da qualche parte, fuori del filo spinato, non lontano dal campo; ora qualche pioniere ignorato deve averlo rintracciato. (Passi, rumore di pale e di carriole al vento). Un tratto del recinto di filo spinato è stato abbattuto a colpi di pala, e una doppia processione di miserabili esce ed entra dalla apertura. (...)
Narratore: Ed anche la fame stava per finire: il deposito di patate era enorme, ce n’era per tutti… Nessuno sarebbe più morto di fame (pausa).
25 gennaio: Nessuno sarebbe più morto di fame: ma la morte continuava a mietere. La debolezza di tutti era estrema: nel campo nessun ammalato guariva, molti invece si ammalavano di polmonite e di dissenteria. Non c’erano medici né medicine: i malati e gli esauriti, che non erano in grado di muoversi, giacevano torpidi nelle loro cuccette, paralizzati dal freddo, e nessuno si accorgeva di quando morivano. Per la prima volta la morte è entrata nella nostra camera. È stata la volta di Somogyi: un ungherese di cinquant’anni, alto, magro e taciturno. Era ammalato insieme di tifo e di scarlattina. Da forse cinque giorni non parlava. Ha aperto bocca oggi, e ha detto con voce ferma:
Somogyi: Ho una razione di pane sotto il saccone. Dividete voi tre. Io mangerò mai più.
Narratore: Non abbiamo trovato nulla da rispondergli, ma non abbiamo toccato il pane. Finché ha avuto coscienza è rimasto chiuso in un silenzio aspro. Ma la sera e per tutta la notte, e per due giorni senza interruzione, il suo silenzio è stato sciolto dal delirio.
Somogyi: Jawohl..., Jawohl..., Jawohl...
Narratore: Jawohl, il Sì degli schiavi, la parola dell’obbedienza e della remissione. La sua voce è sommessa, è estenuata, eppure sembra che passi le pareti del tetto, che gridi al cielo. Seguendo un ultimo interminabile sogno di schiavitù, Somogyi ha continuato a dire Jawohl finché ha avuto fiato: regolare e costante come una macchina, Jawohl ad ogni tensione di respiro, ad ogni abbassamento della povera rastrelliera delle costole. Jawohl, migliaia di volte, tanto da far venire voglia di scuoterlo, di svegliarlo, di soffocarlo. Non ho mai capito come allora quanto sia laboriosa la morte di un uomo. (Silenzio per qualche secondo, si sente soltanto il Jawohl di Somogyi) Fuori adesso c’è un grande silenzio. La pianura intorno al campo è deserta e rigida, bianca a perdita d’occhio, mortalmente triste. Il numero dei corvi è molto aumentato e tutti sanno perché
26 gennaio: Siamo soli, abbandonati in un universo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà è sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione intrapresa dai tedeschi trionfanti, è stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi commette o subisce ingiustizia: non è uomo chi ha perso ogni ritegno, e divide il suo letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, può essere innocente, ma è segnato, è condannato, è maledetto. È più lontano dal modello dell’uomo pensante, che un sadico atroce e rozzo pigmeo. (Silenzio, si sente adesso in primo piano il Jawohl di Somogyi. È morente e la sua voce è un rantolo) Erano questi i nostri pensieri, alla vigilia della libertà. Soltanto Somogyi si accaniva a confermare alla morte la sua dedizione. (…) Mi sono svegliato di soprassalto: Somogyi taceva, aveva finito. Con l’ultimo sussulto di vita si è gettato a terra dalla cuccetta: ho udito l’urto delle ginocchia, delle anche, delle spalle e del corpo.
27 gennaio: L’alba. Sul pavimento, l’infame tumulto di membra stecchite, la cosa Somogyi. Non possiamo portarlo via. Ci sono lavori più urgenti, non ci si può lavare, non possiamo toccarlo che dopo di aver cucinato e mangiato. I vivi sono più esigenti. I morti possono aspettare. Ci siamo messi al lavoro come tutti i giorni. Abbiamo preparato la zuppa, abbiamo rifatto i letti dei malati, poi ci siamo accinti a quell’altro triste lavoro. (Rumore di stoviglie ecc. Poi si sente un mormorio crescente, lontano e poi vicino che si muta infine in grida di gioia e acclamazioni) I russi sono arrivati mentre Charles e io portavamo Somogyi poco lontano. Lo abbiamo caricato su di una barella: era spaventosamente leggero. Abbiamo rovesciato la barella sulla neve grigia mentre sulla strada passavano le avanguardie russe a cavallo. (...)
Narratore: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. A me dispiacque di non avere il berretto.

E meditate che questo è stato. E sia maledetto in eterno chiunque lo dimentichi o ardisca negarlo.

barbara




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11 aprile 2007

INTERVISTA AD EMANUELE OTTOLENGHI

Emanuele Ottolenghi non ha certo bisogno di presentazione: è così che si dice, no? Bene, sbrigata dunque questa formalità, adesso ve lo presento: giornalista, scrittore, conferenziere, docente fino allo scorso anno a Oxford, attualmente direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles. Ho dimenticato qualcosa?

No, c'è tutto.


Che cos'è esattamente il Transatlantic Institute? Che tipo di attività svolge? E quali sono i tuoi compiti?

Siamo un piccolo istituto di ricerca, fondato recentemente, con un compito ambizioso. Promuovere il dibattito e la ricerca su temi di politica estera per migliorare i rapporti transatlantici. L'istituto è stato fondato nel 2004 dall'American Jewish Committee, la più antica organizzazione ebraica americana e l'unica con una vocazione internazionale. L'idea, allora, era di cercare di ricucire lo strappo diplomatico dell'Iraq, contenere l'antiamericanismo rampante, e promuovere un dialogo più costruttivo su temi quali terrorismo, difesa dei valori democratici, conflitto mediorientale. Da quando ne ho preso la direzione, l'Istituto ha preso una direzione più marcatamente di ricerca, sul modello dei think tanks americani. Certo, siamo molto lontani da quell'obbiettivo. L'Istituto conta solo tre ricercatori per adesso, oltre che un piccolo staff di supporto. Stiamo costruendo il sito internet, che finora mancava. Abbiamo lanciato una pubblicazione, commissionata per adesso a esperti esterni. E stiamo cominciando a pubblicare nostri scritti su pubblicazioni europee. Ma si tratta di un progetto di lungo periodo, e finora i risultati ci sono. Sono fiducioso.


Conosciamo il tuo impegno per una informazione onesta e obiettiva su Israele: quando e come è nato questo impegno? Sei tu che ti sei scelto questa missione, o è la missione che ha scelto te?

Ma, non saprei se è venuto prima l'uovo o la gallina. Comunque sia, quest'impegno è cominciato al liceo e poi si è coniugato con la passione di scrivere. Di Israele mi occupo da molti anni. Ma credo che l'esperienza formativa che mi ha spinto in questa direzione avesse meno a che fare con Israele e più con gli scontri ideologici cui presi parte negli anni del liceo sui temi politici di allora, cioè la guerra fredda. Venendo da una famiglia con una forte tradizione risorgimentale, liberale e antifascista, per me la scelta di campo a fianco dell'alleanza atlantica, degli Stati Uniti e contro il comunismo venne naturale. La difesa d'Israele e delle sue ragioni era parte di quella filosofia, perché significava difendere un alleato fedele e prezioso dell'Occidente, significava difendere un paese democratico, e significava lottare contro organizzazioni, movimenti e paesi che si identificavano con la tirannia sovietica, la violazione sistematica dei diritti umani, e il sostegno attivo del terrorismo. Prendere le difese d'Israele era la scelta ovvia.


Nella disinformazione su Israele da parte dei mass media, a tuo avviso, c'è più ignoranza o più malafede?

Difficile distribuire percentuali. I mezzi d'informazione sono tanti. Anche quando si guarda a testate come la RAI o Mediaset, in realtà bisogna fare importanti distinguo: ogni programma ha la sua redazione, i suoi direttori, i suoi corrispondenti. Non si può dare un quadro unico. Quel che più mi preoccupa, al di là di ignoranza e malafede che certo ci sono e si possono riconoscere in certi giornalisti e nel loro lavoro, è il fatto che ci sia una sorta di pensiero unico, di vulgata della storia del conflitto, e pochi si impegnano a sollevare quelli che dovrebbero essere legittimi dubbi. È per questo che la creazione di spazi alternativi d'informazione è cruciale: occorre dare voce a chi la pensa diversamente, e incoraggiare coloro che all'interno del mondo dell'informazione a volte si sentono troppo isolati per andare controcorrente.


"Possibile che non si possa criticare Israele senza sentirsi dare dell'antisemita?" Che cosa rispondi a chi quotidianamente ci propina questo mantra?

Che è una menzogna bella e buona. Nessuna persona seria usa l'accusa di antisemitismo a sproposito. Criticare specifiche azioni del governo israeliano o dei suoi leader e politici non è di per sé antisemitismo. Ma esistono criteri chiari e oggettivi per distinguere legittime critiche da espressioni di pregiudizio. E certamente, quando la critica a Israele sconfina in sistematici tentativi di delegittimazione, quando la critica demonizza Israele paragonandolo al nazismo per esempio, quando la critica a Israele si fonda su falsificazioni, distorsioni e sistematiche omissioni di verità e fatti assodati e confermati, quando oltretutto quando questa retorica si appropria delle immagini e degli stereotipi dell'antisemitismo -- l'accusa del sangue, del deicidio, dell'avvelenamento dei pozzi, del complotto giudaico, e così via -- allora occorre avere il coraggio di riconoscere che si tratta di antisemitismo. Chi cerca di rintuzzare quest'accusa nascondendosi dietro all'affermazione che si tratta soltanto di critiche a Israele commette un'infamia: primo, perché invece che rispondere alla sostanza dell'accusa cerca di delegittimare i suoi critici accusandoli di censura. Secondo, perché insinuando una manipolazione dei sensi di colpa europei sul tema, dipinge i suoi critici in maniera sinistra e non fa altro che rinverdire certi pregiudizi -- che chi difende Israele, cioè spesso gli ebrei, complotta e combatte a colpi bassi a difesa dell'indifendibile.


In questo incancrenirsi della questione israelo-palestinese ci sono stati, a tuo parere, errori anche da parte israeliana?

Certo, errori ce ne sono sempre. Gli israeliani non sono mica delle divinità olimpiche. Penso soltanto alla risposta militare israeliana dell'estate scorsa in Libano, che a mio avviso era diretta all'obbiettivo sbagliato. Israele avrebbe dovuto punire la Siria, non il Libano. A bombardare Hezbollah si fa sempre a tempo, ma un messaggio duro a Damasco avrebbe ottenuto migliori risultati con minori danni d'immagine. Ma questa non è una critica che viene considerata legittima da chi dice 'possibile che non si possa criticare Israele senza dare dell'antisemita?'. E questo la dice tutta. Coloro che si difendono dalle accuse di antisemitismo protestando che criticare Israele è legittimo, intendono per critica legittima solo la critica che viene da sinistra. Il che, a mio avviso, rivela le loro vere intenzioni.


Quali scenari prevedi per il futuro?

La pace, semmai fosse stata a portata di mano, ci è sfuggita. L'unica speranza per i prossimi anni è di contenere il conflitto. Ma va anche detto che la sua portata viene sempre esagerata. Le sue conseguenze -- gli ultimi sette anni di violenza ce lo confermano -- non hanno l'impatto destabilizzante e pernicioso che tanti gli attribuiscono. I mali regionali sono ben altri e le minacce più preoccupanti e urgenti vengono dall’Iran. Credo che la diplomazia occidentale debba rendersi conto che le minacce di oggi sono l'ascesa della potenza iraniana nella regione e il suo ruolo destabilizzante, l'ascesa di un Islam radicale sempre più violento, militante, e aggressivo, la nostra fragilità crescente sul fronte energetico e la nostra dipendenza sul Medio Oriente per il motore dell'economia e l'afflusso di mano d'opera. Su questi temi dovrebbero concentrarsi le energie e la diplomazia europea. Il conflitto israelo-palestinese è passato in secondo piano per la regione e faremmo bene anche noi ad adeguarci.


A chi, come noi dei blog, cerca di fare informazione, quali consigli daresti?

Di continuare a fare informazione, sfidando i pregiudizi e la pigrizia professionale dei media tradizionali, offrendo un servizio di informazione e analisi al lettore che faccia concorrenza alle testate tradizionali e di sfruttare questo spazio di libertà che è Internet per sfidare il paradigma dominante dei mass media su tutti i temi della politica. La blogosfera può controbilanciare la disinformazione e può anche fungere da controllore, da watchdog dei media tradizionali, inducendoli a migliorare la qualità del loro prodotto.


E infine un'ultima domanda: come chiese quel tale a rabbi Shammai, potresti illustrarci il "succo" del tuo libro Autodafé mentre sto su un piede solo?

L'antisemitismo di oggi è meno pericoloso e aggressivo di quello nazista. Non solo, ma si distingue anche perché a differenza del nazismo che odiava tutti gli ebrei indistintamente, quello attuale distingue tra ebrei 'buoni' e 'cattivi'. Gli ebrei 'buoni' sono quelli che denunciano Israele e offrono all'antisemita un alibi per i suoi pregiudizi. Di questi ebrei, spesso intellettuali lontanissimi dall'ebraismo e dalla vita ebraica comunitaria, ce ne sono tanti. Sono orgogliosi di vergognarsi d'essere ebrei. Il mio libro li racconta, ne spiega i meccanismi intellettuali e psicologici, e ne smaschera l'uso da a mo' di alibi del pregiudizio da parte degli antisemiti.


Grazie infinite per la tua disponibilità e auguri per il tuo lavoro e per la tua carriera.
(Presto in questo blog la recensione del libro)

barbara




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11 aprile 2007

11 APRILE

E ti ricordo, piccolino mio.

barbara




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10 aprile 2007

IMPARATE, BRUTTI ZUCCONI CHE NON SIETE ALTRO!

Riordinando vecchie cose ho ritrovato questa. L’antefatto: il signor C. F. aveva inviato una lettera al Corriere della Sera, cui Sergio Romano aveva dato una delle sue solite risposte imbecilline assai. Quella che segue è un’altra risposta inviata a C. da un generoso lettore, desideroso di riempire le mostruose lacune della sua cultura storica e sociale. Ho deciso di postarla, affinché anche voi possiate abbeverarvi a questa ineffabile fonte del sapere e rimediare alla vostra crassa ignoranza. È un po’ lunga, ma sono sicura che me lo perdonerete, perché ne vale davvero la pena.

illustre signor c. f., mi permetto risponderle per e-mail alla sua lettera-propoagandistica a favore dello stato illegale di israele, ed alla propoaganda menzognera che lei spande a piene mani, facendo credere che sono le idee di un comune cittadino (onesto? preoccupato della pace in palestina?). mi auguro che lei esista veramente, e che non sia il solito e-mail civetta della polizia, della digos o di vari servizi segreti, che vengono pubblicati al solo e banale scopo di schedare coloro che non concordano con la violenza ebraico-sionista e con i crimini degli USA nel mondo. (nel caso fosse un e-mail civetta, mipremetto di scrivere:
-il mio nome ed il mio indirizzo sono veri,
-siete delle merde al soldo della teppaglia ebraica?
-siete per caso i figli di troia del mossad?
-siete i bastardi servizi segreti italiani, associati al suddetto mossad?
-siete alla ricerca di sangue da versare?
-siete della digos, la quale a milano lascia che un cittadino straniero sia rapito dalla CIA? quel giorno, cosa facevate? dormivate? o peggio ancora spalleggievate i colleghi americani?)
ma ritorniamo alla sua propagandistica lettera.
-a quanto pare lei vuole decidere se abu mazen e` o no un moderato. e chi e` mai moderato per gli ebrei , gli israeliani ed i loro leccaculi? moderato e`forse che supinamente abbassa la testa davanti a questa razza bastarda, che impunemente da decenni occupa la Palestina? che deruba la Palestina? che assassina i palestinesi? moderato e`forse una patente da zio tom della palestina, che gli ebrei graziosamente danno ai loro subalterni e perennemente occpuati palestinesi che non si ribellano? sono forse dei moderati gli ebrei? (per inteso, e non e`un lapsus calami, io chiamo ebrei anche quelli che furbescamente e con la forza delle armi si sono riciclati come israeliani) sono forse pacifici gli ebrei? sono forse delle vittime gli ebrei? sono forse difensori e baluardo della democrazia in Medio Oriente gli ebrei? Nulla di tutto cio`, sono i carnefici, i sanguinari occupanti della palestina, non sono vittime ma dei boia di professione, non sono democratici, ma oligarchi di una dittatura (quella sionista, nelle sue varie correnti, .....non ultima quella del sionismo messianico....senza un messia) tesa al dominio diretto del medio oriente e del pianeta (a livello militare ed economico).
Il popolo palestinese e lo stato palestinese esistono. al momento attuale (dal lontano, ma non troppo, 1948) sotto occupazione ebraica prima e poi, ma mi trattengo dal ridere, sotto occupazione israeliana. cambia qualcosa? solo il nome, ma la sostanza (delle armi e della violenza di questi vampiri del medio oriente) certamente no.
Lei dice, che i palestinesi, se si fossero comportati bene (e con loro le povere armate degli stati vicini -che lei non nomina perche`forse il termine arabo non le piace) avrebbero uno stato da
57 anni Lei fa un crasso e piu` che grossolano errore: lo stato di palestina esiste gia` ed e` ora occupato da israele. E poi, perche`mai i palestinesi dovrebbero graziosamente ricevere quello che e` gia`loro da tempo? La Palestina e` dei palestinesi e non degli ebrei (sia pure
riciclatisi da israeliani).
Ma vengo, scusandomi per annoiarla tanto per la lunghezza del testo (nel caso lei sia una merda deiservizi segreti, si potra`divertire nel leggerlo), vengo al punto finale della sua lettera.
I PALESTINESI HANNO INVENTATO IL PROFUGO DI PROFESSIONE
I palestinesi sono veramente profughi, e come tale hanno diritto ad essere risarciti dai danni subiti, dal 1947 ad oggi. hanno diritto a tornare nel loro stato occupato al momento attuale.
a tornare dal punto esatto da cui sono stati espulsi. (e non ad essere ammassati nella Striscia di Gaza, la prigione staterello microscopico, come da fetente proposta del carnefice Ariel Sharon e dalla teppaglia barabara dei suoi ministri e sostenitori). I palestinesi ritornino nelle citta` e nei villaggi da cui sono stati espulsi. i villaggi sono stati rasi al suolo dal bulldozers ebreo-isralenia? nessun problema, torneranno esattamente li. ci sono delle case ebree? nessun problema, gli occupanti delle case ebree, risarciranno (con soldoni) i profughi palestinesi, faranno loro delle ampie scuse -lasceranno tutto li - compreso soldi e gioie - e se ne andranno
nella parte di palestina ----come da squallida Rsoluzione Onu del 1947.
Le piace tutto cio`? questo e`quello che succedera´ tra qualche anno, io ne sono del tutto certo.
io non odio gli ebrei (poverini, mi sembrano dei malati di mente, malati di un super ego-centrismo, bugiardi patologici, confondono l`irrrealistico con il reale, antidemocratici che pensano di risolvere tutti i problemi con le armi e con il veleno --vedi la morte prematura di YASSER ARAFAT) ma sono un antigiudeo, un antisionista convinto. sono anche un antiisraeliano, ma qui vedo una forzatura, in quanto non riconosco tale stato, e quindi non posso essere contro una cosa che non riconosco e che non esiste, se non nella sua mente .
quando lo stato di israele sara` veramente fondato, su basi eque e sincere, uno stato con precisi confini, e disarmato ( esercito, coloni, privati cittadini, disarmati dalle bombe atomiche, disarmati i gorilla che fingono di proteggere le ambasciate, i voli della EL AL, gli ebrei che nel mondo hanno porto d`armi) allora potro`, se si comporteranno male essere un antiisraeliano.
Antisemita? Non posso esserlo, non lo sono, e`un`arma propagandistica che gli ebrei usano (ma certamente lei ben sa che non e`un reato essere anti di qualche cosa) per zittire tutti. Io sono un povero cristiano, seguace di Gesu`il Cristo, l`unico e vero Messia. Gesu`era un ebreo, figlio di ebrei; gli Apostoli erano tutti ebrei, Paolo di tarso era un ebreo. Quindi anche io come cristiano sono un vero ebreo. sono gli altri (a malapena 20 milioni, ma persistenti e fastidiosamente minaccianti e arroganti) che a livello teologico (per noi cattolici) sono oramai del tutto delegittimati dall`essere ebrei.
Trovo inoltre vergognoso che lei paragoni i palestinesi a dei furbi profittatori e questuanti. Caso mai queste qualita`infide lei le deve attribuire agli ebrei, che da decenni ricattano la germania con continue richieste di indennizzazioni Che hanno ricattato le banche svizzere, ed incassato la modica cifra di 1250 milioni di dollari. che tentanto qui in italia, tramite quella fetida commissione anselmi, di spremere la cifra di 2000 miliardi delle vecchie lire per i fatti della ultima guerra (rastrellamento del ghetto di roma, ed altri fatti connessi) Sono loro che dichiarano 6.000.000 di morti, ma nel museo a gerusalemme ci sono solo i nomi di 3.800.000.
e gli altri 2.200.000? dobbiamo credere alle loro cifre ed alle loro parole Se ci permettiamo di contestare questa cifra, apriti cielo. pensi che addiritura in francia esiste una legge che vieta di
contestare tale cifra. non le sembra una forzatura, una distorsione della legge?
Io non odio gli ebrei, non sono poi cosi` importanti per me e per i miei sentimenti. Mi auguro che lavorino tanto e guadagnino tantissimo. Perche `tutti loro, in quello stato di merda d`isralele, e in tutto il mondo, dovranno contribuire con migliaia di miliardi di euro a risarcire i palestinesi ( che sono milioni).
Consideri che il vaccaro texano (vaccaro e petroliere) Bush ha offerto un aiuto economico di soli 50 milioni di dollari per ricostruire la disastrata Striscia di Gaza. E i calcoli delle distruzioni della violenza ebraica in gaza, dal 2000 ad oggi ammontano alla modica cifra di 1.700 milioni di dollari (dati della Banca Mondiale, non miei) Quindi la merdaccia americana filosionista da ai palestinesi solo un trentaquattresimo di quanto gli ebrei hanno distrutto. le sembra giusto e democratico? sta ancora con gli ebrei? oppure pensa, come scrivevo all`inizio, che i palestinesi, se non si fossero ribellati, non avrebbero subito queste distruzioni?
Le faccio sapere alcune cose.
Quando gli ebrei (esercito, coloni, servizi segreti, loro mercenari) fanno del male e vengono scoperti se la cavano sempre cosi`: apriremo un`Inchiesta. Non chiedono mai scusa, gli ebrei nel loro egoistico egocentrismo esasperato si ritengono superiori a tutto, a chiunque, a tutti. non vedra` mai un ebreo chiedere scusa, non fa parte del suo modello comportamentale. Se il mondo fosse serio e coraggioso (come lo sono io, che dichiaratamente dico loro in faccia quello che penso della loro politica libertida ed assassina, senza temere nulla) direbbe loro:
--voi, autentiche mederde assatanate a vampiri che succhiate il sangue della palestina e dei palestinesi dovete risarcire completamente e compiutamente tutti i danni che avete provocato. voi, squallidi sionisti eliminazionisti, dovete risarcire i palestinesi di gaza, di tutta la cisgiordania e di gerusalemme. Pensi inoltre che le merde ebraiche di Tel Aviv voglioni che il
mondo si faccia carico dei danni che hanno provocato a Gaza, e vorrebbero che il mondo risarcissi i criminali coloni che se ne devono andare da Gaza. non le pare del tutto assurdo?
Assurdo e`anche che considerino la loro capitale Gerusalemme, visto che non e`riconosciuita a
livello internazionale. israele e ` l´Unico stato che non ha depositato all`O N U la mappa dei propri confini, visto le sue mire sempre espansionistiche.
Quindi, come si permette di dire che i palestinesi si atteggiano a vittime? I Palestinesi sono le vere vittime. Tutti gli articolo sul genocidio ebraico (uno dei tanti della storia, Stalin ha ucciso molte piu ` persone di Hitler) sono un mezzo per ricattare il mondo e distrarre l`attenzione sulla violenza ebraica in Palestina. Fu un genocidio e non un olocausto. La parola ebraica shoah e`del tutto usata a sproposito, perche`non erano cittadini di quello stato di merda che molti chiamano israele. per loro fortuna. perche`non ci sono prove che tutti i morti sarebbero andati da coloni armati ad occupare con le armi le terre palestinesi. E´ un falso storicizzato, e`un modo come un altro di fuggire il problema. morti molti milioni di ebrei. ceerto, chi deve processare la Germania e`L`Italia, l`Ungheria, la Francia, la Polonia, la Russia e tutti gli stati che hanno avuto dei cittadini ebrei rastrellati ed uccisi. israele si e`furbescamente approppriato di questa tragedia (ripeto una tragedia, non LA TRAGEDIA) e ha trovato una quasi interminabile fonte di denaro, la cornocupia che getta soldi . gli stati hanno dato carta bianca a questo staterello, lavandosene le mani, e dimostrando ancora di piu`che non gliene importava nulla del problema ebraico. Lo sa perche`tanta insistenza nei sessant`anni della liberazione di Auschwitz? perche`la fonte si sta seccando, e quindi gli ebrei di tutto il mondo hanno fatto fronte comune, mosso tutte le conoscenze, gettato sulla bilancia il loro potere per
costringere il mondo ad inginocchiarsi davanti alla loro esclusiva e unica (lo ripetono sempre,
guai a cercare di eguagliarli) tragedia.
la veda in questo modo e capira`molte cose su di loro. Legga tutta la loro pubblicistica, i loro liberi (come faccio io da tempo) e capira`molte cose sugli ebrei e sul loro nefando e interessato operato.
Certo, si difendono. Piu` che altro fanno propaganda e offendono (con le armi sono degli
specialisti).
Io sono stato prcessato due volte da loro. Nel primo processo, che ho perso, sono stato condannato ad una multa. ma ho subito fatto ricorso. Era roberto daniele jarach, presidente della comunita`ebraica di Milano, contro di me. Nel secondo processo invece sono stato assolto. ci saranno altri processi contro di me? Onestamente non mi importa, sono nel giusto, che facciano pure. finche`potro ` mi difendero` nelle aule di Giustizia.
E per significare quanto io reputo gli ebrei (ebrei, israeliani, coloni e teppaglia varia)sono pericolosi per noi, per la pace, per il mondo, sto cercando dei soldi e dare il via ad alcune meritorie iniziative contro il pericolo ebraico e contro il terrorismo da loro fomentato. (non dimentichi i tre illustri morti del 2004:
AHMED YESSIN ucciso con un missile sparato da un elicottero ebraico
ABDEL AZIZ RANTISI ucciso allo stesso modo
YASSER ARAFAT ucciso con un veleno al momento non identificato. tra qualche anno, quando il crimimale si sentira`del tutto sicuro ce lo fara`sapere!)
PRIMA Iniziativa
--costituzione dei COMITATI PALESTINA 1947 costituzione di comitati in tutta italia (a livello regionale, provinciale, cittadino, di via, di quartiere) per portare la palestina alla ripartizione ONU del 1947 per risarcire tutti i profughi per rifondare su basi eque lo stato di israele.
SECONDA Iniziativa
2008 - LA NORIMOBERGA DELL´EBRAISMO E DEL SIONISMO mettere nel 2oo8, a sessant´anni dalla ingiusta occupazione delle palestina da parte degli ebrei, sul banco degli imputati del mondo intiero tutti gli ebrei, israeliani e tutti coloro che delittuosamente hanno fatto parte di questo stato, lo hanno sostenuto culturalmente, politicamente e peggio ancora economicamente.
Inizio del processo: 15 MAGGIO 2008.
Sede del processo: Norimberga, o Roma, oppure Gerusalemme
Terza iniziativa
RISCOSSA DELL`EUROPA
Basta al ricatto ed alle colpe dellÈuropa per quello che e`successo agli ebrei. L`Europa non ha colpe, no al culto del complesso do colpa. Le vere colpe dell`EUROPA sono:
--siamo colpevoli di avere per sessanta anni lasciato fare agli ebrei tutto quello che volevano
--siamo colpevoli di averli ascoltati nei loro lamenti per sessanta anni
--siamo colpevoli di esserci lasciati sfruttare economicamente e ricattare con la scusa dei morti ebrei
--sian]mo colpevoli di non avere protetto i palestinesi ed un miliardo di arabi (mussulmani o no)
Mi creda, cambi idea, e`ancora in tempo a scoprire dove sta il Bene e dove sta il Male assoluto, travestitosi da stato ebraico
Da parte mia faro`copie stampa di questa mia lunga lettera e la diffondero` Lei puo`fare altrettanto
Distinti saluti.
Pietro Aligi Schiavi

Siete arrivati fin qui? Bene. Adesso finalmente vi siete liberati della vostra ignoranza e sapete come stanno veramente le cose. Ringraziatemi, dunque.

barbara




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10 aprile 2007

FORSE

forse, ce la farà.

E domani attenzione: scoop eccezionale su ilblogdibarbara.

barbara

AGGIORNAMENTO: imperativo categorico, leggere qui.




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9 aprile 2007

UN SOLO COMMENTO

a parte la rabbia e l’orrore e il dolore per l’ennesima morte atroce subita da un innocente: Gino Strada fa sempre più schifo. E si esprime sempre più secondo codici mafiosi.

barbara

AGGIORNAMENTO: faccio mia la proposta dell'ineffabile Giacomina: una bella T-shirt con la faccia di Mastrogiacomo e la scritta:
"ON SALE:
VALGO 5 TERRORISTI TALEBANI
2 POVERACCI SGOZZATI
E UN PACCO DI SOLDI"




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9 aprile 2007

AVVISO

Fra due giorni scoop eccezionale su ilblogdibarbara.

barbara




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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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questa è una cosa che amo


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Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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