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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 marzo 2007

QUANTI TALEBANI VALE UN ITALIANO?

Dal novembre 2002 passo in Afghanistan in media 4 mesi l’anno. Lavoro, nell’ambito della cooperazione internazionale, a contatto con un gruppo di donne, di cui alcune mi chiamano sorella, vivo una quotidianità più afghana che occidentale; ho girato 7 province, raccolto racconti, letto il Corano, studiato un po’ di storia islamica, e sto ancora cominciando a imparare. Mi affascina chi, dopo pochi giorni o settimane, muovendosi tra un progetto umanitario e un albergo presidiato, dà giudizi e spiega un paese di cui ha capito tutto. Io non sono così brava: quando accadono certi fatti non so esternare opinioni, ho bisogno invece di spiegazioni. Come ad esempio nel recente caso Mastrogiacomo. Ero a Kabul quando è stato rapito e liberato, e chiedo, a titolo esclusivamente personale:
- Perché un governo che deve occuparsi di decine di milioni di cittadini, alcuni dei quali sparsi
per il mondo, si dedica a uno solo dei suoi figli, in pericolo, mentre quello stesso giorno, come
ogni giorno, altre vite sono pure in pericolo o si spengono nell’indifferenza, mentre urgenti
bisogni collettivi aspettano?
- Quel figlio speciale è stato rapito mentre faceva il suo lavoro rispettando le norme di sicurezza raccomandate a chiunque sia in Afghanistan? Ha pensato a non mettere a rischio altre vite, oltre alla sua? Ha misurato le possibili conseguenze dei suoi atti? Sapeva che chi ha scelto la via dell’imprudenza ha pagato a volte con la morte? Perché i suoi colleghi non hanno seguito quella strada pur avendo lo stesso diritto-dovere di ‘informare’? Aveva un compito eroico tutto suo, una missione speciale? Per questo meritava di essere salvato pagando un simile prezzo?
- Ma qual è il prezzo pagato per Mastrogiacomo? Oltre al tempo del governo e ai lunghi giorni in cui un’ambasciata coraggiosa, sovraccaricata e straordinariamente reattiva – che svolge
un sottile lavoro diplomatico mentre si è improvvisamente trovata impastoiata dall’imperativo
di salvare un giornalista, quanto è costato questo giornalista, in moneta, in delicati equilibri
infranti e in vite umane, già pagate o messe a repentaglio dalla sua liberazione?
- Quanti talebani vale un italiano? Quanti sforzi afghani e internazionali, pericoli e perdite
avute per catturarli, è lecito mettere sull’altro piatto della bilancia con cui Mastrogiacomo è
stato pesato? E quanti autisti, interpreti, insomma quanti afghani possono essere sacrificati
all’informazione?
- Mastrogiacomo non avrebbe potuto tra un flash e l’altro, magari sottovoce, chiedere scusa?
- Se è vero che Gino Strada ha detto “Meglio i talebani che un governo amico degli americani”,
vorrebbe spiegare a nome di chi parla? Perché la grande maggioranza degli afghani – per quanto mi riguarda tutti gli afghani che conosco, alcuni dei quali rischiano lavorando con noi, sapendo che nessuno pagherà mai per loro in talebani – crede in una svolta democratica del paese, non vuole il ritorno dei talebani né che i contingenti militari lascino l’Afghanistan, e chiede: “Come mai ci aiutate a costruire uno stato democratico, fate ospedali, tribunali, scuole, e poi per salvare uno di voi accettate il ricatto dei nemici della democrazia?”.
- Perché il guru dell’Afghanistan, l’amorevole soccorritore si scaglia contro i militari che fanno il loro dovere anche portandolo ad abbracciare Mastrogiacomo davanti a una macchina fotografica? Perché mentre molte organizzazioni umanitarie agiscono in silenzio, lasciando
la politica a chi compete, il leader di una delle tante, di innegabile valore e dichiaratamente
neutrale, parla pubblicamente di politica in modo non neutrale? Invece di alimentare così fratture e tensioni che non servono a nessuno, non potrebbe usare la sua esperienza per
aiutare a conciliare, a capire?
- Contenta solo per lui, auguro lunga vita a Mastrogiacomo. Mentre se la gode penserà ogni
tanto che, grazie alle modalità e al prezzo della sua liberazione, in Afghanistan il pericolo di rapimenti è aumentato e la situazione è ancora un po’ meno facile, non solo per gli italiani?
Sono tutt’altro che un’eroina, se fossi rapita certo vorrei aiuto. Ma mi unisco qui a chi, lavorando in Afghanistan, ha lasciato disposizioni scritte di non trattare oltre limiti ragionevoli,
che escludono di pagare costi tali da creare problemi a due governi, quello afghano e quello italiano. Anche se la paura al momento mi spingesse a chiederlo.
Susanna Fioretti (Il Foglio, 27.3.07)

Non facendo parte, Il Foglio, delle mie letture, ho trovato solo adesso questo articolo girando per la rete. Lo posto perché, come si suol dire, ne condivido anche le virgole.

barbara




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31 marzo 2007

GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE


barbara




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30 marzo 2007

IO PERÒ NON L’HO MICA CAPITA

Da quasi sessant’anni, ossia dal giorno della nascita (o meglio, rinascita, se vogliamo essere precisi) di Israele, più o meno l’intero mondo arabo proclama la necessità del suo annientamento, e nessuno si è mai scomposto. Poi arriva Ahmadinejad, dice la stessa cosa che tutti ripetono da sempre e tutto il mondo si mette in subbuglio.
Molti anni fa Ali Kamenei ha dichiarato di volere l’atomica per distruggere Israele, precisando che probabilmente Israele a quel punto risponderà e moriranno decine di milioni di musulmani, ma che questo è un prezzo accettabile da pagare: nessuno ha fatto una piega. Ahmadinejad ha detto la stessa identica cosa, ed è scattato l’allarme.
Da sempre la quasi totalità degli arabi afferma che l’Olocausto è un’invenzione sionista; un bel giorno lo dice Ahmadinejad e sui giornali del mondo intero si scatena la protesta.
Sembra dunque che il signor Ahmadinejad, affettuosamente chiamato “la scimmia” dall’amica iraniana Lilit (per la quale sono molto preoccupata, dato che non solo da quasi sette mesi ha lasciato il blog, ma non risponde neppure alle email) possieda la dote, non si sa se innata o accuratamente coltivata, di far suonare ovunque campanelli d’allarme, facendo crescere di giorno in giorno il rischio di un attacco militare contro il suo Paese. E proprio in uno dei momenti di massima tensione internazionale, che cosa fa? Fa sequestrare 15 marinai inglesi, forse in acque irachene, come sostiene il governo inglese, forse di 500 metri in acque iraniane, come sostiene il governo iraniano. Sicuramente, in ogni caso, un sequestro pretestuoso. Sicuramente una mossa che potrebbe avere conseguenze drammatiche per l’Iran. E uno si chiede: quale potrà mai essere lo scopo di questo omuncolo, nel continuare a creare situazioni che mettono l’Iran a rischio di guerra? Vuole davvero la guerra per un Paese che già ne ha dovuta affrontare una, devastante, che lo ha messo in ginocchio? Vuole davvero una guerra che anche nell’ipotesi, improbabile, che l’Iran ne uscisse vittorioso, avrebbe comunque effetti catastrofici sia dal punto di vista delle perdite umane che da quello economico? Insomma: cosa diavolo vuole questo qui?

barbara




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30 marzo 2007

LA STAMPA: UN ARTICOLO VERGOGNOSO

Comunicato Honest Reporting Italia 28 marzo 2007

Di tutto di più, in questo vergognoso articolo di Fabio Galvano pubblicato da La Stampa il 27 marzo 2007 a pagina 19 con il titolo «Io, sola contro Israele. Abbandonata da Blair». Ma lasciamo la parola all'autore.

Jocelyn Hurndall ha scritto un libro e lo porta sempre con sé, da una stanza all’altra, in auto, nell’aula scolastica in cui insegna. «È tutto quello che mi resta di Tom», dice: «È il mio regalo a lui, ma anche il suo regalo a me». Suo figlio Tom, giovane studente di fotografia alla Manchester Metropolitan, aveva 21 anni quando un cecchino israeliano lo colpì alla testa a Rafah, nella striscia di Gaza, mentre cercava di portare in salvo tre bambini palestinesi su cui qualcuno - forse lo stesso cecchino - stava sparando da una torretta di osservazione dell’esercito.
No, sembra che non sia così che sono andate le cose, se perfino Michele Giorgio, difficilmente sospettabile di simpatie filoisraeliane, il 28 giugno 2005 ha scritto sulle pagine del manifesto che "stava aiutando alcuni scolari palestinesi, sorpresi in strada dall'inizio di scontri a fuoco tra combattenti dell'Intifada e soldati israeliani, a mettersi in salvo". Si direbbe proprio che il signor Galvano stia falsificando i dati, dunque.

Tom sarebbe morto nove mesi dopo, in un ospedale inglese, senza mai riprendere conoscenza, il cervello spappolato.
Le nostre conoscenze mediche sono piuttosto modeste, per la verità, quindi non vorremmo rischiare di sbilanciarci troppo, ma nove mesi non sono un po' troppi per sopravvivere con un cervello spappolato? Non è un po' squallido mettere le note di colore in una vicenda tanto tragica?

Da allora la battaglia degli Hurndall, e di mamma Jocelyn in prima linea, è stata per ottenere una chiarezza che pochi parevano disposti a offrire - né le autorità israeliane, né il governo britannico - e una giustizia che neppure la condanna del cecchino, un povero beduino semianalfabeta che nell’esercito d’Israele aveva cercato una via di fuga dalla miseria, era riuscita a regalarle.
In che senso la condanna dell'uccisore non rappresenterebbe una giustizia?

Sono il dolore e il ricordo di una madre a tenerla in vita. Oggi c’è anche una fondazione che porta il nome di Tom Hurndall: il suo fine è battersi affinché vicende come quella non si ripetano. «Mi avete fatto male», ha sibilato a denti stretti Jocelyn Hurndall quando le fecero incontrare Tony Blair, e nel libro - s’intitola «Defy the Stars», sfida le stelle, il grido del Romeo scespiriano che Tom si era fatto tatuare sul polso - si domanda sorpresa come una donna tranquilla possa uscirsene con battute così stridenti. Non molto meglio andò l’incontro con Jack Straw, allora ministro degli Esteri. Lo trovò «distante e freddo». Forse è stata proprio quell’esperienza a farle scrivere il libro, affinché suo figlio non fosse dimenticato.
Quell’11 aprile 2003 Tom, appena arrivato in Israele dopo un breve soggiorno a Baghdad, prendeva parte a una manifestazione con cui l’Ism, l’International Solidarity Movement, protestava per l’uccisione di una giovane attivista americana travolta da un bulldozer in una casa palestinese.
Vorremmo innanzitutto ricordare che l'ISM, come è documentato qui, ha pesanti collusioni, quando non attive complicità, con il terrorismo; che Rachel Corrie, come possiamo vedere in questa foto, era persona tutt'altro che amante della pace e che, come possiamo leggere in questa accurata indagine, il fatto che sia stata "uccisa" è tutt'altro che provato.

Improvvisamente alcuni colpi d’arma da fuoco furono rivolti contro un gruppo di bambini che giocavano su una collinetta.
Come già detto, questa è una ricostruzione di fantasia avente l'unico scopo di "dimostrare" che gli israeliani, "peggio dei nazisti", hanno l'abitudine di ammazzare a sangue freddo i bambini palestinesi, così, per hobby.

I più fuggirono, tre rimasero impietriti. E allora lui, forte del coraggio dei 21 anni e convinto che il giubbotto arancione dell’Ism gli desse una sorta d’immunità, si gettò in loro soccorso
.
Poiché da quell'azione il ragazzo uscì in coma e mai più riprese conoscenza, sembra ragionevole dubitare che abbia raccontato al giornalista di che cosa fosse o non fosse convinto. Il che dimostra quanto peso abbiano, in questo articolo, i fatti, e quanto le ricostruzioni di fantasia, le opinioni personali, i pregiudizi.

Afferrò un maschietto e lo portò in salvo. Tornò per prendere due bambine e le stava afferrando quando cadde colpito.
«Sapevo che non si sarebbe mai ripreso», ricorda la madre. E infatti a Londra morì, il 13 gennaio 2004. «La fine di un incubo». Ma anche l’inizio di una grande battaglia per quel figlio pieno d'ideali «morto in un modo così assurdo». La vicenda, così umana nella sua realtà,
che cosa significa "così umana nella sua realtà"? Ancora parole prive di senso e di significato, per farcire un articolo pieno di falsità e manipolazioni

era finita nel tritacarne della politica. Da una parte i palestinesi che osannavano Tom come un eroe, e Arafat che scriveva ai familiari del ragazzo: «Adoriamo coloro che sostengono la nostra causa e ne soffrono, perché rappresentano la speranza». Dall’altra il tentativo israeliano di sfuggire a ogni responsabilità,
nonostante il dossier messo insieme da Anthony Hurndall, il padre di Tom, avvocato.
Anche da noi ci sono avvocati che tentano di spacciare assassini, stupratori, pedofili, infanticidi per candide mammolette, ma a nessuno è mai passato per la testa di attribuirne la responsabilità al governo, a nessuno verrebbe in mente di parlare di "tentativo italiano" di depenalizzare lo stupro in jeans. Ma con Israele, si sa, le regole sono sempre altre.

Prima un convulso tentativo per confondere i fatti: colpito da una mazza; no, forse vittima di un cecchino palestinese; può darsi che il cecchino fosse lui. Impossibile colpirlo da quella torretta, sentenziò il maggiore israeliano incaricato dell’indagine. Infine il processo, in cui si tentò di imputare la morte di Tom all’imperizia dei medici inglesi. Taysir Walid Heib fu condannato nell’agosto 2005 a 8 anni: la più severa sentenza, dall’inizio della seconda intifada, per l’uccisione di un civile. «Una giustizia limitata - dice Jocelyn Hurndall, stringendo il suo libro - perché Tom in realtà è stato vittima di un uomo che era a sua volta vittima».
E naturalmente non si precisa di chi o di che cosa sarebbe vittima il soldato: l'esperienza insegna che le insinuazioni vaghe penetrano meglio. Aggiungiamo che in Italia abbiamo avuto episodi di "nonnismo" - progettati a freddo, non scaturiti da azioni di guerra - risoltisi con la morte della vittima, per i quali nessuno ha mai fatto un solo giorno di prigione. Ci sembra perciò abbastanza bizzarra la definizione di "giustizia limitata" per questa condanna a otto anni. Comprensibile, forse, in bocca a una madre disperata; molto meno nella penna di un giornalista che sembra avere sposato in toto tale giudizio.
Vi invitiamo a protestare per questo ignobile articolo presso:
lettere@lastampa.it.

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e-mail vuota a:
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barbara




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28 marzo 2007

I PUGNI IN CASA

Dopo i recenti dati Istat sull’allarmante numero di casi di violenza alle donne, di cui il 96 per cento passa sotto silenzio e il 70 per cento avviene tra le mura domestiche, il ministro delle Pari opportunità lancia una campagna per indurre le vittime a parlare, a uscire dal silenzio. Ma perché le donne tacciono? Perché è così difficile denunciare gli abusi di partner, marito o compagno? Forse questa storia ci aiuta a capire.

Incontro Ada in un bar del centro, a Roma. È medico, lavora in un ospedale, si muove con sicurezza, voce dolce e autorevole, penso che mi fiderei a farmi curare da lei. Viene da una famiglia colta e abbiente, madre calabrese e padre romano. Non passa inosservata e per non essere notata veste di nero, pantaloni e scarpe piatte. In realtà le scarpe sono piatte perché Ada non può più portare i tacchi da quando Andrea, il suo ex marito, le ha fratturato il bacino. Si conobbero in vacanza a Favignana, nelle Egadi, lei quattordici anni, lui diciannove. Esuberante, ingenua Ada; introverso, geloso e passionale Andrea, al punto da inseguire la nave che riportava Ada sul continente. Le raccontava che per vederla scappava di casa, sfuggendo il rigido controllo della madre avvocato che guidava grosse macchine sportive, e pilotava lo yacht di famiglia, Dopo un fidanzamento di nove anni, si sposano. L'atmosfera idilliaca si rompe subito, lui cambia, diventa assente emotivamente, insofferente. Ada non può contraddirlo, guai a toccargli la madre, che governa il rapporto da lontano. Come ingegnere elettronico, Andrea è spesso fuori Italia: Cuba, Colombia, Argentina. Ada ha ventitré anni, è una bella ragazza, ha voglia di vivere. Frequenta l'università e lo aspetta, fedele, innamorata.
Quando torna lo asseconda in tutto. Le vacanze le passano con la famiglia di lui, niente viaggi da soli, né vita di relazione: «Gli amici mi prendevano in giro. Dicevano: hai sposato un fantasma?». Intanto il fantasma le fa mettere al mondo la piccola Anna. Ada si impegna negli studi, si laurea e comincia la specializzazione. Si confida con i suoi: vorrebbe separarsi. La reazione è violentissima. La mentalità chiusa e tradizionalista di sua madre, fervente cattolica, prevale su quella del padre più aperto: se prova a separarsi avrà guerra. «Io, per me, avrei dato un calcio a tutto, invece non ho fatto niente, sono rimasta dov'ero». Non è per Anna. Ada sa che non può essere una brava madre se non si rispetta, se è infelice e inappagata, ma non è indipendente economicamente. «Un medico è indipendente a trentacinque, trentasei anni, dopo la laurea ci sono le specializzazioni, i concorsi. Nell'ambiente dei chirurghi, le donne sono ancora viste come cittadine di serie B. Certe categorie sono una casta chiusa ancora oggi, accedervi è difficilissimo per una donna, devi avere una grande forza per sopportare il maschilismo delle cliniche». Ada dunque resta e con la nascita della seconda bimba, Francesca, la situazione si inasprisce. I rapporti sessuali con Andrea diventano sporadici e insoddisfacenti; Ada comincia a nutrire dubbi sui gusti sessuali del marito, e arriva all'amara conclusione di essere una moglie di copertura, che garantisce l'aspettativa sociale della famiglia. Ora Andrea non si sforza più di controllarsi: al minimo accenno di ribellione o contrasto di Ada partono calci e ceffoni. «Questo suo modo di fare mi spaventava a morte, rimanevo attonita, non riuscivo a reagire. Il mio silenzio lo mandava in bestia, faceva !'offeso e io mi sentivo terribilmente in colpa; allora cercavo di recuperare con il risultato di tarlo arrabbiare ancora di più». Adesso però Ada esercita come medico, guadagna, può gestire la propria vita. Gli parla. «Appena gli ho comunicato la decisione di lasciarlo, Andrea si è installato nella mia stanza e mi ha buttato a dormire in un angolo. Mi toglieva dalle braccia le piccole per far loro il bagnetto, la pappa, dormiva con loro, cercava in tutti i modi di farmi sentire fuori posto, fuori ruolo, inutile». Una sera Ada reclama il proprio posto: occupa il letto. Lui l'afferra per i piedi con tanta forza da spezzarle una caviglia. E siccome lei fa resistenza, la getta sul pavimento. Ada batte con violenza la schiena e si rompe il coccige. ,«Al pronto soccorso (trenta giorni di prognosi) mi hanno chiesto: "Collega come ti è successo?"». Dice la verità e scatta la denuncia d'ufficio, con l'aggravante che la violenza è avvenuta davanti alle bambine. «Francesca, la minore, mi ha difeso andando addosso al padre con una scarpa, gridandogli “cattivo cattivo!” e poi si è chiusa nel mutismo per quattro anni, Anna, la maggiore, ha continuato a guardare la televisione ignorando la scena. Un meccanismo di autodifesa che le è costato anni di attacchi di panico e crisi d'asma».
A nulla valgono le pressioni dei suoi avvocati sul presidente del tribunale. A dispetto della denuncia e dei referti dell'ospedale, Ada è costretta a continuare a vivere con Andrea, Tornando dal lavoro, entra in territorio nemico. «Lui forzava la porta del bagno e mi filmava sotto la doccia, Mi diceva: “Corri, le bambine, piangono”. Non potevo e le bambine erano con la baby sitter, al sicuro, ma lui voleva dimostrare che ero una cattiva madre. È arrivato a mettere sotto controllo il mio telefono. L'ho denunciato per lesione della privacy. Ma la vera, sorda, dilagante paura l'ho provata quando finalmente andò via di casa. Per mesi vissi nel terrore che tornasse per uccidermi».
Intanto Ada ha cominciato a vedersi con un collega. Scoperta dalle intercettazioni de! marito, la relazione finisce e lei si vede notificare una perizia psichiatrica per sé e le figlie. «Che ero pazza non poteva dirlo, esercitavo la medicina con successo, che ero drogata nemmono. Ma puttana si. Mi sentii come la protagonista della Lettera scarlatta quando le marchiarono sul petto la A di adultera mentre leggevo che dovevo lasciargli la casa e riconoscergli un mantenimento di due milioni al mese (non c'era ancora l'euro) con ampio regime di visita per le figlie, neanche fossi una criminale". Andrea è ricco, assolda avvocati di grido: Ada si è inventata le percosse, la testimonianza delle bambine non può essere usata, la denuncia del pronto soccorso è fatta decorrere, sua madre arriva a dirle: «Meglio se continuavi a riempirlo di corna invece di lasciarlo e lui doveva tagliarti la lingua così stavi zitta». Ada è completamente sola, ma lotta. I tempi del processo si allungano, i soldi stanno finendo quando la situazione si sblocca. Con un'ulteriore beffa però: Andrea firmerà la consensuale, se lei ritirerà tutte le denunce penali contro di lui. «La mia fiducia nella giustizia e nelle istituzioni crollò mentre sottoscrivevo quel patto con il diavolo, ma non potevo
fare
altro e firmai».
Ada adesso sta per divorziare. Anna e Francesca vedono il padre ma non lo amano. Non si fidano: lui opera sistemi di controllo anche su loro. "Sono felice di aver potuto parlare, che Io donna pubblichi la mia storia, servirà a qualcuna, spero» mi dice Ada nel salutarmi. Malgrado la soddisfazione di aver ottenuto la custodia delle figlie ed essersi liberata di un mostro, le è rimasta dentro una gran rabbia: come donna, non si sente tutelata dalle leggi. Servirà? Sì. Parlare scuote le coscienze, penso, mentre guardo Ada allontanarsi E il pensiero fa bene. (Ippolita Avalli, Io donna).

E come Ada tante altre. Troppe altre. Infinite altre. Non condanniamole all’oblio.

(
E ti ricordo)


barbara




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27 marzo 2007

GRAZIE





barbara




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27 marzo 2007

ED ECCO A VOI IL MITICO GIAMBA!

Qualche giorno fa ho eliminato i commenti del Giamba che imbrattavano il post con la testimonianza di Giacomina. Li ho però salvati, e ora ve li offro, affinché anche voi possiate godere di qualche momento di sana ilarità. Buon divertimento.

ilblogdibarbara
Commenti al post DICONO GLI EBREI: CHI NON LAVORA DEVE MORIRE

commento di Eh...   il 21/03/2007 19.00.12, 79.3.48.xxx
Ha capito tutto sto barbone..
link

commento di E*   il 21/03/2007 19.04.05, 151.37.209.xxx
bisognerebbe rifletterci sul soliloquio. triste che tu non abbia voluto parlare con lui, credo che avrebbe avuto molto da insegnare
link

commento di Meglio un barbone puzzolente..   il 21/03/2007 19.06.53, 79.3.48.xxx
che una società di merda in cui gli unici valori sono l'euro e il dollaro.

commento di I Corona e i Mora...   il 21/03/2007 19.08.51, 79.3.48.xxx
sono i frutti finali della società moderna fondata sull' usura legalizzata, sulle banche e sulle finanziarie in cui dollaro ed euro sono l'unico valore

commento di Caro amico gli ebrei non parlano con nessuno..   il 21/03/2007 19.12.26, 79.3.48.xxx
commento di E* il 21/03/2007 19.04.05, 151.37.209.xxx

bisognerebbe rifletterci sul soliloquio. triste che tu non abbia voluto parlare con lui, credo che avrebbe avuto molto da insegnare

E tantomeno credono che quaqlcuno possa insegnargli qualcosa..
Il loro delirio è quello di credere di erere "popolo prediletto da dio" e "possessore della Verità"..
Che tendono,come tutti i fanatici,ad imporre a tutti..
Con arroganza e con violenza.
La stessa con cui si giudica un "barbonne puzzolente" senza alcuna considerazione della sua condizione.
Di lì nasce la violenza che scatenano ovunque vanno e che hanno sempre scatenato nella storia..

commento di L'ebreo fondamentalmente gode..   il 21/03/2007 19.15.12, 79.3.48.xxx
nel vedere tutti gli esseri umani ridotti ad oggetti di consumo e merci, che rincorrono il denaro e si umiliano in tutti i modi per il denaro..

E' la loro vendetta finale dopo secoli di storia di emarginazione,di usura e di accumulo di soldi..

Con i quali adesso controllano il pianeta e gli esseri umani..

commento di Io direi a quel barbone..   il 21/03/2007 19.17.36, 79.3.48.xxx
Cerca di avere il minimo che ti permetta di mantenere la tua dignità di essere umano..
Senza cadere nella rete della società degli ebrei fondata sulla legalizzazione dell'usura.

E' possibile...

Così non fai altro che dare agli eberei la possibilità di umiliarti fingendo perlatro di partecipare alla tua condizione..

commento di sir alex ferguson   il 21/03/2007 19.23.45, 82.49.107.xxx
complimenti!La madre dei fessi (e degli antisemiti)è sempre incinta.

commento di Ecco qua l'arroganza ebraica...   il 21/03/2007 19.25.20, 79.3.48.xxx
commento di sir alex ferguson il 21/03/2007 19.23.45, 82.49.107.xxx

complimenti!La madre dei fessi (e degli antisemiti)è sempre incinta.

Sono talmente convinti di possedere la verità da insultare soltanto chi ha idee diverse dalle loro..
E' questo che li perderà..

commento di La subdola strategia ebraica..   il 21/03/2007 19.27.33, 79.3.48.xxx
commento di sir alex ferguson il 21/03/2007 19.23.45, 82.49.107.xxx

complimenti!La madre dei fessi (e degli antisemiti)è sempre incinta.

Insultano e provocano con arroganza,senza rispetto per nessuno..
Poi davanti alle reazioni violente e giuste di fronte all'insulto e alla provocazione urlano al nazista al nazista..
E cominciano a fa le vittime..
Non ci cadete..
Gli insulti di un ebreo arrogante non valgono nulla..

commento di Wellington   il 21/03/2007 19.30.27, 83.181.162.xxx
Se si voleva una prova che non bisogna essere senzatetto e puzzare per avere vivere in un immaginario paradiso-trasformato-in-inferno dai perfidi giudei ci è appena stata fornita. E agratise.

commento di parole parole solo parole..   il 21/03/2007 19.31.40, 79.3.48.xxx
commento di Wellington il 21/03/2007 19.30.27, 83.181.162.xxx

Se si voleva una prova che non bisogna essere senzatetto e puzzare per avere vivere in un immaginario paradiso-trasformato-in-inferno dai perfidi giudei ci è appena stata fornita. E agratise.

So perfettamente quello che dico..
E la tua amena "ironia giudaica" non ha alcun effetto su di me e sulle mie convinzioni..

commento di ma dimmi caro dimmi..   il 21/03/2007 19.33.41, 79.3.48.xxx
Vivete ancora nel delirio di essere il "popolo eletto" di un non meglio identificato "vecchietto con la barba bianca" o avete cambiato idea ultimamente ?

commento di E quel delirio...   il 21/03/2007 19.34.49, 79.3.48.xxx
di avere una "terra promessa" da quel vecchietto con la barba bianca..
Pensate di poterlo ancora dare a bere a qualcuno,a parte quelli che pagate ?

commento di Parliamone con calma..   il 21/03/2007 19.36.27, 79.3.48.xxx
A me piace dialogare..
Anche con i barboni puzzolenti e gli ebrei..
Mi paice conoscere le posizioni di tutti..
La domanda è:
"Pensate che ci sia ancora qualcuno al mondo,a parte quelli che pagate,che creda ai vostri deliri sul popolo eletto e sulla terra promessa ?"

commento di ma perchè non rispondi ?   il 21/03/2007 19.38.02, 79.3.48.xxx
E soprattutto credi ancora di poter suggestionare qualcuno con le tue mancate risposte ad ostentare superiorità ed indifferenza o con le tue amene ironie giudaiche?

commento di Esempio di arroganza ebraica   il 21/03/2007 19.39.52, 79.3.48.xxx
Alla prima fermata sale un barbone. La sua puzza si siede accanto a me prima di lui.

commento di Esempio di finto e subdolo pentimento ebraico   il 21/03/2007 19.41.26, 79.3.48.xxx
Però mi sento in colpa.

commento di La stessa scena vista dal barbone puzzolente   il 21/03/2007 19.43.30, 79.3.48.xxx
Ma chi sarà questa poveraccia che va a lavorare per farsi dare 1500 euro al mese e poi spenderne il doppio facendo mutui senza poterli poi pagare?

commento di I pensieri del barbone puzzolente   il 21/03/2007 19.46.35, 79.3.48.xxx
Chi sarà questa coatta mentecatta della società della produzione e del consumo che va a farsi sfruttare da qualcuno lavorando otto ore per pija 1500 euro per poi spenderne il doppio in una società che la condiziona a spendere il doppio di quello che guadagna per farla ricorrere all' usura legalizzata dei fidi e dei mutui delle banche e delle finanziarie e tenerla in pugno per tutta la vita ?

commento di Per concludere..   il 21/03/2007 19.49.35, 79.3.48.xxx
La prossima volta parlaci con quel barbone puzzolente...
Capirai come lui ride di te e della tua condizione mentre tu intessi le tue litanie ebraiche sui barboni che puzzano seguite da finti
pentimenti ebraici..
CHE PROBABILMENTE LUI CONOSCE,DERIDE E DI CUI NUN JE NE PO FREGA DE MENO !!

commento di sir alex ferguson   il 21/03/2007 19.55.13, 82.49.107.xxx
io non grido "attenti al nazista".
Dico più modestamente"attenti ai fessi", a prescidere dalla lunghezza delle barbe o dall' intensità dell' olezzo di verbena o eau de fognature che li caratterizza"

commento di Guardate che accoppiata nauseante e subdola..   il 21/03/2007 19.57.29, 79.3.48.xxx
La sua puzza si siede accanto a me prima di lui.
Però mi sento in colpa.

PRIMA IL DISPREZZO TOTALE VERSO UN ESSERE UMANO..

POI IL FINTO PENTIMENTO CHE SERVE AD ABBELLIRSI..
L'ESSERE SUPERIORE CHE SI PENTE DI AVER DISPREZZATO L'INFERIORE E GLI DA' ANCORA UNA CHANCE ELARGENDOLA DALL'ALTO..

commento di Tu sei un cretino...Arrogante e presuntuoso come tutti i cretini..   il 21/03/2007 19.58.27, 79.3.48.xxx
commento di sir alex ferguson il 21/03/2007 19.55.13, 82.49.107.xxx

io non grido "attenti al nazista".
Dico più modestamente"attenti ai fessi", a prescidere dalla lunghezza delle barbe o dall' intensità dell' olezzo di verbena o eau de fognature che li caratterizza"

commento di I fessi esistono..   il 21/03/2007 19.59.52, 79.3.48.xxx
E bosgona parlarci per renderli consapevoli di essere fessi..
E se possibile elevarli dalla loro condizione di fessi..
E infatti come vedi io sto parlando con te..

commento di Povera Giacomina...E' sconvolta...Chialate il telefono azzurro..   il 21/03/2007 20.04.14, 79.3.48.xxx
HA VISTO IL BARBONE PUZZOLENTE DI PRIMA MATTINA..
QUANDO C' AVEVA ANCORA LA PRESSIONE BASSA..
PORELLA..

E neanche Giacomina, che però questa mattina ha avuto modo di apprenderlo, e ha deciso di condividere con noi ciò che ha imparato, raccontandolo in questa sconvolta e sconvolgente testimonianza.

commento di Povera Giacomina..Guardate quant'è buona...   il 21/03/2007 20.06.43, 79.3.48.xxx
La sua puzza si siede accanto a me prima di lui.
Però mi sento in colpa.

Sto disgraziato gli impone la sua puzza de prima mattina,appena fatto colazione e co la pressioen bassa..
E lei ?
Nun è na santa?
Se pente pure dopo ave detto che la sua puzza si siede prima di lui..
Ma famola Santa Giacomina Addolorata Dalle Puzze Dei Barboni..

commento di fuori dal coro   il 21/03/2007 20.07.57, 213.230.129.xxx
senza dubbio gli ebrei ci hanno marciato..ma voi sfiorate l'antisemitismo

commento di Avete ragione...Avete proprio ragione..   il 21/03/2007 20.08.18, 79.3.48.xxx
BISOGNA TENE SEMPRE LA GUARDIA ALTA CON GLI EBREI !!

ED E' QUEL CHE FAREMO !!

ED INSEGNEREMO A FARE !!

Ecco. Adesso andate a casa, sparate una cazzata ai vostri bambini e ditegli: “Questa è una cazzata del Giamba”.

barbara




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26 marzo 2007

PICCOLO PROMEMORIA

Sul dorso della mia mano destra c’è una piccola macchia bianca rotonda: in quel punto, trentasette anni fa, è stata spenta una sigaretta. Il segno è rimasto, e sono contenta che ci sia, perché rappresenta una sorta di vaccinazione: mai, grazie a questo promemoria perpetuo, sono stata colta dalla tentazione di lasciar correre una violenza verbale, mai ho accettato un’arroganza, mai ho giustificato una mancanza di rispetto con la scusa che può capitare a tutti, mai mi è venuto voglia di pensare che forse non succederà più. Mai ho dimenticato che ogni minima cosa tollerata è una chiave per aprire la porta di un inferno peggiore. Mai. E mai, se dovessi un giorno ritrovarmi con un occhio nero, racconterò che è stato il tappo dello spumante: di alibi, io, non sono disposta a fornirne a nessuno.

barbara




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26 marzo 2007

ORRORE SENZA FINE, INFAMIA SENZA FINE

Non bastavano i figli della terrorista, bambini dell’asilo, intervistati da un essere sedicente umano dalla faccia laida che laidamente sorride, orgogliosi della mamma che ha ammazzato un bel po’ di ebrei (NON israeliani, si noti: EBREI). No, non bastava. Per certe fogne a cielo aperto, per certe montagne di sterco, per certe fetide cloache non basta. E arriva dunque il passo successivo: la televisione di Hamas presenta un delizioso vidoclip, interpreti principali la mamma terrorista e la bambina. La mamma stringe qualcosa al seno, e la bambina vorrebbe sapere che cos’è. In una scena successiva la bambina piange, perché la mamma non c’è più, e lei non può addormentarsi senza la favola della buona notte. Ma poi arriva la rivelazione: la mamma si è immolata per ammazzare ebrei, e allora la saggia bambina capisce: ciò che la mamma stringeva al petto era realmente più prezioso dei propri figli. La mamma ha fatto benissimo a fare ciò che ha fatto. La mamma ha indicato una strada che va seguita, e che i suoi figli seguiranno. Il video si chiude sulla scena della bambina che apre un cassetto e ne estrae dell’esplosivo, che stringe amorosamente tra le mani.
E venite a dirmi che è per colpa dell’occupazione che la gente va a farsi esplodere.

barbara

AGGIORNAMENTO (OT, ma non proprio del tutto OT): andate a leggere qui.




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25 marzo 2007

VOI CREDETE AI SEGNI?

Io no. Eppure. L’altra sera, con un movimento maldestro e anche piuttosto assurdo, ho agganciato col manico della borsa una bellissima lattiera, che è caduta ed è andata in mille pezzi. Era un’antica ceramica inglese, che da trent’anni mi seguiva trasloco dopo trasloco, e che qui faceva bella mostra di sé sul mobiletto dell’ingresso, insieme alla teiera e a una tazza, tutte con relativo piattino.
Io non sono una di quelle persone che rompono tutto quello che toccano. Avevo un’amica che dopo otto mesi di matrimonio era quasi arrivata alla fine del secondo servizio da dodici: dodici piatti piani, dodici piatti fondi, dodici piattini da frutta, dodici tazze da tè e dodici sottotazze, dodici tazzine da caffè e dodici sottotazze, dodici bicchieri da acqua, dodici da vino, dodici da liquore. In tutto duecentoquaranta pezzi, tutti distrutti in otto mesi. Io no, le cose che ho rotto in tutta la mia vita le conto su una mano sola. Ma l’altra sera ho agganciato la ceramica inglese e l’ho mandata a pezzi. Ho cercato di consolarmi pensando che nella vita c’è di peggio, dopotutto.
Poi ho saputo che esattamente in quel momento il mio dolcissimo cuginetto Daniele era sotto i ferri: rottura dell’aorta. Era già successo quattro anni fa, e lo avevano ripescato per un pelo, con un intervento di una dozzina di ore seguito da due mesi di sala rianimazione, sempre intubato e sempre sotto morfina. Adesso è peggio. Tredici ore di intervento. Tutte in ipotermia, con timore di conseguenze, anche nel caso che se la cavi. Col cervello rimasto per qualche tempo senza ossigeno, e quindi timore di conseguenze anche lì, anche nel caso che se la cavi. Il caso che se la cavi, hanno detto, ha un dieci per cento di probabilità di verificarsi. Eppure, mi chiedo, il sacrificio di un’antica, quasi-preziosa, ceramica inglese decorata con un bellissimo paesaggio verde bosco non dovrebbe essere sufficiente al dio che presiede alle rotture? Trent’anni, dopotutto, sono un po’ pochi per andarsene, no?



barbara




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24 marzo 2007

24 MARZO, UNA DATA DA RICORDARE

“Durante i lunghi mesi di prigionia ho spesso pensato a come riferire il dolore provocato dalla tortura. E ho sempre concluso che non è possibile riuscirci. È un dolore privo di punti di riferimento, di simboli rivelatori, di segnali d’indicazione. L’uomo viene spostato così rapidamente da un mondo all’altro che non ha modo di attingere a una riserva d’energia per far fronte a tanta scatenata violenza. È questa la prima fase della tortura: cogliere l’uomo di sorpresa, senza consentirgli nessuna istintiva difesa, neppure psicologica. All’uomo le mani vengono chiuse dai ferri, dietro la schiena; gli vengono bendati gli occhi. Nessuno dice una sola parola. L’uomo viene sommerso da una gragnola di colpi. Viene buttato per terra e qualcuno conta fino a dieci, ma non viene ucciso. L’uomo viene condotto a quella che potrebbe essere una branda di telaccia, o un tavolo; viene denudato, irrorato d’acqua, legato alle estremità della branda o del tavolo, braccia e gambe allargate. E comincia l’applicazione delle scariche elettriche. Il quantitativo di elettricità trasmesso dagli elettrodi - o come si chiamano - è regolato affinché faccia male soltanto o bruci, oppure distrugga. È impossibile gridare, si ulula. Quando comincia il lungo ululato dell’uomo, qualcuno con morbide mani gli controlla il cuore, qualcuno ficca una mano nella sua bocca per estrarne la lingua e impedire che l’uomo soffochi. Qualcuno introduce un pezzo di gomma nella bocca dell’uomo per impedire che si morda la lingua o che si distrugga le labbra. Una breve pausa. E poi tutto comincia daccapo. Questa volta accompagnato da insulti. Una pausa. E poi le domande. Una pausa. E poi parole di speranza. Una pausa. E poi insulti. Una pausa. E poi le domande."
La scomparsa, il meccanismo della scomparsa, aveva un suo ben congegnato rituale, sempre pressoché identico. Cambiavano gli uomini, cambiavano i luoghi, ma non la sequenza sequestro-prigionia-tortura. Generalmente strappati dalle loro case nel cuore della notte, i prigionieri venivano buttati sul pavimento di un’automobile, bendati e condotti in luoghi non molto distanti che, quando non erano caserme attrezzate, prevedevano comunque una sala di tortura costituita da una cucina riattata o da un’ampia cella dove potesse essere fatto arrivare un cavo elettrico. Le prime brutali percosse, l’immediata sessione di tortura, erano di rigore per ‘ammorbidire’ i prigionieri, fiaccarne la resistenza e impedire ogni tentativo e persino ogni fantasia di fuga. Tutto doveva dire che c’era stata una cesura irrecuperabile con il mondo di fuori e che nel ‘dentro’ vigevano altre regole, regole assolute, in cui le vittime erano in totale balia dei carnefici. Privato del suo nome e dotato di un numero di identificazione, il detenuto passava a essere un ulteriore corpo che l’apparato del campo era preposto a controllare. Le sue condizioni di prigionia, prima e dopo le sessioni di tortura, erano simili per tutti i prigionieri, in tutti i campi. Razioni di cibo appena sufficienti a mantenersi in vita, manette, cappuccio sulla testa, obbligo a restare immobili per ore, divieto di scambiare una sola parola con gli altri prigionieri, pena ulteriori violenze.
Il sentimento di onnipotenza dei carcerieri ricorre spesso nelle testimonianze rese davanti alla Conadep. Il dottor Liwsky ricorda di aver sentito pronunciare queste parole da uno dei suoi carcerieri: “Noi siamo tutto per te. La giustizia siamo noi. Siamo Dio.” Più avanti cita una frase del generale Ramon Camps, capo della polizia della provincia di Buenos Aires, che si vantava di aver eliminato cinquemila sovversivi: “Solo Dio toglie la vita, ma Dio è occupato altrove, adesso, e siamo noi a doverci sobbarcare questo compito, in Argentina.” Un delirio a cui però veniva razionalmente lasciato libero sfogo, nell'intento di spegnere l'umanità in quelle che dovevano smettere di essere persone. “Qui noi siamo i padroni della vita e della morte” soleva dire il Capitano Jorge Acosta, capo del Gruppo tattico dell'Esma e, rivolto a Graciela Daleo, prigioniera numero 008: “Qui nessuno vive quando vuole né muore quando vuole, 008. Io parlo tutti i giorni con Gesù. Se Gesù mi dice che 008 vivrà, tu vivi. Ma se Gesù mi dice che te ne vai, allora ti diamo un pentonaval e te ne vai” (Le pazze).

Una volta, qualche anno fa, il Corriere ha messo in rete alcune foto di torture durante la dittatura in Argentina. Convinta da sempre che le cose vadano guardate in faccia, sono andata a vederle. In una l’immagine non era chiara, e mi ci sono dovuta soffermare un momento in più: il tempo necessario per rendermi conto che quella “cosa” era stata, una volta, il corpo di una donna. Che quel corpo era ancora vivo. Che quello che si stavano accingendo a farle era molto peggio di ciò che le era stato fatto fino a quel momento. Per due settimane mi sono svegliata la notte urlando.
Ricordiamo anche questo, e poi anche questo.


barbara




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23 marzo 2007

IO, UNICA EBREA CHE VIVE AD AUSCHWITZ

Chiudo – per ora – con questo articolo il tema aperto l’altro ieri con il racconto di Giacomina.

Gli occhi chiari sembrano guardare nel vuoto. In realtà inseguono qualcosa che la donna vede benissimo, la proiezione della memoria e dell'orrore che la invade. La voce ferma e gentile racconta un albero genealogico in cui sono concentrati secoli di ferite europee. «Il passato fa di me una rom ungherese della Transilvania, il presente dice che sono l'unica ebrea di Auschwitz». Prima di lei, l'ultimo si chiamava Gruber, è morto qualche anno fa. Poi il nulla, il nessuno. «Prendere casa a pochi metri dalla porta dell'inferno è stata una scelta volontaria, un atto di ribellione contro chi preferisce dimenticare». E contro chi fa dell'Olocausto un business redditizio. «Essere ebrei e andare a vivere laggiù da soli richiede una forte dose di fede e incoscienza. Eppure, ora che i testimoni spariscono uno dopo l'altro, essere ebrei a Auschwitz è una straordinaria vittoria contro l'oblio».

Si presenta come Chantal, Chantal Maas, ma il vero nome è Cheana. È nata in Romania, a Cluj Napola, cinquantre anni fa. «Mia madre è stata uccisa quando ero bambina, durante il pogrom sovietico. Sono rimasta senza famiglia: nel 1958 mi hanno affidato all'ambasciata belga, così sono cresciuta qui a Bruxelles». Gli studi, un lavoro da giornalista e fotografa, il matrimonio, una figlia e un figlio ora grandi. La vita in una discreta casa nei pressi del parco reale di Laeken, con una banda di cani e gatti che se la spassano d'amore e d'accordo in un giardino arruffato alla stregua del loro pelo. «Il nonno mi ha trasmesso la Shoah come eredità personale senza darmi le istruzioni per l'uso. Ero schiacciata dalle domande e sono andata a cercarmi le risposte». Da principio non intendeva visitare i campi di sterminio. «Avevo paura della mia reazione, non mi sentivo pronta. Immaginavo che sarei diventata aggressiva. Ma non andare sarebbe stato come mancare di rispetto alle vittime». Così un sabato Chantal si è incamminata col suo clarinetto verso lo Stammlager. «Era presto, non c'era un'anima. Il primo incontro l'ho avuto con tre neonazisti davanti ai forni crematori. È stato uno choc. Ancora peggio la reazione dei pochi altri visitatori di fronte alle provocazioni. Abbassavano lo sguardo, che coraggiosi!». Le è parso, in quel momento, che il filo della memoria si stesse sfaldando. S'è chiesta cosa potesse fare se non diventare lei stessa il testimone della tragedia, il piccolo motore della riconciliazione. Lei, «un'ebrea viva ad Auschwitz».

Non ci sono state difficoltà burocratiche. Chantal affitta per duecento euro al mese un piccolo appartamento nel cuore di quella che in polacco si chiama Oswiecim e lì ha trasferito tutto ciò che le era rimasto in Transilvania. «Ho caricato su un furgone ogni cosa, anche quelle di poco valore, doveva essere un viaggio simbolico che marcasse un nuovo inizio». L'otto agosto scorso le è stata riconosciuta la residenza. «Hanno messo su una bella facciata, dicono di essere contenti di avere un'ebrea in città. In realtà io sono il loro alibi: sebbene il primo papa non antisemita fosse di Cracovia, non si può discutere della Shoah con tutti i polacchi, non li fa sentire bene nella loro pelle. Hanno un senso di colpa profondo che cercano di cancellare mettendo in bella mostra la loro martirologia nazionale». Ogni giorno è scandito dalle ossessioni della memoria. «I simboli sono pesanti - confessa Chantal - La terra, le pietre e anche il sole sono impregnate di raccapriccio. Gli odori... Il riscaldamento è a carbone e i fumi saturano l'aria, oggi come allora quando i forni lavoravano a ciclo continuo. Come si può fare la doccia a Auschwitz? Io ci sono riuscita solo due volte». Una vita sospesa, a tratti tormentata dai fantasmi. «Le sere sono tristi, le notti troppo lunghe. Anche quando mi addormento facilmente, mi risveglio all'improvviso fra i sudori. Il silenzio può essere insopportabile. Il più piccolo suono fa sussultare. Sono le associazioni di idee terribili che scattano senza preavviso in questi luoghi». Nessuna minaccia in città, «solo frasi spiacevoli quando capita». Talvolta Cheana si sente gli occhi addosso, «non gli scappa nulla di ciò che faccio». Cerca gli altri ebrei, «perchè non è possibile che non ce ne siano, devono essere nascosti, non si dichiarano perchè hanno paura». Lei, invece, non ne ha. «Non mi fermo davanti a così poco - dice mentre si accende l'ennesima Gitane - Sono i neonazisti che non hanno coraggio. Sanno che non li temo e se ne stanno alla larga, come scandalizzati dall'idea che io sia lì indifesa e pronta al dialogo».

Quando calano le tenebre, Chantal si chiude nell'unica casa ebrea di Auschwitz. Su uno scaffale c'è il menorah, vicino all'entrata è appesa la mezuzzah. Tiene a bada gli spettri che le tentano lo spirito, scrive versi sull'Olocausto, glorifica l'accettazione della cultura degli altri e inveisce contro gli «adulti capricciosi/indifferenti/in cerca di nuovi/giocattoli da demolire». Dà tempo al tempo e «guarda nel suo cuore». Legge, scatta foto che mette su un sito internet (
www.tolerance-au-feminin.com ), ferma pensieri e esperienze su un diario online (est.skynetblogs.be). Lavora a un Piano, al progetto della sua vita: «Vorrei costruire una casa di legno, piccola, come nella tradizione ebraica. Un luogo aperto a tutti, l'antitesi del museo mangiasoldi, dove parlare del senso del giudaismo e confrontare le fedi dell'uomo nel nome della tolleranza». Il business di Auschwitz la disgusta. L'espressione di Chantal si fa ombrosa quando descrive il traffico «senza senso» degli stranieri che arrivano da Cracovia coi tour operator. «Visitano le mostre, guardano i documentari sugli schermi, e quasi non si accorgano di essere in un campo di sterminio». A Birkenau, protesta, «vanno a vedere un set cinematografico, li senti dire "guarda, è qui che hanno girato Schindler's List». Hollywood si mette la coscienza in pace girando pellicole sulla Shoah. Lo stato polacco incassa, si fa pagare le mostre, il parcheggio, le guide...».

Con la sua costruzione di legno questa donna di ferro vuole cambiare il mondo. Ma non ha i soldi. «Ho venduto la casa in Transilvania - confessa - ora cerco i ventimila euro per comprare il terreno». I polacchi non glieli danno, le propongono di creare una fondazione nella quale non potrebbe avere voce in capitolo in quanto straniera. «Non ci sto - sbotta - non gli lascio il controllo. Peccato che, fuori dal paese, nessuno sia ancora andato oltre il sostegno morale». Il sindaco le ha proposto di lavorare al museo. Ha rifiutato. Non ambisce a essere una foglia di fico. Tirerà avanti da sola. «Quando avevo vent'anni non volevo sentire parlare del mio passato - sussurra - Adesso me lo sono preso sulle spalle e ho una bandiera, sono l'unica ebrea in un luogo dove ne sono morti più di un milione. E, viva, sfido chi vuole far finta che non sia successo nulla».
(Marco Zatterin, qui)

“Ho una bandiera”. Non è sempre facile portarla, ma bisogna fare ciò che va fatto, anche quando pesa tanto che le spalle quasi si schiantano.


barbara




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22 marzo 2007

NEONAZISTI

È il titolo di un libro di Michael Schmidt pubblicato da Rizzoli nel 1993. La prima cosa che il libro dimostra è che la qualifica “neo” è del tutto impropria, in quanto non si tratta affatto di un nuovo nazismo, ma sempre di quel nazismo lì, guidato da quelli che all’epoca erano i più giovani ufficiali hitleriani, all’incirca settantenni al momento della stesura del libro. Per scriverlo Schmidt ha avvicinato alcuni dirigenti di movimenti nazisti e ha raccontato che, sentendo tutte le critiche che venivano rivolte loro, gli era venuta la curiosità di conoscerli meglio, di farsi un’idea più precisa, di capire se davvero meritavano tutto il male che si diceva di loro. E loro gli hanno permesso di seguirli per un tempo piuttosto lungo, di fotografarli, registrarli, filmarli: in parte perché il tipo era stato convincente e loro si erano bevuti la storiella, in parte perché erano interessati ad avere, dopo, quando fossero arrivati alla conquista del potere, una documentazione sul prima, sulla strada intrapresa per arrivarci. Qualche tempo dopo, in occasione del compleanno di un’amica, di madrelingua tedesca, avevo pensato di regalarglielo, naturalmente in tedesco, trattandosi di un testo ponderoso e impegnativo. È stato allora che ho scoperto che, nonostante l’autore sia tedesco, di nazionalità e di madrelingua, in tedesco il libro non era mai uscito, perché nessun editore in Germania aveva accettato di pubblicarlo: la prima edizione era uscita in Inghilterra, nella traduzione inglese. Interessante, no? Straordinariamente interessante tutto il libro, comunque, che vi consiglio caldamente di leggere se riuscite ancora a reperirlo da qualche parte. Anche perché non riguarda solo la Germania, ma anche noi. Direttamente. Magari già che ci siete leggete anche “Neonazi” di Yaron Svoray (Mondadori), giornalista ebreo israeliano infiltrato in una banda di neonazisti tedeschi – che ad un certo momento vengono colti da un dubbio e minacciano di tirargli giù i pantaloni – la cui iniziazione consiste nella visione di un filmato in cui una bambina viene stuprata, con tutti gli spettatori che si masturbano e vengono tutti insieme quando alla fine dello stupro la bambina viene uccisa. O yes, perché è così che funziona tra noi uomini veri appartenenti alla razza degli Übermenschen. L’idea di parlarvi di questo libro mi è venuta ieri, leggendo sul Corriere questo articolo. Perché Schmidt nel libro ad un certo punto spiega come mai le incursioni della polizia nei covi dei neonazisti vanno sempre a vuoto: perché ci sono sempre poliziotti amici che li avvertono in tempo (così come ci sono amici militari che li addestrano). L’articolo in questione, di Paolo Valentino, dal titolo “La polizia tedesca si ribella, «L’Olocausto non ci riguarda»”, sottotitolo “No alla lezione sul nazismo: «Basta»” si inquadra perfettamente in questa cornice. “Era andato all'Accademia di polizia di Berlino a raccontare la sua storia, la tragedia di una famiglia divorata dall'Olocausto. Come fa da vent'anni. Lì, nell'istituto dove nascono i futuri tutori dell'ordine repubblicano nella capitale tedesca, ma anche nei ginnasi e nelle scuole militari della Bundeswehr, l'esercito federale, che per il suo impegno lo ha decorato con la croce d'onore d'oro. Ma quella mattina del 27 febbraio scorso, a Isaac Behar, 83 anni, sopravvissuto di Auschwitz, non è stato consentito di parlare. È stata l'intera classe a rivoltarsi. «Non vogliamo ci venga continuamente ricordato che i nazisti hanno ucciso gli ebrei, l'Olocausto non riguarda noi», hanno detto gli allievi-poliziotti». Già: chissà mai chi dovrebbe riguardare. E adesso qualcuno fa anche ipocritamente finta di scandalizzarsi.
P.S.: contrariamente a quanto faccio di solito quando parlo di un libro, questa volta non vi posto l’immagine della copertina, perché in internet non l’ho trovata. Sarà un caso?

barbara




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21 marzo 2007

DICONO GLI EBREI: CHI NON LAVORA DEVE MORIRE

Lo sapevate? No? Beh, neanche io. E neanche Giacomina, che però questa mattina ha avuto modo di apprenderlo, e ha deciso di condividere con noi ciò che ha imparato, raccontandolo in questa sconvolta e sconvolgente testimonianza.

Mi è capitata stamattina. Prendo il bus da Porta San Paolo per il centro. Ore 8.15. Alla prima fermata sale un barbone. La sua puzza si siede accanto a me prima di lui. Dice: “Puzzo” e sorride. Continua: “Sono un barbone puzzolente e mi siedo come un signore”. Mi sembra simpatico e, comunque, spiritoso. Mi offre una cosa che deve essere stata una sciarpa. Gli dico “No, grazie, ne ho già una” e gli mostro quella che ho al collo. E’ una risposta stupida, la più stupida e la più offensiva per uno che ti vuole fare un regalo. Ma ha il merito di troncare la conversazione. Però mi sento in colpa. Forse il ragazzo (è relativamente giovane - sulla quarantina - e parla con inflessione sarda) ha bisogno di chiacchierare un po’. Ma io non me la sento proprio perché non riesco ad immaginarmi quanto sia sballato e la mattina, con la pressione bassa, è meglio che non affronti i pazzi. Guardo fuori dal finestrino e non so ancora che la mia prudenza istintiva mi permetterà di accedere ad una “rivelazione” sconvolgente.
Il Sono-Un-Barbone-Puzzolente comincia a parlare da solo, senza gridare, dando un andamento al discorso che sottolinea i giudizi ma non produce stridii o eccitazione. Un monologo tranquillo, convinto. Riporto quello che dice come me lo ricordo. Cioè molto bene.
“Sono seduto come un signore. Come un signore nel Tempio contro i Farisei. Poi viene Gesù Cristo li manda tutti ‘affanculo. Perciò l’hanno ucciso. Ponzio Pilato, poveraccio, ci ha provato a salvarlo, ma quelli no: uccidetelo, uccidetelo! Ci vogliono uccidere tutti, gli ebrei. Poi i cristiani e gli ebrei hanno fatto pace e sono diventati amici e adesso comandano gli ebrei. I cristiani sono diventati ebrei. Ci ammazzano senza croce. Ci mandano fuori, se non lavoriamo. Lavori? Bene, ti metto sotto. Non lavori? Fuori, barbone! Io sono un barbone e puzzo. Ma gli ebrei puzzano di più. Soldi, soldi, lavoro. Vogliono comandare e hanno vinto. Gli ebrei dicono “chi non lavora deve morire”. Ma io sono un rivoluzionario. Due volte sono rivoluzionario: non lavoro e non rubo. Li ho già fregati. Non lavorerò mai. Io sono l’unico barbone che non ruba. Io non ho mai fatto un giorno di prigione. Io faccio la rivoluzione contro gli ebrei. Non lavoro, non vado in galera e morirò molto vecchio.”
Scende in via del Corso e io mi riascolto il “nastro” del suo soliloquio. Mi sconvolge più di una svastica sul muro di casa.
C’è un protocollo dei Savi di Sion che spiega come gli ebrei faranno morire di fame e di marginalità chi non lavora? E, se c’è, chi gliel’ha raccontato al Sono-Un-Barbone-Puzzolente? E, se non c’è, quanti – barboni o meno – risolvono i problemi passandosi tra loro questo 25° protocollo nel primo giorno di primavera?

Te lo dico io quanti sono, Giacomina: tanti. Tanti che neanche ce lo immaginiamo, perché non tutti hanno lo spudorato “coraggio” del tuo sono-un-barbone-puzzolente. Ho conosciuto un docente universitario che insegnava ai suoi studenti che il primo degli ebrei non vale la merda dell’ultimo dei tedeschi, per dirne una. E potrei dirne tante. Chiunque di noi potrebbe dirne tante. Ed è per questo che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Soprattutto quando portano la maschera di pretesti e “cause”. Mai.

barbara

OT - Molto OT rispetto al post ma collegato ad alcuni commenti voglio dedicare questo alla bellissima città di Trieste e a tutte le sue splendide ragazze (accendere l'audio)




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21 marzo 2007

(come non detto) DISONORE AL DEMERITO



“Mi sono sentito, mi hanno fatto sentire, un prigioniero di Guantanamo”. Così dice il signor Mastrogiacomo in questo interminabile articolo pubblicato dal suo giornale. Dobbiamo dedurne, immagino, che il signor Mastrogiacomo abbia accuratamente visitato e ispezionato Guantanamo, in modo da poter stabilire con piena cognizione di causa il paragone fra quello e la sua condizione, “con le catene che mi stringono le caviglie da 15 giorni”, “muovendomi a scatti per via delle catene che mi impediscono di fare dieci centimetri alla volta”, “, con le catene ai polsi”, “Il calcio del kalashnikov mi colpisce la schiena. Cado a terra. In ginocchio, alzo le mani, mi arrendo. Mi arriva un secondo colpo di kalashnikov sulla testa. Il sangue esce a fiotti, mi impregna la benda degli occhi”, “Sempre chiusi in un ovile, dormendo per terra, un mattone come cuscino, le pulci che ti divorano, le croste di sporcizia che ti si formano sul corpo", “mi indicano il pavimento, mi fanno stendere e poi iniziano a frustarmi con pezzi di tubi di gomma”. Quasi quasi come gli americani, insomma. Ma non proprio proprio uguali: “I Taliban non vogliono fare brutta figura. Vogliono che il mondo sappia che trattano bene i loro prigionieri”. Ecco: lo hanno fatto sentire come a Guantanamo, ma non era proprio brutto come a Guantanamo.
Descrive anche, in questo articolo, l’uccisione dell’autista: “vedo l'autista afferrato da quattro ragazzi, gli spingono la faccia sulla sabbia, gli tagliano la gola e poi continuano, gli tagliano tutta la testa. Lui non riesce ad emettere un solo rantolo. Puliscono il coltello sulla sua tunica, legano la testa mozzata sul corpo, lo trasportano sulla sponda del fiume, lo lasciano andare. Io resto in attesa, mi tremano le gambe”. Nell’articolo pubblicato dal Corriere spiega anche perché gli tremano le gambe: “Ho pensato, adesso tocca a me”. Davvero encomiabile.

barbara




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19 marzo 2007

ONORE AL MERITO

                      

Un collega intervistato alla radio subito dopo il rapimento, ha detto che accadeva spesso che si esponesse troppo. Ha detto che in tempi recenti per ben tre volte aveva rischiato grosso e se l’era cavata per un soffio. Ha detto che chi lo conosce se lo aspettava che prima o poi si cacciasse davvero nei guai. E quindi mi dispiace sinceramente che a causa della sconsideratezza di un uomo siano stati messi in libertà dei terroristi; mi dispiace che – come sicuramente sarà avvenuto – siano stati tirati fuori soldi, nostri beninteso, che andranno a finanziare ulteriore terrorismo; e mi dispiace che un losco figuro abbia, grazie a questo rapimento e al suo culocamiciesco sodalizio coi terroristi, acquistato ancora maggiore visibilità. In tutto questo, però, una cosa la dobbiamo riconoscere: Mastrogiacomo non ha frignato davanti alle telecamere, lui: né per davvero né per finta. Nonostante qualche rischio, probabilmente, lo corresse davvero, lui. Pare anche, stando alle prime notizie, che non si sia lanciato, appena liberato, in lodi sperticate dei bravi ragazzi che lo avevano ospitato in queste due settimane, lui. Il che, visto l’andazzo, è già qualcosa.

barbara




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18 marzo 2007

LA PALESTINA HA DIRITTO DI ESISTERE?

Questa è la domanda, apparentemente provocatoria, che Deborah Fait si pone in questo articolo di qualche giorno fa.

Il Primo Ministro del governo di Unità Nazionale palestinese, il terrorista di hamas Ismail Hanniyeh, non appena annunciata la formazione del suo governo, ha fatto un primo proclama:
"Il governo di Unità nazionale ha l'appoggio degli arabi, dei musulmani e degli europei. Gli europei hanno dato al presidente Abbas la loro fiducia e adesso mi aspetto che ci appoggino finanziariamente e moralmente".

In parole semplici: "Dateci i soldi ! Abbiamo fatto questa pagliacciata solo per voi, europei, solo per convincervi a sganciare i soldi per mantenerci fino alle calende greche".

Quel moralmente, detto dal capo di un'organizzazione terroristica che ha nel suo statuto più di un comma in cui si ordina l'eliminazione dell'entità sionista in ogni centimetro di terra araba, lascia perplessi.
l'Europa, secondo Hannyieh, deve appoggiare questo progetto criminale e lui sa che molti lo farebbero, quindi quel ridicolo, spudorato moralmente viene rivolto da chi non sa cosa sia la morale a chi se ne vuole liberare per procedere alla eliminazione del Paese che in Consiglio europeo è stato definito il più pericoloso per la pace nel mondo.
Il proclama di hamas riassume l'unico disegno politico dei palestinesi, mangiare i soldi dell'occidente (perché i paesi araboislamici sono molto più stitici e non sganciano un dollaro) e ammazzare gli israeliani.
Non esistono altri progetti, economia, progresso sociale, equità, lavoro, libertà sono parole sconosciute e sostituite dalle tre ideologie di sempre: soldi, odio e violenza.
Gli europei, tra qualche ragionevole dubbio ma fortemente pressati da quelli che amano sopra ogni cosa i terroristi e gli inetti, e sappiamo che al Parlamento Europeo ce ne sono molti, si preparano ad aprire i cordoni della borsa e a mantenere questa gente come hanno sempre fatto.
Non importa se è dimostrato, per ammissione dello stesso presidente Abbas, che i soldi vengono usati per finanziare i gruppi terroristici come i 100 milioni di dollari di tasse arretrate pagate da Israele grazie alla promessa che sarebbero stati usati per scopi umanitari.
Non importa. I palestinesi vanno mantenuti, il loro terrorismo va finanziato e l'Europa cui si rivolge Hannyieh, liberata da ogni ritegno grazie alla pagliacciata di un governo di unità nazionale esattamente uguale al precedente, ha facoltà di agire senza il rischio di essere accusata di filoterrorismo.
Prevediamo quindi un diluvio di soldi nelle tasche dei palestinesi che potranno così pagare armi e istruttori militari iraniani desiderosi di addestrare squadroni di terroristi pronti ad attaccare Israele.
Il secondo proclama di Ismail Hannyie è stato più che altro un promemoria per coloro che avessero per caso dimenticato la litania di sempre.
"Non riconosceremo mai il diritto all'esistenza di Israele, non cederemo mai un solo centimetro della terra palestinese. Tutta la terra di Palestina è waqf (patrimonio religioso musulmano) e nessuno ha il diritto di cederla. Noi resteremo fedeli ai nostri principi riguardo alla Palestina".
Ecco.
Tutto come prima e non c'erano dubbi. Le persone sono sempre le stesse nonostante i balletti che fanno per confondere le idee agli europei.
Sono i nipotini di Arafat che si rivolgono ai nipotini di Hitler in Europa, sono quelli che sognano di distruggere Israele e di creare al suo posto uno stato islamico dal Giordano al mare, da aggiungere agli altri 21 del Medio Oriente.
Sono gli stessi che da decenni cercano di ammazzare più ebrei possibile e di obbedire al diktat arafattiano "butteremo gli ebrei in mare e distruggeremo Israele con la pancia delle nostre donne".
È per questo sogno, per Israele un incubo, che tutti gli arabi e anche molti europei appoggiano con forza la condizione irrinunciabile per i palestinesi, il "rientro" dei "profughi", 4 o 5 milioni di arabi che sarebbero il colpo di grazia per Israele, la sua fine come Nazione, come Democrazia, come Popolo.
Profughi inesistenti tra l'altro, profughi del cavolo, perché dopo 60 anni non è più concesso a nessuno di essere profugo.
Non sono più profughi i 50 milioni di europei sradicati dalle loro terre durante la 2 Guerra Mondiale.
Non sono mai stati profughi il milione di ebrei scacciati dai paesi arabi nel 1948 e ancora nel 1967, perché arrivati in Israele sono diventati israeliani, si sono tirati su le maniche e hanno incominciato a lavorare.
Non sono più profughi i 400.000 italiani scacciati da Istria e Dalmazia, anche loro si sono tirati su le maniche e si sono messi a lavorare in Italia o negli altri paesi che li hanno accolti.
Non sono più profughi nemmeno i più recenti, i vietnamiti, anch'essi lavorano e si sono rifatti una vita, molti anche in Israele e i loro figli parlano l'ebraico e fanno i soldati.
Ora io mi chiedo, per quale motivo gli unici profughi al mondo devono essere i palestinesi? Non quei 600.000 fuggiti a causa della guerra proclamata dagli arabi a Israele nel 1948, noooo, i loro nipoti, pronipoti, profughi per diritto ereditario come i figli di re!
Perché gli arabi usciti da Israele durante la guerra di indipendenza non si sono tirati su le maniche come tutti e non si sono messi a lavorare? Perché non si sono rifatti una vita? Perché hanno permesso ai satrapi arabi di rinchiuderli in osceni campi profughi? Perché in 60 anni non sono stati capaci di uscirne? Perché si sono fatti mantenere dall'occidente nemico degli ebrei e lavare il cervello dai loro capi assassini?
Sono stati tenuti dagli arabi in ostaggio per inventare LA COLPA da attribuire a Israele, una colpa inesistente perché tutte le guerre creano profughi, ma che, come il peccato originale, non sarà mai perdonata.
La COLPA di esistere come stato Ebraico.
Sono stati tenuti prigionieri di loro stessi per avere la possibilità di distruggere l'odiato Israele trasformando i nipoti dei profughi di 60 anni fa in bombe umane da far esplodere in mezzo a innocenti israeliani.
Sono stati tenuti reclusi da Arafat e usati anche come riproduttori e i 600.000 di un tempo sono diventati 4 o 5 milioni da far entrare in Israele per procedere alla sua estinzione.
Niente profughi quindi se non creati a bella posta e reinventati generazione dopo generazione per intenerire il cuore ipocrita dell'occidente.
Profughi costruiti nel tempo da quel geniaccio malefico di Arafat, grande conoscitore della psicologia antisemita europea da lui corteggiata e ravvivata con enorme successo.
Arafat, criminale, terrorista, eroe di tutti i criminali del mondo occidentale, che mantenne i palestinesi nei campi solo per poter creare una situazione di odio e ammazzare ebrei senza che il fatto creasse indignazione.
Arafat era perfettamente consapevole che, per il mondo, l'assassinio di ebrei non costituisse reato ma fosse la logica conseguenza della loro Colpa originale, l'essere Ebrei e l'essere andati a vivere in una mai esistita Palestina per creare uno stato democratico, civile, colto, ebraico.
Anatemi questi per gli adoratori del fondamentalismo islamico e per gli ex innamorati di Arafat.
"Israele non ha diritto di esistere" dicono i palestinesi, dicono gli arabi, dicono i musulmani, dicono tanti, troppi europei, anche qualche americano comunista e persino qualche ebreo vigliacco e traditore.
Israele, una democrazia, non ha diritto di esistere e i suoi possibili distruttori vanno affettuosamente appoggiati, capiti e generosamente finanziati.
Bene, io rimando quell'affermazione ai vari mittenti e ripropongo un'altra versione della domanda:
Uno Stato di Palestina, dittatura, terrorista, comandata da assassini e abitata da milioni di potenziali bombe umane...
Una Palestina incapace di creare lavoro e economia, incapace di vivere senza violenza e odio...
Una Palestina mai esistita come nazione e che ha sempre rifiutato di diventarlo preferendo la cultura della morte alla cultura della vita e della libertà...
Una Palestina, inventata di sana pianta dalla fantasia criminale di un dittatore una volta cambiata la Storia a uso e consumo suo personale...
Una Palestina che rifiuta di vivere a fianco di Israele ma che sogna di occuparlo e distruggerlo...
Ha questa Palestina il diritto di esistere?


Deborah Fait

Invito le anime belle, i cosiddetti filopalestinesi, prima di rispondere alla domanda, a chiedersi a quanto ammonta la loro personale responsabilità. Li invito a chiedersi quanto abbia pesato il loro incondizionato appoggio al terrorismo sulla convinzione, che i terroristi si sono fatta, che distruggere Israele e sterminare gli ebrei sia un loro diritto e un legittimo obiettivo. Io sono convinta che se non ci fossero i cosiddetti filopalestinesi a sostenere la cosiddetta causa palestinese, forse non esisterebbe alcuna “causa palestinese” ma esisterebbe, al suo posto, lo stato di Palestina, libero e indipendente. Già, ma allora che scusa ci inventeremmo per inneggiare allo sterminio degli ebrei?

A completamento di quanto detto sopra, vi invito anche a leggere questo articolo e a vedere questo filmato.


barbara




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18 marzo 2007

REGINELLA

Così, senza motivo, solo perché mi piace

Te si fatta 'na vesta scullata,
nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose
stive 'mmiezo a tre o quattro sciantose,
e parlave francese; e accussi?
Fuie l'artriere ca t'aggio 'ncuntrata

fuie l'artriere, a Tuleto, gnorsi.

T'aggio voluto bene a tte

tu m'e' voluto bene a me

mo nun 'nce amammo cchiu',

ma 'e vvote tu

distrattamente

pienze a me!

Regine', quanno stive cu mmico
non magnave ca pane e cerase,
nuie campavamo 'e vase, e che vvase,
tu cantave e chiagnive pe' me...

E'o cardillo cantava cu ttico:

"Reginella 'o vo' bene a 'stu' Re".

T'aggio voluto bene a tte

tu m'e' voluto bene a me

mo nun 'nce amammo cchiu

ma 'e vvote tu,

distrattamente
parle 'e me!

Oi cardillo, a chi aspiette stasera?
Nun 'o vide? aggio aperta 'a caiola,
Reginella e' vulata, e tu vola
vola e canta, nun cchiagnere cca'

t' e' 'a' truva' 'na patrona sincera

ca e cchiu degna 'e sentirte 'e canta'.

T'aggio vuluto bene a tte

tu m'e' voluto a me

mo nun 'nce amammo cchiu,

ma 'e vvote, tu,

distrattamente
chiamme a me!

Versi di Libero Bovio
Musica di G. Lama

(e mi ricordo, oh se mi ricordo!)

barbara




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17 marzo 2007

SEMPRE LA STESSA STORIA, CAZZO!

Cielo terso, sole sfolgorante, e così vado a scuola in gonna di cotone, maglietta di cotone senza maniche, giacchina di lana leggera leggera. C’erano tre gradi sotto zero. Secondo me il sole sfolgorante con tre gradi sotto zero dovrebbe essere vietato per legge, ecco. Senza se e senza ma.

barbara




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17 marzo 2007

LASCIATEMI COMMUOVERE UN PO’

Gerusalemmeoh Gerusalemme!



barbara




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16 marzo 2007

CARITÀ

Lo vedevo quando andavo a trovare i miei: stazionava nei pressi di una zona piena di negozi; stava accoccolato per terra, davanti a lui un cartello con su scritto “Ho fame, aiutatemi”, di fianco a lui una ciotola per le elemosine, sempre vuota, o quasi, al massimo qualche cinquanta lire. Poi un giorno è avvenuto il cambiamento: sia che fosse inciampato in quella banda di altri sfigati, sia che avesse deciso di cambiare strategia, fatto sta che per terra, vicino a lui, è comparso un cesto con quattro cagnetti, e sul cartello davanti a lui la scritta era diventata “Hanno fame, aiutateli”. E la ciotola era sempre piena. Piena di cinquecento lire e di mille lire.

E ricordiamo.

barbara




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15 marzo 2007

LA GUERRA INVISIBILE CONTRO LE DONNE

di Bob Herbert

È un articolo di qualche mese fa. L’ho conservato e adesso lo posto, tanto perché qualcuno non si immagini che, passato l’8 marzo, noi si ritorni a cuccia buone e brave: noi siamo sempre qui, in prima linea, pronte a levare la nostra voce per combattere le ingiustizie e rivendicare i nostri diritti.

Un rapporto pubblicato il mese scorso dalle Nazioni Unite documenta casi di mogli bruciate vive, delitti d'onore, infanticidi di bambine, traffici a fini sessuali, stupri di gruppo utilizzati alla stregua di un'arma in tempo di guerra e molte altre raccapriccianti forme di violenza perpetrata contro le donne. Il rapporto, costituito da una raccolta di molteplici studi provenienti da tutto il mondo, avrebbe dovuto essere considerato l'ultimo dispaccio da quel fronte permanente di guerra che è la guerra contro tutte le donne del pianeta. Invece, i mezzi di informazione hanno accolto il suo sconvolgente contenuto con uno sbadiglio collettivo. L'analogia con una guerra non è un'iperbole. In molte regioni del mondo gli uomini picchiano, torturano, stuprano e uccidono le donne rimanendo impuniti. Negli ultimi anni a Ciudad Juarez, una cittadina messicana situata lungo il confine con il Texas, sono state uccise tra le 300 e le 500 donne, molte delle quali prima di essere ammazzate sono state violentate e mutilate. Nel rapporto dell'Onu si legge che il "fattore cruciale" che ha consentito il ripetersi di questi episodi è il diffuso convincimento che una punizione per questi crimini è altamente improbabile. Ogni anno in India sono migliaia le donne uccise, sfigurate e mutilate - molte delle quali arse vive dopo essere state cosparse di kerosene - da mariti insoddisfatti per l'entità della loro dote o adirati per il loro comportamento. In Etiopia il rapimento e lo stupro di giovani ragazze è un sistema al quale si ricorre quasi comunemente per prendere mogle: in molti casi i genitori della vittima acconsentono poi al matrimonio, ritenendo che una volta violentata, la giovane non avrà alcuna speranza di sposarsi altrimenti. In Pakistan da un punto di vista legale una donna non può dimostrare di essere stata stuprata se quattro giovani "virtuosi" uomini musulmani non testimoniano di avere assistito alla violenza. Senza questi quattro testimoni la donna diventa lei stessa passibile di essere accusata di fornicazione o adulterio. In alcuni casi la violenza sessuale di cui sono vittime le donne si verifica in cifre esorbitanti e nauseanti: si pensi per esempio al Darfur, al Congo, al Sudan e all'ex Yugoslavia. Così si legge nel rapporto delle Nazioni Unite: «L'incidenza della violenza contro le donne nei conflitti armati, in particolare la violenza sessuale e lo stupro, è sempre più spesso riconosciuta e documentata». Nel mondo oltre 130 milioni di giovani e donne vivono con le conseguenze delle mutilazioni genitali, mentre molte altre sono morte per questa barbara usanza. Jessica Neuwirth, presidente di Equality Now, organizzazione internazionale per i diritti delle donne, ha detto: «Chiunque sia stata mutilata conosce qualcuno che per quella stessa mutilazione ha perso la vita. Si muore per emorragia o per infezioni che subentrano più tardi». La forma più diffusa di maltrattamenti contro le donne e le bambine in tutto il mondo è la violenza esercitata su di loro dai loro stessi partner: un'altissima percentuale di donne sono vittime ogni anno, perfino in paesi sviluppati come l'Australia, il Canada, Israele o gli Stati Uniti, dei loro stessi mariti e fidanzati, attuali o ex. Una ricerca sulle giovani donne rimaste vittime negli Stati Uniti ha assodato che l'omicidio è la seconda causa di morte per le ragazze di età compresa trai 15 e i 18 anni, e che il 78 per cento di tutte le vittime di omicidio prese in considerazione dallo studio ha perso la vita per mano di una persona di famiglia o un partner.
Il rapporto ci dice qualcosa che dovremmo già aver compreso, che questa diffusa e dilagante violenza contro le donne, che «sia perpetrata dallo Stato o da suoi rappresentanti, da membri di famiglia o da estranei, nel settore privato come nel pubblico, in tempo di pace o in tempo di guerra», è inaccettabile. Invece, non solo non stiamo facendo nulla per contrastare questa generale distruzione di vite di così tante donne e bambine, ma non stiamo neppure prestandovi la debita attenzione. Esistono movimenti femminili che si battono contro la violenza sulle donne perfino nei Paesi più piccoli, ma sono spesso finanziati in maniera inadeguata e ricevono poco supporto da chi sarebbe nella posizione di poterli aiutare (perfino nell'Afghanistan dei talebani c'erano donne che gestivano scuole clandestine e bambine che rischiavano la vita per poterle frequentare).
C'è stato un tempo nel quale gli attivisti alzavano forte la voce per scuotere le nostre coscienze. Non è troppo tardi: possiamo cominciare riconoscendo che la condizione d'inferiorità nella quale sono tenute le donne e la violenza perpetrata sulle donne e le bambine in tutto il mondo sono una realtà sistematica di fatto e che è giunto il momento di fare qualcosa per porvi rimedio. ("The New York Times" - "L’espresso", traduzione di Anna Bissanti)

Troppe donne nel mondo ancora soffrono; troppe donne nel mondo ancora considerano utopia quelli che per noi sono i diritti minimi acquisiti e scontati. Non dimentichiamolo mai.


barbara

AGGIORNAMENTO OT - ma neanche poi tanto, a ben guardare: andate a vedere questo.




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14 marzo 2007

SICUREZZA?

Sul Corriere di oggi: “Il corrispondente della Bbc Alan Johnston è stato rapito ieri a Gaza mentre rientrava a casa dopo aver lasciato la redazione dell’emittente. Lo hanno riferito fonti della sicurezza palestinese”. Non è un tantino grottesco chiamarla sicurezza?

barbara




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13 marzo 2007

NON CI POSSO CREDERE

Finalmente ho avuto l’occasione di vedere una foto di Riccardo Scamarcio, che in questi giorni ho visto ripetutamente nominato in giro per i blog. Ma veramente veramente veramente ci sono donne a cui piace questa specie di asparaghetto scondito???? Lasciatemelo dire: capire le donne è veramente un’impresa.



barbara




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13 marzo 2007

HAPPY BIRTHDAY TO ME, HAPPY BIRTHDAY TOOO MEEEE!



(si ringrazia per la grafica l'ex alunno Julian, web designer d'eccezione)

barbara




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11 marzo 2007

VITTIME DELLA MAFIA

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

(senza alcun motivo particolare: solo così, perché è giusto farlo)

Il lungo elenco delle vittime di Cosa Nostra in Italia (in ordine cronologico, non esaustivo)

Anni 1890

Emanuele Notabartolo (1 febbraio 1893), ex sindaco di Palermo
, ex direttore generale del Banco di Sicilia.
Emanuela Sansone (1896
)
Antonino D'Alba (1897
), membro della cosca di Falde.
Vincenzo Lo Porto (24 ottobre) (1897
), cocchiere, affiliato alla cosca dell'Olivuzza.
Giuseppe Caruso (24 ottobre) (1897), cocchiere, affiliato alla cosca dell'Olivuzza.


Anni 1900

Giuseppe (Joe) Petrosino (12 marzo 1909), figlio di emigranti, divenne ben presto tenente della polizia di New York, in particolare dell'Italian Legion, cioè gruppi di agenti italiani, a suo giudizio indispensabili per combattere la mafia americana. Stimato da Roosevelt per il suo impegno costante nel cercare di sconfiggere la mafia, allora chiamata Mano Nera, assicurò alla giustizia boss di altro calibro. Capì che la mafia, a New York, aveva le sue radici in Sicilia, tant’è che intraprese un viaggio in Sicilia per infliggerle il corpo mortale.
Luciano Nicoletti ucciso a Corleone (Pa) il (14 ottobre 1905
), contadino socialista, impegnato nelle affittanze collettive per ottenere la gestione delle terre da parte dei contadini.
Andrea Orlando ucciso a Corleone (Pa) il (13 gennaio 1906), medico chirurgo nonché consigliere comunale socialista di Corleone, sosteneva anch'egli le affittanze collettive.


Anni 1910

Lorenzo Panepinto, maestro elementare nonché consigliere comunale socialista a S. Stefano Quisquina, si batteva per i diritti dei contadini contro lo strapotere dei feudatari collusi. Viene ucciso la sera del 16 maggio 1911 in pieno centro di S. Stefano Quiquina (Ag)
Mariano Barbato, esponente di spicco del Partito socialista del tempo, viene ucciso nel 1914.
Giorgio Pecoraro, viene ucciso nel 1914.

Bernardino Verro, sindaco socialista di Corleone si batteva anch'egli per le affittanze collettive, viene ucciso il 3 novembre 1915 a Corleone (Pa).
Giorgio Gennaro, prete non gradito a Cosa Nostra, viene ucciso a Ciaculli (Pa) nel 1916 per aver denunciato il ruolo dei mafiosi nell'amministrazione delle rendite ecclesiastiche.
Giovanni Zangara, dirigente contadino e assessore della giunta socialista a Corleone, viene ucciso il 29 gennaio 1919 a Corleone (Pa).
Costantino Stella, arciprete di Resuttano, era uscito dalla sacrestia e si era dedicato ad importanti attività sociali. Viene accoltellato il 19 giugno per poi morire il 6 luglio 1919 a Resuttano (Cl).
Giuseppe Rumore, segretrario della Lega contadini, viene ucciso il 22 settembre 1919 a Prizzi (Pa).
Alfonso Canzio, presidente della Lega per il miglioramento agricolo, viene ucciso il 19 dicembre 1919 a Barrafranca (En)

Anni 1920

Nicolò Alongi, dirigente socialista e anima del movimento contadino, viene ucciso l'1 marzo 1920 a Prizzi (Pa).
Paolo Li Puma, contadino nonché consigliere comunale socialista di Petralia Soprana, viene uccico nel settembre 1920 a Petralia Soprana (Pa).
Croce Di Gangi, contadino nonché consigliere comunale socialista di Petralia Soprana, viene ucciso anch'egli nel settembre 1920 a Petralia Soprana (Pa).
Paolo Mirmina, combattivo sindacalista socialista, viene ucciso il 3 ottobre 1920 a Noto (Sr)
Antonino Scuderi, segretario della cooperativa agricola nonché consigliere comunale socialista di Paceco, viene uccico il 9 ottobre 1920 a Paceco (Tp).
Giovanni Orcel, segretario dei metalmeccanici di Palermo nonché promotore (assieme ad Alongi) del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano. Era il candidato socialista alla provincia di Palermo quando viene ucciso il 14 ottobre 1920 a Palermo.
Giuseppe Monticciolo, presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo, viene ucciso il 27 ottobre 1920 a Trapani.
Stefano Caronia, arciprete di Gibellina, viene ucciso nel 1920 a Gibellina (Tp).
Pietro Ponzo, viene ucciso nel 1921
Vito Stassi, dirigente del movimento dei contadini, viene ucciso nel 1921 a Piana degli Albanesi (Pa).
Giuseppe Cassarà, viene ucciso nel 1921.
Vito Cassarà, viene ucciso nel 1921.
Giuseppe Compagna, contadino nonché consigliere comunale socialista di Vittoria, viene ucciso il 29 gennaio 1921 a Vittoria (Rg).
Domenico Spatola, parente di Giacomo Spatola, presidente della locale società agricola cooperativa. Viene ucciso nel febbraio 1922 a Pacco (Tp).
Mario Spatola, parente di Giacomo Spatola, presidente della locale società agricola cooperativa. Viene ucciso nel febbraio 1922 a Pacco (Tp).
Pietro Spatola, parente di Giacomo Spatola, presidente della locale società agricola cooperativa. Viene ucciso nel febbraio 1922 a Pacco (Tp).
Paolo Spatola, parente di Giacomo Spatola, presidente della locale società agricola cooperativa. Viene ucciso nel febbraio 1922 a Paceco (Tp).
Sebastiano Bonfiglio, sindaco di Erice nonché membro della direzione del Partito Socialista, viene ucciso l'11 giugno 1922 a Erice (Tp).
Antonino Ciolino, viene ucciso nel 1924.

Anni 1940

Antonio Mancino (2 settembre 1943), carabiniere
Santi Milisenna (27 maggio 1944), segretario della federazione comunista di Enna
Andrea Raia (6 agosto 1944), organizzatore comunista
Calogero Comajanni, guardia giurata, viene ucciso la mattina del 28 marzo 1945 a Corleone (Pa). La sua colpa era stata quella di arrestare un boss in erba del calibro di Luciano Liggio.
Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri, viene ucciso nel 1945 a San Cipirello (Pa).
Calcedonio Catalano, viene ucciso nel 1945.

Nunzio Passafiume (7 giugno 1945), sindacalista
Agostino D'Alessandro (11 settembre 1945), segretario della Camera del Lavoro di Ficarazzi
Calogero Cicero, carabiniere semplice, viene ucciso in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18 settembre 1945 a Palma di Montechiaro (Ag).
Fedele De Francisca, carabiniere semplice, viene ucciso anch'egli in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18 settembre 1945 a Palma di Montechiaro (Ag).
Michele Di Miceli, viene ucciso nel 1945.
Mario Paoletti, viene ucciso nel 1945.
Rosario Pagano, viene ucciso nel 1945
Giuseppe Scalia (25 novembre 1945), segretario della Camera del Lavoro
Giuseppe Puntarello (4 dicembre 1945), segretario della sezione di Ventimiglia (PA) del Partito Comunista
Gaetano Guarino (16 maggio 1946), sindaco socialista di Favara (AG)
Pino Camilleri (28 giugno 1946), sindaco socialista di Naro (AG)
Accursio Miraglia (4 gennaio 1947), sindacalista, segretario della Camera confederale circondariale di Sciacca
Epifanio Li Puma (2 marzo 1948), sindacalista, capolega della Federterra
Placido Rizzotto (10 marzo 1948), ex-partigiano e segretario della Camera del Lavoro di Corleone
Calogero Cangelosi (2 aprile 1948), sindacalista, segretario della Camera del Lavoro di Camporeale

Strage di Portella della Ginestra

11 morti e 56 feriti (1 maggio 1947), contadini celebranti la festa del lavoro

Anni 1950

Salvatore Carnevale (16 maggio 1955), sindacalista
Giuseppe Spagnolo (13 agosto 1955), sindacalista e dirigente politico

Anni 1960

Cataldo Tandoy (30 marzo 1960), ex capo della squadra mobile di Agrigento
Cosimo Cristina (5 maggio 1960), giornalista
Paolo Bongiorno (20 luglio 1960), sindacalista.
Enrico Mattei (27 ottobre 1962), presidente ENI insieme con il pilota e un giornalista inglese

Strage di Ciaculli


Mario Malausa (30 giugno 1963), tenente carabinieri
Silvio Corrao (30 giugno 1963), maresciallo P.S.
Calogero Vaccaro (30 giugno 1963), maresciallo carabinieri
Eugenio Altomare (30 giugno 1963), appuntato carabinieri
Mario Farbelli (30 giugno 1963), appuntato carabinieri
Pasquale Nuccio (30 giugno 1963), maresciallo esercito
Giorgio Ciacci (30 giugno 1963), soldato esercito

Carmelo Battaglia (24 marzo 1966), sindacalista

Anni 1970

Mauro De Mauro (16 settembre 1970), giornalista
Pietro Scaglione (5 maggio 1971), Procuratore capo di Palermo
Antonino Lo Russo (5 maggio 1971), autista di Pietro Scaglione
Giuseppe Russo (20 agosto 1977), tenente colonnello dei carabinieri
Carlo Napolitano (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina
Giuseppe di Fede (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina
Peppino Impastato (9 maggio 1978), speaker radiofonico e animatore culturale
Calogero Di Bona (28 agosto 1979), Maresciallo Ordinario in servizio presso la casa Circondariale Ucciardone di Palermo
Antonio Esposito Ferraioli (30 agosto 1978), cuoco
Filadelfio Aparo (11 gennaio 1979), vice Brigadiere della Squadra Mobile di Palermo
Mario Francese (26 gennaio 1979), giornalista
Michele Reina (9 marzo 1979), segretario provinciale della Democrazia Cristiana
Carmine Pecorelli (20 marzo 1979), giornalista
Giorgio Ambrosoli (12 luglio 1979), avvocato liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona
Boris Giuliano (21 luglio 1979), capo della squadra mobile di Palermo
Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato
Lenin Mancuso (25 settembre 1979), maresciallo morto insieme a Cesare Terranova

Anni 1980

Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), presidente della regione Sicilia
Emanuele Basile (4 maggio 1980), capitano dei Carabinieri
Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di Palermo
Vito Lipari (12 agosto 1980), sindaco DC di Castelvetrano (Trapani)
Vito Jevolella (10 ottobre 1981), maresciallo dei Carabinieri di Palermo
Sebastiano Bosio (6 novembre 1981), medico, docente universitario
Pio La Torre (30 aprile 1982), segretario del PC siciliano
Rosario Di Salvo (30 aprile 1982), autista e uomo di fiducia di Pio La Torre
Gennaro Musella (3 maggio 1982), imprenditore
Paolo Giaccone (11 agosto 1982), medico legale

Strage di via Carini

Carlo Alberto Dalla Chiesa (3 settembre 1982), prefetto del capoluogo siciliano
Emanuela Setti Carraro (3 settembre 1982), moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa
Domenico Russo (3 settembre 1982), agente di polizia

Calogero Zucchetto (14 novembre 1982), agente di polizia della squadra mobile di Palermo
Gian Giacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di punta di Trapani

Mario D’Aleo (13 giugno 1983), capitano carabinieri
Pietro Morici (13 giugno 1983), carabiniere
Giuseppe Bommarito (13 giugno 1983), carabiniere
Bruno Caccia (26 giugno 1983), giudice

Strage di via Pipitone

Rocco Chinnici (29 luglio 1983), capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo
Mario Trapassi (29 luglio 1983), maresciallo dei carabinieri
Salvatore Bartolotta (29 luglio 1983), carabiniere
Stefano Li Sacchi (29 luglio 1983), portinaio di casa Chinnici

Giuseppe Fava, (5 gennaio 1984), giornalista

Giuseppe Spada (14 Giugno 1985), Imprenditore

Strage di Pizzolungo

Barbara Asta (2 aprile 1985), signora morta nell'attentato contro il sostituto procuratore Carlo Palermo, salvatosi miracolosamente
2 figli gemelli di Barbara Asta (2 aprile 1985)

Giuseppe Montana (28 luglio 1985), funzionario della squadra mobile, dirigente della sezione contro i latitanti mafiosi
Ninni Cassarà (6 agosto 1985), dirigente squadra mobile di Palermo
Roberto Antiochia (6 agosto 1985), agente di polizia collega di Ninni Cassarà
Claudio Domino (7 ottobre 1986), bambino di 11 anni che forse aveva assistito ad un sequestro di persona
Giuseppe Insalaco (12 gennaio 1988), ex sindaco di Palermo
Alberto Giacomelli (14 settembre 1988), ex magistrato in pensione
Antonio Saetta (25 settembre 1988), giudice
Stefano Saetta (25 settembre 1988), figlio di Antonio Saetta
Mauro Rostagno (26 settembre 1988), leader della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti, dai microfoni di una televisione locale faceva i nomi di capi mafia e di politici corrotti

Anni 1990

Giovanni Trecroci (7 febbraio 1990), vice-sindaco di Villa San Giovanni

Giuseppe Miano (18 marzo 1990), mafioso pentito
Giovanni Bonsignore (9 maggio 1990) funzionario della Regione Siciliana
Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice
Antonino Scopelliti (9 agosto 1991), giudice
Libero Grassi (29 agosto 1991), imprenditore attivo nella lotta contro le tangenti alle cosche e il racket
Paolo Arena (27 settembre 1991), segretario DC di Misterbianco (CT)
Salvo Lima (12 marzo 1992), uomo politico democristiano
Giuliano Guazzelli (14 aprile 1992), maresciallo carabinieri

Strage di Capaci

Giovanni Falcone (23 maggio 1992), magistrato
Francesca Morvillo (23 maggio 1992), magistrato, moglie di Giovanni Falcone
Antonio Montinari (23 maggio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone
Rocco Di Cillo (23 maggio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone
Vito Schifani (23 maggio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone

Strage di via d'Amelio


Paolo Borsellino (19 luglio 1992), magistrato
Emanuela Loi (19 luglio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino
Walter Cusina (19 luglio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino
Vincenzo Li Muli (19 luglio 1992
), agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino
Claudio Traina (19 luglio 1992
), agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino
Agostino Catalano (19 luglio 1992), agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino


Rita Atria (27 luglio 1992), figlia di un mafioso, muore suicida dopo la morte di Borsellino con il quale aveva iniziato a collaborare
Giovanni Lizzio (27 luglio 1992), ispettore della Squadra Mobile
Ignazio Salvo (17 settembre 1992), esattore, condannato per associazione mafiosa
Paolo Ficalora (28 settembre 1992), proprietario di un villaggio turistico
Gaetano Giordano (10 dicembre 1992), commerciante
Giuseppe Borsellino (17 dicembre 1992), imprenditore, padre di Paolo Borsellino
Beppe Alfano (8 gennaio 1993), giornalista

Strage di via dei Georgofili

Caterina Nencioni (27 maggio 1993), bambina di 50 giorni
Nadia Nencioni (27 maggio 1993), bambina di 9 anni
Angela Fiume (27 maggio 1993), custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni
Fabrizio Nencioni (27 maggio 1993), 39 anni
Dario Capolicchio (27 maggio 1993), studente di architettura, 22 anni

Pino Puglisi (15 settembre 1993), sacerdote impegnato nel recupero dei giovani reclutati da Cosa Nostra
Liliana Caruso (10 luglio 1994), moglie di Riccardo Messina, pentito
Agata Zucchero (10 luglio 1994), suocera di Riccardo Messina, pentito
Domenico Buscetta (6 marzo 1995), nipote di Tommaso Buscetta, pentito
Carmela Minniti (1 settembre 1995), moglie di Benedetto Santapaola, detto Nitto, boss catanese
Giuseppe Montalto (23 dicembre 1995), agente di Custodia del Carcere dell’Ucciardone
Antonio Barbera (7 settembre 1996), giovane di Biancavilla, ucciso in un agguato a diciotto anni per cause ignote
Gaspare Stellino (12 settembre 1997), commerciante, morto suicida per non deporre contro i suoi estortori

In totale le vittime di Cosa Nostra risultano essere approssimativamente più di 5000.

E mancano quelle degli ultimi nove anni e mezzo. Non dimentichiamole.

barbara




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10 marzo 2007

LA MIA AZIENDA STA STIRANDO LE CUOIA

È un esilarante libretto, ad opera di “Enza Consul”, nome spudoratamente e allusivamente inventato, che raccoglie brani di curriculum autentici visionati dagli autori del libro. Ne riporto qualche stralcio, giusto per dare un’idea.

Intestazioni
Caro Studio X, Colendissimo Sign., Deah Sirs, Rispetabile Seletore del personale, Gent.mo Lider, Gentil Sede, Gent.ma Casella Postale, Gent.ma Ricerca del Personale, Gentile catena di negozi.

Esordi
Data la disoccupazione che ormai ci ha infranto su noi giovani, io non ho ancor trovato un lavoro fisso”; “Vi allego un bozzetto del mio curriculum vitae”; “Vi scrivo senza occhiali perché non li trovo più, scusate i ceroglifici”; “Vi rispondo perché ho un nodo alla gola, ovvero sono un po’ indeciso.

Varie
"Senza pregiata Vs. a riscontrare, faccio seguito alla Vs. inserzione di cui al concerne ..." "Se cercate l'uomo dalle uova d'oro l'avete trovato". "Mi soluziona la Vostra offerta. Vi mando un fax simile al mio curriculum". "Io sotoscritto dichiaro di essere assunto con la propria Società, in qualità di ingegniere civ.le laureato presso l'Università di ..., inoltre iscritto all'lbo dell'ingegnieri". "Vivo in un paese retrato dove ci si veste ancora in dialetto, voio venire via". “Le spedisco il mio curriculum. Se non avete buoni motivi per chiamarmi, accetto anche i cattivi”; “Non voglio fare la prima donna (anche perché sono un uomo) ma vi assicuro che uno che conosce il settore come me potete contarvelo sulle dita”; “Sono interessata ad una offerta come segretaria per qualunque Azienda purché abbia la propria sede sulla destra di un incrocio perché avendo da poco fatto la patente non sono ancora abile nella svolta a sinistra”; “Se nel mio curriculum trovate due buchi è perché ho avuto due figlie”; “Volete un venditore coi baffi con pelo e contropelo”.

Stato civile
Ammobigliato, annullato dalla Sacra Rota, costretto mio malgrado a lasciare il celibato, inguaiato, italiano, mollato, nobile, nubile ho solo una storia, orfana di sorella, coniugata con cittadino di Bergamo Italiano, convivente col mio gatto, sono celibe di famiglia, celibe nato con parto naturale, vedova con figlio vedovo, mi son dato al celibato, la mia partner è sposata ma prossima a lasciare quel cornuto di suo marito; mi sono separato poi divorziato poi risposato poi ancora separato, adesso non ci casco più.

Stato di famiglia
La mia famiglia è composta da 4 donne compreso mio figlio; Mia madre da ragazza per poco morì di tonsillite; Il marito di una cugina di mio padre da parte di mio nonno paterno, era ingegnere industriale del ferro.

Nascita
Di natalità sono nato a Bergamo; occasionalmente a Napoli; a casa; sul taxi; in aereo; sul traghetto; in ospedale; da mia madre; ho quarantadue anni, in quanto nato a Vicenza.

Dati fisici
Ho un foruncolo sul naso e un piccolo difetto: peso 160 Kg.; prima mi venivano i balordoni poi da quando non fumo non so più gnanche cosa vogliono dire; sembrava di dovermi operare all’apostata ma invece era un falso allarme, i miei disturbi epatici erano l’alimentazione; bella presenza (sono arrivato secondo al concorso di mister ditta).

Titoli di studio
Laurea in Architettura con Borsa di Studio: per l’esperienza del legno curvato in Finlandia; sono in seminario al 3° anno ma ho chiesto la dispensa. Basta preti; sono ingegnere aeronautico laureato al Policlinico.

Posizione militare
Scomodo, ha da venì, assorti obblighi di leva, ho fatto la guerra del gorfo, appagato, in possesso di congedo assolutamente assoluto, in stato di prelievo militare, possibilità chiamata ma quasi certamente no perché sono raccomandato (alta sfera).

Mi fermo, se no diventa noioso. In risposta ad alcuni commenti al post di sotto: forse quello è inventato, ma non è che ci abbiano lavorato granché di fantasia.

Enza Consul, La mia azienda sta stirando le cuoia, Sperling & Kupfer



barbara




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9 marzo 2007

A PROPOSITO DI CURRICULUM

Un post serissimo dell'amico codadilupo mi ha suggerito l'idea di farne uno, sullo stesso tema, decisamente meno serio (perché ogni tanto bisogna anche tirare il fiato, no?).



barbara




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8 marzo 2007

OTTO MARZO 3

Inizio citando il geniale titolo del geniale amico Ombra: “L'otto m'arzo, il nove m'arimetto seduto”: perché è così, in effetti, che di solito succede. Passo poi a bloggerperfecto che ha dedicato un post a un altro sconvolgente fatto di cronaca. Da lì, seguendo un link, sono arrivata a gentecattiva, che dedica un post all’infibulazione. Così mi è venuta l’idea di riproporvi il post su questo argomento che avevo inserito a suo tempo nei miei ricordi di Somalia. Astenersi stomaci deboli e persone in fase post-prandiale. E con questo chiudo (forse) il discorso.

Le donne, naturalmente, sono infibulate. Tutte. Di solito le statistiche riportano percentuali inferiori, ma solo perché includono anche le donne appartenenti alla nutrita comunità araba, le quali non subiscono l’infibulazione, bensì la “sunna”, consistente in una incisione rituale del clitoride per far uscire sette gocce di sangue: pratica indubbiamente dolorosissima, assurda e inaccettabile, ma comunque non mutilante. Le mutilazioni genitali femminili, va detto, sono tutte di origine preislamica e non sono ordinate dal Corano, che però ne parla e non le proibisce, limitandosi a suggerire, se non ricordo male, di “non tagliare troppo” e dunque, di fatto, le autorizza. Sono praticate, in alcune zone, anche sulle donne cristiane ed ebree; ignoro però se ebrei e cristiani le praticassero anche prima che le terre da loro abitate venissero arabizzate e islamizzate. L’infibulazione è fra tutte la più radicale, consistendo nell’escissione di tutto quello che c’è (clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra), vale a dire di tutto ciò che provoca secrezioni: ciò significa che i rapporti sessuali avvengono praticamente “a secco”, trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla tortura che al piacere. Ma non è tutto. Dopo che tutto il tagliabile è stato tagliato, i due monconi rimasti delle grandi labbra vengono cuciti insieme, ancora sanguinanti, in modo da saldarsi insieme formando un unico blocco, lasciando solo un minuscolo foro. Quindi le gambe vengono strettamente fasciate per facilitare una “corretta” cicatrizzazione. Dopo otto giorni le bende vengono tolte e sulla cicatrice viene fatto scorrere un chicco di mais: se si ferma sul foro lasciato, significa che questo è troppo grande, e allora bisogna tagliare e ricucire di nuovo. Tale foro, di pochi millimetri di diametro, è chiaramente insufficiente a far defluire completamente urina e sangue, che ristagnano all’interno provocando mostruose infezioni. Nel novanta per cento delle donne, mi ha spiegato una dottoressa italiana, la vagina è tutta un’unica piaga purulenta. Al momento del matrimonio il marito ha otto giorni per riuscire ad aprirsi un varco: nel caso non dovesse riuscirci, diventerebbe una sorta di non-uomo, praticamente una morte sociale. Chiaro quindi che ci deve riuscire. Alcuni usano coltelli, lamette, forbici, bastoni: sono i più misericordiosi. Altri hanno invece la presunzione di riuscirci con i “mezzi propri”. E dopo otto giorni di torture finiscono anch’essi, inevitabilmente, per ricorrere a qualche strumento. Il marito, comunque, apre solo lo spazio a lui necessario: al resto provvederà la testa del primo figlio. Impresa tutt’altro che facile, e infatti la fase espulsiva, che nelle donne aperte non arriva a durare mezz’ora, nelle donne infibulate dura almeno due ore, provocando la morte di un gran numero di primipare e di primogeniti. Dopo il parto, almeno le prime due o tre volte, generalmente le donne si ricuciono, da sole o con l’aiuto di un’amica. In alcune zone, mi è stato riferito da donne che ne provenivano, immediatamente dopo il parto la vagina lacera e sanguinante viene cosparsa di sale per far contrarre i tessuti, in modo che il piacere del marito non abbia a risentire della diminuita tonicità dell’organo.
Un cenno particolare, in tutto questo, merita il comportamento di un discreto numero di cooperanti. “Cooperanti” era la nostra qualifica ufficiale, in quanto partecipi del programma di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, ma il nome non tragga in inganno: per stare dove stavamo e fare quello che facevamo, eravamo strapagati. Le donne infibulate, come detto, sviluppano quasi sempre terribili infezioni, che trasformano ogni rapporto sessuale in un’autentica tortura, strappando loro urla strazianti. E la cosa sembrava divertire notevolmente i nostri portatori di civiltà. Capitava abbastanza spesso di udire conversazioni di questo genere:
- Le somale quando scopano urlano!
- E perché?
- Boh, sono abituate così.
Trovavano divertente ed eccitante, i nostri bravi cooperanti, scopare le somale che urlavano. Potendosi, credo, tranquillamente escludere che un uomo non sia in grado di distinguere tra un grido di piacere e un urlo di dolore, se ne deve dedurre che godevano come pazzi per il dolore straziante che provocavano in queste povere donne. Si raccontava anche, come una barzelletta, di quella notte che dalla casa di un professore si è sentito gridare, piangendo: «Professore, professore, il culo no!» Ho sentito la moglie di un cooperante sentenziare severamente: «Non avrebbe dovuto sputtanarlo a quel modo!» e un’altra cooperante ribattere con nonchalance: «Bah, se è un uomo di mondo se ne frega». Vale forse la pena di riflettere che ad ognuna di noi, credo, è capitato di sentirsi rivolgere le richieste più bizzarre e naturalmente, anche di fronte alle più inaccettabili, nessuna si mette a piangere e a gridare. Se lo si fa, immagino, è nel momento in cui il gentile partner, fregandosene del rifiuto, passa alle vie di fatto. Ecco, questo era il livello intellettuale, sociale e morale di un discreto numero di coloro che prendevano una barca di soldi per andare a portare la civiltà nel Terzo Mondo. Fratelli gemelli di coloro che oggi, qui, vanno con le schiave albanesi tredicenni, giustificandosi col fatto che «non sono mica stato io a metterle sul marciapiede» e che «tanto se non ci vado io ci va qualcun altro». Alla faccia della coscienza civile di cui, in altre circostanze, si fanno gran vanto.



barbara

AGGIORNAMENTO: leggere QUI.




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8 marzo 2007

OTTO MARZO 2


(grazie all'amico Marco)

barbara




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CHE UN ATTENTATO DOMANI

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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