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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


21 dicembre 2007

RICORDO DI NATALE

Dev’essere stato quando avevo quattordici anni. Mi hanno detto quest’anno niente regali, non ci sono soldi. E va bene, se non ci sono non ci sono, sono sempre stata una bimba ragionevole, io, e le cose le capivo. E quindi, per non rischiare delusioni, ho cominciato da subito a prepararmi. Forse, ho pensato, troverò solo un sacchettino di caramelle. O forse no, un sacchettino è troppo, forse sarà un pacchetto di Charme’s da cinquanta lire. O forse mi prenderanno qualcosa che mi serve e che mi dovrebbero comprare comunque, per esempio un paio di calzettoni, che quelli che ho sono tutti rattoppati. O qualcosa per la scuola, che tanto prima o poi dovranno comprarmelo lo stesso. Un quaderno, per esempio. O una penna. O una matita, che costa anche meno. L’ultima notte l’ho passata a ripetermi non aspettarti regali non aspettarti sorprese non aspettarti regali non aspettarti sorprese … per non rischiare una dolorosa delusione la mattina. Quando dalle persiane ha cominciato a filtrare la prima luce, incapace di resistere ancora, mi sono alzata e piano piano sono andata a vedere sotto l’albero. Non c’era niente. Non un sacchettino di caramelle, non un pacchetto di Charme’s da cinquanta lire, non un paio di calzettoni da portare al posto di quelli rattoppati, non un quaderno, non una penna, non una matita. Niente. Ho pianto per una settimana intera. Quando poi, a distanza di anni, si riflette e ci si ricorda che i soldi per il vino invece c’erano sempre … Comunque no, non è per questo che odio il natale: fosse tutto qui ci andrei a nozze, col natale.

Con questo vi saluto, ci rivediamo l’anno prossimo.

barbara


20 dicembre 2007

PANCIA MIA FATTI CAPANNA

Dunque, pensavano di dargli 5.6 miliardi di dollari e invece hanno raccolto 7.4 miliardi, tantini ma sempre 3 miliardi di meno di quanto ricevuto da Arafat nel 1993, ben 10 miliardi di verdoni!
Vediamo un po', con quei 10 miliardi, in 7 anni, i palestinesi non sono stati in grado di costruire nemmeno un pollaio per le galline, non hanno saputo neppure asfaltare un paio di strade o riparare le fognature costruite da Israele negli anni dell'occupazione e da loro spaccate a martellate perché la loro cacca andasse tutta a inquinare il mare della Striscia di Gaza.
Con quei 10 miliardi di dollari non hanno saputo creare un solo posto di lavoro, fedeli al loro credo che lavorare stanca e che è molto meglio farsi mantenere.
Con quei 10 miliardi però hanno costruito villone holliwoodiane per i capetti mafiosi, hanno aperto conti in banca in tutto il mondo, hanno permesso alla moglie di Arafat di condurre una vita principesca a Parigi e hanno comprato armi, tante armi, navi intere piene di armi, hanno convinto migliaia di giovani a diventare bombe umane sovvenzionando le loro famiglie, hanno adibito le ambulanze della Mezzalunarossa a "padroncini" porta armi e a "navette" per terroristi.
Hanno speso milioni di dollari per la propaganda che, grazie a loro e alla loro infernale capacità di mentire, fa di Israele il paese più odiato del mondo.
Con quei 10 miliardi e tutti quelli ricevuti in seguito, hanno trasformato Israele in un campo di battaglia in cui i loro terroristi hanno potuto esprimere il meglio della loro demoniaca cultura della morte e soddisfare la voglia di sangue di chi li armava e li mandava a farsi esplodere in mezzo a noi.
Bene , adesso con 7.4 miliardi di dollari distribuiti a casaccio, dove vanno vanno, chi se ne frega, l'importante è che alla fine diano problemi a Israele, potranno armarsi di più e meglio, potranno addestrare altri terroristi, potranno anche dare una mano a hamas per rendere più potenti i loro missili in modo da colpire Israele nel profondo.
Perfetto, non mi aspettavo niente di meglio da Parigi, dopo la schifezza di Annapolis che ha visto un drammatico voltafaccia americano nei confronti di Israele.
In quei giorni girava una vignetta in Israele: il Ku Klux Klan che urlava davanti a un ristorante "vietato l'ingresso agli ebrei e ai negri", poi dopo il discorso della Rice, i cartelli portavano solo lo slogan "vietato l'ingresso agli ebrei".
Una cosa mi ha strappato una grande risata, amara, nel leggere l'elenco di chi godra' di tanto ben di Dio: 115 milioni di dollari verranno assegnati all'UNRWA.
Ma come , disgraziati, ma come, l'UNRWA e' l'organizzazione che , insieme ad Arafat, si è letteralmente bevuta i soldi ricevuti negli anni, è l'organizzazione che ha costretto, insieme ad Arafat, i palestinesi a stare rinchiusi nei campi per usarli come propaganda antiisraeliana e come bombe umane ad orologeria!
Ma come, disgraziatissimi! L'UNRWA è un pozzo nero di corruzione, di aiuti al terrorismo, di impiegati nullafacenti usati solo per aprire le porte a terroristi in fuga e voi, donatori del cavolo, gli date altri milioni di dollari!
Certo, pancia mia fatti capanna! Stanno già facendo le capriole , soldi soldi soldi soldi soldi, hanno ancora una volta turlupinato il mondo!
Ho letto che l'Italia finanzierà la giustizia, la sanità e l'istruzione palestinese. Alloooora, siamo a posto! Non vedremo più soltanto bambini palestinesi sognare islamicamente paradisi di giochi e dolciumi per piccoli martiri assassini, vedremo anche tanti presepi natalizi con Giuseppe-Arafat e Maria-Suha in adorazione del piccolo Gesu-Mohamed al Durra adagiato in una mangiatoia.
Hanno vinto i palestinesi, ha vinto il terrorismo, ha vinto l'arroganza, ha vinto la propaganda, ha vinto la disonestà, ha vinto l'ipocrisia, ha vinto l'odio, ha vinto la paura.
Israele ha perso.
Avete sentito parlare a Parigi, e prima ad Annapolis, di Sderot?
Avete sentito parlare di Gilad Shalit?
Qualcuno si ricorda di Eldad e Udi?
I Paesi donatori, firmando quell'assegno hanno firmato la fine di Israele perché non avremo mai più pace.
Che Dio li perdoni, io certamente no!

Deborah Fait
www.informazionecorretta.com

Deborah non ha toni morbidi: chi la conosce lo sa. Ma chi si nutre di fatti e non di propaganda sa anche che tutto ciò che è scritto in questo articolo è vero, dalla prima all’ultima parola. Una sola cosa contesto all’amica Deborah: non c’è stato nessun voltafaccia americano. Gli Stati Uniti, con Israele, hanno sempre e unicamente perseguito i propri interessi. A volte questi hanno coinciso con l’interesse di Israele, e allora sono stati dalla parte di Israele; altre volte invece no – do you remember le settimane precedenti l’inizio della Guerra dei Sei giorni, per dirne una? – e allora Israele andasse pure a farsi sfottere. È successo anche altre volte, sta succedendo di nuovo: niente di nuovo sotto il sole, cara Deborah, Israele è sola, e non può contare altro che su se stessa.

barbara


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20 dicembre 2007

MOMENTO MAGICO

Una bimba musulmana ha portato l’alberello di plastica e il filo dorato con le palline colorate, io e l’altra bimba musulmana abbiamo lavorato una buona decina di minuti a districare il filo, aggrovigliatissimo: all’inizio con qualche parola, prendi questo, tira di là, poi in silenzio, perché era stata raggiunta la sintonia e ognuna intuiva e assecondava i movimenti dell’altra, armonia di mani che danzavano nell’aria, attorno al filo, intrecciandosi, sfiorandosi, allontanandosi per poi di nuovo incontrarsi. Amo molto questi momenti di lavoro manuale, sospeso il tempo, fuse fisicamente le anime nell’armonia dei movimenti. Era successo anche l’anno scorso, quando con uno di terza ho rimesso a posto una porta uscita dai cardini.
Altre tre bimbe, nel frattempo, trovato l’altro bandolo, si davano da fare a districare il filo dall’altra parte, mentre delle altre alcune guardavano il lavoro e altre se stavano sedute ad aspettare che il lavoro finisse e la lezione riprendesse. I bimbi invece erano intensamente impegnati a fare casino (presso i carri frattanto orzo ed avena i cavalli pascevano aspettando che dal bel trono suo l’alba sorgesse) (e, emulando l’amico Erasmo: ascolto consigliato)

barbara


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19 dicembre 2007

PENA DI MORTE: E ADESSO?

 A tutti quelli che continueranno a impiccare decapitare fucilare lapidare, l’Onu che cosa gli farà?

barbara


18 dicembre 2007

LETTERA INVIATA DA GIACOMINA CASSINA ALL’AUTORITÀ PER LE GARANZIE NELLE COMUNICAZIONI

Egregio Signor Presidente,

Le chiedo che, nella Sua veste di garante della comunicazione pubblicitaria, verifichi con urgenza lo spot (passato su diverse reti televisive nazionali) della Rimmel per promuovere un nuovo rossetto che avrebbe il “50% in più di colore”. Le chiedo, in particolare, di valutare la scena dove si vede un avambraccio maschile con un numero, verosimilmente scritto col rossetto di cui sopra e verosimilmente indicante un numero di telefono. Purtroppo, la marchiatura degli avambracci (trascurabile, in questo caso, la differenza delle tecniche), ricorda a me e a molti che ancora non hanno perso i contatti con la storia, una tragedia ben collocata nel tempo e nello spazio (Europa, pre-1945) in cui, sugli avambracci, venivano tatuati i numeri di serie dei reclusi nei campi di concentramento.

Non so se la creatività del creativo di turno abbia violato una qualche legge o un codice di autoregolamentazione deontologica o altro in materia di pubblicità. Di certo ha fatto sobbalzare chi non può dimenticare che milioni di persone con un numero sull’avambraccio sono state uccise nei forni crematori per il solo fatto di appartenere a quel popolo Ebraico che il progetto criminale nazista intendeva annientare, tra l’indifferenza di troppi benpensanti.

Certa che la Sua sensibilità L’aiuterà a trovare gli strumenti giuridici necessari per intervenire in un caso di messaggio che può istigare all’odio e che, comunque, addolora e avvilisce milioni di persone, resto in attesa che lo spot in questione sia ritirato dal circuito pubblicitario.

Grazie per l’attenzione,

Giacomina Cassina

info@agcom.it

Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
Via delle Muratte, 25 - 00187 Roma
Tel. 06/69644111
Fax. 06/69644926


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18 dicembre 2007

PALESTINA E DINTORNI

Bassam Eid, un uomo coraggioso. Ne avevo già parlato qui, e ora torno a parlarne.

Questa mattina, alle 12.00, il dott. Bassam Eid - direttore del Centro per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah - ha tenuto una lezione ai miei studenti, e a quanti hanno voluto assistervi, presso l'Università di Torino.
L'aula era affollatissima: 200 persone sedute e una cinquantina in piedi.
Il dott. Bassam Eid può essere considerato un pacifista, nel vero senso della parola (non nel senso italiano del termine), o un dissidente, nel senso che non teme di opporsi agli errori/orrori dell'Autorità Palestinese e di Hamas. Per me è semplicemente un uomo coraggioso e forse è per questo che - a parte un giornalista de Il Manifesto (nonostante Bassam Eid veda con estremo sospetto persone come la Morgantini, che peraltro conosce bene) - non c'era nessun giornalista in aula. La censura dell'informazione scomoda in Italia è praticata con perseveranza dalla carta stampata come anche dalle televisioni.
Ascoltare Bassam Eid è un piacere, ridona la speranza in un futuro di pace.
Il dott. Eid non teme di accusare gli Stati arabi per la situazione dei profughi palestinesi, mantenuti nello stato di profughi per gli interessi dei diversi Paesi arabi come anche dell'ONU. Non ha paura di dichiarare gli sperperi dei finanziamenti, la corruzione palestinese, le torture praticate dai palestinesi sui palestinesi, l'incoraggiamento al terrorismo a suon di migliaia di dollari versati alle famiglie palestinesi da Iraq e Iran.
Non teme di risultare politicamente scorretto nel dire che dal 1948 al 1967 i Territori Palestinesi sono stati occupati da Giordania ed Egitto che non hanno mai avuto intenzione alcuna di far nascere uno Stato Palestinese indipendente, né ha timore nel ricordare che - con l'elezione di Hamas - la situazione nei Territori è drammaticamente peggiorata rispetto a quando questi erano amministrati dagli israeliani.
E alla classica domanda sul "muro" risponde che uno Stato [lo Stato d'Israele in questo caso] ha tutti i diritti di difendere i propri cittadini. Allo studente che chiede se la guerra dipende dal problema dell'acqua risponde che l'unico vero problema, in Israele/Palestina, è che l'acqua proprio non c'è: "Non c'è per gli israeliani e non c'è per i palestinesi".
A chi gli chiede cosa pensa del diritto al ritorno dice che quello del diritto al ritorno non può essere motivo del contendere: "Non avverrà mai: i palestinesi profughi non sono interessati, preferirebbero ottenere la cittadinanza dei Paesi in cui ormai vivono da anni. Soltanto i leaders politici insistono sul diritto al ritorno allo scopo di non concludere mai un accordo di pace con Israele. La situazione dei profughi alimenta un mercato entro cui gira troppo denaro: ecco perchè viene mantenuta in vita."
Una studentessa gli chiede quali siano le priorità del popolo palestinese e lui risponde: "Avere un lavoro sicuro, una casa, opportunità d'istruzione per i propri figli e cure sanitarie, come qualsiasi altra persona al mondo. Chi dice 'il muro', 'il ritorno', 'uno Stato' mente: queste sono cose che vogliono i politici, non le persone comuni. Ma tra i politici palestinesi e la gente comune c'è un divario insormontabile".
In chiusura dell'incontro uno studente chiede se l'Europa sarebbe un miglior interlocutore di pace rispetto agli Stati Uniti e Bassam Eid risponde che moltissimi Paesi Europei e i loro Ministri degli Esteri hanno interesse a mantenere in vita il conflitto. D'altra parte i Territori Palestinesi attualmente sono divisi: Gaza con Hamas (che non permetterà mai più libere elezioni) e la Cisgiordania con Fatah. Quale potrebbe essere l'interlocutore degli israeliani? Si può fare una pace a metà?
Dovrà nascere una nuova generazione, capace di liberarsi dei vari "Abu" come dei vari "Ayatollah", e allora la pace si potrà fare non ad Annapolis, non a Camp David, ma in Israele, senza mediatori: solo tra israeliani e palestinesi.
Bassam Eid non è soltanto un uomo coraggioso, ma un uomo capace di sognare. Chissà che il suo sogno non contagi coloro i quali gli stanno intorno. (Daniela Santus)

Ma fino a quando i politici europei – e non solo – preferiranno andare ad abbracciare e baciare terroristi assassini e a stringere mani grondanti di sangue, i sogni di quest’uomo coraggioso – e di tanti altri come lui – non saranno mai altro che sogni.


barbara


17 dicembre 2007

LE DOMANDE FATALI

Se ricordare ha a che fare con il cuore, e rammentare ha a che fare con la mente, rimembrare, allora …?

barbara




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17 dicembre 2007

LA SIGNORA A. E LA “TERAPIA DI BELLA”

È stato quando al cognato della signora A. è stato diagnosticato un cancro al polmone. Irrimediabile, hanno detto subito, in quanto già con metastasi estese, inoperabile, inutile tentare chemio o altro. Prognosi: circa sei mesi di vita. Il figlio, disperato, ha cominciato a portarlo da un luminare all’altro, e con ognuno di loro la diagnosi restava sempre la stessa; quello che cambiava era la prognosi: circa cinque mesi, circa quattro mesi, circa tre mesi … Quando l’attesa di vita era arrivata ad essere di un paio di settimane – si era al culmine dell’affaire Di Bella, ha deciso di fare un estremo tentativo, rivolgendosi a lui. E ha chiesto alla signora A. – è lei che mi ha raccontato tutta la storia – di accompagnarli. Arrivano dunque lì, il simpatico vecchietto li fa accomodare, prende la lastra e la mette sullo schermo luminoso. E la signora A., tecnico di radiologia da vent’anni, fa un salto. Ma poi si dice: si sarà distratto un attimo, adesso se ne accorgerà … E invece no, il signor Di Bella non si accorge di niente, e si appresta a studiare l’immagine. E allora è lei a intervenire: “Ehm, professore … scusi … guardi che la lastra è rovescia …” “Ah, haha, ah sì, che sbadato, haha, è vero, è rovescia, hehe …” E la mette a posto. La studia per qualche momento, poi punta il dito: “Ecco la massa tumorale”. Era il bottone aortico. A questo, per evitare di dare in escandescenze, la signora A. è uscita. Comunque il professor Di Bella ha detto che sì, con il suo metodo il cancro si poteva benissimo curare, con ottime prospettive di successo. E dunque gli ha venduto la “macchina” per praticare la terapia (mezzo milione di lire) e il cocktail di farmaci necessario, e il paziente vi si è applicato diligentemente, secondo le istruzioni. Dopo due settimane è morto, come tutti i medici veri consultati fino a quel momento avevano previsto. Il figlio che, nella vana ricerca di una speranza si era finanziariamente dissanguato, ha provato a riportare la macchina, praticamente nuova, al prof. Di Bella, sperando di avere qualche soldo indietro. Si è sentito rispondere: “Noi non siamo mercanti di roba usata”.

barbara


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16 dicembre 2007

BRUTTA ZOCCOLA!



Ma l’avete vista, l’avete vista quanti capelli ha lasciato fuori dal foulard sta brutta mignottona che non è altro? Meno male che adesso ci penseranno loro a darle una bella scarica di frustate, così impara!
(Foto ripresa dall’archivio fotografico del sito delle donne iraniane, relativa alla lotta contro l’abbigliamento indecente)

barbara


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15 dicembre 2007

COLPA MIA!

Me l’ha detto la miss, che è una collega. A dire la verità non so neanche come si chiami, perché l’hanno sempre chiamata tutti la miss, e tanto basta, a tutti, per identificarla. E dunque questa miss mi guarda e dice: “Dormito poco, eh?” Sì, dico, poco o niente, come al solito. Mi guarda severamente e dice: “Tu ti devi decidere a fare qualcosa! Tu devi prendere medicine omeopatiche! Tu de…” La interrompo: “Io non credo all’omeopatia”. Schizza su, letteralmente isterica: “Allora è colpa tua! Non venirti a lamentare, allora, se non dormi!” Io non mi ero lamentata, a dire la verità. Anzi, non avevo neanche aperto bocca, era stata lei a venirmi a spaccare i maroni in quei cinque minuti di pausa. Strepita ancora un po’, poi mi infilo in uno spiraglio di pausa e dico: “Vedi, è proprio il fatto che perché funzioni bisogna crederci la prova più lampante che è una balla: il cortisone e gli antibiotici non hanno mica bisogno che ci si creda per funzionare”. Strilla ancora più forte: “Non è vero!” E poi: “Ma perché non provi, almeno?” Spiego: “Io ho provato. Non per scelta, dato che non ci ho mai creduto, ma perché vi sono stata praticamente obbligata. Ed è esattamente per questo che so esattamente di che cosa sto parlando”. Ristrilla: “Non è vero! Se non ha funzionato vuol dire che sei andata dal medico sbagliato. Tu devi andare da un omeopata serio …” La interrompo di nuovo: “Senti tesoro, io non metto il naso in quello che credi tu, tu sei liberissima di credere alla befana, all’oroscopo, all’omeopatia, a tutto quello che ti pare. Quindi tu, per cortesia, non cercare di convertirmi alle tue ciarlatanerie”. Come è tipico di chi non ha argomenti e procede per dogmi e oltretutto è anche troppo microcefalo per capire di che cosa si stia parlando, si attacca al dettaglio e comincia a berciare: “Cosa c’entra l’omeopatia con l’oroscopo? No, dimmi che cosa c’entra l’omeopatia con l’oroscopo, avanti, dimmi che cosa c’entra l’omeopatia con l’oroscopo, forza, dimmi che cosa c’entra l’omeopatia con l’oroscopo …” Bene, adesso se non altro, per la prima volta da che è al mondo, avrà uno scopo nella vita: andrà a raccontare urbi et orbi che a scuola sua c’è una folle che confonde l’omeopatia con l’oroscopo.

barbara


14 dicembre 2007

PENSIERINO DELLA SERA

Oggi di nuovo una supplenza per un’ora di ginnastica. Hanno scelto di giocare a hockey. Ad un certo punto uno aveva la palla: ha alzato la mazza (o come altro si chiama: mi perdonino gli esperti, io non lo sono) e si è fermato un attimo per prendere bene la mira. E mentre lui prendeva la mira, un altro gli ha fregato la palla. E io ho pensato: vedi che ho ragione io che sparo sempre subito d’istinto, e a prendere le misure, casomai (molto casomai) ci penso dopo!


"Luna nera" di AFB

barbara


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14 dicembre 2007

TI STUPRANO? CAZZI TUOI

E si perdoni ciò che può apparire un volgare gioco di parole. E purtroppo non lo è.

"Io, violentata nel paradiso dei turisti"
Il dramma di un'italiana alle Maldive


ROMA - Ultima notte di quiete nel paradiso dei turisti tra spiagge bianche, acque limpide e barriere coralline. Poi all'improvviso la violenza. "Sento ancora le sue mani addosso, il cuscino premuto sulla bocca fino a togliermi il fiato per non farmi gridare, mentre quell'uomo mi schiaccia, mi imprigiona col suo peso e mi stupra".
Per una giovane architetta bolognese in vacanza in barca alle Maldive con un gruppo di dieci subacquei il sogno pagato 1300 euro con un biglietto last minute si è trasformato in un inferno. Violentata da un marinaio dell'equipaggio, trattata come una che "ha avuto un brutto sogno", guardata con "indifferenza dalla polizia di Malé tanto lì la violenza contro le donne non è neppure considerato un reato".
Elena, nome, città e mestiere di fantasia per proteggere chi ha già subito troppo, parla con tono pacato ma la rabbia è profonda come la ferita di chi ha subito una doppia violenza. E si sente trattato come una cosa, come un oggetto neppure degno di essere protetto dalla legge, che punisce i ladri ma non gli stupratori. "La violenza mi poteva capitare ovunque, a Milano come a Roma, ma almeno da noi è reato". Un delitto contro la persona dal '96, prima era solo contro la pubblica morale.
Parla, racconta, rivive cercando di mettere una barriera di distacco, senza enfasi, con la lucidità di chi vuole giustizia. Con la concretezza di chi è abituato a girare il mondo, di chi ha viaggiato dall'Africa all'oriente, conosce mondi e tradizioni diverse e non metterebbe mai in imbarazzo chi ha culture opposte. "Tanto che sapendo di essere in un paese musulmano non stavo in costume anche perché facendo quattro immersioni al giorno si viveva praticamente con la muta", dice. Quasi ci fosse bisogno di sottolineare che lei non ha messo in tentazione nessuno, che non cercava avventure. Come se dovesse giustificarsi per aver subito violenza.
"Siamo partiti a fine novembre, ci siamo ritrovati a Malé con la comitiva italiana, tutti appassionati di fondali, e il giorno dopo siamo partiti per la crociera". Ogni giorno un atollo diverso, una barriera nuova accompagnati dal doney, la piccola imbarcazione per le gite con le bombole, oltre alla barca dove dormivano turisti e nove persone di equipaggio.
Una settimana da sogno. Poi la violenza. "Quella notte l'equipaggio maldiviano deve aver bevuto, non ci sono abituati. Verso le quattro di notte mi sveglio, c'è qualcuno nella mia stanza, mi si getta addosso mi preme il cuscino sulla faccia mi violenta senza che riesca a gridare. Quando ce la faccio a divincolarmi scappa nel buio e io finalmente chiamo aiuto".
Accorrono gli altri turisti, ma l'atteggiamento del capitano è ambiguo. "Mi dice: è stato solo un brutto sogno, però si scusa a nome dell'equipaggio e mi chiede di non chiamare la polizia". Ma Elena ha già parlato col console italiano che le ha consigliato di fare la denuncia e con un carabiniere che era in barca si fa portare dalla police a Malè. "Raccolgono la mia versione, mi dicono che tanto lì non c'è una legge per la violenza alle donne, ma io non mi fermo. Voglio giustizia, voglio che tutti sappiano come sono le leggi in certi paesi, cosa può accadere se un tour operator organizza le cose in modo superficiale". (Caterina Pasolini, la Repubblica 14 dicembre 2007)

Grazie al Coon per la segnalazione.


barbara


14 dicembre 2007

ZUBIN, AMORE MIO!

All'ultima pagina della recente autobiografia (La partitura della mia vita, Excelsior 1881) Zubin Mehta pone fra i punti fissi della sua vita in primo luogo Israele. C'è qualcosa di istintivo, di passionale, in un amore che dura ininterrotto dal 1961, e che si può sintetizzare nelle sue stesse parole: "Tra la IPO (Israel Philharmonic Orchestra) e me questa scintilla è scoccata molto presto: ci siamo piaciuti sin dal primo istante". Come in ogni specie d'amore ci sono sempre delle misteriose coincidenze alle quali il maestro indiano sembra credere molto. Ad esempio il fatto di essere nato nel 1936, l'anno nel quale Toscanini inaugurò la IPO, allora chiamata Palestine Philharmonic Orchestra.
E' un amore che va oltre la musica fino alla decisione drastica nei confronti degli artisti che per ragioni politiche o per altro disdicono i loro impegni con Israele: costoro non saranno più invitati da lui in altri Paesi ("non sarebbe compatibile con la mia coscienza"). Ci tiene a dichiarare la sua appartenenza alla religione Parsi (fondata da Zoroastro) ma si sforza di scoprire subito dei nessi con l'apocalittica giudaica nel conflitto fra luce e tenebre. E poi Israele gli ricorda Bombay, dove "tutti parlano sempre contemporaneamente, tutti danno continuamente consigli, tutti hanno opinioni decise su tutto".
In Zubin Mehta c'è un altro aspetto singolare: la capacità di essere in Israele fisicamente nei momenti di maggiore pericolo. Bastano due episodi per rendersene conto. Nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni, il maestro si trova a Portorico, per il Festival Casals. Alla notizia di un possibile conflitto disdice due grossi impegni, a Parigi e Budapest e, dopo uno scalo a Roma, riparte con un aereo da trasporto della El Al: più tardi gli diranno che quelle casse sulle quali si era accovacciato erano cariche di materiale esplosivo. Una settimana dopo ci sarà per lui un doppio motivo di gioia: la strepitosa vittoria israeliana e le nozze dell'amico Barenboim con Jacqueline du Pré (convertita da poco all'ebraismo).
Facciamo un salto al 1991, alla prima guerra del Golfo. Mehta è a Vienna e sta per partire per gli States per dirigere la New York Philharmonic Orchestra. Prende una decisione su due piedi, lascia tutto e pochi giorni dopo lo troviamo a girare per le strade di Tel Aviv con il sindaco Shlomo "Cheech" Lahat, per rassicurare la gente che non c'era nulla di cui si doveva avere paura.
Mehta nutre da sempre una grande passione per Wagner. In Israele non esiste un divieto ufficiale di eseguire la sua musica ma si tratta di una consuetudine che ha le sue buone ragioni. Già la Palestine Philharmonic Orchestra, durante gli orrori della guerra e in considerazione della Shoah, aveva deciso che non avrebbe mai più suonato musica del compositore tedesco. Nel 1981 Zubin Metha diventa protagonista di un episodio che fece nascere polemiche infuocate. Alla fine di un concerto propose il celebre Preludio e morte di Isotta dal Tristan. Le proteste di una parte del pubblico furono aspre al punto che uno spettatore tentò di salire sul palcoscenico ma fu fermato dall'arco del primo violino Chaim Taub. Qualche giorno dopo, rientrando di notte a casa, fu bloccato da un poliziotto perché era passato con il rosso ma, riconosciuto, fu aspramente redarguito solo per la sua fede wagneriana. Ci fu poi un seguito in Parlamento, con la richiesta, da parte di qualche membro, a lasciare per sempre il Paese. Ma negli stessi giorni venne al maestro da parte della IPO la proposta di diventare direttore a vita dell'orchestra. Offerta che ovviamente fu da lui accettata con entusiasmo.
In tanti anni di felice convivenza le perle sono sparse a larga mano. Ne cito una a caso. Nel 1968 Teddy Kolleck, sindaco di Gerusalemme, lo aveva invitato a suonare sul grande piazzale della chiesa della natività di Betlemme, il Requiem di Verdi, avvertendolo però che era possibile, durante il concerto, un attentato terroristico di Al Fatah: Mehta dichiarerà poi di aver avuto, per tutta la serata, la "sgradevole sensazione" che qualcuno gli stesse puntando contro un fucile, senza peraltro trasmettere all'orchestra e al pubblico la sua angoscia.
Fra i tanti virtuosi che si sono esibiti in Israele con Zubin Mehta non si può dimenticare Arthur Rubinstein il quale, poco prima di morire, espresse il desiderio di registrare con lui e la IPO il Concerto n.1 di Brahms, e questo fu l'ultimo disco del celebre pianista.
Nel futuro di Zubin Mehta Israele rimane ancor oggi al primo posto anche se il maestro sente più di ieri la totale "libertà di volare." E di mettersi magari il peperoncino nella cioccolata, come fu visto fare qualche anno fa allo storico Rivoire di Firenze, fra i presenti insieme divertiti e imbarazzati. (Shalom)

Ho sempre adorato Zubin Mehta, d’istinto, senza sapere perché. Bene, adesso lo so!



barbara


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13 dicembre 2007

AD AUSCHWITZ C’ERA LA NEVE

e il fumo saliva lento



Così, perché è sempre il momento giusto per ricordare.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui, grazie a lei.

AGGIORNAMENTO 2: se poi considerate che dai commenti a un post come questo ho dovuto cancellare ben sedici escrementi ...


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11 dicembre 2007

INTEGRAZIONI A CONFRONTO

Ibadete

Ci è arrivata l’anno scorso dal Kosovo, a metà anno scolastico, non sapeva una parola né di tedesco, né di italiano. L’insegnante di sostegno le ha messo a punto un programma per insegnarle un minimo di lingua. Nelle ore che restava in classe studiava il programma preparatole: con la concentrazione, con la determinazione, con la tenacia di chi sta cercando un riscatto ed è ben deciso a trovarlo. Ogni tanto mi fermavo a guardarla, incantata. A fine anno, d’accordo con la famiglia, l’abbiamo bocciata, per darle la possibilità di restare ancora un anno nella scuola dell’obbligo, a imparare ancora un po’ le due lingue e impossessarsi di un minimo di nozioni.
Ieri ho fatto supplenza nella sua nuova classe, per un’ora di ginnastica, e li ho portati in palestra, dove hanno fatto una scatenatissima partita di palla avvelenata, che di tanto in tanto si trasformava in una partita di rugby, con tanto di rissa e ammucchiata, e per tutta l’ora ho avuto agio di guardarla, splendida quindicenne, bella e solare, ampiamente integrata. Perché loro si integrano, eccome se si integrano, quando le forze del male non si coalizzano a mettergli i bastoni tra le ruote.


Flondra

Ci è arrivata quest’anno dal Kosovo, non sapeva una parola né di tedesco, né di italiano. Agli insegnati si rivolgeva dicendo “hallo”. La collega di lettere le ha spiegato che “hallo” si dice agli amici, mentre agli insegnanti si deve dire “Grüss Gott” (saluto in uso in Alto Adige e in Austria, letteralmente qualcosa come “saluto a Dio”) e lei ha risposto che sua madre le ha proibito di salutare così, perché quello è un saluto che fanno i cristiani e lei dunque non deve. A maggio andremo una settimana a Cesenatico, con la classe italiana con cui siamo gemellati: visiteremo cose bellissime, staremo tutti insieme, faremo feste, andremo in spiaggia … Quando, con l’aiuto della compagna albanese, è arrivata a capire di che cosa si trattava, aveva gli occhi che brillavano. Ma qualche giorno dopo mi ha informata che lei non poteva venire. Ieri la classe è uscita un’ora prima e la scuola ha messo a disposizione un autobus perché potessero partecipare al funerale del papà di Raphael. Ma lei è rimasta a scuola, perché in chiesa ci vanno i cristiani, e lei non aveva il permesso di andarci. È sempre da sola, a testa bassa, con la faccia triste. Un po’ di cose, sia in tedesco che in italiano, le ha imparate, ma non parla mai con nessuno. Perché loro non si integrano, col piffero che si integrano quando le forze del male si coalizzano a mettergli i bastoni fra le ruote.

barbara


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11 dicembre 2007

LUI C’ERA

Qualche anno fa avevo postato questa foto,



con qualche parola di commento, in occasione dell’anniversario della strage che aveva colpito, tra gli altri, diversi suoi congiunti. Subito mi è piombato lì un blogger – che ovviamente mi guardo bene dal citare – a dirmi che io non so niente e che non capisco niente, che lui in Algeria ci vive e che le cose non stanno affatto come le presento io, che lui va dove vuole quando vuole come vuole senza il minimo timore. Gli ho chiesto se i duecentomila morti del terrorismo sono una balla. Mi ha risposto che io non so niente e che non capisco niente, che lui in Algeria ci vive e che le cose non stanno affatto come le presento io, che lui va dove vuole quando vuole come vuole senza il minimo timore. (Per inciso questo stesso signore qualche tempo più tardi è intervenuto su un mio commento nel blog di un amico e, senza il minimo nesso con quanto detto da me, ha scritto che io sono “pecora ma proprio pecora in tutti i sensi”. Alla preoccupazione del blogger amico per le mie possibili reazioni ho risposto che non si doveva preoccupare, perché io alle provocazioni reagisco, ma le cacche le scavalco, semplicemente, per non sporcarmi le scarpe. Al che il signore che lui in Algeria ci vive e quindi sa tutto ha replicato chiamandomi “vacca acida” – fatica inutile dato che, vacca o no, a lui non la do. Vabbè. Sempre lui, poi, in altra occasione ha pesantemente attaccato Stefania Atzori, rea di avere messo al mondo “due figlie bastarde” in quanto “di razza mista” – e chiudo l’inciso).
Tutta questa premessa era per dirvi che se per caso oggi avete sentito parlare di un attentato in Algeria con un sacco di morti, probabilmente avete capito male, o hanno capito male quelli della radio e della televisione, o hanno capito male quelli delle agenzie di stampa. Insomma, qualcuno ha capito male e deve essere sicuramente una balla, perché è un fatto che in Algeria non succede niente di ciò che si racconta. Restando comunque fermo il fatto che, come ricorda più sotto il Signore degli anelli, anche se non è successo è comunque colpa del sionismo e dell’occupazione.

barbara


10 dicembre 2007

EVVIVA! CI ARRENDIAMO

Per un pelo non diventavo un terrorista anch'io. Le premesse c'erano tutte. I miei genitori, sopravvissuti entrambi alla guerra grazie a una serie di circostanze avventurose, caddero l'uno nelle braccia dell'altra e mi misero al mondo dopo la Liberazione. Traumatizzati com'erano, io rappresentavo ai loro occhi la prova che poteva ancora esserci una vita, dopo. Fin da piccolo, di conseguenza, fui caricato di aspettative che non potevo soddisfare. Quando non volevo mangiare gli spinaci mi rimproveravano ripetendo: «Cosa avremmo dato nel lager per poter avere della verdura!». Se mi rifiutavo di lasciarmi tagliare i capelli mi raccontavano di come nel lager l'igiene fosse importante e che anche per un solo pidocchio si poteva morire. Quando rincasavo dopo mezzanotte mi toccava la storia del coprifuoco nel ghetto. Se poi uscivo con la ragazza sbagliata - e di giuste non ce n'erano, dal momento che tutti i padri tedeschi avevano prestato servizio nelle SS - mi urlavano: «È forse per questo che siamo sopravvissuti?».
Ma la vergogna e le umiliazioni non cessarono neanche quando i miei genitori incominciarono a lasciarmi relativamente in pace. A palla prigioniera non riuscivo mai a liberarmi e la squadra che mi catturava finiva sempre per stravincere. Ai Giochi della Gioventù non ricevetti neanche un premio di consolazione, e le prime esperienze con le ragazze furono così catastrofiche che divennero imbarazzanti persino i sedili ribaltabili della mia Opel Kadett.
Crescendo, crebbe anche la mia rabbia: rabbia verso i miei isterici genitori, quegli stupidi sgobboni, e rabbia verso i miei amici, che mi chiedevano in prestito i dischi di Armstrong e si portavano a casa le ragazze che arrivavano alla festa con me. Mi arrabbiavo così tanto da provocarmi gastriti che passavano soltanto quando al loro posto subentrava l'asma. E mentre gli altri imparavano a cavarsela con i preservativi, io conoscevo già fin troppo bene i disturbi psicosomatici.
Malgrado tutto, è difficile spiegare a posteriori perché non mi sia mai venuto in mente di diventare terrorista. Lessi I dannati della terra di Frantz Fanon e Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich, ma per fortuna non ebbi modo di conoscere gli scritti di Horst Eberhard Richter e di Margarete Mitscherlich.
Sarei stato il tipico folle che se ne va in giro uccidendo a caso: figlio di genitori squilibrati, solo, disperato, frustrato e carico di tensione come una botte piena di dinamite sul Bounty. Avrei fatto la felicità di ogni assistente sociale e nel mio caso esemplare gli psicoterapeuti avrebbero trovato pane per i loro denti. La «M» del mio nome non stava per Modesto», bensì per mildernde Umstände [circostanze attenuanti, N.d.T.]. Ciò che mi mancava, però, era l'impulso a vendicarmi sul mondo. Non esistevano ancora né Internet né videocamere, e io non sarei sicuramente stato in grado di tagliare la testa a qualcuno, se non altro perché durante la lezione di biologia mi era bastato sezionare un lombrico per sentirmi male.
Non potendo diventare terrorista, non mi rimase altra scelta che fare il giornalista. Un'attività per nulla apprezzata, probabilmente ancora meno di quella del terrorista: quest'ultimo può contare infatti sulla comprensione della società, sul fatto che al momento dell'arresto gli vengano letti i suoi diritti e soprattutto sulla tendenza dell'opinione pubblica a interrogarsi per prima cosa sulle sue presunte motivazioni, chiedendosi se un terrorista avrebbe potuto davvero agire altrimenti e se la responsabilità delle sue azioni non sia forse imputabile più alla società che a lui.
Lo ammetto, sono un po' invidioso dei terroristi. Non tanto per l'attenzione che attirano su di sé, quanto per le pulsioni idealistiche che vengono attribuite o meglio ancora conferite loro. Chi ruba un'auto e a un incrocio provoca un incidente mortale è un delinquente. Chi con una bomba nello zaino fa saltare in aria un bus compreso di passeggeri è un martire, un uomo esasperato, umiliato e disperato a cui non rimanevano alternative. Ciò che più di ogni altra cosa invidio ai terroristi è il rispetto che viene tributato loro. Non appena ne emerge la totale mancanza di scrupoli, scendono in campo fior di esperti pronti a spiegare che si dovrebbe smettere di provocarli, mostrandosi piuttosto aperti al dialogo, disposti a negoziare, a cercare un compromesso e ad aiutarli a salvare la faccia. Perché solo così li si potrebbe riportare alla ragione prima che accada di peggio.
A un simile atteggiamento si dà il nome di appeasement, e proprio di questo mi accingo a parlare.

Dove si dimostra che per parlare seriamente di cose serissime non è affatto necessario scrivere dei mattoni. Io l’ho letto e l’ho goduto, e dunque, poiché vi voglio bene, vi offro l’opportunità di godere anche voi – castamente, così non fate neanche piangere il papa e la Binetti – leggendovi questo serissimo e gioiosissimo libro.

Henryk M. Broder, Evviva! Ci arrendiamo, Lindau



barbara


9 dicembre 2007

ALBERO DELLA LUCE E DELL'AMICIZIA



Mi è stato donato da un'amica che passa di qui, anche se non commenta. E io a mia volta lo dono a tutti gli amici, ebrei e non ebrei, che mi fanno visita.

barbara


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7 dicembre 2007

ULTIMA ORA IN SECONDA B

In tutte le classi, dall’inizio della settimana, sulla cattedra troneggia la “corona d’avvento” – probabile retaggio della chanukkià - con le quattro “candele d’avvento”: la prima settimana ne viene accesa una, la seconda due e così via. Oggi in seconda, dove sono entrata all’ultima ora, oltre alle quattro canoniche, di cui una accesa, ce n’era una quinta al centro, più grande, anch’essa accesa. Ridacchiando divertita dico: “Sono le famose CINQUE candele d’avvento?” Mi arriva, un po’ tremante, la voce di Federico, compunto il viso bellissimo, ereditato dal nonno siciliano: “No, quella è per il papà di Raphael”. Mi blocco, mi irrigidisco: ho capito bene? Lo guardo: sì, i suoi occhi mi dicono che ho capito bene. Chiedo: cosa è stato? Dice: un incidente sul lavoro, con la ruspa.
Ho avuto anche la sorella più grande di Raphael, una bimba dolcissima e tuttavia di una tenacia e una determinazione incredibili. La mamma, piccolina, la faccia da bimba e il pancione che cresceva e cresceva quando Barbara era in prima, tre anni fa. Poi è nato sotto Natale. Un paio di volte è venuto lui a udienza, me lo ricordo bene. Bell’uomo, un po’ sotto i quaranta. Ricordo la figura massiccia, le mani forti, la barba nera come la pece, da Barbablù, e il sorriso grande che improvviso e inaspettato vi si apriva sopra. Adesso non c’è più, precipitato per centocinquanta metri e rimasto sotto la ruspa che durante il volo si è capovolta. E non è neanche morto sul colpo, mi si strizzano le budella a pensare a quando può avere sofferto. E scolari che durante l’ora scherzavano, ridevano. È una bella classe, la mia seconda: educati, disciplinati, interessati, con voglia di lavorare. Un paio un po’ vivaci, ma senza esagerare. E però ridevano e scherzavano. Il papà di un compagno, neanche quarant’anni, morto da ventiquattr’ore in quella maniera orribile, e loro ridevano e scherzavano. Non so, mi ha fatto un effetto strano.

barbara




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6 dicembre 2007

POSSO FARE TUTTO?

Questo post lo avevo messo poco meno di due anni fa. Si tratta di una storia che ricordo bene e della quale un giorno, saltando da un blog all’altro, ho trovato tutta la documentazione, esattamente come la ricordavo, e l’ho immediatamente salvata. Mi è tornata alla mente dopo aver letto questa cosa, e le relative considerazioni, nel blog di Bubu, e ho deciso di riproporlo.

QUELLA CHE SEGUE E' LA REGISTRAZIONE DELL'INTERCETTAZIONE TELEFONICA AVUTA TRA IL SIG. MONCINI, pedofilo italiano di Trieste ED UN AGENTE DEL FBI spacciatosi per procacciatore di bambini.
IL piccolo animale DI CUI PARLANO è MARIA, BAMBINA MESSICANA DI 5 ANNI.
LA TESTIMONIANZA NON HA BISOGNO DI COMMENTI.
MONCINI OGGI E' LIBERO.

MONCINI: Cosa posso fare con questo piccolo animale ?
FBI : Puoi farci tutto quello che vuoi.
Tutto ?....
Tutto.
Posso incatenarla ?
Sì.
Posso farle mangiare la mia merda ?
Non lo so....
Posso pisciarle in bocca ?
Non lo so.
Posso metterglielo nel culo ?
Certo.
Posso frustarla ?
Sì.
Posso infilarle chiodi nei capezzoli ?
Sicuro, tutto quello che vuoi.
Se viene danneggiata, mi aiuti a ripararla ?
Vuoi che muoia ?
Cosa succede se muore ?
Bisognerà trovare il modo di fare sparire il corpo e le prove.
Quanto costerà tutta l'operazione ?
Cinquemila dollari.
Va bene, si può fare.

IL 18 MARZO 1988 MONCINI ATTERRA AL JFK DI NEW YORK CITY DOVE VIENE ARRESTATO DALL'FBI E, PURTROPPO, SUCCESSIVAMENTE ESTRADATO NEL NOSTRO PAESE. IN CASA I CARABINIERI GLI SEQUESTRERANNO MOLTISSIMO MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO. MONCINI SI ERA DISTINTO PER AVERE SUPPORTATO MOLTISSIME INIZIATIVE A FAVORE DELL'INFANZIA.

Ricordo che il signor Moncini aveva già affittato una stanza d’albergo per incontrarsi con “questo piccolo animale”. E aveva noleggiato le telecamere per riprendere le sue esibizioni. Ricordo che varie personalità di spicco della città di Trieste sono intervenute a testimoniare a favore di Moncini, della sua alta moralità, della sua onestà, della sua rettitudine, cosa che ha fortemente favorito la decisione di assolverlo. Non ricordo se fra questi ci fosse anche il sindaco. Ricordo però perfettamente che c’era il vescovo.

barbara


6 dicembre 2007

(LA VUOI SAPERE UNA COSA?)

(la morte no, quella non te la auguro. Ma di graffiarti a sangue fino a strapparti l’ultimo brandello di pelle, di questo sì avrei una voglia smisurata. Di farti male fino a farti urlare e regalare alle mie orecchie il godimento della musica delle tue urla)
(e adesso vieni anche a dirmi, nella tua sconfinata magnanimità, che è meglio che non ci scriviamo più, se mi fa così male. E ancora, ancora non arrivi a capire che il male fatto non si cancella cancellando un nome o un messaggio da uno schermo o da un display. Ancora non sei riuscito a capire che la vita non ha tasti erase, e reset, e “annulla digitazione”, e che per cancellare le ferite bisogna strappare la pelle e la carne, e dopo non resta più niente)
(peggio ancora, non riesci a capire che tu non sei stato per me una proiezione di me, come sono stata io per te. Anzi, direi che non arrivi neppure ad avere abbastanza fantasia da poter immaginare che esistano persone per le quali gli altri sono persone, da vivere come persone, e non mucchietti di bit o specchi al proprio narcisismo, come sono gli altri per te. E non sono stata solo io a fare le spese di questa tua mancanza di immaginazione)
(mi hai chiesto scusa, anche. Quante volte? Per poi ricominciare a giocare a palla con la mia anima: quante volte? Sta scritto nel blog di un’amica: «Non è possibile fare a brandelli una magia e poi aggiustarla come si fa con un cappotto». Vale anche per le anime, e tu ancora non lo sai: quante ne hai fatte a brandelli, oltre alla mia?)
(queste, comunque, sono le ultime parole che sentirai da me. Le leggerai, lo so, perché non puoi stare lontano da qui: si torna sempre sul luogo del delitto, è così che si dice, no? E dunque so che tornerai, e so anche tutte le altre cose che farai, ma d’ora in poi dovrai farle con uno specchio in meno)
(e non ti dico addio, perché non meriti neanche questo)




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5 dicembre 2007

UNA RISPOSTA

anche se la domanda, forse, non l’ha fatta nessuno – non in questi termini, per lo meno. Ed è comunque una risposta promessa a Ugolino.
Capita che, in determinate situazioni, qualcuno – uomo o donna, indifferentemente – chieda e si chieda: “Ma non ti pare di avere reagito in maniera esagerata”? o “Ma perché non hai reagito?” “Ma non era il caso di dirgliene quattro?” “E tu non l’hai denunciato??” Il fatto è che ognuno di noi considera *normali* certe reazioni a certi eventi, ma in realtà, a ben guardare, la normalità non esiste. Esistono, invece, delle necessità apprese. Se capita, per fare un esempio, che all’età di due mesi sei stato massacrato di botte perché hai pianto e poi dopo trenta secondi ti hanno preso in braccio e tu hai smesso di piangere e allora hanno capito che li stavi prendendo per il culo e loro non si fanno prendere per il culo da nessuno perché sono furbi, ecco, tu quelle botte non te le ricordi, però la tua pelle e la tua carne hanno imparato che qualunque cosa ti capiti, in qualunque situazione ti trovi, tu non devi chiedere aiuto, mai, per nessuna ragione al mondo, perché se lo fai la paghi cara, molto cara. E se capita, per fare un altro esempio, che un semplice no, il più logico, il più semplice, il più normale no che mente umana possa immaginare, rischia di costarti la pelle e ti salvi proprio proprio per miracolo, impari che ribellarti non è una cosa da fare. E se si verifica una di quelle situazioni in cui qualunque essere dotato di raziocinio troverebbe *normale* ribellarsi, tu ti rannicchi, sperando che passi. E se non passa pazienza, vorrà dire che creperai: la tua mente non è in grado di trovare alternative. Non in quel momento. Non in quella situazione.
Ognuno, in qualunque situazione si trovi, ci si trova col proprio personale bagaglio di esperienze, quelle vissute consapevolmente e quelle interiorizzate inconsciamente, quelle di cervello e quelle di pancia. Ed entrano in gioco tutte. E va tenuta presente un’altra cosa: c’è chi ha il coraggio di parlare, e c’è chi non se la sente. In quel vecchio post che ho riproposto qualche giorno fa, molte donne hanno scritto “anch’io”. Poi ci sono state altre persone, che ancora non se la sentono di uscire allo scoperto, che mi hanno scritto in privato. Mi si è raccontato di botte. Mi si è raccontato di stupri. Mi si è raccontato di violenze di ogni sorta. Quindi, quando vedete comportamenti e reazioni che non riuscite a spiegarvi, quando vi viene da dire “ma come hai potuto …?!”, quando vi coglie la tentazione di essere severi nei confronti di chi, con le proprie reazioni – o con le proprie non-reazioni – sembrerebbe deludere profondamente le vostre aspettative, ricordatevi sempre di questo: ci sono cose che non sapete. Molte di più di quanto possiate immaginare. Forse un giorno le verrete a sapere, o forse non le saprete mai: fatevene una ragione. L’unica cosa che potete fare per aiutare queste persone, già vittime di violenze inenarrabili, è di provare almeno ad astenervi dal giudicarle.

barbara


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4 dicembre 2007

MI SI INFORMA



che il mio blog è stato candidato al concorso per il blog del mese presso il mitico LibMag. Dice che bisogna andare qui e votare. Beh, come detto nel post di sotto non è che io abbia poteri di strega, ci mancherebbe, sono tutte banalissime coincidenze. Comunque, insomma, vedete voi. Saluti e baci dalla vostra strega preferita

barbara


3 dicembre 2007

TANTO PERCHÉ SI SAPPIA

Una volta, tanti anni fa, ho mandato una maledizione a uno. Poco dopo ha fatto un infarto e ci è rimasto secco. Visto il successo dell’impresa, ho provato a mandarne una a un altro. Risultato: trombosi, invalido per sempre. Il terzo si è beccato un cancro alla vescica, il quarto di nuovo un infarto. Nel bel mezzo di questi meravigliosi accadimenti un giorno mi sono trovata a passare davanti alla casa di quello che aveva tentato di violentarmi a dodici anni, e che per meglio adescarmi si era prima conquistato la mia fiducia spacciandosi per padre di tre bambini – e aveva invece il primo e unico in arrivo. Mi sono fermata, ho guardato per un momento la casa e poi ho detto no, per te morire è troppo poco: a te ti condanno a vivere. Poco dopo si è ammalato. Nessun medico è mai riuscito a diagnosticare, né tanto meno a curare, la sua malattia, e in breve si è ridotto talmente male che poco dopo è stato costretto a lasciare il lavoro, a neanche cinquant’anni.
Naturalmente sono tutte coincidenze: pazzo sarebbe chi pensasse a qualcosa di diverso. Io, comunque, ad ogni buon conto ve lo dico e chi ha orecchie da intendere intenda (gli altri, come al solito, tutti in roulotte).

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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