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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 novembre 2007

A PROPOSITO DI DONNE E DI VIOLENZA

Oggi sono andata a ripescare questo post di circa un anno, fa, per mandarlo all’amica bippì. Nel rileggere i commenti ho trovato – me n’ero dimenticata – che nell’ottantunesimo mi veniva suggerito di farne un post, e nell’ottantaduesimo promettevo di pensarci su. Adesso non ho tempo di tirare fuori i commenti e farne un post fatto bene, quindi vi lascio solo il link e vi invito ad andarlo a leggere, o a rileggere, per gli amici di più antica data. Mentre i commenti procedevano ho avuto l’esatta percezione che stava accadendo qualcosa di “magico”, e oggi, rileggendoli, ho ritrovato la stessa sensazione. Buona lettura.

barbara

AGGIORNAMENTO: la Corte Suprema turca ha stabilito che lo stupro da parte del marito non è reato, e che se la moglie fa resistenza e in conseguenza di ciò il marito la uccide, la pena gli deve essere ridotta a causa della “grave provocazione” (qui, grazie a m.acca).


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29 novembre 2007

SEGNALAZIONE

 

PiMinProgrammazione

e

Comune di Milano

Settore Sport e Tempo Libero

presentano

Accademia Amiata Mutamenti

La Regina dei Banditi

Vita e morte di Phoolan Devi
di Federico Bertozzi
con Sara Donzelli
musiche Carlo Matteschi
immagini video Michele Nanni
regia Giorgio Zorcù

Tratto dalla storia vera di Phoolan Devi
una figura leggendaria e controversa dell’India contemporanea

La Regina dei banditi” interpretato da Sara Donzelli, scritto da Federico Bertozzi e diretto da Giorgio Zorcù è tratto dalla storia vera di Phoolan Devi, detta la Regina dei banditi, una figura leggendaria e controversa dell’India contemporanea, anche se pressoché sconosciuta al pubblico europeo. La sua vicenda esemplare di donna guerriera, costretta suo malgrado alle armi, ha offerto alla compagnia lo spunto per affrontare il tema della violenza subita e del riscatto. La forma teatrale scelta è quella della “narrazione” in cui dominano però un’azione scenica a tutto campo e alcuni momenti di “soggettiva”.

Sabato 1 e Domenica 2 Dicembre h. 21.30

ingresso a 8€ + tessera associativa 2€
l’incasso delle serate sarà devoluto
alla ONLUS Cerchi d’Acqua
cooperativa sociale contro la violenza alle donne


Info e prenotazioni:
www.pimspazioscenico.it - info@pimspazioscenico.it
Via Tertulliano 68, Milano – 02.54102612

Da lui, tramite lei.

barbara


28 novembre 2007

VITA

Chi la odia. Chi la disprezza. Chi la schifa. Chi la sputa come un boccone marcio. Chi se la gioca a dadi per vedere, neanche tanto di nascosto, l’effetto che fa. Chi non sa che farne. E chi la ama. Oltre ogni limite; oltre ogni logica; oltre ogni elementare buon senso. E a volte capita – sì, capita – che quella zoccola lurida infame della vita, accecata da tanto amore, decida persino di ricambiare.
G. Trentasei anni. Un marito musicista: uno di quei meravigliosi, ineffabili eterni bambini che non si può non adorare, ma sui quali è meglio non fare troppo conto. Un bambino biondo di cinque anni, che definire tempestoso è poco. Una stupenda bambina di tre anni, Down. E decide di avere il terzo figlio. Resta incinta. Arrivata all’ottavo mese un giorno – è un venerdì – mentre, facendo la doccia, si passa la mano sul seno, ha l’impressione di sentire un “qualcosa”. Quelle cose che uno dice sì, va bene, di sicuro non sarà niente, ma per ogni evenienza … Il lunedì mattina va all’ospedale, la visitano, verificano, immediatamente la ricoverano e la attaccano alla flebo per provocare le doglie e far nascere la bambina. La quale, povera stella, lo sa benissimo che non è il suo momento, e di nascere proprio non ne vuole sapere: quasi due giorni, ci ha messo. La notte tra martedì e mercoledì finalmente riesce a partorire; il giovedì mattina è già in sala operatoria.
L’ho incontrata oggi pomeriggio, era da secoli che non la vedevo. Stava pedalando in salita, tirandosi dietro uno di quei minuscoli risciò che, almeno da queste parti, sono parecchio diffusi. Dentro, comodamente accoccolate, la bambina Down e la bambina nuova. Pedalava e sorrideva, da sola: sorrideva a se stessa, sorrideva al mondo, sorrideva alla vita – poi, quando mi ha vista, ha sorriso anche a me. Un sorriso da un orecchio all’altro, di quei sorrisi che ti scaldano dentro. Quarant’anni suonati, e pareva una ragazza: una ragazza che ha la vita davanti, una ragazza che sorride alla vita e la vita sorride a lei. Questa sera mi sento un po’ meglio dei giorni scorsi. Vuoi vedere che stanotte riuscirò addirittura a dormire un paio d’ore?

barbara


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27 novembre 2007

PALESTINESI TUTTI TERRORISTI? BEH, NO …

La corruzione è l’eredità che ha lasciato Arafat

Bassem Eid è un quarantottenne palestinese coraggioso che nel 1996, a Ramallah, ha fondato il "Palestinian Human Rights Monitoring Group", che dirige insieme a una dozzina di collaboratori. Non ha avuto una vita facile, ha vissuto nel campo profughi di Shufat, vicino a Gerusalemme, per 13 anni, ma ne accenna brevemente, non ha l'aria di volerne fare un argomento significativo, anzi, da come ne parla, mi sembra molto contrario all'uso politico che dei rifugiati è stato fatto dall'Onu in questi sessant'anni. Ricorda Arafat mai volentieri, un dittatore corrotto, che lo fece arrestare per due giorni quando fondò il suo centro di ricerca. "Mi tennero due giorni in una stanza della Mukata, senza particolari interrogatori", mi dice "volevano capire quali erano le mie idee, e dopo averle ascoltate mi hanno rilasciato, evidentemente erano talmente all'opposto di quelle che formavano l'Olp, che non venni ritenuto pericoloso, tanto sarebbero stati ben pochi a condividerle".
Bassem Eid ha sempre considerato Arafat un ostacolo verso un futuro democratico dei palestinesi, era cresciuto in paesi dittatoriali troppo a lungo per poter essere un leader capace di mantenere gli impegni che pure ad Oslo si era assunto. Lo rilasciarono e lui fondò il suo gruppo per monitorare le violazioni dell'Autorità palestinese, quasi un suicidio, in una società che non tollera la benché minima opposizione. Quel che l'ha mantenuto vivo è la mancanza di un vero pubblico palestinese che possa interessarsi e condividere il suo progetto, le sue idee trovano più ascolto all'estero, dove viene regolarmente invitato da università e istituzioni pubbliche e private, per esprimere quello che secondo lui dovrà essere il futuro dei palestinesi. "Purtroppo la corruzione li ha coinvolti sin dall'inizio della nascita di Israele nel 1948, quando le organizzazioni internazionali hanno costruito dei meccanismi di finanziamento di enorme portata economica, per cui oggi una soluzione del conflitto metterebbe sul marciapiede migliaia e migliaia di funzionari, soprattutto non palestinesi, li priverebbe di alti stipendi che verrebbero a mancare se scomparissero i rifugiati e uno Stato dovesse nascere", mi dice, citando anche a mo' d'esempio il finanziamento, solo uno dei tanti, di 10 milioni di dollari concesso ad Arafat nel 1997 per la riforma del sistema giuridico. Ma di quella somma enorme l'80% andò nelle tasche dei funzionari sotto la voce casa, macchina, stipendio, e la riforma non fu mai fatta. Questo spiega perché i finanziamenti sono sempre arrivati sotto forma di denaro e non attraverso realizzazioni concordate, come scuole, ospedali, ecc. Anche sullo Stato che dovrà nascere ha delle idee originali. "Dovrà essere smilitarizzato per essere pacifico, perché i palestinesi, dai '47 in poi, hanno perso tutte le occasioni, che con si ripresenteranno più. Aveva visto giusto Sharon con il suo piano di separazione, quando guardo a quanto ha saputo fare Israele in questi anni e lo paragono con quello che abbiamo fatto noi, mi prende lo sconforto, abbiamo solo saputo dare la colpa ad Israele". Vive a Gerico, ogni giorno attraversa due checkpoint, uno palestinese e uno israeliano. Gli chiedo cosa ne pensa dei controlli di Tsahal, che sono sovente oggetto di pesanti critiche, e anche qui la sua risposta è sorprendente. "Uno Stato ha il dovere di difendere i pro-pri cittadini, se non ci fossero stati gli attacchi suicidi, i checkpoint non ci sarebbero, come la barriera di sicurezza, non c'è una volontà collettiva di umiliazione, ma solo responsabilità individuali" mi dice, in controtendenza persine con le organizzazioni umanitarie israeliane che non perdono occasione per allinearsi con le posizioni palestinesi più estremiste. "Sono realista, non ottimista, ma non sono un nazionalista, non voglio più vedere sangue, voglio coesistenza, amicizia", conclude, con una critica alla prossima conferenza internazionale di novembre. "Non è con i palestinesi che andrebbe fatta, ma con gli stati arabi, E' soprattutto loro la responsabilità se la pace non c'è ancora".
(Angelo Pezzana, Shalom)

Di persone come Bassem Eid, magari non altrettanto coraggiose ma sicuramente altrettanto convinte che con la realtà di Israele bisogna convivere e che l’unica cosa da fare è cercare il modo migliore per farlo, una volta ce n’erano di più. Molte di più. Poi, uno alla volta, Arafat e i compagni della sua banda li hanno fatti fuori tutti: fisicamente, intendo, non politicamente. Qualcuno sarà certamente sopravvissuto, ma si guarda bene dal manifestare il proprio pensiero: per poterlo fare, oggi, occorre avere la stoffa dell’eroe, come Bassem Eid, appunto. Cerchiamo dunque almeno noi, che ben poco rischiamo a farlo, di non lasciare spegnere la sua voce.



barbara


26 novembre 2007

GIÙ I VELI!

Ho portato dieci anni il velo. Era il velo o la morte. So di cosa parlo.
Dopo il disastro storico del 1979, l'islam e le sue derive occupano un posto eminente nel sistema educativo in Iran. Il sistema educativo nel suo insieme è radicalmente islamizzato. Le sure del Corano e le sue esegesi, gli hadìth, la shari'a, i dogmi islamici, la morale islamica, i doveri islamici, l'ideologia islamica, la società islamica, la visione del mondo islamica sono altrettanti soggetti inesauribili, tutti obbligatori dalla scuola elementare fino all'università, quali che siano le specializzazioni. «A che serve la scienza se non è al servizio dell'islam!» è lo slogan scandito durante l'anno. Da buona allieva, ci fu un tempo in cui avrei potuto diventare imam o ayatollah se, in queste materie, ci fosse stato posto per le donne.
Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita.
Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. Avrei meritato, come qualsiasi essere umano, di essere nata in un Paese democratico, non ho avuto questa fortuna, allora sono nata ribelle.

Presso i musulmani, una ragazza, dalla sua nascita, è un'onta da nascondere poiché non è un figlio maschio. Essa è in sé l'insufficienza, l'impotenza, l'inferiorità... Essa è il potenziale oggetto del reato. Ogni tentativo di atto sessuale da parte dell'uomo prima del matrimonio è colpa sua. Essa è l'oggetto potenziale dello stupro, del peccato, dell'incesto e anche del furto dal momento che gli uomini possono rubarle il pudore con un semplice sguardo. In breve, essa è la colpevolezza in persona, giacché essa crea il desiderio, esso stesso colpevole, nell'uomo. Una ragazza è una minaccia permanente per i dogmi e la morale islamici. Essa è l'oggetto potenziale del crimine, sgozzata dal padre o dai fratelli per lavare l'onore macchiato. Perché l'onore degli uomini musulmani si lava con il sangue delle ragazze! Chi non ha udito delle donne urlare la loro disperazione nella sala parto dove hanno appena messo al mondo una figlia invece del figlio desiderato, chi non ha sentito alcune di loro supplicare, invocare la morte sulla loro figlia o su loro stesse, chi non ha visto la disperazione di una madre che ha appena messo al mondo la sua simile, che le rinfaccerà le sue proprie sofferenze, chi non ha sentito delle madri dire: «Gettatela nella pattumiera, soffocatela se è femmina», per paura di essere pestate o ripudiate, non può comprendere l'umiliazione di essere donna nei Paesi musulmani.

Nei Paesi musulmani, malgrado il velo delle donne, lo stupro e la prostituzione fanno danni. La pedofilia è molto diffusa perché, se la relazione sessuale, non coniugale, tra due adulti consenzienti è proibita e severamente punita dalle leggi islamiche, nessuna legge protegge i bambini. Ci sono abbastanza bambini abbandonati a se stessi, in questi Paesi, per fare le spese degli impellenti bisogni sessuali degli uomini.

“Giù i veli!” è un libretto smilzo ma ricco: ricco di informazioni, ricco di riflessioni, ricco di esperienza dall’altra parte: da dietro il velo; scritto in una prosa asciutta, a tratti anche aspra, perché aspra è la realtà di cui si occupa. Ed è anche un duro e severissimo atto d’accusa nei confronti di certi intellettuali occidentali che insistono, firmano, presentano petizioni, che parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto, che non smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri, pronti a tutto per avere il loro nome in fondo a un articolo di giornale.
E adesso che ve l’ho detto, andate a comprarlo e sbrigatevi a leggerlo.

Chahdortt Djavann, Giù i veli!, Lindau



barbara


26 novembre 2007

INTERMEZZO

Ma a voi è mai capitato di tirarvi da soli un calcio su un dito della mano, talmente potente che dopo tre giorni avete ancora il dito dolorante e mezzo scorticato?

barbara


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25 novembre 2007

INFIBULAZIONE

Credo che oggi sia il giorno giusto per riproporre questo vecchio post proposto a suo tempo come parte dei miei ricordi di Somalia. 

Le donne, naturalmente, sono infibulate. Tutte. Di solito le statistiche riportano percentuali inferiori, ma solo perché includono anche le donne appartenenti alla nutrita comunità araba, le quali non subiscono l’infibulazione, bensì la “sunna”, consistente in una incisione rituale del clitoride per far uscire sette gocce di sangue: pratica indubbiamente dolorosissima, assurda e inaccettabile, ma comunque non mutilante. Le mutilazioni genitali femminili, va detto, sono tutte di origine preislamica e non sono ordinate dal Corano, che però ne parla e non le proibisce, limitandosi a suggerire, se non ricordo male, di “non tagliare troppo” e dunque, di fatto, le autorizza. Sono praticate, in alcune zone, anche sulle donne cristiane ed ebree; ignoro però se ebrei e cristiani le praticassero anche prima che le terre da loro abitate venissero arabizzate e islamizzate. L’infibulazione è fra tutte la più radicale, consistendo nell’escissione di tutto quello che c’è (clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra), vale a dire di tutto ciò che provoca secrezioni: ciò significa che i rapporti sessuali avvengono praticamente “a secco”, trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla tortura che al piacere. Ma non è tutto. Dopo che tutto il tagliabile è stato tagliato, i due monconi rimasti delle grandi labbra vengono cuciti insieme, ancora sanguinanti, in modo da saldarsi insieme formando un unico blocco, lasciando solo un minuscolo foro. Quindi le gambe vengono strettamente fasciate per facilitare una “corretta” cicatrizzazione. Dopo otto giorni le bende vengono tolte e sulla cicatrice viene fatto scorrere un chicco di mais: se si ferma sul foro lasciato, significa che questo è troppo grande, e allora bisogna tagliare e ricucire di nuovo. Tale foro, di pochi millimetri di diametro, è chiaramente insufficiente a far defluire completamente urina e sangue, che ristagnano all’interno provocando mostruose infezioni. Nel novanta per cento delle donne, mi ha spiegato una dottoressa italiana, la vagina è tutta un’unica piaga purulenta. Al momento del matrimonio il marito ha otto giorni per riuscire ad aprirsi un varco: nel caso non dovesse riuscirci, diventerebbe una sorta di non-uomo, praticamente una morte sociale. Chiaro quindi che ci deve riuscire. Alcuni usano coltelli, lamette, forbici, bastoni: sono i più misericordiosi. Altri hanno invece la presunzione di riuscirci con i “mezzi propri”. E dopo otto giorni di torture finiscono anch’essi, inevitabilmente, per ricorrere a qualche strumento. Il marito, comunque, apre solo lo spazio a lui necessario: al resto provvederà la testa del primo figlio. Impresa tutt’altro che facile, e infatti la fase espulsiva, che nelle donne aperte non arriva a durare mezz’ora, nelle donne infibulate dura almeno due ore, provocando la morte di un gran numero di primipare e di primogeniti. Dopo il parto, almeno le prime due o tre volte, generalmente le donne si ricuciono, da sole o con l’aiuto di un’amica. In alcune zone, mi è stato riferito da donne che ne provenivano, immediatamente dopo il parto la vagina lacera e sanguinante viene cosparsa di sale per far contrarre i tessuti, in modo che il piacere del marito non abbia a risentire della diminuita tonicità dell’organo.
Un cenno particolare, in tutto questo, merita il comportamento di un discreto numero di cooperanti. “Cooperanti” era la nostra qualifica ufficiale, in quanto partecipi del programma di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, ma il nome non tragga in inganno: per stare dove stavamo e fare quello che facevamo, eravamo strapagati. Le donne infibulate, come detto, sviluppano quasi sempre terribili infezioni, che trasformano ogni rapporto sessuale in un’autentica tortura, strappando loro urla strazianti. E la cosa sembrava divertire notevolmente i nostri portatori di civiltà. Capitava abbastanza spesso di udire conversazioni di questo genere:
- Le somale quando scopano urlano!
- E perché?
- Boh, sono abituate così.
Trovavano divertente ed eccitante, i nostri bravi cooperanti, scopare le somale che urlavano. Potendosi, credo, tranquillamente escludere che un uomo non sia in grado di distinguere tra un grido di piacere e un urlo di dolore, se ne deve dedurre che godevano come pazzi per il dolore straziante che provocavano in queste povere donne. Si raccontava anche, come una barzelletta, di quella notte che dalla casa di un professore si è sentito gridare, piangendo: «Professore, professore, il culo no!» Ho sentito la moglie di un cooperante sentenziare severamente: «Non avrebbe dovuto sputtanarlo a quel modo!» e un’altra cooperante ribattere con nonchalance: «Bah, se è un uomo di mondo se ne frega». Vale forse la pena di riflettere che ad ognuna di noi, credo, è capitato di sentirsi rivolgere le richieste più bizzarre e naturalmente, anche di fronte alle più inaccettabili, nessuna si mette a piangere e a gridare. Se lo si fa, immagino, è nel momento in cui il gentile partner, fregandosene del rifiuto, passa alle vie di fatto. Ecco, questo era il livello intellettuale, sociale e morale di un discreto numero di coloro che prendevano una barca di soldi per andare a portare la civiltà nel Terzo Mondo. Fratelli gemelli di coloro che oggi, qui, vanno con le schiave albanesi tredicenni, giustificandosi col fatto che «non sono mica stato io a metterle sul marciapiede» e che «tanto se non ci vado io ci va qualcun altro». Alla faccia della coscienza civile di cui, in altre circostanze, si fanno gran vanto.

E capita, sì, anche a questo proposito, di sentirsi dire dalle persone politicamente corrette e rispettose della "diversità", che "sono cose delicate" e che "dopotutto è la loro cultura" e che "come si fa ad andargli a dire che non va bene" e che "ma noi con che diritto ...?" eccetera eccetera. E loro, intanto, continuano ad essere condotte al macello.

barbara


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25 novembre 2007

PER SOLE DONNE

 Ho cinquantasei anni, come sa chi mi conosce. Sono cresciuta in tempi in cui le donne che guidavano si contavano sulle dita, e se per la strada si vedeva un’auto parcheggiata male potevi giurarci che immediatamente partiva il coro “Scommettiamo che è una donna?”. Sono cresciuta col vicino di casa che non è mai riuscito a capacitarsi che mio padre mi facesse studiare, visto che tanto poi, essendo una donna, dovevo sposarmi e stare a casa a fare figli. Sono cresciuta con le mamme delle mie amiche e compagne di scuola – in classi rigorosamente femminili alle elementari e alle medie - che nella quasi totalità facevano le casalinghe. Sono cresciuta sentendo dire in famiglia – e in molte altre famiglie – “sta’ zitta tu che sei una donna”. Sono cresciuta sentendo dire che noi non siamo affidabili perché abbiamo il ciclo che ci rende instabili, che il nostro unico posto adatto è a casa a fare la calza e pulire il culo ai bambini, che il nostro unico valore è quello di avere un buco in cui infilarsi.
Sono cresciuta combattendo contro branchi di maschi stronzi, bastardi e deficienti: con le unghie, coi denti – e non metaforicamente; all’occorrenza anche a calci sui coglioni – neanche questi metaforici. Sono andata avanti combattendo da sola tutte le mie battaglie. Sono partita senza chiedere prima se ci fosse qualcun altro a partire con me. Ho percorso la mia strada senza mai far conto sugli uomini.
Chiarito questo, passiamo a quanto successo oggi: donne che decidono di dire basta alla violenza sulle donne. Donne che decidono di marciare tutte insieme per chiedere … beh, non lo so. A questo punto davvero non so più che cosa volessero chiedere. Perché la prima cosa che hanno deciso le organizzatrici della manifestazione è stata quella di escludere gli uomini: manifestazione per sole donne, così sta scritto nel loro sito. E io ho provato una violenta scossa alle budella – e no, neanche questa era metaforica. Perché, scusate, che cazzo vuol dire manifestazione per sole donne? Stiamo dicendo che gli uomini sono tutti stupratori assassini massacratori? O che altro? E con quali motivazioni si giustifica questa esclusione pregiudiziale? State un po’ a sentire.

Noi donne (tante, diverse) abbiamo bisogno di ricostituirci come soggetto politico forte e di rendere visibile questa forza, abbiamo bisogno per farlo di riflettere insieme. Un gruppo di donne quest’anno ha organizzato la manifestazione del 24 ed ha ritenuto fosse importante che ci fossero le donne per le donne…e non credo ci sia la volontà di imporre una pratica sulle altre, tutte sicuramente valide, c’è solo la volontà di affermare una presenza politica e culturale e come tale sarebbe auspicabile che venisse riconosciuta e valorizzata con la presenza di tutte.
Sono le donne ad essere impegnate nella lotta alla violenza maschile, abbiamo acquisito competenze personali e professionali negli anni, lavorando nei centri di accoglienza per donne vittime di violenza, organizzando convegni, portando avanti progetti, corsi di formazione e di sensibilizzazione (parola che mi piace poco) e quindi ci meritiamo che tutto questo sia visibile, ci meritiamo la Nostra Manifestazione! Per chi non volesse riconoscere tutto questo, faccia pure, visto che evidentemente non è in grado di fare altro!

Per esempio, si parla tanto di superare le logiche dicotomiche e poi nel momento in cui si organizza una manifestazione di donne per le donne si pensa all’esclusione (inclusione/esclusione, non è dicotomico questo?) fraintendendone e stravolgendone il senso.
é necessario un tessuto di relazioni (politico) per dare forza alle azioni di ognuna e avere il giusto riconoscimento per l’impegno e l’intelligenza di tutte.
Uno degli strumenti per agire violenza sulle donne è proprio l’isolamento e la contrapposizione con le altre…è sempre stato così, è una dinamica tipica!

Penso che le donne abbiamo ben altro da fare che sensibilizzare al “fenomeno” della violenza. Dobbiamo riflettere sulla nostra soggettività e sui nostri desideri, sugli investimenti affettivi, sulle aspettative, abbiamo ancora bisogno di una seria e continua decostruzione e ricostruzione critica e consapevole dei nostri spazi fisici e di riflessione…la strada è lunga ma la percorriamo ben volentieri.


Mi fermo qui coi deliri delle organizzatrici, per passare a quello che è successo oggi. Al grido di “Fuori i fascisti” sono state cacciate dal corteo Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna, tanto per cominciare: dobbiamo capirla così, che le donne del centro-destra si possono tranquillamente stuprare, seviziare, assassinare? Poi sono state cacciate anche Barbara Pollastrini e Livia Turco: fasciste anche loro? E per farla completa sono stati cacciati anche due cronisti e un fotografo che stavano facendo il loro mestiere, ossia “coprendo” la manifestazione, con l’unica motivazione che “siete uomini”. E garantisco che anche stavolta non è in senso metaforico che vi informo che ho avuto un conato di vomito. Da quant’era che non c’era una iniziativa così grandiosa contro la violenza sulle donne? Se ne poteva fare uno strumento di lotta prezioso, se ne poteva fare un trampolino di lancio per un’infinità di altre iniziative, e un branco di galline isteriche cui il padrone – rigorosamente maschio, beninteso! - non ha ancora dato il contrordine compagni lo ha distrutto. E questa occasione sprecata, mi sa, la pagheremo per anni. (Qui, per chi abbia voglia e stomaco di leggersi il delirio completo).


La contestazione delle ministre. (E mi mancava solo di dover rivedere quel gesto schifoso, che speravo morto e sepolto)

barbara


23 novembre 2007

HO SENTITO L’OROSCOPO

Lo trasmettono alla radio la mattina, mentre me ne sto seduta sul cesso nel vano tentativo di svegliarmi. E dunque ho sentito che oggi un dodicesimo dell’umanità avrà qualche dissapore con il partner, un altro dodicesimo deve stare attento allo stress, un altro avrà insperati guadagni, un altro sarà apprezzato dai superiori, un altro avrà una notte di fuoco, un altro farà nuovi incontri, un altro farebbe bene a mettersi a dieta … Quando hanno finito ho tirato un respiro di sollievo: anche oggi non morirà nessuno.



barbara


22 novembre 2007

MI CORRE LA MANO ALLA PISTOLA QUANDO

sento qualcuno dire che “il problema è a monte”.

barbara


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21 novembre 2007

SCONTRO FRONTALE

Sfiorato. Per via di un figlio di puttana uscito da una curva in pieno sorpasso, e me lo sono trovato davanti. E menomale che oltre alle chiappe mi si sono conservati bene anche i riflessi …

barbara


21 novembre 2007

E ANCHE PER ME

Dedicato (clic)

Ai suonatori un po’ sballati

ai balordi come me
a chi non sono mai piaciuta
a chi non ho incontrato
chissà mai perché
ai dimenticati
ai play-boy finiti
e anche per me.

A chi si guarda nello specchio
e da tempo non si vede più
a chi non ha uno specchio
e comunque non per questo
non ce la fa più
a chi ha lavorato
a chi è stato troppo solo
e va sempre più giù.

A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai
dedicato ai cattivi
che poi così cattivi
non sono mai.

Per chi ti vuole una volta sola

e poi non ti cerca più
dedicato a chi capisce
quando il gioco finisce
e non si butta giù
ai miei pensieri,
a come ero ieri
e anche per me.

E questo schifo di canzone
non può mica finire qui
manca giusto un'emozione
dedicato all'amore
lascia che sia così
ai miei pensieri
a come ero ieri
e anche per me.

Ai miei pensieri
a come ero ieri
e anche per me.


a com'ero ieri ...

barbara


20 novembre 2007

VI RACCONTO UNA FIABA

C’era una volta … “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Sì, c’era una volta un re. Anzi no, partiamo da prima. C’era una volta una famiglia. Passata alla storia per non avere mai terminato una guerra dalla stessa parte dalla quale l’aveva cominciata. Tranne qualche caso di guerre particolarmente lunghe che hanno dato il tempo di cambiare fronte due volte. Bene, questa famiglia un bel giorno si è trovata casualmente sul trono d’Italia. Casualmente, sì, perché tutte le battaglie che ha fatto per arrivarci le ha regolarmente perse, mentre le battaglie fatte dagli stati con cui si era di volta in volta alleata sono state regolarmente vinte, e così per la differenza reti si sono ritrovati a fare i re d’Italia. E qui io farei un inciso: Magdi Allam dice che chi pretende di venire a stare in Italia dovrebbe conoscere l’italiano, e io naturalmente sono d’accordo. E allora, mi chiedo, perché non si dovrebbe pretendere altrettanto con chi in Italia viene per comandare, sia pure “per grazia di Dio e volontà della nazione” anche se poi a me non risulta mica che alla nazione sia stato chiesto se lo voleva o no? E invece no: a fare il re d’Italia è venuto uno che in famiglia parlava il dialetto piemontese e come lingua colta il francese, perché l’italiano non lo sapeva. Vabbè, facciamocene una ragione. Diventano dunque re d’Italia, questa banda di fessi, e cominciano a farne una dietro l’altra, sfracelli in Sicilia, premi a Bava Beccaris e roba così. Facevano tutti uguale a quel tempo? Sì, vabbè, ma non è mica una buona ragione per applaudire, scusate. Insomma, passa un po’ di tempo e arriva la prima guerra mondiale. Noi si voleva redimere Trento e Trieste, dice. Vero. Era roba nostra e ce l’avevano fregata. Quello che invece non dice, e io però lo so perché ci ho fatto la tesi, è che sia la Triplice Intesa che la Triplice Alleanza ci avrebbero dato, in cambio della neutralità, parecchio di più di quello che abbiamo ottenuto con l’intervento. Sì, ma coi morti fa più fico, dice. E dunque, guerra. E poi arriva la consegna dell’Italia al fascismo, e poi arriva la guerra d’Etiopia con la scusa che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta, e che all’epoca in cui si cantava se potessi avere mille lire al mese ci è costata quaranta miliardi, e poi arrivano le leggi razziali, e poi arriva l’alleanza con Hitler, e poi arriva l’ingresso in guerra, a fare la quale, oltretutto, non eravamo neanche preparati perché ci eravamo dissanguati, in tutti i sensi, in Etiopia – e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re nanerottolo la cui moglie scodella uno splendido figlio alto quasi due metri – come un corazziere, diciamo; e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re notoriamente impotente la cui moglie scodella quattro splendidi figli … eccetera eccetera. Insomma, finalmente da quell’inferno in qualche maniera si esce, e si invitano questi signori a togliersi una buona volta dalle palle. E si tolgono, sì, anche perché non è che avessero granché di alternative. Se ne vanno, portandosi dietro quanto basta per vivere nel superlusso per tutta la vita a venire nei secoli dei secoli amen (l’imperatrice Zita d’Asburgo, per dire, se n’è andata portandosi dietro un paio di bauli, e per far studiare i figli si è messa ad allevare galline). E dunque stiamo arrivando all’epilogo della fiaba: dopo avere dissanguato e depredato l’Italia in lungo e in largo, dopo avere scorrazzato su e giù per i nostri mari a far fuori turisti tedeschi e reclamizzare cetrioli, che cosa fanno i nostri baldi giovani? Ci chiedono il risarcimento danni: duecentosessanta milioni di euro, nientemeno. E pensare che ci scandalizziamo quando i risarcimenti ce li chiede la Libia dove, in fin dei conti, tra noi e l’Inghilterra abbiamo lasciato 15 milioni di mine. E dunque, arrivata alla fine della favola, credo di poter dire una cosa sola: a Emanuè, ma vaffanculo, va!

barbara


20 novembre 2007

IL NOME DEL PADRE

Grande! - e non è forse il più professionale degli incipit per una recensione, ma è sicuramente il più adatto. C'è davvero di tutto in questo libro, un po' romanzo corale, un po' autobiografia, un po' collage di bollettini comunali, bollettini della comunità ebraica, cronache locali e internazionali: c'è l'ebreo pazzo che durante le funzioni religiose va davanti alla chiesa a lanciare oscure profezie degne di Geremia, l'ebreo che deruba il proprio fratello lasciandolo nelle peste, l'ebreo che mette incinta una buona cristiana e poi scappa e mette su un bordello - e nessuno di questi, tuttavia, è presentato in modo tale da suscitare disprezzo. E c'è il mezzo ebreo che, forse a scopo scaramantico, viene battezzato col nome di Jesùs - e poi al Bar mitzvà fa un po' di confusione, si inginocchia per terra e attacca a recitare devotamente il Padrenostro. E la vecchia bigotta e bisbetica, che si trasforma nella più amorevole delle levatrici per far nascere il figlio della colpa. E ci sono sogni e deliri, pogrom e concerti, l'invasione dell'Unione Sovietica e sfilate di carnevale, saggezza e magia, santità e corruzione, calcoli fantastici su come una delle tribù perdute di Israele potrebbe essere arrivata in Sudamerica, tutto mescolato insieme eppure mai confuso. E c'è perfino - udite udite! - un film sulla passione di Cristo che mostra chiaramente quanto Gesù abbia sofferto per colpa di quei maledetti ebrei. Un'opera veramente magistrale, da leggere a rotta di collo - salvo poi pentirsi di averlo finito così in fretta.

Isaac Goldemberg, Il nome del padre, Giuntina



barbara


19 novembre 2007

SEGNALAZIONE

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza alle Donne 2007 la Cooperativa Sociale “Cerchi d’Acqua” che si occupa di violenza alle donne all’interno della famiglia in collaborazione con il teatro Ciak per l’ultima serata nella sua storica sede presenta

UN PUGNO DI ARTISTI PER UNA CAREZZA – 4

con Debora Villa e Lucia Vasini, Elena Santarelli, Enrico Bertolino, Claudio Batta (“l'enigmista”), Stefano Chiodaroli (“il fornaio”), Max Pisu, Bove e Limardi ed altre fantastiche sorprese.

Per il quarto anno, Debora Villa animerà una serata durante la quale si avvicenderanno numerosi artisti televisivi, teatrali e cabarettisti per sorridere, ridere, ma anche per denunciare un fenomeno tanto diffuso quanto sottostimato e tenuto nascosto: la violenza alle donne.

Lunedì 26 novembre 2007 ore 21
Teatro Ciak
Via Sangallo 33 Milano

Ingresso ad offerta libera (a partire da € 15). I proventi saranno devoluti interamente a “Cerchi d’Acqua” per sostenere i progetti a favore delle donne che subiscono violenza.

Per informazioni 02/58430117;
info@cerchidacqua.org - www.cerchidacqua.org

Grazie a lui. (Con l’occasione avevo pensato di pubblicizzare anche la manifestazione contro la violenza sulle donne di sabato 24 novembre, ma quando sono andata nel sito controviolenza per cercare orari e percorsi, ci ho trovato due cose che non mi sono piaciute neanche un po’. La prima è la precisazione che si tratta di una manifestazione di sole donne, e la cosa non mi sta bene per niente, per molti motivi: perché nega all’intero universo maschile in blocco la possibilità e la capacità di rendersi conto di questo dramma, perché viene negato a quegli uomini – che esistono! – che ne sono pienamente consapevoli - il diritto di portare la propria solidarietà e di combattere al nostro fianco, e perché ci priva di un aiuto senza il quale non potremo mai vincere la nostra battaglia. La seconda è una pesante politicizzazione della manifestazione, con inoltre l’invito a manifestare, oltre che contro la violenza sulle donne, anche per altre cose, vale a dire che viene offerto il pacchetto completo, prendere o lasciare. E io, in questi casi, lascio. Sempre. Quindi chi vorrà partecipare le informazioni se le vada a cercare da sola).

barbara

AGGIORNAMENTO: al notiziario regionale: un marocchino teneva la moglie segregata in casa, la picchiava e la violentava sistematicamente. Poi un giorno finalmente lei è riuscita a scappare e lo ha denunciato. Oggi la sentenza del processo: è stato condannato per violenza sessuale MA NON PER I MALTRATTAMENTI (chi mai oserebbe pensare, infatti, che sequestrare una persona e riempirla di botte significhi maltrattarla! Ma quando mai!). Non sconterà la pena.


18 novembre 2007

ANCORA

un piccolo ricordo dedicato ad Andrea. E lo guardo e riguardo, e ogni volta mi sconvolge vedere questo scheletro ricoperto di pelle con gli abiti appesi intorno, questo collo da pulcino perso nel colletto della camicia, e vedere poi quel sorriso, e il calore che ne promana, e la serenità che ne scaturisce, a pochi giorni dalla morte, e questo amore immenso per la sua donna, e per la vita, e per tutto e per tutti, questa riconoscenza per ogni attimo in più che gli viene concesso ... Quale lezione, Andrea, quale straordinaria lezione hai dato a tutti noi



barbara


17 novembre 2007

LIEVE ENTITÀ

Lei era minorenne, e aveva disturbi psichici. Lui aveva il compito di accompagnarla a scuola. Approfittando del delicato compito che gli era stato assegnato, per due mesi di fila l’ha violentata. Poi, finalmente, lei è riuscita a raccontare ai genitori quello che stava succedendo. E l’uomo viene condannato: a tre anni e otto mesi. Che a me sinceramente sembrano un po’ pochini ma vabbè, coi tempi che corrono accontentiamoci, sempre meglio che niente. E infatti i tre anni e otto mesi sarebbero stati meglio che niente, se li avesse fatti. Perché adesso è arrivata la sentenza d’appello: condanna ridotta a due anni e sospensione della pena: l’uomo – se uomo si può ancora chiamare – non farà neanche un giorno di galera. Motivo della riduzione? «Il fatto è di lieve entità». E non commento, perché non ho parole sufficienti per commentare un simile abominio; dico solo: donne, altro che manifestazioni in piazza a gridare l’utero è mio e me lo gestisco io del buon tempo andato, qui è arrivato il momento di spaccare tutto.

barbara


17 novembre 2007

GATTO NERO

Ho sentito alla radio che oggi è la giornata del gatto nero. E dunque, ecco qui il mio contributo:



barbara


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17 novembre 2007

EBBENE SÌ, LO CONFESSO: SONO UNA ZOCCOLA

Perché qui è tutto un fiorire di blog che raccontano chi ha incontrato chi e come e dove e quando, nel blog di tizio ho incontrato caio poi sempronio è venuto a commentare da me e allora io … Beh, il fatto, nudo e crudo, è che io me ne sono fatti troppi, talmente tanti che non riuscirei a vederli tutti neanche con la sfera di cristallo, ecco, questa è la verità. Ci sono stati amori a prima vista e innamoramenti seguiti da delusioni e sveltine di passaggio e battaglie ciclopiche conclusesi in amplessi e rotture clamorose e sentimenti pacati ma duraturi e riconciliazioni e divorzi definitivi … potrei continuare fino a domani, vedete. Solo che non posso ricordarmi, per ognuno, com’è che è andata. Però il primo sì, lo sanno tutti che il primo amore non si scorda mai, e il primo è stato Silverlynx, che casualmente è anche l’uomo più bello della bloggosfera (fattene una ragione, Nardi: è così e basta), ma questa è un’altra storia. Fatto sta, comunque, che un giorno mi ha informata che aveva aperto un blog e mi ha invitata a visitarlo. Lì ho incontrato oni-fled, che da anni ormai non posta più ed è un peccato, davvero, perché scriveva cose assolutamente esilaranti, per esempio quando raccontava degli amici e conoscenti che le parlavano urlando e lei che spiegava guarda che io non sono dura d’orecchi: io sono sorda. SORDA. S.O.R.D.A: è inutile che urli! E poi Esperimento, sempre lì da Silverlynx, dalla quale ho incontrato il punto. Poi da lì ho cominciato a vagabondare: Watergate, krillix, liberopensiero, yoni, che non posta più neanche lui da quando gli è nato il bimbo più bello del mondo. Poi da qualche parte, non ricordo dove, mi sono imbattuta nel Grande Zio del cannocchiale, raccoon, che per qualche tempo è stato anche mio cognato ma poi ha clamorosamente perso il diritto di esserlo, e quindi niente. Poi lì da lui ho incontrato un sacco di gente perché anche lui, diciamolo, è una grandissima zoccola. Ed è stato lì che sono stata adescata da un tale che è figlio di un altro tale ma questa è un’altra storia, che mi ha proposto di entrare nel suo blog, e io ci sono andata, e ci sono rimasta nove mesi: il tempo giusto giusto per partorire un blog mio: questo. Che è diventato abbastanza un porto di mare, ci passa un sacco di gente e se mi sembrano interessanti passo anch’io da loro e così me ne sono fatti tanti altri. Quelli da cui non vado mai, comunque, sono quelli che mi scrivono cose come “bello il tuo blog vieni a vedere il mio” e io, come si suol dire, manco p’o cazzo. Il Nardi credo di averlo incontrato dal coon, Alce non mi ricordo dove, ma mi ricordo come: era accaduto che Aldo Torchiaro aveva subito un ignobile attacco da parte della sedicente IADL: islamic antidefamation league, e Alce stava mobilitando forze da mettere in campo a sostegno di Aldo; credo di essere inciampata su di lei per caso, comunque mi sono immediatamente arruolata. Ah già, stavo dimenticando (scusascusascusa!) il Sannita: e lui me lo ricordo bene. Era quando stavo nell’altro blog, qualcuno aveva lasciato un commento che io avevo a mia volta commentato, e il Sannita è intervenuto per dire no, ma secondo me non voleva mica dire quello che hai inteso tu, bensì quest’altro. Io ho riletto il commento e poi ho detto sì, forse hai ragione tu, in effetti c’è una virgola a cui prima non avevo fatto caso. Bimbo in gamba, il Sannita, adesso si è laureato, andate a fargli le congratulazioni. Ogni tanto – sì, in realtà ho mentito, da Ugolino – mi dimentico di essere una zoccola di lusso e vado un po’ a battere: vado nella home page del cannocchio e do un’occhiata agli ultimi post. A volte capita che trovo qualcosa che mi sembra interessante, e allora vado a vedere, e se anche il blog mi sembra interessante lo metto nella cartella “blog in prova”. È stato in questo modo che mi sono imbattuta in topgonzo cui sono seguiti i satelliti Frine, Marcoz, Erasmo e dove ho poi incontrato Eco dalla quale ho incontrato Bippì dalla quale ho incontrato il munaciello, dal qua… , e poi zemzem e poi bolledaorbi e poi labeba e poi il diariodibubu e poi locandasulfaro e infiniti altri che mi scuseranno ma la mia dose quotidiana di fosforo ormai si è esaurita e poi ho l’influenza e poi ho la bronchite e poi insomma va bene così. Se qualcuno che non ho nominato e con cui ho frequentazioni abituali si ricorda quando e come e dove ci siamo incontrati, beh, spero che invece di offendersi per non essere stato/a nominato/a provvederà invece a rinfrescare la mia vecchia e stanca memoria (e i link non li metto, no, perché sono troppi e poi li conoscete quasi tutti e se non li conoscete cercateli da soli, che siete giovani e forti, ecco).
Saluti e baci dalla vostra zoccola preferita


Ely, GB, 1983

barbara


16 novembre 2007

CONTROLLI

Nel post dedicato a Gabriele Sandri, Giuseppe si chiede amaramente: “hanno sottoposto il poliziotto pistolero ai test per rilevare la presenza di alcool o altre sostante psicotrope nel suo sangue?” Già, i controlli. Alcune categorie li subiscono; altre, per grazia ricevuta, ne sono esentati. E questo commento mi ha fatto tornare alla mente due episodi avvenuti in regione qualche anno fa.
Uno riguarda un capitano, non ricordo se dei carabinieri o dell’esercito. Col primo figlio l’aveva passata liscia, ma quando il secondo è finito per la terza volta all’ospedale con evidenti segni di sevizie, sono cominciati a sorgere dubbi anche sulle cause della morte del primo. È iniziata una serie di indagini ed è emerso che le sevizie sui figli erano pratica abituale: chiaro, dunque, che si trattava di una personalità disturbata. E ci si chiede: come mai su una persona che per mestiere maneggiava quotidianamente delle armi non era mai stata svolta nessuna verifica? (Per inciso, in primo grado è stato condannato, in appello assolto, nonostante le sevizie almeno sul secondo figlio fossero evidenti e documentate).
L’altro riguarda un ragazzino di quattordici anni, che un giorno ha ammazzato il padre con una coltellata nella pancia. Sconcerto, sgomento, incredulità di fronte a un simile delitto verificatosi per di più in una famiglia modello, madre insegnante, padre psicologo, vita familiare perfetta … Poi, un po’ alla volta, viene fuori che no, forse proprio proprio perfetta non è. Viene fuori che il padre aveva di tanto in tanto delle esplosioni di rabbia. Viene fuori che non venivano fuori di tanto in tanto, bensì piuttosto spesso, e che non erano semplici esplosioni di rabbia, ma veri propri raptus in cui massacrava letteralmente il bambino. E infine viene fuori la cosa più sconvolgente di tutte: sul coltello non ci sono impronte del ragazzo. Ci sono solo quelle del padre. Perché lui aveva impugnato il coltello per ammazzare il figlio, e il ragazzo, in un disperato tentativo di salvarsi, con la forza della disperazione era riuscito ad afferrargli il polso e a girarlo. E tanta era la furia con cui il padre si stava slanciando su di lui, che ci si è infilzato. Uno psicologo. Uno che maneggiava le menti altrui: perché a nessuno viene in mente che possa essere il caso di effettuare qualche verifica su persone che hanno simili responsabilità? Esistono dunque categorie di persone al di sopra di ogni sospetto a prescindere?

barbara


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15 novembre 2007

SOLO TRE PAROLE:

non è giusto



(Poiché un essere immondo che non ha rispetto né per i vivi né per i morti ha riempito di escrementi un post dedicato a un ragazzo assassinato - probabilmente del tutto innocente, in ogni caso di sicuro non meritevole di condanna a morte - lo rimetto, nella speranza che resti pulito)
(E ora me ne torno a letto a coccolarmi la mia influenza e la mia bronchite)
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Poiché l’essere immondo continua a imbrattare coi suoi escrementi, per la terza volta tolgo il post, lo rimetto aggiungendo qui i commenti degli esseri umani e sospendo l’abilitazione ai commenti.


commento di Nausicaa - lasciato il 15/11/2007 alle 22:17
We guarisci presto...io nn ho la bronchite ma ho la gola che già sta cedendo, è bastato il primo freddo pesante...coccolati alla grande mi raccomando!
P.S.: come ho detto la prima volta che hai messo qst post, non è affatto giusto.

commento di WalkA - lasciato il 15/11/2007 alle 22:50
coccolati sì, ma rimettiti in forma adelante!

commento di WalkA - lasciato il 15/11/2007 alle 22:50
coccolati sì, ma rimettiti in forma adelante!

commento di WalkA ops - lasciato il 15/11/2007 alle 22:51
sorry... vabbe' two is megl' che uan ;)

commento di locandasulfaro - lasciato il 15/11/2007 alle 23:6
trattale bene mi raccomando!
'notte.

commento di Wellington - lasciato il 15/11/2007 alle 23:9

Auguri di pronta guarigione.

commento di Ignorante - lasciato il 15/11/2007 alle 23:57
Di bronchite e d'influenza
non possiamo fare senza;
e un mattin, ringalluzzita
ti ritroverai guarita.
Quest'augurio io ti faccio
corredato d'un abbraccio
che non scalderà un gran ché
ma sarà tutto per te.

Gnurànt

(e questa da dove è uscita?)

commento di Frine - lasciato il 16/11/2007 alle 8:41
Guarisci presto, Barbara.

commento di raissa - lasciato il 16/11/2007 alle 11:7
guarisci presto!!!
baci

commento di Marcoz - lasciato il 16/11/2007 alle 11:22
Sig. Andrea, salire sul palco scalciando, urlando e indossando una camicia di forza, non è il metodo migliore per cercare di convincere la platea di non essere pazzo.

barbara


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15 novembre 2007

CARO CIRO VIRGOLA

sei stato accusato di esserti inserito senza conoscere il contesto. È la verità. Poiché io, da brava nazista che elimina sistematicamente tutte le critiche costruttive e argomentate che mettono in luce la mia pochezza, non ti ho mai lasciato il tempo di leggere gli interventi del tuo interlocutore, tu non conosci il contesto, non conosci i precedenti, non conosci ciò che sta dietro a tutto questo. Ho deciso pertanto di fornirti un piccolo saggio del contesto. Mancano purtroppo le perle migliori, perché in passato il cannocchio permetteva di eliminare i commenti, e quindi un sacco di roba interessante non esiste più, ma qualche bocconcino ripescato qua e là credo sarà sufficiente a darti almeno un’idea. Buona lettura.

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ma sentitela sta vecchiaccia laida che parla di volgarità....ma vergognati!

dovresti piantarla con questa carità pelosa.sei come quelle donnette ipocrite che fanno volontariato per sanare i loro sensi di colpa.concentrati sul tuo rapporto con il prossimo,impara il rispetto e l'educazione.ridicola NAZISTA

sono d'accordo.per lo stesso motivo è giusto che ti si chiami per quel che sei.una povera isterica

...ma che gusto ci provi a parlare quando non sai un cazzo?

senti,vattene affanculo,vecchia megera!se non hai rispetto per il prossimo,fottiti nel tuo brodo.non è che devo stare a farmi cancellare da una analfabeta

se poi ti mandano a quel paese,non ti lamentare.non è colpa mia se non ti scopa nessuno.

baciami il culo,barbara

ribaciami il culo

è il minimo che si possa fare con una arrogante NAZISTA provocatrice

la quintessenza della presunzione e dell'arroganza

Eh sì, son proprio le donne ad alimentare il mercato delle vacche....

Eh sì, son proprio le donne le peggiori nemiche delle donne...Soprattuto le vecchie irrancidite...

ma vai a cagare disonesta nazista.raccontale ai rottami come te le tue cagate.BUGIARDA

...a povera imbecille????ma che ci vuole,la scienza per capire che la risposta sul libro era ironica??a imbecille...ma che ti credi in un lager?questo è il problema di hi confende le scorregge con le bombe.ma vai a cagare strega in putrefazione!

se sei un'imbecille che firma senza leggere non è certo colpa nostra.

...e un saluto a tutti voi orrendi LECCACULO..

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Ecco, caro Ciro, adesso il contesto lo sai.
Baci (casti, Bippì, casti, stai calma!)

barbara




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14 novembre 2007

SOLO TRE PAROLE:

non è giusto



barbara


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13 novembre 2007

FINALMENTE

                                             

una notizia confortante. Con la notizia collaterale che la madre, alla lettura della sentenza, ha dato in escandescenze: davvero intollerabile che un bravo padre che, alle prese con una figlia scapestrata, fa l’unica cosa giusta da fare, invece di ricevere premi ed elogi venga addirittura condannato a stare in galera. Tipico comportamento da madre, direi. A commento del quale aggiungo qui un piccolo post che avevo fatto qualche anno fa nell’altro blog.

MAMME

La mamma di L.
A quel tempo non c’era LA scuola media; c’erano LE scuole medie: la media vera e propria, col latino, con cui poi si andava alle superiori; la commerciale, con stenografia, dattilografia e computisteria, con cui si andava a far l’impiegata, e l’avviamento professionale. L. avrebbe voluto fare la media, ma sua madre l’ha iscritta alla commerciale. Non per problemi economici, va detto, anzi, finanziariamente era messa molto meglio di me. Finita la scuola, a quattordici anni ancora da compiere, le ha immediatamente trovato un impiego in un ufficio, e a ogni fine mese andava a riscuotere lo stipendio. Lei, la madre. L’anno dopo L. si è fatta prestare 15.000 lire dal nonno, si è iscritta alla scuola serale di ragioneria, due anni in uno. Mattina in ufficio, pomeriggio in ufficio, sera a scuola e notte a fare i compiti e studiare. A quindici anni. A fine anno ha vinto la pagella d’argento, come seconda migliore allieva della scuola, con un premio di 25.000 lire, con le quali ha pagato il debito fatto l’anno prima col nonno. La madre le ha sequestrato le restanti 10.000 lire e ha proibito al proprio padre di farle altri prestiti, così L. non ha potuto proseguire nello studio. Ha lasciato passare alcuni anni, in modo che la madre pensasse che si fosse messa l’anima in pace, e quando ha cominciato a lasciarle una piccola parte dello stipendio si è di nuovo iscritta a una scuola serale, un corso triennale, giusto per poter avere un titolino di studio il più presto possibile e poi, con successive integrazioni, è arrivata ad iscriversi all’università: mattina al lavoro, pomeriggio al lavoro, sera a scuola, notte a studiare, domenica a sentire gli improperi della madre per indurla a lasciare lo studio. Avevamo quasi trent’anni, lei sposata da tempo, fuori casa, ormai prossima alla laurea, che quando tornavo dai miei per le vacanze di Natale o di Pasqua mi fermava per strada per dirmi: «Tu sei sua amica, a te ti ascolta: diglielo tu che lasci perdere con quella stupida università».
Naturalmente non si è mai accorta che il suo amante, quando L. aveva dieci anni, le infilava le mani nelle mutande.

La mamma di I.
«Cattiva. Davvero, Lei non può neanche immaginarselo quanto era cattiva. Due anni, aveva, ed era di una cattiveria da non credere. E le ho provate tutte, sa, l’ho picchiata, lei non si immagina neanche quanto, anche col bastone, talmente forte che una volta il bastone si è perfino rotto: niente. Non si immagina neanche quante notti le ho fatto passare in cantina, chiusa a chiave, al buio: niente. Due anni, aveva, ed era talmente cattiva che non si riusciva a piegarla né col bastone, né con le notti in cantina».
Nessun medico è mai riuscito a capire perché I., già fin da piccolissima, soffrisse di mal di testa talmente violenti da provocarle quasi le convulsioni.

La mamma di E.
E. strizza spesso gli occhi, come quelli che hanno un tic, ma E. non ha un tic: strizza gli occhi a causa di un piccolo nervo del cervello lesionato da una bastonata di suo padre. Spesso, da bambino, era nero di lividi dalla testa ai piedi. Quando aveva undici anni suo padre ha cominciato a violentarlo, e ha continuato per dieci anni, quando poi finalmente è crepato. La mamma di E. non si è mai accorta di niente.

La mamma di M.
Era da un pezzo che aveva dei sospetti, così un pomeriggio è uscita dicendo che sarebbe restata fuori tutto il pomeriggio. Mezz’ora dopo è rientrata, è andata in camera e ha trovato conferma ai suoi sospetti: padre e figlia a letto assieme. Era una donna decisa, la mamma di M. con le idee sempre ben chiare su che cosa si deve fare, anche nelle situazioni difficili. E lo ha fatto, immediatamente, senza la minima esitazione: ha buttato fuori di casa la figlia, e si è tenuta il caro marito.

barbara

AGGIORNAMENTO: visto oggi per strada: bambino in carrozzina, un anno o giù di lì, che piange. Mamma che urla: “Roberto! Basta! Io non ti sopporto più, hai capito? IO DI TE NON NE POSSO PIÙ!”


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12 novembre 2007

INTERROGATORI

Se non si trattasse di un'immane tragedia che ha distrutto un intero continente e spazzato via decine di milioni di vie umane, sembrerebbero una riedizione delle comiche un po' surreali di Walter Chiari e Carlo Campanini (o, per i più vecchi, dei fratelli De Rege) le risposte e le deposizioni dei superuomini del Terzo Reich agli interrogatori di Norimberga, riportate in questo ottimo libro: si va dal ministro degli esteri che non ha la minima idea di quale fosse la politica estera della Germania ("Mi dispiace molto. Il Führer non ha mai rivelato a nessuno i suoi obiettivi precisi") al ministro dell'interno che ignora quanti campi di concentramento ci fossero in Germania ("La cosa mi è sempre stata tenuta nascosta"); da chi si difende: "E' un crimine essere antisemiti? Anche Cristo era antisemita!" a chi, al fronte in posizione di comando, nega categoricamente che vi siano stati "eccessi" da parte dell'esercito nei confronti della popolazione civile ("Non ho mai saputo di cose del genere"); dall'amnesia di Rudolf Hess, che non ricorda neppure di aver avuto un qualche ruolo nel nazismo, a Von Papen che ammette ogni singolo dettaglio, salvo poi negare l'insieme dei dettagli, a Ribbentrop che si dichiara pronto ad assumersi le sue responsabilità; poi, di fronte a domande precise:
"Non riconosce alcuna responsabilità della politica di deportazione dei lavoratori-schiavi?"
"Lavoratori-schiavi? No"
"E immagino che non si assuma nessuna responsabilità neppure per l'uccisione, la marchiatura o altri maltrattamenti dei prigionieri di guerra russi, vero?"
"No, non potrei"
"Riconosce una qualche responsabilità nell'uccisione di ostaggi?"
"No, non potrei"
E così via per pagine e pagine.
Da far leggere soprattutto a chi è convinto che si tratti di eroi.

Richard Overy, Interrogatori, Le Scie



barbara


12 novembre 2007

TRE ANNI FA

Tre anni fa, di questi tempi, componei (compobbi, componsi, componetti, compocqui …) quest’ode immortale che ora vi ripropongo:

Ei fu.
Siccome impavida
dopo la lunga attesa
Suha staccò la spina
e andò a fare la spesa
così i miliardi immobili
in Francia se ne stan.



Ed ecco il terzo puffo, rubato a lui:


barbara


11 novembre 2007

LA MEMORIA SELETTIVA DI ENZO BIAGI

di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

Nell'intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull'edizione bolognese di Repubblica, Enzo Biagi racconta che «Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontrò Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destituì», cioè poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: «Lei in quei giorni scelse i partigiani». Biagi non fa una piega: «E mi trovai con gente di ogni classe...». Non è certo la prima volta che l'illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto «in quei giorni» che «scelse i partigiani», poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente.
In virtù della parentela con il cugino Bruno Biagi - potente ras fascista, deputato dal '34, presidente della Commissione industria della Camera dei fasci e dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni -, Enzo Marco (così firmava all'inizio i suoi articoli) scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, «organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna», e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire dal 16 settembre del '43 proprio da Giorgio Pini.
Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che «ha sempre stimato» e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio «dovere di gratitudine» (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43), una di quelle «camicie nere ma teste libere» di cui serba affascinato ricordo (Id., Scusate, dimenticavo, BUR, Milano 1997, p. 12). L'Assalto - «giornale della federazione fascista, dove poi ognuno scriveva quello che voleva» (Id., Ero partito da Bologna piangendo, in Bologna incontri, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) - si distinse sin dal luglio del '38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non solo - per esempio invocò con urgenza profetica un'«opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell'Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora troppi ebrei, compresa)» (23 agosto 1941) - e dal giugno del '40 per il «tono forsennatamente fascista e bellicoso» (Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, p. 159).
Sul periodico Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogiò Süss, l'ebreo, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale: «un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea», scriveva in implicita polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto valido. E continuava: Süss, l'ebreo «ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo [...], trascina il pubblico all'entusiasmo», l'«ebreo Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalità. Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte» (4 ottobre 1941). Dopo l'8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio contro le «caratteristiche inconfutabili di una totalità».
Furono, quelli, giorni e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del «Resto del Carlino», insieme all'intervento, assai più autorevole, di un suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio di qualche convento in attesa di risorgere après le déluge liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò Enzo Marco preferì la montagna, come altri giornalisti, «la categoria che, più di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata».
Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito statunitense: sempre à la page, il Biagi. Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli «anni di servilismo e di abiezione professionale e morale» (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore. (Pubblicato Settembre 5, 2007 10:52 PM http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002364.html)


Così, giusto per completezza di informazione.

barbara


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11 novembre 2007

DEDICATO A ME

 QUI.

barbara


10 novembre 2007

CONFORTO

D. è uno scolaro che ho in prima. Musulmano, padre turco, madre kosovara. In testa ha una gran cascata di riccioli biondi, e sulle unghie un delizioso smalto rosa.

barbara


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9 novembre 2007

E PROVATE A FERMARLA



se ci riuscite

barbara


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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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