.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 ottobre 2007

NOTTE DI HALLOWEEN

Questa l’ho scritta sette anni fa. LA Strega, naturalmente, sono io (potevate forse dubitarne?)

“Chi sei?”
“Io sono Tulipano”
“Tulipano chi?”
“Tulipano Boschetto”
“Mai sentito”
“Io neanche”
“Neppure io”
“E cosa vuoi qui?”
“Cosa ci fai?”
“Come ci sei venuto?”
“In carrozza”
“E come hai trovato la strada?”
“Ecco, la carrozza era tirata da quel cinghiale lì, lui sapeva la strada”
“Quel cinghiale è roba nostra, da dove lo hai rubato?”
“E’ un ladro, dovrà essere punito!”
“Sarà frustato da mille fruste!”
“Sarà morso da mille tarantole!”
“Sarà punto da mille vespe!”
“Sarà beccato da mille corvi!”
“Sarà stritolato da mille serpenti!”
“Sarà …”
“No, un momento, io non ho rubato niente! Il cinghiale me lo ha dato la Strega”
“Eh, e cosa vorresti dire? Anch’io sono una Strega!”
“Appunto: tu sei UNA Strega, lei è LA Strega”
“ ………”
“La Strega?”
“La Strega”
“Quella che ….?”
“Sì”
“Quella che poi …?”
“Esatto”
“E che anche …?”
“Precisamente”
“Ah ….”
“Ah ….”
“Ah ….”
“Satanasso santissimo!”
“E adesso…?”
“Noooo … ma … no ma noi scherzavamo! Lo avevi capito vero che stavamo scherzando! Lo avevi capito, no? Ma ti pare che ci metteremmo a frustare pungere beccare un bel ragazzo come te! Adesso non andrai mica a raccontarle che ti abbiamo spaventato, vero? Non te la prenderai mica per un piccolo, per un piccolissimo scherzo, no? Dopotutto è la nostra notte, sarà pur lecito divertirci un po’, non ti pare? Ci tengono in castigo tutto l’anno! Su, dai, vieni a ballare con noi!”
“No, devo aspettare Lei, stanotte si è messa dei vestiti speciali apposta per me. Voi, piuttosto, perché non avete ancora steso il tappeto di petali di nontiscordardimé del Marocco? E gli archi di aurore boreali di Sumatra? E il coro di ali di farfalle della Bessarabia? E la musica della neve del Sahara? E il balsamo di lacrime di tigre per i suoi piedi stanchi? Cosa avete fatto finora, sfaticate! La sentirete quando arriverà!”
“No no, bel ragazzo, adesso facciamo subito tutto, scusaci, e non dirle niente, per carità, non dirle niente!”
“Scusa, scusa se sono indiscreta, ma tu come hai fatto a … voglio dire, una come lei …cioè, insomma …”
“No, non lo saprai. Certi segreti non sono alla portata dei comuni mortali, e neanche delle comuni streghe”
“Sì, certo, capisco, scusa”
“Signori – parapà parapà parapà – arriva Sua Maestà la Regina Sovrana di Tutte le Streghe delle Province della Luna e dei Firmamenti Tutti – parapà parapà parapà – rendiamole omaggio!”

… il resto non è lecito conoscerlo.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Halloween

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 31/10/2007 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


30 ottobre 2007

QUALCHE NOTIZIA SUL GRANDE MORALIZZATORE

Così, tanto per gradire.

Da "affari italiani"

Libri/ Beppe Grillo, esce la biografia non autorizzata del comico che fa tremare la Casta...
Mercoledí 24.10.2007

«Beppe Grillo»
di Paolo Crecchi e giorgio Rinaldi.
Edizioni Aliberti Editore

Comico, attore, istrione, vero e proprio animale da palcoscenico, che riesce a mettere anche a casa sua i pannelli solari, e a nascondere il Cherokee e la Mercedes Classe A dietro le quinte, Giuseppe Piero Grillo detto Beppe, genovese fino nel più profondo dell'animo, è oggi l'alfiere della lotta al consumismo e al consumo sfrenato, agli aumenti ingiustificati dei prezzi, agli sprechi scemi, alle spese inutili. E, ancora, si fa sostenitore della pubblicità onesta e corretta, dell'informazione cronachistica e non capziosa, della chiarezza di bilancio e della scelta politica. È antipolitica? È ingenuità? È narcisismo? È doppiogiochismo? La prima cosa da fare è osservarlo da vicino, come hanno fatto gli autori, Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, della sua prima biografia critica, con le sue pagine chiare e le pagine (o)scure e con tanto di glossario e di raccolta delle sue migliori battute e con prefazione di Edmondo Berselli. Le "Pagine (o)scure" raccolgono tutto quello che Grillo non vorrebbe far sapere di sé.
Leggiamone qualche stralcio, così tanto per rinfrescarci la memoria

"Per capire dove vuole andare, cosa vuole fare e soprattutto da dove viene Beppe Grillo, ecco la sua prima biografia critica, con tanto di glossario e di raccolta delle sue migliori battute: la storia di Spartaco che fa tremare la casta sarà vera? È l'8 dicembre 1981, ultimo giorno del ponte di Sant'Ambrogio. Beppe Grillo è a Limone Piemonte con amici, ma non c'è neve sufficiente per sciare. «Si va in macchina sul Tenda»? L'idea è sua, come il potente fuoristrada
Chevrolet che già all'epoca comincia a distinguere i cafoni d'alto bordo dai turisti di massa. Del resto Grillo per le macchine ha un debole, tanto da essere ricordato al volante di una Ferrari 308 (bianca!), una Testarossa e una Porsche prima di convertirsi alle auto elettriche (in realtà oggi ha un altro fuoristrada, un Cherokee, una Toyota ibrida e una Mercedes Classe A per la moglie). La giornata è limpida ma fredda, e si sa che sulla strada militare il ghiaccio è traditore. Qualcuno dirà di averlo sconsigliato, ma lui parte lo stesso: il panorama che si ammira sul costone per Monesi, Piemonte e Liguria di qua e Francia di là, è assolutamente impagabile. Montagne e mare. Vette innevate e valli verdissime. Un Paradiso. All'altezza del Bec Rouge, Alpi francesi, Grillo si rende conto di non governare l'auto. Ecco la cronaca della tragedia pubblicata dal «Secolo XIX» del 9 dicembre 1981: prima che l'auto precipitasse oltre il ciglio, Grillo ha fatto in tempo ad aprire lo sportello e a buttarsi fuori; mentre la Chevrolet rotolava su se stessa per un'ottantina di metri. Mambretti, che viaggiava accanto al guidatore, si è lanciato all'esterno in ritardo, ferendosi gravemente; gli altri sono stati sbalzati fuori dal tetto di materia plastica e maciullati nell'abisso. Il piccolo Francesco Giberti è stato trovato sotto la fiancata dell'auto. Alle invocazioni di Mambretti, unico superstite, Grillo si è calato nel burrone, ma resosi conto che da solo non avrebbe potuto fare nulla per l'amico e gli altri è partito in cerca di soccorso. La famiglia Giberti è distrutta e Grillo viene rinviato a giudizio per omicidio colposo plurimo. Il Tribunale di Cuneo lo assolverà per insufficienza di prove, ma la sentenza verrà ribaltata in appello – un anno e due mesi, con la condizionale – e confermata dalla Cassazione. Dai verbali del processo, 21 Marzo 1984, Grillo: «Per istinto, non so come, saltai giù. Subito dopo corsi a cercare di portare soccorso ai miei amici. Trovai soltanto i corpi dei tre Gilberti, erano già morti, Renzo stava rantolando...» Il presidente chiede quando grillo si accorse di essere finito con la macchina su un lastrone di ghiaccio, lui: «Ho avuto la sensazione fisica di esserci finito sopra ancora prima di vederlo». Il presidente: «Allora non guardava la strada...»...
Certo Beppe incoerente lo è, non solo sul fronte dei requisiti politici più o meno necessari. Che ci fa sul suo pianoforte, nel bel salone della villa di Sant'Ilario, una fotografia che lo ritrae
avvinghiato al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton? E perché ha scavato due piscine e coperto un terrazzo di cento metri quadrati, meritandosi i mugugni dei vicini e la disapprovazione del suo dirimpettaio e amico Adriano Sansa? Anche l'amore per i motoscafi,
talmente inquinanti da essere ribattezzati motoschifi dagli ambientalisti, non depone a favore del Grillo filo-ecologico. Tanto più che la sua perizia marinaresca è stata messa in forte dubbio
nientemeno che da un naufragio, in Sardegna, e da un insabbiamento alla foce del Magra. Peccatucci? A volte peccatacci. Come quando la società nata per gestire il patrimonio immobiliare dei Grillo, la Gestimar, chiese il condono tombale. Ecco cosa scrisse l'amministratore unico, il fratello Andrea, nella relazione al bilancio del 2002: «In considerazione della possibilità concessa dalla legge finanziaria 2003 di definire la propria posizione fiscale con riferimento ai periodi di imposta dal 1997 al 2001, fermo restando il
convincimento circa la correttezza e la liceità dell'operato sinora eseguito, si è ritenuto opportuno di avvalersi della fattispecie definitoria di cui all'articolo 9 della predetta legge...»
Al di là del linguaggio, burocraticamente irresistibile, la «predetta legge» è proprio uno dei tanti condoni contro i quali Beppe ama tuonare nei suoi spettacoli-comizio.
(Grazie a lui)

Ecco, questo è l’uomo che ci racconta di voler portare pulizia nella politica. E onestà. E trasparenza. E coerenza. E …



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. beppe grillo

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 30/10/2007 alle 23:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


29 ottobre 2007

FABBRICA DI MENZOGNE

Non perché non siano cose stranote, ma perché non fa male, ogni tanto, rinfrescare la memoria.

Come ha puntualmente riferito lunedì il corrispondente del Jerusalem Post per gli affari palestinesi Khaled Abu Toameh, lo scorso week-end lui e il giornale sono incorsi in un infortunio giornalistico prendendo per buona una montatura orchestrata da Fatah. Sabato, infatti, Abu Toameh era stato “convocato” al quartier generale dei servizi di Intelligence Generale di Fatah a Ramallah, dove si era visto consegnare quello che sembrava un vero e proprio “scoop”: un video drammaticamente esplicito dell’assassinio nel luglio scorso a Gaza di una ragazzina palestinese di 16 anni brutalmente lapidata per un cosiddetto “omicidio d’onore”. L’ufficiale del Fatah a Ramallah aveva anche dato al corrispondente arabo del Jerusalem Post i numeri di telefono di due “testimoni oculari” dell’episodio che avrebbero confermato la storia.
Successivamente è saltato fuori che i “testimoni oculari” erano miliziani del Fatah a Gaza. La storia era una falsificazione. Il video infatti era stato girato in aprile in Iraq, e non a Gaza. Chiaro lo scopo della storia così abilmente orchestrata: Fatah voleva usare il Jerusalem Post per dare di sé l’immagine del soggetto affidabile e moderato che si batte contro le forze del male e dell’oscurantismo nella striscia di Gaza controllata da Hamas.
In effetti Abu Toameh aveva scritto il suo articolo, apparso sabato sera sul sito web del Jerusalem Post. Articolo che è stato immediatamente rimosso quando il giornale ha saputo della montatura, e che non è mai stato pubblicato sul Jerusalem Post cartaceo di domenica.
La franca ammissione del proprio errore da parte di Abu Toameh e il suo resoconto, sul giornale di lunedì, dei dettagli del sotterfugio di Fatah testimoniano della sua integrità di giornalista. Ma non è questo il punto che ci interessa sottolineare. Il punto, qui, è Fatah e ciò che il suo imbroglio ci dice circa questa organizzazione, su cui il governo Olmert e l’amministrazione Bush (per non dire degli altri governi occidentali) fanno affidamento per tutti i loro progetti di pace futura fra palestinesi e Israele.
Come ha notato lo stesso Abu Toameh, il falso video era la seconda menzogna propagandistica di Fatah in una settimana. Mercoledì, infatti, i servizi propagandistici del movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avevano annunciato che le loro forze avevano intercettato due razzi “pronti per essere lanciati” contro Gerusalemme da Beit Jala, sobborgo di Betlemme. Annunciavano inoltre che le forze di Fatah avevano consegnato i due ordigni alle Forze di Difesa israeliane. Lo storia, venuta fuori proprio mentre Abu Mazen incontrava il presidente George W. Bush e altri leader americani alle Nazioni Unite a New York, naturalmente proiettava un’immagine di Fatah come di un soggetto affidabile, moderato, amante della pace e in lotta contro il terrorismo a difesa di Israele. Parlando giovedì all’Washington Post, Abu Mazen ha utilizzato la storia per spiegare come mai Israele dovesse sentirsi tranquillo nel consegnare a Fatah la Cisgiordania e mezza Gerusalemme. Rispondendo a una domanda su cosa pensasse dei timori di Israele che i territori trasferiti ai palestinesi possano essere usati come basi di lancio per attaccare le città israeliane, Abu Mazen ha risposto: “Ieri sera le nostre forze di sicurezza hanno messo le mani su due razzi e li hanno consegnati agli israeliani. Siamo molto preoccupati per questi fatti e ritengo che possiamo porvi fine. Il nostro apparato di sicurezza è pronto a fermare ogni tipo di violenza”.
Il Washington Post ha pubblicato l’intervista senza specificare che la storia era falsa. I “razzi” che Fatah ha consegnato alle Forze di Difesa israeliane erano solo un po’ di tubi metallici probabilmente usati come giochi dai bambini del posto. Quando il Washington Post fece l’intervista ad Abu Mazen, le Forze di Difesa israeliane avevano già rivelato che i “razzi” erano fasulli. Ma, a differenza di Abu Toameh e del Jerusalem Post, il Washington Post e la sua veterana reporter Lally Weymouth non ritennero di dover menzionare che le credenziali anti-terroristiche di Abu Mazen si fondavano su bugie orchestrate dai suoi stessi servizi di propaganda.
È così che stanno le cose. Sin dalla sua nascita nel 1959, la principale arma di Fatah è sempre stata la disinformazione, e il suo principale punto di forza la disponibilità dei mass-media occidentali a farsi imbrogliare e a bersele tutte. La cosa degna di nota, in tutta la vicenda del video con l’omicidio d’onore diffuso da Fatah, non è che il filmato fosse falso (cosa consueta per la propaganda palestinese), bensì che il Jerusalem Post, a differenza di altri, abbia subito e pubblicamente riconosciuto d’essere caduto in una trappola. [...] (Da: Jerusalem Post, 2.10.07, Caroline Glick)

“Sono le famose “fonti palestinesi”, spesso e volentieri citate dagli organi di stampa occidentali senza esercitare il minimo controllo. Eppure l’esperienza dovrebbe dettare un po’ di cautela. Perché sono le stesse fonti che definiscono “incidente stradale” un attentato terroristico, che definiscono la Shoà “un’invenzione degli ebrei”, che accusano gli ebrei degli attentati dell’11 settembre. Bastano pochi minuti per inventare una menzogna e metterla in circolazione. Bastano poche ore perché quella menzogna faccia il giro di tutto mondo, rilanciata e moltiplicata da tutti gli organi di informazione. Pochi ne dubiteranno, soprattutto se è una menzogna che “piace” perché conferma gli stereotipi. [...]È facile sfruttare il meccanismo frenetico dei mass-media, sempre affamati di notizie dell’ultimo minuto. Basta avere il coraggio di farlo senza scrupoli e senza vergogna. Arafat e i suoi propagandisti conoscono bene questa tecnica e ne fanno largo uso. In fondo, niente di nuovo: i regimi totalitari hanno sempre fatto uso sistematico della disinformazione per confondere la gente e distrarla dai veri problemi e dai veri responsabili, impedendo qualunque forma autentica di critica e controllo. Importante, come giornalisti e lettori europei, sarebbe sviluppare qualche anticorpo se non altro nella forma di un sano scetticismo di fronte al profluvio di accuse e denunce contro Israele.”
Da: Marco Paganoni, “Ad rivum eundem. Cronache da Israele”, Milano, 2006, p. 235.
http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7

Chiunque di noi potrebbe citarne a vagonate, di “notizie” fornite dalle ineffabili fonti palestinesi, rivelatesi poi delle balle colossali. Ma i giornalisti, evidentemente, devono essere persone dotate di memoria particolarmente corta, e ricordarsi da oggi a domani sembra proprio essere, per loro, impresa disperata.

barbara


28 ottobre 2007

HO DECISO DI FARE UN’INDAGINE

Leggo sull’ultimo numero di Io donna che la cosa più erotica del momento sono le mezze calze (e pensare che avevamo sempre pensato che le mezze calzette … sì, insomma …). Costretta a riconoscere che io, quale fan sfegatata di reggicalze di pizzo e affini, manco forse dei presupposti per essere il giudice più sereno e imparziale, vi metto qui le foto pubblicate dalla rivista in questione e pongo ai visitatori maschi una domanda alla quale li pregherei di rispondere con la massima sincerità: da 1 a 10 quanto vi fanno arrapare? Grazie. (e speriamo che adesso, con tutto questo eros in bella mostra, il mio blog non si faccia la fama di sito pornografico …)

          

      
barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. moda eros boh

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 28/10/2007 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (66) | Versione per la stampa


27 ottobre 2007

INFORMAZIONE GRATUITA

Vi segnalo due blog che ho appena scoperto: quello del mitico Giuseppe Fontana:

http://www.beppefontana.blogspot.com/

e quest’altro:

http://fromitalytoisrael.splinder.com/

di una deliziosa ragazza israeliana che scrive in italiano da New York. Naturalmente se non andate a leggerli avrete a che fare con me, savasandir.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. blog

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 27/10/2007 alle 23:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


25 ottobre 2007

MANI INSANGUINATE

La notizia del giorno, come è noto, è che una “pacifista” si è avvicinata a Condoleezza Rice – ma forse sarebbe più corretto dire che l’ha aggredita – con le mani sporche di sangue. O di qualcosa che simulava il sangue. E a me viene da chiedermi: chissà come mai a nessuno è venuta la geniale idea di fare la stessa cosa con Katami, o con Assad, o con Ahmadinejad, o con Arafat …

barbara

AGGIORNAMENTO: a proposito di mani sporche di sangue, andate a farvi quattro risate qui. E anche se non c’entra un piffero salmistrato, andate a leggere anche questo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pacifisti mani sporche di sangue

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 25/10/2007 alle 23:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (46) | Versione per la stampa


23 ottobre 2007

PER RINFRESCARE LA MEMORIA

Do you remember Carlo Palermo? Io sì. Quindi adesso vi racconto quello che mi ricordo personalmente, poi vi mando a leggere qualcosa di un po’ più approfondito. Carlo Palermo dunque era sostituto procuratore a Trento. Succede che ad un certo momento comincia a indagare sui traffici internazionali di armi e droga e collegamenti col terrorismo, e immediatamente cominciano ad arrivargli minacce, intimidazioni, tentativi di ostacolarlo in tutti i modi. Finché un bel giorno, cerca di qua e indaga di là e spulcia dall’altra parte, da dei documenti gli salta fuori il nome di Craxi, e a questo punto si è scatenato il finimondo: l’inchiesta gli è stata immediatamente strappata dalle mani, gli si sono rovesciate sulla testa accuse di ogni sorta, è finito sotto inchiesta. Trasferito in Sicilia, si dedica ad altre indagini, ovviamente in ambito di mafia, e anche qui, sbarazzato il campo dai pescetti piccoli, comincia a risalire la china e a incontrare nomi di politici. Provate un po’ a indovinare? Sì, bravi: gli fanno un attentato. Con autobomba. Che uccide una donna e i suoi due bambini gemelli che casualmente proprio nel momento dell’esplosione si trovano fra l’autobomba e l’auto di Palermo, il quale rimane solo ferito. E che cosa fa allora lo stato? Prende qualche provvedimento? Sì, ne prende uno subito, immediatamente: gli riduce la scorta. E per proteggerlo lo confina in una caserma. Da lì non si può muovere, gli viene tolta ogni inchiesta, gli viene tolta ogni possibilità di dedicarsi a qualsivoglia indagine, gli viene impedito di lavorare. Alla fine non gli resta che abbandonare la magistratura e andarsi a guadagnare da vivere facendo l’avvocato. Fine della storia del giudice Carlo Palermo che casualmente si era trovato tra le mani una indagine scottante e il nome di un politico di rilievo. E adesso andate a leggere questo, e che nessuno si azzardi a non leggerlo fino in fondo.

barbara


23 ottobre 2007

CAPITA ANCHE A VOI?

Quello che segue è il testo integrale di un messaggio che mi è arrivato all’indirizzo email del blog:

Ciò si è sparsa a 196 paesi universalmente, a it's 100% liberamente e così facile, infine qualche cosa di buona vigilanza il film.
http://www.xxxxxxxxxxx.com/Biz/Home/58543
Selo metta in contatto con prego se avete qualunque domande affatto.
Guardi prego questo film, se scegliete non recieve la nostra risposta del email semplicemente con rimuovete nell'oggetto, grazie


Non ho ancora capito se “Selo metta in contatto” sia un suggerimento osceno, ma cercherò di farmene una ragione.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. boh

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 23/10/2007 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


22 ottobre 2007

TAHAR BEN JELLOUN TRA ODIO E MENZOGNE

Comunicato Honest Reporting Italia 22 ottobre 2007

Tahar Ben Jelloun odia Israele, lo sappiamo. E questo, naturalmente, fa parte dei suoi sacri e inviolabili diritti. Quindi se dicesse cose come "odio Israele" o "Israele mi fa schifo" o addirittura "mi auguro che Israele scompaia", non avremmo alcunché da obiettare. Il fatto è che invece questo suo odio lo maschera da amore per la pace e lo condisce con volgari menzogne, e questo non fa affatto parte dei suoi inviolabili diritti. E pertanto abbiamo parecchio da obiettare. A partire dal titolo dell'articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'Espresso, a pagina 19: "Abbattiamo quel muro". Quel muro - che per oltre il 90% del suo tracciato non è affatto muro - che è servito a ridurre drasticamente il numero di attentati terroristici; quel muro che è servito a ridurre drasticamente il numero di israeliani uccisi da terroristi palestinesi; quel muro che - apra bene le orecchie, signor Ben Jelloun - è di conseguenza servito anche a ridurre il numero di palestinesi uccisi dall'esercito israeliano: evidentemente la salvaguardia della vita dei palestinesi non è una priorità per il Nostro.
Tralasciamo l'esordio dell'articolo, una lunga, noiosa e melensa descrizione del suo amichevolissimo incontro con lo scrittore israeliano Amos Oz (e tralasceremo anche in seguito i continui richiami a quanto i due vadano d'amore e d'accordo e quanto si capiscano e quanto si intendano ecc. ecc.), ed entriamo direttamente in medias res.

[...] Ci siamo trovati d'accordo sul fatto che entrambi i popoli sono sfiancati dalla guerra, che intere generazioni di palestinesi e di israeliani sono nati in questo contesto brutale, orribile, e che non conoscono della vita altro se non la violenza e la guerra.
Solo con una robusta dose di malafede è possibile mettere le due cose sullo stesso piano: gli israeliani, che nel proprio atto di nascita hanno l'accettazione e i palestinesi, che nei propri statuti hanno il rifiuto, la negazione, il progetto di distruzione e di sterminio dell'altro; gli israeliani che nella quasi totalità educano i propri figli all'amore per la vita, propria e altrui, e i palestinesi che educano i propri all'amore per la morte; gli israeliani che da oltre sessant'anni non hanno cercato altro che pace e i palestinesi che non hanno cercato altro che guerra e terrorismo.


[...] Amos ha evocato il fanatismo di certi israeliani. Io ho parlato di Hamas che si avvale dell'Islam per portare avanti la propria lotta lacerando dall'interno l'Olp
Forse sarebbe il caso di informare il signor Ben Jelloun che gli israeliani fanatici - che esistono, certo - non hanno dietro di sé un esercito. E non hanno migliaia di tonnellate di armamento pesante. E non vanno farsi esplodere a Gaza o in Cisgiordania in bar ristoranti negozi mercati scuole autobus. E le rare volte che qualcuno di loro uccide qualche palestinese, gli israeliani non scendono per le strade in massa a festeggiare il lieto evento. E il governo li persegue e li sbatte in galera. Oltre a questo è forse il caso di aggiungere che Hamas non può lacerare l'Olp "dall'interno", dato che si è sempre proposto, fin dall'inizio, come "altro", rispetto all'Olp: ossia all'esterno.

e ho ricordato come Sharon, mirando a scatenare una guerra civile tra i palestinesi, abbia favorito l'emergere di Hamas.
innanzitutto ricordiamo che al momento della nascita di Hamas Sharon era ministro dell'industria e del commercio, posizione dalla quale difficilmente poteva avere molta voce in capitolo nelle questioni relative alla difesa; in secondo luogo potremmo avere qualche notizia sulle fonti che avrebbero rivelato che lo scopo di un eventuale sostegno ad Hamas sarebbe stato lo scatenamento della guerra civile?

[...] Resta il fatto che uno dei partner è forte e l'altro è debole. In genere, sta a quello forte tendere la mano a quello debole.
Cosa che Israele ha fatto un'infinità di volte. Ricevendone regolarmente in cambio - con le uniche eccezioni di Anwar al Sadat e di re Hussein, che erano realmente interessati alla pace - guerra e terrorismo, morte e distruzione. È forse per questo che Ben Jelloun vuole che Israele lo rifaccia?

[...] Meglio sarebbe essere modesti e chiedere semplicemente rispetto: rispetto per la storia, per le aspirazioni di un popolo senza patria dal 1948,
no, egregio signore, i palestinesi non sono "senza patria" dal 1948: i palestinesi non avevano una patria che sia poi stata rubata nel 1948 dai cattivi sionisti. I palestinesi non hanno mai avuto, nel corso della storia, una patria. Anche perché tutte le volte che hanno avuto la possibilità di averne una l'hanno sdegnosamente rifiutata, perfino quando la patria offerta era questa, su tutto il territorio del mandato britannico con cancellazione di ogni Stato ebraico, contenuta nel Libro Bianco inglese del 1939, rifiutata dal Gran Muftì e dal «Consiglio palestinese». (Suggeriamo ai nostri lettori di dare un'occhiata anche a questo filmato, estremamente utile a rinfrescare la memoria sui fatti realmente accaduti).

rispetto per una coesistenza che non sarà semplice, ma che è assolutamente necessaria. Altrimenti? Altrimenti si cascherà nello scenario peggiore, quello formulato dai cinici, che vuole che questa regione sia condannata alla guerra eterna.
Questo non è uno scenario formulato dai cinici: è una realtà messa in atto e tenacemente perseguita dai palestinesi e dagli stati arabi.


Se non è possibile vivere insieme, viviamo almeno separati in attesa che si plachi e sia bonificata questa situazione di vecchi rancori, odi, diffidenza e paure.
Ma guardi che questo è già stato fatto, signor Ben Jelloun: non gliel'hanno detto? Israele si è ritirata da Gaza, sono passati più di due anni. Israele si è separata dai palestinesi di Gaza affinché si placasse e si bonificasse quella situazione, e affinché i palestinesi potessero cominciare a costruire il loro stato. E lo sa che cosa è successo? Che i palestinesi hanno distrutto Gaza. Distrutto le serre, distrutto le coltivazioni, distrutto tutto. E sparano ogni giorno su Israele. E poi si fanno la guerra anche fra di loro, centinaia di morti, un'infinità di feriti, un autentico macello. Ma davvero non le hanno detto niente?

[...] "Siate coraggiosi, abbattete il muro!".
Ah, ecco, finalmente ci è arrivato: ciò che serve a salvare le vite degli israeliani va eliminato! E se ciò che salva le vite degli israeliani ha dimostrato di essere utile a risparmiare anche quelle dei palestinesi, fa niente: muoia Sansone con tutti i filistei! D'altra parte non era solito dirlo anche Arafat, che era pronto a sacrificare anche mille martiri bambini pur di giungere all'eliminazione di Israele? E non è da oltre sessant'anni che i fratelli arabi di Ben Jelloun usano i palestinesi come carne da cannone?

Perché quel muro, fisico, ma anche psicologico, è una vergogna che non ha fatto altro che esacerbare il conflitto.
No, caro signore: quel "muro" non ha fatto altro che salvare vite e a rendere il conflitto molto meno cruento. E questo lo sa anche lei perché è sotto gli occhi di tutti, e solo una spudoratezza senza limiti può indurre ad affermare il contrario.

Se tutto ciò fosse solo nelle mani di noi scrittori, da tempo in Palestina e in Israele regnerebbe la pace.
Non ne dubitiamo: se le scelte fossero nelle Sue mani da lungo tempo in Israele (e forse anche in Palestina) regnerebbe la pace. Eterna.

[...] Mentre dialoghiamo, un gruppo di soldati israeliani è penetrato nella Striscia di Gaza e ha ucciso due palestinesi sospettati di essere dei terroristi.
Mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è un tantino dimenticato di alcune migliaia di razzi lanciati da Gaza su Israele; mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è dimenticato di decine di israeliani uccisi da quei razzi; mentre dialogava il signor Ben Jelloun si è dimenticato di case e auto distrutte da quei razzi, si è dimenticato di un'intera città che da anni vive nel terrore a causa di quei razzi, si è dimenticato degli infiniti atti di guerra portati continuamente dalla striscia di Gaza in territorio israeliano. Tutto ciò che sa, il signor Ben Jelloun, è che un gruppo di soldati israeliani un bel giorno, così, senza un perché, si sono inventati di andare a fare un'incursione e di ammazzare due poveri cristi sospettati - si badi bene, solo sospettati - di essere terroristi.

Il linguaggio degli scrittori non ha niente a che vedere con quello dei militari. Purtroppo.
Purtroppo?

Proviamo a rinfrescare un po' la memoria al signor Ben Jelloun, scrivendogli a espresso@espressoedit.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

HonestReporting ha oltre 140.000 membri nel mondo, ed è in continua crescita.
(C) 2006 Honestreporting - Tutti i diritti riservati
E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com


22 ottobre 2007

LA VENERABILE TRAMA

Si parte dalla liberazione di Roma, si passa per Portella della Ginestra, l’Italicus, la stazione di Bologna, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, si incontrano una miriade di personaggi: Mattei, Tambroni, Edgardo Sogno, De Lorenzo, Moro, Andreotti, Miceli, Maletti, Curcio, Franceschini, Sereno Freato, Francesco Delfino, Leone, Pertini, Craxi, Donat-Cattin, Dalla Chiesa, Cossiga e tanti altri ancora che diventerebbe noioso elencare per esteso. E si viene a conoscenza di un’infinità di fatti grandi e piccoli che anche chi, avendo un po’ di anni sulle spalle, ha vissuto quei tempi in diretta, ha dimenticato, e a volte neanche mai conosciuto.
È un libro a tesi e sulle tesi, è ovvio, si può concordare o se ne può dissentire – personalmente devo dire che alcune conclusioni mi convincono piuttosto poco, anche in considerazione del fatto che uno dei loro “punti di forza” è costituito dalle dichiarazioni di Licio Gelli – ma, al di là delle opinioni personali di Giorgio Galli, restano comunque validi, e pertanto, a mio avviso, degni di essere letti, i dati di fatto documentati.

Giorgio Galli, La venerabile trama, Lindau



barbara


21 ottobre 2007

DICE IL SIGNOR MASTELLA

che De Magistris ha montato tutto il teatrino per finire sui giornali e diventare un “eroe nazionale”: ricorda niente? Non ricorda i proclami di uno scrittorello infame sui “professionisti dell’antimafia”, primo atto di un processo di delegittimazione e isolamento di chi per combattere la mafia metteva a rischio la propria vita e infine, grazie a tale isolamento, ha finito per perderla? Non ricorda le volgari insinuazioni sull’attentato dell’Addaura che il suddetto “professionista dell’antimafia” avrebbe messo in scena da sé per mettersi in mostra? Tempi neri ci aspettano: prepariamoci.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mastella De Magistris giustizia

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 21/10/2007 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


20 ottobre 2007

FINE



 

casta-giustizia 1:0

barbara

AGGIORNAMENTO: (e per una volta tanto non è neanche OT): andate qui e fate il vostro dovere: gli amici dei mafiosi no pasaran! (e già che ci siete date anche un'occhiata a tutto il blog: lo merita)


19 ottobre 2007

BIRMANIA: SOLIDARIETÀ AL POPOLO?

Riprendo e metto insieme dal blog (ottimo: andate a vederlo) di Alessandro Gilioli, eccellente giornalista dell’Espresso, alcuni post che ritengo utili a chiarire alcune circostanze. Anche perché non mi sembra che sui giornali queste notizie abbiano campeggiato in prima pagina.

L’Italia rende omaggio al macellaio Soe Win
15 Ottobre, 2007

Mi rendo conto che la diplomazia impone degli obblighi, ma il fatto che l’ambasciatore italiano in Birmania Giuseppe Cinti sia stato tra quelli che ieri hanno firmato il libro delle condoglianze del carnefice Soe Win, a me fa abbastanza schifo, specie in questi giorni di repressione violenta.
Soe Win era l’uomo che nel 1988
ha ordinato alle truppe di sparare all’università di Rangoon, facendo tremila morti.
Era anche l’uomo che nel 2003
ha organizzato l’attentato ad Aung San Suu Kyi, facendo fuori le persone che quel giorno stavano con lei.
In Birmania era chiamato “
il macellaio di Depayin“.
Ieri il governo italiano, attraverso il suo ambasciatore, ne ha onorato la memoria.

Ps: Ho scritto questa mail all’ambasciatore Cinti, se qualcuno vuole fare qualcosa di simile l’indirizzo è:

ambitaly@ambitaly.net.mm

Gentile Ambasciatore,

Leggo sul “New Light of Myanmar” - versione on line - che Lei è andato a rendere omaggio alla memoria del “macellaio” Soe Win, l’uomo che ha ordinato di sparare nel 1988 ai manifestanti, l’uomo che ha orchestrato l’attentato del 2003 a Aung San Suu Kyi.
Mi rendo conto che la diplomazia ha i suoi obblighi, ma Le sembrava davvero il caso di firmare il libro delle condoglianze? Non pensa che, tanto più in questi giorni, come rappresentante del governo e quindi del popolo italiano avrebbe fatto meglio ad astenersi da questo gesto, prontamente usato dalla propaganda del governo birmano?
Certo di una Sua risposta, le invio i miei più cordiali saluti.


Per chi preferisce usare il fax: 00951-514565
……………………………………………………

Il giorno dopo Gilioli posta il risultato di un’interessante ricerca:

Chi fa affari con i generali birmani
16 Ottobre, 2007

Mentre l’Unione europea
inasprisce le sanzioni verso il governo birmano, escono gli elenchi di aziende nostrane che fanno o hanno fatto affari con i narcogenerali dalle mani insanguinate.

Tra queste segnalo:

Oviesse,
gruppo Coin.
Bulgari (che però tre giorni fa ha annunciato di interrompere i rapporti con il Myanmar)
Bellotti (che importa teak)
Nord Compensati (sempre legname)
Foppapedretti (idem)
Margaritelli (idem)
Gazzotti (idem)
Danieli (acciaio)
Avio Spa (aeronautica, già della Fiat, oggi di Carlyle e Finmeccanica).

Mi segnalano anche che l’India sta vendendo elicotteri da guerra sui quali sono istallati sistemi frenanti prodotti dall’italiana
Aster.
Non è italiana di proprietà ma ha molti sedi in Italia la
Auchan, che pure fa affaroni con la giunta.
Tralascio l’elenco dei tour operator che portano gli italiani in Birmania. Come sapete, infatti, su questo tema l’opposizione democratica è divisa: Aung San Suu Kyi chiede di non visitare la Birmania perché quasi tutti gli alberghi e i trasporti interni sono di proprietà dei generali, altri gruppi invece invitano gli occidentali a visitare il Paese per rendere noto al mondo come i generali l’abbiano ridotto in povertà e silenzio. Io, personalmente, sono abbastanza favorevole ad andarci e a parlarne (esistono modi per ridurre al minimo il proprio apporto economico alla giunta, la stessa Lonely Planet ne parla).
…………………………………………………….

E dopo altri due giorni ci dà conto dell’azione intrapresa nei confronti dell’ambasciatore:

L’ambasciatore fa orecchie da mercante

18 Ottobre, 2007

Il giornale dell’opposizione birmana all’estero Irrawady conferma che i funerali di Soe Win sono stati un’ottima occasione di propaganda per il regime, con i diplomatici di «Italia, Israele e Singapore» fotografati mentre firmavano il libro delle condoglianze del macellaio di Depayin.
Il nostro ambasciatore a Rangoon, Giuseppe Cinti - quello che stringeva la mano di Than Shwe mentre questi faceva buttare i monaci vivi nei forni crematori - non risponde alle mail e ai fax di protesta inviati.

Nel frattempo la Birmania è praticamente sparita dalle pagine dei giornali, così come sono completamente spariti i monaci dalle strade del Paese – e non abbiamo bisogno di chiederci dove saranno, perché purtroppo lo sappiamo fin troppo bene. E ancora una volta non solo si è abbandonato al proprio destino chi fa realmente resistenza (a noi, a quanto pare, se non massacrano qualche centinaio di innocenti a botta, i “resistenti” non interessano) ma si continua ad essere culo e camicia con i massacratori. E magari la chiamano realpolitik.

barbara

AGGIORNAMENTO: vedere nel blog di Gilioli (link a inizio post) risposta dell'ambasciatore e commento dello stesso Gilioli alla data di oggi.


19 ottobre 2007

L’INFERNO? PRIMA STRADA A DESTRA

Rehena B. ne ha viste di giovani come lei, uccise dal mestiere e scaraventate nelle acque nere del Buriganga, perché non meritano un funerale, o nelle discariche dove la gente di Dhaka abbandona i corpi degli animali randagi. Viene dal distretto orientale di Norsingdi e a occhi bassi ammette di essere sieropositiva. Alza le spalle e stringe le labbra, tirando la pelle del viso da diciottenne, impastata dall'eroina, che riesce ancora a nascondere i segni della sifilide. La metà dei suoi clienti non sa che cos'è l'Aids e non usa il preservativo. Orfana a otto anni, Rehena ne aveva nove quando una sera nel suo villaggio è stata fermata per strada da un gruppo di poliziotti che l'hanno sequestrata abusando di lei per giorni. Da allora è passata di orrore in orrore, venduta a questo e quel bordello ogni volta per l'equivalente di una manciata di euro.
Alla fine è riuscita a fuggire, ma non ha cambiato vita. Lavora per strada: intorno alle stazioni dei treni o nei parchi di Ramna e Suhrawardi. Davanti al fotografo si schermisce ma a Yaesmin Kohinoor, attivista per i diritti umani, confessa che «tornare a una vita normale è impossibile». Ora che è maggiorenne, poi, può operare con tanto di "licenza". Per la Costituzione di ispirazione islamica la prostituzione è illegale in Bangladesh. Ma le potita (donna perduta) o nati (danzatrice), che la gente chiama ksaka (puttana), vivono in uno «stato di eccezione legale», spiega Raffaele Salinari, presidente dell'organizzazione umanitaria Terres des Hommes. E possono svolgere la professione alla luce del sole dopo aver sottoscritto, davanti a un magistrato, un affidavit in cui dichiarano di non avere altro modo di sopravvivere. Pur sapendo che perderanno così in pratica ogni diritto, persino quello di calzare scarpe in pubblico, e che ai loro figli tutto sarà negato. Per iscriversi a scuola o accedere ai servizi pubblici in Bangladesh serve un certificato di nascita, che viene però rilasciato solo a chi è riconosciuto dal padre.
Presto anche Hara V. avrà la sua licenza. Ma è una professionista da tempo: dopo essere stata violentata quattro anni fa dagli operai del cantiere in cui lavorava, «non mi rimaneva altro da fare, la mia vita era segnata» dichiara ai volontari del gruppo per i diritti umani Human Rights Watch.
Alla luce della cultura sessuofoba nazionale, la vittima di uno stupro porta sempre su di sé almeno parte della colpa. Ha conosciuto il sesso in regime di peccato ed è perciò ormai comunque “perduta”. Non è più degna di marito. Insulti e molestie le toccano. Per questo le violenze di solito non vengono denunciate. Nel 2002, stando agli ultimi dati ufficiali, solo nove su 1.363 processi sono terminati con la condanna dello stupratore.
La licenza permette alle donne di lavorare per strada o a casa, formalmente "in proprio" anche se tutti sanno che dietro c'è sempre qualche pappone. Oppure nei bordelli: diciotto quelli ufficialmente registrati nel paese, alcuni vere istituzioni nazionali come il Goaland di Dhaka o il Gangina. A questi si aggiungono decine e decine di postriboli clandestini e hotel che offrono lo stesso servizio con la protezione di poliziotti prezzolati. I più noti a Dhaka sono nel Magh Bazar o nella zona industriale di Shanti Nagar. Negli ultimi anni, sul montare di proteste di benpensanti e studenti islamici, alcuni sono stati chiusi, con l'unico risultato di un aumento delle prostitute di strada. Sebbene in stato di schiavitù - senza paga e sotto il tallone di tenutarie circondate da una corte di malavitosi, vecchi clienti e sbirri corrotti - molte donne finiscono per preferire il lavoro organizzato alla strada, dove i rischi sono maggiori. Compreso quello di finire in mano a chi le venderà a qualche bordello in India, Pakistan o negli emirati del Golfo.
L'anomalia legale dell'affidavit non offre dopotutto vere garanzie, mentre sancisce uno stigma sociale e ratifica un fenomeno in crescita. L'impulso verso lo sviluppo imposto dalla globalizzazione, rileva Salinari, ha creato «un divario crescente... e una conseguente concentrazione di ricchezza in città», a danno di chi vive in campagna. Oltre la metà dei circa 120 milioni di abitanti del Bangladesh, economia sostanzialmente agricola, vive sotto la soglia della povertà. Il reddito mensile pro capite non arriva a 300 dollari. Non è un caso se oltre il 25 per cento delle prostitute sono giovani delle campagne, vendute o affidate a conoscenti senza scrupoli da famiglie che non possono permettersi la dote indispensabile per farle sposare. Per il resto sono figlie di mestiere o giovani rapite. Oppure ragazze giunte in città per trovare lavoro, che non sanno leggere e spesso parlano solo un dialetto tribale. Le più fortunate finiscono in fabbrica, ma tante si devono accontentare delle mansioni più umili in condizioni di virtuale schiavitù, trovandosi così "estremamente vulnerabili" a ricatti e violenze che non lasciano poi scelte.
Più sono giovani e più sono a rischio. Uno studio della Banca Mondiale sulla diffusione dell'Aids conta nel paese circa 105mila prostitute, per il 44 per cento tossicodipendenti. Ma le organizzazioni umanitarie parlano di 150mila. Di queste una metà è sieropositiva e/o affetta da malattie veneree, mentre «15-20mila sono minori che si vendono per strada» fa notare Fawzia Karim Firoz, dell'Associazione nazionale delle donne avvocato (Bnwla). Anche le altre sono giovani: le potita raramente superano i 40 anni e comunque «per la maggior parte, hanno cominciato prima dei 12».
(Franco Venturini, Io donna)


Rotina, 15 anni, nella casa in cui vive e lavora a Dhaka. La ragazza ha l’aids, ma non sa che cosa sia. Come i suoi clienti.

Ricordiamoci, ogni tanto, di queste nostre sorelle più sfortunate, per le quali nessuno organizza marce di protesta, nessuno chiede leggi in parlamento, nessuno invoca giustizia. Ricordiamoci, almeno, che esistono. E soffrono.

barbara


18 ottobre 2007

ODDIO MI SI È RISTRETTO L’ITALIANO

“I lavori si svolgeranno in una lochescion quanto meno inconsueta”. Beh ragazzi, se trovo chi è quel figlio di puttana che ha fregato la sede dal vocabolario, giuro che lo sbrano.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lingua italiana radio

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 18/10/2007 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa


18 ottobre 2007

A PROPOSITO DI PALESTINA E PALESTINESI


Proposta di Stato palestinese su tutto il territorio del mandato britannico con cancellazione di ogni Stato ebraico contenuta nel Libro Bianco inglese del 1939, rifiutata dal Gran Muftì e dal «Consiglio palestinese».



E adesso forza, venite a raccontarmi la bella favoletta della lotta di liberazione nazionale. Venite a raccontarmi che l’unica cosa che vogliono è lo stato di Palestina. Venite a raccontarmi che il problema è l’okkupazione. Su, forza.

barbara


17 ottobre 2007

RICORDANDO ANDREA

                                                       

Porto Torres, 18 luglio 1955 – Flumini di Quartu Sant’Elena, 17 ottobre 2006.
Ciao, capitano, ti ricorderemo sempre. Oggi ti ricordiamo con una testimonianza, un omaggio, un pensiero, un tributo. Ai miei lettori offro anche una straordinaria sorpresa e, se ce la fate, ascoltate e guardate anche questo.

E altri ricordi incalzano, altre sofferenze, altre agonie, altre voci che non sentiremo più, da quella terra bellissima e selvaggia e no, non ci saranno altre commemorazioni il mese prossimo perché il ricordo è presente ogni giorno, ogni istante e non ci lascerà mai


barbara

AGGIORNAMENTO OT: leggere qui, e poi fare il proprio dovere, imperativo categorico.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. andrea parodi

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 17/10/2007 alle 1:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


16 ottobre 2007

ROMA, 16 OTTOBRE 1943

Settimia Spizzichino



Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.

Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz... anche se non sempre sono entrata nei particolari.
Ad Auschwitz si desidera tornare - anche molti di quei ragazzi lo desiderano - e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. - Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto.
In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro.
E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia.
(Dal libro "Gli anni rubati" di Settimia Spizzichino)



E non basta commuoversi quando arrivano le ricorrenze, bisognerebbe anche fare qualcosa per evitare che si ripeta. Bisognerebbe fare qualcosa per impedire a chi sta impiegando tutte le proprie forze e tutte le proprie risorse per portare a compimento l’opera di conseguire i propri fini. Bisognerebbe, almeno, avere il buon gusto di non indignarsi e non scandalizzarsi quando ci si rende conto che quando gli ebrei hanno detto mai più, intendevano dire mai più.


barbara


16 ottobre 2007

PER CHIARIRE

Il Nardi – l’uomo più bello della bloggosfera dopo Silverlynx – tempo fa ha pubblicato un libro, come tutti sapete. Si intitola “Senza se(x) e senza ma(rx)”. Si tratta di una raccolta delle sue fulminanti battute, i suoi famosi “dardi di Nardi”. Me lo ha mandato, a suo tempo, in omaggio, e l’ho letto con immenso godimento, e avevo l’intenzione di presentarlo qui, nel blog. Fino a quando non mi sono imbattuta in quella terrificante battuta, in cui paragona la kippà indossata da Gianfranco Fini a Yad Vashem alla keffià di Zapatero. E lì mi sono fermata. Perché non si può. Non si può paragonare un simbolo religioso con quello che Arafat, piaccia o no, ha trasformato in un simbolo terroristico. Non si può paragonare ciò che si indossa in un luogo religioso con ciò che si indossa per andare a uccidere. Ogni luogo religioso ha le sue regole: nelle moschee si entra senza scarpe, e anch’io in Marocco, in Tunisia, in Egitto, ci sono entrata senza scarpe: e allora? A qualcuno potrebbe venire in mente di avere da ridire? In alcune chiese – per esempio nella cattedrale di Granada, non si entra in bermuda e a braccia scoperte. Nei luoghi religiosi ebraici si entra a capo coperto, e Fini lo ha fatto: non si può paragonare questo fatto alla scelta di Zapatero di posare sorridente con l’indumento che indossano i terroristi quando vanno a fare strage di ebrei. Non si può, per amore di battuta, sputare su sei milioni di cadaveri, un quarto dei quali bambini. Giusto oggi ricorre l’anniversario della razzia del ghetto di Roma: oltre mille deportati, la maggior parte donne e bambini. Sono tornati in 17, sedici uomini e una donna. Non si possono fare battute su questo. Ci ho pensato a lungo prima di decidere, ma alla fine ho sentito che davvero non potevo fare la pubblicità a questo libro.
Non so se sia per vendicarsi della mancata reclamizzazione che il Nardi ha eliminato dai suoi link quello del mio blog. Ma vorrei che fosse chiaro che non è per ripicca che io ho eliminato il suo, ma solo per non rischiare di offenderlo mettendo il suo link in un blog indegno di comparire nel suo.



barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/10/2007 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


15 ottobre 2007

LO SCANDALO DEL FESTIVALSTORIA

Mi è arrivata questa lettera con la preghiera di diffonderla. E la diffondo, con la speranza che molte voci si levino contro questa vergogna.

Si sta svolgendo in questi giorni, nelle città di Saluzzo e Savigliano, la terza edizione del FestivalStoria, dedicata quest’anno al tema «Di che “razza” sei? Un mito pericoloso». Leggiamo dal programma che “FestivalStoria, ideato e diretto da Angelo d’Orsi, è una rassegna internazionale di public history in cui attraverso dibattiti, conversazioni, interviste, mostre, spettacoli e concerti la trasmissione della conoscenza e la capacità di intrattenimento sono sempre contraddistinte da un rigoroso scrupolo scientifico”.
Sabato 13 ottobre si è dunque tenuto al Teatro Millanollo di Savigliano l’incontro sul tema “Etnos e religione: il caso di Israele”. Intervenivano il palestinese Omar Barghouti, la svedese Catrin Ormestad, attivista filo-palestinese, e due israeliani: Michel Warschawski, collaboratore del quotidiano “Il manifesto”, e Gideon Levy, giornalista della sinistra radicale. Già la scelta dei relatori lasciava temere sul “rigoroso scrupolo scientifico” dell’evento, ma la realtà è andata oltre ogni previsione: la serata si è risolta in un autentico linciaggio morale di Israele, in una martellante propaganda cadenzata dall’immagine di uno stato razzista, imperialista, colonialista, fanatico, fondamentalista, nazi-fascista (concetto proposto più volte da Barghouti), brutale, militarista, pseudo-democratico. La signora Ormestad ha dichiarato che l’apartheid israeliano è più grave di quello che esisteva in Sudafrica. I due relatori israeliani non sono stati da meno, e hanno fatto a gara nell’avallare queste rappresentazioni deliranti. Ma si sa che Israele è un paese molto democratico, in cui anche chi lo odia e lo discredita gode della massima libertà di parola. Certo se dipendesse da Warschawski e Levy il problema sarebbe risolto da un pezzo, perché quello stato non esiterebbe più.
Altro che obiettività storica: il confronto tra i relatori (totalmente assente) si è risolto in fuoco di fila micidiale, univoco e ossessivo, senza una voce discorde: il povero, indifeso, pacifico popolo palestinese oppresso e umiliato dagli israeliani razzisti e violenti. Quando verso le 23 e 30 alcuni aderenti dell’Associazione Italia-Israele di Cuneo hanno chiesto se al pubblico era concesso di fare domande, il moderatore Mimmo Candito, visibilmente a disagio, ha risposto che gli organizzatori (leggi: d’Orsi, presente in prima fila) gli avevano comunicato che il dibattito col pubblico non era previsto. La serata si è dunque conclusa con un’unanime condanna di Israele, stato paria e razzista che deve essere rifiutato dalla comunità internazionale. Il pubblico ha sempre calorosamente applaudito e zittito le poche voci di protesta. Si trattava per lo più di persone dell’estrema sinistra, giunte anche da Torino con volantini che invitavano al boicottaggio di Israele in occasione del prossimo Salone del Libro.
In effetti la totale mancanza di pluralismo faceva pensare ad una serata organizzata da Rifondazione Comunista o dai Comunisti Italiani, in cui relatori e pubblico se la cantano e se le suonano tra loro. Lo scandalo è che si trattava invece di un evento istituzionale e accademico, profumatamente sponsorizzato da enti pubblici e fondazioni bancarie: Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Provincia di Torino, città di Torino, di Saluzzo e di Savigliano, Compagnia San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Savigliano, Banca CRS, Azienda Turistica Locale di Cuneo, Ente manifestazioni Savigliano, Fondazione Bertoni di Saluzzo, Confartigianato di Savigliano, Ascom di Saluzzo, Ascom di Savigliano, Comunità Montana Valla Varaita, Zonta Club di Saluzzo, Federazione Nazionali Insegnanti, Coop e altri ancora...
Ho assistito negli anni precedenti ad alcuni altri incontri del FestivalStoria, e penso di poter affermare che la conferenza-linciaggio su Israele, per quanto grave, non sia un caso isolato, ma rientri nell’impostazione generale di questa rassegna, caratterizzata dalla faziosità e dal rifiuto sistematico del confronto con interlocutori non allineati su una determinata ideologia. Non c’è che dire: Angelo d’Orsi sarà anche, dato il suo settarismo, un pessimo storico, ma è certamente un grande artista, un prestigiatore: è riuscito a far pagare dagli enti pubblici e dalle banche una macchina propagandistica al servizio della potente lobby comunista delle università italiane.
Diego Anghilante (Associazione Italia Israele di Cuneo)

Non ho molto da aggiungere, tranne un’osservazione: loro sono quelli che poi accusano noi di non sapere o volere dialogare. Così come sono quelli che passano metà del loro tempo a sparare ogni sorta di infamie e menzogne su Israele, e l’altra metà a frignare “Possibile che non si possa criticare Israele?!” Ecco: l’onestà, morale e intellettuale, è sicuramente il loro punto forte.

barbara

AGGIORNAMENTO: mi è stata inviata questa vibrata protesta, che volentieri pubblico:
"Non c'è che dire: Angelo d'Orsi sarà anche, dato il suo settarismo, un pessimo storico, ma è certamente un grande artista, UN PRESTIGIATORE..."

Contesto: i prestigiatori e gli illusionisti sono per definizione onesti. Infatti dicono che ti stanno per imbrogliare e poi mantengono la parola. E lo fanno per divertirti. Sono altri i termini da usare in questi casi: imbroglione, ciarlatano, baro, ecc... A volte questi usano le stesse arti (o armi) di un prestigiatore, ma per scopi esattamente opposti. Scusa, ma... la difesa d'ufficio della categoria da parte mia era d'obbligo :-)


15 ottobre 2007

ANELLI

Ancora non sappiamo se si riuscirà mai a trovare l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia. In compenso ne abbiamo trovati ben due tra l’uomo e il maiale.



barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 15/10/2007 alle 13:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


14 ottobre 2007

IN SALVO


profughi del Darfur che hanno raggiunto la frontiera di Israele ricevono i primi soccorsi

Perché mentre a Roma si discute, e mentre Sagunto cade, c’è qualcuno che si dà da fare per impedire almeno che tutti i saguntini vengano annientati.
E già che siete qui, guardatevi anche questo e questo.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Darfur Israele soccorsi Ahmadinejad

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 14/10/2007 alle 17:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


13 ottobre 2007

LETTERA INVIATA AL PRESIDE DELLA FACOLTÀ DI FILOSOFIA DELL’UNIVERSITÀ DI TORINO

A: lorenzo.massobrio@unito.it
Ogg: Inquietudine

Chiarissimo Preside,
ogni docente è ambasciatore della Scuola o dell'Università di cui fa parte. Questa sera, durante la trasmissione di Moncalvo su Rai 2, uno dei docenti della facoltà che Lei dirige, il prof. Vattimo, ha dato prova dei livelli culturali raggiunti ormai dall'Università di
Torino.
Il docente in questione ha sfoggiato come sempre la sua arroganza supportata da un livello di ignoranza storica senza limiti e da una logica priva di parametri epistemologici, dato fattuale gravissimo per un filosofo. Sono un'insegnante di scuola superiore, domani nelle mie classi si discuterà della trasmissione e, cosa più importante, i miei alunni di quinta classe saranno scoraggiati dall'iscriversi all'Università di Torino, ormai famosa per il clima antidemocratico che
si respira nei confronti di Israele e, dunque, dell'unica democrazia del Medioriente. E' vergognoso che un educatore giustifichi il terrorismo di Hamas e che si permetta di offendere le vittime del terrorismo di Al Qaeda sostenendo che Bin Laden non esiste. Spero che i genitori dei giovani Italiani dissolti dal fuoco delle Twin Towers non abbiano ascoltato i vaneggiamenti di Vattimo e la sua logica priva di senso e dignità.
Ma la filosofia non è quella disciplina che va alla ricerca della verità? Mi pare di ricordare che per secoli i grandi abbiano onorato il logos quale emblema di saggezza e intelligenza. Per secoli la Domanda ha caratterizzato la ricerca ontologica. Ha mai sentito parlare, Vattimo, di alterità e rispetto dell'alterità? Ha mai letto Levinas?Ha mai riflettuto sul fatto che Israele sia l'unico
Stato al mondo legittimato dall'Onu a differenza di tutti gli altri? Si è mai domandato perchè al popolo della Legge sia stato sempre negato l'esercizio del diritto?Come può un filosofo sostenere Ahmadinejad? Come può, oggi, un filosofo europeo farsi interprete di chi propugna
un'ideologia votata alla negazione dell'altro? Come può sostenere i diritti di alcuni e negare i diritti di altri? Israele ha sempre accettato, dalla dichiarazione Balfour in poi, 2 Stati per due
popoli. I Palestinesi vogliono lo Stato palestinese al posto di quello ebraico. Hamas lo afferma nel suo progetto di islamizzazione, come mai Vattimo che crede a qualsiasi cosa detta dai Palestinesi, non prende sul serio questo progetto politico?
Ho sempre ritenuto che i filosofi avessero degli occhi particolari per leggere la realtà...ma un giorno arrivò un certo Fichte...

Spero che Lei senta il bisogno di intervenire...
Francesca Bianco

Io non guardo la televisione, come è noto. Conosco però il signor Vattimo. Conosco i suoi deliri. Conosco il suo amore per il terrorismo. Conosco i suoi sbavamenti per ogni sorta di dittatura e per coloro che di quelli come lui negano persino l’esistenza. Non ho quindi alcuna difficoltà a immaginare che cosa possa avere detto anche in questa occasione, e in quale tono. Per questo pubblico volentieri la lettera che l’amica Francesca ha inviato al preside della facoltà di filosofia dell’università di Torino. E se qualcuno volesse trarne spunto per imitarla, sarebbe naturalmente il benvenuto.

barbara


13 ottobre 2007

L'AFFARE DREYFUS (1894-1906)

Avrei potuto scegliere per questo post il 31 ottobre, data in cui la notizia dell’arresto venne pubblicata e divenne di pubblico dominio, dando il via alle pubbliche manifestazioni antiebraiche; o il 19 dicembre, data di inizio del processo; o il 22 dicembre, data della sentenza di condanna; o il 5 gennaio, data della cerimonia di degradazione; avrei potuto scegliere una qualsiasi delle tante date che contrassegnano questa storia vergognosa. Ho scelto quella del 13 ottobre: l’inizio di tutto.



La drammatica vicenda del capitano d'artiglieria dell'esercito francese, Alfred Dreyfus, ebbe inizio nel 1894, con la scoperta di un biglietto anonimo e non datato (bordereau) in cui un ufficiale di stato maggiore francese comunicava a M. von Schwartzkoppen, addetto militare dell'ambasciata tedesca di Parigi, un elenco di documenti da inviare, relativi all'organizzazione militare francese. L'elenco era stato trovato, in mille pezzi, dentro il cestino della carta straccia da Marie Bastian, una donna delle pulizie in servizio presso l'ambasciata tedesca (in realtà agente del controspionaggio francese). La donna fece pervenire il biglietto al maggiore H.J. Henry. Il 13 ottobre 1894 fu arrestato il trentacinquenne Dreyfus. Sembrava una comune vicenda di spionaggio. In realtà la vicenda sarebbe durata ben 12 anni.
La scoperta non giunse inaspettata: nei ranghi dell'esercito francese echeggiava con insistenza, fin dal 1870, la parola "tradimento", con cui si cercava di spiegare la sconfitta subìta a Sédan nella guerra contro la Prussia e la crisi boulangista degli anni 1886-89. La Francia era in pessimi rapporti non solo con la Germania e tutto l'impero austro-ungarico, ma, a causa delle contrapposte politiche coloniali afroasiatiche, anche con l'Italia e con l'Inghilterra. Nel 1882 era fallito l'Istituto di credito cattolico Union Générale e dieci anni dopo i piccoli risparmiatori erano stati inoltre rovinati dal fallimento della Compagnia che doveva gestire il Canale di Panama. Nel 1886 era apparso il libro antisemita di E. Drumon, La France juive, che con la sua equazione "ebreo=traditore per definizione", ebbe un gran successo. Nei primi anni '90 si era radicalizzato il nazionalismo in chiave aggressiva, nei confronti dei lavoratori stranieri immigrati (in particolar modo gli italiani, presenti in gran numero nella Francia meridionale: sanguinosi episodi vi furono nel 1893 ad Aigues-Mortes e a Lione nel '94).
Ovviamente non si poteva pensare di trovare un "traditore" tra gli ufficiali dello stato maggiore, ch'era una casta rigidamente selezionata (di origine prevalentemente nobiliare). Si pensò quindi che il "colpevole" potesse annidarsi fra i giovani ufficiali che svolgevano il loro tirocinio presso lo stato maggiore e fra questi spiccò subito un nome che nobile non era, ma suonava piuttosto come ebreo e come tedesco: Alfred Dreyfus (egli infatti era di origine alsaziana).
Dei cinque esperti calligrafi chiamati a consulto dallo stesso ministro della guerra, Mercier, che aveva affidato le indagini al maggiore d'Omerscheville, solo tre si dichiararono favorevoli a riconoscere in Dreyfus l'autore dell'elenco. Ciononostante, a conclusione dell'inchiesta si ritenne che le prove fossero sufficienti per portare Dreyfus davanti alla Corte marziale con l'accusa di alto tradimento. Le alte gerarchie, il presidente della Repubblica, Casimir Périer (succeduto a Sadi Carnot, assassinato da un anarchico il 24 giugno precedente) e un'opinione pubblica infettata da idee xenofobe e acceso nazionalismo, spingevano a fare di Dreyfus il colpevole.
Il 31 ottobre la notizia dell'arresto venne diffusa dai giornali francesi. Il processo militare si svolge a porte chiuse fra il 19 e il 22 dicembre: il governo si giustifica dicendo che non vuol far conoscere i documenti venduti né le nazioni acquirenti. La stampa è tutta favorevole a una condanna esemplare: in molti giornali sono apparse notizie secondo cui Dreyfus era sommerso da debiti di gioco, che fu incitato al tradimento dalla sua amante (Dreyfus era sposato e padre di due figli), che la situazione dei Dreyfus avrebbe dovuto essere molto critica dopo il rifiuto da parte della compagnia di assicurazione di coprire le spese del danno causato dall'incendio della loro fabbrica di Mulhouse, ma che in realtà essi si erano ripresi grazie al governatore di Strasburgo. Fu inoltre trovato nella Senna il cadavere di un impiegato di uno stabilimento militare che aveva nelle tasche l'indirizzo di Dreyfus, per cui si supponeva fosse suo complice. La stampa di destra inoltre sosteneva che non si sarebbe potuto assolvere Dreyfus senza sconfessare il ministro della guerra e lo Stato maggiore in un momento in cui la Francia era minacciata dalla Triplice Alleanza e dalla rivalità coloniale con l'Inghilterra.
Il Consiglio di guerra, presieduto dal colonnello Maurel e composto da sette giudici emette all'unanimità un verdetto di colpevolezza e condanna l'ufficiale alla degradazione e alla deportazione perpetua in una fortezza della Nuova Caledonia (Guyana). La stampa pensò che non fu comminata la pena di morte sia perché essa era stata abolita per i delitti politici nel 1848, sia perché il tradimento non era stato commesso in tempo di guerra. Le uniche due prove esibite furono il suddetto biglietto e un dossier segreto, di cui non era a conoscenza né Dreyfus né la sua difesa; dell'esistenza di questo dossier si verrà a conoscenza solo al momento dello scoppio dell'affaire vero e proprio e sarà uno degli elementi fondamentali sui quali si baserà la difesa di Dreyfus per richiedere la revisione del processo. D'altra parte interrogatori e perquisizioni non avevano portato ad alcun risultato; per di più mancava un valido movente: figlio di un industriale alsaziano che aveva optato per la nazionalità francese nel 1871, Dreyfus era ricco (apparteneva alla borghesia ebraica di recente crescita sociale), patriota (aveva scelto la carriera militare proprio per riscattare l'Alsazia allora occupata dai tedeschi) e benpensante (credeva nei valori della giovane repubblica, tra cui quello del laicismo. Si era laureato al Politecnico).
La cerimonia di degradazione ha luogo il 5 gennaio 1895, all'interno del cortile della Scuola Militare: a Dreyfus vengono strappati i gradi e spezzata la spada di ordinanza.



Egli si proclama innocente e patriota. La folla che assisteva fuori del cortile e che ha sempre gridato: "Morte al traditore", appena egli uscì sotto scorta lo prese a bastonate, pugni e calci e solo con grande fatica la scorta riuscì a evitargli il linciaggio e a farlo partire per l'isola del Diavolo, al largo della costa della Caienna. Dreyfus dichiarò al direttore delle carceri dell'isola che se entro tre anni non si fosse riconosciuta la sua innocenza avrebbe preferito suicidarsi. Nell'isola fu proibito l'accesso a chiunque e Dreyfus veniva sorvegliato giorno e notte: non gli venne imposto alcun lavoro ma gli fu negata la possibilità di scrivere qualunque cosa.
Il 18 gennaio si dimette improvvisamente il presidente della Repubblica, Périer, con la motivazione che non riesce più a sopportare la campagna di diffamazione e ingiurie contro l'esercito, la magistratura, il Parlamento e lui stesso. Lo sostituisce Felix Faure (repubblicano moderato), eletto coi voti della destra.
Subito dopo la deportazione, la moglie e il fratello di Dreyfus, con l'aiuto dello scrittore ebreo Bernard Lazare, si mobilitano per cercare di riaprire il processo. Tuttavia, nazionalisti e socialisti erano concordi nel ritenere che Dreyfus avrebbe meritato la pena di morte e gli stessi ambienti israeliti non gradivano la riapertura di un caso che gettava ombra sulla loro onorabilità. Grande incertezza regna nelle file del partito operaio. La linea di tendenza dominante è quella di considerare il caso come un conflitto interno alla borghesia. Anche personalità socialiste indipendenti, come p.es. J. Jaurès, denunciano in Parlamento l'eccessiva indulgenza del tribunale militare che avrebbe dovuto comminare la pena di morte.
Intanto nel luglio 1895 il tenente colonnello Georges Picquart subentra al colonnello Sandherr a capo dei Servizio Informazioni dello Stato maggiore e scopre nel marzo del '96 che l'ambasciata tedesca era da tempo in contatto col maggiore M.Ch. Walsin-Esterhazy, un nobile di origine ungherese, giocatore pieno e debiti e spesso invischiato in affari loschi. Il rapporto di una agente francese a Berlino asseriva che i servizi segreti tedeschi non sapevano nulla circa il capitano Dreyfus e che il loro informatore era un maggiore dell'esercito, nobile e decorato. Il servizio intercetta frammenti di un telegramma che, ricostruito, diventa una comunicazione riservata dell'addetto militare tedesco Schwartzkoppen al maggiore Esterhazy. Picquart riesce anche ad avere la certezza che la calligrafia del bordereau è la stessa di Esterhazy. Decide dunque, nonostante le resistenze dei vertici militari (soprattutto del colonnello Henry, che produsse anche dei documenti falsi) e del ministro della guerra Billot, di riaprire il dossier Dreyfus.
Il 3 settembre 1896 Mathieu Dreyfus diffonde, attraverso un quotidiano londinese, la falsa notizia della fuga del fratello, per suscitare nuovamente l'attenzione della stampa sul caso. Il 14 infatti "L'Eclair" afferma che Dreyfus sarebbe stato condannato sulla base di documenti segreti. Scendono nuovamente in campo i nazionalisti (Drumont, Rochefort…) per denunciare le trame del cd. "sindacato ebraico". Il Parlamento, con soli cinque voti contrari, respinge la domanda di revisione del processo avanzata dalla moglie Lucie e dal fratello di Dreyfus. Il ministro della Giustizia dispone che di notte il prigioniero sia legato a un letto di contenzione. L'unico a non arrendersi è l'anziano vicepresidente del Senato A. Scheurer-Kestner, che conosceva le scoperte di Picquart. Dal canto suo Esterhazy chiede di essere giudicato da un tribunale militare per fugare ogni sospetto su di lui. Il 6 novembre 1896 Lazare pubblica a Bruxelles, poi a Parigi, un pamphlet in cui ricostruisce l'incredibile vicenda giudiziaria.
Il 10 novembre due giornali conservatori, "Le Matin" e "L'éclair" pubblicano un facsimile del bordereau, nonché alcuni documenti del dossier segreto, pensando di chiudere definitivamente il caso; in realtà ottengono l'effetto contrario, poiché risulta evidente la differenza della calligrafia con quella di Dreyfus. Infatti alcuni intellettuali cominciano a prendere le sue difese: il filosofo Lucien Herr, gli storici Albert Mathiez, Paul Mantoux e Leon Blum, i sociologi Lévy-Bruhl e Durkheim, il politologo Sorel, l'economista Simiand, letterati quali Charles Peguy, Marcel Proust, Anatole France, Sarah Bernhardt, A. Gide, pittori come Monet, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Signac… Violenta diventa la campagna di stampa antidreyfusarda: quotidiani come "L'Intransigeant" e la "Libre Parole" per almeno tre anni attaccheranno duramente gli ebrei, i democratici, i socialisti… L'ostile campagna lanciata contro gli ufficiali ebrei provocherà anche molti duelli tra i militari.
Il 16 il generale Boisdeffre allontana Picquart da Parigi col pretesto d'una missione in Algeria e in Tunisia, in territori infestati da tribù ribelli. Ma nel giugno del '97 in congedo a Parigi, Picquart rivela all'amico e avvocato L. Leblois i suoi sospetti su Esterhazy; Leblois a sua volta informa della cosa il vicepresidente del Senato, Scheurer-Kestner, che ottiene il 29 ottobre d'essere ricevuto dal presidente della Repubblica Faure. Il 15 novembre il fratello di Dreyfus invia una lettera al ministro della guerra accusando esplicitamente Esterhazy d'essere l'autore del bordereau. Il 4 dicembre di fronte alle Camere riunite il primo ministro Méline dichiara che "non esiste alcun affaire Dreyfus". Infatti il 10-11 gennaio 1898 Esterhazy viene assolto con formula piena e diventa l'eroe del momento.

LA SVOLTA

Una svolta improvvisa, assolutamente inaspettata, per la destra, al corso degli avvenimenti, fu causata dal pamphlet J'accuse di Emile Zola. In realtà sin dal 16 maggio 1896 Zola aveva cominciato a pubblicare su "Le Figaro" degli articoli in difesa della questione ebraica. P.es. in quello intitolato Per gli ebrei, pur senza citare Dreyfus, egli si era energicamente opposto alle tesi antisemite di E. Dumont che costantemente venivano pubblicate sul giornale "La Libre Parole". Verso la fine del '96 Zola si era incontrato con Lazare, che aveva appena pubblicato il suo pamphlet, e nel '97 aveva incontrato gli avvocati di Dreyfus e di Picquart, nonché il vicepresidente del Senato Scheurer-Kestner. Il 25 novembre 1897 aveva preso le difese di quest'ultimo con un articolo su "Le Figaro". Zola in realtà aveva scritto molti articoli prima di quello famoso che determinò la svolta. Gli ultimi erano stati due opuscoli, Lettera alla gioventù e Lettera alla Francia, con cui esortava i giovani francesi a battersi per la verità e la giustizia. Tuttavia con nessuno di essi era riuscito a smuovere veramente le acque. Fu allora che capì d'aver sbagliato strategia e che doveva decidersi per un attacco diretto contro la gerarchia militare e politica, citando nomi e cognomi.
Fu la sfrontatezza del processo Esterhazy a spingerlo nella decisione d'inviare il 13 gennaio 1898 a "L'Aurore" (il giornale di Clemenceau) una lettera aperta al presidente della Repubblica, al fine di dimostrare l'innocenza di Dreyfus.



Il celebre J'accuse rimase un pamphlet unico in tutta la letteratura polemica del XIX secolo: non si era mai visto un coraggio del genere. L'affaire Dreyfus nasceva praticamente con quell'articolo. Nello stesso giorno Jaurès, convintosi dell'innocenza di Dreyfus, aveva pronunciato in Parlamento un atto di accusa contro il governo.
Viceversa il partito operaio guidato da Jules Guesde resta ancora neutrale e non sa cogliere le contraddizioni interne alla borghesia, né l'importanza di sfruttare tali contraddizioni per conquistarsi il consenso delle masse. Anche la neutralità della Confederazione generale del lavoro contribuisce ad allontanare ampi settori della classe operaia dalla battaglia innocentista. Della forte stampa repubblicana solo alcuni quotidiani, come "La Lanterne", "Pétite République", "Le Siècle", "Le Figaro", "Le Rappel" e altri minori appoggiano la causa dreyfusarda. Molti dirigenti repubblicani temono che eventuali rivelazioni relative alla manipolazione delle prove contro Dreyfus possano travolgere il governo repubblicano e riportare al potere la destra monarchica e orleanista. Non sono inoltre esclusi i pregiudizi antisemiti. E comunque il 15 gennaio viene reso pubblico il primo appello di intellettuali e uomini di cultura che chiedono la revisione del processo.
Il 17-18 gennaio si scatenano manifestazioni antisemite (con tanto di saccheggi) nelle province francesi e in Algeria (pogrom). Il giorno dopo il quotidiano "Le Siècle" inizia la pubblicazione delle Lettere di un innocente di Dreyfus. Il potere politico-militare non vuole dare la sensazione di debolezza evitando di perseguire Zola, però teme di offrire una tribuna ai dreyfusardi. Dal 7 al 23 febbraio si svolge il processo a carico di Zola, che viene condannato (insieme al direttore dell'"Aurore") per vilipendio delle forze armate al massimo della pena: un anno di carcere e a una multa di 3.000 franchi. La sentenza fece scalpore all'estero ma venne applaudita dai parigini e dal Parlamento.
La nazione tende ormai a spaccarsi in due schieramenti contrapposti: gli ambienti anticlericali, i liberi pensatori, la borghesia radicale appoggia la causa di Dreyfus (i socialisti restano neutrali), poi vi è un piccolo gruppo raccolto nel "Comitato cattolico per la difesa del diritto", capeggiato da Ch. Peguy e Paul Viollet. La "Lega dei patrioti" e la "Lega per la difesa dei diritti dell'uomo" esercitano una certa influenza sui professori e sugli studenti dell'Istituto Pasteur, del Collegio di Francia e della Scuola di alti studi.
In campo opposto erano allineati ambienti militaristi e nazionalisti, legittimisti (monarchici), alti gradi della magistratura e congregazioni cattoliche. Le due leghe più importanti sono quella della "Patria francese" (con oltre 100.000 aderenti) e quella "antisemitica" di Henri Drumont. Professori e studenti universitari della Sorbona (salvo la facoltà di lettere e alcune facoltà scientifiche) sono schierati a maggioranza contro la revisione del processo. Tra i cattolici, importanti scrittori come Alphonse Daudet, Maurice Barrès, Charles Maurras, Paul Valery sono antidreyfusardi. Vi si trovano anche i nomi di Jules Verne e F. Mistral, di Renoir, Cèzanne e Degas. Così pure quotidiani di larga tiratura come "La Croix" (dei padri agostiniani) e "Le Pélerin". Il più significativo prodotto dell'affaire, in campo cattolico-conservatore, fu l'Action française, il movimento sorto nel 1899 intorno all'omonima rivista di Charles Maurras, la cui adesione alle idee di Nietzsche sfociava in una concezione del cattolicesimo come prodotto della civiltà occidentale, depurato dagli elementi originali del giudaismo-cristiano.
Il 2 aprile 1898 viene annullato, per vizi procedurali, il verdetto del processo a carico di Zola, il quale ritorna in tribunale il 18 luglio, e, dopo aver annunciato la propria contumacia, abbandona l'udienza. Gli viene inflitta la stessa pena e Zola esilia a Londra. Dieci giorni prima il ministro della Guerra, Cavaignac, aveva ribadito alle Camere la colpevolezza di Dreyfus, confermando la presenza di un dossier segreto. In risposta a un'interpellanza parlamentare, è costretto a dare lettura integrale dei documenti del dossier. L'evidenza del falso fabbricato dal colonnello Henry non tarda a rivelarsi. Il 12 luglio era già stato arrestato Esterhazy per truffa e radiato dall'esercito. Anche Picquart viene arrestato per aver divulgato dei documenti riservati e per aver fabbricato documenti per accusare Esterhazy. Scheurer-Kestner invece viene privato della sua carica parlamentare. Alla fine dell'agosto Cavaignac è costretto ad arrestare il colonnello Henry, successore di Picquart nei Servizi d'Informazione: egli confessa le sue responsabilità e il giorno dopo si uccide in carcere. Esterhazy fugge in Inghilterra. Viene arrestato Du Paty de Clam che aveva collaborato con Henry a produrre il falso dossier e a incriminare Dreyfus. Cavaignac decide di dimettersi. Alla fine dell'ottobre la Corte di cassazione accoglie la richiesta di revisione del processo a carico di Dreyfus. Nell'agosto Jaurès pubblica sulla "Petite république" una serie di articoli intitolati La prova dell'innocenza di Dreyfus.
La destra di spaventa. Maurras afferma che per la Francia minacciata da nemici interni ed esterni, l'esercito era l'estrema garanzia di sopravvivenza. Quindi i dreyfusardi diventavano pericolosi proprio se Dreyfus era innocente, perché rischiavano di demolire il prestigio delle forze armate. I nazionalisti Déroulède e Guérin approfittano dell'improvvisa morte del presidente della Repubblica, Faure (16 febbraio 1899), sostituito il 18 da Loubet, per tentare un colpo di stato, incitando le truppe del generale Roget a marciare sull'Eliseo, ma il generale rifiuta. Il 3 giugno in un'intervista a "Le Matin" Esterhazy confessa di essere l'autore del bordereau, aggiungendo però che si trattava di un'esca predisposta dai servizi segreti francesi per scoprire la centrale dello spionaggio tedesco. (Nel 1930 la pubblicazione postuma delle memorie di Schwartzkoppen confermerà che i documenti militari segreti gli erano stati consegnati a più riprese da Esterhazy, il quale, a causa di rovesci finanziari, aveva impellente necessità di denaro. Tuttavia l'addetto militare tedesco affermò di non aver mai ricevuto il bordereau. È dunque probabile che la vera spia fosse proprio il colonnello Henry, che, non potendo occultare il bordereau, intercettato da qualche suo agente, affermò di averlo rinvenuto nel famoso cestino dell'ambasciata tedesca. Esterhazy dunque non era che un uomo di paglia dello stesso Henry, e non è escluso che questi coprisse un alto generale francese. Ciò comunque significa che l'affare Dreyfus non sarebbe mai stato, neppure alle origini, un errore giudiziario, ma una macchinazione ordita per trovare un capro espiatorio).
Nel luglio del '99 Dreyfus viene rimpatriato, ma la situazione è ancora critica. Il presidente Loubet ha subìto il 4 giugno un attentato monarchico (fu colpito da un bastone); il fronte antidreyfusardo ha intenzione di linciare lo stesso Dreyfus, che per questa ragione viene nuovamente rinchiuso in carcere. Ora finalmente gli operai scendono in piazza e il Parlamento si sposta progressivamente a sinistra. Zola intanto è tornato in Francia. Nasce assai presto il governo di "difesa repubblicana" guidato da Waldeck-Rousseau: è la prima volta che si forma un governo di sinistra (gambettiani, moderati radicali e socialisti). Questo governo sottrae allo stato maggiore la nomina dei generali.
Il 7 agosto 1899 inizia il secondo processo a Dreyfus. Rennes, la cittadina bretone, fu invasa dai giornalisti di tutto il mondo: all'estero l'innocenza dell'imputato era un fatto scontato. La scelta di essere nuovamente giudicato dalla giustizia militare viene sostenuta dalla stessa famiglia Dreyfus, che vuole la piena riabilitazione nell'esercito. Tuttavia i generali sostennero che c'erano prove così segrete che non si potevano esibire, poiché contenevano un'annotazione dell'imperatore Guglielmo II. Ora, accusare il Kaiser di aver personalmente commissionato azioni di spionaggio, equivaleva a una dichiarazione di guerra. Ecco perché il tribunale di guerra (5 giudici contro 2) dichiarò nuovamente colpevole Dreyfus di tradimento, anche se gli riconobbe le circostanze attenuanti e lo condannò a 10 anni di lavori forzati. L'indignazione scoppiò in tutto il mondo con manifestazioni davanti alle ambasciate francesi. Il 19 settembre il presidente Loubet concede la grazia a Dreyfus, che però gli è concessa solo per gli anni che gli restano da scontare dopo la doppia condanna e che è vincolata alla rinuncia, da parte sua, a fare ricorso contro la seconda sentenza.
Nel dicembre del 1900 viene approvata una legge di amnistia per tutti i reati commessi in relazione all'Affaire. Zola e Picquart sono dunque amnistiati, ma anche tutti i militari coinvolti.
Nel 1902 il voto della provincia francese determina la vittoria del blocco delle sinistre alle elezioni legislative. A Waldeck-Rousseau succede il governo Combes che sottopone le congregazioni religiose al controllo dello Stato e in molti casi ne impone la soppressione. Nel 1905 ci sarà la legge di separazione tra Stato e chiesa. Bernard Lazare dirà che il governo faceva pagare alla chiesa cattolica i conti della destra nazionalista. Il 5 ottobre muore Zola per un'asfissia provocata dalla volontaria manomissione del camino da parte di un fumista.
Il 6 aprile 1903 Jaurès chiede in Parlamento la revisione della sentenza di Rennes, l'abolizione del Servizio di Informazioni dell'esercito e l'avvio di una inchiesta sull'operato dei servizi. Ma negli archivi si troveranno solo grossolane contraffazioni, niente di veramente compromettente.
Il 12 luglio 1906 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di Rennes e Dreyfus viene reintegrato nell'esercito col grado di maggiore, ricevendo anche la croce di cavaliere della Legione d'onore.



Anche Picquart viene reintegrato e promosso generale di brigata e nominato ministro della Guerra dal nuovo governo Clemenceau.
Il 4 giugno 1908 le ceneri di Zola vengono traslate al Pantheon. Dreyfus, che assiste alla cerimonia, viene ferito in un attentato. Il tribunale della Senna pronuncia un verdetto di assoluzione nei confronti dell'attentatore.
Dreyfus muore nel 1935.



Nel 1940 un nuovo Statuto per gli ebrei li escluderà da qualsiasi impiego pubblico e da numerose professioni (preavviso delle successive deportazioni verso i lager). Una nipote di Dreyfus, Madeleine, appartenente alla resistenza francese, verrà deportata e uccisa ad Auschwitz.
Nel 1985 il ministro socialista della cultura, Jack Lang, volle piazzare un monumento a Dreyfus nel cortile della Scuola Militare di Parigi, ma i militari posero il veto: la statua è ora visibile alle Tuileries.



Nel settembre 1995 l'esercito francese, a nome dello storico ufficiale dell'esercito, Jean-Louis Mourrut, ammette definitivamente l'innocenza di Dreyfus, dopo aver sostenuto fino ad oggi che "nessuno è in grado di dire se Dreyfus fosse una vittima cosciente o incosciente". Tuttavia, il ministro della difesa, F. Léotard, è stato costretto a licenziare in tronco il capitano Paul Gauyac, responsabile del servizio storico dell'esercito francese, perché aveva fatto pubblicare nel settimanale dell'esercito Sirpa Actualités, un testo antidreyfusardo. (qui)

La Francia di Vichy. La Francia che ancora non ha fatto i conti col proprio passato collaborazionista. La Francia in cui accade che una studentessa ebrea venga picchiata dai compagni non ebrei e i suoi genitori, che avevano denunciato il fatto, condannati a pagare una multa di 4000 euro al preside del collegio per “costituzione abusiva di parte civile” (l’episodio è del 2002, la sentenza del 2003. Purtroppo il documento non è più presente in rete e il link, di conseguenza, non funziona più, ma a chi lo desiderasse posso fornire il testo completo). La Francia dei cimiteri profanati, delle sinagoghe devastate, incendiate, distrutte, degli ebrei aggrediti per strada, e si stenta a chiamarli attacchi antisemiti. La Francia che ha fornito a Saddam Hussein la tecnologia e il materiale per costruire la centrale nucleare mentre, contemporaneamente, negava a Israele la fornitura di pallottole di gomma che permettono di fermare gruppi di attaccanti senza ucciderli. La Francia dai mille scheletri nell’armadio, in fatto di antisemitismo. E chissà se ci hanno mai pensato, gli antisemiti, che lo stato di Israele è una filiazione diretta del caso Dreyfus. Chissà … (a proposito, qui potete vedere qualcosa che forse potrà essere di qualche interesse)


barbara

AGGIORNAMENTO: mi è arrivato per e-mail questo quesito: perché diavolo la Francia è considerata "potenza vincitrice" della seconda guerra mondiale? Con tutto quel che ne consegue, in primis il posto permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. È stata invasa, ha capitolato, c'era un governo collaborazionista (come in altri paesi dell'est Europa), la popolazione e la polizia locale partecipavano volentieri ai rastrellamenti, ecc.... Alla fine è stata liberata dagli anglo-americani, come l'Italia (che almeno aveva cambiato ufficialmente fronte mollando i nazifascisti nel '43), come il resto d'Europa. E dunque? Vincitrice "de che"?
Dove sbaglio?


12 ottobre 2007

CHI SÌ E CHI NO

Culo: frana di circa 60.000 metri cubi di terra. Anche se è ancora troppo presto per avere certezze assolute, pare che non ci sia neanche un morto, nonostante la zona fosse piena di turisti, visto che stiamo avendo un ottobre straordinariamente mite.

Sfiga: partono in treno da Catania per andare a Trento a fare una rapina in banca, e subito dopo averla fatta si fanno beccare. Sarà anche un luogo comune ma, signora mia, è veramente un fatto che non ci sono più i rapinatori di una volta.

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/10/2007 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


12 ottobre 2007

SPEZZARE LE CATENE

Io, Rosa D. braccata dalla mafia

La mia vita è facile da riassumere. Sono nata in un paesino povero della Puglia. A 18 anni mi sono sposata con uno della famiglia Tarantino, un clan di trafficanti di droga. Mio marito e molti dei suoi sette fratelli erano spacciatori e per tutto il tempo che io ricordi entravano e uscivano dal carcere. La gente li temeva e li rispettava. Ma avevano un rivale: la famiglia Ciavarrella, il più importante clan della mafia garganica del nostro paese. Non correva buon sangue tra le due famiglie da quel giorno di 25 anni fa, quando il maggiore dei fratelli Tarantino uccise cinque Ciavarrella, compresa una bambina di tre anni. Fu condannato all'ergastolo ma i corpi non furono mai trovati. Per nascondere le prove, si dice, li diede in pasto ai porci. Ho avuto tre figli da mio marito, ma lui era a casa di rado. Un anno fu arrestato quattro volte. Un altro anno è stato latitante per mesi. È ancora difficile da spiegare ma in quel periodo mi innamorai di un Ciavarrella. Sapevo di giocare col fuoco ma non seppi fermarmi. Quando ci scoprirono il sangue iniziò a scorrere di nuovo. Il padre del mio amante fu il primo a essere ucciso. Si dice sia stato ammazzato dai Tarantino per lavare l'onore della loro famiglia, macchiato dal mio tradimento. Ma ho sempre pensato che avesse più a che fare con una guerra per il controllo della droga. Per vendicare suo padre il mio amante diede la caccia ai Tarantino e ammazzò sette persone in meno di un anno. Tre di loro erano miei ex cognati. Legata a quel mondo per 15 anni, conosco i più grossi segreti di entrambe le famiglie. Gli affari di droga, il racket, gli omicidi, ne ho viste di tutti i colori. Sapevo dove nascondevano i soldi, l'eroina, le armi. E una volta il mio amante mi costrinse anche a prendere parte a un omicidio. Ho avuto un figlio anche da lui ma a quel punto non ne potevo più. Mi picchiava e mi teneva chiusa in casa. Ero stanca di sentire i Ciavarrella parlare, a cena, del loro prossimo omicidio, Non avrei permesso che i miei quattro figli divenissero dei mafiosi come i loro padri. E non voglio che essi un giorno inizino a uccidere di nuovo perché appartengono a famiglie rivali. Per la mafia non c'è crimine più grande che spezzare l'omertà. Ma volevo una vita nuova, per me e i miei figli. Così ho fatto l'impensabile per chi appartiene a questo mondo. Mi sono messa contro tutte due le famiglie e ho raccontato ai magistrati tutto quello che so. Ora sono uno dei due testimoni principali in un processo in corso (la prossima udienza è il 20 settembre, ndr) contro più di cento persone legate a entrambi i clan. Il mio ex marito, l'ultimo dei fratelli Tarantino ancora vivo, è stato indagato per reati di droga. Il mio amante e suo fratello sono stati condannati all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. Sono entrambi in carcere, come lo sono la madre e gli zii. Anche la sorella è stata indagata. Ho testimoniato contro ognuno di loro. Quanto a me, ora sono protetta dallo Stato e sono stata portata di nascosto lontano dal mio paese in un luogo segreto. Vivrò qui, mi dicono, sotto falsa identità per il resto della mia vita. Racconto ai miei figli che hanno tutti lo stesso padre e sosterrò che è morto non molto tempo fa, di cancro. Il mio nome è Lidia Di Fiore. Ma mi chiamano Rosa. Oggi ho 33 anni». (da un articolo di Mark Franchetti su Io donna)

Spezzare le catene dell’omertà mafiosa: ci vuole coraggio. Tanto. Ma qualcuno lo ha. Tutta la nostra ammirazione per questa donna che non entrerà negli annali della Storia, che d’ora in poi non avrà più neanche diritto al proprio nome, ma che rappresenta un grande faro nella grande cloaca dell’omertà.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. mafia omertà crimine coraggio

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/10/2007 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


11 ottobre 2007

DONNE

Leggo, in una risposta a una lettera sull’ultimo numero dell’Espresso, che le donne uccise in Italia nel 2006 da pretendenti respinti, amanti gelosi, ex partner, amici, sono state 110: più di due alla settimana. Nel 2007 la tendenza è al rialzo. Ai giornali arrivano i casi più clamorosi, Garlasco, Torino, pochi altri. Su tutte le altre il silenzio. Ma ci sono. Capita anche che una ragazza venga sequestrata, violentata, fatta violentare da un branco, drogata e torturata, fino a spegnerle mozziconi di sigaretta sul corpo e orinarle sopra per poi fotografarla. E dopo tutto questo si riceve uno sconto di pena perché, udite udite, si è nati in Sardegna (per inciso, nelle tradizioni sarde ci sono anche alcune cose sicuramente non condivisibili, ma il fare stuprare una donna da un branco, anche se di Sardegna non so moltissimo, non mi risulta essere fra queste). Di strada ne abbiamo fatta molta, indubbiamente, ma è altrettanto indubbio che molta ancora ne rimane da fare.

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. donne omicidi violenza sentenze inique

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 11/10/2007 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


10 ottobre 2007

QUANDO AVETE SAPUTO DEI “VOLI”?

Hebe



Abbiamo cominciato a sospettare abbastanza presto. Fu un'idea della Marina militare. Gli aerei partivano da Punta Indio, un luogo a sessanta chilometri da La Plata e buttava­no i corpi nel fiume o in mare, ma i corpi ricomparivano rapidamente, sulle sponde del fiume, sulle spiagge del sud, a San Clemente, a Santa Teresita. Una volta ci avvisarono che c'erano dei corpi sulla spiaggia, e quando arrivammo c'era un camion che raccoglieva i cadaveri, chiusi in una busta di plastica. Fu allora, da quelle persone che ci avevano avvisato, che sapemmo dei voli. Chiaro, i corpi riaffioravano, riap­parivano sulle sponde dei fiumi, in riva al mare, li raccoglievano i pescatori nelle reti, e così cominciarono a gettarli giù dagli aerei ancora vivi, con i piedi in un blocco di cemento a presa rapida. Per farli salire sull’aereo con le proprie gambe, cominciarono a fargli delle iniezioni con cui li addormenta­vano durante il volo; buttavano i prigionieri in mare, non ancora morti, addormentati da un'iniezione che quegli as­sassini della Marina si divertivano a chiamare pentonaval. Tutti erano vivi, quando li buttavano in mare. È terribile parlarne, ma questo mostra la preparazione e la formazione della Marina, dell'esercito, della Polizia. Senza dimenticare che ci fu tutta una categoria di preti pronti a dare l’assoluzione e a incoraggiare i militari che tornavano un po' troppo inquieti da quei voli; gli dicevano che dovevano farlo per la patria, per liberare l'Argentina dai terroristi.

Stai dicendo che i cappellani non assistevano i prigionieri ma i militari?

Tutti i cappellani militari dell’Esercito, della Marina, della
Polizia, usavano armi, erano sacerdoti armati, anche se ci furono preti che assistevano i prigionieri, così come ci furono preti che condivisero le scelte e il destino dei nostri figli. Tutta l'altra parte della chiesa, tutti quelli che facevano parte della chiesa del Terzo mondo, furono perseguitati perché erano insieme ai nostri figli. Ci sono stati centoventicinque sacerdoti desaparecidos, e due vescovi, monsignor Angelelli e Ponce de León, assassinati perché lottavano per difendere i poveri, le terre, ma la chiesa non li ha mai rivendicati. La chiesa è stata l'unica madre che ha abbandonato i propri figli. Le alte gerarchie ecclesiastiche ebbero una grande responsabilità in quello che avvenne. Il nunzio apostolico in­viato dal Vaticano in Argentina all'epoca della dittatura, monsignor Pio Laghi, fu un grande amico dei militari. Ave­va l’abitudine di giocare a tennis con l'ammiraglio piduista Massera, il peggior criminale della giunta; ci sono le fotografie. Celebrava matrimoni, teneva a battesimo i figli dei militati golpisti.
Le gerarchie ecclesiastiche furono in gran parte parteci­pi dirette della decisione di come si torturava cristianamen
te, di come si assassinava cristianamente. Furono partecipi diretti delle decisioni della dittatura. Noi Madri abbiamo presentato una denuncia mollo dura in Italia, contro Pio Laghi, ancora senza risposta. Sappiamo che non avremo mai giustizia col potere, ma vogliamo che la gente capisca che la chiesa non può essere partecipe dell'orrore, della dittatura e del genocidio, perché così diventa una chiesa genocida. Questo deve essere chiaro, le persone che credono in Gesù Cristo non possono credere in questi satrapi. E ce ne furono molti in Argentina. Tra questi, monsignor Emilio Teodoro Grasselli, segretario particolare del cardinale Antonio Caggiano, uno dei massimi esponenti della gerarchia dei cap­pellani militari, e monsignor Plaza, monsignor Bonamìn, monsignor Tòrtolo, von Wernich... La chiesa non ha mai ammesso la responsabilità di questi suoi rappresentanti, proprio come non ha riconosciuto i suoi martiri. In Argentina e in tutta l’America latina esistono due chiese: quella che lotta insieme al popolo e ai più poveri, e quella aristocratica, diretta dall’Opus Dei, che stabilisce rapporti criminali con i dittatori di turno. La denuncia contro di loro è un dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici.
E non bisogna pensare che si trattasse solo dei vescovi: no, la complicità fu molto diffusa anche tra i sacerdoti, tra le suore… Nel dicembre 1977, proprio di fronte al Com
missariato V° di La Plata, come un'ironia, c’era un grande albero di Natale, anche se lì dentro torturavano e violava­no i nostri figli. Nei giorni di Natale e di capodanno i po­liziotti avevano il permesso di starsene nelle loro case a ce­lebrare le feste, e il cibo - o per meglio dire, la spazzatura - che davano ai nostri figli, si incaricarono di distribuirla i sacerdoti del seminario lì vicino. Erano loro che davano da mangiare ai sequestrati. Una scelta caritatevole, hanno detto. Una scelta complice, dico io, perché non hanno mai fatto parola di quello che vedevano li dentro; non hanno mai fatto una denuncia, non hanno mai avvisato un fami­liare. Non furono solo i vescovi, furono molti quelli che si comportarono con cinismo, trasformandosi in complici della dittatura.
Soffrimmo tante disillusioni, e anche quello fu un per­corso dapprima individuale e poi collettivo. Quando co­minciammo a essere più madri, una volta andammo da una monaca che si chiamava sorella Assunta e che poteva en­trare nel carcere di La Plata ad assistere i prigionieri. Le demmo una foto dei nostri figli, nel caso le capitasse di incontrarli, le demmo delle cose da portargli, ma ogni volta questa suora ci diceva di non averli visti. Poi, un giorno, ci invitò a un battesimo. Andammo e ci rendemmo conto che si trattava di una specie di esorcismo, con una bambina ve­stita di viola, alla quale il prete tolse il vestitino per farglie­ne indossare uno bianco... una cerimonia lunghissima, che non capivamo, ma che ci pareva avesse un cattivo sapore. Quando tutto fu terminato, la monaca ci avvisò che il pre­te voleva parlarci. Andammo e quello ci disse che avrem­mo dovuto stare più attente a quello che facevano i nostri figli. Lo guardai e mi resi conto che, dalla tonaca, gli spun­tavano gli stivali dell'aeronautica, che aveva i pantaloni de­l colore dell'aeronautica. Allora noi Madri ce ne andammo e discutemmo a lungo. Più tardi tornammo da suor Assun­ta e le chiedemmo chi fosse quel prete. Lei rispose, sì, è un sacerdote mandato dall'Aeronautica. Col passare del tem­po, scoprimmo che questo tipo era proprio il sacerdote che dava la sua benedizione mentre gettavano i cadaveri dei nostri figli dagli aerei. Figurati dove eravamo finite. Questa era sorella Assunta. Ma non è stata l’unica. C’era una monaca che si chiamava Castana e che lavorava all'o­spedale psichiatrico di Romero, dove avevano internato dei ragazzi come malati mentali, ci avevano detto che qual­che desaparecido si trovava anche nel Borda, il manicomio di Buenos Aires, perché a forza di torture era impazzito. Non sapeva chi fossimo e le dicemmo che volevamo porta­re delle caramelle agli internati, così lei ci fece entrare. Ci rendemmo conto che tutti avevano la stessa faccia, senza volto, senza espressione, pareva che non guardassero. Un giorno suor Castana ci chiese di portarle delle cose che non riusciva ad avere dall’Esercito; fu così che ci rendemmo conto che anche lei aveva a che fare con i militari e, quando cominciammo a investigare, scoprimmo che aveva denuncialo una quantità di psichiatri e di psicologi che la­voravano lì, a Romero, e che dopo la denuncia quei medi­ci erano scomparsi.
Fu terribile renderci conto che tutto era così perverso, ma ciò che ci diede forza era che potevamo vederlo e pro­varlo, anche per le altre: perché le madri che non lo vede­vano con i propri occhi, non lo potevano credere. C'era una madre - si chiamava Marìa, è morta da poco - che era cosi credente che quando il parroco che andava ad aiutare, un grande amico di Videla, denunciò sua figlia, lei disse di no, che l'amicizia di quel parroco con Videla non aveva niente a che faro con il sequestro della figlia. Lo giustificò fino all'ultimo momento, perché semplicemente non voleva am­mettere che potesse aver fatto una cosa tanto terribile. C'e­rano molte madri come lei, che non vedevano, che non cre­devano. Per questo è stato giusto uscire di casa, scoprire tante cose, rompersi la testa contro i muri, e alla fine trovare le prove per poter raccontare, per poter dire la verità, an­che quando era così dolorosa. La gente dice che ho molta memoria, ma non è così, è che quando partecipi a tutto, quando vai da tutte le parti, e apprendi, poi come fai a di­menticare? La faccia di quella monaca, io non me la scor­derò per il resto della vita; se la incontrassi, la riconoscerei
ancora adesso, dopo quasi trent'anni. (Le pazze, pp. 134-137)

Oggi è un grande giorno: oggi finalmente uno di loro – almeno uno! – è stato chiamato a rispondere della propria complicità negli orrendi crimini commessi dalla dittatura fascista argentina, una delle più efferate del secondo dopoguerra. Non ne risponderà Pio Laghi – fraterno amico e grande ammiratore, tra l’altro, di Arafat -, non ne risponderanno molti altri, ma almeno un barlume di giustizia sembra profilarsi. (v. anche qui e qui)



barbara


10 ottobre 2007

NON ESISTE SOLUZIONE MILITARE AL TERRORISMO?

Uno slogan da smontare

Da un articolo di Evelyn Gordon

"Non esiste soluzione militare al terrorismo". È così raro, di questi tempi, che questo mantra venga messo in discussione, che è stato quasi scioccante leggere sulla prima pagina di Ha'aretz, testata leader in Israele della teoria della "inesistente soluzione militare", il seguente commento: "Si sostiene comunemente che è impossibile sconfiggere il terrorismo. Ma negli ultimi sette anni di intifada le Forze di Difesa e i servizi di sicurezza israeliani sono andati molto vicino a quella che si potrebbe definire una vittoria sul campo. Gli israeliani uccisi dal terrorismo dall'inizio del 2007 sono stati: due soldati (uno in Cisgiordania e uno nella striscia di Gaza) e sei civili (tre per un attentato suicida a Eilat, due per missili Qassam a Sderot e uno accoltellato a morte a Gush Etzion). Per quanto tragico, si tratta di un numero di vittime molto basso se messo a confronto con il numero di attentati che, nello stesso periodo, sono stati organizzati ma sventati, e con il numero di vite mietute quando l'intifada era al suo apice, nel 2002: 450 israeliani uccisi. L'ultimo attentato suicida che i terroristi sono riusciti a realizzare nel cuore di Israele risale all'aprile 2006: diciotto mesi fa. La formula che ha prodotto questi risultati è nota – prosegue Ha'aretz – Energica raccolta di informazioni di intelligence, barriera di sicurezza fra Israele e territori, completa libertà d'azione delle Forze di Difesa nelle città cirsgiordane".
Se questa non è una vittoria militare, è sicuramente la sua più prossima approssimazione che la maggior parte degli israeliani sono ben disposti ad accettare. Ecco perché la rilevazione dello scorso giugno del sondaggio periodico "Indice della Pace" ha trovato una schiacciante maggioranza di israeliani ebrei contrari all'idea di fare ai palestinesi altre concessioni sulla sicurezza, con il 79% contrario a dare armi alle forze dell'Autorità Palestinese, il 71% contrario alla rimozione di posti di blocco, e il 54% contrario all'ulteriore scarcerazione di detenuti. Sono pochi i cittadini di questo paese disposti a smantellare delle misure di sicurezza che hanno contribuito a ridurre i morti israeliani da 450 a 8 nell'arco di cinque anni.
Il che spiega anche il sorprendente mutamento d'opinione degli israeliani riguardo a Sderot, rilevato dall'Indice della Pace dello scorso agosto, con ben il 69% degli israeliani ebrei che oggi appoggiano l'idea di una vasta operazione di terra nella striscia di Gaza per fermare i lanci di Qassam contro il sud di Israele, mentre lo scorso dicembre i favorevoli erano solo il 57%. Di più, questo sostegno risulta trasversale agli schieramenti politici: anche coloro che votano i partiti di sinistra, laburista e Meretz, sono favorevoli, al 64% e al 67% rispettivamente, a una decisa operazione militare a Gaza.
È chiaro che questo mutamento d'opinione in parte si è prodotto perché nel frattempo erano state esaurite tutte le altre opzioni. Il sondaggio di dicembre cadeva un mese dopo che Hamas aveva dichiarato un "cessate il fuoco" a Gaza: sebbene la tregua non tenesse, molti ancora speravano che prima o poi avrebbe funzionato. Ad agosto ogni speranza era svanita. Non solo i Qassam continuavano a cadere su Sderot con un ritmo quasi quotidiano mentre la "tregua" era ancora ufficialmente in vigore, ma a maggio Hamas aveva addirittura esplicitato il suo spregio per la "tregua" rivendicando più di cento Qassam lanciati in una singola settimana. Non basta: a dicembre Mahmoud Abbas (Abu Mazen) aveva ancora formalmente il controllo sulla striscia di Gaza e molti speravano ancora che avrebbe agito concretamente per far cessare i lanci di missili. In agosto Hamas aveva orami assunto il pieno controllo.
Il fatto che Israele a Gaza abbia innanzitutto perseguito soluzioni non militari ricorda il suo comportamento durante i primi diciotto mesi di intifada. In quel periodo Gerusalemme aderì a vari cessate il fuoco (sempre immediatamente violati), evitò di reagire persino quando gli attentati suicidi colpirono nel cuore di Israele (alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv e alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme), e in generale cercò di far sì che le forze di sicurezza palestinesi riprendessero il controllo della situazione nei territori di loro competenza. Poi però, mentre il numero di vittime cresceva tragicamente soprattutto all'interno di Israele, apparve del tutto chiaro che la soluzione non sarebbe mai arrivata dall'Autorità Palestinese. Così, nel marzo 2002 Israele riprese il controllo della Cisgiordania con l'Operazione Scudo Difensivo, e il numero di vittime israeliane iniziò a diminuire vistosamente, già quell'anno e poi ogni anno successivo.
C'è tuttavia una differenza cruciale fra i primi anni dell'intifada e il recente tentativo israeliano di arrivare a una soluzione non militare a Gaza. Gli israeliani preferirebbero sempre evitare di mettere a repentaglio la vita dei loro soldati; oggi però sanno qualcosa che nel 2002 non sapevano: e cioè che l'opzione militare può funzionare. Dopo tutto, resta vero che dalla Cisgiordania non è stato lanciato un solo Qassam. Quindi gli israeliani, senza aspettare la leadership dall'alto, danno il loro sostegno a un'azione militare, anche se i politici ancora la rifiutano con determinazione.
Alla luce di questa crescente consapevolezza del pubblico israeliano, appare bizzarro che autorevoli politici e alti ufficiali continuino a ripetere il mantra che "non esiste soluzione militare al terrorismo". Ma costoro, se non altro, capiscono che nella pratica le misure difensive israeliane in Cisgiordania funzionano, e che pertanto sospenderle sarebbe una pessima idea (per non dire di quanto sarebbe impopolare fra gli elettori).
Viceversa, organismi e diplomatici internazionali non arrivano a capire nemmeno questo. Tutti, esaminando i dati anche solo per cinque minuti, potrebbero capire che, a partire dal 2002, le misure militari in Cisgiordania hanno drasticamente ridotto il numero di vittime israeliane, specialmente all'interno di Israele. Eppure continuano a proclamare che quelle misure sono inutilmente vessatorie e che devono essere eliminate. La stessa Condoleezza Rice usa ogni sua visita in Israele per fare pressioni su questo argomento, mentre la Banca Mondiale di recente ha chiesto di nuovo che Israele rimuova i posti di blocco, apra i confini con Gaza e ripristini la libertà di movimento tra Gaza e Cisgiordania.
Ma potrebbe anche trattarsi di ignoranza simulata, volta a coprire una precisa volontà: quella di sacrificare vite di israeliani pur di sfoggiare "progressi" nel processo di pace. Il rapporto della Banca Mondiale, ad esempio, afferma con grazioso eufemismo che "i costi sono soggettivi per ciascuna parte, ed esulano dall'ambito di questo rapporto", risparmiandosi in questo modo la necessità di ammettere che il costo più probabile sarebbe pagato in vite di israeliani uccisi. E aggiunge che "tutte le parti dovranno impiegare maggiori risorse e assumersi maggiori rischi di quanto abbiano fatto in passato". Davvero non sanno in cosa consistono quei "rischi" tenuti così prudentemente impliciti?
In ogni caso, questa voluta cecità non fa che perpetuare il conflitto giacché garantisce che non venga affrontato quello che è uno dei principali ostacoli che impediscono la soluzione: il terrorismo palestinese.
Nel 1993 molti israeliani speravano che un accordo di pace avrebbe posto fine al terrorismo. Quattordici anni più tardi, dopo aver subito più caduti per terrorismo palestinese nel dopo-Oslo che in tutti i 45 anni precedenti, la maggior parte degli israeliani è arrivata alla conclusione che la soluzione militare che si presume inesistente protegge in realtà assai meglio la loro vita. E finché non vi sarà prova concreta della volontà e della capacità dei palestinesi di assolvere questo compito altrettanto bene o persino meglio, non si troverà una maggioranza di israeliani disposta ad appaltare la loro sicurezza all'Autorità Palestinese in cambio di un accordo su un pezzo di carta.
(Jerusalem Post, 26 settembre 2007 - da israele.net)

E sarebbe ora che se lo ficcassero bene in testa tutti quanti, che non è con i mantra che si risolvono i problemi, ma con l’azione.


barbara


9 ottobre 2007

COMUNICAZIONE UFFICIALE

Mi sono rotta i coglioni di prestare il mio blog come cassa di risonanza agli attacchi isterici del signor Castruccio. Il suddetto signor Castruccio è cortesemente pregato di andarsi a sfogare da un'altra parte, grazie.




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 9/10/2007 alle 21:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (66) | Versione per la stampa
sfoglia     settembre   <<  1 | 2  >>   novembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA