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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2007

E FIORIRÀ IL DESERTO

Per una volta vi dovrete beccare il testo in inglese (tanto c’è poca roba). Abbiate pazienza, ma non ho proprio tempo di tradurre.

Yoel De Malach arrived at Kibbutz Givat Brenner in 1939, the eve of World War Two.
In 1943 De Malach traveled south to the Negev, where he founded Revivim, one of the desert's first kibbutzim.
He dedicated his life to the development of desert agriculture, and in 1997 he was awarded the Israel Prize for his efforts in this field.
Below are photos depicting De Malach's life-long project to make the wilderness bloom.


De Malach and his friends are sent to help pick tomatoes in Kibbutz Ashdot Yaakov in the Jordan Valley


Three new Negev settlements are established in 1943: Revivim, Gvulot and Beit Eshel. De Malach's group joins members of Revivim and settles near Bir Asluj


Reservoir in Revivim


De Malach grows vegetables in the heart of the Negev desert and begins experimenting. The result: Potato weighing 1 kilogram


In 1947, while the UN was discussing the partition of the Land of Israel, UNESCOP representatives arrived to inquire as to whether Jews were really able to settle in the Negev


De Malach receives word of the UNESCOP mission and waters the kibbutz's gladiolus garden - the UN members get the impression that the Jewish settlement is blossoming


In 1952 De Malach moves to Jerusalem to study Botany at Hebrew University. During his studies he explores Nabatean agriculture in Ovdat and Shivta, but finds that ancient methods cannot be applied to modern agriculture


During the 1970s a huge water reservoir is discovered in the Negev, prompting De Malach to examine new irrigation methods; this research leads to the development of desert crops and the fishing industry. Photo: Former President Yitzhak Navon briefed by De Malach


De Malach with friend and former Knesset Member Lova Eliav (left) and former Egyptian Ambassador to Israel Muhammad Bassiouni (in suit)


De Malach passed away a year ago.
The Ramat Negev Desert AgroResearch Center, located near Kibbutz Revivim, will be named after him during a ceremony scheduled for late January

E c’è chi riesce a trovare il modo di criticare Israele perfino per questo miracolo, unico al mondo, di aver fatto fiorire il deserto.

barbara




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30 gennaio 2007

L'IMPORTANZA DI ESSERE CHIARI



barbara

Aggiornamento: e lui si è ricordato.




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29 gennaio 2007

LE MENZOGNE ARABE CHE VINCOLANO CHI LE PROPAGA

Di Sarah Honig, 20 maggio 2003

Il 19 aprile del 1936 è stata una data cruciale per questo paese. Cominciò come un qualsiasi altro giorno lavorativo, tranne per il fatto che nei vari quartieri di Giaffa diversi uomini diffusero la voce che quattro arabi, tre uomini e una donna, erano stati macellati a Tel Aviv e i loro cadaveri insanguinati e fatti a pezzi erano stati portati dalle autorità locali in ospedale.
In pochi minuti, come in una manovra orchestrata meticolosamente, a migliaia piombarono minacciosamente sul quartier generale della potenza mandataria britannica. Le autorità britanniche cercarono di calmare gli animi scortando una delegazione per tutto l'ospedale per far vedere che non c'erano corpi martoriati.
Ma non si questionavano le prove. I fatti erano creduti veri senza bisogno di prove. Gli agitatori giuravano di aver visto i corpi e folle esagitate erano convinte che l'assenza del "corpo del delitto" non smentiva il crimine, voleva solo dire che la polizia aveva nascosto i cadaveri.
Grida feroci, "itbach el-yahud", "ammazzate gli ebrei", risuonarono per le strade. La folla eccitata era sul piede di guerra, pronta a vendicarsi su Tel Aviv.
Così cominciò la grande rivolta araba, durata tre anni, che causò migliaia di morti e, paradossalmente, fortificò lo stato ebraico a livello embrionale, che sarebbe nato una decina di anni dopo.
L'aggressione araba contro gli ebrei era basata su una palese menzogna, ma nessuno cercò di appurare la verità. La menzogna, se creduta, diviene realtà. Un realtà fraudolenta quando prende vita da sola. Se nutrita, cresce, si moltiplica e diventa un premessa assiomatica per un senso cocente di ingiustizia e per passioni accese.
La menzogna vincola chi la propaga. Accuse fasulle emarginano coloro che ne vengono irretiti.
Gli arabi finirono vittime della loro stessa rivolta. Uccisero i loro stessi fratelli e rovinarono la loro economia. È stato un disastro autoprodotto, precursore di quello più grande che doveva venire quando sette stati arabi attaccarono il neonato stato di Israele.
Lo stato ebraico sarebbe poi stato biasimato per essere sopravvissuto e avrebbe riempito coloro che volevano distruggerlo di ancor più frustrazione ed ira biliosa. Invece di diminuire l'odio genocida si sarebbe amplificato a dismisura per 55 anni.
Dal momento dell'attacco fallito, gli arabi ricordano ogni anno la data gregoriana della nascita di Israele, il 15 maggio, come il giorno della Catastrofe (Al-Nakba). Dipingono se stessi come innocenti colpiti da un'enorme calamità, e continuamente oppressi, senza alcuna colpa da parte loro. Chiedono un'altra chance, un ritorno all'inizio, probabilmente per recuperare le perdite dell'aggressione infruttuosa e ricominciare da dove hanno smesso.
Anche quest'anno non è stato un'eccezione. Yasser Arafat ha fatto di tutto per rendere più erta la vana strada verso la pace. Come i diffusori di false notizie di Giaffa che testimoniavano crimini mai commessi, Arafat, puntuale come sempre, ha tenuto un fiero discorso per far penetrare nelle case il messaggio che lo stato ebraico è stato concepito nel peccato "ordito da un complotto imperialista" e "nato in un giorno maledetto" e che quindi è illegittimo. Ha promesso che "fino all'ultimo profugo tornerà alla sua casa legittima."
Alle masse è stato di nuovo ricordato che sono la parte lesa, che Israele è colpevole per le loro sofferenze e deve ripagarle. Ancora una volta la verità non era all'ordine del giorno.
L'organizzazione di Hanan Ashrawi "Miftah" (Iniziativa Palestinese per la Promozione del Dialogo globale e della Democrazia) ha emesso un comunicato stampa per sottolineare la giornata di "al-Nakba" dicendo che "55 anni fa Israele ha espulso con la forza e illegalmente 900.000 palestinesi". Oggi, sostiene Miftah, "ci sono più di 5 milioni e mezzo di rifugiati palestinesi"
Un paragrafo e la cifra cambia da "quasi 800.000" nel 1948 a "quasi 5 milioni" oggi. Secondo un altro comunicato di un paio di giorni dopo, 737.000 profughi sarebbero stati privati dei loro beni nel 1948, ma il loro numero oggi arriva fino a 6,5 milioni!
Ma perché cavillare su statistiche ovviamene malleabili? Tutte queste polemiche non sono più reali dei cadaveri del 1936 e, come quelli, servono solo come metodo pungolo.
Si stima che 1.200.000 arabi vivessero ad ovest del fiume Giordano nel 1948 e quelli di Giudea e Samaria restarono dov'erano (circa 600.000), così come restarono altri 140.000 in Israele.
È quindi impossibile che ci siano stati tutti questi rifugiati. Ma perfino cifre assurde possono essere aumentate.
Nemmeno tutti i profughi riconosciuti erano palestinesi genuini. L'UNRWA conferì lo status di rifugiato a qualsiasi lavoratore arabo immigrato da qualsiasi paese del Medioriente che dicesse di aver lavorato nel paese fra il 1946 e il 1948. Gli immigrati erano attirati dai più distanti angoli del mondo arabo dalla "prosperità" generata dagli ebrei ed erano particolarmente numerosi nelle zone costiere, da dove fuggirono la maggior parte dei profughi.
Eppure gli ebrei dei paesi arabi, che vivevano in quei paesi da molto prima che fossero conquistati dagli arabi, non furono mai ritenuti profughi. Essi furono costretti ad abbandonare molte più proprietà di quelle che arabi abbandonarono in Israele.
Inoltre, i rifugiati palestinesi sono indistinguibili da quelli che andarono a vivere in quella parte di Palestina che divenne Transgiordania nel 1922 e poi Giordania. Non furono esiliati, ma si trasferirono soltanto a qualche chilometro di distanza, nel villaggio più vicino.
L'insistenza sul "diritto al ritorno" è un eufemismo per inondare Israele con milioni di arabi ostili e porre fine all'indipendenza ebraica. Non si dice quanti pretenderebbero di usufruire di questo diritto. Secondo le stime elastiche nessun profugo sarebbe mai morto o emigrato.
Washington ha reso la sua "mappa" una perdita di tempo quando vi ha messo il "diritto al ritorno".
Nessuno stato può accettare diktat esterni su chi può essere ammesso e quanti, soprattutto Israele, per il quale è una questione di vita o di morte. Israele ha chiesto di farlo non perché lo ritenga giusto, ma perché i santimoniosi europei e gli altri guardiani della coscienza pensano che sia giusto.
Ma non funzionerà. Non ci sarà pace finché un leader arabo non oserà dire al suo popolo che hanno subito un lavaggio del cervello per più di un secolo, vittimizzati da menzogne piuttosto che dall'ingiustizia ebraica. Finché gli arabi si sentiranno parte offesa, non si placheranno finché non avranno ucciso l'ultimo ebreo su questa terra.
Arafat, che ha convocato il suo premier diverse volte ogni giorno per fargli capire chi è il capo, continua ad alimentare le fiamme delle menzogne e Abu Mazen non le spegnerà.
Entrambi continuano a inventare accuse, come l'uomo che alla fine fornì agli abitanti di Giaffa nel 1936 la prova definitiva del crimine ebraico: infilò le mani nel sangue di due ebrei uccisi e martoriati e corse per strada urlando: "Ecco il sangue che gli ebrei ci hanno spillato" e la furia omicida si scatenò ancor di più.

Traduzione: Valentina Piattelli (da
Israele-Dossier)

Copyright 1995-2003 "The Jerusalem Post" - http://www.jpost.com/


(E ricordiamo)

Ecco, è così che funzionano le cose da quelle parti. Per farlo sapere a chi non lo sapeva, per ricordarlo a chi lo avesse dimenticato.


barbara




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28 gennaio 2007

ANTISEMITI? MA QUANDO MAI!

Da “Il Giornale” del 6 aprile 2001, articolo di Antonio Socci

Quei messaggi antisemiti del popolo di Repubblica

Il “caso” è questo. Una piccola bambina ebrea di 11 mesi, Shalhevet, viene uccisa a Hebron da un cecchino palestinese. Repubblica condanna (com’è naturale) il crimine, ma poi sorprendentemente usa questa tragedia per mettere sotto accusa “il governo israeliano” che sarebbe reo di usare una fotografia “come arma di guerra”. Quel governo avrebbe infatti “deciso, con il consenso dei genitori, la diffusione dell’immagine-choc della piccola Shalhevet”. Essendo una “foto forte”, terribile Repubblica spiega di aver “deciso di non pubblicare questa immagine”, come “atto di sensibilità verso i lettori” e “pietà per la bambina”. Però il giornale di Piazza Indipendenza nel suo sito Internet chiama i suoi lettori nel forum telematico a discutere sulla seguente domanda: “Cosa pensate della scelta israeliana? E’ giusto, in generale, mostrare gli orrori della guerra per utilizzarli come strumento nel conflitto?”
Qualche raro lettore ha protestato perché il governo israeliano non c’entra nulla con la foto la cui diffusione è stata voluta dai genitori della piccola. Eppoi altri hanno ricordato che nessuno si è fatto scrupoli nel mostrare le riprese della morte del bambino palestinese Mohamed Al Durra la cui uccisione fu attribuita all’esercito israeliano (a dire il vero poi si è scoperto che era stato colpito dai cecchini palestinesi). Ma quello che più sconcerta sono i messaggi dei lettori di Repubblica, che sono in gran parte “politically correct”, che fanno professione di pacifismo, di ostilità alla violenza, al razzismo e naturalmente all’imperialismo e alla famigerata globalizzazione. E’ quell’area di opinione che pretende di essere “l’Italia migliore”. Qualche esempio dai messaggi pubblicati nel Forum.
Un lettore si scatena contro “l’ottusità, il razzismo e il terrorismo dell’ideologia ufficiale del polipo eletto” (temo che quel “polipo” non sia un refuso) e minaccia di “scaricare sul forum sei milioni di tonnellate di documenti sulla superpatacca del XX secolo. E’ ora basta con la frottola dell’antisemitismo”.
Un altro si rivolge ai (pochi) filoisraeliani dicendo loro che “fascisti noti sono dalla vostra parte”. Una lettrice tuona: “Il Medio Oriente è troppo importante per loro. Inizio a pensare che l’Olocausto sia stata un messa in scena per giustificare un’ovvia strategia. La creazione di uno Stato fantoccio inteso come testa di ponte, nonché elemento destabilizzatore incuneato nel mondo arabo”, “esattamente come (le truppe americane) hanno occupato l’Europa per tenere a bada le bestie bolsceviche”.
Un altro lettore esprime “la più assoluta solidarietà al popolo palestinese per la brutale repressione posta in essere dai neofascisti mondiali di religione ebraica. Non è possibile che un popolo così brutalmente perseguitato in tutta la storia dell’umanità, ora si comporti alla stregua dei suoi nemici “nazifascismi”. Un altro si lancia in un curioso distinguo, riciclando i tipici stereotipi della storiografia di sinistra: “Non considero il popolo degli ebreo correo delle malefatte del governo israeliano più di quanto non considero il popolo italiano correo del terrorismo che la DC ha subdolamente creato negli anni Settanta. Detto ciò voglio dire senza mezzi termini che il governo israeliano è un governo razzista e ultraviolento, invasore e prepotente. Che il suo comportamento mi disgusta e scandalizza e che facendo leva sulla tragedia che ha commosso tutti noi è diventato il carnefice orrendo di un popolo che ha una sola colpa: non avere la potenza economica e bellica per opporsi a un invasore che gli è piombato in casa portando violenza, sopraffazione e sta perpretando un vero e proprio genocidio”.
In quasi tutti questi messaggi traspare una pressoché totale ignoranza dei fatti mediorientali. Un lettore scrive: “Caro Levy, voi sionisti siete nazisti”, “Israele è nata da una pulizia etnica ed è fondata sull’apartheid”. Un altro difende la scelta di Repubblica e attacca: “Quello che non mi stupisce è la scelta israeliana di pubblicare. L’Olocausto sembra un ombrello infinito per gli israeliani, una tragedia che garantisce un ampio margine di manovra”. Uno improvvisa una storia del secolo: “Sulle macerie dell’impero turco sono nate le colonie europee. Sulle macerie del nazismo nasce l’impero americano globale. Nasce anche lo Stato di Israele”. Un’altra voce: “Con una sorta di impunità morale, Israele, sostenuta dai potenti Stati Uniti che sanno che la lobby filoisraeliana negli USA fa eleggere o no i presidenti, continua imperterrita nel genocidio del popolo palestinese”. C’è chi aspetta il giorno in cui “bandiere rosse e bandiere verdi” sventoleranno insieme, mentre un altro attacca “il delirio di potenza sionista” denunciando i dollari che dagli Stati Uniti vanno Israele “per mantenere in vita un regime coloniale di terrore che nega i più elementari diritti umani, la cui negazione è tale da far impallidire la questione tibetana”. Parole stupefacenti se si considera che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, circondata da regimi tirannici, ma che i lettori di Repubblica sembrano non conoscere. Uno che si definisce “anarchico” lancia una invettiva contro “le amenità che i fascisti e sionisti vari continuano a ripetere”, sono solo dei “provocatori”, ma “la ferocia e il nazismo dello Stato d’Israele è sotto gli occhi di tutti”, “Israele si sta comportando come la Germania delle SS e l’Italia delle camicie nere”. Infine sarebbe “un atto di sciacallaggio pubblicare la foto (della bambina)”. Un lettore fa sapere che pur essendo “gli ebrei” una “forza giornalistica”, una “forza cinematografica” e una “forza televisiva”, cionondimeno la maggioranza delle persone civili pensa che “Israele abbia torto”.
Come si vede una raccolta strepitosa di vecchi stereotipi, pregiudizi, odio che hanno indotto un lettore a scrivere a Repubblica: “Sono desolato per l’ondata di antisemitismo che siete riusciti ad evocare”.
Deborah Fait –da Israele- è intervenuta segnalando questo Forum per “uno studio sull’antisemitismo in Italia”. Se consideriamo rappresentativi questi messaggi “la situazione della democrazia in Italia è disperata” dice la Fait. Infatti “quasi tutti gli interventi sono contro Israele e a favore dei gruppi terroristici palestinesi. Non ho letto, se non da parte di qualche rara persona, un intervento che criticasse la scelta inqualificabile di Arafat alla guerra mentre poteva firmare la pace e la nascita della nazione palestinese”. Infine, si sono lette una quantità di accuse “ridicole e pericolose”, mentre si nota “un assoluto silenzio sul terrorismo internazionale islamico. E questo in nome del falso pacifismo italiano. Forse la redazione di Repubblica sarà soddisfatta poiché il forum da essa creato segue la linea del giornale da sempre anti-israeliani”.
Di pietà per la piccola Shalhevet in questo forum, in effetti, quasi non se n’è vista. Di comprensione per i violenti tantissimi.

Ce l’ho in archivio da quasi sei anni, questo articolo. Credo che questo sia il momento giusto per ritirarlo fuori.


Maidanek

E per la serie "Antisemiti ma quando mai", raccomando anche la lettura di questo incredibile articolo nostrano citato da Al-jazeera.

barbara




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27 gennaio 2007

NON PERCHÉ OGGI È IL GIORNO DELLA MEMORIA

ma perché, come più volte ho avuto occasione di dire, per me ogni giorno è un giorno della memoria.

È stato tutto per via del cholent. Perché una nota giornalista scrittrice traduttrice aveva scritto un libro di cucina ebraica. Delizioso. Esilarante. Ma praticamente inattuabile. Voglio dire, cosa diavolo significa che il pezzo di carne da un chilo e mezzo a fine cottura deve essere così morbido da potersi mangiare col cucchiaio? E le uova come si mettono? Crude? Cotte? Col guscio o senza? Così decido di chiamare la mia amica D. e di chiedere lumi a lei, ma lei mi dice no guarda, mi dispiace, noi siamo di tradizione sefardita e queste cose non sono nelle nostre abitudini (si è comunque offerta di telefonare alla nota giornalista scrittrice traduttrice, visto che la conosce personalmente, e di chiederle direttamente le spiegazioni che mi servivano. La nota giornalista scrittrice traduttrice ha risposto seccamente: “Io faccio la giornalista, non la cuoca! Tutto quello che avevo da dire sta nel libro” e ha sbattuto giù). Allora chiamo un ebreo famoso, di sicura tradizione askenazita, e lui dice che sì, certo che conosce il cholent, e gli piace anche tanto, ma non lo ha mai preparato e quindi non saprebbe proprio dirmi come si fa. Mi dà però il telefono della sua amica P., che è polacca e lo fa divinamente. Sento il nome e mi viene un brivido lungo la schiena, perché della signora P. ho già sentito parlare: è stata ad Auschwitz, mi è stato detto. E non ha mai parlato. Cinquant’anni e mai una parola, né col marito, né con i figli, né con gli amici, né con estranei. Mai. Si porta l’inferno dentro, e non riesce a sputarlo fuori.
Chiamo, e alla vocetta argentina che mi risponde chiedo tre volte conferma, come un’imbecille, che sia proprio la persona che cerco. Sì, è lei. Con voce da ragazzina. Spiego: ascolta. Chiedo: risponde. Cortesissima, dolce, esauriente. Finisce di dare le spiegazioni richieste, tace per un istante, poi improvvisamente dice: “Sa, io sono stata ad Auschwitz”.
È stata ad Auschwitz.
Ha detto che è stata ad Auschwitz.
Ha detto A ME che è stata ad Auschwitz.
Dopo cinquant’anni di silenzio improvvisamente, dopo aver parlato del cholent, se ne esce a dire di Auschwitz.
Comincio a tremare, fatico quasi a tenere la cornetta all’orecchio. Parla, la signora P. Racconta. “Dodici ore di lavoro al giorno. Venti sotto zero. A piedi nudi nella neve”. La voce si incrina, si spezza, tace, deglutisce, riprende. Lo sforzo si avverte, tremendo: sembra una nave rompighiaccio in mezzo alla banchisa, ma continua. “Sono andata da Mengele, gli ho detto: tu adesso mi fai vedere mia sorella prima che muoia. L’ha tirata su con un bastone, piegata in due, come uno straccio, me l’ha buttata ai piedi. Ridendo. Aveva dodici anni. Non l’ho più vista. Io ne avevo quattordici”. “La marcia della morte, camminando in mezzo ai cadaveri ...” “Altri tre campi...”
Mille volte la voce si spezza. Mille volte riprende. Per due ore. Un inferno intero riversato nel mio orecchio, dopo cinquant’anni di silenzio.
Non ho dormito quella notte. Neanche quella dopo e quella dopo ancora.
Il cholent l’ho fatto, poi. Al terzo boccone mi è venuto da pensare: “Chissà che voglia ne avevano, in campo”. Mi si è strozzata la gola e non sono riuscita a continuare. Non l’ho rifatto mai più.

barbara




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26 gennaio 2007

CAINO? TOCCATELO PURE

Iran: Quattro prigionieri sono stati impiccati ed altri tre condannati a morte

24 gen 2007
lunedì, 22 gennaio 2007

CNRI - I boia del regime dei mullah hanno impiccato un uomo di nome Houchang a Ispahan nel centro dell'Iran.
Il prigioniero aveva commesso un omicidio 27 anni fa, ha riportato l'agenzia di stampa ufficiale Fars il 17 gennaio.
Nel corso della fine settimana, altri tre prigionieri identificati dalle iniziali M.H., S.S., e Touraj Seyah-Kamari sono stati impiccati rispettivamente a Ahwaz nel sud-ovest ed a Iranchahr nel Sud-Est, hanno riportato i giornali governativi Ressalat e Jomhouri-Eslami.
Il sistema giudiziario dei mullah ha condannato a morte altri tre giovani di nomi Hassan, Safar-Ali, ed A.H, secondo l'agenzia di stampa ufficiale Fars del 19 ed il 20 gennaio.
La resistenza iraniana ricorda che il regime dei mullah ha intensificato la repressione per combattere l'aumento del disenso popolare.
Chiama tutte le organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dell'uomo di condannare le misure repressive adottate da questa dittatura religiosa, in particolare le esecuzioni.
Segretariato del Consiglio nazionale della resistenza iraniana
il 22 gennaio 2007 (da “Associazione donne democratiche iraniane”).

Servono commenti? No, vero?


barbara




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25 gennaio 2007

REDUCE

“le cose cambiano disse il Dalai Lama
quando il Tibét fu invaso dalla Cina
le cose cambiano disse Maddalena
quando le saccheggiarono la cucina.
Le cose cambiano disse sconsolata
le mani sui fianchi la vita svilita.

le cose cambiano ecco com’è:
quello che c’era adesso non c’è”

“È che gli Ebrei, a maggior ragione gli israeliani, devono essere vittime ma molto per smuovere sentimenti positivi che durano un istante. Subito dopo e per motivi opposti devono giustificare a chi di turno non il loro operare ma il loro essere. Alla sinistra di cui sono orfano non so che dire: ascolti chi, c'è per quanto inascoltato, sa del passato, di un ipotetico futuro e di un presente che ci accomuna. Quanto ai cattolici: non è vero che “Loro" erano il popolo di Dio con cui Dio aveva stabilito una alleanza antica e adesso lo siamo noi "Cristiani". Per le poche cose che so mi pare più complessa la situazione. […] So, tra l’altro, di troppe colpe nostre verso gli Ebrei prima e Israele ora. Non vado ad aumentarle.
lo difendo il dovere che gli Ebrei hanno sulla terra, per ciò che è in potere all'uomo, di organizzare e difendere uno stato in cui tutti gli Ebrei possano aspirare a vivere in pace, per quello che si può. Con confini inviolabili a chiunque e Gerusalemme capitale. Nella semplicità e complessità, tutte le contraddizioni, le cadute e le alzate che contraddistinguono la vita dei singoli e delle collettività.
Con il loro esercito che è il meglio che c'è, unico baluardo e sempre insufficiente ai pogrom, alle persecuzioni, al terrorismo di nuova generazione, totale.
Shaid bimbi, donne incinte, ambulanze e carri funebri. Santificazione, premi in denaro e quel quarto d'ora di celebrità con annesso videoclip che di questi tempi non si nega a nessuno. Mi auguro che l'esercito di Israele continui ad essere, e sempre più, dimesso, schivo, patrimonio silenzioso del cuore, del braccio e della mente. Giovane, senza accademie, senza marzialità che l'efficienza non è mai formale ma di sostanza.
Per molti versi molti popoli saranno costretti ad imparare dall'esercito di Israele ma sarà sempre tardi.

Amo Israele per gli Ebrei Ortodossi, anche quelli che non lo riconoscono come Stato.
Per i Kibbutzim atei e collettivisti, per la loro storia e per la crisi che li attanaglia.
Per gli ultimi sopravvissuti alla shoah e i bambini che riempiono le strade, i parchi, i passeggini. Per i suoi freakkettoni, i suoi omosessuali, i giovinastri che affollano le spiagge e i bar di Tel Aviv che la vita è complessa, contraddittoria e c’è posto per tutti.
Amo Israele per gli ebrei che non vorrebbero esserlo o se ne dimenticherebbero volentieri. L'amo con tenerezza commossa perché so che comunque qualcuno in modo tragico glielo ricorderà spulciando le genealogie nei secoli. Perché il Male esiste sulla terra nella sua essenza e se non ha altro da fare, ma anche facendo altro, trova tempo e modo di violentarli, perseguitarli, tentarne l'annientamento.
Amo Israele per Ben Gurion, Golda Meyr, Begin, Rabin, Sharon. Per la loro imperfezione, il coraggio, la dedizione al proprio popolo.
Amo Israele minuscolo paese un po' europeo, un po' mediorientale, molto mediterraneo e nonostante tutto molto democratico.

Mi sono ritrovato in età adulta per contingenze fortuite, per interesse, studio, attratto e debitore per quanto altro del mondo ebraico. Ogni giorno più cristiano cattolico, ogni giorno più amico fedele ad Israele. Non un percorso ovvio né lineare, molte cadute, rimarchevoli impennate.
Il mio ritorno al Cristianesimo cattolico, così sono nato, sono stato allevato, e il mio avvicinamento ad Israele, vivendo in un mondo filo arabo-palestinese, è stato propiziato molto più dalle malevoli ragioni di chi li avversa che dai buoni proponimenti di chi li sostiene. […]

Ciò che non cessa di stupirmi, nella variegata propaganda anti ebraico-israeliana, è quell'incantevole propensione ad usare ogni mezzo, dal più soave al più sanguinario, e la capacità di falsificazione che trasforma gli assassini in vittime a caccia di giustificazione anche dubbiosa ma comprensione assicurata.

Israele è un piccolo paese. Così piccolo che pranzando a Gerusalemme mi viene voglia di scendere ad Eliat, l'estremo Sud. «Cosa ci vai a fare?» mi dicono «non ti piacerà. Scheggia di Los Angeles in faccia ad Aqaba.»
«Male che vada mi berrò un aperitivo sul mare al tramonto e poi me ne andrò a cena a Mitzpè Ramon nel mezzo del deserto del Neghev.»
Detto, fatto. La maggior parte dei miei giorni di lavoro, in Italia, ha percorsi ben più lunghi. In Israele lo spazio geografico è minuscolo ma punteggiato da voragini nel tempo in caduta libera. L'eternità sempre dietro l'angolo, in atto.

Il mio primo viaggio in Israele è finito. Mi manca il Nord, la Galilea, il lago di Tiberiade, Safed, il Golan. Mi manca tornare e ritornare a Gerusalemme, al mar Morto, al deserto.
Lascio un paio di ciabatte, le braghe corte piene di tasche, due magliette di cotone e una vecchia giacca nera che sembra elegante e, da lontano,
fa la sua figura. Li lascio per tornare e ritornare. […]

Volo con El Al sul Mediterraneo, su bianche nuvole compatte nel blu splendente. Scendo a Milano nella nebbia e pioggia. Autobus treno macchina e arrivo a casa, distanza che racchiude lo Stato di Israele nella sua lunghezza. Quello che per me è un noioso viaggio è per ogni israeliano un sogno. La tranquillità di muoversi entro confini definiti sulla propria terra senza sbarramenti posti di blocco controlli, strade che è meglio non fare e luoghi da evitare. Poche speranze e domande che non hanno risposta. […]
In Israele vivono gli ebrei sabra lì nati ed ebrei arrivati da tutto il mondo. Molti l'hanno scelto, molti non hanno potuto fare altro, troppi sono stati massacrati in paesi che credevano propri o sulla strada che li avrebbe portati verso una patria che andava conquistata e difesa. Sono presenti cento lingue ma si parla ebraico, unica lingua rinata sulla terra a vita quotidiana, a crescere.
Gli Ebrei sono un popolo non identificabile come razza. Sono neri, scuri, bianchi, rosa, diafani. Tutti i tratti somatici. Tutte le tipologie di capelli e tutti i colori degli occhi. È capitato che l'immagine di un giovane ebreo tedesco sia stata usata per propagandare la purezza bellezza della razza ariana. È capitato che uno non sapesse o non ricordasse, o non volesse sapere, o avesse deciso che - no! non lo era - ma sempre qualcuno per ricordarglielo l'ha ucciso. Perché ebreo.
Credo che, comprensibile, molti ne abbiano piene le palle e semplicemente aspirino ad essere normali uomini e donne. Mica facile, praticamente impossibile. Ci sarebbe da montarsi la testa se non fosse che è sempre la prima a cadere: la testa. […]

Se c'è soluzione, non facile, va ricercata con onestà, rispetto, reciprocità, perché la possibilità di vivere in pace è il bene più grande sulla terra.
lo credo che la gran parte di Israele abbia metabolizzato la tragicità della vita, la sua vacuità in
dolente saggezza e un uso contenuto della forza capace di affrontare ogni tempesta. Tutto può succedere, è successo, succederà ma la vita sopravvive: generazione su generazione. Per quel che si può è meglio essere preparati al peggio, non perdere la speranza, fortificare in ogni senso le famiglie, le comunità. Prendersi cura dei vecchi, crescere i figli. Non lasciarsi condurre mai più inconsapevoli e impotenti al macello. Dominus Deus Sabaoth, anche.”

“Sul potere della parola non spendo parole. “e Dio disse ‘Luce’. La luce fu.”
miliardi di parole per raccontare poi l’ombra.
L’unico nemico che possiede la parola è l’abusarne, l’eccesso che la vanifica. Nessuna censura ha mai distrutto una parola, ne ha reso pericoloso l’uso aumentandone il fascino, l’ha fatta forte. Necessaria e doverosa, dolorosa se è il caso, gioiosa e impertinente se se lo può permettere. È la parola che rende prezioso il silenzio. La parola si nutre di studio contemplazione ascolto e deve essere coraggiosa, pregna.”

“Reduce” è un magico librino che mi ha donato Giacomina, la nostra dolcissima Giacomina, per aiutarmi in uno dei momenti più dolorosi della mia vita. E mi ha aiutata, infatti, regalandomi momenti di sollievo e motivi di riflessione (TU che mi leggi: sono sicura che farebbe bene anche a te, sai). È un libro denso: denso di parole. Denso di pensieri. Denso di vita come può amarla solo chi è reduce: da tante battaglie, da tante sconfitte. Come, in fondo, tutti noi, chi più e chi meno.
(NOTA: in occasione della morte dell’Abbé Pierre propongo la rilettura di questo mio vecchio post)

Giovanni Lindo Ferretti, Reduce, Mondadori



barbara




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24 gennaio 2007

DOVE IL CORANO DICE «PUNITE CHI SI CONVERTE»

Quando hanno suonato alla porta, Mourad ha aperto credendo che fosse un fratello. Quel giorno pioveva. Cosa non rara a dicembre a Oran, la città algerina sul Mediterraneo a due passi dalla Spagna. Il tempo di aprire e almeno sei-sette persone lo hanno scaraventato a terra e massacrato di botte. Mourad mostra i segni delle percosse: ha un labbro sfasciato, l'occhio gonfio, escoriazioni sul corpo e la gamba destra che gli fa molto male. Come rassegnato dice «è la terza volta che mi picchiano». Questa volta è andato alla polizia, a denunciare. Tanto, aggiunge, non succederà niente. «l colpevoli non saranno identificati né arrestati». Perché Mourad ha il torto di essere un algerino cristiano-evangelico (protestante, insomma) che vive, e vorrebbe pregare liberamente, in un Paese islamico.
Poco più di un anno fa, ad Annaba, città a est diAlgeri, è stato ucciso un cristiano, un ex musulmano, ex combattente in Afghanistan, poi convertito. Gli hanno tagliato la lingua e cavato gli occhi. «Noi sappiamo che sono i fondamentalisti a fare queste cose», racconta Haniid, responsabile della chiesa evangelica di Aln EI Thrck, un paese-quartiere vicino Oran. «L'assassino non è stato trovato. La morte di un cristiano non è grave per la religione e per le autorità». L'Algeria è un Paese laico, ha una costituzione che prevede la libertà di culto, ma la polizia è pur sempre islamica, dice con un sorriso Hamid, «e nel Corano c'è scritto che chi si converte a un'altra religione merita d'esser punito. Anche con la morte».
In Algeria soffiano di nuovo venti di radicalismo islamico. In molte zone, i terroristi (che negli anni '90 sono stati macabri protagonisti di una guerra civile che ha fatto almeno 200 mila morti) sono tornati a farsi vivi dichiarando oggi l'affiliazione a bin Laden. Proprio a Oran, tra il '97 e il '98, sono avvenuti molti sgozzamenti di massa (di civili islamici).
Nel quartiere di Ain El Turck, la presenza dei salafiti nelle strade è palpabile. Si riconoscono dalle folte barbe nere e dagli abiti bianchi. La lotta per il controllo del territorio con gli islamici che si convertono assume forme diverse. L'intransigenza degli imam che lanciano strali al venerdì nelle moschee aumenta di pari passo al numero dei convertiti. È comunque difficile stabilire quanti siano i cristiani evangelici in Algeria. Dai primi anni '80, da quando è cominciato il risveglio (così come lo chiamano gli evangelici) le conversioni sono aumentate vertiginosamente: oggi si parla di un numero compreso tra 15 e 60 mila. La difficoltà della statistica sta appunto nelle persecuzioni: non tutte le chiese sono riconosciute, molti cristiani hanno paura e allora si prega nelle case o all'aperto, come in alcuni villaggi della Kabilia. Non che i cattolici se la passino meglio. Ma a differenza degli evangelici crescono di meno e non fanno proselitismo.
Quello che Jusef, un musulmano convertito, che adesso divide la sua vita tra Oran e la Spagna, proprio non riesce a capire è perché in Italia lo stato sovvenzioni addirittura la costruzione di moschee, mentre molti suoi fratelli algerini sono costretti all’anonimato, vengono picchiati, minacciati o (è il caso di Annaba) uccisi. Jusef dice di avere un amico in Italia, Francesco Di Maggio, un mediatore interculturale evangelico, che converte gli islamici. «Lui non deve nascondersi». Il colpo di grazia è venuto (o potrebbe arrivare, perché ancora non è stato ratificato dal Parlamento) da un decreto (febbraio 2006) del presidente della Repubblica, Abdelaziz Bouteflika, che mira a render più dura la vita ai musulmani che si convertono. La legge prevede la prigione fino a 5 anni e multe di 5 mila euro per chi cerchi di convertire un musulmano.

CRISTIANI TRA DUE MOSCHEE
La chiesa di Hamid, riconosciuta a differenza di quella di Tiaret (la cittadina a nord di Oran dove i cristiani pregano nella totale illegalità), si trova tra due moschee. Per arrivarci bisogna superare il porto di arano Scesi dal taxi, si attraversano strade non asfaltate e si resta colpiti dal numero di case senza intonaco con le parabole satellitari dai balconi. I bimbi giocano all'aperto, le donne sono quasi tutte velate. La legge, spiega Hamid, impone che la chiesa cristiana debba essere una struttura aperta al pubblico e riconoscibile dall'esterno.
Solo che per avere le autorizzazioni, le autorità oppongono mille difficoltà. Anche per piccole riparazioni si può aspettare anni. Il ministero degli Affari Religiosi, che dovrebbe rilasciare le autorizzazioni, spesso attacca le radio e le tv satellitari cristiane. Da quando c'è la chiesa a Oran, i fondamentalisti hanno costruito una seconda moschea nelle vicinanze. Se vedono qualcuno uscire dal luogo di culto gli dicono di fare attenzione, «potresti aver problemi».
Le finestre della casa-chiesa (dove si prega, c'è un negozio, la scuola biblica e le stanze della famiglia di Hamid) sono spesso rotte: i bambini scagliano pietre contro i vetri e le auto. Gli adulti e gli imam dicono che sono cose da ragazzi. Hamid è nato musulmano, i suoi andavano in moschea e pregavano cinque volte al giorno. S'è convertito dopo aver visto in montagna i cristiani pregare all'aria aperta. «I nostri telefoni sono controllati», dice, «la polizia sa chi siamo e cosa facciamo». Almeno una volta alla settimana gli fa visita un ispettore. Fa sempre le stesse domande: «Ci sono stranieri? Ci sono persone nuove?». Poi redige il rapporto e se ne va. La comunità gestisce un negozio. «Quando i grossisti sanno che siamo cristiani non ci vendono più nulla. L'immondizia non passano a ritirarla. Se mi rivolgo all'ispettore? Non denunciamo niente, sennò aumentano le grane. Dal loro punto di vista siamo noi il problema: se invece di convertirci...».

Il SOGNO DI SGOZZARE GLI EBREI
Nel negozio di generi alimentari lavora Brahim, un uomo abbastanza robusto che prima di convertirsi faceva l'imam, figlio di genitori marabutisti. «Odiavo i cristiani». Poi, dopo aver conosciuto una donna cristiana, che avrebbe sposato, s'è convertito. Abita a Oran ma è originario di Boghni, un viIlaggio deIla Kabilia. Quando vi fa ritorno non dorme in casa dei parenti. «I frateIli di mia moglie, vicini alle posizioni radicali, potrebbero uccidermi». Brahim nel 1981 era entrato nel Fis (Fronte Islamico di Salvezza, l'organizzazione radicale protagonista di numerose stragi) e un giorno s'era violentemente scagliato con il suo datore di lavoro perché aveva ingaggiato operai cristiani. «Come, li fai lavorare?». Quando s'è convertito e l'ha comunicato alla famiglia, suo padre gli ha ordinato di lasciare la casa. «In questi casi tutto il villaggio si riunisce per discutere e prendere una decisione. I fondamentalisti avevano votato la mia morte. Per fortuna hanno prevalso posizioni più tolleranti». Anche Mustafa, cristiano, un tempo era stato vicino alle posizioni dei terroristi. «Mi ero arruolato in un campo dove insegnavano a sgozzare gli ebrei». Oggi è il responsabile della chiesa cristiana di Tizi Ouzou. In un certo senso giustifica l'intolleranza dei familiari di chi si converte. «Per loro cristianesimo significa Europa, dove c'è il male. E non hanno tutti i torti: la televisione, i nudi...». Minimizza le persecuzioni, salvo poi ammettere che anche per lui s'è riunito il villaggio, che suo padre l'ha rinnegato, e al venerdì, giorno di culto, tre poliziotti controllano e «ci fanno mille domande».
A Tiaret non c'erano cristiani. Da quando è arrivato Mustafa da Oran, un anno e mezzo fa (il suo vero nome è un altro ), sono adesso più di 50. Fa l'informatico, vive in una casa con la moglie, i due figli e altre tre coppie. Tutti cristiani clandestini. Pregano in una stanza, la stessa dove studiano la Bibbia e sono ammassate le centinaia di lettere e opuscoli vari che invia a chi ne fa richiesta. Tutto è illegale, perché la sua chiesa non è riconosciuta: rischia la prigione. Mustafa è il coraggioso uomo che sta dietro al numero che compare sul video di alcuni canali cristiani. «Al telefono ricevo di tutto: richieste di aiuto e molte minacce». Mentre camminiamo per le strade di Tiaret, tra il silenzio di casermoni popolari pieni di parabole tv, squilla il suo telefono. «Se non la smetti», dice una voce, «ti faremo fuori. Sappiamo chi sei». Mostra un giornale, El Kardhaouj, su posizioni fondamentaliste. I giornalisti attaccano i cristiani, dicono che ogni giorno si convertono sei persone e che bisogna fare attenzione, soprattutto ai bimbi. Mustafa ha cambiato religione quando un suo amico imam è entrato nel Fis. «Ha cominciato a dire cose spaventose contro il potere». Negli ultimi tempi riceve periodicamente chiamate da un'associazione islamica di Algeri, Amro Khaled. Cosa vogliono? «Che ritorni a essere musulmano. E se non lo faccio, minacciano, potrebbe farlo il piombo».
(Agostino Gramigna, Magazine 18 gennaio 2006)

E non mi si venga a dire, per favore, che 1000 anni fa lo facevano anche i cristiani: questo sta succedendo ADESSO.

barbara

AGGIORNAMENTO: un ulteriore aiuto per capire (grazie a Giuseppe per a segnalazione).




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24 gennaio 2007

E QUANDO ANDRÒ

devi sorridermi se puoi
non sarà facile ma sai
si muore un po’ per poter vivere
(arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là)

e invece non hai sorriso neanche un po’, razza di fetente. E dopo vent’anni come se niente fosse risbuchi fuori a chiedermi conto dei miei uomini. La decenza non è mai stata il tuo forte, in effetti.

barbara




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23 gennaio 2007

QUOUSQUE TANDEM D’ALEMA …?

Comunicato Honest Reporting Italia 23 gennaio 2007

Honest Reporting, notoriamente, si occupa di mass media e non di politica. Ma quando un politico con responsabilità di governo eccede oltre ogni limite di decenza nelle sue esternazioni intrise di livore antiisraeliano, quando ogni sua frase è una vergognosa falsificazione della storia e della cronaca, quando lo squilibrio si fa tanto evidente da diventare persino imbarazzante, ci sentiamo in dovere di segnalarlo. Riportiamo qui di seguito alcune dichiarazioni del signor D'Alema raccolte qua e là, sottolineando alcuni passaggi particolarmente significativi.

«Ci sentiamo egualmente vicini - dice - alle ragioni del popolo palestinese, e a quelle del popolo israeliano e, aggiungo, a quello del popolo libanese, messi in pericolo per responsabilità dei terroristi, ma insieme per la reazione sproporzionata dello stato ebraico». (dsonline, 17 luglio 2006)

«La reazione di Israele, pur legittima in base al principio di autodifesa secondo la carta dell'Onu - spiega il ministro di fronte all'aula - è andata aldilà di ogni ragionevole proporzione» per quanto riguarda «le vittime civili e l'attacco alle centrali elettriche di Gaza» le cui conseguenze per la popolazione civili sono «gravi». «Disintegrare il Libano - avverte il vice premier - non rafforzerebbe Israele», così come una visione della sicurezza solo «militare» che Gerusalemme ha fatto «prevalere fin qui produce insostenibili costi umani e fa crescere il livello di odio e insicurezza». (Corriere della Sera, 18 luglio 2006)

Il ministro italiano degli Esteri ha annunciato che domenica sarà in visita a Gerusalemme, e ha deplorato che l'appello alla moderazione rivolto allo Stato ebraico non abbia "raccolto una eco concreta". Il capo della diplomazia italiana ha sottolineato che, per una soluzione della crisi in Medio Oriente è necessario coinvolgere la Siria e l'Iran. (Repubblica, 27 luglio 2006)

Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha sottolineato l’importanza della posizione raggiunta oggi a Bruxelles e auspicato che Israele «tenga conto dell’appello a cessare immediatamente le ostilità». (Radio Radicale, 2 agosto 2006)

"Hezbollah è un partito politico" (Yediot Aharonot, 7 settembre 2006)

«E bisogna agire spingendo Israele...». «La cosa che mi colpisce di più è l’isolamento delle voci ragionevoli, anche rispetto alle grandi comunità ebraiche democratiche. La comunità ebraica americana comincia a dividersi su questo punto, ma ciò non sembra avvenire nel nostro Paese [...]
«C’è chi di fronte a questa tragedia [Beit Hanun] ha parlato di un “errore”. Come un “errore”! Quello che è accaduto a Beit Hanun è il frutto di una politica, è lo sbocco di una scelta. Israele ha reagito alla crisi che si è aperta con il rapimento del caporale Shalit con una offensiva militare che ha prodotto 360 morti e 4000 feriti. Hanno bloccato i Territori, impedendo persino l’afflusso di medicinali. Non metto nel conto le persone che sono morte negli ospedali per mancanze di cure. Hanno distrutto le centrali elettriche, i servizi essenziali. A Beit Hanun sono morti 8 bambini in un colpo solo e questo ha fatto notizia, ma giorno dopo giorno ne sono morti 57, di bambini palestinesi, nella indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica internazionale. Oltretutto, la escalation militare è intervenuta anche ad ostacolare l’avvio di un processo politico nuovo tra i palestinesi, perché è evidente che la violenza chiama altra violenza, esplode la rabbia e si finisce per vanificare gli sforzi del presidente Abu Mazen di fare un governo di unità nazionale per indurre Hamas a riconoscere Israele e a riprendere il negoziato. In questo senso, quindi, Beit Hanun rappresenta il risultato di una politica che affida in modo esclusivo all’uso della forza la sicurezza di Israele, una politica sbagliata per questioni di principio - il rispetto della vita umana, il fatto che in questo modo si colpiscono civili inermi - ma anche perché questa strategia risponde a una logica tutta interna a Israele...».
«Mi riferisco a un governo indebolito dalla guerra in Libano, incalzato da destra, con l’accusa di non essere stato abbastanza determinato nelle operazioni militari e che per questo colpisce i palestinesi per dimostrare che invece è forte. Io trovo che questa è una spirale politicamente disastrosa». [...]
Qualche anno fa non c’era Hamas e non c’era Hezbollah. Tra qualche mese a Gaza non ci sarà più soltanto Hamas, ci sarà il rischio di una infiltrazione anche di Al Qaeda. È inevitabile che senza speranze e sotto il peso di un attacco militare spietato che semina vittime tra i civili, prenda piede una radicalizzazione estrema. [...] Bisogna chiedere, e l’Europa deve essere portatrice di questa istanza, che si fermi l’attacco militare israeliano. Si tratta di una richiesta minima, elementare...». (L'Unità, 10 dicembre 2006)

Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, prima di giungere al Consiglio europeo, ha commentato così l’incidente che ieri ha coinvolto il premier palestinese Ismail Hanyeh al valico di Rafah. Secondo D’Alema, chiudendo il valico Israele di fatto “ha ostacolato la piena attuazione dell’accordo per la libertà di accesso e di movimento a Gaza”. (AGI 15 dicembre 2006)

D'Alema: «Questo il piano, ma Israele si fermi» (L'Unità, 21 gennaio 2007)

Dunque, riassumendo brevemente, l'unico che si deve fermare è Israele, chiamando addirittura "richiesta minima" quella di rinunciare all'autodifesa, la responsabilità di qualunque cosa, perfino delle faide interne palestinesi, è di Israele, danni e vittime sono unicamente quelli provocati da Israele. Un solo, vago, accenno al terrorismo, nessun accenno all'ormai secolare rifiuto di dialogo da parte palestinese, nessun accenno alle vittime e alle devastazioni provocate dal terrorismo in Israele; gli atti di guerra palestinesi e libanesi sono "crisi", mentre le risposte di difesa israeliane sono "offensiva militare", "escalation militare", "attacco militare spietato". Per non parlare dell'inaudito attacco frontale, in cui addirittura si arriva ad accusare Israele di strage premeditata, messo in atto nell'intervista dell'Unità del 10 dicembre da parte di chi per mestiere sarebbe chiamato a mediare tra le parti in causa. Aggiungiamo la vergognosa accusa di colpire i palestinesi per logiche di politica interna, l'arroganza di permettersi di dare pagelle ("una politica sbagliata"), condiamo il tutto con una incredibile ignoranza della storia e della cronaca ("visione della sicurezza solo «militare» che Gerusalemme ha fatto «prevalere fin qui", "Hezbollah è un partito politico", "Qualche anno fa non c’era Hamas e non c’era Hezbollah"), e concludiamo con la chiamata in causa di non meglio identificate "comunità ebraiche democratiche" (sicuri che siamo ancora dentro il limite della "legittima critica all'operato del governo israeliano"? Sicuri che siamo noi ad avere le idee confuse quando parliamo di antisemitismo?). Poiché riteniamo che il signor D'Alema abbia, con queste esternazioni, con questi giudizi, con questi violentissimi attacchi frontali, decisamente superato il limite delle sue competenze (e anche della decenza), vi invitiamo a scrivere lettere aperte ai vostri giornali e anche al signor D'Alema direttamente ai seguenti indirizzi:

m.dalema@massimodalema.itIsraele - Dossier
DALEMA_M@camera.it

Il nostro sito/libreria Israele dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

E-mail: HR-Italia@honestreporting.com
Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com


Aggiungo che il signor D’Alema ignora anche che l’infiltrazione di Al Qaeda a Gaza non è un rischio che si potrebbe realizzare fra qualche mese: è una realtà iniziata 17 mesi fa, subito dopo il ritiro israeliano. Ignora che la “radicalizzazione estrema” risale al 1921, per cui attribuirla alle azioni israeliane è segno, oltre che di crassa ignoranza, anche di suprema imbecillitudine, ignora un intero secolo di storia e non sembra minimamente intenzionato a fare qualcosa per riempire le sue abissali lacune.

barbara

AGGIORNAMENTO:  qui, qui, qui, e già che ci siamo anche qui.




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22 gennaio 2007

HRANT DINK



Un pazzo, lasciate che lo dica, un pazzo. Talmente folle da andarsi a inventare cose tipo che i turchi hanno fatto fuori un casino di armeni. Uno sterminio. Un genocidio addirittura, figuriamoci. Giustamente lo avevano processato, due anni fa, ma quel governicchio senza palle lo ha condannato alla ridicola pena di sei mesi, e anche con la condizionale, come se non bastasse: neanche un giorno di galera si è fatto, il maledetto. Adesso doveva essere processato di nuovo, ma è chiaro che non c’era niente di buono da aspettarsi, e dunque lo hanno ammazzato, così almeno il mondo intero potrà constatare coi propri occhi che non è vero niente che i turchi ammazzano gli armeni, e la smetteranno una buona volta di diffondere queste calunnie infami. Amen.


barbara




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21 gennaio 2007

PIETÀ L’È MORTA

Il 21 gennaio 2005 veniva ucciso in Iraq il maresciallo Simone Cola. Il giorno dopo il funerale una certa signora Lisa Clark, professione pacifista, dalle pagine di Liberazione indirizzava alla vedova la seguente lettera.

Cara Alessandra
non ero al funerale del tuo Simone, oggi. Ma voglio dirti che sento nel profondo il dolore per la morte di un giovane uomo, con una vita intera davanti, con tanti sogni da realizzare.
Cara Alessandra, non so da dove mi venga il coraggio di scriverti, per dirti le cose che sento di dover condividere con te. Vedi, oggi il sacerdote che ha pronunciato l'omelia al funerale del tuo Simone (credo che fosse l'Ordinario Militare) ha detto che Simone era un "costruttore di pace".
Io faccio parte di un'associazione che si chiama "Beati i costruttori di pace" e che ha fatto tutto il possibile per evitare che questa guerra si facesse, insieme a gran parte della popolazione di questo nostro paese. E, una volta iniziata la guerra, ha chiesto con forza che l'Italia rispettasse l'Articolo 11 della sua Costituzione (scritta da uomini di diverse idee politiche, ma tutti della stessa generazione, quella che riprendeva a vivere sulle macerie della seconda guerra mondiale), rifiutandosi di prendervi parte. E, adesso, dopo che il Governo con l'avallo della maggioranza in Parlamento, ha comunque inviato un contingente militare per partecipare all'occupazione, siamo coloro che continuano a richiedere, senza stancarsi mai, che si rientri nella legalità costituzionale e che si ritirino immediatamente i soldati italiani.
Perché, cara Alessandra, per me è impossibile chiamare il compito che svolgeva il tuo Simone in Iraq "costruzione di pace". Ti chiedo perdono se, in questo momento, ti scrivo queste parole. Sono dure, lo so. Ma finché permetteremo a chi vuole trascinarci in fondo al baratro della violenza, a chi vuole dividerci con il ricatto del "o con noi o contro di noi", di strumentalizzare le parole, dando loro il significato che si addice meglio ai loro scopi, non risaliremo mai la china. Invece, abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra comune umanità. Per questo ti abbraccio, ti dico che il dolore per la morte di Simone è forte. Come lo è, però, anche il dolore per la morte dei 13 partecipanti ad una festa di nozze, uccisi lo stesso giorno. Dobbiamo scoprire insieme di far parte di un'unica famiglia umana.
Negli anni ho passato parecchio tempo in vari paesi sconvolti dalle guerre. Ho visto i disastri che la guerra, ogni guerra, combina. Ho avuto modo anche di vedere l'umanità e il coraggio dei soldati in tante occasioni. A Sarajevo molti militari francesi dell'Unprofor hanno rischiato la vita (ed alcuni l'hanno sacrificata) per salvare bambini, per aiutare donne e anziani. I Carabinieri italiani a Srbinje, nella Serbo-Bosnia, rischiavano di persona per assicurare alla giustizia criminali di guerra ricercati dai tribunali internazionali. Quindi non ho dubbi sul fatto che Simone, in un altro contesto, in un'altra missione, con un altro mandato, sarebbe stato un "costruttore di pace". Ma lì, in Iraq, come membro di un esercito di occupazione, sotto il comando del contingente britannico, non svolgeva il ruolo di "costruttore di pace".
Se vogliamo lavorare davvero alla costruzione di un mondo di pace, dove ci sia pace per tutti, però, e non solo per alcuni di noi, non possiamo confondere le parole. Ho scelto di scrivere a te, anche se non sei stata tu a pronunciare quelle parole, bensì l'Ordinario Militare e, prima di lui, il Papa stesso. Penso che se la vedranno con la loro coscienza e la loro fede, per aver usato la parola di Gesù, il Principe della Pace, al fine di confondere la verità. Ma a te, cara Alessandra, sentivo il bisogno di parlare dal cuore, per esprimerti tutto il mio affetto, tutto il dolore che provo per la morte di un uomo che aveva davanti una vita intera, una vita di marito e padre.

Desidero esprimere, a due anni di distanza, tutto il mio sdegno per questa infame e abietta opera di sciacallaggio (oltre che di crassa ignoranza della Costituzione italiana, il cui articolo 11, con tutta evidenza, la signora Clark non ha mai letto), tutta la mia solidarietà alla signora Alessandra e il mio commosso ricordo per il costruttore di pace Simone Cola.



barbara




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21 gennaio 2007

L'EDUCAZIONE

 
 


L'importante è l'educazione: è quella la base di tutto. Cominciando il più presto possibile.

barbara




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20 gennaio 2007

È NATO



Sì, è nato. È ancora piccolino e ci vorrà parecchio per farlo crescere, ma è qui fra noi: il nuovo sito Israele-Dossier, con documenti, articoli, immagini, filmati per una migliore informazione sulle vicende che riguardano lo stato di Israele. Visitarlo è un obbligo morale, diffonderlo un imperativo categorico.

barbara




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19 gennaio 2007

MOHAMED TAHA, 19 GENNAIO 1985

I fondamentalisti impiccano il Gandhi musulmano

Il 19 gennaio 1985 il «New York Times» pubblicò una cronaca inviata da Khartoum, capitale del Sudan. Il corrispondente, palesemente turbato, descrisse l'impiccagione di un settuagenario. Spiegò che l'uomo era stato arrestato due settimane prima e sottoposto a un processo farsa, al termine del quale era stato condannato a morte per apostasia. Scrisse che il vecchio era salito sul patibolo, che gli era stato tolto il cappuccio e che, invece di urlare o disperarsi, il condannato aveva guardato la folla sorridendo. Poi era stato appeso.
Così venne ucciso Mohamed Taha, il più grande intellettuale musulmano della seconda metà del Novecento. Morto per aver lottato contro la cultura del Jihad, fu assassinato dal regime fondamentalista sudanese che nel 1983 aveva proclamato la più sanguinosa Guerra santa del secolo. Sebbene sia impossibile stabilire la cifra esatta, le ricostruzioni indicano tra i cinquecentomila e i due milioni di morti sudanesi, tutti sterminati da sudanesi.
Il Jihad del Sudan, durato trentadue anni e terminato nel 2005 grazie alla mediazione dell'inviato personale di George W Bush, costituisce un perfetto paradigma dell'estremismo islamico nella modernità. In esso confluirono il nasserismo, il panarabismo, il socialismo arabo, il wahhabismo e il fondamentalismo della Fratellanza Musulmana, sviluppati dal regime del colonnello Jafar Mohamed al Nimeiri.
Nimeiri prese il potere in Sudan nel 1969 (lo Stato era indipendente dal 1956) su una piattaforma politica nasseriana. Dopo il golpe, proclamò uno Stato socialista, ma fu deposto nel 1971 con un colpo militare organizzato dal Partito comunista filomoscovita. Il nuovo regime ebbe però vita breve e Nimeiri, tornato al comando con un contro-golpe, innalzò le forche a cui impiccò tutta la dirigenza comunista sudanese. Passati pochi anni, venne maturando una svolta integralista, fisiologica in un Paese assai esposto all'influenza dell'Arabia Saudita, sulla sponda opposta del Mar Rosso. Senza cambiare nulla della ferocia del suo regime e delle sue strutture, Nimeiri passò dunque dal socialismo arabo nasseriano al fondamentalismo religioso. Il suo non fu un voltafaccia, ma il ritorno alle più profonde origini del panarabismo, sollecitato dalla pressione della campagna di islamizzazione lanciata dall'integralismo saudita dopo il boom petrolifero degli anni Settanta. L'8 settembre 1983 venne emanato un ordine presidenziale secondo il quale la sharia diventava la sola forza guida del diritto del Sudan. Venne quindi modificata la Costituzione sul modello saudita, furono abrogati i residui di diritto ereditati dal colonialismo inglese, e lanciato il Jihad contro i cristiani e gli animisti del sud nilotico del Paese, che si rifiutavano di subire la legislazione musulmana. Ennesima decisiva prova dell'inconsistenza di un'ideologia «laica» del panarabismo, di cui il nasseriano Nimeiri è stato illustre leader, e della sua intrinseca natura fondamentalista.
Cristiani e animisti, di etnia non araba, dopo un breve periodo di resistenza politica, avevano in effetti preso le armi per difendere i propri diritti e non essere sottoposti al regime della al dhimma, della «mezza cittadinanza» che la società islamica riservava loro. Il regime di Nimeiri reagì a questa ribellione scatenando una vera e propria guerra ed estremizzando il proprio fondamentalismo anche nel settentrione arabo. Per comprendere quale fosse il clima, basti dire che nel 1984 la cittadinanza di Khartoum fu invitata ad assistere, nel famigerato carcere Kober, alla «giornata delle amputazioni», pubblicizzata da tutti i giornali, la radio e la televisione. La folla assistette al taglio della mano destra di una dozzina di ladri e infine, clou dello spettacolo, alla fustigazione di un sacerdote cattolico che aveva commesso il crimine di custodire un'ampolla di vino benedetto per la celebrazione della messa.
Il regime era affiancato dal Fronte nazionale islamico, guidato da Hassan al Turabi, un teologo di fama mondiale, dirigente dei Fratelli Musulmani, che aveva studiato in Francia e in Inghilterra e appariva ben più raffinato e attento agli effetti sociali della islamizzazione di quanto non fosse Nimeiri, di cui era consigliere speciale (sebbene nel 1985 fosse stato imprigionato per qualche mese e allontanato dal potere).
In questo contesto, Mohamed Taha si fece portavoce dell'opposizione sorta all'interno della stessa umma musulmana e nel dicembre 1984 pubblicò un suo manifesto della tolleranza, sintetizzato in un volantino che venne distribuito in tutto il Paese con il titolo O questo, o il diluvio. Taha proponeva una società multiculturale multiconfessionale, guidata non dall'imperativo giuridico della sharia, ma da quello etico di un Islam aperto e cosmopolita, nel quale fosse abolito il principio del Jihad come scopo. Per giustificare teologicamente la sua proposta politica, Taha dovette compiere un'operazione ardita: scardinare il dogma del Corano increato per riprendere la tradizione del movimento mutazilita, che sosteneva l'obbligo della continua interpretazione del testo sacro e contrastava la sua lettura formale.
Nel suo libro del 1971, Il secondo messaggio dell’Islam, Taha confutò il dogma del Corano eterno, le cui parole sarebbero preesistite allo stesso Maometto. Egli distinse i brani del Corano che contengono una pura rivelazione - le cosiddette sure meccane, che fanno parte della prima predicazione del Profeta, antecedente la fuga alla Medina - da quelli legati all'esperienza politica e storica del Profeta. Sono queste le cosiddette sure medinensi, intrise delle polemiche feroci nei confronti degli ebrei, avvolte dallo spirito epico del Jihad, segnate dalla complessa strategia sviluppata da Maometto per conquistare il governo materiale della Mecca.
La distinzione e la proposta di una lettura anche storica del Corano implicavano un atteggiamento di apertura nei confronti delle altre fedi, l'opposizione alla sharia dogmatica codificata nelle sei scuole tradizionali, la critica della cultura del Jihad. E ancora, il rifiuto dell'autorità tutoria dell'uomo sulla donna, della poligamia, della pratica del ripudio, la ricusa della schiavitù (praticata ancora oggi nella società islamica, perché prevista e codificata nel Corano) e anche di una concezione egoistica della proprietà, che introduceva un elemento comunitaristico nel pensiero economico di Taha.
I capisaldi del fondamentalismo venivano così confutati e ribaltati, con un metodo forse più destabilizzante e pericoloso dei contenuti stessi. L'interpretazione continua del Verbo, infatti, scardinava non solo la teologia e l'ideologia affermate, ma toglieva di fatto potere agli ulema, depositari della sharia e della sua applicazione, anche in termini legali, nei tribunali islamici.
La proposta di Taha si collocava nel pieno della tradizione mutazilita, che si era affievolita, sino a spegnersi, dopo il X secolo. La vera novità stava nella capacità di attualizzarla, nel coraggio di sfidare un regime fondamentalista, nella volontà di contrastare il Jihad in corso nelle regioni meridionali del Sudan. Questi furono i motivi per cui Taha venne impiccato, e i suoi discepoli
perseguitati.
Eliminato l'elemento di contrasto con l'ideologia del regime, il Jihad divenne sempre più il tratto dominante dell’azione sudanese. Il 30 giugno 1989 la dittatura di Numeri fu sostituita da quella di Omar Hassan Beshar, che ne continuò le linee d’azione fondamentaliste, anch’egli trovando appoggio nei Fratelli Musulmani di Hassan al Turabi. Proseguirono la guerra civile e i massacri nel sud e si strinsero alleanze in una sorta di internazionale Jihadista che approvò l'annessione del Kuwait all'lraq e nel 1991 convocò una Conferenza islamica alternativa all’Oci, nella quale confluirono il Baath e l'Olp di Arafat. Per anni a Khartoum furono ospitati Osama bin Laden e i reduci afghani, mentre dal Sudan si irradiavano la teoria e la pratica del Jihad verso
l'Eritrea, il Kenya, la Somalia, l’Uganda e il Ciad. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pgg. 273-276)
                                                        
E ve lo ricordate, quella volta, il casino che hanno scatenato gli oppositori alla pena di morte, quelli di Nessuno tocchi Caino, i nostri politici “senza se e senza ma”: le manifestazioni, le proteste, i cortei, i sit-in davanti alle ambasciate, gli scioperi della fame e della sete, le richieste internazionali di moratoria, gli articoli e le trasmissioni sulla barbarie della pena di morte che non si addice neanche a un genocida … Non fatemici neanche pensare: mezzo pianeta hanno paralizzato, da tanto che hanno protestato.

barbara




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18 gennaio 2007

PER RINFRESCARE UN PO’ L’ARIA

Ricevuta oggi dal mio amico americano quasi purosangue Edward. La riporto pari pari senza toccare una virgola. In italiano perde un pelino di immediatezza, ma si capisce lo stesso.

George Bush con il suo entourage sta passando per la sala d'attesa nell'aeroporto; vede un uomo con sandali, una barba bianca lunghissima, i capelli lunghissimi e bianchi, un abito lungo e un bastone piu` alto di lui.

"Ma diamine, se quello non assomiglia a Mose`!" si dice. Gli si avvicina e dice: "Scusi ma Lei non sarebbe per caso Mose`, il grande profeta?" Nessuna reazione. L'uomo non lo guarda neanche. "Scusi?" ci prova di nuovo. Niente. L'uomo rimane immobile.
Bush torna dal suo entourage di sicurezza e dice, "Ma quello mi sembra Mose`, e non mi ha rivolto neanche uno sguardo."
Uno dei suoi agenti gli risponde, "Sir, ci vado io a parlargli e vedremo."
Questi si avvicina all'uomo, e gli chiede: "Scusi ma Lei e` Mose`?"
L'uomo gli risponde, "Si, sono Mose`."
"Ma allora, gli chiede l'agente, "perche' non ha voluto parlare con il Presidente?"

"Perche' ?? Senta", gli risponde Mose`, "L'ultima volta che io abbia parlato con un cespuglio, mio popolo e` stato costretto a girare nel deserto per 40 anni, e POI, siamo andati a finire nell'unico posto in tutto il Medio Oriente, senza una goccia di petrolio!!"

Certo, il povero Mosè, per le ben note ragioni, non ha avuto una mamma che gli insegnasse che non si deve parlare con gli sconosciuti, e lo ha dovuto imparare a sue spese.

barbara




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18 gennaio 2007

EURABIA E IL RUOLO DEI FINANZIAMENTI EUROPEI IN MEDIO ORIENTE

Il rapporto 2004 dell'organizzazione internazionale "Funding For Peace Coalition" (FPC) evidenzia qual è stato, in questi anni, il vero ruolo degli aiuti economici europei destinati all'Autorità Palestinese (AP). La pessima gestione di tali fondi da parte dell'AP e la totale mancanza di efficaci controlli da parte dell'Unione Europea hanno generato infatti un sistema corrotto e violento che alimenta ruberie, nepotismi, terrorismo, incitamento all'odio. La FPC riporta dozzine di documenti di recente apertura, tra i quali molti di fonte araba, poco noti in Europa e in Occidente.

LONDRA ­ La Funding for Peace Coalition (FPC) ha pubblicato un nuovo Rapporto che illustra in dettaglio l'uso irregolare e il dirottamento, attraverso la corruzione e la violenza, di ingenti somme destinate all'aiuto economico della popolazione palestinese.
Il Rapporto 2004 della FPC è intitolato "Managing European Taxpayers' Money: Supporting The Palestinian Arabs ­ A Study In Transparency" (La gestione del denaro dei contribuenti europei: gli aiuti agli Arabi Palestinesi). Il Rapporto pubblica documenti che evidenziano la profonda connessione tra i finanziamenti europei e i problemi del terrorismo e della corruzione palestinesi. Il rapporto evidenzia anche l'assoluta incapacità delle organizzazioni europee di monitorare la destinazione reale di tali fondi.
Emergono malversazioni, furti, nepotismi, appropriazioni indebite da parte dell'Autorità Palestinese, rese possibili anche dall'incompetenza e dall'apatia delle Agenzie europee.
Dal 1993, l'Unione Europea ha destinato oltre 2 miliardi di Euro direttamente e indirettamente all'Autorità Palestinese (AP). Gli Stati membri hanno donato nello stesso periodo ulteriori 2 miliardi di Euro.
Il lavoro della FPC solleva le seguenti principali questioni, ognuna delle quali riguarda direttamente lo spirito e la lettera della Costituzione dell'Unione Europea:

1) Gli aiuti europei non hanno raggiunto il vero obiettivo, ovvero il popolo palestinese. Questi fondi hanno invece alimentato la corruzione, il terrorismo e l'incitamento all'odio.
2) A fronte delle ripetute smentite da parte di autorevoli esponenti politici europei, numerosi terroristi risultano invece presenti sul libro paga dell'Autorità Palestinese. Quest'ultimo include, in particolare, membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, i quali hanno pubblicamente rivendicato il loro ruolo diretto in numerose stragi e omicidi. I salari di questi assassini viene prelevato direttamente dai fondi forniti dal governo europeo, nonostante le Brigate Al-Aqsa siano state ufficialmente classificate tra le organizzazioni terroristiche anche dalla stessa Unione Europea.
3) Il denaro dei contribuenti europei non è stato gestito in maniera trasparente in tutte le situazioni connesse agli aiuti economici destinati all'Autorità Palestinese e al popolo palestinese. I fatti sono stati spesso nascosti, e continuano ad essere nascosti, ai contribuenti europei.
4) I metodi usati per finanziare l'Autorità Palestinese rasentano talvolta il riciclaggio di denaro.

Lo studio della FPC non entra nel merito della questione dell'opportunità di aiutare o meno i palestinesi, né tanto meno quale livello di aiuti sia appropriato. La FPC è convinta che aiutare i palestinesi sia importante e necessario per la causa della pace.
Il Rapporto della FPC è finalizzato a scoprire se gli aiuti provenienti dalle casse europee stiano raggiungendo davvero gli obiettivi prefissati dai donatori e se vi sia una reale trasparenza nella gestione di tali aiuti.
Secondo il portavoce della FPC, David Winter, "Questo nuovo rapporto evidenzia una sconvolgente mancanza di controlli da parte delle autorità dell'Unione Europea. Le circostanze reali dei continui fallimenti dei massicci programmi di aiuti internazionali al popolo palestinese restano largamente ignorate. Il nostro Rapporto dimostra che ciò si deve al fatto che il guardiano dormiva mentre era al lavoro, e non alla mancanza di avvertimenti pubblici al riguardo." Il Rapporto della FPC fornisce un sostegno concreto alle crescenti richieste palestinesi che invocano la fine di una leadership corrotta che dura da decenni. L'ex Ministro degli Interni dell'Autorità Palestinese Mohammed Dahlan, in un'intervista pubblicata da "The Guardian" lo scorso mese, ha dichiarato che tutti i fondi che i vari governi hanno donato all'AP, per un totale di 5 miliardi di dollari "sono andati giù nelle fogne e non si sa dove siano finiti".
Il portavoce Winter aggiunge: "Ogni singola informazione fornita nel nostro Rapporto è stata attentamente controllata. Un esteso corpo di note permette ai lettori di controllare e verificare ogni fatto presentato." Perché questo Rapporto è necessario? Winter sostiene che: "Noi crediamo che, portando il problema al centro dell'attenzione, sarà creata una guida politica che assicurerà che gli Arabi palestinesi traggano un effettivo beneficio dai miliardi di dollari in aiuti ricevuti dalle loro Autorità e istituzioni. Con una gestione appropriata di tali fondi, crediamo che si possa incoraggiare la tolleranza reciproca e, infine, raggiungere la pace nella regione. A quel punto, quelle ingenti risorse economiche potranno essere destinate a risolvere altre e spesso più pressanti emergenze umanitarie, quali quella in Sudan e in altri paesi." Alla domanda se la Commissione Europea abbia o meno fuorviato il Parlamento Europeo, Winter risponde: "Questo è un punto chiave della questione su cui il Rapporto della FPC fornisce varie risposte. Per esempio, ci sono state innumerevoli rassicurazioni circa gli accurati controlli effettuati sul libro paga dell'Autorità Palestinese. Sono infatti i donatori internazionali che pagano per questi impiegati. Invece su tale libro paga sono stati trovati stipendi pagati a nomi fittizi o a membri di gruppi ritenuti terroristici dalla stessa Unione Europea." Complessivamente, DIECI MILIARDI DI DOLLARI in aiuti sono stati destinati al popolo palestinese. Questi fondi pagati dai contribuenti europei hanno raggiunto le persone giuste? Sono stati gestiti in maniera accettabile? Il popolo palestinese ne ha beneficiato? (
http://www.ilvangelo.org)

250 MILIONI DI EURO PER L'AUTORITA' PALESTINESE

Ignorando deliberatamente la corruzione che imperversa sempre in seno alla direzione palestinese, l'Unione Europea si ostina a versare delle somme considerevoli all'Autorità Palestinese nel quadro dell'assistenza che le accorda.
E' così che la somma di 26 milioni di euro è stata trasferita giovedì [29 luglio] nelle casse dell'Autorità Palestinese. Il quotidiano israeliano Maariv, che riporta questa informazione, sottolinea che si tratta di un primo versamento di una somma totale di 250 milioni di euro che l'Unione Europea si è impegnata ad accordare nel corso dell'anno 2004. Una somma equivalente è stata versata l'anno scorso. Ufficialmente il denaro è destinato a un fondo per un programma di riforme economiche creato dalla Banca mondiale.
Nel comunicato pubblicato giovedì dall'Unione Europea è specificato che "la popolazione palestinese di Giudea-Samaria e della striscia di Gaza soffre sempre di una seria recessione economica e che il livello di vita si è nettamente abbassato".
Secondo l'annuncio pubblicato dall'Unione Europea, 65 milioni di euro dovrebbero servire all'applicazione di riforme economiche, 22 milioni per i servizi sociali, 7,5 milioni per il "piano di pace" e 5 milioni per l'assistenza tecnica in vista della messa in atto delle riforme.
Inoltre, 60 milioni saranno versati all'UNWRA, tra i quali 29 milioni per gli aiuti umanitari, 10 milioni per l'acquisto di derrate alimentari, e il resto sarà ripartito tra diversi progetti.
Ma è difficile sapere se il denaro sarà realmente utilizzato per fini umanitari o sarà recuperato dai funzionari palestinesi, che fino ad oggi non hanno esitato ad attingere abbondantemente dalle casse, usando per i loro bisogni personali le somme che dovevano servire a migliorare la vita quotidiana della popolazione palestinese.
I dirigenti palestinesi, accusati di corruzione, naturalmente hanno rigettato tutte queste accuse, affermando che tutto è stato realizzato in modo regolamentare. L'Europa tiene a giocare un ruolo importante nel processo diplomatico in corso in Medio Oriente.
L'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, Javier Solana, ricevuto la settimana scorsa dal Primo Ministro israeliano, non aveva apprezzato le critiche mosse dal suo ospite. E aveva aggiunto: "Noi saremo coinvolti nel processo, che lo vogliate o no!" (Arouts 7, 02.08.2004 - trad. www.ilvangelo.org) (qui)

Visto che il prelievo di soldi dalle nostre tasche per nutrire i poveri palestinesi affamati dall’infame occupante sionista continua, non farà male far mente locale per ricordare dov’è, esattamente, che i nostri soldi vanno a finire.

barbara




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17 gennaio 2007

AMNESIE

Capita facilmente, quando accadono certe tragedie, che si tenda a dimenticare alcuni fatti che, di fronte alla disgrazia, sembrano diventare secondari. E così non si parla più del fatto che il padre di Yussef è un mercante di morte e il padre di Tommaso un lurido pedofilo, al punto di finire per dimenticarlo. Si arriva addirittura a vergognarsi di avere sospettato un loro coinvolgimento, trascurando la non trascurabile circostanza che il motivo per cui li si è sospettati è il fatto che si tratta, in entrambi i casi, di incalliti criminali. Ecco, io credo che la nostra vergogna, le nostre scuse, la nostra pietà, faremmo meglio a riservarli a tutt’altro genere di destinatari, ben più degni di riceverle.

barbara




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16 gennaio 2007

STAMBECCHI PIÙ IMPORTANTI DEGLI ESSERI UMANI

Comunicato Honest Reporting Italia 15 gennaio 2007

"La Nuova ecologia", come è ovvio, si occupa di ecologia; gli ecologisti, si sa, sono buoni e i buoni - anche questo si sa - non amano Israele. Che cosa di meglio, dunque, che unire l'utile al dilettevole facendo ecologia con robuste bastonate a Israele? E dunque, a pagina 58 del numero di gennaio, troviamo il reportage "Ecomostro in Terra Santa" di Michele Maino, in cui leggiamo:

È alto come una villetta a due piani e una volta ultimato sarà lungo quanto il tratto di autostrada che collega Roma Milano. È la "barriera di sicurezza", un recinto di cemento armato, rete metallica e filo spinato che dal giugno del 2002 il governo israeliano sta costruendo intorno ai territori palestinesi per impedire gli attacchi suicidi dei kamìkaze nel proprio territorio.
A differenza di mollti altri il Nostro ricorda, bontà sua, che la barriera non è fatta solo di cemento armato ma anche di rete metallica. Dimentica però di precisare che il cemento armato rappresenta circa il 5% della barriera, e la rete metallica il restante 95%: non è un dettaglio trascurabile.

Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa israeliano, la barriera avrebbe ridotto sensibilmente l'incidenza degli attentati.
Innanzitutto la barriera HA, e non "avrebbe" ridotto, DRASTICAMENTE e non solo sensibilmente il numero degli attentati. In secondo luogo chiunque sia dotato di due occhi, due orecchie e un paio di neuroni funzionanti in giro per il cervello è in grado di accorgersi da solo che con la costruzione della barriera la carneficina è quasi cessata (non del tutto, perché la barriera non è ancora stata completata), senza alcun bisogno di aspettare i dati del ministero.

«Se è vero che nell'immediato ha fatto registrare un decremento degli attentati suicidi, si tratta comunque di una risposta provvisoria», commenta invece Gidon Bromberg, israeliano, presidente dell’associazione ambientalista Friends of the Earth: «E non sarà certo un muro ad arrestare i kamikaze.
E ci si chiede: gli ambientalisti israeliani saranno TUTTI convinti che le cose stiano così? Se lo sono tutti, come mai l'articolo ne nomina uno solo? E se non tutti la pensano allo stesso modo, perché il giornale non offre una panoramica più completa, in modo da avere una visione più equilibrata delle opinioni in Israele su questa questione? Come mai intervista solo un tale che nutre la strana convinzione che la barriera non possa arrestare i terroristi quando è sotto gli occhi di tutti che la barriera in realtà LI ARRESTA, eccome se li arresta?

Sul lungo termine, la soluzione sarà piuttosto un'intelligente politica di integrazione
e di negoziato».
Si sta cercando di insinuare che finora Israele non avrebbe mai tentato la via del negoziato? Scusate, signori ecologisti, ma voi dove siete stati negli ultimi sessant'anni?

Nel 2003 anche l'allora segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, aveva dichiarato che «sul lungo termine, il muro rischia di danneggiare la pace».
Non che avessimo dubbi sull'utilità della barriera, beninteso, ma se mai li avessimo avuti le critiche del signor Kofi Annan sarebbero sicuramente sufficienti a fugarli definitivamente.

Oltre a violare le risoluzioni delle Nazioni Unite, che ne chiedono lo smantellamento.
Da un giornalista ci aspettiamo dati concreti, non chiacchiere: potremmo cortesemente avere i dati precisi di queste risoluzioni delle Nazioni Unite, numero e data, che chiedono lo smantellamento della barriera? E, nel caso che queste risoluzioni esistano davvero, si tratta di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o dell'Assemblea Generale? E, nel caso che fossero del Consiglio di Sicurezza, in base al Capitolo VI o al Capitolo VII? (Lei sa perfettamente di che cosa stiamo parlando, vero signor Maino?)

Il muro impedisce la circolazione di persone e beni, rallenta l'economia della regione e impedisce alle informazioni di circolare. Inoltre il muro ha pesantissime conseguenze sull’ambiente: «Impedisce il naturale deflusso e ricarico delle acque che vengono bloccate, ristagnano e fanno marcire i raccolti trasformandosi da benedizione in calamità» dice Wael Awadallah, idrologo del Palestinian hydrology group a Hebron.
Tutto vero, probabilmente. Ma perché queste belle predichette non siete andati a farle ai palestinesi che per anni hanno condotto la loro mattanza nella vostra più totale indifferenza? Perché quando Israele ha cominciato a parlare della necessità di costruire una barriera - anche perché VOI avete sempre criticato e condannato TUTTE le azioni precedentemente intraprese da Israele per difendersi dal terrorismo - non avete tentato di indurre i palestinesi a cessare il terrorismo prospettando loro tutte queste nefaste conseguenze nel caso di costruzione della barriera?

Aggiunge Gad Ishaq, presidente di Arij, l' Applied research institute di Gerusalemme: «Gli insediamenti ebraici sono disposti strategicamente sui pozzi artesiani.
A noi, per la verità, risulta che i pozzi ci sono perché gli israeliani oggi e i pionieri ebrei prima li hanno scavati in quei deserti, in quelle paludi, in quelle pietraie che hanno acquistato, trasformandoli in campi e prati e giardini e terreni edificabili: non sarà per questo che gli insiediamenti si trovano ad essere "strategicamente" disposti in corrispondenza dei pozzi? (Nel caso non lo sapeste, vi informiamo che un pozzo artesiano è per definizione un pozzo scavato dall'uomo)

Recintarli con un muro di cemento significa sottrarre definitivamente le nostre risorse idriche».
E scavarvi anche voi i vostri pozzi, magari investendoci, che so, uno 0,1% delle risorse destinate al terrorismo, quello no, eh?

Secondo il progetto originale, la "la barriera di sicurezza" avrebbe dovuto correre lungo la linea verde, il confine stabilito con l'armistizio del 1949.
Si sta dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che l'armistizio del 1949 NON HA STABILITO NESSUN CONFINE; si sta dimenticando o facendo finta di dimenticare che quella "linea" non ha mai avuto alcun valore politico; si sta dimenticando o facendo finta di dimenticare che NESSUNA RISOLUZIONE ONU HA MAI CHIESTO A ISRAELE DI RITIRARSI A QUEI CONFINI assurdi, ridicoli e indifendibili, come le circostanze della guerra dei Sei giorni hanno dimostrato.

«Strada facendo, però, il percorso del muro è stato deviato, sottraendo ai palestinesi un ulteriore 10% di territorio - riprende Gidon Bromberg - Si tratta di un vera e propria confisca di terre».
Già il fatto che la precentuale di territorio "sottratto" cambi di volta in volta a seconda di chi ne parla, la dice lunga sull'accuratezza di tali dati; quanto al resto, se ai palestinesi la cosa non piace, avrebbero, molto semplicemente, dovuto pensarci prima, rassegnandosi ad accettare la nascita dello stato di Palestina, il possesso di mezza Gerusalemme come capitale, 300 miliardi di dollari di risarcimento per i cosiddetti profughi, la pace e la prosperità. Hanno preferito l'eroica guerra terroristica? Ne accettino le conseguenze e non vengano a frignare.

Per raggiungere il proprio campo intrappolato oltre il muro, un contadino palestinese deve percorrere molti chilometri fino al primo checkpoint, che spesso può essere chiuso senza preavviso.
Ancora una volta: sarebbe utile separare i fatti dalle leggende. Nei fatti risultano accolte dalla Corte Suprema - a volte anche a scapito della sicurezza - numerosissime richieste di modifiche del tracciato, apertura di cancelli per permettere a contadini di raggiungere i propri campi ecc. Forse il riportare qualche fatto preciso e documentato sarebbe utile ai fini della credibilità del racconto.

«È diventato impossibile gestire e sfruttare le terre al di là del muro. Sono stato costretto a venderle a un prezzo irrisorio» racconta Mahmoud, contadino del distretto di Tarqumya. Ed esattamente come avviene per gli esseri umani,anche gli animali vengono bloccati dalla barriera. L'assenza di una continuità ambientale tra Israele e i Territori Occupati mette in pericolo molte specie rare ed endemiche, soprattutto i mammiferi: il lupo, la iena, alcuni felini tra cui il leopardo e il caracal e ungulati come lo stambecco. «L’ecosistema Israele-Palestina è uno solo – conclude l’ambientalista  israeliano – Non può essere diviso per ragioni politiche».
Come già detto sopra, tutti questi bei ragionamenti si sarebbero dovuti fare ai palestinesi che, con il loro terrorismo, hanno reso necessaria la costruzione della barriera. A parte questo, capiamo che i signori di La nuova ecologia debbano sentirsi molto in sintonia con un israeliano cui sta più a cuore la sopravvivenza degli stambecchi che quella degli esseri umani, ma noi siamo perversi, e nutriamo qualche interesse anche per la specie umana. Perfino - che il Signore ci perdoni - quella degli ebrei. E ci viene dunque da essere un tantino perplessi sull'opportunità di condannare a morte centinaia di israeliani per salvare qualche stambecco abbattendo la barriera. E avremmo inoltre, per concludere, una domanda per le anime belle ecologiste di questo glorioso giornale: le migliaia di missili lanciati da Hezbollah lo scorso luglio nel corso della guerra in Libano hanno provocato incendi che hanno distrutto OLTRE UN MILIONE DI ALBERI in Israele. E, con gli alberi, anche moltissimi animali e l'intero ecosistema che si era formato nel corso di decenni di duro e faticoso lavoro. Non ricordiamo - e l'archivio di La nuova ecologia sembrerebbe confermare che il problema non risiede nella nostra memoria - prese di posizione da parte dei nostri bravi ambientalisti in relazione a quella immane distruzione. Poiché La nuova ecologia non è nuova a questo genere di attacchi antiisraeliani e non si tratta dunque di un occasionale incidente di percorso, vi invitiamo a contattare
web@lanuovaecologia.it oppure tel. 06.86203691 o fax. 06.86202670.

Cogliamo l'occasione di questo comunicato per informarvi che è attivo il nostro nuovo sito Israele - Dossier. Il sito è ancora in costruzione, ma si arricchirà presto di nuovi documenti e altri utili strumenti di informazione.


E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e-mail vuota a:
join-HonestReportingItalian@host.netatlantic.com

Ecco, loro, a La nuova ecologia, sono così. Da sempre. Ci scrive un sacco di gente, e tutti scrivono così: o reinterpretano la realtà, o la manipolano o, in qualche caso, in mancanza di materia prima, la inventano. D’altra parte ricordiamo che anche Hitler, oltre ad essere virtuosamente astemio, vegetariano e non fumatore, era anche quello che oggi si definirebbe un ambientalista. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.
(E ricordiamo)


barbara




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15 gennaio 2007

UNA SOLUZIONE PER IL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE (4)

Sono passati ventisei anni da quando la Wojac (Organizzazione Mondiale degli Ebrei dei Paesi Arabi) (www. wojac. com) ha sollevato in modo organico, sebbene con scarso successo, la questione delle rivendicazioni di questo particolare gruppo di popolazione. Benché tali rivendicazioni siano state sottoposte all'attenzione dei leader mondiali, di senatori americani e di esponenti del Congresso, esse sono rimaste lettera morta. (Vedi WOJAC's Voice, v. I, n. 1, gennaio 1978, pp. 16-17 e v. I, n. 2, gennaio 1979, pp. 14-17).
E tutto ciò mentre l'Unrwa lavora da ben 53 anni per il recupero dei profughi palestinesi, spendendo miliardi di dollari (vedi Malka Hillel Shulewitz, ed., The Forgotten Millions cit, Appendice I, p. 209). Gli Stati arabi, fatta eccezione per la Giordania, si sono rifiutati di accogliere tra i propri confini e di integrare tra la propria popolazione i loro fratelli di fede, gli arabi di Palestina, tenendoli da decenni rinchiusi nei campi profughi e promettendo loro, sin dal 1949, che un giorno ritorneranno alle loro case. Negli anni, il numero dei rifugiati è diventata una questione controversa. I dati provenienti da fonti diverse, comprese le Nazioni Unite, offrono cifre contraddittorie che vanno dai 3,8 milioni indicati dall'Unrwa alle sole 40.000 unità "ascrivibili al trasferimento originario e che rispondano ai criteri indicati dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)" (The Jerusalem Report, 28 gennaio 2002, p. 27).
Contrariamente alla posizione assunta dai Paesi arabi nei confronti dei loro confratelli, Israele ha assorbito, nei pochi anni successivi all'indipendenza del 1948, più di 600.000 profughi ebrei provenienti dai Paesi arabi. A distanza di due generazioni, non solo essi sono completamente integrati col resto della popolazione, ma rappresentano una parte cospicua della leadership del Paese, benché il processo della loro integrazione sia stato costoso e accompagnato da difficoltà e sofferenze. Il passaggio dai canoni di vita tradizionali e arcaici a cui erano abituati ad una società moderna basata sulla competizione è costato a quei particolari immigrati uno snaturamento della struttura familiare che ha portato difficoltà economiche e disagio sociale. Il governo, con l'aiuto dell'ebraismo internazionale, si è visto costretto ad introdurre programmi speciali, come il "Progetto Rinnovamento", per elevare il livello sociale di questi immigrati in settori quali l'alloggio, l'istruzione e la formazione professionale. Uno studio dimostra che, nel 1986, la somma spesa per la collocazione abitativa e la riqualificazione professionale dei nuovi arrivati ha superato i dodici miliardi di dollari (Yehuda Dominitz, Immigration and Absorption of Jews from Arab Countries, in The Forgotten Millions, ed. Malka Hillel Shulewitz, p. 183). Nessuna agenzia dell'ONU ha collaborato con contributi economici a questa massiccia operazione, nemmeno dopo la firma dell'accordo di pace tra Egitto e Israele del 1979. Benché il paragrafo 8 decreti specificatamente "l'estinzione reciproca delle richieste di risarcimento", l'Egitto ha sempre rifiutato di prendere in considerazione le richieste avanzate dagli ebrei nati nel suo territorio (Da una conversazione dell'autore con il professor Yàakov Meron).
Nel corso degli anni, gli ebrei dei Paesi arabi hanno chiesto il risarcimento per le proprietà che erano state loro confiscate o depredate, e anche per i danni causati dalle discriminazioni e dalle persecuzioni subite all'interno degli Stati arabi di provenienza. Hanno anche chiesto che quegli stessi Stati restituiscano ai legittimi proprietari ebrei tutti i beni di valenza culturale e religiosa. Secondo alcune stime, le proprietà pubbliche e private che questi ebrei hanno lasciato nei Paesi di nascita raggiungono un valore di alcune decine di miliardi di dollari.
(Intervista con Oved Ben-Ozer, presidente del Wojac). Si potrebbero poi aggiungere i "diritti territoriali" a cui gli arabi si sono appellati a favore dei loro fratelli palestinesi. Già nel giugno del 1949, gli Stati arabi fecero istanza per i diritti territoriali dei profughi arabi che rifiutarono di tornare in Palestina e di vivere sotto la giurisdizione israeliana. Nell'aprile del 1966 i governanti arabi ancora ritenevano che i profughi arabi godessero di quei diritti. Come risposta, il professor Yàacov Meron non ebbe nessuna difficoltà ad applicare agli ebrei dei paesi arabi le stesse argomentazioni usate dagli arabi nel richiedere l'indennizzo territoriale per i profughi palestinesi (Yàacov Meron. The Expulsion of the Jews from Arabs Countries: the Palestinian's Attitude Towards It and Their Claims, in The Forgotten Million cit., p. 97). Le argomentazioni risalgono alla Conferenza di Losanna del 1949, quando i profughi arabi si rifiutarono di accettare l'offerta israeliana di accogliere 100.000 di loro. Essi sostennero invece che come risarcimento per i territori che avevano dovuto lasciare agli ebrei, in base al Piano di Spartizione, avrebbero dovuto ricevere altro territorio e non denaro. Tale posizione fu riaffermata dal presidente siriano Assad (padre) quando disse:

SO PERFETTAMENTE CHE L'AREA DEL WEST BANK È DI 5.000 KMQ. E NON PUÒ ACCOGLIERE 3.000.000 DI PERSONE.

(cioè gli arabi palestinesi)

MA I 20.000 KMQ. DI CUI SI COMPONE ISRAELE SONO ASSOLUTAMENTE SUFFICENTI. (Ibidem).

Meron sostiene che se dovessimo applicare questo metodo agli ebrei dei Paesi arabi, scopriremmo che gli ebrei avrebbero diritto ad un'area maggiore di quella che gli è stata assegnata dal Piano di Spartizione. Egli si serve come esempio del caso degli ebrei libici. Nel 1948, gli ebrei della Libia erano 35.000. Al loro arrivo in Israele, quegli ebrei avrebbero avuto diritto a 35.000 Kmq. di territorio, sette volte più dell'area dei territori occupati durante la guerra del 1967. Meron afferma ancora che se si aggiungessero "i diritti territoriali degli ebrei dell'Iraq, dello Yemen e degli altri Paesi arabi, si raggiungerebbe una cifra astronomica" (Ibidem). Dunque, quando gli Stati arabi presentano il problema dei profughi palestinesi in termini di territorio, non è difficile capire che cosa si nasconda dietro alle loro richieste. In primo luogo, i profughi palestinesi e i loro discendenti si trovano nel West Bank, a Gaza, in Giordania, in Siria e in Libano. Spostandosi in queste zone, i palestinesi, in realtà, si sono trasferiti solo a pochi Km. di distanza dai luoghi in cui risiedevano in precedenza, e sono entrati a far parte di un contesto sociale di cui condividono i valori etnici, religiosi, culturali, sociali e politici, e in un territorio che ha persino lo stesso clima e lo stesso tipo di ambiente. Alcune stime mostrano che più del 60% della popolazione giordana è di origine palestinese. L'allora principe Hassan ha addirittura ammesso davanti all'Assemblea Nazionale che

"LA PALESTINA È LA GIORDANIA E LA GIORDANIA È LA PALESTINA".

(2 febbraio 1970, citato da Julius Stone, Israel and Palestine cit., p. 24).
Il fatto che i profughi e i guerriglieri palestinesi si spostino facilmente da uno all'altro di questi Stati è solo una prova "della forza del nazionalismo arabo e della scarsa forza di attaccamento dei Palestinesi ad una terra, a meno che non si tratti di una strategia politica contro Israele" (Marie Syrkin, Who are the Palestinians, "Midstream", gennaio 1970, p. 24). Una conferma di questo si trova anche nella dichiarazione di uno dei leader dell'OLP, del 3 marzo 1977, al quotidiano olandese "Trouw":

NON C'È DIFFERENZA TRA GIORDANI, PALESTINESI, SIRIANI E LIBANESI […] SIAMO UN SOLO POPOLO. SE SOTTOLINEAMO CON FORZA L'IDENTITÀ PALESTINESE È SOLO PER MOTIVI POLITICI. PERCHÉ PER GLI ARABI È D'INTERESSE NAZIONALE INCORAGGIARE LE ISTANZE DEI PALESTINESI CONTRO IL SIONISMO. MA UN'IDENTITÀ PALESTINESE INDIPENDENTE HA MOTIVO DI ESISTERE SOLO PER MOTIVI TATTICI. LA CREAZIONE DI UNO STATO PALESTINESE È UN NUOVO ESPEDIENTE PER CONTINUARE A COMBATTERE IL SIONISMO E IN FAVORE DELL'UNITÀ ARABA. (Julius Stone, Israel and Palestine cit, p. 11).

Queste affermazioni ben si collegano con quanto sostenuto da Julius Stone e cioè che nel 1917 le spoglie dell'Impero Ottomano furono destinate soltanto a due nazioni, quella araba e quella ebraica, che abitavano quella regione da oltre un millennio e, nel caso degli ebrei, anche da più tempo. Questa assegnazione territoriale ebbe come risultato la creazione di 19 stati arabo-musulmani in Medio Oriente e in Nord Africa, per un totale di 5.632.910 miglia quadrate. Lo stesso principio ebbe applicazione anche nei confronti del popolo ebraico, a cui fu assegnata solo una porzione del territorio, "ed esattamente 46.339 miglia quadrate, comprendenti sia la Cisgiordania che la Transgiordania". Nel 1922. quest'area territoriale fu ulteriormente ridotta per creare il Regno di Giordania a al popolo ebraico rimasero soltanto 10.871 miglia quadrate, circa 1/200 dell'intero territorio distribuito" (Ivi, p. 17). A giudicare da queste cifre, non si può certo dire che altre 10.000 miglia quadrate farebbero grande differenza se aggiunte ai quasi sei milioni di miglia quadrate di territorio già in possesso degli arabi. Dunque è chiaro che il problema non è territoriale. Come già detto, in questione vi è piuttosto una costante insita nella cultura politica e nella storia araba, e cioè precisamente l'intolleranza verso i non-musulmani, in special modo quelli sfuggiti all'autorità araba e divenuti indipendenti in una zona che gli arabi considerano di loro proprietà.
Perciò gli ebrei dei Paesi arabi sostengono che ciò che accadde negli anni '47 e '48 fu, de facto, uno scambio di popolazioni, attraverso cui gli ebrei residenti nelle nazioni musulmane vennero trasferiti in Israele e i profughi arabi di Palestina dovettero "essere accolti" dai Paesi arabi vicini. […]
Dunque, dopo 50 anni di conflitto, sarebbe opportuno riconoscere che il problema in Medio Oriente non è lo scambio territoriale, ma, piuttosto, lo scambio di popolazione. Il nocciolo della questione sta nel rifiuto degli Stati arabi, e dei palestinesi in particolare, di accettare la legittima esistenza di Israele come nazione. Tuttavia, perché tale punto di vista possa cambiare, gli arabi dovranno riformare i loro metodi scolastici in modo che gli ebrei, gli israeliani e più genericamente i non-musulmani, non siano più presentati in modo solo negativo, come da oltre 50 anni fanno i loro libri di testo. Non è compito di questo saggio analizzare la propaganda antisemita che viene condotta nei Paesi arabi ad uso delle masse, soprattutto dopo la firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, Giordania e Autorità Nazionale Palestinese. Diversi istituti di ricerca delle università sia israeliane che di altri Stati analizzano quanto nell'immaginario arabo peggiori la considerazione dell' "israeliano" o del "sionista", che in realtà fa riferimento all'ebreo in generale. Le prediche del venerdì dei religiosi musulmani continuano ad incitare il popolo contro gli ebrei. […] Il segno più preoccupante è l'uso che viene fatto della religione, poiché ricorda a tutti coloro che hanno vissuto sotto l'Islam che in realtà nulla è cambiato. Anche se nessuno vuole parlare di "scontro di civiltà" in Medio Oriente sta di fatto che i governanti e le agenzie di Stato arabe non hanno dimostrato il minimo impegno nello scoraggiare le campagne denigratorie contro Israele e contro gli ebrei.
Gli "Accordi di pace" di Oslo sono falliti anche a motivo del fatto che sin dall'inizio l'accento è stato posto sui problemi territoriali, che, come già detto, non è che di importanza secondaria. Parliamo, infatti, di una conflittualità endemica, in atto da più di 100 anni, senza considerare i 1300 anni di malversazioni sulle minoranze religiose da parte degli islamici in Medio Oriente.
Perciò, gli artefici di Oslo avrebbero dovuto affrontare la soluzione del conflitto partendo dalla revisione dei testi scolastici. Soltanto un rigoroso programma di riforma nel campo dell'istruzione può produrre il clima favorevole ad un modus vivendi pacifico in Medio Oriente e altrove. Nell'era della globalizzazione, in cui un gran numero di musulmani sceglie di risiedere fuori dal Medio Oriente, in Europa e in altri paesi occidentali, gli Stati arabi si trovano ad affrontare la nuova situazione di avere dei correligionari in condizione di minoranza nelle nazioni ospitanti. Per gli arabi, la prossima sfida si giocherà in Europa e, più esattamente, in Occidente, dove arabi e musulmani iniziano a chiedere integrazione, eguaglianza sociale e libertà di culto, valori democratici che essi, nel corso dei secoli, furono riluttanti a concedere agli altri. Questo potrebbe convincere i Paesi arabi che i confini territoriali sono assai meno importanti del rispetto e della comprensione reciproci. (Rassegna Israel, pp. 137-142) (Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)
(Il testo inglese di questo articolo è apparso in "Mediterranean Quarterly. A Journal of Global Issues" v. 14, 3, pp. 41-78)

La storia, dunque, è ben altra cosa della storiellina (sono arrivati loro e hanno cacciato i palestinesi che erano lì da diecimila anni) che si raccontano tra loro gli antisemiti – qualunque sia la maschera che scelgono di appiccicarsi sulla faccia. Qualcuno, “sentendosi come Gesù nel tempio”, ama esibire saggezza: “Non mi interessa dare pagelle e attribuire colpe: mi interessa che il problema si risolva. Non mi interessa stabilire chi ha cominciato: mi interessa che ora si finisca”. Dimenticando che nessun problema si risolve se non se ne rimuovono le cause. E nessuna causa può essere rimossa se non la si conosce. Cerchiamo dunque di conoscerla. Il più onestamente possibile.
(E ti ricordo)


barbara




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14 gennaio 2007

INDAGINE SULLE COMUNITÀ EBRAICHE IN DECLINO (3)

Dal XIX secolo in poi, i Paesi arabi, ivi comprese le comunità ebraiche là residenti, hanno subito numerosi cambiamenti e hanno dovuto affrontare periodi turbolenti. La presenza coloniale dell'Occidente seguita alla Prima Guerra Mondiale e il sorgere di conflitti nazionalistici nel dopoguerra hanno mutato il panorama politico ed economico del Medio Oriente.
Nel XX secolo, gli Stati arabi, pur facendo parte delle Nazioni Unite, hanno introdotto leggi discriminatorie contro gli ebrei, condotto persecuzioni ed emanato condanne capitali contro di essi. Per finire, gli ebrei rimasti sono stati espulsi e, senza tener conto delle loro legittime proteste, sono stati costretti a rinunciare ai patrimoni societari e privati accumulati col lavoro durante secoli di residenza in quei Paesi.
(Vedi Hayim J. Cohen, The Jews of the Middle East 1860-1972, Jerusalem, Israel University Press 1973, pp. 177-178).
Sono sempre più numerosi i documenti che provano che l'espulsione degli ebrei dai paesi arabi fu pianificata nel 1947, nel periodo del piano di spartizione, prima della nascita dello Stato d'Israele nel 1948. (Vedi Meron, The Expulsion of the Jews cit. , p. 85). La decisione seguì i disordini e i pogrom antiebraici che ebbero luogo in gran parte dei Paesi arabi, e soprattutto in Iraq ed in Libia.
Comunità ebraiche ormai consolidate dovettero affrontare l'allontanamento e lo sradicamento da un ambiente cui appartenevano da molte generazioni. Tale processo non fu né pacifico né indolore, ma al contrario accompagnato da sofferenze, disagi e privazioni. Identificando tutti gli ebrei con i sionisti, gli Stati arabi, appoggiati dalla Lega araba, diedero inizio ad una violenta campagna che portò all'emigrazione o all'espulsione di migliaia di loro compatrioti. In entrambi i casi, gli ebrei furono costretti a rinunciare ai diritti acquisiti, alle proprietà immobili e ad ogni loro bene, che furono confiscati, nazionalizzati o, più semplicemente, incamerati dai vicini o dai soci in affari. Nella maggior parte dei casi, coloro che venivano cacciati partirono con una valigia e un'esigua somma di denaro che ammontava a venti sterline britanniche.
In Egitto e in Siria entrarono in vigore leggi che privavano della cittadinanza gli ebrei (Vedi Haim H. Cohn, Discrimination of Jewish Minorities cit, p. 128); non passò molto tempo e le loro proprietà vennero confiscate senza risarcimento.
Né venne loro concessa la possibilità di appellarsi legalmente contro quelle misure. Contemporaneamente, ogni impresa ebraica, "come banche, compagnie di assicurazione, fabbriche ed imprese commerciali furono nazionalizzate" senza risarcimento. (Ivi, p. 129).
Nel 1958, a meno di un decennio dalla fondazione dello Stato d'Israele, quelle comunità decisero di optare per l'unica possibilità loro rimasta: trasferirsi nel nuovo stato ebraico. Negli ultimi 50 anni, la storia di queste comunità, del loro eroismo e del loro arrivo in Israele è stato ben documentato. Ma solo di recente sono apparse numerose testimonianze che raccontano i modi e le ragioni dell'espulsione dai paesi d'origine. Per mancanza di spazio, possiamo analizzare solo le principali vicende che hanno causato quella forzata emigrazione di massa.
Norman Stillman riassume bene la situazione quando afferma che

NEL DECENNIO 1929-1939 GLI EBREI DELLA QUASI TOTALITÀ DEI PAESI ARABI DIVENNERO SEMPRE PIÙ CONSAPEVOLI DI VIVERE SOTTO COSTANTE MINACCIA. NEL DECENNIO SUCCESSIVO IL PROCESSO DI EROSIONE DEI LORO DIRITTI DIVENNE SEMPRE PIÙ RAPIDO E CAPILLARE, PORTANDO, INFINE, AL COLLASSO TOTALE.
(Norman A. Stillman, The Jews of Arab Lands in Modern Times, Philadelphia, The Jewish Publication Society 1991, p. 112).

Ciò che era accaduto agli ebrei dei Paesi arabi, prosegue ancora Stillman, non fu meno traumatico di ciò che sarebbe accaduto ai loro fratelli europei. "In effetti -dice- nei Paesi arabi gli ebrei ebbero un breve, ma doloroso, assaggio di ciò che attendeva i loro fratelli in Europa". (Ivi, p. 113;vedi anche il "New York Times" del 16 maggio 1948).
Oltre all'onda montante del nazionalismo arabo e alle sue conseguenze sul trattamento riservato alle comunità ebraiche, nei paesi nordafricani si avvertirono gli effetti della presenza di nazisti e di fascisti antisemiti. "Soltanto i problemi logistici imposti dalla geografia, la debolezza militare e la breve durata dell'occupazione" impedirono l'attuazione della "Soluzione finale" contro gli ebrei tunisini e soprattutto contro quelli libici. (Ivi, p. 130)
Il governo di Vichy nel Maghreb, il governo fascista in Libia e l'appello via radio da Berlino di Haj Amin Al-Hussaini, mufti di Gerusalemme, che invitava gli arabi "AD UCCIDERE GLI EBREI OVUNQUE SI TROVASSERO, PER AMORE DI D.O, DELLA STORIA E DELLA RELIGIONE", alla fine della guerra quelle comunità israelite erano estenuate, impoverite, terrorizzate ed incerte del proprio futuro.
Una sorprendente cifra demografica testimonia che durante un periodo di quasi mille anni, tra il 1170 e il 1950, il numero di ebrei sefarditi e orientali è rimasto quasi identico, da 1.400.000 a 1.500.000. Bisogna notare che anche dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, essi rimasero soprattutto nell'area mediterranea e all'interno dell'influenza islamica. Nello stesso periodo, il numero degli ebrei ashkenaziti che vivevano in Europa e nel Nuovo Mondo aumentò notevolmente, da 100.000 nel 1170 a 10.000.000 nel 1950, dopo l'Olocausto.
(Vedi Salo Wittmayer Baron, Ancient and Medieval Jewish History, New Bruswich, New Jersey Rutgers University Press 1972, p. 70; Raphael Patai, Tents of Jacob: The Diaspora - Yesterday and Today, Englewood Cliffs, New Jersey Prentice-Hall, Inc. 1971, p. 79; Sammy Smooha, Israel Pluralism and Conflict, London, Routledge & Kegan Paul 1978, p. 281).
I dati demografici sopra citati ci obbligano a chiederci perché il numero degli ebrei spagnoli ed orientali, contrariamente a quello dei loro fratelli europei, diminuì al punto che mentre essi costituivano, nel 1170, il 93,3% dell'ebraismo mondiale, nel 1950 ne erano solo il 13,04%! (Smooha, Israel Pluralism cit, p. 281).
Nel 1948, anno dell'indipendenza dello Stato d'Israele, vivevano nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa circa 860.000 ebrei; tra il 1948 e il 1975, giunsero in Israele 751.000 ebrei sefarditi e orientali. (Ibidem). Se escludiamo i sefarditi, possiamo dire di quegli 860.000 ebrei orientali, 600.000 arrivarono in Israele tra il 1948 e il 1954; altri 200.000 trovarono rifugio in Europa e nelle Americhe, tanto che nel 1976 soltanto 26.000 ebrei continuavano a vivere in Medio Oriente e in Nord Africa. (Vedi Roumani, The Case of the Jews cit, p. 2).
Le cifre relative al 1998 documentano che rimanevano in quella zona soltanto 10.000 ebrei, per la maggior parte in Marocco. (Vedi Michel Abitol, Le passè d'une discorde Juifs et Arabes du VII siècle à nos jours, France, Librairie Acadèmique Perrin, 1999, p. 429) (Rassegna Israel pp. 112-121). (
Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)

Ecco, questa è una cosa che di solito non si sa: nell’ostile Europa il numero degli ebrei presenti è aumentato, nell’arco di 800 anni, di 100 volte; nell’ospitalissimo islam, sempre nell’arco dei suddetti 800 anni, non è riuscito ad aumentare neanche un po’. Chissà come mai. Chissà …


barbara




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13 gennaio 2007

TRATTAMENTO DELLA MINORANZA EBRAICA NELLA STORIA ARABA (2)

Per capire le radici del conflitto arabo-israeliano è necessario descrivere gli aspetti sia teorici che pratici del trattamento riservato dagli arabi, durante i secoli, alle minoranze in generale e a quella ebraica in particolare.
Quando si paragonano le condizioni delle minoranze non cristiane europee con le persecuzioni e le umiliazioni subite dalle minoranze non musulmane da parte degli arabo-musulmani, vi è una tendenza diffusa a minimizzare queste ultime.
Alcuni studiosi si affannano a dimostrare che l'Islam medievale era più tollerante del cristianesimo (Vedi Mark Coen, Islam and the Jews: Myth, Counter-Myth, History. In Jews among Muslims: Communities in the Precolonial Middle East ed. Shlomo Deshen e Walter P. Zenner, New York, New York University Press 1996, p. 60), rasentando l'apologia. Effettivamente, durante il periodo classico dell'Islam, cioè per tutto il Medioevo, le minoranze cristiane ed ebraiche godettero di una relativa tolleranza che mancava in gran parte dell'Europa cristiana. Ciò è particolarmente vero per gli ebrei. Bernard Lewis commenta in proposito:

NEI PRIMI SECOLI DEL CALIFFATO SI PUÒ PARLARE DI TENDENZA VERSO UNA MAGGIORE TOLLERANZA. DAL TEMPO DEL PROFETA A QUELLO DEI PRIMI CALIFFI E OLTRE, SINO AL PERIODO DELL'IMPERO DEGLI UMMAIADI E DEGLI ABBASIDI, C'È UN'INNEGABILE AUMENTO NELLA TOLLERANZA VERSO I NON MUSULMANI. DAL XII-XIII SECOLO IN POI, AL CONTRARIO, SI ASSISTERÀ A UN ORIENTAMENTO VERSO LA DIREZIONE OPPOSTA. (Bernard Lewis, The Jews of Islam, New Jersey Princeton, University Press 1984, pp. 55-56 (trad. it. Gli ebrei nel mondo Islamico, Milano, Sansoni 2003). A pag. 57, l'autore sottolinea che "nel tardo medioevo […] le restrizioni della dhimma si applicano con più frequenza ed insistenza […] e relazioni improntate all'umiliazione, persino al degrado, diventano la norma" dappertutto).

Si potrebbe anche aggiungere che la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e la Shoà nel XX secolo non hanno un equivalente nell'Islam.
(Vedi Bernard Lewis, What Went Wrong? Western Impact and Middle East Response, New York, Oxford University Press 2002, pp. 114-115).
La presenza ebraica in Medio Oriente e in Nord Africa, soprattutto nell'area oggi nota come Israele e Giordania, precede l'avvento dell'Islam di un migliaio di anni.
Già antecedentemente alla distruzione del primo Tempio di Gerusalemme e della cattività babilonese nel 586 A. C., gli ebrei risiedevano a Leptis Magna (l'attuale Cirene in Libia) e a Cartagine (l'attuale Tunisi).
(Vedi James Parkes, A History of Palestine from 135 A. D. to Modern Times, New York, Oxford University Press 1949, pp. 29-81; G. D. Newby, A History of the Jews in Arabia, Columbia, South Carolina, University of Carolina Press 1988, pp. 14-22; James Parks, Whose Land? A History of the Peoples of Palestine, England, Penguin Books 1970, pp. 15-32).
Quando l'Islam cominciò a diffondersi dalla Penisola arabica al Mediterraneo e ad alcune regioni europee, i musulmani costituivano una minoranza. Non appena diventarono maggioranza imposero il loro sistema di governo alla popolazione locale. Tutti coloro che professavano le religioni monoteistiche, come ebrei e cristiani, furono risparmiati alla persecuzione ma, da allora in poi, costretti a pagare la jizya (una tassa pro capite) e sottoposti ad alcune leggi discriminatorie, che li differenziavano esteriormente dal resto dei credenti maomettani. Due versetti del Corano illustrano questo punto:

COMBATTETE COLORO CHE NON CREDONO IN D.O E NEL GIORNO ESTREMO E CHE NON RITENGONO ILLECITO QUEL CHE D.O E IL SUO MESSAGGERO HAN DICHIARATO ILLECITO, E COLORO, FRA QUELLI CUI FU DATA LA SCRITTURA, CHE NON S'ATTENGONO ALLA RELIGIONE DELLA VERITÀ. COMBATTETELI FINCHÉ NON PAGHINO IL TRIBUTO UNO PER UNO, UMILIATI. (Sura 9, versetto 29, trad. Alessandro Bausani 1961).
"O VOI CHE CREDETE! NON PRENDETE I GIUDEI E I CRISTIANI COME ALLEATI: ALLEATI ESSI SONO GLI UNI CON GLI ALTRI, E CHI DI VOI SI ALLEERÀ CON LORO DIVERRÀ DEI LORO. IN VERITÀ D.O NON GUIDA IL POPOLO DEGLI INGIUSTI." (SURA 5, VERSETTO 51).

Perché per l'Islam la politica e la religione sono un'unica cosa, l'atteggiamento
discriminatorio contro le minoranze monoteistiche è stato regolato da leggi specifiche, nel corso dei secoli e sino ai giorni nostri. Nel ventesimo secolo con l'intensificarsi del nazionalismo arabo il trattamento riservato alle minoranze ha addirittura subito un peggioramento.
(Vedi Haim H. Cohn, (giudice della Corte Suprema d'Israele), Discrimination of Jewish Minorities in Arab Countries, in Human Rights in Peace Times, v. anche Hayim J. Cohen, The Jews of the Middle East 1860-1972, Jerusalem, Israel University Press 1973).
In ogni caso, va detto che sebbene questo atteggiamento verso le minoranze sia intrinseco all'insegnamento Islamico, sia il Corano che gli Hadith (Detti del Profeta) riflettono una posizione ambivalente che, di tanto in tanto, risparmiò ad ebrei e cristiani umiliazioni, persecuzioni e martirio. Da un lato, infatti, l'insegnamento di Maometto riconosce come realmente esistiti i patriarchi e i profeti dell'ahl-l' al-Kitab (la Gente del Libro) e accetta parte della storia sacra, come mostra il seguente brano che adotta il racconto biblico dell'imperativo divino dato a Mosè di condurre il suo popolo nella "Terra Promessa":

E RICORDATEVI DI QUANDO MOSÈ DISSE AL SUO POPOLO: "O POPOL MIO! RICORDATE LA GRAZIA CHE IDD.O V'HA ELARGITA, PONENDO TRA DI VOI DEI PROFETI, FACENDO DI VOI DEI RE E DANDOVI QUEL CHE NON AVEVA DATO A NIUN ALTRO NEL MONDO! O POPOL MIO! ENTRATE NELLA TERRA SANTA CHE IDD.O V'HA DESTINATA E NON VOLGETEVI ADDIETRO, ANDANDOVENE IN PERDIZIONE!" (Sura 5, versetti 20-21).

Ma, d'altro canto, è pur vero che

NELLA STORIA DEI RAPPORTI TRA LE TRE RELIGIONI MONOTEISTICHE, I TESTI ISLAMICI SIA SACRI CHE PROFANI NON SI ESPRIMONO IN MODO DIVERSO DA QUELLI CRISTIANI NEI CONFRONTI DI EBREI ED EBRAISMO. INOLTRE, MENTRE NELLA CRISTIANITÀ LE PERSECUZIONI CONTRO GLI EBREI HANNO AVUTO INIZIO IN UN PERIODO RELATIVAMENTE TARDO DELLA CONVIVENZA TRA LE DUE FEDI, NELL'ISLAM IL PRIMISSIMO INCONTRO TRA MUSULMANI ED EBREI PRODUSSE DA SUBITO UN VIOLENTO "POGROM". (Mark Cohen, Islam and Jews cit. p. 60).

Nell'Islam la condizione di inferiorità degli ebrei fu sancita dalla legge attuata sin dall'ottavo secolo, codificata nell'undicesimo e nota come "Patto di Omar". Essa comprendeva una serie di regole destinate a discriminare i non-musulmani e a salvaguardare attraverso la loro sottomissione la supremazia dei veri credenti. Per vivere sotto il dominio musulmano, i non-musulmani appartenenti alla "Gente del Libro", chiamati dhimmi, dovevano versare un tributo. Qualche esempio di tali regole chiarirà lo status delle minoranze religiose che vivevano nei paesi musulmani.
Pena la morte, agli ebrei era proibito contestare il Corano, l'Islam o Maometto, sposare donne musulmane, fare proselitismo tra i musulmani, attentare alla vita o alle proprietà di un musulmano, aiutare i nemici dell'Islam o spiare a loro favore. Inoltre, non potevano costruire case più alte di quelle dei musulmani, andare a cavallo (e, in seguito, a dorso di mulo), bere vino in pubblico, pregare in pubblico, ostentare il lutto e celebrare i loro riti funebri alla luce del sole in modo da urtare la sensibilità musulmana. Non potevano girare armati e le loro testimonianze non erano considerate valide o non venivano accettate nei tribunali musulmani.
Alcuni dei sovrani musulmani, come Al-Mutawakkil che regnò dal 847 all'861, imposero agli ebrei di cucire delle toppe gialle sul davanti e sul retro dei loro caffettani, di usare una corda al posto della cintura e di portare un contrassegno giallo sul turbante, secoli prima che quest'uso entrasse in vigore in Europa (Vedi Yahudiya Masriya, Les Juifs en Egypt, Genève, Editions de l'Avenir 1971, p. 15; Avraham Ben-Yaakov, Abridged Version of the History of Babylonia, (in ebraico), Jerusalem, Reuben Mass 1971, pp. 59-60. ) Al-Hakim (1004) costrinse gli ebrei che volevano girare per le strade del Cairo a portare intorno al collo dapprima un'immagine di legno del Vitello d'Oro e, in seguito, una tavoletta di bronzo di circa tre chili di peso. Nel 1301 i sovrani mamelucchi decretarono che gli ebrei dovessero indossare turbanti gialli e, nel 1636, anche calzature dello stesso colore. In Nord Africa agli ebrei non furono risparmiate feroci repressioni: nell'VIII secolo, nel solo Marocco, re Idris I sterminò intere comunità; nel 1033, a Fez, la persecuzione contro di essi fu dichiarata legale e, solo in quell'anno, vennero trucidati seimila israeliti. Nel 1465, Fez è nuovamente teatro di un massacro di massa dal fanatismo della folla su istigazione dagli ulama (le autorità religiose) che, sostenendo di avere a cuore il benessere dello Stato, accusavano gli ebrei di non adempiere ai dettami del Patto di Omar. (Vedi H. Z. (J. W. ) Hirschberg, A History of the Jews in North Africa: from Antiquity to Our Time, vol. I, (in ebraico), Jerusalem, Bialik Institute 1965, pp. 291-295). Ma il periodo di persecuzione più violenta si ebbe in Marocco sotto il particolare fanatismo della dinastia Almohade, del XII secolo, che mise tutti i non maomettani di fronte alla scelta tra la conversione o la morte. Il loro dominio portò alla distruzione delle comunità ebraiche di Fez e di Tlemcen e alla conversione coatta di ebrei a Meknes, Ceuta e Sijilmassa. Nei secoli, la distruzione o la confisca da parte dei musulmani di proprietà ebraiche (abitazioni e botteghe, sinagoghe e tombe venerate) divennero pratica abituale più ancora delle aggressioni fisiche e degli assassinii. Negli anni 1014, 1293-94 e 1301-1302 (Vedi Eliyhau Ashtor, A History of the Jews in Egypt and Syria, vol. I (in ebraico), Jerusalem, Mosad Harav Kook 1947, pp. 258-259), in Egitto ed in Siria; dall'854 al 859 e nel 1344 in Iraq; in Yemen nel 1676, furono promulgati decreti che ordinavano la distruzione delle sinagoghe. Spesso fu usata pretestuosamente la legge che proibiva la costruzione di nuove sinagoghe e il restauro di quelle già esistenti. Uno studioso nordafricano riassume in questo modo il destino degli ebrei di quel tempo:

LE UMILIAZIONI DERIVANTI DALLA CONDIZIONE SOCIALE DI DHIMMI FURONO ACCETTATE DAGLI EBREI COME REALTÀ INELUTTABILI DELLA VITA […] COSÌ LE MORTIFICAZIONI QUOTIDIANE, I COLPI DI BASTONE RICEVUTI PER STRADA, LE DELIBERATE DERISIONI, I PUBBLICI INSULTI.
(Andre Chouraqui, Between East and West: A History of the Jews of North Africa, Philadelphia, The Jewish Publication Society of America 1968, p. 50).

Arminius Vambery, uno studioso del XIX secolo, ha descritto in modo ancora più enfatico la situazione degli ebrei:

NON CONOSCO INDIVIDUO PIÙ MISERANDO, INERME E MESCHINO SULLA TERRA DI D.O DELLO YAHUDI CHE RISIEDE NEI PAESI ARABI. L'EBREO POVERO È DISPREZZATO, PERCOSSO E TORTURATO DA MUSULMANI E CRISTIANI BRAHMINI, ED È IL PIÙ POVERO DEI POVERI.
(Bernard Lewis, Islam in History: Ideas, Men and Events in The Middle East, New York, The Library Press 1973, p. 135).

Gli arabi sono diventati man mano più intolleranti, strumentalizzando l'Islam o l'antisemitismo europeo per giustificare la persecuzione contro gli ebrei. Nella maggior parte dei casi sono stati gli ulama, e non i governanti, ad appoggiare la severa applicazione del Patto di Omar. I religiosi infatti, hanno un contatto diretto con la comunità dei credenti almeno una volta alla settimana, durante la preghiera di mezzogiorno del venerdì. Il sermone settimanale pronunciato in questa occasione infiamma la mente dei fedeli con messaggi sia teologici che politici. Si può perciò capire come gli ulama abbiano più potere sui fedeli che non i governanti e riflettere sul perché, solitamente, le violenze contro le minoranze avvengono proprio dopo tali preghiere.
L'avvento dell'occidente nel XVIII secolo e la nascita dei nazionalismi arabo ed ebraico hanno ancor più aggravato il sentimento di ostilità nei riguardi delle minoranze e in particolare di quella ebraica. (Vedi Bernard Lewis, Islam in History cit., p. 135. "In tempi più recenti la posizione degli ebrei è relativamente peggiorata poiché, diversamente dai nativi cristiani, non hanno potuto richiedere la protezione delle potenze cristiane. I viaggiatori europei in Oriente nel periodo del liberalismo e dell'emancipazione sono quasi tutti concordi nel deplorare la precaria e avvilente situazione degli ebrei nei paesi musulmani, e i pericoli e le umiliazioni a cui erano soggetti").
La tolleranza islamica del Medio Evo e quello che divenne noto come "periodo aureo" in Spagna furono di breve durata. La discriminazione e i maltrattamenti contro le minoranze non-musulmane continuarono nel corso dell'Impero Ottomano ed anzi peggiorarono, come vedremo, nei secoli successivi. (Vedi H. Z. (J. W. ) Hirschberg, The Oriental Jewish Communities, in Religion in the Middle East, ed. A. J. Arberry, vol. I, Cambridge, Cambridge University Press 1969, p. 214).

SINO ALLA METÀ DEL XIX SECOLO NON VI FURONO CAMBIAMENTI NELLO STATUS LEGALE DEI SUDDITI NON-MUSULMANI. GLI SPECIALI TRIBUTI E LE RESTRIZIONI RIGUARDANTI LA COSTRUZIONE DI NUOVE SINAGOGHE E IL MATENUMENTO DI QUELLE GIÀ ESISTENTI RIMASERO IN VIGORE. LE AUTORITÀ MUSULMANE APPLICARONO CON SEVERITÀ LE LEGGI SUL GHIYAR, GLI INDUMENTI E LE CALZATURE PARTICOLARI, E SULLA SEGREGAZIONE ENTRO QUARTIERI CHIUSI. (Ivi, p. 150).

Negli ultimi due secoli, si può notare una degenerazione del potere musulmano ed il suo fallimento nel fronteggiare le sfide dell'Occidente. Ciò ha creato frustrazione e risentimento sia tra i leaders che tra la popolazione. Basta solo studiare la situazione degli ebrei sotto l'Islam per rendersi conto di come gli arabi siano diventati via via sempre più intolleranti, usando l'Islam o l'antisemitismo europeo per appoggiare la persecuzione contro gli ebrei.
Ciò che è importante notare è che, a partire dal XIX secolo,
SI GIUNSE A UN PREOCCUPANTE PEGGIORAMENTO NELLA SICUREZZA PERSONALE DEI NON-MUSULMANI. I PRIMI AD ESSERNE TOCCATI FURONO GLI EBREI, CHE DAL 1805 IN POI SI VIDERO SOGGETTI AD ONDATE DI DEPORTAZIONI DAI PAESI MEDIORIENTALI. MANIFESTAZIONI DI EFFERATA VIOLENZA SI SCATENARONO ANCOR PIÙ CONTRO I CRISTIANI. (Hirschberg, The Oriental Jewish Communities cit. , p. 211).

Hirschberg afferma che il numero di cristiani uccisi nel 1916 in Anatolia e nel 1933 in Iraq "fu mille volte maggiore" di quello degli ebrei dei paesi arabi nei 150 anni precedenti. (Ibidem). (
Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)

La maggior parte di queste cose è nota tra gli “addetti ai lavori”, ma forse lo è un po’ meno tra chi non si è specificamente occupato di queste tematiche. Soprattutto è importante sapere che quella della grande tolleranza dei musulmani nei confronti degli ebrei è in gran parte una leggenda, perché se non si capisce questo, si rischia di capire ben poco del conflitto arabo-israeliano.


barbara




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12 gennaio 2007

IL PROBLEMA DEI PROFUGHI DEL MEDIO ORIENTE (1)

Gli Stati arabi sono responsabili non solo di avere causato il problema dei profughi palestinesi, ma anche di averne creato un secondo, cioè quello dei profughi ebrei. L'origine del primo dei due problemi, cioè quello riguardante degli arabi palestinesi, è ben noto in Medio Oriente. Basti ricordare che lo Stato d'Israele fu fondato con risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU il 29 novembre 1947 e che gli eserciti di sette paesi arabi decisero di ignorarla e, anzi, marciarono contro il nuovo Stato con l'intenzione di annullare tale risoluzione e di distruggere Israele. Nel farlo, invitarono la popolazione araba che a quel tempo viveva in Palestina ad andarsene temporaneamente, per poter poi rientrare nel paese insieme agli eserciti arabi vincitori.
Questi sviluppi furono confermati da Khaled El-Azm, ex primo ministro siriano, che nel 1973 scrisse quanto segue:

SIN DAL 1948 SIAMO NOI A PRETENDERE IL RITORNO DEI PROFUGHI NEL LORO PAESE, MENTRE SIAMO STATI NOI CHE GLIEL'ABBIAMO FATTO LASCIARE […] ABBIAMO CAUSATO UN DISASTRO PER MILIONI DI PROFUGHI ARABI INVITANDOLI A LASCIARE LA PROPRIA TERRA, LE PROPRIE CASE, IL PROPRIO LAVORO, LE PROPRIE ATTIVITÀ COMMERCIALI E METTENDOLI SOTTO PRESSIONE PERCHÉ LO FACESSERO. LI ABBIAMO RESI NULLATENENTI, DISOCCUPATI, MENTRE CIASCUNO DI LORO AVEVA UN MESTIERE CON CUI GUADAGNARSI DA VIVERE. ABBIAMO FATTO IN MODO CHE SI ABITUASSERO A MENDICARE […] ABBIAMO PARTECIPATO AD ABBASSARE IL LORO MORALE ED IL LORO LIVELLO SOCIALE ALLOGGIANDO DECINE DI DONNE E UOMINI IN UNO STANZONE CON NIENT'ALTRO CHE UNA TENDA A SEPARARE IL LETTO DI UNA FAMIGLIA DA QUELLO DI UN'ALTRA […] POI LI ABBIAMO SFRUTTATI PER PORTARE A TERMINE ASSASSINI, INCENDI DOLOSI, PER LANCIARE BOMBE CONTRO CASE E VEICOLI CHE TRASPORTAVANO UOMINI, DONNE E BAMBINI - E TUTTO QUESTO PER RENDERE UN BENEFICIO POLITICO AL LIBANO E ALLA GIORDANIA. ALCUNI DI LORO SI SONO TALMENTE ABITUATI AL CRIMINE CHE È IMPOSSIBILE PLACARE LA LORO SETE DI ESSO. ALCUNI DI LORO SONO DIVENTATI LADRI ED ASSASSINI. LA LORO INVIDIA PER COLORO CHE VIVONO NEL BENESSERE, QUELLO STESSO CHE LORO HANNO PERDUTO ABBANDONANDO LA LORO TERRA, SI MISURA NEI LORO CUORI CON L'ODIO CONTRO GLI EBREI. CHE QUALCUNO DIMOSTRI COMPRENSIONE VERSO DI LORO LO CONSIDERANO COME UN PARZIALE RISARCIMENTO DI CIÒ CHE GLI È DOVUTO E NON MOSTRANO ALCUNA RICONOSCENZA.
(Khaled El-Azm, Le memorie di Khaled El-Azm (in arabo), 3 volumi, Beirut Al-Dar Muttahida lil-Nashr, 1973, pp. 386-387; vedi anche il quotidiano giordano "Falastine", 19 febbraio 1949: "Gli stati arabi che hanno incoraggiato i palestinesi a lasciare temporaneamente le loro case così da non trovarsi sul posto durante l'invasione degli eserciti arabi, non hanno poi mantenuto la promessa di dare aiuto a quei profughi". )

In effetti, già prima del 1948 e, anzi, sin dal 1939, Mojli Amin, un membro del Comitato della Difesa Araba per la Palestina, aveva proposto ai dirigenti arabi di prendere in considerazione uno "scambio di popolazione" tra ebrei e palestinesi.

TUTTI GLI ARABI DI PALESTINA SE NE ANDRANNO E SARANNO DISTRIBUITI FRA I VICINI PAESI ARABI. IN CAMBIO DI CIÒ, TUTTI GLI EBREI CHE VIVONO NEI PAESI ARABI SI TRASFERIRANNO IN PALESTINA[…] LO SCAMBIO DI POPOLAZIONE DOVREBBE ESSERE ESEGUITO CON LE STESSE MODALITÀ GIÀ USATE DA TURCHIA E GRECIA PER LE LORO RISPETTIVE GENTI. SI DEVONO INSTAURARE COMITATI SPECIALI CHE SI OCCUPINO DELLA LIQUIDAZIONE DELLE PROPRIETÀ EBRAICHE ED ARABE.
(Citato da Joan Peters, From Time Immemorial: The Origins of the Arab-Jewish Conflict Over Palestine, New York, Harper & Row Publishers 1984, p. 25).

Quando il suddetto piano fallì, gli Stati Arabi, con l'eccezione della Giordania, collocarono i profughi arabi in speciali campi, dove essi rimasero a marcire per decenni, usandoli ad ogni occasione per ridare vita al sogno di riconquista dei territori perduti. Nel 1966, il dottor Pablo de Azcarate, ex funzionario della Commissione per la Conciliazione in Palestina delle Nazioni Unite, riferendosi alla risoluzione dell'Assemblea Generale del 14 dicembre 1948 sul "diritto dei profughi al ritorno" dichiarò che essa si era limitata a fornire un supporto "a interessi politici arabi" contro Israele piuttosto che contribuire a risolvere il problema dei profughi palestinesi e che, in ultima analisi, non aveva ottenuto che il risultato di paralizzare

QUALUNQUE INIZIATIVA POSSIBILE […] PER LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DEI PROFUGHI PER MEZZO DI UNA FORMULA DI COMPROMESSO RAGIONEVOLE E COSTRUTTIVA […] CREANDO FRA I PROFUGHI UNA DISPOSIZIONE D'ANIMO BASATA SULLA VANA SPERANZA DI UN RITORNO ALLE LORO CASE, CHE HA IMMOBILIZZATO LA LORO COOPERAZIONE. (citato in Joan Peters, p. 24).

Contemporaneamente, nasceva in Medio Oriente, quasi sotto silenzio un secondo problema di esodo di popolazioni profughe. Intere comunità ebraiche, che avevano vissuto in Medio Oriente e in Nord Africa per quasi 1400 anni, anche molto prima della nascita stessa dell'Islam, furono costrette a partire e a rifugiarsi in Israele. Una prima dichiarazione del dottor Mohammed Hussein Heykal Pasha, delegato egiziano alle Nazioni Unite, cui ne seguirono altre dello stesso tenore, dimostra come gli Stati arabi pianificarono l'espulsione sistematica dei loro cittadini ebrei, trasformandoli in profughi spogliati dei loro beni e sradicati dalla loro terra nativa:

LE NAZIONI UNITE […] NON DOVREBBERO PERDERE DI VISTA IL FATTO CHE LA SOLUZIONE PROPOSTA POTREBBE METTERE IN PERICOLO L'ESISTENZA STESSA DI UN MILIONE DI EBREI CHE VIVONO IN PAESI MUSULMANI. LA SPARTIZIONE DELLA PALESTINA POTREBBE PRODURRE IN QUEI PAESI UN'ONDATA DI ANTISEMITISMO PIÙ DIFFICILE DA SOFFOCARE DI QUELLA CHE GLI ALLEATI SI TROVARONO A FRONTEGGIARE IN GERMANIA (. . . ) SE LE NAZIONI UNITE DECIDONO DI DIVIDERE LA PALESTINA, POTREBBERO ESSERE RESPONSABILI DI GRAVISSIMI DISORDINI E DEL MASSACRO DI UN GRAN NUMERO DI EBREI. (Yàakov Meron, The Expulsion of the Jews from the Arab Countries: The Palestinians' Attitude Towards It and Their Claims, in The Forgotten Millions: The Modern Jewish Exodus from Arab Lands, ed. Malka Hillel Shulewitz. London, Cassell 1999, p. 84 ).

Lo stesso dichiarò inoltre:

IN EGITTO E IN ALTRI STATI MUSULMANI VIVONO PACIFICAMENTE UN MILIONE DI EBREI, CHE GODONO DEL PIENO DIRITTO DI CITTADINANZA.
ESSI NON HANNO ALCUN DESIDERIO DI EMIGRARE IN PALESTINA. SE VENISSE CREATO UNO STATO EBRAICO, NESSUNO POTREBBE EVITARE DISORDINI. IN PALESTINA SCOPPIEREBBERO TUMULTI CHE SI DIFFONDEREBBERO IN TUTTI GLI STATI ARABI E CHE POTREBBERO PORTARE AD UNA GUERRA TRA I DUE POPOLI. (Ibid).

Naturalmente Israele era pronto ad accogliere i profughi ebrei. Nel 1948, con la promulgazione della cosiddetta "Legge del ritorno", il nuovo Stato aprì le porte ad ogni ebreo che volesse stabilirsi in una nazione libera e democratica.
Diversamente da ciò che era accaduto negli Stati arabi nei confronti dei rifugiati palestinesi, Israele, coadiuvata dal movimento ebraico internazionale, si impegnò in un processo di assorbimento e di integrazione, garantendo la cittadinanza israeliana ad ogni nuovo arrivato.
Il riconoscimento del dislocamento non solo della popolazione palestinese, ma anche di quella ebraica, fu consacrato dalla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che dichiarava categoricamente che doveva esserci "una soluzione equa del problema dei profughi". Il 27 ottobre 1977, in una conferenza stampa, il presidente Carter ripropose i concetti di quella stessa risoluzione ONU, affermando: "i palestinesi devono vedere riconosciuti i propri diritti […] ma, ovviamente, di fronte ai profughi ebrei devono valere quegli stessi e identici diritti".
(Ivi, p. 10. Vedi anche Khalil Shqaqi, The Principle Facetsof the Refugee Problem, "Palestine-Israel Journal of Politics", V. 9, n. 3, 2002).
Già prima che il problema dei profughi ebrei venisse riconosciuto dalle Nazioni Unite, Sabri Jiryis, membro del Consiglio Nazionale Palestinese accusava gli Arabi di aver preso "una parte assai attiva" nella creazione dello Stato d'Israele:

NON È CERTO QUESTA LA SEDE PER RICORDARE COME GLI EBREI DEGLI STATI ARABI FURONO SCACCIATI DALLA LORO ANTICA PATRIA E INDEGNAMENTE DEPORTATI E LE LORO PROPRIETÀ REQUISITE O ACQUISTATE ALLE VALUTAZIONU PIÙ BASSE. E CIÒ ACCADDE ALLA MAGGIOR PARTE DEGLI EBREI IN QUESTIONE. GLI ISRAELIANI PAREGGERANNO QUEST'INGIUSTIZIA […]

È POSSIBILE CHE NOI ISRAELIANI ABBIAMO CAGIONATO L'ESPULSIONE DI CIRCA 700. 000 PALESTINESI […] PERÒ, VOI ARABI AVETE FATTO SEGUIRE L'ESPULSIONE DI ALMENO ALTRETTANTI EBREI DAI VOSTRI PAESI […] PERCIÒ, QUEL CHE SI È VERIFICATO PUÒ DEFINIRSI UNO "SCAMBIO DI POPOLAZIONE E DI PROPRIETÀ" E CIASCUNA DELLE DUE PARTI DOVREBBE SUBIRNE LE CONSEGUENZE. ISRAELE STA ASSORBENDO GLI EBREI […] DA PARTE LORO, GLI STATI ARABI DEVONO ASSIMILARE I PALESTINESI NELLA PROPRIA POPOLAZIONE E RISOLVERE I LORO PROBLEMI.
(Al-Nahar, Beirut, citato in Joan Peters, From Time Immemorial cit, pp. 29-30).

Quello che avrebbe potuto essere, a rigor di logica, un semplice scambio di popolazioni, uno dei molti avvenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale e, come tale, di proporzioni abbastanza modeste se paragonato con le trasmigrazioni mondiali (9.000.000 nei soli stati occidentali, in Asia lo scambio fu di proporzioni maggiori), si trasformò invece in un conflitto permanente tra due popoli che nei secoli avevano vissuto fianco a fianco in relativa armonia.
Negli anni, il problema dei profughi palestinesi è stato mantenuto vivo e si è istituzionalizzato grazie ad organizzazioni come la UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso dei Rifugiati Palestinesi nel Medio Oriente), al sostegno degli Stati arabi, al blocco comunista, e via dicendo. Spesso i profughi palestinesi hanno fatto ricorso, per attirare su di sé l'attenzione internazionale, alla violenza che è culminata con la prima intifada (insurrezione) e con la seconda, quella ultima, nota come intifada di Al-Aqsa, che ha generato una violenza senza precedenti ed atti di terrorismo contro civili innocenti che ricordano le periodiche aggressioni contro gli ebrei avvenute in passato in altre zone del mondo arabo.
In contrapposizione all'alto profilo mantenuto dai profughi palestinesi, quelli ebrei giunti in Israele hanno cominciato un costoso programma di riabilitazione cercando di cancellare, per quanto possibile, il loro status di profughi. La loro storia era poco nota sino al 1976, sino a quando una nuova organizzazione internazionale, l'Organizzazione Mondiale degli Ebrei dei Paesi Arabi (WOJAC) non sollevò il loro problema e si prese la responsabilità di far sentire la loro voce, in modo che in Medio Oriente non si potesse giungere a nessun accordo sui profughi senza che le loro richieste giocassero il giusto ruolo. Tali richieste si basano su diritti storici e legali che derivano dall'avere essi vissuto per secoli nella regione mediterranea sotto il dominio musulmano. (pp. 104-110). (
Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)
(Il testo inglese di questo articolo è apparso in "Mediterranean Quarterly.
A Journal of Global Issues" v. 14, 3, pp. 41-78)

Poiché il saggio è molto lungo e io non amo i post chilometrici, l’ho diviso in quattro parti. Questa è la prima.


barbara




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11 gennaio 2007

IL BAMBINO LO HA UCCISO LA DONNA

E la mente si rifiuta.

barbara




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11 gennaio 2007

AMARE LA PACE





barbara




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10 gennaio 2007

STORIA DOLOROSA E SOTTACIUTA DEGLI EBREI ARABI E DELLA LORO CACCIATA

Quasi un milione, fuggiti, espulsi, cacciati. Questo è il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia del Medio Oriente non ha voluto vedere. Saggi, romanzi e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo raccontato sottovoce. Se ne è discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego, nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario "L'esodo silenzioso" di Pierre Rehov, regista francese nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una "riflessione" altri tre figli del Medio Oriente, Magdi Allam, Gad Lerner e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimone e di autore di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici e dell'intolleranza arabo-islamica. Unico europeo "doc" Carlo Panella. Più di mille persone hanno assistito una discussione non banale, anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia. Ma la Storia è più complessa: difficile semplificare o raccogliere in un concetto le vicende che per 1400 anni si sono dipanate su un territorio esteso due volte e mezzo la superficie dell'Europa geografica (quella dagli Urali all'Atlantico!). Due millenni. Ancora più difficile, e sbagliato, considerare gli arabi un unicum, come vorrebbero i pan-arabisti. La necessità storica di ebrei e arabi, degli israeliani e dei palestinesi, di avere una storiografia redentrice ha generato e moltiplicato stereotipi e luoghi comuni: "arabi ebrei hanno sempre vissuto insieme in pace", "gli ebrei nei paesi arabi sono sempre stati perseguitati e sottoposti alla sharìa e alla condizione di dhimmi. Il mito arabo vuole che l'esodo degli ebrei sia una conseguenza della nascita dello Stato d'Israele; o che i pogrom antiebraici siano stati episodici e innocui, in alcuni casi addirittura organizzati dai "sionisti". Invece la storia è ben altra. Per 2000-2400 anni, gli ebrei hanno vissuto nelle terre che oggi consideriamo arabe. L'arrivo degli arabi-islamici 1300 anni fa nelle terre che vanno dall'Eufrate all'Atlantico ha comportato lo scontro degli arabi con le popolazioni residenti, ebrei inclusi: Caima, l'ultima regina marocchina a resistere all'invasione araba, era per l'appunto berbera ed ebrea. Il Patto di Omàr stabilì 1100 anni fa la possibilità per il residente di fede ebraica o cristiana di vivere in condizione di dhimmi, di protetto: pagando una tassa si poteva avere qualche diritto e salva la vita. Una condizione invidiata dagli ebrei europei che per mille anni sono fuggiti dalle terre cristiane verso quelle islamiche. Grandi pensatori, matematici e medici divennero presto, e per secoli, consiglieri di sultani e monarchi. Epoche di splendore si sono però alternate con il buio più cupo: non sono mancati pogrom e sterminio. Alcune date: anno 700, intere comunità massacrate dal re Idris I del Marocco; 845, promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe; 861, nascita dell'obbligo per gli ebrei di portare un abito giallo, una corda al posto della cintura; 1006, massacro degli ebrei di Granata; 1033, proclamata la caccia all'ebreo Fez, 6000 morti; 1147-1212, ondata di persecuzioni e massacri nel Nord Africa; 1293, distruzione delle sinagoghe in Egitto e Siria; 1301, i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo; 1344, distruzione delle sinagoghe in Iraq; 1400, Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti; 1535, gli ebrei della Tunisia vengono espulsi (o massacrati); 1676, distruzione delle sinagoghe nello Yemen; 1776, sterminio degli ebrei di Basra, Iraq; 1785, massacri di ebrei in Libia; 1790-92, distruzione delle comunità ebraiche in Marocco; 1805-15-30, pogrom di Algeri; 1840, persecuzioni e massacri a Damasco; 1864-1880, pogrom a Marrakesh; 1869 eccidi a Tunisi; 1897, massacro di Mostganem in Algeria; 1912, pogrom a Fez. Del resto a iniziare fu lo stesso Maometto, nel 624, sterminando le tribù ebraiche della penisola arabica. Ma la tragedia su grande scala per gli ebrei è arrivata, anche in Medio Oriente, all'inizio del Novecento, con il crollo dell'Impero Ottomano e l'approdo del teorie nazionaliste fra i popoli arabi privi di identità e di leadership. Annichilito da cinque secoli di opprimente dominazione ottomana, il mondo arabo si è risvegliato cento anni fa diviso per criteri etnici e in strutture tribali. I movimenti politici di quel mondo, piuttosto che esprimere un'opzione di carattere propriamente politico, cioè di governo della realtà, hanno risolto in primis l'esigenza di rappresentare il movente identitario, spesso puramente etnico o religioso; un deficit di cultura politica ha surrogato ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie di gruppo: il "riscatto della propria nazione". Se la dinastia hashemita di Hussein, sceicco di Mecca e Medina, firma tre accordi con il movimento sionista per accogliere i fratelli ebrei nella loro patria natia, in Egitto la teoria pan-islamica (e dopo quella pan-araba) con la costituzione del partito dei "Fratelli Musulmani" nel1929 definisce gli ebrei "elemento estraneo alle terre islamiche": la dhimma non basta più, gli ebrei diventano nemici. È per "restaurare la purezza dell'Islàm" che l'emiro di Riyadh, il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita Hussein, impossessandosi dell'Arabia da allora definita, appunto, Saudita; è perché considerato traditore che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea di Omàr. (perché voleva arrivare ad un accordo con gli Ebrei. Ndr)

Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria, Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia e Yemen erano 862.050: oggi sono 7.500. Imprecisi i dati per altri paesi arabi e islamici. Ma il silenzio è stato anche nostro, delle vittime e di Israele. La mitologia israeliana, definita da una capace leadership ashkenazita, ha sempre sottovalutato la vicenda degli "ebrei arabi" (come ci chiamava Golda Meir), privilegiando raccontare il riscatto degli ebrei europei, raffinati intellettuali tornati al lavoro della terra e scampati al più grande pericolo del mondo, il nazismo. Destino sefardita. Noi, che da secoli ci siamo confrontati, nel bene e nel male, con gli arabi, abbiamo considerato la nostra vicenda come una tappa, quasi banale, nello scontro arabo-ebraico. Il nostro esodo non ci ha meravigliato perché, così come per italiani ed austriaci, il nostro è stato uno scontro tra nazioni: "loro" gli arabi , "noi" Israele. Siamo usciti, quasi per miracolo, derubati di tutto e con una lunga scia di sangue, ma a testa alta, da vincitori: riscattati "noi" dalle vittorie di Israele, infuriati e umiliati "loro" dalle cocenti sconfitte. Le nostre ferite erano, e rimangono, poca cosa rispetto all'enormità della Shoah; le nostre ferite molto ricompensate dalle nuove libertà recuperate in Occidente o in Israele: unico punto in comune con la Shoah la scomparsa di un mondo: la civiltà araba-ebraica, fatta di conflitto e coesistenza, è stata una generosa mistura di cultura e arte, di lingue e cibi, di proverbi, odi, timori e benedizioni. La rivisitazione di quell'epoca e di quell'esperienza è per noi, nati sotto le palme del Mediterraneo, è un'occasione importante: per guarire una ferita noi ebrei, per guardarsi allo specchio e ricostruire la propria memoria gli arabi. La pace non nasce dall'oblio.

Jewish Population in Arab Countries

 

1945

1958

1968

1976

2001

Aden

8.000

800

0

0

0

Algeria

140.000

130.000

1.500

1.000

0

Bahrain

600

500

100

50

30

Egypt

63.500

40.000

1.000

400

100

Iraq

140.000

6.000

2.500

350

100

Lebanon

6.950

6.000

3.000

400

0

Libya

38.000

3.750

100

40

0

Morocco

270.000

200.000

50.000

18.000

5.500

Syria

35.000

5.000

4.000

4.500

100

Tunisia

105.000

80.000

10.000

7.000

1.500

Yemen

55.000

3.500

500

500

200

Others

100.000

 

 

 

50

TOTAL

962.050

475.550

72.700

32.240

7.530


(Victor Magiar, Il Foglio del 17 novembre 2004)

Giusto per non guardare sempre e solo da un'unica parte.

barbara




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10 gennaio 2007

PISELLI NEL MONDO
























E che nessuno si azzardi a fare commenti del cazzo.

barbara




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9 gennaio 2007

DAMOUR, 9 GENNAIO 1976

Damour era una cittadina accanto all'autostrada Beirut-Sidon, circa 20 chilometri a sud di Beirut, nell'area pedemontana del massiccio libanese. Sull'altro lato dell'autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c'era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, vennero curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.
Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con acqua santa. Quando stava di fronte a una casa vicina all'adiacente villaggio mussulmano di Harat Na'ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi la casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all'interno della casa e apprese presto che la città era stata presa d'assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa'iqa (terroristi dell'OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall'Iran, dall'Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia. Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e gli chiese, come collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. "Non ci posso fare nulla", gli fu detto, "vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli."
Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortai continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. "Padre", disse Giumblat, "non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat." E diede il numero personale di Yassir Arafat al sacerdote.
Quando Labaky chiamò il numero in questione, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, "i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città. Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza." E aggiunse che quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all'OLP.
"Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche."
Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era "solo per pure ragioni strategiche" e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l'aiutante disse che loro, il quartiere generale dell'OLP, avrebbero detto loro "di cessare il fuoco".
Erano già le undici di notte, e il fuoco non aveva cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l'aiutante d'Arafat. Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, "perché", disse, "non mi fido di lui".
Mezz'ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l'acqua e l'elettricità. La prima ondata d'invasione avvenne mezz'ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote prima. Gli uomini di Sa'iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui strappandosi i capelli e urlando 'Ci stanno massacrando!' I sopravvissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All'alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:
"La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all'unica casa non occupata per recuperare i cadaveri.
E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un'intera famiglia, la Famiglia Can'an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia.
Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m'aiutava a portare via i cadaveri? L'unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can'an. Egli portava con me i resti di suo fratello, di suo padre, di sua cognata e dei poveri bambini.
Li abbiamo sepolti nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell'OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade."
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, la più parte di loro sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L'assedio senza sosta alla città causò gravi danni. Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l'acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti.
Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell'OLP tra il primo e l'ultimo giorno dell'assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:
"L'attacco cominciò dalle montagne. Era un'apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola 'Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto'. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini".
"Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell'indaco per farla apparire ripugnante. Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei."
"Alcuni sopravissuti testimoniarono l'accaduto. Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata. Ella disse:
'Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.'
"Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, sono stati risparmiati dall'essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: 'Non permettergli d'ucciderci!' e l'uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. 'Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. 'Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'"
Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell'umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potessero fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l'attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell'eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.
Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant'Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell'attacco l'avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d'innocenti. E non sapendo che consigliare disse: "Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno".
Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. "Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo." Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa. Dieci minuti tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. 'Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano". Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. 'Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso.'
Di nuovo discussero quello che c'era da fare. Labaky gli disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era 'impossibile': pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre pregavano, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero 'Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.' I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa poterono lasciare la città. Tutti e cinquecento sono riusciti, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Non è stato ucciso. Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell'OLP e sentì quello che è successo dopo che lui era scappato.
Un paio di minuti dopo che erano scappati, 'venne l'OLP e bombardò la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate. Sarebbero rimasti tutti uccisi se non fossero scappati.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che 'non era d'accordo con i palestinesi', e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. 'Una povera donna dovette partorire in una piccola barca nel mare invernale in tempesta'.
In tutto, 582 persone morirono nell'assalto a Damour. Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime. Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati e messi nel cavo orale. (pratica mussulmana d'umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d'Algeri in poi, NdT).
Ma l'orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano venne profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro. Dopo Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina). Le rovine di Damour divennero uno dei maggiori centri dell'OLP per la promozione del terrorismo internazionale. La chiesa di Sant'Elia è stata trasformata in un’autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell'OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa'iqa, noto d'allora alla popolazione cristiana libanese come il 'macellaio di Damour'.
Fu assassinato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.
(tradotto dall'inglese da Motty Levi, fonte)

Da un’altra fonte:
586 cristiani massacrati, centinaia d'altri feriti, molti bambini mutilati, donne e ragazzine violentate e poi uccise, oltre 600 donne portate come ostaggi nei campi di Sabra, Chatila e Tal Alzathar, intere settimane di continui stupri di donne poi mutilate e appese a testa in giù.
Non c’erano giornalisti in quel tempo, a quanto pare, in Libano. Evidentemente dovevano essere troppo impegnati da qualche altra parte. Ci sono arrivati in massa invece sei anni e mezzo dopo: quando Israele, stanco di subire incursioni armate e attacchi terroristici palestinesi dal Libano, ha deciso di intervenire. Sono arrivati, hanno visto il Libano ridotto in macerie da anni e anni di guerra civile scatenata dai palestinesi (circa 160.000 morti: quasi un decimo della popolazione) e hanno detto cazzarola ma tu guarda che macello che hanno combinato sti bastardi fetenti di israeliani, oh yes! E ancora stanno continuando. Oh yes.

 




donne stuprate


distruzioni


vandalismo


sulla spiaggia, in attesa di fuggire


fuga sulle barche


festeggiamenti palestinesi per il successo dell'impresa

barbara




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8 gennaio 2007

NOBEL PER LA PACE

Cari amici,

        Irena Sendler (Sendlerowa), la polacca che durante la guerra salvò 2500 bambini ebrei, è  la candidata della Polonia al Nobel per la pace.

        Il Forum degli ebrei polacchi raccoglie firme a sostegno di questa candidatura, che verranno poi consegnate al Comitato per il Nobel.

        Le firme si possono apporre nel sito

http://fzp.jewish.org.pl/nobel_eng.html

       Crediamo che valga la pena firmare e vi invitiamo a farlo

        Un saluto e buon 2007!

Laura e Olek

                         

Irena Sendler , nata a Varsavia nel 1910 in una famiglia socialista, era a capo del Dipartimento Infanzia della Zegota , il gruppo della resistenza polacca che si occupava dell’aiuto agli ebrei. Sendler riuscì a far uscire clandestinamente circa  2500 bambini ebrei dal ghetto di Varsavia, e a sistemarli presso famiglie polacche, in orfanotrofi e conventi. Arrestata e condannata a morte dai tedeschi, venne liberata dalla resistenza polacca. Riuscì a salvare la documentazione della sua attività in un recipiente sepolto che venne poi rinvenuto fra le rovine di Varsavia. La storia della sua vita è stata “scoperta” nel 1999 dagli studenti di un college del Kansas, che hanno lanciato un progetto internazionale per popolarizzarne la vita e le opere. Vedi anche www.irenasendler.org

                                                                             

Io ho firmato, e voi?

barbara




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7 gennaio 2007

A PROPOSITO DELLA RISOLUZIONE ONU 242

La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per chi non lo ricordasse, è quella seguita alla Guerra dei Sei Giorni.

Di seguito materiali di sfondo alla Risoluzione 242

Determinazioni a chiarimento del significato della Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle N.U.

Anche prima dell'inizio della Missione Jarring (la speciale rappresentanza menzionata nella Risoluzione), gli Stati Arabi insistevano che la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle N.U. ordinasse un ritiro totale delle forze israeliane dai Territori occupati nella Guerra dei Sei Giorni. Israele riteneva che la frase concernente il ritiro nella Risoluzione non avesse il significato di riferirsi a un ritiro totale. Di seguito sono specificate le considerazioni includenti le interpretazioni di varie delegazioni sulla Risoluzione 242: 

 A. 
 GRAN BRETAGNA

- Lord Caradon, sostenitore del ritiro che sarebbe dovuto essere adottato, stabilì, prima del voto nel Consiglio di Sicurezza delle N.U
“... La Risoluzione sul ritiro è un insieme equilibrato. Aggiungere o togliere qualcosa vorrebbe dire distruggere l'equilibrio ed insieme distruggere l'ampio spazio di accordo che abbiamo raggiunto insieme. Dovrebbe essere considerato un insieme così com'è. Suggerisco che abbiamo raggiunto lo stadio in cui la maggior parte di noi, se non tutti, vuole la Risoluzione redatta, l'intera Risoluzione redatta e nient'altro che la Risoluzione redatta." (S/PV 1382, p. 31, del 22.11.67)

- Lord Caradon, intervenendo su Kol Israel nel febbraio 1973: Domanda: "Questa faccenda dell'articolo (determinativo) che è presente in francese e manca in inglese è davvero importante?" Risposta: "I propositi sono perfettamente chiari; il principio è stabilito nel preambolo, la necessità del ritiro è stabilita nella sezione operativa. E perciò la frase essenziale che non viene riconosciuta sufficientemente è che il ritiro dovrebbe aver luogo in presenza di confini sicuri e riconosciuti, e queste parole vennero scelte molto accuratamente. Essi devono essere sicuri e devono essere riconosciuti. Non saranno sicuri se non saranno riconosciuti. Ed è per questo che si lavora per l'accordo.
Ciò è essenziale. Io difenderei assolutamente ciò che abbiamo fatto. Non era nostro compito delineare esattamente dove i confini sarebbero dovuti essere. Conosco il confine del 1967 molto bene. Non è un confine soddisfacente; è dove le truppe dovettero fermarsi nel 1947, proprio là dove capitò loro di fermarsi quella notte, che non è una linea di confine permanente …

- Mr. Michael Stewart, Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth, in risposta ad una domanda in Parlamento, 17 novembre 1969: Domanda: "Qual è l'interpretazione britannica della dicitura della Risoluzione del 1967? L'onorevole Baronetto lo intende per significare che gli israeliani dovrebbero ritirarsi da tutti territori presi nell'ultima guerra?"
Mr. Stewart: "Nossignore, questa non è la frase usata nella Risoluzione. La Risoluzione parla di sicuri e riconosciuti confini. Queste parole dovrebbero essere lette concorrentemente con la deliberazione sul ritiro".
- Mr. Stewart, Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth, in risposta a una domanda in parlamento, 9 dicembre 1969: "Come ho spiegato prima, vi è il riferimento nella Risoluzione in essere del Consiglio di Sicurezza delle N.U., sia al ritiro dai territori sia ai confini sicuri e riconosciuti. Come ho detto precedentemente al Parlamento, noi crediamo che queste due cose dovrebbero essere lette concorrentemente e che l'omissione della parola 'tutti' prima della parola 'territori' è deliberata.".

-Mr. George Brown, Segretario britannico per gli Affari Esteri nel 1967, il 19 gennaio 1970:
"Mi è stato chiesto ripetutamente di chiarire di nuovo, di modificare o di migliorare la dicitura, ma io non intendo farlo. Il fraseggio della Risoluzione venne molto accuratamente risolto con difficoltà, e fu un esercizio difficile e complicato farlo accettare dal Consiglio di Sicurezza delle U.N. Io formulai la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Prima di sottoporlo al Consiglio, la mostrammo ai leader arabi. La proposta diceva 'Israele si ritirerà da territori che sono occupati' e non da 'i' territori, il che significa che Israele non si ritirerà da tutti i territori" (The Jerusalem Post, 23. 01. 1970).

B.
STATI UNITI D'AMERICA

- Mr. Arthur Goldberg, rappresentante USA nel Consiglio di Sicurezza nel corso della discussione che precedette l'adozione della Risoluzione 242:

"Cercare il ritiro senza sicuri e riconosciuti confini nell'area...sarebbe altrettanto infruttuoso che cercare confini sicuri e riconosciuti senza ritiro. Storicamente non ci sono mai stati nell'area confini sicuri e riconosciuti.
Né le linee dell'armistizio del 1949 né il cessate-il-fuoco del 1967 corrispondono a quella descrizione ... al punto che deve ancora essere raggiunto l'accordo. Un accordo su quel è assolutamente essenziale per una pace giusta e duratura come lo è il ritiro ... (S/PV. 1377, p. 37, del 15.11.1967)

- Presidente Lyndon Johnson, 10 settembre 1968: "Non siamo noi a dire dove altre nazioni dovrebbero tracciare linee (di confine) tra loro che assicureranno a ciascuno la più grande sicurezza. E' chiaro tuttavia che un ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterà pace. Ci devono essere confini sicuri e ci devono essere confini riconosciuti. Intorno a siffatte linee deve essere raggiunto l'accordo da parte dei confinanti coinvolti".

- Mr Joseph Sisco, Segretario di Stato Assistente, 12 luglio 1910 (NBC "Meet the Press"): "Quella Risoluzione non diceva 'ritiro alle linee di prima del 5 giugno'. La Risoluzione diceva che le parti devono negoziare per raggiungere l'accordo sui cosiddetti confini finali sicuri e riconosciuti. In altre parole, la questione dei confini finali è materia di negoziati tra le parti".

- Eugene V. Rostow, Professore di Diritto e Affari Pubblici, Yale University, che nel 1967 era Sotto-Segretario di Stato USA per gli Affari Politici:

a) " ... paragrafo 1 (i) de la Risoluzione ordina il ritiro delle forze israeliane 'da territori occupati nel recente conflitto', e non 'dai territori occupati nel recente conflitto'. Ripetuti tentativi di emendare questa sentenza con l'inserimento della parola 'i' fallirono nel Consiglio di Sicurezza. Perciò non è legalmente possibile asserire che il provvedimento chiede il ritiro d'Israele da tutti i territori ora occupati a seguito delle risoluzioni di cessate-il-fuoco fino alle linee di Demarcazione Armistiziale". (American Journal of International Law, Vol. 64, Settembre 1970, p. 69). b) "L'accordo richiesto dal paragrafo 3. della Risoluzione, il Consiglio di Sicurezza affermò, avrebbe stabilito 'sicure e riconosciute linee di confine' tra Israele e i suoi vicini 'liberi da minacce o atti di forza' per rimpiazzare le linee di Demarcazione Armistiziale stabilite nel 1949, e le linee del cessate-il-fuoco del 1967. L'esercito israeliano dovrebbe ritirarsi da tali linee come parte di un accordo globale, che definisce tutti i risultati menzionati nella Risoluzione, e in condizioni di pace". (American Journal of International Law, vol. 64, Sett. 1970, pag. 68).

- Mr. Vasily Kuznetzov affermò in discussioni che precedettero l'adozione della Risoluzione 242:
“…frasi come 'confini sicuri e riconosciuti'. Che cosa significa? Che confini sono questi? Sicuri, riconosciuti - da chi? per che cosa? Chi è in procinto di giudicare quanto sono sicuri? Chi deve riconoscerli? ... vi è certamente abbastanza protezione in direzione di interpretazioni differenti che ritengano il diritto per Israele di stabilire nuovi confini e ritirare le sue truppe solo fino a quando le linee che giudica (siano) convenienti" (S/PV. 1373, p.112 del 9.11.1967)

D.
BRASILE

- Mr. Geraldo de Carvalho Silos, rappresentante del Brasile, parlando al Consiglio di Sicurezza delle N.U. dopo l'adozione della Risoluzione 242: "Noi abbiamo costantemente tenuto in mente che una pace giusta e duratura nel Medio Oriente dovesse necessariamente essere basata su confini sicuri, permanenti liberamente e d'accordo stabiliti e negoziati dagli Stati confinanti" (S/PV. 1382, p. 66, del 22.11.1967).

Dove si dimostra che un sacco di gente parla senza sapere affatto di che cosa sta parlando. Qui, chi fosse interessato, può leggere l’intera risoluzione. E magari scoprire che non si chiede solo il ritiro da Israele, ma anche qualcosa agli arabi: per la precisione vi si chiede il riconoscimento di Israele e l’avvio di negoziati di pace. La risposta araba a queste richieste sono stati i famosi “Tre no di Khartoum”: no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace.

barbara




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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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