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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2006

E ANCORA UN ALTRO

Un professore francese, colpevole di avere criticato l’islam, è stato condannato a morte. La fatwa è stata emanata da alcune delle associazioni islamiche presenti a Tolosa, mentre le altre associazioni hanno mantenuto un atteggiamento ambiguo. Nessuna, in ogni caso, ha ritenuto di dover criticare apertamente la condanna a morte. Qui un articolo che illustra in modo chiaro ed esauriente gli eventi, e qui l’appello da firmare. E cerchiamo di non dimenticarci che noi, con i musulmani, siamo tanto cattivi, mattanto mattanto mattanto.

barbara




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30 settembre 2006

IFIGENIA DEVE MORIRE

Ifigenia deve morire affinché la flotta possa salpare. Ifigenia deve essere sacrificata affinché non si fermino i meravigliosi affari fabbricati sui “bambini di Chernobil”. Ifigenia deve essere immolata affinché non rischino di fermarsi le compagnie aeree nate per trasportare avanti e indietro questi bambini miracolosamente lievitati, nel giro di vent’anni, da poche centinaia a trentamila. Prelevata in fretta e furia e caricata su un aereo, come si fa coi boss mafiosi, come si fa per i grandi criminali internazionali, come si fa per i terroristi. Per Abu Omar si è scatenato il finimondo, mandati di cattura internazionali, qualcuno è finito in galera. Chissà se qualche anima si muoverà per una bambina di nove anni stuprata e seviziata, per una bambina che già una volta ha tentato il suicidio di fronte alla prospettiva di dover tornare là dove ora l’hanno portata. Ma chi se ne frega se ritenterà il suicidio e magari questa volta ci riuscirà. Chi se ne frega se non ci riuscirà e vivrà un’esistenza che nessuno oserebbe chiamare vita. Chi se ne frega della carne e dello spirito sofferenti di una bambina che già ha subito più di quanto i suoi negrieri soffriranno mai in tutta la loro vita: le navi devono salpare! Si porti dunque Maria sull’altare, ben bene incaprettata, e la si sgozzi con cura: ci sono cose più importanti di una stupida bambinetta frignante.

barbara




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30 settembre 2006

TUVIA E GLI ALTRI

Il 30 settembre 2000 il New York Times pubblicava questa foto

                                             

ripresa dai giornali di tutto il mondo. La didascalia spiegava: “Un poliziotto israeliano e un palestinese sul Monte del Tempio”. Il poliziotto era effettivamente un poliziotto israeliano, ma il ragazzo con la faccia ridotta a una maschera di sangue non era un palestinese e, per inciso, i due non si trovavano neppure sul Monte del Tempio. Il ragazzo, in realtà, era Tuvia Grossman, ebreo americano: stava viaggiando su un taxi quando una banda di palestinesi aveva preso a sassate il taxi, tirato giù di peso Tuvia e lo avevano picchiato e bastonato fino a ridurlo nelle condizioni in cui appare nella foto. Riuscito a sfuggire ai suoi aggressori, aveva raggiunto il poliziotto israeliano, fotografato nel momento in cui, col bastone e con le urla e con la faccia feroce, cercava di tenere a bada i palestinesi nell’attesa che arrivassero i soccorsi. Il New York Times, contattato dal padre del ragazzo che aveva spiegato come stavano in realtà le cose, qualche giorno dopo aveva pubblicato una rettifica, ma non tutti gli altri giornali hanno provveduto a ristabilire la realtà dei fatti.
Questa, nel secondo giorno della cosiddetta intifada, è stata la prima opera di disinformazione in quest’ultima guerra terroristica contro Israele. Molte altre ne sono seguite: il caso del bambino Mohammed al Durra, colpito a morte da pallottole palestinesi nel corso di uno scontro a fuoco (iniziato dai palestinesi, giusto per amor di precisione) e messo in conto a Israele (vale inoltre la pena di ricordare che il bambino era solito uscire tutti i giorni per andare a tirare sassi contro i soldati israeliani. Vale anche la pena di ricordare che quando erano previsti scontri Arafat faceva chiudere le scuole e mandava gli autobus per portare i bambini a fare da scudi umani ai cecchini, e che tale pratica è cessata solo in seguito a un energico intervento della regina di Svezia). Il caso di Rachel Corrie della quale, per dimostrare che era stata uccisa intenzionalmente, è stata fatta circolare la foto in cui risulta ben visibile col suo giubbotto catarifrangente, salvo dimenticarsi di dire che quella foto risaliva ad almeno due ore prima della morte (mentre non è mai stata pubblicata la foto presa due settimane prima in cui la “pacifista”, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi a bruciare la bandiera americana). Il caso della bambina israeliana fotografata mentre contempla le macerie della sua casa distrutta dai razzi palestinesi, con la didascalia: “Bambina palestinese contempla le macerie della sua casa distrutta dagli israeliani”. Il caso dell’inglese “colpito alle spalle dagli israeliani”, mentre fronteggiava gli israeliani e alle sue spalle c’erano i palestinesi. Il caso del “massacro” di Jenin con migliaia di morti, poi con centinaia di morti, alla fine con 52 morti di cui i quattro quinti combattenti, a fronte di 23 morti israeliani. Eccetera eccetera. Eccetera (qui – rubato a kewil - un po’ di documentazione su come si fabbricano le vittime palestinesi).

barbara




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29 settembre 2006

PASSEGGIATA = INTIFADA?

"Chiunque pensa che questa intifada sia scoppiata per la visita di Sharon al Monte dei Templi sbaglia... questa intifada è stata programmata da molto tempo, da quando Arafat è tornato da Camp David" ha ammesso il ministro per le comunicazioni palestinese Imad Al-Faluji (in un’intervista ad Al Safir del 3/3/2001), ma ancora prima Al-Faluji ha affermato che questa guerra terroristica chiamata intifada è scoppiata come risultato di una scelta strategica fatta dai palestinesi (intervista al Ayam del 6/12/2000).
Arafat ha cominciato a chiamare i palestinesi alla nuova intifada già nei primi mesi del 2000. Davanti alla gioventù di Al Fatah a Ramallah il 3/4/2000 ha sostenuto che i palestinesi dovranno tornare all'opzione dell'intifada (come riferito chiaramente dal giornale Al Mujahid).
Marwan Bargouti, capo di Fatah in Cisgiordania, ha detto chiaramente già nel marzo 2000: "Dobbiamo iniziare una guerra sul campo di fianco ai negoziati....Cioè un confronto armato"(sul giornale Ahbar Al-Halil 8/3/2000).
Durante l'estate del 2000 Al Fatah ha costruito 40 campi di addestramento per allenare i giovani palestinesi alla guerra che preparavano.
L'edizione del luglio 2000 del mensile Al Shuhada, distribuito tra le forze di sicurezza palestinesi, recitava: "Dalla delegazione per i negoziati guidata dal comandante e simbolo Abu Ammar (Arafat) al popolo palestinese coraggioso, siate pronti. La battaglia per Gerusalemme è cominciata". Un mese dopo il comandante della polizia palestinese ha detto al giornale ufficiale dell'ANP Al-Haiat Al-Jadida: "La polizia palestinese guiderà i figli nobili del popolo palestinese quando arriverà il momento del confronto militare."
Freih Abu Middein, il ministro della giustizia dell'autorità palestinese, ha avvertito: "La violenza è vicina ed il popolo palestinese è disposto a sacrificare volentieri anche 5000 vittime” (Al-hayat Al-Jadida, 24/agosto/2000).
Un'altra pubblicazione ufficiale dell'autorità palestinese l'11 settembre del 2000, 2 settimane prima della passeggiata di Sharon, scrisse: "Noi dichiareremo l'intifada generale per Gerusalemme. Il tempo per l'intifada è arrivato, il tempo per la Jihad (guerra santa) è arrivato."
Il consigliere di Arafat, Mamduh Nufal disse al francese Nouvel Observateur (1/marzo/2001): "alcuni giorni prima della visita di Sharon al monte dei templi, quando Arafat ci chiese di essere pronti per lo scontro armato io ero favorevole a delle dimostrazioni di massa, ma mi ero opposto all'uso delle armi, è stata la decisione finale di Arafat di adottare l'uso delle armi e di attaccare civili e militari israeliani con le bombe."
Il 30/09/2001 Nufal ha spiegato ad Al-Ayam che è stato Arafat che ha emesso personalmente l'ordine ai comandanti del campo di aprire il confronto violento con Israele il 28 settembre del 2000.

A queste dichiarazioni, difficilmente sospettabili di essere filosioniste o manipolate da una qualche propaganda israeliana, aggiungo un ultimo dettaglio: la visita di Sharon al Monte del Tempio era stata concordata con l’Autorità Nazionale Palestinese, e infatti, oltre che dai soldati israeliani, era accompagnato anche dalla polizia palestinese. Nonostante tutte queste circostanze, si trovano ancora pasionari della causa palestinese ad oltranza (ma, più che altro, pasionari dell’antiisraelismo ad oltranza) pronti a stracciarsi le vesti sulla “passeggiata” di Sharon, il 29 settembre 2000, come causa della cosiddetta intifada. Aspettiamo con ansia dimostrazioni scientifiche della diretta responsabilità di Sharon nel terremoto di Messina, nella distruzione di Pompei, nella scomparsa dei dinosauri.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui un altro 29 settembre (grazie alla segnalazione del Signore degli anelli)




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28 settembre 2006

I PALESTINESI CONVERTITI AL CRISTIANESIMO RISCHIANO IL LINCIAGGIO

L'articolo che segue è la traduzione di quello originale in Inglese apparso su World Net Daily che può essere letto sul sito. La data è del 14 gennaio 2003. L'articolo è stato rilanciato da Washington dopo che una deputata si è appellata ad Israele per conto di due fratelli ricercati dalla Autorità Palestinese.

Quando i fratelli Arabi Saeed e Nasser Salamah si sono convertiti dall'Islam al Cristianesimo non avevano immaginato quanto sarebbe costato a loro, alle loro abitazioni, ai loro amici e forse anche alle loro stesse vite.
Al momento della propria conversione, Nasser Salamah era un membro praticante del Fatah, il partito personale di Arafat. Secondo il Gruppo Cristiano Francese e il Consiglio per la Libertà Religiosa per questo "crimine" di coscienza, è stato imprigionato e torturato. I due fratelli hanno deciso che la loro unica speranza era di fuggire in Israele – e successivamente, forse, in Francia o in qualche nazione occidentale, dove avrebbero potuto praticare liberamente la loro nuova fede. Con uno dei due colpito da sentenza di morte, sono quindi fuggiti dalla prigione dell'Autorità palestinese in Israele. Tuttavia i loro problemi sono lungi dall'essere risolti, Israele è disposto a concedere loro solo un permesso di 30 giorni. Per cui si trovano di fronte alla prospettiva di essere nuovamente restituiti all'Autorità Palestinese – e forse uccisi. Fatah li accusa di essere dei collaboratori di Israele. Accusa che sotto l'Autorità palestinese spesso si traduce in linciaggio pubblico. I due fratelli da quando sono in Israele temono anche la loro sorella sia stata uccisa. Sostengono che è svanita senza lasciare alcuna traccia.
Il Pastore Jo Ann Davis, R-Va (Virginia) e il Consiglio per la Libertà Religiosa stanno sollecitando Israele al fine di prolungare il loro asilo – almeno per il tempo necessario a ottenere un permesso di emigrazione in Europa o altrove. Davis, che siede nel Comitato per le Relazioni Internazionale della Camera Bassa e nel SottoComitato per il Medio Oriente, ha formalmente chiesto al Governo Israeliano, attraverso l'Ambasciatore Americano Daniel Ayalon di assistere i due fratelli Salamah. "Per conto dei due fratelli Salamah Si richiede che prendiate contatto con membri del governo Israeliano e si raccomanda che venga loro concesso asilo nel Vostro Paese".
La lettera di Davis diceva anche "Chiudo con la postilla che la vostra nazione rimane nei mie pensieri e nelle mie preghiere a causa degli innumerevoli attacchi che i vostri coloni hanno dovuto subire negli scorsi mesi".
Secondo fonti Arabe almeno 200 palestinesi vengono detenuti nelle prigioni dell'Autorità palestinese con il mero sospetto di essere dei collaboratori di Israele (vedi questo sito).
Secondo la stessa fonte, la maggior parte sono stati arrestati dalle forze di sicurezza della AP nella striscia di Gaza nel corso degli ultimi due anni. Dall'inizio dell'Intifada, settembre 2000, dozzine di Palestinesi sospettati di collaborazionismo sono stati uccisi. Nella scorsa estate in tre mesi, qualcosa come 14 Palestinesi sono stati linciati nella sola città di Tulkarem, tutti con l'accusa di collaborazionismo con Israele.
Dalla CisGiordania (West Bank in Inglese) alla striscia di Gaza, dall'inizio dell'Intifada, più di 60 Palestinesi sono stati uccisi con l'imputazione di aiutare i Servizi di Sicurezza, Shin bet, di Israele. L'AP ha giustiziato almeno altri 5 per la stessa ragione. I gruppi palestinesi in difesa dei diritti umani e le famiglie dei detenuti hanno protestato che molti di loro vengono torturati durante gli interrogatori e alcuni sono stati forzati a firmare delle confessioni.
William Murray, il Capo del Consiglio per la Libertà Religiosa, ha lavorato al fine di produrre l'evidenza circa la persecuzione antiCristiana all'interno dell'Autorità Palestinese. Questo fanatismo, ci dice, viene spesso mascherato come accusa di collaborazionismo con Israele.
"In quella parte del mondo, la tua religione è un certificato di nascita" Murray ci dice. "Nel caso di un Musulmano che rinuncia all'Islam, sua religione per nascita, si può arrivare all'esilio o anche alla violenza".
Murray ha detto che uno dei due fratelli è stato così duramente torturato dalla Polizia che gli sfregi della violenza lo hanno segnato in modo irreversibile.
Murray dice anche, "Ci è data l'opportunità di raggiungere e di aiutare i palestinesi che non odiano l'America, ed è un'opportunità che non possiamo ignorare".
E poi aggiunge "Vi è una diffusa conoscenza circa le persecuzioni degli Ebrei nelle varie regioni del mondo islamico, ma si fa poca attenzione al prezzo pagato dai Musulmani che si convertono al Cristianesimo. Quel prezzo è spesso la morte".
Murray conclude "la Coalizione per la Libertà Religiosa lavorerà vigorosamente al fine di far conseguire ai i due fratelli e alle loro famiglie la sicurezza, o in Israele o in un'altra Nazione Occidentale" (qui).

Ma quanto siamo cattivi, noi, con i musulmani, maqquanto maqquanto maqquanto …

barbara




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28 settembre 2006

FINALMENTE UNA SOLUZIONE

Intelligente, razionale, innovativa - come si dice in modernichese.

barbara




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28 settembre 2006

NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE

La scorsa estate ho letto il libro “Palazzo Yacoubian” di ‘Ala Al-Aswani. Mi è piaciuto, e avevo l’intenzione di farne la recensione, da postare poi nel blog. Anzi, per la precisione, la recensione l’avevo già scritta, come ho già scritto, del resto, quelle di tutti i libri letti al mare, e che prima o poi finirò di postare. Ignoravo però, quando l’ho scritta, una cosa che ho appreso solo recentemente: la maggior parte degli scrittori arabi non consentono che i loro libri vengano tradotti in ebraico. Ora, è accaduto che qualcuno ha tradotto questo libro in ebraico senza chiedere l’autorizzazione, e qualcun altro lo ha pubblicato in Israele. E quando lui è venuto a saperlo, non potendo ormai più fermare la cosa, ha deciso di devolvere tutti i proventi dei diritti d’autore a favore di Hamas. È interessante notare che, come ha spiegato in una recente intervista (pubblicata, mi pare in uno dei supplementi del Corriere), mentre non considera terrorista hezbollah, ritiene invece che hamas sia da considerare come un gruppo terroristico a tutti gli effetti. Ma poiché è un terrorismo che uccide gli ebrei, evidentemente è cosa buona e giusta finanziarlo.

barbara




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27 settembre 2006

27 SETTEMBRE

27 settembre 1
Da piccolo – ti ricordi? – eri una disperazione, con quella tua fissazione per i temporali: eri seduto a tavola, e improvvisamente dovevi alzarti e scappare fuori per vedere se arrivava il temporale. Eri a scuola, la maestra spiegava, e di colpo schizzavi su, infilavi la porta, poi le scale, poi il portone, perché dovevi controllare se arrivava il temporale, e non c’era dialogo cordiale, né minaccia di castigo che potesse trattenerti. Lo sapevi – vero? – che sarebbe arrivato presto, per te, il temporale: trentatre anni, avevi, quando un giorno hai detto: mi sento fiacco. Dopo un mese te n’eri già andato, il tuo metro e novanta ridotto a una trentina di chili. Lo sgomento, il terrore nei tuoi occhi quando improvvisamente hai capito e hai balbettato: «Ma sto morendo? Ma devo proprio morire?»
È in questi momenti che si comprende perché gli uomini abbiano inventato le religioni. È in questi momenti che si vorrebbe disperatamente poter credere che da qualche parte, in un qualche modo, in una qualche forma, uno continui ad esserci. E il non riuscire a crederlo non può che aumentare a dismisura una sofferenza che non si placa.
Buona notte, cuginetto.

27 settembre 2
27 settembre 1939: la Polonia capitola. La prima parte del programma di Hitler è conclusa e può passare alla seconda: la cancellazione del Trattato di Versailles e la conquista dell’Europa occidentale; che verrà seguita dalla terza: la conquista dell’Europa orientale. Il tutto accompagnato dall’annientamento del popolo ebraico. La porta a tutto questo è stata aperta, appunto, dalla capitolazione della Polonia, che possiamo dunque guardare come una delle più grandi catastrofi del XX secolo.

27 settembre 3
Questa è l’ultima lettera di Ron Arad, scomparso in Libano il 16 ottobre 1986.

Oggi è domenica [il nostro Rosh ha shanà se non sbaglio]. Voglio dirvi che ho un grande desiderio di rivedervi [è passato tanto tempo, un anno credo?]. Spesso vi incontro in sogno, ma faccio il mio possibile per non pensarvi troppo durante la giornata per evitare una depressione.
In linea generale la mia salute è buona e mi sento bene, quelli mi trattano bene.
La mia mano è migliorata poco alla volta, ma sarà certo sana quando potrò ritornare ad una piena attività [se Dio e i capi lo permetteranno, con la benedizione di Dio e la buona volontà dei capi]. Io prego giornalmente per molte ore e spero che pure voi lo facciate. Lo so che è difficile, ma tentate di fare il vostro possibile per me. Non so come, ma vi prego di dire qualcosa lassù, ai nostri capi, al governo, ad ognuno che può fare qualcosa per farmi uscire da qui. Fate il vostro possibile perché il Libano non è un posto adatto per starci, e perché io vorrei tanto vedervi tutti, perché una persona umana non è fatta per la prigionia se ci sono altre alternative. Con speranza e volontà tutto si cambia.
Agite come se non ci fosse più tempo, parlate, noi [i prigionieri delle due parti] siamo nelle vostre mani e fidiamo in voi.
Devo dirti Tami [la moglie] che ora comprendo i tuoi sforzi per aiutare i carcerati [non soltanto i prigionieri di guerra], argomento sul quale abbiamo discusso molte volte. Tu potresti fare qualcosa per i prigionieri di questa organizzazione, aiutarli a trascorrere il tempo e vivere un po' meglio [un po' di cibo, un libro di preghiere, ogni cosa che puoi fare ha un valore]. Non hai idea quanto le cose più piccole abbiano un significato per un uomo solo e lontano.
Le cose importanti le ho già scritte. Io sto bene e mi trattano bene. Io ti prego di costruire la nostra casa [la nuova], di curare l'educazione della nostra bambina quanto meglio tu puoi. Tu ne sei capace e spero di rivedervi tutti al più presto.
Soltanto pensate che è passato un anno e molto poco si è fatto. Cercate di fare di più per il bene di tutti. Lo so che è difficile ma dite a qualcuno che dobbiamo superare gli ostacoli dell'odio, della paura, la mancanza di volontà, d'amore e di pietà. Solo così potremo cambiare. Che Dio ci aiuti a ritrovarci prossimamente in questo nuovo anno.
Fra poco sarà Kippur e io pregherò insieme a voi che Dio ci benedica tutti. Spero che aiuti i capi nelle giuste decisioni.
Spero che tu hai cura di te stessa e degli altri. Non scoraggiarti, ci saranno giorni migliori. Io cerco con tutte le mie forze di non perdere il coraggio. Trattengo il fiato. Vi amerò per tutta la vita.
Ron
(27 settembre 1987)

Delle tre vicende ricordate, due
sono tragicamente chiuse. Una, forse, potrebbe essere ancora aperta. Non abbandoniamo la speranza. E soprattutto non smettiamo di lottare. Per lui. Per la giustizia. Per la pace.

barbara




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26 settembre 2006

SORRIDIAMO PER NON PIANGERE



Grazie a Giacomina.

barbara




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25 settembre 2006

IL DUCE PROIBITO

Nella prospettiva del tempo il quadro storico assume le proporzioni e i rilievi di un capolavoro della volontà e come tutte le opere del genio trascende i suoi dati iniziali e le sue stesse procedure.
Ecco perché, pur non avendo trascurato nessuno dei molteplici campi nei quali si è manifestata l'inflessibile volontà del Condottiero, il quadro è fatalmente insufficiente a dare l'ultima ragione, che è anche la più profonda, di quanto è avvenuto.
Non era possibile, infatti, mediante una documentazione, sia pure il più possibile esatta, di quella rivoluzione che ha mutato il volto dell’Italia, dar ragione dell'altra rivoluzione, ad essa parallela, che ne ha trasformato l’anima, e, meno ancora, penetrare il segreto di quella personalità, che ha saputo riassumere in sé il genio della nostra gente, interpretare le esigenze della nostra storia, dar vita, anima, forma concreta alle millenarie aspirazioni del popolo italiano.
Egli ebbe l'eroico coraggio di porre gli italiani di fronte a questo dilemma tragico: o la grandezza o la morte. Come egli abbia potuto risolverlo secondo il primo termine, domandando al popolo dei sacrifici che oggi appaiono assolutamente trascurabili se si pensa all'imponenza dei risultati, è un quesito che nessuna indagine statistica potrà mai risolvere. Ci muoviamo nelle zone inviolabili del genio e delle passioni originarie della razza. Si può tentare di scrutarle affidandosi all'intuizione che indovina quello che la ragione non è sempre ben sicura di comprendere.

Lasciate perdere gli imbecilli che vi raccontano che il riso abbonda nella bocca degli stolti: il riso abbonda nella bocca delle persone di buonumore, questa è l’unica verità. E quindi concedetevi senza scrupoli e senza rimorsi qualche sonora risata leggendo queste righe. Scritte, per inciso, da Mario Missiroli, uno dei più grandi giornalisti italiani di tutti i tempi. Ma anche lui, evidentemente, figlio dei tempi suoi. Questa comica quanto grottesca citazione si trova nel libro “Il duce proibito” (dal quale avevo tratto le definizioni di Mussolini elencate in un post precedente), che presenta una vasta galleria di foto mai apparse durante il Ventennio in quanto risultate non gradite. E si ride parecchio, a guardarle. A volte amaro, qualche volta anche un po’ acido, ma si ride. Garantito.

Mimmo Franzinelli, Emanuele Valerio Marino, Il Duce proibito, Mondadori.



barbara




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25 settembre 2006

CERTEZZE

A Vicenza c’è una base militare americana. A Vicenza ho anche dei parenti con cui, fino a 38 anni fa, ci si frequentava. Succede dunque che un giorno, mentre sono per strada con mia cugina, incrociamo una coppia: lei locale, lui VISIBILMENTE americano. Mia cugina li guarda con disgusto, poi sentenzia: «Quella è una puttana». Chiedo: «La conosci?» Mi guarda a metà tra l’indignato e il furibondo: «Come ti viene in mente che io conosca delle puttane?» «E allora come fai a sapere che è una puttana se non la conosci?» «Solo le puttane vanno coi negri». «Ma scusa, non potrebbe essere che ci va perché ne è innamorata?» «È una puttana lo stesso: solo una puttana può innamorarsi di un negro».
Era la stessa cugina che un giorno si è messa a parlare delle tredici sinfonie di Beethoven. Anche se ho quattro anni meno di lei, che a quell’età non sono pochi, mi permetto di interromperla: «Scusa, guarda che le sinfonie di Beethoven sono nove». Immancabile sguardo schifato: «Sono tredici. Lo sa anche Ivano che sono tredici». Ivano è un altro parente. Che non è un musicista. Non è un professore di musica. È un rappresentante e ha la quinta elementare. Con tutto il rispetto per chi non ha potuto studiare oltre la quinta elementare, beninteso, ma di solito, in questa categoria sociale, hanno altissima competenza musicale solo i famosi loggionisti, e Ivano non lo è. Caparbia, come sempre, insisto: «Sono nove». Passa in quel momento sua sorella e lei la chiama per comunicarle in tono beffardo: «Vuoi sentire l’ultima? Questa cretina è convinta che le sinfonie di Beethoven sono nove!» E la sorella: «E tu ti metti a discutere con quella? Ma lasciala perdere, poveretta».



barbara




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24 settembre 2006

CRISTIANI IN PERICOLO NEL MONDO MUSULMANO

Giornalista iracheno: È difficile immaginare un periodo in cui i cristiani arabi abbiano corso un pericolo maggiore di quello attuale

In un articolo sul quotidiano iracheno Al-Zaman, pubblicato simultaneamente a Londra e a Bagdad e la cui tradizione liberale risale agli anni 40, l’editorialista Majid Aziza illustra la difficile situazione della comunità cristiana nel mondo musulmano. Seguono brani dell’articolo: (1)


“I cristiani nati in paesi arabi stanno fuggendo dalle loro terre d’origine. È una frase ripetuta ogni giorno dappertutto ed è esatta al cento per cento. Stando alle statistiche, i cristiani sono emigrati in gran numero verso paesi più sicuri per loro e per i loro figli, come Stati Uniti, Australia ed Europa. Il motivo sono le vessazioni da parte di organismi governativi da un lato, di gruppi estremistici dall’altro, che subiscono in paesi dove hanno vissuto da migliaia di anni. […].
I cristiani risiedono da secoli in quelle terre che attualmente si chiamano paesi arabi, fianco a fianco con altri gruppi religiosi e particolarmente coi musulmani con cui hanno condiviso le difficoltà della vita. Ma i cristiani hanno perso i loro ‘vicini’ per molte ragioni: l’estremismo religioso che alligna fra alcuni musulmani, la crescita demografica per motivi religiosi, atti di discriminazione e coercizione, espulsioni individuali e collettive e pressioni patite anche quando servivano il loro paese. Ne troviamo molti esempi in Palestina, Iraq, Sudan, Libano, Egitto e altrove.
Quattro milioni circa di cristiani libanesi hanno lasciato il loro paese a causa delle pressioni esercitate su di loro. Circa mezzo milione di cristiani iracheni hanno abbandonato la loro patria per gli stessi motivi […]. E oggi la situazione sta peggiorando per la discriminazione da parte degli estremisti salafiti (fondamentalisti islamici). In Palestina, i cristiani sono quasi scomparsi in conseguenza del controllo esercitato dai musulmani estremisti sulla questione palestinese e della marginalizzazione del loro ruolo, a prescindere dall’impatto negativo sui cristiani palestinesi dell’Intifada, condotta da organizzazioni islamiche. Quanto ai cristiani d’Egitto, i copti, quello che hanno subito e stanno subendo, per mano sia dello stato sia degli islamici, basterebbe a riempire pagine di libri e giornali, tanto è la coercizione, la discriminazione e la persecuzione. Quanto accade in Algeria, in Mauritania, in Somalia e in altri paesi è troppo lungo da spiegare.
La situazione è identica anche in paesi musulmani non arabi. I cristiani sono perseguitati in paesi islamici come Pakistan, Indonesia e Nigeria. In Pakistan, i leader spirituali islamici hanno emesso una fatwa (parere religioso) con cui si autorizza l’uccisione di due cristiani per ogni musulmano ucciso dagli attacchi americani in Afghanistan, come se gli americani rappresentassero la cristianità nel mondo. In altri paesi essi vivono nella paura, all’ombra delle minacce, e debbono affrontare un crescendo di aggressioni, ogni volta che gli Stati Uniti e i loro alleati compiono azioni militari contro un qualsivoglia paese.
I cristiani hanno paura di quello che può loro succedere in questi paesi. La situazione è davvero critica e richiede un’attenzione urgente. È difficile immaginare un altro periodo in cui i cristiani abbiano corso un pericolo maggiore di quello attuale in questi paesi […]”.
Nota: (1) Al-Zaman (Iraq e Londra), 4 settembre 2004

Credo che i quattro milioni di cristiani libanesi che avrebbero lasciato il Paese siano un refuso (purtroppo non ho potuto verificare l’originale, inizialmente pubblicato da MEMRI e oggi non più reperibile), tuttavia ritengo che l’articolo rimanga ugualmente valido, ed è comunque vero e documentato che le comunità cristiane in Libano sono state decimate durante la guerra civile scatenata dai palestinesi e durata 15 anni, e che la loro decimazione è proseguita sotto il benevolo sguardo del governo filosiriano succeduto alla guerra civile. Certo che è ben strano, questo mondo (oylem goylem, direbbe qualcuno): da sessant’anni rimproveriamo e condanniamo Pio XII per avere taciuto sullo sterminio degli ebrei, e quasi nessuno si azzarda a criticare Giovanni Paolo II per il suo diligentissimo e altrettanto profondo silenzio sullo sterminio dei cristiani. Non solo: per avere abbracciato i carnefici affinché potessero continuare a sterminare con la sua santa benedizione lo hanno lodato e applaudito, e hanno chiamato tutto questo “dialogo”. E quando finalmente arriva qualcuno che osa interrompere quel silenzio che tanto ci è apparso disdicevole in Pio XII, si critica il suo parlare tanto quanto si era criticato dell’altro il tacere, e lo si chiama seminatore di discordie, fomentatore di disordini, guerrafondaio. E sarà dura, con un mondo così, uscirne vivi.


barbara




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24 settembre 2006

EFFETTI NEGATIVI DEL CONSUMO DELLA CARNE DI MAIALE

La carne di maiale contiene molte tossine, vermi e malattie latenti. Sebbene alcune di queste infezioni si annidano negli altri animali, i veterinari moderni affermano che i maiali sono molto più predisposti a queste malattie rispetto agli altri animali. Forse ciò accade perché essi amano rovistare tra i rifiuti e mangiare qualsiasi tipo di cibo, inclusi insetti morti, vermi, carcasse in decomposizione, escrementi (inclusi i loro), immondizia, e altri maiali.
L’influenza è una delle più famose malattie che i maiali condividono con gli esseri umani. Questa malattia si annida nei polmoni dei maiali durante l’estate e tende a infettare i maiali e gli esseri umani duranti i mesi freddi. La salsiccia contiene parte del polmone suino, quindi chi se ne nutre tende a soffrire di più durante le epidemia di influenza. La carne di maiale contiene quantità eccessive di istamina e di composti di imidazolo, che provocano prurito e infiammazione; ormoni della crescita che favoriscono le infiammazioni e la crescita; zolfo contenente muco mesenchimale, che produce un rigonfiamento e l’accumulo di muco nei tendini e nella cartilagine, provocando artrite, reumatismi, ecc. Lo zolfo fa in modo che i solidi tendini e i legamenti umani siano sostituiti dai morbidi tessuti mesenchimali dei maiali, e favorisce la degenerazione della cartilagine. Nutrirsi con carne di maiale può anche produrre calcoli biliari e favorire l’obesità, dovuti probabilmente all’alto tasso di colesterolo e al contenuto di grassi saturi. Il maiale e il principale portatore di tenia poiché essa cresce al suo interno. Questi vermi solitari si trovano soprattutto negli intestini di coloro che vivono in nazioni dove la carne di maiale è mangiata con maggior frequenza. La tenia può attraversare l’intestino e colpire molti organi, ed è incurabile una volta raggiunta una certa dimensione. Una persona su sei negli Stati Uniti e nel Canada è affetta da trichinosi per aver mangiato vermi di trichina contenuti nel maiale. In molte persone i sintomi non sono manifesti, e nel caso siano evidenti essi assomigliano ai sintomi di molte altre malattie. Questi vermi non sono visibili durante le ispezioni sulla carne, e non vengono uccisi durante la salatura o la cottura. Poche persone cuociono la carne a sufficienza in modo da uccidere le trichine. Anche nel topo (un altro animale saprofago) si annidano tali malattie. Vi sono dozzine di vermi, germi, malattie e batteri che vengono abitualmente trovati nei maiali, molti dei quali sono caratteristici di questi animali.
I maiali sono biologicamente simili agli esseri umani, e si dice che la loro carne abbia lo stesso sapore di quella umana. Essi sono stati utilizzati per la dissezione nei laboratori biologici grazie alla somiglianza tra i loro organi e gli organi umani. I diabetici insulino-dipendenti di solito si iniettano insulina di maiale. Se si versa della cola (o della soda) su una fetta di maiale, dopo poco si notano dei vermi che strisciano.

Questo articolo è stato postato da un palestinese musulmano nel forum di Magdi Allam. Purtroppo non ha citato né l’autore, né la fonte; le notizie in esso contenute sono tuttavia di tale importanza e di tale utilità per l’umanità tutta che ho deciso di farne partecipi i frequentatori di questo blog, certa che non mancheranno di manifestarmi la loro eterna riconoscenza.

barbara




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23 settembre 2006

MA LA VERA GRANDEZZA RIMANE PER SEMPRE

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: "La noche está estrellada,

y tiritan, azules, los astros, a lo lejos".


El viento de la noche gira en el cielo y canta.


Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Yo la quise, y a veces ella también me quiso.


En las noches como ésta la tuve entre mis brazos.

La besé tantas veces bajo el cielo infinito.


Ella me quiso, a veces yo también la quería.

Como no haber amado sus grandes ojos fijos.


Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido,


Oír la noche inmensa, más inmensa sin ella.

Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.


Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.

La noche está estrellada y ella no está conmigo.


Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.

Mi alma no se contenta con haberla perdido.


Como para acercarla mi mirada la busca.

Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.


La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.

Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.


Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise!

Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.


De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.

Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.


Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.

Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.


Porque en noches como ésta, la tuve entre mis brazos,

mi alma no se contenta con haberla perdido.


Aunque éste sea el último dolor que ella me causa,

y éstos sean los últimos versos que yo le escribo.
(da Veinte poemas de amor y una canción desesperada)


Pablo Neruda muore di leucemia il 23 settembre 1973 a Santiago del Cile, dodici giorni dopo il colpo di stato fascista del dittatore Pinochet. La sua morte è stata forse accelerata dalla morte del presidente Allende e dalla perdita di numerosi amici e compagni arrestati o assassinati da Pinochet. Il suo funerale si è trasformato in una manifestazione di protesta di decine di migliaia di persone contro la dittatura. Più tardi, la sua vedova descriverà la scena nella sua biografia: "Da tutte le strade delle persone raggiungono il corteo. Arrivano anche alcuni camion con i militari che puntano le mitragliatrici. Sempre più persone si uniscono al corteo e tutti alzando la voce gridano: "Pablo Neruda, presente, adesso e per sempre!" (da qui)

Sessantanove anni sono pochi per andarsene, ma consola il pensiero che, almeno, gli è stato risparmiato l’inferno che si è scatenato e che per anni ha imperversato travolgendo ogni cosa.



barbara




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23 settembre 2006

23 SETTEMBRE 1997



Da nove anni la “madonna algerina” è diventata il simbolo delle vittime del terrorismo, delle loro immani sofferenze, dello strazio di chi rimane. Ricordiamola, insieme a tutte le altre vittime.
Se poi qualcuno da queste parti, oltre a ricordare le vittime, decidesse anche di smetterla di essere culo e camicia coi carnefici, beh, trovo che non sarebbe per niente una cattiva idea.

barbara




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22 settembre 2006

SHANÀ TOVÀ E 20 SETTEMBRE

                                         
Sì, le due cose hanno alcune buone ragioni per venire ricordate insieme. E dunque innanzitutto faccio i miei migliori auguri (e chissà poi perché si precisa sempre, come se ci fosse qualcuno che si diverte ad andare in giro a fare i propri peggiori auguri, o degli auguri così così …) di buon anno a tutti gli amici ebrei che passano da queste parti – ma anche a chiunque altro abbia voglia di prenderseli, naturalmente (anzi, già che ci sono vi regalo anche questi altri specialissimi auguri di shanà tovà) – e poi vi offro questo interessante e simpatico articolo.

20 settembre. Quel capitano ebreo che, in fondo, fece un favore al Papa...


Il varco, la breccia aperta il 20 settembre 1870 dalle cannonate degli artiglieri piemontesi del generale Cadorna nelle mura di Roma, vicino alla bella e monumentale Porta Pia, rappresentava per i liberali italiani insieme la fine del Risorgimento, il completamento dell’unità nazionale e la conquista della capitale storica.
Per i cattolici papisti voleva dire l’introduzione forzosa dei principi del liberalismo e la fine del potere temporale del papato, cioè dell’abnorme figura del "Papa Re".
Ma, visto col senno di poi, per tutti i cattolici, liberali e papisti, il 20 settembre era in realtà il giorno della rinascita, l'inizio della riscoperta della sfera puramente spirituale e religiosa del cattolicesimo, come era già avvenuto nell'Europa del nord protestante. A Roma e nel Centro Italia (Stato della Chiesa) le incrostazioni da eliminare erano tante, anche rispetto ad altri Paesi cattolici, e proprio per i guasti e la corruzione che il potere temporale aveva generato sul territorio e tra le coscienze. Da allora, insomma, anche i cristiani italiani come i cristiani francesi, tedeschi, spagnoli o americani, smisero di adorare un parroco, un monsignore, un Prefetto della Fede, un Cardinale, un Nunzio, un Ministro, un Delegato di Sua Santità. E riscoprirono, se non Dio, almeno la propria coscienza di Dio.
Tutto merito d’un ebreo.
Ma sì, l’ufficiale israelita piemontese a cui il cattolico Cadorna affidò il compito del primo bombardamento delle mura, per evitare – oh, delicatezza de "li cavalieri antiqui" – che la scomunica decretata dal Papa a chi per primo avesse comandato di sparare toccasse la quasi totalità degli ufficiali italiani. Squisitezze di coscienza d'epoca, machiavelli morali del buon tempo antico che oggi fanno sorridere, ma che dimostrano che non furono i perfidi atei, i mangiapreti, i radicali, i rivoluzionari – che erano una minoranza – a combattere contro il Papa-Re per l’unità d’Italia e i principi liberali, ma i tantissimi liberali cattolici. Che, non erano neanche tutti moderati, anzi.
Però, scusate, facciamo un po’ di filologia storico-militare. Tutti dicono che questo benedetto ufficiale ebreo era "un tenente che sparò le prime cannonate". Doppio errore. Gente che non ha neanche fatto il servizio militare. Se no, saprebbe che un ufficiale non può essere addetto ad un cannone. Dunque il "tenente" al massimo avrà ordinato di sparare. Bene. Ma, ditemi, vi pare possibile che un ordine così importante, destinato a cambiare la storia d’Italia, il generale Cadorna lo affidasse ad un giovane ufficiale inferiore? No, lì ci voleva almeno un capitano. E infatti, fu il capitano Segre, ebreo e piemontese tutto d’un pezzo, a ordinare l’attacco fatale.
"C’è una tomba nel cimitero ebraico di Chieri sulla quale è scolpito un simbolo: due cannoni incrociati. È la tomba di un ufficiale di artiglieria, il capitano Segre, che nel 1870 diede l’ordine di "Fuoco!" che aprì la breccia di Porta Pia", ricorda Guido Fubini in una pagina dell’Unione delle Comunità ebraiche.
Segre, un protagonista sconosciuto, uno dei tanti eroi del Risorgimento liberale a cui purtroppo non è dedicata nessuna strada o piazza d’Italia. Grazie, capitano Segre. E grazie ai tanti liberali e patrioti ebrei che animarono il Risorgimento e poi nell’Italia liberale unita salirono con la loro intelligenza ai posti di prestigio in tutti i campi, dall’esercito alla scienza, dall’industria all'amministrazione, alla politica.
A lei, capitano Segre, dedichiamo la più bella, la più vera delle feste nazionali, quella ricorrenza del 20 settembre che il fascismo cinicamente, per puro calcolo politico (Mussolini era ateo) per un piatto di lenticchie eliminò dopo il Concordato, e che ora deve essere assolutamente ripristinata.
Ed è una vergogna che i tanti "liberali" di oggi (i Biondi, i Martino, i Costa), opportunisticamente nascosti nel Centro-destra, non lo chiedano. Ma attendiamo che lo chiedano anche i riformatori ex-radicali Taradash e Della Vedova, che non possono continuare ad attenuare i temi della laicità. Lo ha dovuto proporre – pensate un po’ – l’onorevole Grillini (Ds, ex Arci-gay), che sempre più spesso nelle interviste a Radio radicale si dichiara "liberale" e laicista [lui dice "laico", giustamente, ma io uso questa parola, che noi liberali non abbiamo mai usato, solo per farmi capire dai neo-clericali, che l'hanno inventata], rilanciando così una vecchia e ricorrente proposta dei Radicali Italiani.
Viva il "XX Settembre", la nostra vera, unica, festa nazionale. E poi, scusate, sarebbe anche un risparmio: migliaia di strade e piazze intitolate ci sono già.
(Nico Valerio, Salon Voltaire, 20 settembre 2006)

Se poi la mettessero anche come vacanza da scuola, forse non ci sarebbero neanche scioperi e cortei di protesta …


barbara




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22 settembre 2006

BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA

Sul Corriere di ieri il signor Costantino Muscau ci racconta di una povera ragazza assassinata a Torino, e comincia così:
Fra 4 mesi sarebbe diventata mamma. Oggi avrebbe compiuto 20 anni. Ma non festeggerà nessuno dei due lieti eventi, Deborah Rossi […]. E non solo perché il marito […] è in carcere da luglio per spaccio di droga.
No, in effetti, non è perché il marito cattivissimo, essendo in galera, le abbia vietato di festeggiare, che Deborah non festeggerà. Infatti le è capitato un altro piccolo guaio: l’hanno ammazzata.
Una mano, quasi certamente amica, le ha tolto la vita con il ferro da stiro.
Ora, dico, è vero che ci sono soldati che muoiono per “fuoco amico”, ma non credo che il soldato che ha sparato per errore sul commilitone avesse la precisa intenzione di ucciderlo. Qui, invece, è un po’ difficile ipotizzare l’errore. Che dire dunque di questo sedicente giornalista che chiama “mano amica” quella che ha assassinato una ragazza di vent’anni? Ma le perle non sono finite. Leggiamo poco più avanti:
Il palazzo è senza ascensore, lurido, con la porta d'ingresso sfasciata, ringhiere che nulla hanno di romantico nonostante i panni stesi al sole, tra i quali occhieggiano le antenne paraboliche.
Perché normalmente, sembra di capire, i panni stesi al sole, tra i quali occhieggiano le antenne paraboliche, contribuiscono di molto a rendere romantiche le ringhiere. E davvero non si capisce come mai questi qui invece non ci riescano. Ma andiamo avanti.
Il disordine era limitato,
limitato?
ma potrebbe essere stato provocato dal gatto
“ma”? Riferito a che cosa? Avrebbe un senso “c’era disordine ma potrebbe essere stato provocato dal gatto”, ma un “ma” riferito a “limitato, che senso ha?
l'unico testimone dell' omicidio.
Che un poeta, anche se non eccelso, si fabbrichi una cavallina storna va bene, ma da un preteso giornalista ci si aspetterebbe un po’ di concretezza in più …
Sicuramente non commesso per rapina:
ma perché non mandano a casa tutti gli investigatori e chiamano lui?
in quella casa c'era ben poco da portar via.
E se l’eventuale aspirante rapinatore non l’avesse saputo prima?
A dare l'allarme però è stata la mamma, che, separata dal marito, si è trasferita a Pistoia.
È una notizia il fatto che la madre della vittima si sia separata dal marito?

E mi chiedo: non si potrebbe, se non altro per rispetto alle povere vittime, affidare questi servizi a qualcuno di un po’ meno scalcinato che non trasformi la cronaca di un delitto in una cosa grottesca e comica?


barbara




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22 settembre 2006

PICCOLO POST AUTOCELEBRATIVO

Trascrivo un compito, a me dedicato, della scolara D. (quella di dedicarlo a me è stata una sua scelta, beninteso, non una mia imposizione).

Se fosse un animale, sarebbe una pantera, perché è sempre molto attenta e vede molto. E non si sa mai quando esplode.
Se fosse una stanza della casa, sarebbe un salotto, perché ha sempre qualcosa da raccontare.
Se fosse un fiore, sarebbe un nontiscordardimé, perché difficilmente si dimentica delle avventure.
Se fosse un film, sarebbe un film di storia degli ebrei, perché sa molto degli ebrei e vede l’ingiustizia che è successa.
Se fosse un programma TV, sarebbe il telegiornale, perché sa sempre delle notizie.
Se fosse un colore, sarebbe ocra gialla, perché può essere molto dolce ma anche molto seria.
Se fosse una cosa da mettere addosso, sarebbe una scarpa, perché sta sempre con i piedi per terra.
Se fosse un mezzo di trasporto sarebbe un aereo, perché è stata in molti posti del mondo e conosce anche tante persone che sono lontane.
Se fosse una musica, sarebbe musica classica, perché mi sembra che si vesta classico.
Se fosse uno sport, sarebbe una corsa ad ostacoli, perché sa superare gli ostacoli della vita.
Se fosse un frutto sarebbe un’anguria, perché fuori è un po’ dura, ma dentro è buona.

La vita non è stata generosa con D., che ne è stata segnata, in modo atroce, per sempre. E, come a volte accade, D. reagisce dispensando generosità a piene mani a chiunque le capiti accanto.

barbara




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21 settembre 2006

PER FARCI QUATTRO RISATE

Riporto integralmente questo esilarante articolo pubblicato anonimo sul Corriere di ieri.

L'addio di Annan: «Un mestiere esaltante»

NEW YORK - Un addio commovente, dopo dieci anni a fare «il mestiere più esaltante del mondo». L'ultimo messaggio di Kofi Annan alle Nazioni Unite è di quelli che fanno venire gli occhi lucidi. Il segretario generale dell'Onu ha parlato davanti ai rappresentanti di un mondo che ha descritto a fosche tinte. Un mondo che ha fatto passi avanti sul fronte dello sviluppo, il rispetto dei diritti umani e la sicurezza rispetto al settembre 1997. Ma che a dieci anni di distanza, è ancora pervaso dalle violenze della guerra. Il vero pericolo - ha detto Annan - è «il terrorismo che uccide meno persone di altre forme di violenza ma diffonde paura e insicurezza e induce la gente a unirsi a gente che la pensa allo stesso modo evitando quanti appaiono alieni».

E in coda a questo articolo potrei attaccarci trenta pagine di commento. Potrei condirlo, il mio commento, con feroce sarcasmo, o con rabbiosa indignazione, o con altero disprezzo, o con furibonda denuncia. Potrei citare una per una le infamie commesse e i crimini perpetrati. Ma tale è la bassezza di questo putridume travestito da uomo, che nessuna parola potrebbe renderla a sufficienza. Perciò rinuncio a qualunque commento, e lascio solo la barzelletta.

barbara




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21 settembre 2006

IN RICORDO DI UN GIUDICE RAGAZZINO

"Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto un concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia o contro il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza" (Francesco Cossiga, 10 maggio 1991).

La prima telefonata arrivò alla sala operativa della Questura intorno alle 8.30. Una voce giovanile avvertiva l'operatore che sulla «640» era successo qualcosa di strano, un incidente o forse un rapimento. Poi al «113» iniziarono ad arrivare altre chiamate concitate. C'era una macchina con il lunotto posteriore in frantumi, ma dentro, nonostante le tracce di sangue, non c'era nessuno.
Il giovane capo della Squadra mobile dell'epoca, Giuseppe Cucchiara, in quel momento si trovava in auto, imbottigliato in mezzo al traffico cittadino diretto in ufficio. Ascoltando via radio la segnalazione della «centrale», il commissario capo decise all'istante di andare a controllare quella situazione.
Era un venerdì e, nonostante si fosse alla vigilia della stagione autunnale, faceva ancora molto caldo.

Quando il dirigente della Mobile arrivò in Contrada San Benedetto sul posto c'era già una volante. Gli agenti, con le pistole in pugno, stavano controllando la vecchia Ford Fiesta di colore amaranto del giudice Rosario Livatino crivellata di proiettili e bloccata sul ciglio della strada contro il guard-rail. Le tracce portavano alla scarpata. Cucchiara scavalcò ed iniziò a scendere tra l'erba secca e gli arbusti anneriti da un incendio, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Pochi metri e il capo della Mobile trovò una scarpa. Era un mocassino nero, quello del piede sinistro, che il giudice aveva perso nella fuga in cerca di scampo.
Il cadavere era poco oltre.
Quella mattina il giudice Livatino indossava una camicia azzurrina che presentava larghe macchie di sangue. Aveva la testa all'indietro e gli occhi sbarrati, rivolti al cielo, quasi nell'estremo tentativo di chiedere aiuto a qualcuno lassù.
«In quegli interminabili momenti in cui mi trovai da solo davanti al corpo del giudice, vi era un silenzio assoluto - ricorda Giuseppe Cucchiara. - Si sentiva solo in lontananza il traffico delle auto scorrere sulla statale, pochi metri sopra, e tutto pareva irreale».
Anche quel giorno, come d'abitudine, il «giudice ragazzino» si era rasato con cura, come faceva ogni mattina. Aveva salutato i genitori ed era salito in auto per recarsi, da Canicattì (dove abitava con la famiglia in un palazzo del centro storico) ad Agrigento, al lavoro in tribunale.
Nel suo viaggio solitario verso il capoluogo, quel 21 settembre del 1990 il giudice trovò il gruppo di fuoco ad attenderlo. Livatino era stato inflessibile fino alla fine. Come giudice a latere del tribunale aveva deciso di far parte del collegio chiamato a decidere sulla proposta di confisca dei beni, per centinaia di milioni di lire, a quattro presunti mafiosi agrigentini. E non si trattava di personaggi di poco conto. Infatti i beni vennero poi confiscati tra gli altri ai capi famiglia di Canicattì, proprio il suo paese di origine. Quando la richiesta di confisca dei beni approdò in Tribunale, Livatino ricevette più di un invito bonario per astenersi dall'essere componente di quel collegio.
«Lei signor giudice - gli dissero - si è già occupato di loro. Non sarebbe meglio che…».
Effettivamente anni prima, in procura, lui si era occupato delle famiglie mafiose di Canicattì che ora erano oggetto delle misure patrimoniali. Ma Rosario Livatino non ci aveva pensato su due volte: «Resto - aveva detto - La legge me lo consente!».
Racconterà qualche tempo dopo un pentito della Stidda di Palma di Montechiaro che quella mattina i killer si erano piazzati sulla strada, al bivio di Castrofilippo, all'estrema periferia di Canicattì, in attesa di veder transitare la vecchia utilitaria del giudice. Poi l'avevano seguito a distanza, perché il magistrato guidava a velocità moderata, finché, ormai fuori dal territorio di Canicattì, in contrada San Benedetto nel comune di Favara, entrarono in azione. E senza scorta e senza armi, per i sicari eliminare il giudice fu molto semplice. (da
La Sicilia, ripreso da qui).

Non doveva poi essere così incapace, questo ragazzino (38 anni ancora da compiere), se la mafia ha avvertito urgente il bisogno di eliminarlo. Ed è forse il caso di ricordare che non aveva la scorta. Probabilmente l’avrebbero ucciso lo stesso, ma resta il fatto che lo stato, rappresentato dal signor Cossiga, non gli aveva dato la scorta. E vorrei concludere questo ricordo con alcune parole di Giovanni Falcone:


"Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."
"Gli uomini passano, le loro idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini."

Speriamo che le nostre gambe siano forti abbastanza per reggere il peso di idee tanto grandi e coraggiose.



barbara




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20 settembre 2006

L’ASSEDIO DELLA NATIVITÀ

A proposito del comportamento dei religiosi cristiani in Israele e in Palestina, può essere utile una rilettura della recensione al libro sull’occupazione della Natività, scritto a suo tempo per Informazione Corretta.

Libro strano, questo di Innaro e Bonavolontà. Che non parte male, tutto sommato: faziosetto, certo - e chi mai si sarebbe aspettato qualcosa di diverso? - e tuttavia la verità riesce a trovarvi spazio: "Due lunghe raffiche, violentissime, di kalashnikov mandano in frantumi la serratura assieme alla nostra illusione che la Natività fosse il posto più sicuro di tutta Betlemme. Mauro, che russava, si risveglia con la telecamera in mano, in tempo per accenderla e farsi puntare il kalashnikov in mezzo agli occhi da un ragazzone palestinese, un armadio in mimetica, trafelato, che in arabo gli dice 'Non ci provare'." Nessun dubbio, dunque: la Natività è stata violata dai palestinesi entrati con le armi; Innaro conosce la verità ed è anche intenzionato a dirla. Qual è allora il problema? Il problema è che ad un certo punto ... finiscono le sigarette. E che cosa c'entrano le sigarette con il dramma della Natività? - si chiederà qualche non fumatore incallito, ignaro della magia di quei candidi cilindretti dall'aromatico cuore marrone. C'entrano, eccome se c'entrano! Perché quando viene contattato da un ufficiale israeliano che gli annuncia di aver pronto un piano per liberare i giornalisti, il nostro prode Innaro, a nome anche dei colleghi, rifiuta sdegnosamente: non siamo mica ostaggi, che ci dobbiate salvare! E poi con che cuore potremmo abbandonare i frati, che ci hanno salvati accogliendoci? Solo che poi, per l'appunto, finiscono le sigarette, e non resta che lasciarsi liberare. E da questo punto in poi Innaro non può più raccontare in prima persona ciò che accade nella basilica, e deve cedere la parola a padre Ibrahim Faltas, nella cui etica il rispetto per la verità non sembra proprio avere un posto di rilievo. La prima cosa che colpisce, nelle sue cronache, è proprio un sapore di intrinseca falsità, che esplode fuori in ogni riga. Per ognuno di quei trentanove giorni ci trascrive devotamente le preghiere pronunciate ogni sera e ad ogni singolo avvenimento. I palestinesi armati non vengono chiamati altro che "i ragazzi" o "il popolo della basilica". E sempre presenti, naturalmente, le litanie sul rischio di morire di fame, sulla "fame nera" che attanaglia tutti all'interno della basilica. Forse, prima di affrontare le dichiarazioni di padre Faltas, sarà bene rileggere quanto scritto da Lorenzo Cremonesi: "Tutto appare come è appena stato lasciato dai palestinesi. [...] Resti di cibo ovunque, tracce di bivacchi improvvisati sin sotto l'altare, letti di fortuna ricavati sotto i mosaici ai muri, nelle navate, e poi ancora cuscini lerci, una scatola di sardine ammuffite, radio sventrate, posate sporche, piatti usati, ciabatte, scarpe vecchie, vestiti unti, forbici. Negli angoli regna un tanfo insopportabile. Nessuno deve aver corso il rischio di morire di fame. Negli armadi usati per gli arredi sacri ai lati dell'altare principale si notano sacchi di riso, scatole di spaghetti, sale, zucchero, farina, conserve di carciofini, frutta e verdura che marciscono, scatolette di mais, hummus in vasi di plastica. L'acqua era presa dalle cisterne nel chiostro e nei diversi giardini del complesso, poi veniva messa in taniche di plastica gialla da 20 o 30 litri sparse dovunque. [...] Nelle cucine del convento francescano si trova ancora formaggio e salame. E non sembra proprio che se il cibo fosse davvero scarseggiato i palestinesi sarebbero stati così pronti a
lasciare che si potessero aprire le scatole di formaggini per poi lasciarne marcire almeno metà del contenuto in bella vista sulle balaustre dell'altare". Vediamo invece che cosa racconta il francescano "testimone": "Era tanta la fame che aveva ingerito delle erbe sconosciute raccolte in giardino. (...) Se aveste visto quello che mangiavano in quei giorni nella Basilica. Praticamente qualsiasi cosa avesse colore verde e un'aria vagamente commestibile. Nel chiostro di Santa Caterina c'erano due piccoli alberi di limone che ancora non danno frutti. Sono stati spogliati delle foglie e dispero che continuino a vivere. I palestinesi abbrustolivano le foglie e le mangiavano".
E addirittura, in un lampo di genio creativo: "Mi capitava di vedere il cuoco Abu Ibrahim che cucinava solo acqua bollita con qualche erba rimediata". Peccato che non possiamo provare la ricetta, non essendoci stato detto per quanto tempo bisogna far bollire l'acqua prima di cucinarla. Un'altra delle "fisse" di padre Faltas, è l'estrema armonia che regna fra il "popolo della basilica": nessuno è ostaggio di nessuno, tutti coloro che sono lì ci restano per libera scelta; e infatti, dopo aver proposto loro di far uscire almeno i ragazzini, racconta: "Mi hanno risposto: 'sono i ragazzini a rifiutarsi di uscire' ". Peccato che il diavolo, come è noto, anche quello dei francescani, faccia regolarmente le pentole prive di coperchi, e così, poche pagine più avanti: "Dal buio della Basilica quella sera sono fuggiti cinque agenti della polizia palestinese. Non hanno avvertito nessuno e sono scivolati via dalla porta degli armeni. Dovevano aver preso accordi con gli israeliani, altrimenti sarebbero stati ammazzati. 'Sono dei collaborazionisti' ha denunciato qualcuno rimasto dentro, rosso di rabbia". E ancora: "Nel frattempo l'avvocato Salman era uscito per una nuova sessione di trattative con gli israeliani. Si discuteva di come liberare un altro gruppo. I palestinesi hanno detto: 'Okay, facciamo uscire dei giovani se voi fate entrare il cibo per chi rimane dentro' ". Tutto chiaro, dunque: i palestinesi non trattengono nessuno, ognuno è libero di restare o andare, a suo piacimento. Quanto ai sentimenti personali di padre Ibrahim: "Ho paura. Ci sentiamo presi tra due fuochi: i palestinesi qui, GLI EBREI fuori": caso mai qualcuno avesse avuto dei dubbi. E verso la conclusione, con sommo sprezzo del ridicolo, arriva addirittura a recitare: "Grazie a Dio per avermi conservato dalla parte della verità, tenendomi lontano dall'arroganza delle menzogne". E qui preferiamo astenerci da ogni commento, che sarebbe davvero superfluo.
E la coppia Innaro-Bonavolontà, nel frattempo? La coppia commenta quanto accade, quanto vede dall'esterno, quanto sente dai testimoni più o meno diretti della vicenda. Si nota, in generale, un certo sforzo di guardare gli avvenimenti con occhi non strabici. Ciò che sta avvenendo nella basilica viene più volte chiamato "l'assedio-occupazione", viene dato un discreto spazio all'impressionante serie di micidiali attentati che hanno preceduto l'occupazione di Betlemme da parte dell'esercito israeliano, si presta attenzione anche alle sofferenze dell'altra parte: "Immaginate cosa può essere vivere con il coprifuoco quando dura settimane. E' un incubo, con i bambini che scoppiano dentro casa, con i rischi che si corrono anche solo ad affacciarsi da una finestra. Non è tanto diverso dalla realtà che vivono gli israeliani alle prese con le insidie del terrorismo nascosto dietro ogni angolo. Anche loro sono costretti a tenere i bambini più lontani possibile dal pericolo, a farli stare segregati in casa". Racconta, fra un episodio e l'altro della vicenda in corso, Storia e storie della regione. Si può notare qualche omissione, come quando parla del Baby Hospital fondato nel 1952 da un prete svizzero sensibile alle condizioni di indigenza che provocavano tanti morti fra i bambini, o dell'Università cattolica di Betlemme voluta nel 1964 da Paolo VI, preoccupato per il problema dell'istruzione dei giovani palestinesi, senza ricordare - molti lettori probabilmente lo ignorano - che a quell'epoca l'area non era sotto "occupazione" israeliana, bensì in mani arabe. Ma nel complesso la narrazione appare abbastanza equilibrata - soprattutto se confrontata con altre pubblicazioni attualmente in circolazione. Troviamo ironiche denunce: "La grande villa in stile hollywoodiano che Rashid si è fatto costruire a Ramallah col suo magro stipendio di alto funzionario palestinese", e addirittura un incredibile, inaspettato elogio indiretto di Sharon: "Ma Omri Sharon non ha la statura morale, politica, militare del suo illustre genitore". E ancora di più riusciamo a trovare scavando tra le righe. In conclusione, se non fosse per l'ingombrante presenza di padre Ibrahim Faltas, il libro non sarebbe da bocciare, ma le menzogne del santo francescano gettano un'ipoteca davvero pesante su tutta la narrazione.


Marc Innaro, Giuseppe Bonavolontà - L'assedio della Natività - Ponte alle Grazie



barbara




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20 settembre 2006

LA REPRESSIONE DEI CRISTIANI NEL MONDO ISLAMICO – parte seconda

di David Raab

L'occupazione da parte dell'AP della Chiesa della Natività
Il 2 aprile 2002, quando Israele ha cominciato l'operazione Scudo Difensivo per combattere le infrastrutture terroriste palestinesi a Betlemme, "un certo numero di terroristi presero la Chiesa di Santa Maria e trattennero i monaci e alcune suore contro la loro volontà. I terroristi hanno usato la Chiesa come luogo da cui sparare ai soldati dell'IDF nella zona. I soldati non hanno risposto al fuoco contro la chiesa, quando venivano bersagliati da colpi di arma da fuoco. Un drappello dell'IDF, sotto il comando del comandante regionale della zona di Betlemme, è entrato nella Chiesa oggi, senza battaglia, in coordinamento con i suoi capi, e ha evacuato i preti e le suore" (19).
Tre monaci armeni, tenuti in ostaggio da palestinesi armati dentro la Chiesa della Natività a Betlemme sono riusciti a fuggire dalla chiesa attraverso un cancello secondario. Hanno subito ringraziato i soldati per averli salvati.
Hanno detto agli ufficiali che i palestinesi avevano rubato oro e altre proprietà, compresi crocifissi e libri di preghiera e che avevano causato danni.
Uno dei frati, Narkiss Korasian, ha detto ai giornalisti: "Hanno rubato tutto, hanno aperto le porte una per una e rubato ogni cosa. Hanno rubato i nostri libri di preghiera e quattro crocifissi. Non hanno lasciato niente. Grazie per il vostro aiuto, non lo dimenticheremo mai".
Secondo gli ufficiali israeliani, i monaci avevano detto che i palestinesi avevano cominciato a picchiare ed essere violenti con i monaci (20).

Dopo la fine dell'assedio, i soldati dell'AP hanno lasciato la chiesa in condizioni terribili.
I palestinesi armati si erano rinchiusi nella chiesa e avevano preso tutte le scorte di cibo dei frati e "le avevano mangiate come mostri affamati" fino a che il cibo non aveva cominciato a scarseggiare per i 150 civili. Si erano anche tracannati birra, vino e Johnnie Walker che avevano trovato nei quartieri dei monaci, incuranti del divieto islamico di consumare alcolici. Queste gozzoviglie sono durate per circa due settimane, nel corso dei 39 giorni di assedio, quando il cibo e gli alcolici sono finiti, secondo quanto raccontato da quattro monaci greco-ortodossi intrappolati per tutto il tempo dentro
la Chiesa.
"Dovrebbero vergognarsi. Si sono comportati come animali, come lupi affamati. Venite, vi faccio vedere" - ha detto un frate, che si è rifiutato di dire il suo nome. Ha mostrato bottiglie di birra vuote e centinaia di mozziconi di sigarette gettati a terra. I frati hanno quindi portato i giornalisti a vedere i computer smembrati e le televisioni usate come nascondigli per le armi.
"Ecco quale ricompensa abbiamo avuto per aver 'ospitato' questi cosiddetti ospiti" ha detto l'Arcivescovo Ironius, mentre mostrava ai giornalisti il salone d'ingresso del monastero greco-ortodosso. I monaci ortodossi e alcuni civili hanno detto che i palestinesi avevano creato un regime di terrore.
Anche nella zona cattolica del complesso c'erano i segni del disprezzo per le norme religiose. I preti cattolici hanno detto che alcune Bibbie sono state fatte a pezzi per farne carta igienica e molti oggetti sacri sono stati rimossi. "I palestinesi hanno preso i candelabri, le icone e qualsiasi cosa che sembrasse oro" ha detto un francescano, il reverendo messicano Nicholas Marquez (21).

Comportamenti simili a Gerusalemme
Nonostante non abbia uno status legale a Gerusalemme, gli impiegati dell'AP si comportano in modo simile anche là.
In realtà l'AP nega qualsiasi legame ebraico, così come cristiano, con Gerusalemme. Walid M. Awad, direttore delle relazioni pubbliche con gli stranieri presso il Ministero dell'Informazione palestinese, ha affermato: "Il fatto che il Tempio [ebraico] si trovi sul Monte del Tempio è dubbio. Ci sono accademici che dicono che potrebbe essere a Gerico o altrove, a 4 chilometri di distanza da Gerusalemme". E chiede: "Il Nuovo Testamento parla di Gesù che va al Tempio a Gerusalemme. State forse dicendo che Gesù andava a Gerico invece che a Gerusalemme?" Risponde "dipende presso quale tempio voi pensate si dirigesse" (22). L'Ambasciatore Dennis Ross afferma: "L'unica nuova idea che Arafat ha portato a Camp David è stata che il Tempio non esisteva a Gerusalemme" (23).
Un leader cristiano, Padre Marun Lahham, fa sapere che "le frequenti dichiarazioni dei musulmani secondo le quali Gerusalemme sarebbe una città islamica preoccupano i cristiani" (24).
Anche il Waqf nominato dall'AP sta lavorando febbrilmente per trasformare il Monte del Tempio, un luogo sacro per i cristiani e gli ebrei, in una moschea e cancellare qualsiasi traccia del Tempio. Nel giugno del 2000 Ha'aretz ha riferito che "Il Movimento Islamico in Israele ha un piano per costruire una moschea sul lato orientale del Monte del Tempio" e che in realtà, secondo il capo del Movimento, "l'intera zona del Monte del Tempio è parte inseparabile e integrale della Moschea di Al Aqsa" (25).
Il Waqf si è fatto beffa delle leggi dello Stato di Israele. I suoi impiegati hanno chiesto e ricevuto il permesso di aprire un'uscita di emergenza per la nuova moschea nelle Stalle di Salomone. In realtà il Waqf cerca di rompere quattro degli archi sotterranei nella parte settentrionale delle Stalle di Salomone. Per farlo hanno scavato un enorme foro di 60 metri di lunghezza e 25 di larghezza proprio al centro del Monte del Tempio. 6.000 tonnellate di terra sono state rimosse. Alcune tonnellate sono state gettate in discariche, altre sono state buttate nel fiume Kidron. Antichità risalenti al primo e secondo tempio sono state buttate via fra i rifiuti (26).
Il direttore generale dell'Autorità per le Antichità israeliano, Shuka Dorfman, afferma "categoricamente" e "in modo inequivocabile, che vi è un danno archeologico commesso dal Waqf alle antichità del Monte del Tempio" (27).
Sotto la "sorveglianza" del Waqf, "quei ladri dei palestinesi stanno scavando senza vergogna manufatti ebraici dal sito sacro del Monte del Tempio e cercano di venderli al mercato nero per almeno un milione di dollari" (28).
Recentemente, dall'inizio della guerra del terrore palestinese, il Waqf ha impedito a molti cristiani di visitare il Monte del Tempio, nonostante il fatto che non vi fossero motivi di sicurezza di alcun tipo.

Riduzione del potere politico dei cristiani
Storicamente non solo Betlemme era una città cristiana governata principalmente da cristiani, ma con le città sorelle di Beit Jalla e Beit Sakhur, era la più grande enclave di cristiani in Cisgiordania.
Dopo averne assunto il controllo nel 1995, l'Autorità Palestinese ha cominciato a islamizzare Betlemme. Ha cambiato i confini della municipalità e ne ha modificato drammaticamente la demografia incorporando in essa 30.000 musulmani di tre campi profughi vicini, Dehaisheh, El-Ayda' e El-Azeh. Ha anche aggiunto alcune migliaia di beduini della tribù di Ta'amrah, dislocati ad est di Betlemme e ha incoraggiato l'immigrazione musulmana da Hebron a Betlemme. Il risultato è che nella zona i 23.000 cristiani sono stati ridotti da una maggioranza del 60% nel 1990 a una minoranza nel 2001.
Inoltre, in sprezzo della tradizione, Yasser Arafat ha nominato un musulmano di Hebron, Muhammed Rashad A-Jabari, governatore di Betlemme. Questi ha licenziato il consiglio comunale esistente, composto da 9 cristiani e due musulmani, e lo ha rimpiazzato con un concilio composto per il 50% da musulmani. Anche se il sindaco è cristiano, i funzionari di più alto livello, i settori della sicurezza e altri settori sono stati svuotati dei loro impiegati comunali cristiani (29). Per di più, "secondo le nuove regole per l'elezione del consiglio comunale stabilite dall'Autorità Palestinese - ma non ancora in vigore - il sindaco sarà comunque nominato dai membri del consiglio della propria città. I cristiani temono che queste nuove regole aprano la strada alla nomina di sindaci musulmani in una città tradizionalmente cristiana" (30).
Sebbene 6 degli 88 seggi al Consiglio legislativo palestinese siano stati riservati a cristiani (31), rappresentando quindi più del doppio della loro effettiva proporzione nella società palestinese, il Consiglio è un'entità praticamente senza poteri. In modo simile,
nessun cristiano detiene una posizione di potere nel governo palestinese.

Soprusi sui cristiani palestinesi da parte di musulmani palestinesi
I palestinesi cristiani sono ritenuti da molti musulmani come una potenziale quinta colonna israeliana - come fossero cristiani libanesi. In realtà, all'inizio della recente guerra del terrore nel 2000, i musulmani palestinesi hanno attaccato i cristiani a Gaza, come confermato da Padre Raed Abusahlia, cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme (32).
A Betlemme e nella vicina Beit Sahur ci sono molte scritte sui muri contro i cristiani: "Prima la gente del Sabato [gli ebrei], poi la gente della domenica [i cristiani]" (33). Lo stesso slogan è stato spesso cantato durante le manifestazioni antiisraeliane dell'Olp/AP. Accusate di indossare vestiti occidentali "permissivi", le donne cristiane di Betlemme sono state intimidite varie volte. Infine si ha notizia di frequenti rapimenti e stupri di donne cristiane (soprattutto a Beit Sahur), come già avvenuto in Libano (34).
Cimiteri cristiani sono stati profanati, sono state tagliate le linee telefoniche dei monasteri e ci sono state irruzioni nei conventi. (35).
Nel luglio del 1994 "The Wall Street Journal" ha riferito che i musulmani palestinesi non avrebbero venduto terra ai cristiani e che gli immobili e le associazioni dei cristiani erano state attaccate da estremisti musulmani. Tombe, statue e crocifissi cristiani erano stati dissacrati; e cristiani avevano subito aggressioni, percosse e attacchi con bombe molotov (36).
Nel febbraio del 2002 musulmani palestinesi hanno scatenato un'ondata di aggressioni contro i cristiani a Ramallah, e l'Autorità Palestinese non è intervenuta. Come denunciato dal "Boston Globe": "La verità è che si tratta di un problema fra cristiani e musulmani - dice un imprenditore cristiano - Non c'è sicurezza per noi. Ognuno usa la legge a modo suo. Uno accusa il fratello di un uomo, e gli bruciano la casa, il negozio, la macchina, e la polizia di Ramallah sta lì e guarda. Questa è la democrazia per la Palestina?"
Anche alcuni agenti dei servizi di sicurezza partecipano a queste devastazioni, dicono i testimoni. "Il capo della sicurezza a Kalandia è stato denunciato per queste devastazioni" ha detto un commerciante musulmano. Il sindaco di Ramallah è venuto, ha visto cosa stava succedendo, e se n'è andato. Sono musulmano, ma condanno queste cose. Sono dei selvaggi" (37).
Simili attacchi sono avvenuti anche a Gerusalemme Est. Nel finesettimana bande di giovani musulmani hanno devastato i locali di una piscina vicino alla Chiesa del Santo Sepolcro, frequentata dai giovani cristiani. Quattro cristiani sono stati accoltellati e feriti leggermente, uno però è stato ricoverato in ospedale. Secondo i testimoni circa 50 giovani musulmani hanno marciato per i quartieri cristiani, cantando slogan anticristiani. Hanno attaccato i cristiani anche nelle case, distruggendo sedie, tavoli e altri oggetti. Il vice capo della polizia della Città Vecchia, David Givati, ha confermato che ci sono stati di recente alcuni di questi attacchi di musulmani contro cristiani (38).

La reazione dei palestinesi cristiani: fuga
Con gli Accordi di Oslo fra il 1995 e il 1997, all'Autorità Palestinese veniva dato il controllo su oltre il 98% della popolazione palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Ci si sarebbe potuti aspettare che i palestinesi cristiani, nello spirito dell'autodeterminazione palestinese, aderissero alla giurisdizione dell'AP. Ma non è stato così; i cristiani palestinesi stanno scappando.
I cristiani palestinesi sono già fuggiti al dominio islamico in passato. Nell'ultimo censimento delle autorità mandatarie britanniche nel 1947, c'erano 28.000 cristiani a Gerusalemme. Il censimento svolto da Israele subito dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, con cui terminò il controllo durato 19 anni della Giordania sulla parte orientale della città, trovò che erano rimasti soltanto 11.000 cristiani a Gerusalemme Est. Circa 17.000 (il 61%!) erano scappati durante il dominio giordano su Gerusalemme (39).
In realtà, i palestinesi cristiani hanno sofferto per secoli, in quanto "dhimmi". Ad esempio, un viaggiatore inglese in Terra Santa nel 1816 notava che ai cristiani non era permesso viaggiare a cavallo senza permesso esplicito del Pascià musulmano (40).
All'inizio del '900, aggressioni sporadiche ai cristiani da parte dei musulmani accadevano in molte città palestinesi (41). Durante le rivolte arabe palestinesi della fine degli anni '30 - e a cui parteciparono ben pochi cristiani - se un contadino cristiano rifiutava di rifornire le bande terroriste con armi e rifornimenti, le loro vigne venivano sradicate e le loro donne violentate. I ribelli costringevano la popolazione cristiana ad osservare il giorno di riposo al venerdì, invece che alla domenica e a sostituire il Fez con la Kefia, per gli uomini, mentre le donne erano costrette ad indossare il velo. Nel 1936 i musulmani marciarono verso il villaggio cristiano di Bir Zayt, vicino a Ramallah, cantando "Stiamo andando ad ammazzare i cristiani" (42).
Dal 1953 al 1967, la Giordania cominciò ad islamizzare il quartiere cristiano della città vecchia di Gerusalemme con leggi che vietavano ai cristiani di comprare la terra e le case. Fu ordinata la chiusura obbligatoria delle scuole durante le festività musulmane e fu permesso che moschee fossero costruite accanto alle chiese, impedendo a quest'ultime qualsiasi possibilità di allargarsi.
(Amici di Israele, 05.11.02 - trad. Valentina Piattelli)

Note:
19 Portavoce dell'IDF 3 aprile 2002
20 Margot Dudkevitch, "Gunmen Stole Gold, Crucifixes, Escaped Monks Report" The Jerusalem Post, 24 aprile 2002
21 "'Greedy Monsters' Ruled Church," The Washington Times, 15 maggio 2002
22 Intervista all'Imra, 25 dicembre 1996
23 Intervista al Fox News Sunday, 21 aprile 2001
24 Al-Quds, June 18, 1999, 18 giugno 1999, riportato da MEMRI, edizione 41 del 2 agosto 1999
25 Nadav Shragai, "Islamic Movement Planning Fourth Mosque For Temple Mount," Haaretz (Online English Edition), 18 giugno 2000
26 Andrea Levin, "EYE ON THE MEDIA: Desperately Seeking the Temple Mount, "The Jerusalem Post, 11 luglio 2000
27 Etgar Lefkovits, "Antiquities Authority: Wakf damaging Temple Mount," The Jerusalem Post, 22 marzo 2001
28 Uri Dan, "Temple Mount Artifacts Looted", "The New York Post", 22 aprile 2001
29 Associated Press, cit. in Yoram Ettinger, "The Islamization of Bethlehem By Arafat," Jerusalem Cloakroom #117, Ariel Center for Policy Research, 25 dicembre 2001
30 Daphne Tsimhoni, "The Christians in Israel, the West Bank and the Gaza Strip," Middle East Quarterly, inverno 2001
31 Daphne Tsimhoni, "The Christians in Israel, the West Bank and the Gaza Strip," Middle East Quarterly, inverno 2001
32 Margot Dudkevitch et al, "Church Denies Christians Fleeing PA Areas," The Jerusalem Post, October 26, 2000
33 Andre Aciman, "In the Muslim City Of Bethlehem," New York Times Magazine, 24 dicembre 1995
34 Associated Press, cit. in Yoram Ettinger, "The Islamization of Bethlehem By Arafat," Jerusalem Cloakroom #117, Ariel Center for Policy Research, 25 dicembre 2001
35 "The Palestinian Authority's Treatment of Christians in the Autonomous Areas", Governo di Israele, ottobre 1997, tradotto in inglese dall'Imra.
36 "Bat Ye'or, Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide", Fairleigh Dickenson University Press, 2002, p. 244
37 Charles Radin, "Mob Fears Grow In West Bank" "The Boston Globe", 6 febbraio 2002.
38 Bill Hutman, "Concern Over Moslem Attacks On Christians In Old City," "Jerusalem Post", 8 luglio 1994
39 "The Palestinian Authority's Treatment of Christians in the Autonomous Areas", Governo di Israele, ottobre 1997, tradotto in inglese dall'Imra.
40 James Silk Buckingham, "Travels in Palestine", London 1821, citato in Bat Ye'or, p. 98
41 Yehoshua Porath, "The Palestinian Arab National Movement, 1929- 1939: From Riots to Rebellion" (London, 1977), p.109, citato in Bat Ye'or p. 160-161
42 Yehoshua Porath, "The Palestinian Arab National Movement, 1929- 1939: From Riots to Rebellion" (London, 1977), p.109, citato in Bat Ye'or pp. 268-70 (da “Notizie su Israele”)




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19 settembre 2006

GRAZIEGRAZIEGRAZIE!!!

i 50 blog più visitati
(Questa classifica riporta l'elenco dei blog più visitati del Cannocchiale, escludendo quei blog i cui contatori sono contraffatti con espedienti tecnici.)

46  celine113841Noi non cambiamo mai! Né calzini, né padrone, né opinioni, oppure cambiamo troppo tardi, quando non ne vale più la pena

47LucaP112668"i non ancora nati hanno perso ogni diritto alla nostra compassione e, visto che non li guardiamo negli occhi, ci sembra logico e lecito ucciderli" Roger Scruton
48 Bifidus111515Perchè anche i Lactobabilli hanno un anima
49 alzataconpugno111439un caso troppo particolare per essere statisticamente rilevante...
50  ilblogdibarbara110292fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza

E ancora grazie a tutti.
barbara




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19 settembre 2006

LA REPRESSIONE DEI CRISTIANI NEL MONDO ISLAMICO – parte prima

di David Raab

Introduzione
La comunità cristiana nelle aree amministrate dall'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è piccola, ma simbolicamente importante. I circa 35.000 cristiani che vivono in Cisgiordania e i 3.000 che vivono a Gaza (1) rappresentano circa l'1,3% dei palestinesi. Oltre a questi ci sono 12.500 cristiani che vivono a Gerusalemme est.
La percentuale cristiana, però, sta rapidamente diminuendo, e non solo a causa della difficile situazione militare ed economica degli ultimi due anni. Ci sono molti segnali che indicano che la popolazione cristiana viene perseguitata a causa della propria religione. Considerando il contesto delle condizioni dei cristiani negli altri paesi del medio oriente, la situazione è molto preoccupante.

La repressione cristiana nel mondo islamico
Nel mondo islamico, i cristiani sono considerati "dhimmi", categoria tollerata - anche se ritenuta inferiore - e che necessita protezione da parte dell'islam. La "dhimmitudine" è parte integrante dell'islam; è un "patto di protezione" che interrompe "il diritto dei conquistatori musulmani di uccidere o rendere schiavi ebrei e cristiani, a condizione che questi paghino un tributo" (2).
La vita dei cristiani nei paesi islamici è sempre stata difficile, e lo è tuttora. In Egitto "solo le scuole musulmane, e non quelle cristiane, ricevono aiuti da parte dello Stato... È praticamente impossibile costruire nuove chiese o restaurare quelle vecchie... I cristiani vengono spesso ostracizzati o insultati pubblicamente, e la legge proibisce ai musulmani di convertirsi al cristianesimo..." (3).
L'Arabia Saudita "è uno dei paesi più repressivi nei confronti dei cristiani. Non ci sono chiese in tutto il paese. I lavoratori stranieri rappresentano un terzo della popolazione, e molti di loro sono cristiani.
Per tutto il periodo in cui risiedono in Arabia Saudita (a volte anni), viene proibito loro di mostrare simboli cristiani o Bibbie, e addirittura di incontrarsi pubblicamente per pregare. Alcuni hanno visto le proprie Bibbie messe dentro un tritadocumenti quando sono entrati nel paese" (4).
In Iran "pubblicare testi cristiani è illegale e la conversione dall'islam è punibile con la pena di morte. Ai cristiani non viene permesso di testimoniare in una corte islamica quando un musulmano è coinvolto e vengono discriminati sul lavoro".

I cristiani nell'Autorità Palestinese
L'islam è la religione ufficiale dell'Autorità Palestinese (5).
Inoltre, i gruppi fondamentalisti Hamas e Jihad islamica hanno promosso l'influenza islamica sulla società palestinese.
Ufficialmente, l'ANP dichiara di non discriminare i cristiani, dando queste prove: natale è riconosciuto come una festività ufficiale; il presidente Arafat presenzia alla messa di natale e ha dichiarato come suo compito "la protezione dei luoghi sacri cristiani e islamici” (6).
Alcuni cristiani occupano posti di rilievo nell'ANP. Ma in pratica, le cose vanno diversamente. Nel sermone di venerdì 13 ottobre 2000, trasmesso in diretta da una moschea di Gaza dalla televisione dell'Autorità Palestinese, il Dottor Abu Halabiya ha dichiarato: "Allah l'onnipotente ci chiede di non allearci con gli ebrei e i cristiani, non provare simpatia per loro, non diventare loro soci, non sostenerli e non firmare accordi con loro" (7).
Inoltre, nessuna legge dell'Autorità Palestinese protegge la libertà religiosa (8). Nonostante abbia detto che "il diritto di tutti i palestinesi di pregare e praticare il proprio credo religioso viene salvaguardato", un Ministro dell'Informazione dell'Autorità Palestinese ha dichiarato anche che: "Il popolo palestinese è governato dalla Sharia (legge islamica)... anche per quello che riguarda le questioni religiose.
Secondo la Sharia, applicata in tutto il mondo islamico, qualunque musulmano che si converte o che dichiara di non credere più nell'islam commette il più grande peccato, punibile con la pena capitale... l'Autorità Palestinese non può tenere una posizione diversa riguardo a questa questione" (9).
Nel tentativo di non irritare i cristiani, la dichiarazione continua dicendo che la pena di morte per una conversione "non ha mai avuto luogo, e non avrà luogo in futuro" nei territori palestinesi, ma che "le norme e le tradizioni si occuperanno della situazione se dovesse verificarsi".
Nell'agosto del 1997 un poliziotto palestinese a Beit Sahur ha aperto il fuoco su una folla di arabi cristiani, ferendone sei. L'Autorità Palestinese ha cercato di nascondere l'episodio e ha fatto sapere di non gradire la pubblicizzazione della storia. Il comandante locale della polizia palestinese ha istruito i giornalisti a non parlare dell'incidente.
Alla fine di giugno del 1997 un palestinese convertito al cristianesimo nella Cisgiordania settentrionale è stato arrestato da agenti del Servizio di Sicurezza Preventiva dell'Autorità Palestinese. Stava regolarmente assistendo ad un incontro religioso in Chiesa e distribuendo Bibbie. L'Autorità Palestinese ne ha ordinato l'arresto.
Agenti di sicurezza dell'Autorità Palestinese hanno recentemente avvisato il Pastore di una chiesa di Ramallah che stavano controllando le sue attività evangeliche nella zona e che lo volevano interrogare sulla sua propagazione del cristianesimo.
Un convertito palestinese che vive in un villaggio vicino a Nablus è stato di recente arrestato dalla polizia palestinese. Un predicatore musulmano è stato portato al suo cospetto dalla polizia ed ha cercato di convincerlo a tornare all'Islam. Quando il convertito si è rifiutato è stato portato davanti a una corte che lo ha condannato al carcere per aver offeso il leader religioso.
Un altro convertito di Ramallah ha visto arrivare a casa sua un poliziotto che lo ha avvertito che se avesse continuato a predicare il cristianesimo sarebbe stato arrestato e accusato di essere una spia israeliana (10).
In un altro rapporto del 2002, basato sulle informazioni raccolte dai servizi segreti durante l'operazione israeliana Scudo Difensivo si afferma che "Il sistema dei servizi segreti di Fatah e Arafat ha intimidito e maltrattato la popolazione cristiana a Betlemme. Hanno estorto loro denaro, confiscato terre e proprietà e li hanno lasciati alla mercé di teppisti e criminali, senza protezione" (11).
Fatti simili sono stati denunciati sul "Washington Times" dopo l'occupazione da parte della AP della chiesa della Natività a Betlemme.
Gli abitanti di questa città biblica hanno espresso sollievo per l'esilio a Cipro [e da qui accolti in Europa, Italia compresa. N.d.T.] dei 13 estremisti palestinesi che secondo loro avevano imposto un regime di terrore per due anni, con stupri, estorsioni ed assassini. I 13 mandati a Cipro, così come gli altri 26 mandati nella striscia di Gaza, si erano rifugiati nella chiesa della Natività provocando un assedio durato 39 giorni.
I palestinesi che vivevano vicino alla chiesa hanno descritto il gruppo come una banda criminale che perseguitava in particolar modo i palestinesi cristiani, pretendendo "soldi per la protezione" dai principali commercianti, che producono e vendono articoli religiosi.
"Finalmente i cristiani possono respirare liberamente" ha detto Helen, una cinquantenne, madre di quattro figli. "siamo così contenti che questi criminali che ci hanno spaventato così a lungo se ne siano finalmente andati".
L'ostilità di questa banda contro i cristiani si e' estesa al chierichetto diciassettenne ucciso a colpi di arma da fuoco durante un'incursione israeliana in ottobre.
Un piccolo monumento in pietra eretto dalla famiglia in memoria di Johnny Talgieh sul luogo di piazza Manger, dove è morto, è stato preso a calci e sputi da membri della banda, poi è stato avvolto di corde e cavi fino a farlo cadere distrutto al suolo.
"Non volevano riconoscere che un cristiano potesse avere tanta considerazione [come martire]" ha detto un familiare. "Odiano noi cristiani più di quanto amino la Palestina" (12).
Oltre al danno la beffa: durante questo regno del terrore le Brigate Martiri di Al Aqsa (dichiarate dagli Stati Uniti un'organizzazione terrorista) mandarono una lettera al consiglio comunale di Betlemme "pretendendo" aiuto nella forma di contributi pecuniari per le operazioni militari. Nell'aggiungere cinicamente un simbolo cristiano alla loro richiesta di estorsione, la lettera era firmata "Fatah - Brigate Martiri di Al Aqsa e Brigate della Chiesa della Nativita'" (13).

Oltraggi da parte dell'Autorità Palestinese verso luoghi santi cristiani
L'AP ha mostrato disprezzo per alcuni luoghi santi cristiani e vi sono state anche alcune profanazioni. Per esempio, senza aver ottenuto il consenso dalla chiesa, Yasser Arafat ha deciso di trasformare il monastero greco ortodosso vicino alla chiesa della Natività a Betlemme nella sua residenza durante la visita alla città (14). Il 5 luglio del 1997 l'OLP si è impadronito del Monastero russo della Trinità della Quercia di Abramo, a Hebron, sfrattando con la forza i monaci e le suore (15).
Nella Guerra del Terrore Palestinese fra il 2000 e il 2002, le milizie dell'AP Tanzim, fra i vari luoghi che avrebbero potuto scegliere fra quelli occupati nel 1967, scelsero la città cristiana di Beit Jalla per sparare su Gerusalemme. Si piazzarono di proposito vicino a chiese (per esempio San Nicola), case e alberghi cristiani, oltre che al club greco-ortodosso, sapendo che un piccolo errore nel fuoco di ritorno israeliano avrebbe danneggiato chiese e istituzioni cristiane (16). In altre parole hanno preferito mettere in cattiva luce Israele piuttosto che preservare la santità e l'integrità dei siti e delle proprietà cristiane.
Ad un certo punto Andreas Reinecke, capo dell'ufficio di relazioni pubbliche tedesco presso l'AP ha protestato. Notevole la sua lettera, dove si parla di alcuni episodi avvenuti alla scuola Talitakoumi, a Beit Jalla, finanziata soprattutto dalla Chiesa Protestante di Berlino.
"Nei giorni scorsi il personale della scuola ha notato tentativi da parte di diversi palestinesi armati di usare gli edifici della scuola e alcuni giardini per le loro attività. Se ci riescono, la reazione israeliana sarà inevitabile. Questo avrà un impatto negativo sulla continuazione delle lezioni, dove studiano non meno di 1.000 palestinesi [cristiani]. Non potete neanche immaginare quale disagio provocherebbe ai sostenitori di questa scuola [in Germania] la scoperta che gli edifici scolastici vengono usati come campo di battaglia (17).
L'esempio più eclatante del disprezzo da parte dell'AP per la santità dei luoghi di culto cristiani è stata l'occupazione nel marzo del 2002 della Chiesa della Natività a Betlemme da parte di forze dell'AP e la cattura di oltre 40 religiosi cristiani come ostaggi. Questa occupazione non è stata un atto di disperazione o la ricerca di un rifugio durate una battaglia. È stata un'azione premeditata per mettere in cattiva luce Israele. Secondo le nostre fonti e la conferma data da un comandante dei Tanzim, Abdullah Abu- Hadid, "L'idea era quella di entrare nella chiesa per suscitare pressioni internazionali su Israele . Già sapevamo che c'erano cibarie in grado di sostenere i 50 monaci per due anni. Olio, fagioli, riso, olive. Buoni bagni e il pozzo più grande della vecchia Betlemme. Non c'era bisogno di elettricità perché c'erano le candele. Nell'orto coltivavano verdure. C'era tutto il necessario" (18).
Il comportamento delle forze ufficiali dell'AP durante questo episodio mostra chiaramente il disprezzo per il luogo sacro, come descritto di seguito.
(Amici di Israele, 05.11.02 - trad. Valentina Piattelli)

Note:
1 Daphne Tsimhoni, "The Christians in Israel, the West Bank and the Gaza Strip," Middle East Quarterly, inverno 2001
2 "Bat Ye'or, Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide", Fairleigh Dickenson University Press, 2002, p. 41
3 Jonathan Adelman and Aggie Kuperman, "Rocky Mountain News", 22 dicembre 2001
4 "Muslim Countries Becoming Bolder in Persecuting Christians," Battle Cry Magazine, settembre/ottobre 2001
5 Daphne Tsimhoni, "The Christians in Israel, the West Bank and the Gaza Strip," Middle East Quarterly, inverno 2001
6 Daphne Tsimhoni, "The Christians in Israel, the West Bank and the Gaza Strip," Middle East Quarterly, inverno 2001
7 MEMRI Special Dispatch No. 138, 13 ottobre 2000
8 "International Religious Freedom Report: Israel and the Occupied Territories" Dipartimento di Stato Americano, realizzato il 26 ottobre 2001
9 Ministero dell'informazione dell'Autorita' Palestinese, dicembre 1997. Riportato da: http://www.lawsociety.org/Reports/reports/1998/crz4.html
10 "The Palestinian Authority's Treatment of Christians in the Autonomous Areas", Governo di Israele, ottobre 1997, tradotto in inglese dall'Imra.
11 Dani Naveh (Israeli Minister of Parlamentary Affairs) et al, The Involvement of Arafat, PA Senior Officials and Apparatuses in Terrorism against Israel, Corruption and Crime, 2002, http://www.mfa.gov.il/mfa/go.asp?MFAH0lom0
12 Sayed Anwar, "Exiled Palestinian militants ran two-year reign of terror," "The Washington Times", 13 maggio 2002.
13 Dani Naveh (Israeli Minister of Parlamentary Affairs) et al, The Involvement of Arafat, PA Senior Officials and Apparatuses in Terrorism against Israel, Corruption and Crime, 2002, http://www.mfa.gov.il/mfa/go.asp?MFAH0lom0
14 "The Palestinian Authority's Treatment of Christians in the Autonomous Areas", Governo di Israele, ottobre 1997, tradotto in inglese dall'Imra.
15 Associated Press, cit. in Yoram Ettinger, "The Islamization of Bethlehem By Arafat," Jerusalem Cloakroom #117, Ariel Center for Policy Research, 25 dicembre 2001
16 Associated Press, cit. in Yoram Ettinger, "The Islamization of Bethlehem By Arafat" Jerusalem Cloakroom #117, Ariel Center for Policy Research, 25 dicembre 2001
17 Lettera di Andreas Reinecke al colonello Jibril Rajoub, capo dell'apparato di sicurezza preventiva dell'AP in Cisgiordania, 5 maggio 2002, dal portavoce dell'IDF, 12 maggio 2002.
18 Yediot Ahronot 24 maggio, cit. in Daily Alert, Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche, 30 maggio 2002.

barbara




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18 settembre 2006

MA PERCHÉ? PERCHÉ NO

Succede che in un Paese quasi fuori dal mondo, in cui si parla una lingua che, al di fuori dei confini nazionali, sarà conosciuta forse (forse) da una dozzina di persone, un giornale pubblica delle vignette in cui si adombra l’ipotesi che l’islam non sia il massimo in termini di amore e fratellanza. Succede che un signore islamico amante della pace ci si mette di buzzo buono a rivelare il misfatto alle masse islamiche per lo più analfabete, e attacca a battere madrase e moschee, e dopo cinque mesi di indefesso lavoro arriva finalmente il risultato: le masse islamiche, oltraggiate dal sospetto che loro non siano la bontà personificata, si danno a saccheggiare e incendiare, distruggere e devastare, e naturalmente uccidere. E i nostrani leccaculo di terroristi che cosa fanno? Si indignano. Si angosciano. Si arrabbiano: è colpa nostra. Abbiamo provocato. Abbiamo mancato di rispetto. La libertà di pensiero, di parola, di stampa non è affatto questo. Non si fa. E poco importa che da loro si pubblichino vignette in cui il papa con tonaca alzata e braghe abbassate si appresta a infilare un cazzo grande come un paracarro nel culo di un vescovo, a sua volta con tonaca alzata e braghe abbassate, piegato a 90 gradi. Poco importano le loro vignette che prendono per il culo Gesù Cristo o la Shoah. Poco importano i budda distrutti, poco importano chiese e moschee devastate, poco importano i 250 milioni di cristiani oppressi nei paesi islamici, poco importano le decine di migliaia di cristiani assassinati ogni anno: è la libertà di pensiero, bellezza! Ma come, loro sì e noi no? Esatto: loro sì e noi no: Ma perché? Perché no.
E poi arriva (finalmente) un papa che, almeno all’apparenza, sembra (sembra) non essere dedito a leccare incondizionatamente il culo ai terroristi. Succede che un giorno dice, più o meno, che il terrorismo non è mica tanto una bella cosa, che forse il padreterno non è mica tanto contento che si vada in giro a sgozzare la gente in nome suo. E le masse islamiche, tanto per cambiare oltraggiate per l’infame insinuazione, danno l’ultimatum: o ritiri quello che hai detto e ti scusi per avere insinuato che siamo cattivi, o ti dimostriamo che ti sbagli sfracellando tutto. E tanto per cominciare, giusto come stuzzichino, cominciano a bruciare qualche chiesa, a far fuori qualche volontaria cristiana che ha dedicato la vita intera al soccorso disinteressato dei più poveri. E i nostrani leccaculo di terroristi che cosa fanno? Si indignano. Si angosciano. Si arrabbiano: è colpa nostra. Abbiamo provocato. Abbiamo mancato di rispetto. La libertà di pensiero, di parola, di stampa non è affatto questo. Non si fa. Non bisogna provocare gli amici islamici. Non bisogna smettere di leccare i loro sacri e delicati culetti, mai. Mai? Mai. Neanche per un attimo? No, neanche per un attimo. Ma perché? Perché no.

barbara

Aggiornamento neanche poi tanto OT: leggere qui.




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18 settembre 2006

HILARION CAPUCCI, UNA VITA AL SERVIZIO DELLA PACE

Monsignor Hilarion Capucci (nato Kaboudji ad Aleppo nel 1922), vicario patriarcale melchita di Gerusalemme, viene arrestato il 18 settembre 1974 (alcune fonti riportano il 18 agosto). “Perquisito dal controllo israeliano alla frontiera, nel portabagagli della sua Mercedes vengono trovati dinamite, mitra, granate e munizioni varie destinate ai terroristi di Al Fatah per attentati contro i civili in Israele. Certamente quello non era il primo «contrabbando» di armi del prelato che, come tutti gli esponenti religiosi godeva in Israele di una certa immunità diplomatica. Semplicemente quella era la prima volta che veniva colto come si suol dire «con le mani nel sacco». Arrestato, viene processato nel dicembre '74 e condannato a 12 anni di detenzione. Tre anni dopo, il 31 ottobre 1977, Papa Paolo VI chiede con una lettera al Presidente dello Stato di Israele, Katzir, di far uso delle sue prerogative e di far liberare mons. Capucci «date le sue condizioni di salute»; Paolo VI si dichiara anche fiducioso che la libertà del prelato «non sarà nociva allo Stato di Israele». Il 4 novembre 1977 il Presidente Katzir risponde a Paolo VI accogliendo la domanda e ricorda l'impegno che «la liberazione di mons. Capucci non arrechi danno allo Stato di Israele».
Il 6 novembre 1977 il prelato viene liberato e giunge a Roma. Negli accordi diplomatici che si prendono a Roma, Israele pone due condizioni precise che la S. Sede accetta: a) che mons. Capucci non torni più nel Medio Oriente, b) che si astenga da ogni attività politica.
Le due condizioni - avallate dal Vaticano - non sono state mai rispettate. Già nel dicembre del '77, pochi giorni dopo la sua generosa liberazione, monsignor Capucci è apparso alla TV italiana e ha fatto dichiarazioni politiche antiisraeliane.
L'impegno di Paolo VI e le precise condizioni della trattativa diplomatica successiva sono stati patentemente violati” (Fausto Coen, Israele 50 anni di speranza, Marietti, pag. 135).
Risulta inoltre che diverse volte si sia clandestinamente recato in Israele, oltre ad essere stato frequentemente in altri Paesi del Medio Oriente. Quanto alle “condizioni di salute” del povero prelato, che hanno indotto il papa (che qualche anno prima era riuscito a fare un viaggio in Israele senza incontrare una sola personalità israeliana e, più tardi, a parlare del viaggio senza mai pronunciare la parola “Israele”), pare che la libertà abbia avuto su di lui effetti veramente portentosi. Un semplice, brevissimo giro in internet ci permette di trovare quanto segue: nel
1979 visita gli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran; nel maggio del 1980 è da qualche parte in Turchia (non so dove e non so a fare cosa. Abbiate pazienza: sono in grado di riconoscere la lingua turca, ma non l’ho studiata e non sono in grado di capirla); dal 17 al 19 novembre 1981 partecipa a un simposio a Roma; il 15 settembre 1982 accoglie all’aeroporto di Ciampino il fraterno amico Arafat; nel novembre del 1990 si offre di guidare una delegazione per la liberazione degli ostaggi a Baghdad; nell’agosto del 1992 lo troviamo tra i partecipanti a un seminario a Malta; il 22 gennaio 2002 partecipa al congresso nazionale della CGIL (quello in cui faceva bella mostra di sé in prima fila una sedia vuota coperta da una keffiah, in onore del povero Arafat, impossibilitato a partecipare in quanto prigioniero alla Mukata, ma intervenuto telefonicamente e accolto da una standing ovation; quello, se non ricordo male, in cui il signor Cofferati ha impedito di parlare, unico fra tutti gli intervenuti, al delegato israeliano, pacifista e padre di due vittime del terrorismo); il 31 gennaio 2002 a Vibo Valentia tiene infiammati discorsi antiisraeliani; il 7 aprile 2002, a Roma, partecipa alla manifestazione antiisraeliana dell’ultrasinistra, con i partecipanti che sfilano travestiti da terroristi suicidi con addosso finte (? … si spera …) cinture esplosive, e dal palco proclama poi: «Un saluto ai figli dell’intifada e ai martiri che vanno a combattere come se andassero a una festa. Vogliamo avere la nostra patria, altrimenti moriremo degnamente. Intifada fino alla vittoria»; all’inizio di giugno 2002 è presente al convegno antiisraeliano di Teheran; il 14 giugno 2002 partecipa a un dibattito al cinema Pasquino a Roma nell’ambito di un festival sulla Palestina; il 19 luglio 2002 lo troviamo in visita ufficiale Palazzo Vecchio a Firenze; il 10 ottobre 2005 è a Macerata; il 23 ottobre 2005 è tra gli invitati al Quirinale per i festeggiamenti dello stato del Qatar; il 19 novembre 2005 interviene a Marano all’inaugurazione di via Arafat; il 25 giugno 2006 è a Urbino; il 6 luglio 2006 parla alla radio vaticana; il
27 luglio 2006 partecipa a una manifestazione antiisraeliana a Roma; il 15 agosto 2006 lo vediamo a Monterotondo al funerale di Frammartino. Allegro, pimpante e fresco come una rosa a 84 anni abbondantemente suonati, a 29 anni di distanza da quando il papa, impietosito dalle sue condizioni di salute, ha chiesto la sua scarcerazione al capo di uno stato di cui non riconosceva l’esistenza. Ah, dimenticavo: monsignor Capucci, l’uomo che mille volte nella sua troppo lunga vita ha tuonato “noi palestinesi”, non è palestinese: è siriano. Anche lui, come l’egiziano Arafat, ha strumentalizzato la “causa” palestinese al servizio di padroni stranieri che si sono serviti delle sofferenze dei palestinesi per i propri loschi giochi di potere.

barbara




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17 settembre 2006

INDOVINATE CHI È

«Eroe popolare», «Il Capo spirituale dell'Europa», «Moralista», «Educatore», «Guerriero», «Condottiero», «Ammiraglio», «Grande Nocchiero», «Novello superatore di Cesare e Napoleone», «Dinamo umana», «Genio», «Fondatore di città», «Fondatore di imperi», «Gigante», «Giurista», «Economista della rivoluzione», «Dominatore della filosofia», «Scrittore», «Poeta», «Filosofo», «Linguista», «Sportivo», «Aviatore», «Aeronauta del pensiero», «Padre della Patria», «Banchiere della Nazione, «Artista», «Agricoltore», «Musicista», «Eroe dell'universo», «Emulo di san Francesco», «Apostolo», «Grande profeta», «Colonna del mondo», «Messo di Dio sulla terra», «Emanazione celestiale», «Genio universale», «Grande mago», «Figlio dell'Altissimo», «Grande Artefice», «Incarnazione del Veltro dantesco», «Costruttore di Avvenire». (è facile, dai)

barbara




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17 settembre 2006

17 SETTEMBRE 1970: SETTEMBRE NERO

Lo schema della «lotta armata come strategia» venne applicato con intensità anche in Giordania, dove aveva trovato rifugio la maggior parte dei profughi del 1948 e del 1967. La profonda sfiducia di Arafat verso tutti i regimi arabi si trasformava in un sentimento molto simile all'odio nei confronti di re Hussein di Giordania, nipote di quel re Abdullah che aveva inteso fare la pace con Israele, simbolo del moderatismo arabo e obiettivo ventennale degli strali e degli insulti di tutti i nasseriani del Medio Oriente.
Sin dal 1969, i feddayn di Al Fatah e del Fronte popolare di liberazione della Palestina, alleato di Al Fatah, avevano messo in atto una tattica precisa. Avevano costruito basi militari e depositi d'armi nei campi profughi e li usavano per coprirsi ed effettuare azioni armate contro il nemico, vale adire il regime moderato di Amman.
È doveroso qui ricordare che nessuno tranne gli israeliani ha mai denunciato la barbarie di una simile strategia di guerriglia. Eppure nessun movimento di liberazione nazionale ha mai cercato protezione per i propri arsenali e i propri gruppi di fuoco in mezzo alla popolazione civile, facendosene scudo. Questo è sempre stato, invece, il modo di combattere dei palestinesi che hanno sistematicamente usato donne, bambini e vecchi per coprirsi dal fuoco avversario, salvo poi denunciare al mondo la ferocia degli israeliani o dei regimi arabi filoimperialisti quando, per neutralizzare le basi armate da cui erano stati attaccati, uccidevano anche innocenti.
In Giordania prima e in Libano poi, tale metodo ben poco onorevole di guerriglia venne per di più applicato servendosi dei più miseri e poveri tra i palestinesi: i profughi dei campi. Nella primavera del 1970 la strategia della lotta armata palestinese iniziò a essere applicata ad Amman. Bande di feddayn spadroneggiavano in città, dando vita a continui cortei di protesta, spesso violenti. Re Hussein proibì di portare armi e impose l'obbligo di chiedere l’autorizzazione per ogni manifestazione. Spingevano in questa direzione soprattutto i generali e gli ufficiali della Legione araba, che comprendevano quale piano si celasse dietro quelle dimostrazioni di forza. Ma fu tutto inutile: l'onda montante della lotta armata palestinese contro il regime giordano sembrava inarrestabile. Ai primi di giugno del 1970 vi fu uno scontro militare palestino-giordano a Zarka, il re sfuggì per miracolo a un attentato, e nei giorni successivi i feddayn sequestrarono i clienti degli alberghi Intercontinental e Philadelphia chiedendo in cambio la destituzione del comandante in capo delle forze armate, Nasser bin Jamil (zio del sovrano) e del comandante della terza divisione blindata, Zaid ben Shaker. Il re cedette al ricatto: allontanò i due generali, suscitando un forte malcontento nei ranghi dell'esercito, asse portante del regno, e finì così con dare libertà d'azione ai feddayn, che si scatenarono. Proprio quando la situazione mediorientale parve essere ormai a una svolta positiva, il 31 luglio 1970 il presidente Richard Nixon annunciò che Egitto, Giordania e Israele avevano accettato il piano presentato dal segretario di Stato, William Rogers, che prevedeva un cessate il fuoco rinnovato di tre mesi in tre mesi e l’avvio di negoziati tripartiti per l'applicazione della Risoluzione 242 (come si è detto, Risoluzione nel complesso favorevole a Gerusalemme). La prospettiva di una pace onorevole, contrattata sotto l'egida dell'Onu, fece saltare i nervi all'Olp di Yasser Arafat. Il Piano Rogers e l'assenso espresso da Nasser e Hussein, col beneplacito dell'Urss, avrebbero portato a una pacificazione dell'area, vanificando la strategia della lotta armata. Il vertice palestinese decise quindi un immediato rilancio delle ostilità, inserendo nel documento con cui rigettava il Piano Rogers una frase inequivocabile: «Esiste un solo popolo sulla scena palestino-giordana». L'Olp dunque si autoproponeva quale avanguardia rivoluzionaria anche del popolo giordano contro il suo regime. Per chiarire ulteriormente il concetto Yasser Arafat, il 28 agosto, non ricorse a perifrasi:
“Le forze palestinesi faranno della Giordania il cimitero dei complottatori e di Amman l'Hanoi del Medio Oriente. I nostri fucili spazzeranno via il cessate il fuoco e le trattative di pace.” (Olivier Carré, Septembre noir, le refus arabe de la résistence palestinienne, Complexe, Bruxelles 1980, pp. 81-82).
Due giorni dopo, il 1° settembre, re Hussein scampò a un nuovo attentato. Il 6 settembre un commando palestinese del Fplp di George Habbash, inserito a pieno titolo nell'Olp, dirottò quattro aerei di linea e ne fece atterrare due in un aeroporto inglese in disuso in Giordania. Il regno si trovò a essere la base della più grande operazione terrorista fino ad allora veduta, mentre l’Olp lanciava il suo segnale di sovranità sul territorio giordano, trasformato in un santuario della lotta armata. Il 15 settembre re Hussein decise di difendere con energia il regno da una escalation terrorista che forse non aveva un progetto preciso ma che concordava nella volontà di abrogare tutti i poteri costituiti: il generale di origine palestinese Mahmoud Daud venne nominato a capo di un governo militare.
L'Olp rispose con uno sciopero generale di protesta, deciso assieme ai sindacati giordani. Arafat si era insediato come un cuculo nel nido giordano e pretendeva il diritto di covarvi le uova della sua lotta armata strategica, del suo jihad, e ancora una volta il Partito costituzionalista hashemita scendeva in guerra con il Partito del jihad palestinese.
Il 17 settembre iniziarono i combattimenti. Una divisione corazzata siriana entrò in Giordania, dove venne però bloccata dall'ordine perentorio di Mosca di non agire. Una divisione corazzata irachena, forte di diciassettemila soldati e cento carri armati, era già in Giordania, ma anch’essa non si mosse, limitandosi ad assistere al massacro. Nel frattempo, Henry Kissinger ordinò di preparare un piano di intervento rapido per salvare re Hussein. Non ce ne fu tuttavia bisogno. Dopo dieci giorni di combattimenti feroci, il responso fu quello di sempre: il jihad perse, lasciando sul terreno trentamila palestinesi morti secondo l'Olp, millecinquecento secondo l'esercito giordano. Gli scontri continuarono sino a tutto il 1971 (battaglia di Ajun) e finirono con una secca sconfitta palestinese che accusò anche il colpo di una ipoteca politica: il 15 marzo 1972 re Hussein di Giordania decise di contrastare con una propria strategia di mediazione quella dell’inaffidabile leadership palestinese e si proclamò re di un Regno arabo unito che associava alla regione giordana una regione palestinese. Il sovrano rivendicava la rappresentanza delle istanze del popolo palestinese, in opposizione a Yasser Arafat. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pp. 214-216).

E mai, chissà perché, una voce che si levi contro queste orrende stragi di palestinesi.


barbara




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16 settembre 2006

LA VERA STORIA DI JOHNNY LIM

Va da sé – è talmente ovvio che è quasi superfluo dirlo, con un titolo simile – che la vera storia di Johnny Lim non la conosceremo mai. Qui ne abbiamo tre, di storie: quella del figlio, quella della moglie e quella dell’amico. Tutte e tre parziali e lacunose e – scontato anche questo – solo in parte concordanti. L’unica cosa assolutamente vera è ciò che dice Doris Lessing nella prefazione: «… la capacità di far voltare continuamente pagina al lettore […]. Non riuscivo a mettere giù il libro». Perché è un libro che non tollera interruzioni: né per lavorare, né per dormire, né per mangiare. Praticamente un capolavoro.

Tash Aw, La vera storia di Johnny Lim, Fazi



barbara




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16 settembre 2006

HO SCOPERTO CHI HA FATTO FUORI MATTEI

Così disse Mauro De Mauro alla figlia. Poi sparì, e non se ne seppe più nulla.

Il giorno che sparì mio padre
Si guarda intorno fra questi palazzoni di Palermo e sembra tremare Franca De Mauro: “Ce lo diceva Boris Giuliano che i sequestrati a volte finivano nei pilastri degli edifici. Si vedeva anche nei film di mafia…”. Altra pena per la figlia di Mauro De Mauro, quel cronista di razza che lavorava a L’ora, inghiottito dai misteri siciliani il 16 settembre 1970, il corpo mai restituito ai suoi cari.
Professoressa di italiano e storia, appena sposata con un medico di fama, subito dopo il sequestro preferì fuggire a Ravenna. Una fuga per lavorare e per respirare. Poi, il ritorno. E la ricerca di una casa “costruita dopo il 1971” come spiega questa signora dai modi garbati, il tono pacato, allora angosciata: “E se finisco in un appartamento con mio padre affogato in un pilone? Sì, avevo queste ansie. Ma, per un gioco del destino, eccomi qui, proprio a piazza Tosti”. E con una punta di amara ironia, lasciato il soggiorno dove un cane e un gatto dormono abbracciati sotto le foto con lei e il marito sessantottini incorniciate sulla libreria, apre le imposte del balcone dove da anni fa sventolare le lenzuola antimafia e si ritrova di fronte a quello di Leoluca Bagarella. Meno di cinquanta metri. “Da latitante, s’era scelto un covo perfetto, nella stessa piazza dove abitano anche due magistrati. Proprio lui, il cognato di Totò Riina, l’assassino di Giuliano, il capo della Mobile che aveva indagato sul sequestro di mio padre. Ecco la città che avvolge, che può soffocarti” sussurra senza rassegnazione, pensando a quella sera di scirocco quando vide il padre parcheggiare davanti casa, in viale delle Magnolie.
Stavano per ritirarsi casualmente tutti insieme, compreso Salvo Mirto, il fidanzato carico di pacchi diretto all‘ascensore. Ma lei tornò indietro: “Papà ritardava. Mi affacciai sull’uscio e lo vidi ripartire alla guida della sua auto con due persone entro. Mi parve di sentire una voce in dialetto: «Amuninni», andiamo. La sua faccia fissava la strada, per non guardare me. Un’inquietudine mi prese. Ma senza allarme. Mentre adesso so che doveva avere una pistola puntata al fianco”. Non lo avrebbero mai più rivisto. La notte fu terribile. Come gli anni che seguirono. “Senza giustizia, con depistaggi e tanto fango” si danna lei. Lo stesso tormento della madre, Elda, 86 anni, e della sorella Junia che si è ammalata e non c’è più.
Resta il rovello di una frase ascoltata pochi giorni prima con distrazione in cucina dalla stessa Franca: «Ho scoperto chi ha fatto fuori Mattei».
Ed è attorno al mistero dell’attentato al presidente dell’Eni, precipitato nel 1962 alle porte di Pavia con un aereo privato manomesso dalla mafia a Catania, che ruota il giallo evocato dal ricordo di Franca: “Eravamo soli, mia madre in Austria, io sparecchiavo, l’acqua correva, andavo e venivo dalla cucina e lui parlava più con se stesso che con me: «Sono spaventato per quel che ho scoperto lavorando su un servizio. Il mondo della finanza è pericoloso. Spero che torni presto tua madre…». E io, stupita: Che c’entra mamma? «Lei è forte. Se succede
qualcosa è meglio che ci sia lei». Papà, che deve succedere? Ma troncò la conversazione dopo avere pronunciato quella frase rimasta sospesa, sovrastata dalla tv accesa: «Ho scoperto chi ha fatto fuori Mattei»”.
Che i due eventi si intreccino a doppia mandata lo prova il processo avviato un mese fa a Palermo grazie agli input di un magistrato di Pavia, Vincenzo Calia, riuscito a dimostrare la tesi dell’attentato. Come fece Francesco Rosi col suo memorabile film, dopo avere assegnato le ricerche sul campo proprio a De Mauro. Ipotesi soffocata per decenni dal potere ufficiale e dai servizi segreti. Mentre adesso si arriva al dibattimento con mandanti ed esecutori tutti deceduti, tranne un imputato, Totò Riina, allora luogotenente di Luciano Liggio con Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile ma ‘archiviato’ durante la superlatitanza. Boss sui quali aveva scavato il cronista di quel giornale di trincea diretto da Vittorio Nisticò. Ultimo civile approdo di una vita avventurosa.
E ne sorride un po’ Franca ripensando a follie e infatuazioni del padre: “Passò dalla Repubblica di Salò alla Decima Mas quando tutto era perso: «Non voglio perdermi la sconfitta». Bloccato dagli americani in via Solferino dove tentava di collaborare con il Corriere della Sera, fu arrestato, ma evase per caso in compagnia di sua madre. Nascosto a Napoli, si sfamava barattando cibo e qualche spicciolo con i numeri del Lotto perché s‘era sparsa la voce che li azzeccava. E tutti: «Signurì ci dà i numeri?». Lui dava, loro vincevano”.
Terrorizzato d’essere scovato dagli antifascisti nel dopoguerra, partì per Palermo dove cambiò vita, idee, impegno, come ha ricostruito Franca: “Viveva sotto falso nome, in subaffitto, ma la polizia politica sapeva e un maresciallo un giorno lo andò a trovare: «S’è scelto il nome di un ricercato, lo cambi». Il lavoro di quegli anni nel giornale schierato contro la mafia lo segnò. Ricordo una sera davanti alla tv guardando un filmato sui campi di concentramento. Io e mia sorella già grandi con idee di sinistra, severe: «Bravi, e voi avete contribuito». Mia madre sbottò: «Noi non sapevamo niente». E lui: «No Elda, hanno ragione. Noi siamo ugualmente
Corresponsabili». Mia madre: «Cambiate canale». E lui: «No, debbono sapere cosa è accaduto»”.
Episodio chiarificatore per Franca: “Sgombra il campo dalle dicerie sul De Mauro nostalgico, vicino al principe Junio Valerio Borghese. E credo poco alla pista dello scoop sul mancato golpe del principe nero insieme alla mafia di Liggio”. Perché lei, come anche il fratello di De Mauro, Tullio, insigne linguista ed ex ministro della Pubblica istruzione, crede di più alla pista rilanciata da Pavia, quella del ‘presidente’. Appunto, il caso Mattei.
Sa che Francesco Rosi ha sempre minimizzato la portata della collaborazione centrata sugli intrighi nel mondo del petrolio e delle Sette sorelle americane. Ma cita un virgolettato dello stesso Rosi: «Numerose persone soprattutto siciliane mi hanno fatto capire il pericolo che chi aveva fatto sparire De Mauro avrebbe potuto nuocermi». Il processo di Palermo potrebbe far venire fuori quei nomi e altri, ma il dubbio della signora Franca è grande: “Troppi morti, troppe piste aperte”. E se potesse lei restringerebbe il campo, magari ricordando le parole di Boris Giuliano: “Mi disse di avere capito che nel giallo c’era l’ombra di Fanfani e quella di Vito
Guarrasi, il mister X di tanti misteri siciliani. E che Oronzo Reale era a conoscenza dei fatti”.
Più che fatti, ipotesi di lavoro su schieramenti contrapposti: “Con Mattei deciso a costruire il gasdotto algerino, sconvolgendo i piani di una cordata che puntava alle navi cisterna, si diceva”. Mattei contro Fanfani? Mattei contro Cefis? Mattei insidiato dal suo vice che guidò l’Eni dopo il disastro di Pavia? Quesiti da 36 anni senza risposta. Che sia arrivato il momento giusto se lo augura Franca De Mauro: “Anche per sancire che mio padre è stato una vittima di mafia. Dato ancora non riconosciuto dallo Stato. Lo faccio per lui, mentre il tempo fugge. Io ho quasi 60 anni e lui ne aveva 50. Ma lui è rimasto a 50. Mi sembrava vecchio, allora. Invece, adesso, a essere più vecchia sono io”. (Felice Cavallaro, L’Espresso, giugno 2006)

Più di 5000 sono state le vittime della mafia. Essendo impossibile ricordarle tutte, ricordiamo almeno qualche caso esemplare, per non lasciare arrugginire la nostra memoria e intiepidire il nostro sdegno.



barbara




permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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