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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 agosto 2006

C’È SEMPRE UNA PRIMA VOLTA

Ebbene sì: alla verde età di 55 anni, 5 mesi e 17 giorni, dopo 46 anni di guida e 37 di patente, finalmente anch’io sono riuscita a fare un incidente. A 30 all’ora, dopo una vita corsa sul filo dei 200, ma insomma l’importante è cominciare, no?



barbara




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31 agosto 2006

DIALOGO (GARANTITO AUTENTICO)

C. Lei però è cristiana.
A. No, io sono ebrea.
C. Sì, ma ebrea cristiana, comunque …
A. No, ebrea ebrea!
C. Sì, ebrea ebrea va bene, ma ebrea ebrea cristiana, no?
A. No, io sono ebrea ebrea ebrea.
C. Scusi, ma allora non ci capisco più niente …

barbara




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30 agosto 2006

MENTRE LA CITTÀ BRUCIAVA

«Non capisco l’attrazione di questo paese, l’amore per le persone, la commozione nel vedere i paesaggi, la nostalgia al solo pensiero di abbandonarlo. Sento solo una voce che sussurra ma non smette mai e mi dice: “Rimani! Amami!”».
Ho pianto spesso, leggendo questo libro. Ho pianto per le tante piccole e grandi emozioni annidate tra le sue pagine: l’amicizia che sboccia sul gradino di un autobus, le sirene di Yom ha-Shoà, un lungo bacio sotto una coperta, il braccio del vecchio che si allunga verso la brocca facendo risalire la manica della camicia e scoprendo il numero, l’attentato sottocasa, l’inspiegabile felicità scaturita dal bagno rituale, la fede pacifista che comincia a vacillare sotto il peso delle bombe di chi vuole solo morte e distruzione … Davvero, non c’è pagina che non porti il suo carico di emozione in questo delizioso racconto di un giovane ebreo coscienzioso («Siccome Samuele è ebreo, io pio bambino di sette anni avevo ritenuto irragionevole che della carne di maiale fosse servita agli invitati e quindi avevo diagnosticato i piccoli panini sul tavolo come panini al salmone. Ne assaggiai uno e sul palato mi sembrò un po’ strano per essere salmone, ma mi piacque e ne presi un altro: ottimo anche quello. Al secondo panino avevo già dedotto che stavo mangiando del prosciutto, ma da giovane osservante, per avere l’assoluta certezza che si trattasse di carne proibita ne mangiai otto. Poi, accortomi dell’errore, compresa la trasgressione, cercai il perdono di Dio con un bicchiere di coca-cola in mano: “Non lo sapevo, Signore, mi dispiace tanto!” pregavo tutto compito, ma fui salvato da Samuele che trascinandomi in una partita di calcio mi salvò da quel delicato confronto») che cerca la sua strada. E forse, almeno un po’, indica qualche direzione anche a noi.

Schulim Vogelmann, Mentre la città bruciava, Giuntina



barbara




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30 agosto 2006

PICCOLO POST DEDICATO A TE

Che dopo il lungo esilio là dove unicamente si ascoltano le vocii suoni del silenzio, hai deciso di ritornare tra noi. Bentornato, mia piccola grande luce, mi sei mancato.

                   

barbara




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30 agosto 2006

IMMIGRATI CLANDESTINI: QUALCHE RIFLESSIONE, QUALCHE DOMANDA

Arrivano in continuazione, barconi su barconi, a decine, a centinaia. Quelli che li portano, si dice, pretendono un sacco di soldi: mille dollari a testa, a volte millecinquecento, a volte duemila, a volte di più. Quelli che arrivano, ci viene raccontato, sono dei disperati: vengono da aree in cui quelli fortunati guadagnano due dollari al giorno; quelli che arrivano qui, che lasciano tutto e si buttano allo sbaraglio, i disperati, credo di poter supporre, non fanno parte dei più fortunati. E chi guadagna un dollaro al giorno e ha una famiglia da mantenere difficilmente, penso, troverà modo di accantonare risparmi per pagare qualcuno che li porti qui. E dunque la prima domanda è: dove trovano tutti questi soldi? Chi glieli dà? E se consideriamo che ne arrivano decine di migliaia ogni anno e che chi finanzia tutto questo deve tirare fuori decine di milioni di dollari all’anno, la seconda domanda è: perché paga queste cifre astronomiche? In cambio di cosa? Con quale finalità? Se si tratta di beneficenza, perché persone tanto generose non offrono a queste persone il modo di crearsi condizioni di vita decenti nel proprio Paese, invece di mandarli allo sbaraglio in Paesi di cui non conoscono neanche la lingua? Un’altra osservazione riguarda il fatto che questi clandestini arrivano con la famiglia: bambini, anche piccoli, anche neonati; mogli, a volte incinte – a volte anche molto molto incinte. Si tratta di viaggi rischiosissimi, su carrette tenute insieme con lo sputo, attraverso un mare non sempre benevolo, con scafisti non sempre provetti: non sarebbe più logico che arrivassero gli uomini da soli e solo poi, una volta trovato modo di sistemarsi, facessero venire anche il resto della famiglia? E invece no, fanno venire tutti – altri mille-duemila dollari a testa anche per loro - facendo rischiare la vita a tutti loro, facendogliela, non di rado, perdere. La terza domanda è: perché?

barbara




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29 agosto 2006

15 ANNI FA, LIBERO GRASSI

Libero Grassi nasce a Catania il 19 luglio 1924, e questo nome segna il suo destino di uomo che muore per affermare la propria libertà.
Uomo libero, coraggioso e straordinariamente colto, un imprenditore vero, sano come pochi, e, anche se non più tra noi, che continua a vivere nella nostra memoria, nella speranza, nella vittoria.
Libero Grassi è stato uno dei pochi imprenditori siciliani che si sono opposti alla mafia, l’ostacolo più grande alle possibilità di sviluppo del Sud.
Aveva detto no ai mafiosi, no al pizzo, non perché fosse un eroe, ma per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà e i propri interessi da uomo intelligente oltre che coraggioso (anche se lui non si riteneva tale) e non permettere ai mafiosi di distruggere quello che in tanti anni e con tanti sacrifici aveva costruito.
La sua grande forza è stata quella di rivolgersi alle forze dell’ordine e di denunciare i mafiosi, perché riteneva stupido pagare il pizzo: "Pagare significa dare forza ai mafiosi, ed io non lo farò".
Lo aveva detto Libero Grassi e lo aveva anche scritto in una lettera pubblicata sul giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991, avvertendo i suoi estortori che non avrebbe pagato, che non avrebbe dato contributi, perché pagando si era destinati a chiudere e lui non voleva chiudere la fabbrica che aveva costruito con le proprie mani.
In questa decisione "quella di denunciare e di combattere" aveva trovato un’unanimità nella sua famiglia e nel figlio Davide, in particolare, che insieme con lui dirigeva l’Azienda.
La sua non era l’unica azienda ad avere le attenzioni della mafia; a Palermo ogni imprenditore deve mettere in conto le estorsioni se vuole andare avanti, ma lui si era ribellato, aveva detto: "No! Non pago e non starò zitto come fanno tanti altri: io voglio parlare, chi parla è sicuramente più sicuro di chi subisce e sta zitto".
Così diceva Libero Grassi: "…io per mia cultura…non faccio accordi con i criminali per salvaguardare la mia attività".
Nel corso della sua battaglia, Libero riceve molte lettere di solidarietà ma le gratificazioni tante volte sono accompagnate anche da attacchi, come quello del presidente dell’associazione Industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, che in un’intervista telefonica afferma che Libero Grassi, con la sua denuncia, ha scatenato una "tammuriata" facendo apparire la Sicilia come terra di sola criminalità ("Le buone famiglie tendono a tacere"); forse non capisce che le accuse di Libero nascono dalla voglia di difendere i propri interessi, che poi sono quelli di tutti gli imprenditori Siciliani che vogliono lavorare in libertà.
Il consiglio di tacere non è altro che il comportamento tipico di chi vuole lavarsi le mani.
Libero Grassi non credeva di dover morire, non pensava che lo avrebbero ucciso, ma di certo si aspettava che gli uomini del racket in qualche modo reagissero; per Libero, tuttavia, il vero problema non era quello, ma l’isolamento subito da parte dei suoi colleghi, quasi tutti soggetti al pagamento del pizzo in cambio di "attenzioni" particolari.
L'11 aprile 1991 Sandro Ruotolo lo invita alla trasmissione SAMARCANDA**, su RAI 3, per parlare della sua lotta, condotta nell’indifferenza degli industriali siciliani.
La trasmissione è fondamentale, perché rende il caso di dominio nazionale e Libero diventa così un simbolo della lotta alla mafia; nella trasmissione egli dichiara a Santoro: "Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Non condivido le mie scelte con i mafiosi, faccio l’imprenditore da tanti anni e voglio rimanere libero".
Queste parole dette di fronte a milioni di Italiani, in faccia a tutti i mafiosi acquistano un valore particolare, hanno un senso di sfida.
Le organizzazioni malavitose incassano un duro colpo; non si può lasciare impunito chi aizza la ribellione.
Per tali ragioni la trasmissione segna una svolta decisiva nella vita di Libero Grassi.
Il suo esempio di ribellione, entrato nelle case degli Italiani, suscita una reazione da parte dei mafiosi che considerano questa esposizione pubblica una sconfitta per non esser riusciti a piegare al loro volere un piccolo imprenditore.
Da qui anche la condanna a morte per colui che li ha derisi.
Libero Grassi viene ucciso la mattina del 29 agosto 1991 alle 7.30.
La stampa farà di lui un martire della lotta al "regime mafioso".
Di questo evento e atroce assassinio si interessano stampa e televisione, nazionale ed estera. Alcune settimane dopo il governo, che fino a quel momento aveva sottovalutato il fenomeno delle estorsioni, vara un decreto legge, detto decreto Grassi.
Il Parlamento Europeo manifesta profonda indignazione per l’assassinio dell’imprenditore palermitano ed esprime il proprio cordoglio ai familiari.
Ma il momento più vero, profondo e pubblico si ha durante la trasmissione televisiva del 26 settembre 1991; una serata voluta da Michele Santoro e Maurizio Costanzo a reti unificate RAI e FININVEST, una trasmissione totalmente dedicata a Libero Grassi.
La trasmissione dà forza, specie in Sicilia, a tutta la società civile che combatte la mafia. I Siciliani onesti credono che l’ora del riscatto sia giunta, che la mafia non debba più controllare le imprese e che la Sicilia debba sollevarsi e credere nella rinascita e nello sviluppo.
Questa speranza, questa reazione dei siciliani si riconosce nel segno di vittoria fatto con le dita da Davide Grassi mentre porta sulle spalle la bara di suo padre.
Hanno ucciso l’uomo, non i suoi ideali che continueranno a vivere nel ricordo di tutta la società sana.
Nella Trasmissione, Santoro e Costanzo chiedono a tutti gli Italiani di accendere una luce in più nelle proprie case.
L’Italia tutta si illumina con un grande significato: quella è la luce della legalità, della speranza, del riscatto.
Oggi, a distanza di anni, tuttavia possiamo affermare che il messaggio di Libero è stato raccolto, purtroppo, solo in parte.
In Sicilia sono nate diverse organizzazioni, movimenti, fondazioni e associazioni antiracket che portano il nome di Libero Grassi. L’ACIAP, ad esempio, la nostra associazione nata il 29 agosto del 1996 proprio nella ricorrenza del giorno in cui è stato ucciso Libero, è una di queste.
Per il sacrificio di Libero Grassi, per il significato che questo sacrificio rappresenta e per l'indiscussa forza e l'indiscusso valore che questo simbolo rappresenta per l’imprenditoria libera.
Venerdì 11 giugno 2004 sono state inflitte, dalla terza corte di assise di Palermo, 30 condanne all’ergastolo. Tra i boss condannati all’ergastolo figurano Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri. Tra i 77 omicidi, oggetto del processo, anche quello dell’imprenditore palermitano Libero Grassi.
Per l’omicidio Libero Grassi, sono stati riconosciuti responsabili i boss di San Lorenzo, Francesco e Salvatore Madonna. Gli altri mandanti ed esecutori materiali dell’agguato sono stati già condannati. Il P.M., originario di Patti, Gioacchino Natoli dichiara: "Dobbiamo essere consapevoli, come società civile, che lo Stato è in grado di fare giustizia. La vicenda Grassi, ha provocato in me un indubbio coinvolgimento, soprattutto perché il comportamento dei familiari è stato esemplare e ispirato nella fiducia nelle Istituzioni."
All’esito della sentenza, l’ACIAP commenta: il risultato del processo non potrà certamente restituire Libero alla sua famiglia, ma la sentenza è una conferma per tutte quelle persone oneste che avevano già interpretato il significato e le vere cause dell’omicidio; purtroppo, alcuni avevano cercato di strumentalizzare e di deviare i fatti e la vera realtà. Sono gli stessi che volevano e vogliono cancellare la memoria e la storia, gli stessi, che ogni giorno oltraggiano le intelligenze e il lavoro onesto.
Libero è un esempio per tutti noi e in special modo per le nuove generazioni, il suo sacrificio ha acceso la speranza e il coraggio di continuare e per questo dobbiamo rendergli grazie (fonte).

Ricordiamo, nel quindicesimo anniversario della morte, un uomo onesto e coraggioso, che ha saputo essere coerente con le proprie idee, con le proprie scelte, con la propria etica fino in fondo. Anche a prezzo della vita.

barbara




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28 agosto 2006

LECTIO MAGISTRALIS

Commento di Wellington
Uqbar, come oggi ho già detto a qualcuno in altri termini essere liberali ed essere fessi sono due cose separate.
Se io tengo un giro di conferenze su "conce e pellami" e ad ogni conferenza un gruppo di animalisti si presenta a manifestare placidamente fuori dalla porta (o anche dentro, in silenzio, con cartelli contro l'uso del cuoio conciato), sia io che loro stiamo esercitando il nostro diritto alla libertà di espressione. Se gli stessi animalisti irrompono in ciascuna delle mie sale conferenze urlando, fischiando, facendo pernacchie, chiamandomi con vari appellativi non molto gentili, insultando gli ascoltatori, pretendendo che si cambi tono, argomento e finalità della discussione e continuano fino a rendermi impossibile il proseguire, allora LORO stanno di fatto impedendo a ME di esprimermi. Nel caso in questione tu sei partito da una minuscola frase nel presente post per collegarci in maniera estremamente improbabile una questione completamente Off Topic. Cosa ti impediva invece di scrivere la tua teoria della cospirazione su Iran/Contras sul TUO blog (se non ce l'hai, a farsene uno non è difficile sai) e poi lasciare un messaggio così?
"[OT] io ho una cosa interessante e vagamente correlata. Se vi interessa la trovate qui *link*".
Invece hai preferito irrompere e dirottare la conversazione dove avresti voluto vederla. Quando episodi come questo si ripetono con diversi commentatori in maniera puntuale ad ogni nuovo post si passa dalla semplice seccatura allo snaturamento imposto della finalità stessa del bloggare.
Il mio blog è rimasto aperto per oltre un anno con i commenti completamente liberi. In oltre un anno ho beccato insulti, offese gratuite, improbabili Off Topics e generiche cazzate. Ho sempre risposto a tono e fino a ieri solo una volta avevo cancellato un commento perchè conteneva un esplicito invito alla violenza fisica. Ora sarò anch'io costretto a rivedere le regole per i commenti, anche se ancora non so quali criteri adottare, perchè vedo troppo spesso discussioni dirottate dove non appartengono o trasformate in bagarre.
Certo questo dà l'opportunità ai censurati di fare le vittime e di accusare i Liberali di ipocrisia, ma non c'è niente di illiberale nel difendersi dall'illiberalità altrui. I Liberali non si fanno mettere la museruola, nemmeno con metodi indiretti.

Ringrazio di cuore l’amico Wellington per questa splendida lezione, che ritengo doveroso mettere nell’evidenza che merita. Purtroppo non servirà a coloro a cui dovrebbe servire, ma la posto lo stesso.
Ho salvato dal macero altri quattro commenti che, pur off topic rispetto al post, meritavano tuttavia, per motivi diversi, di essere sottratti al comune destino. Eccoveli.


raissa
riguardo alle profezie mi sono sempre chiesta: se una profezia su un evento catastrofico non serve ad evitare appunto la catastrofe che significato ha? O meglio a che serve? Quale utilità? Mah...

topgonzo
Sai cosa diceva Crispi in una lettera privata a Giosuè Carducci? diceva: 'a Gio', ma a noi che cazzo ce ne frega di quello che si scrivono Mazzini e Puke?

GdS
no, aspetta! c'avevo una profezia di sergio bruni (noto massone islamista di villaricca) che aveva profetizzato che sul tuo blog avresti attirato, come il pifferaio di anagni, la schifezza della schifezza di tutta la schifezza dei voyeur blogger dell'universo mondo, per poi buttarli dalla scogliera dello scoglione (a marechiaro) tutti insieme appassionatamente
OT - il pannolino l'ho smesso come perversione perché mi portava più arrossamenti delle sculacciate, che neanche col fissan andavano via...

topgonzo
Ulbar se ne va al patibolo con la testa alta e la calma dei giusti. Anzi, esorta: "Fa' il tuo dovere, o carnefice!".
Anche noi sussurriamo la nostra piccola, timida esortazione: ma vaffanculo, Ulbar.

E chi ha voglia di frignare lamentandosi delle censure, frigni pure con comodo. Altrove, però. E adesso rilassiamoci un po’.

barbara




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28 agosto 2006

I HAVE A DREAM

Discorso pronunciato da Martin Luther King, Washington, 28 Agosto 1963.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, sì, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono: "Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

Capita, a volte, che anche un sogno tocchi pagarlo con la vita. Capita, però, che altre grandi persone lo portino avanti. Grazie, Martin, per averci indicato la via.



barbara




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27 agosto 2006

LA STELLA D'ORO

Ancora un piccolo omaggio al grande Herbert Pagani

Quando esisteva ancora Dio
il nonno d'un bisnonno mio
di professione contadino,
tirava avanti con fatica
un campicello da formica,
tre zolle al fuoco del mattino...

Ed era un uomo calmo e pio
che divideva l'esistenza
fra la famiglia ed il suo Dio
e non aveva che un tesoro:
una stella d'oro!

Un giorno ch'era lì
a zappare
vide degli uomini arrivare
in una nuvola di guerra.
"Volete acqua? - domand
ò
.
Quelli risposero: "Ma no
quel che vogliamo
è
la tua terra!"

"Ma que
sta poca terra è
mia!"
Loro risposero: "Va via!"
Lui prese il Libro del Signore
la moglie, i figli, e il suo tesoro:
la sua stella d'oro!

E camminando attraversò
la notte dell'eternit
à
,
chiedendo terra da zappare...
"Datemi anche una palude,

ed io con queste mani nude
ve la saprò
bonificare!"

"Va via, straniero, o passi un guaio
se vuoi restare, l'usuraio
è
tutto quello che puoi fare!
Tanto ce l'hai un tuo tesoro:
la tua stella d'oro!

Rimasto senza campiello
si disse: ho so
lo il mio cervello,
e quello devo coltivare!
Divenne scriba e poi dottore
poi violinista e professore
ed Archimede nucleare!

"Ma quanti sono, santo lddio,
come ti volti, c'è
un giudio!
Come bollare questa peste?
Gli cuciremo sulla veste
la sua
stella d'oro!

E cominciò
la grande caccia
e mille cani su ogni traccia
e fu la fiera del terrore.
Braccate in casa e per le strade
erano facili le prede
con quella stella sopra il cuore …

E il nostro vecchio contadino
perdette tutto in un mat
tino:
moglie, figli, cuore, testa
e disse: adesso non mi resta
che la stella d'oro!

E allora corse verso il mare
lo traversò
per ritrovare
la terra che era stata sua...
"Signori, la vorrei comprare!"
"Le dune qui costano care!"
"Fa niente, p
ago!" "Allora è
tua!"

Ficc
ò
la vanga nel deserto
quando uno sparo all'orizzonte
attravers
ò
lo spazio aperto.
Cadde in ginocchio e sulla fronte
una stella d'oro
una stella d'oro
!

questo è sicuramente il migliore accompagnamento.

barbara




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27 agosto 2006

IL VELO STRAPPATO

Non è una scrittrice, Carmen Dufour coniugata Bin Laden. Non è una scrittrice e si sente, e tuttavia riesce a coinvolgerci in questa narrazione della sua vita in Arabia Saudita, al seguito di un marito bello, intelligente, sensibile, appassionato, innamoratissimo, ma saudita. E, come il tempo non mancherà di insegnarle, un saudita resta sempre un saudita. E in Arabia Saudita si trova a scontrarsi con cose difficili da digerire, come il fatto di dover essere senza volto, senza voce, senza desideri, senza volontà. E con cose difficili non solo da digerire, ma anche da capire: "Una sera, quando Wafah aveva sette o otto anni, sfogliando il suo quaderno lessi, scritto nella sua infantile grafia araba: «Odio gli ebrei. Amo la Palestina». Cosa stava succedendo a mia figlia? Se proprio doveva odiare qualcuno, volevo che fosse per una buona ragione. Di sicuro non sapeva nulla del conflitto arabo-israeliano.
Il giorno seguente andai dalla direttrice della scuola e dissi: «Mia figlia non sa neppure dov'è la Palestina. Non sa nulla di Israele. Non ha ancora cominciato a studiare la geografia. Com'è possibile insegnarle a odiare quello che non conosce?»
La direttrice, una donna piccola ma imperiosa, ignorò la mia protesta. «Lei non è autorizzata a discutere di queste cose» mi disse. «Lei è straniera. Non può capire. Suo marito sa che è venuta a parlare con me?»"
E avendo ben conosciuto dall'interno sia il clan dei Bin Laden che la famiglia reale saudita, ci spiega anche perché non è minimamente credibile che sia gli uni che gli altri possano avere davvero rotto i ponti con quel figlio un po' discolo, sì, ma tanto tanto devoto, che risponde al nome di Osama.

Carmen Bin Laden
, Il velo strappato, Piemme



barbara




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26 agosto 2006

CRISTINA NICOLE VA A CASA

Ne avevo parlato due mesi e mezzo fa. Avevo parlato del meraviglioso miracolo d’amore rappresentato da quei settecento grammi di bambina. Ora si torna a parlarne per dire che ce l’ha fatta, che siamo sicuri che vivrà: oggi pesa un po’ più di due chili, e se ne va a casa col suo papà, che finalmente torna a sorridere. Buona fortuna, piccolina mia, e che l’amore che ti ha fatta nascere possa accompagnarti per tutta la vita.

barbara




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26 agosto 2006

CHISSÀ QUANTO SI MORDE LE MANI ...

                                                 

Naturalmente se indovinate chi è lei e chi è che si morde le mani non vincete niente, ma volete mettere la soddisfazione!

barbara




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25 agosto 2006

ARABI DI GERUSALEMME CONTRO LA DIVISIONE DELLA CITTÀ

A volte capita che gli arabi israeliani capiscano di più e meglio degli ebrei israeliani.

Dividere Gerusalemme significherebbe portare i terroristi di Hamas, Jihad Islamica, Forza 17 e Tanzim dentro la parte della città controllata dagli arabi. È quanto ha denunciato sabato scorso un gruppo di personalità arabe di Gerusalemme. I membri del gruppo guidati da Zuheir Hamdan, un mukhtar (capovillaggio) del quartiere Sur Baher, si sono incontrati durante il fine settimana per esaminare la proposta rilanciata nella nuova piattaforma programmatica del partito laburista, secondo la quale Gerusalemme dovrebbe essere ridivisa.
Riprendendo le proposte avanzate a suo tempo dall'allora primo ministro israeliano Ehud Barak al fallito vertice di Camp David del luglio 2000, il programma elettorale dei laburisti afferma che, nel quadro di un accordo di pace, i quartieri arabi di Gerusalemme passerebbero sotto governo palestinese, mentre i quartieri ebraici resterebbero sotto governo israeliano. Secondo il programma laburista il Monte del Tempio, nel cuore della parte vecchia della città, passerebbe sotto amministrazione congiunta o sotto un'altra forma di amministrazione concordata fra le parti.
"È curioso vedere come molti israeliani non hanno imparato niente dai fatti degli ultimi due anni - afferma Hamdan - Un ritiro israeliano [da Gerusalemme est] farebbe arrivare i miliziani di Fatah, Hamas, Jihad Islamica e del Fronte Popolare fino alla Porta di Damasco, al Monte Scopus e al Monte degli Ulivi. Trasformerebbero Gerusalemme in un'altra Gaza". Hamdan, che durante il governo Barak aveva capeggiato una campagna contro la divisione di Gerusalemme e che sostiene di non essere affiliato ad alcuna forza politica, dice di voler lanciare adesso un'azione simile "per spiegare i pericoli che comporta far entrare a Gerusalemme l'Autorità Palestinese". Dopo essersi consultato con diverse comunità e vari capi clan nei quartieri arabi della città, Hamdan ha convocato una riunione per sabato 21 dicembre cui hanno partecipato circa cinquanta persone. "Nessuno vuole tornare alla situazione pre-1967 - spiega Hamdan - Se i laburisti israeliani vogliono ritirarsi da tutti i luoghi dove ci sono degli arabi, allora perché non lasciare anche Nazareth, il Negev e il 'Triangolo' dove vivono centinaia di migliaia di arabi israeliani? L'ideologia laburista - continua l'esponente di Gerusalemme est - è razzista perché di fatto dice agli elettori israeliani: sbarazziamoci degli arabi".
Hamdan, seriamente ferito l'anno scorso in un attentato a colpi d'arma da fuoco dopo che aveva criticato Arafat e l'Autorità Palestinese con una serie di interviste alla stampa locale e internazionale, nega che i 200mila arabi di Gerusalemme vogliano restare sotto sovranità israeliana soltanto per conservare i diritti previdenziali, sanitari, scolastici ecc. "Gli arabi a Gerusalemme pagano le tasse come ogni altro cittadino d'Israele - dice - e per questo hanno questi diritti. Nessuno ci fa dei favori dandoci sussidi di disoccupazione: sono soldi nostri. E poi la questione non è solo economica. Sono convinto che la maggioranza di noi non ha nessuna fiducia nel governo corrotto e tirannico di Arafat. Guardiamo cosa ha fatto in Giordania, in Libano e ora in Cisgiordania e nella striscia di Gaza: ha procurato un disastro dopo l'altro alla sua stessa gente".
Un altro mukhtar impegnato nell'iniziativa contro la divisione di Gerusalemme dice che lui e i suoi compagni intendono organizzare una serie di incontri con funzionari e politici israeliani per spiegare il punto di vista degli arabi della città. "Manderemo anche dei messaggi al presidente degli Stati Uniti George Bush, al segretario generale dell'Onu Kofi Annan, al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdallah di Giordania - aggiunge il mukhtar - per dire loro che Gerusalemme e la moschea di Al Aqsa non appartengono ad Arafat. Vogliamo dire loro che si dovrebbe indire un referendum tra gli arabi di Gerusalemme affinché possiamo decidere del nostro futuro. Non intendiamo accettare di essere condotti come pecore al macello". (israele.net, 22.12.02 – da “Notizie su Israele”)

Vorrei soffermare per un momento l’attenzione sull’espressione che conclude la testimonianza del mukhtar: essere condotti come pecore al macello. È l’espressione che da sempre si usa per indicare gli ebrei deportati nei campi di sterminio e finiti nelle camere a gas. Ed è uso comune da parte di molti – che poi fingono ipocritamente di scandalizzarsi per le dichiarazioni dell’UCOII – equiparare Israele al nazismo e identificare i palestinesi con gli ebrei dell’epoca, ossia le vittime per definizione. Ed ecco, qui abbiamo un arabo israeliano – ossia, etnicamente, un palestinese – che vede se stesso e la sua gente esattamente in questa veste ma, attenzione, non in relazione al dominio israeliano bensì, al contrario, in relazione alla prospettiva di dover essere governato dall’Autorità Palestinese. Non è curioso?
E per concludere, visto che sta entrando Shabbat, vi regalo un piccolo assaggio di musica klezmer. Il pezzo si intitola “Trello hasaposervico”, ossia “Il ritmo del macellaio serbo” – con l’augurio a tutti noi di non doverci mai trovare sotto il suo coltello. Potrete ammirare anche il sosia di Yasha Reibman – sempre che non sia lui in persona.


barbara




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25 agosto 2006

OGNI RUGA UNA STORIA

È così che si dice, no? Forse, chissà, per consolarsi dei segni che il tempo lascia inesorabilmente sul viso, togliendogli bellezza, sottraendogli occasioni. Forse per illudersi che in questo modo, almeno, si veda che si è vissuto. Io però ho un problema: io, nonostante la veneranda età, di rughe non ne ho. Non che poi gli anni non si vedano lo stesso, però le rughe non le ho. Neanche mezza. Neanche quando rido. E allora mi viene da chiedermi: chi è che mi ha rubato le mie storie? Chi è che si è portato via le mie lacrime? Chi mi ha scippato le mie sofferenze e le mie delusioni? Chi si è impossessato delle mie amarezze? Chi ha rapinato i miei amori? Chi mi ha depredata dei miei paradisi e dei miei inferni? Chi si è impadronito delle mie vette e dei miei abissi, delle mie estasi e delle mie disperazioni, dei miei addii e delle mie notti insonni? È roba mia, e io la voglio! Nessuno ha il diritto di privarmi dei miei ricordi.

barbara




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24 agosto 2006

GIUSTIZIA PER IL POPOLO PALESTINESE!

Essendo, come è noto, esibizionista, narcisista e megalomane, vi costringo a beccarvi un altro mio vecchio articolo.

«Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
le cose» disse «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano, o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano»
(Divina Commedia
canto X
vv. 79-85)

Ecco, anche noi, come gli eretici di Dante, vediamo le cose come quei c'ha mala luce. Prendiamo per esempio gli ebrei, che ci sono lontani, altroché se ci sono lontani! Di quello che riguarda gli ebrei vediamo tutto molto chiaramente: le scritte sui muri, gli insulti, le aggressioni per strada, i cimiteri devastati, le sinagoghe incendiate - che fanno vibrare di nostalgia le nostre narici un tempo deliziate dagli effluvi che si levavano in quel di Oswiecim. Certo che vediamo bene tutto questo, solo che, trattandosi di ebrei, come dicono a Roma, nuncenepoffregaddemeno.
I cristiani, invece, eh, i cristiani sono ben vicini: siamo noi i cristiani! E coi cristiani non vediamo più niente: duecentocinquanta milioni di cristiani nel mondo oppressi e perseguitati nei Paesi islamici: niente! Centosessantamila cristiani assassinati ogni anno nei Paesi islamici: niente, non vediamo niente!
E veniamo ai palestinesi: i palestinesi sono più che vicini, sono più che noi stessi, i palestinesi sono il sangue che scorre nelle nostre vene, sono le cellule ciliate che si agitano nei nostri polmoni, sono le trombe di Eustachio che si annidano nella profondità delle nostre orecchie, sono i villi che vibrano nel nostro intestino! I palestinesi sono LA CAUSA della nostra vita, lo scopo della nostra esistenza, la sublimazione di ogni nostro desiderio, la quintessenza di ogni nostra aspirazione. E che cosa succede coi palestinesi? Succede che vediamo tutto capovolto! Ed è dunque giunto il momento di raddrizzare le cose e chiedere giustizia per loro. Vogliamo cominciare dal principio? Cominciamo dal 1920, data di inizio del mandato britannico. In seguito all'arrivo dei pionieri ebrei che avevano dissodato paludi e pietraie e zone desertiche rendendole fertili, erano arrivati anche una miriade di arabi, e non sempre tra ebrei e arabi si andava d'accordo, anzi, ogni tanto ci si ammazzava anche un po', ma niente di particolarmente drammatico. Ma con l'arrivo degli inglesi le cose cambiano radicalmente. Gli inglesi, in un momento storico in cui è chiaro a tutti che l'era delle colonie e degli imperi d'oltremare sta per tramontare, devono dimostrare che la loro presenza è necessaria, e così fomentano i dissidi fra ebrei e arabi (armando gli arabi e disarmando il più possibile gli ebrei, detto per inciso) per poter dire: "Vedete? Se non ci siamo noi questi si scannano!" E così gli arabi cominciano a scannare davvero gli ebrei, e gli ebrei, costretti a difendersi, devono necessariamente ammazzare a loro volta un po' di arabi. Poi arriva il 1948, e stavolta sono i fratelli arabi a intervenire per impedire loro di vivere, per la prima volta nella storia, in un loro stato sovrano, invadendo e annettendo le terre destinate a costituire il loro stato. Non solo: non paghi di questo, li inducono a lasciare le loro case e a fuggire. Li sbattono nei campi profughi - autentici campi di concentramento - e lì ancora li stanno tenendo, da 56 anni, in condizioni disumane, privi di ogni diritto, privi di ogni prospettiva per il futuro, condannati alla miseria e all'odio perenni. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.
                                   PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!
Nel 1967 i fratelli arabi decidono che è giunto il momento di sferrare l'attacco finale per ributtare definitivamente a mare i sionisti. Chiedono l'aiuto dell'ONU, che immediatamente obbedisce - come sempre - e ritira dal Sinai i caschi blu messi lì allo scopo di impedire un nuovo attacco contro Israele. Ancora una volta, come sappiamo, va male agli arabi, i quali cominciano a sospettare che forse non sarà facilissimo distruggere Israele e ributtare a mare gli ebrei. Che fare, allora? Idea geniale: inventiamo un nuovo popolo, il popolo palestinese! Il quale non esisteva fino a quel momento, come abbiamo ampiamente dimostrato e documentato in altro articolo pubblicato in questo sito: mai, fino a quel momento, era esistito un gruppo umano che si autodefinisse "popolo palestinese"; è solo in questo momento che gli arabi lo inventano e lo fabbricano a tavolino, per farne carne da cannone contro Israele. E carne da cannone, da quel momento, è effettivamente diventato, e come tale è stato usato: altre guerre sono state scatenate contro Israele dai fratelli arabi, e un feroce terrorismo è stato scatenato contro Israele dall'egiziano Arafat, agli ordini del suo padrone Gamal Abdel Nasser, usando i palestinesi come carne da cannone. Occasioni di arrivare alla pace vengono stracciate una dietro l'altra. Opportunità di far nascere lo stato di Palestina vengono rifiutate una dietro l'altra. Per il popolo palestinese nient'altro che miseria, guerra e morte. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.
                                   PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!
E arrivano i cosiddetti accordi di Oslo: "cosiddetti", perché da una parte si credeva che fossero accordi veri, fatti con l'intenzione di arrivare alla pace, ma dall'altra, come già in altra sede abbiamo documentato, erano solo un cavallo di Troia per conseguire la distruzione di Israele. Distruzione da perseguire sulla pelle dei palestinesi, ancora una volta usati come carne da cannone. Dal momento in cui l'Autorità Nazionale Palestinese, primo embrione di quello che sarebbe poi dovuto diventare lo stato di Palestina, si è insediata nei territori di Giudea, Samaria e Gaza, Arafat si è messo alacremente al lavoro per conseguire lo scopo: programmi televisivi per i bambini più piccoli, inneggianti al cosiddetto martirio; programmi scolastici in cui l'odio antiisraeliano e antiebraico è materia di studio, e libri scolastici in cui Israele non esiste, in cui si spiega che l'«entità sionista» è solo provvisoria e sarà presto spazzata via, in cui si insegna che l'unico vero scopo della propria vita è quello di diventare martiri ammazzando più ebrei possibile, perché gli ebrei sono figli di scimmie e maiali e Allah vuole la loro morte; campi militari per addestrare i bambini a partire dai sei-sette anni a usare le armi per uccidere gli ebrei; miliardi di dollari donati dal mondo intero per alleviare le condizioni di vita della popolazione palestinese, e usati invece per acquistare centinaia di tonnellate di armi pesanti, per addestrare terroristi apprendisti, per addestrare persone da mandare in giro per il mondo a seminare menzogne, per "comprare" i giornalisti occidentali (e chi non si lascia comprare finisce MOLTO male), per costruire ville hollywoodiane per i dirigenti e per giovani signore bionde (migrate poi in quel di Parigi con 300 milioni di dollari e ivi mantenute a 100.000 dollari al mese), per costituirsi conti in banca di miliardi di dollari mentre il popolo palestinese continua a fare la fame nei campi profughi, ad essere senza lavoro perché non ci sono infrastrutture, a morire ai posti di blocco perché non ci sono ospedali. Al popolo palestinese i suoi signori e padroni arabi hanno rubato i soldi, distrutto il presente, annientato il futuro. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.
                                   PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!
E arriva Camp David: Israele concede TUTTO ciò che (apparentemente) i palestinesi chiedono: Gaza, Cisgiordania, mezza Gerusalemme (compreso il Monte del Tempio), smantellamento degli insediamenti, 250 miliardi di dollari come risarcimento ai cosiddetti profughi, nascita dello stato di Palestina, pace. E che cosa fa l'egiziano Arafat? Rifiuta tutto, abbandona Camp David e corre in Palestina a preparare la prossima guerra, mandando fuori di prigione, come primo atto, i terroristi che vi si trovavano, perché siano pronti ad organizzarsi e attaccare; facendo pubblicare su tutti i giornali, come secondo atto, la notizia che Israele, a Camp David, aveva offerto per lo stato di Palestina il 10% dei Territori, in modo da spingere i palestinesi alla disperazione e costringerli alla guerra. E inizia così l'ultimo massacro. "Sono pronto a sacrificare mille martiri bambini per giungere a Gerusalemme!" aveva fieramente proclamato l'egiziano Arafat. E subito ha cominciato a sacrificarli, un bambino dietro l'altro mandati a fare da scudo umano ai cecchini armati; un giovane dietro l'altro mandati a farsi saltare in aria con una cintura esplosiva legata intorno alla vita. Prima o poi, se continua così, non resterà più un solo palestinese sulla faccia della terra. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.
                                   PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!
E ancora non è tutto. I giornalisti che si permettono di criticare la dirigenza palestinese vengono imprigionati, brutalmente picchiati, quando non peggio, e i giornali chiusi. Chiunque sia sgradito all'autorità viene pretestuosamente accusato di collaborazionismo con Israele (anche quando era in atto il cosiddetto "processo di pace"!) e condannato a morte, o macellato sulla pubblica piazza (guardare le foto). I palestinesi cristiani sono perseguitati e costretti a fuggire. La mafia palestinese, costituita per lo più dagli "uomini della sicurezza" di Arafat, taglieggiano così pesantemente i negozianti da costringerli a chiudere bottega e restare senza lavoro, e terrorizzano i civili palestinesi. I terroristi costruiscono le bombe in casa e nascondono gli esplosivi sotto le culle dei propri figli - i quali sono poi i primi a saltare in aria in caso di incidenti. I cecchini sparano circondandosi di bambini, in modo che il fuoco di risposta israeliano li possa colpire. Tutto documentato, con foto e filmati. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.
                                   PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!
     SALVATE IL POPOLO PALESTINESE DAGLI ASSASSINI ARABI CHE LO STANNO ANNIENTANDO!




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23 agosto 2006

PICCOLA RIFLESSIONE

Nei primi otto mesi di vita di questo blog mi è capitato di eliminare forse (forse) una mezza dozzina di commenti in tutto. Sono intervenute persone di opinioni radicalmente diverse dalle mie, ci sono state discussioni serrate, a volte anche aspre, ma sempre entro i limiti della correttezza. Nel mese e mezzo successivo ne ho dovuti eliminare dozzine al giorno. Tutti i giorni. Ora, è cosa nota che la povera mamma degli imbecilli è sempre incinta, ma è anche cosa altrettanto nota che presso gli esseri umani non ci sono alte stagioni e basse stagioni per il tasso di prolificità: questo succede solo tra le bestie. Il che dimostra che la mamma degli imbecilli non appartiene agli esseri umani, bensì alla bestie. Cosa che, del resto, si può tranquillamente capire anche limitandosi ad osservare i figli. Va da sé poi che col passare del tempo e con l’aumento della presenza di imbecilli, la soglia di tolleranza si abbassa sempre di più, per cui non escludo di potere in un futuro molto prossimo, vale a dire da adesso, eliminare anche commenti con disturbi di medio calibro che in passato avrei lasciato tranquillamente passare. E saranno ovviamente eliminati tutti i commenti di critica alle eliminazioni. Sono pregati di tenerne conto i visitatori onesti che intendono solo onestamente commentare i post: mi dispiacerebbe se anche i loro commenti finissero, per un semplice eccesso di vivacità, sotto la scure, ma non sono più disposta a fare sconti a nessuno.

barbara




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23 agosto 2006

INCIDENTE

Faccio un movimento brusco, urto il bicchiere, il vino si rovescia sulla tovaglia: non l’ho fatto apposta, è stato un incidente. L’autobus frena, io non sono attaccata bene, finisco addosso al mio vicino e gli pesto un piede. Naturalmente mi scuso e lui, anche se col piede un po’ dolorante, mi scusa: è chiaro, non è colpa mia, è stato un incidente. Uno colpisce una ragazza alla nuca, la strangola, le mette del nastro adesivo sugli occhi e sul collo, le lega mani e piedi, la piega in due, la infila – ancora viva - in tre sacchi di plastica, la incastra sotto la scala di un vecchio pulpito inutilizzato e poi scappa ma niente paura, non è mica niente di grave, sapete: è stato solo un incidente. Perché, a quanto pare, lui voleva chiudere la chiesa, lei non voleva uscire e allora hanno litigato. Non fa una piega: chi di noi, se qualcuno ci invita a uscire perché è l’ora di chiusura, non si metterebbe a litigare? Chi di noi, trovandosi a litigare, non risolverebbe la questione con un bel colpo alla nuca e un sano strangolamento? Un banalissimo incidente, potrebbe capitare a chiunque. E infatti la parrocchia si è immediatamente mobilitata: i preti hanno accompagnato in caserma il loro povero parrocchiano, tutti ci hanno diligentemente spiegato che è tanto un bravo ragazzo, tranquillo, pacato, che è fedele alla fidanzata (come mai il bisogno di precisare questo dettaglio?), integro e gentile. E pentito. L’avvocato ci ha spiegato che non ci sono aggravanti. Questo fiore,
 nel frattempo, non c’è più. Ma non c’è motivo di preoccuparsi: è stato solo un incidente.

barbara




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23 agosto 2006

SETTANTANOVE ANNI FA

                    

Ricordiamo.

barbara




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22 agosto 2006

LA CACCIATRICE DI TERRORISTI

Siete fra coloro che ancora si stanno chiedendo come sia possibile che la più potente intelligence del mondo non sia stata in grado di impedire il più colossale attentato terroristico di tutti i tempi? Leggete questo libro, e avrete le risposte che cercate. Siete fra coloro che credono che gli americani, durante l'invasione sovietica dell'Afganistan, abbiano usato Bin Laden per i loro interessi? Consolatevi: anche gli americani, eterni bambinoni ingenui, credevano di essere loro a usare Bin Laden ... Siete fra coloro che pensano che ci sia "qualche legame" fra Hamas, Jihad, Hetzbollah, Al-Qaeda, Fratellanza Musulmana? No, non è così, non proprio, non esattamente ... Siete convinti che "in alcune moschee" si predichi e diffonda la violenza? Vi sbagliate: leggere per credere. Questo libro, scritto dal di dentro della lotta al terrorismo, risponde a queste e a molte altre domande, svela nessi e retroscena che non troverete mai nei nostri giornali perché ... beh, anche il perché vi verrà spiegato, se vi immergerete in queste 430 succosissime pagine. Non è, come il titolo potrebbe forse far supporre, un thriller mozzafiato alla 007, con appostamenti e pedinamenti, sparatorie e inseguimenti, bensì un dettagliato resoconto di giorni e notti, per settimane, per mesi, per anni, passati a un tavolo e a un computer a fare ricerche d'archivio, perché è così che si stanano i terroristi. Resoconto dettagliato, e tuttavia sempre emozionante, man mano che si passa di scoperta in scoperta. Poi sì, certo, anche qualche "lavoretto" da infiltrata, giusto per innalzare un po' il tasso di adrenalina del lettore, ma soprattutto un'attenta lettura di documenti pubblici. Pubblici, ossia alla portata di chiunque: di chiunque abbia voglia di cercarli e di leggerli. Ed esattamente qui sta il nodo del problema: quanti hanno voglia di cercarli e di leggerli?

autrice anonima, La cacciatrice di terroristi, Piemme



barbara




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22 agosto 2006

ISLAMO-NAZISMO

Ecco che cos’hanno in comune il fondamentalismo jihadista e quello hitleriano

Questo articolo è un po’ più lungo di quelli che ho l’abitudine di postare, ma credo valga la pena di leggerlo per soffermare l’attenzione e riflettere su alcuni elementi che a volte, forse, ci sfuggono.

George W. Bush ha sbagliato nel definire “fascisti islamici” i terroristi e i fondamentalisti musulmani. A rigor di storia avrebbe dovuto infatti definirli “islamo-nazisti”, ma è un errore veniale. E’ indubbio che, non tra l’islam in genere, ma che tra l’islam fondamentalista nelle sue varie componenti (khomeinista, wahabita e palestinese) e il nazismo vi sono stati e vi sono molti
punti di contatto sul terreno dell’ideologia; sovrapposizioni fondamentali che non permettono un’identificazione meccanica, ma che legittimano la similitudine, che peraltro spiega come la reazione di Israele oggi e nel recente passato sia stata “proporzionata” al pericolo incombente. Questa, come tutte le similitudini, soprattutto quando vengono usate in politica, non dev’essere intesa in modo meccanico e assoluto. Sono evidenti le diversità tra la vita in una società come quella iraniana di oggi e la vita a Berlino alla fine degli anni 30. Meno evidenti sono le differenze con la vita nella società governata dai Talebani e da Osama bin Laden in Afghanistan prima di Enduring Freedom, resa con straordinaria efficacia letteraria dall’ottimo romanzo “Il cacciatore di aquiloni”. Questo perché, l’islamo-nazismo contemporaneo è caratterizzato da una flessibilità e da una modernità che ne fanno un sistema di riferimento duttile, non ingessato da schemi rigidi, capace non solo di basarsi sul consenso di massa, ma anche di recepire le tensioni sociali di società moderne, di assorbirle, di sterilizzarle, di governarle, come ben dimostra la successione tra la fase realpolitiker di Rafsanjani seguita da quella riformista di Khatami e infine da quella post-nazista di Ahmadinejad. Sul piano generale, delle dottrine politiche, i due sistemi ideologici sono accomunati innanzitutto da una visione similare dello stato etico, il cui fine è forgiare, indirizzare e guidare l’affermazione di un “uomo nuovo”, di un progetto di società e di umanità finalizzato. La Legge islamica fondamentalista, la norma, la sharia non sono dunque finalizzate a regolare i rapporti tra cittadini e tra questi e lo stato, ma tendono a sviluppare un progetto finalistico e salvifico, da imporre armi alla mano a tutta l’umanità, che cambi il senso della storia. Vi è qui, una differenza fondamentale, che però non cambia il segno di un percorso parallelo e che semmai aggrava ancora di più la presa del fondamentalismo islamista. Là dove infatti il nazismo e il fascismo svilupparono una concezione laica dello stato e della sua religione ed etica, l’islamismo fondamentalista e terrorista a cui si rifanno tra gli altri gli Hezbollah rappresenta l’unica ideologia rivoluzionaria con ampio seguito di massa nata nell’alveo di una religione storica. Solo Gilles Kepel, che da anni incredibilmente predice il fallimento già maturato del jihadismo per motivi che solo lui conosce, può definirlo “dalle poche centinaia di aderenti”. Nella realtà, la connotazione religiosa del totalitarismo islamico, la sua filiazione da una delle “Religioni del Libro”, il riferimento a una liturgia e a una Tradizione più che millenarie sono la base delle incredibili simpatia ed empatia che esso riscuote in tutto il mondo musulmano, ben al di là dell’avversione comune allo stato degli ebrei. Il “sistema di valori” dell’islamismo fondamentalista, inoltre, presenta un’altra differenza – ma non di essenza, di forza – rispetto al nazifascismo: non si è imposto grazie all’azione violenta di settori marginali della società, come fecero il nazismo e il fascismo (che seppero costruire consenso alla propria dittatura solo dopo la presa del potere), ma ha saputo imporsi con una rivoluzione popolare, la più popolare tra le rivoluzioni del XX secolo che trionfò in Iran nel 1979. Questa essenza rivoluzionaria, di massa, del fondamentalismo contraddistingue anche i suoi dirigenti, che alla testa di enormi mobilitazioni di popolo hanno saputo conquistare e poi difendere il potere. Ma questa dinamica rivoluzionaria e non di regime, non giacobina, è tanto potente quanto ignorata da un occidente che ha perso le sue ideologie e che non sa neanche più riconoscere e allarmarsi per le ideologie degli altri, anche quelle che lo minacciano di morte. I velleitarismi delle cancellerie europee e le fumisterie della sinistra planetaria – in primis quella italiana – a fronte dell’Iran, come di Hezbollah e di Hamas, nascono proprio da questa incapacità di “leggere” un movimento rivoluzionario in movimento che viene esorcizzato sino a pensare che possa essere imbrigliato in normali “accordi politici”, come si trattasse di imbrigliare movimenti nazionalisti come tanti altri. Timothy Garton Ash, proprio sulla base di questo errore, arriva oggi a paragonare Hezbollah all’Ira irlandese e a ipotizzare quindi una sua evoluzione positiva grazie a un graduale patteggiamento sulle sue istanze nazionaliste. Ma Hezbollah, come Hamas, come Ahmadinejad e Khamenei, non ha nessun problema nazionale, ma subordina gli stessi interessi delle nazioni in cui vive, semplicemente, al Giudizio universale. Quando i Soloni politicamente corretti – tutti antiamericani quanto antisraeliani – saranno in grado di spiegare come si possa patteggiare e trattare su diverse concezioni del Giudizio universale, il problema sarà risolto. Ma, a oggi, l’impresa pare difficilina. Sia Ahmadinejad sia Hezbollah sia Hamas (e peraltro anche Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri), con straordinaria chiarezza – inascoltati –, ci dicono da un trentennio che il punto focale che li porta “a combattere l’occidente e i cristiani e i crociati e i falsi musulmani” è il Giudizio universale. Khomeini lo spiegò già con estrema chiarezza nelle prime righe della sua Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran, documento fondamentale per tracciare le infinite similitudini (e le poche differenze) tra nazismo e fondamentalismo islamico (inutilmente avversato dagli ayatollah moderati, spazzati via dall’Imam): “La Repubblica islamica è un sistema che si basa sulla fede in:
1 – Un Dio Unico (La Ilaha Ilallah), nella sua sovranità esclusiva, nei suoi comandamenti e nella necessità di sottomettersi al suo ordine.
2 – La Rivelazione Divina e il suo ruolo fondamentale nella formazione delle leggi.
3 – Il Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell’evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio.
4 – La Giustizia di Dio nella Creazione e nei comandamenti.
5 – L’imamato, la sua direzione permanente e il suo ruolo fondamentale nello sviluppo continuo della Rivoluzione islamica.
6 – La dignità e il valore supremo dell’uomo e della sua libertà, così come della sua responsabilità verso Dio.”
Il combinato disposto della sovranità esclusiva di Allah e dell’Imamato del suo esercizio vicario a opera di un Giureconsulto segna un’affinità straordinaria, dal punto di vista concettuale, con l’elemento cardine del nazismo: il Fürherprinzip. Il potere, tutto il potere, in Iran è concentrato nelle mani del Rahbar, della guida della Rivoluzione, vicario di Dio, incarnazione dello stato etico, che dispone di tutto il potere monocratico nella politica estera, nella politica giudiziaria, nella politica militare, e che ha pieni e totali poteri sovraordinati a un esecutivo apparentemente elettivo, in realtà espressione solo dell’umma musulmana. Hezbollah libanese è ugualmente e volontariamente sottoposto a questo Fürherprinzip e si propone come proiezione internazionale della rivoluzione islamica iraniana, agli ordini dell’ayatollah Khamenei, di cui Sayyed Nasrallah è soltanto il “rappresentante in Libano”. Umberto Eco ci aiuta poi a focalizzare un altro fondamentale punto di contatto tra islamismo fondamentalista e nazismo: “C’è una componente dalla quale è possibile riconoscere il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, sapendo con assoluta certezza che da quelle premesse non potrà venire che ‘il fascismo’, ed è il culto della morte”. Questo culto naturalmente si presentava in forma laico-nichilista nel nazifascismo, mentre vive come riproposizione gnostica nello scisma martirologio khomeinista. L’ideologia dello shahid esalta infatti la “bella morte”, non come delirio di onnipotenza dell’individuo superiore e quindi eroico, ma all’interno di un perfetto schema neoplatonico: uccidendo e negando la propria materia umana con la dinamite, il martire compie un completo percorso di conoscenza del divino e diventa pura luce, proprio perché distrugge la polarità diabolica della materia di se stesso e contemporaneamente delle sue vittime infedeli, siano essi cattivi musulmani, cristiani e soprattutto – ebrei. Questa “religione della morte” è, nel nazismo come nel fondamentalismo, intrecciata con la “religione della guerra”, la considerazione ideologica del conflitto armato come bene in sé, la scelta di purificare la società e l’individuo non nella vita civile, ma impegnandolo, con tutta la società, in una guerra permanente con gli “infedeli”, in una dimensione che il nazismo esaltava col “ruolo salvifico della guerra” e che il fondamentalismo esalta col suo crescente jihadismo. Nell’uno e nell’altro caso si ha la fine della politica – sia sul piano interno sia su quello estero – e il predominio dei rapporti di forza violenti e di deflagrazioni belliche devastanti, intervallate mai dalla pace, ma solo da tregue. Una mistica della guerra come “bene supremo” che enfatizza – altro punto in comune tra le due ideologie – il miraggio dell’“arma finale”. Il senso della politica atomica iraniana, ben più e ben prima del possesso effettivo della bomba A, è tutto nell’“effetto annuncio” dell’arma finale. E’ l’anticipazione dello strumento per scatenare il Giudizio universale, la molla che fa scattare un jihad che – come si è visto in Libano – non è tanto ingenuo da puntare le sue carte su una banale deterrenza o su un impiego effettivo della bomba. L’effetto annuncio serve a motivare lo scatenamento di una serie di azioni militari del tutto tradizionali (esattamente come fece l’Urss negli anni settanta e ottanta in Africa e Asia, sotto copertura atomica), in una logica non più di guerra tradizionale nasseriana ma di guerriglia da bunker e di attentati, magistralmente messa in atto dagli iraniani nel Libano del sud, con lo scopo non di ottenere lo stato dei palestinesi (che i fondamentalisti dall’epoca del Gran Muftì rifiutano) ma di distruggere lo stato degli ebrei. L’antisemitismo nel fondamentalismo islamico è infatti strutturale, portante, esattamente come lo era nel nazismo. Identica è la concezione dell’ebreo nelle due ideologie, perché il giudeo è nemico della umma come della Deutsche Gemeinschaft in quanto portatore di complotto, secondo un’interpretazione dell’archetipo politico maomettano che ha le sue radici nei presupposti complotti ebraici che il Profeta combatté alla Medina e che lo spinsero a ordinare la strage degli ebrei Banu Quraizah, sgozzati in 650 nel 627 d. C. con una liturgia che i terroristi iracheni ci hanno riproposto via al Jazeera, tagliando la gola al giovane ebreo americano Daniel Pearl. Vi sono mille e mille prove storiche della radicalità di un profondo antisemitismo musulmano, ma tra queste la più importante – però la più trascurata da quanti si aspettano un’evoluzione positiva di Hamas – è il definitivo legame tra Giudizio universale e sterminio di tutti gli ebrei. Pure, questo rapporto salvifico tra l’Avvento del Regno di Allah, vittoria universale dell’Islam e sterminio hitleriano di tutti gli ebrei, questa invocazione di una nuova shoah apocalittica è riportato con chiarezza e con enfasi nello statuto di Hamas, a dimostrazione di come il problema sia ben più radicale che non il mancato riconoscimento dello stato di Israele: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo’, ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei (Hadith riferito da al-Bukhari e da Muslim)”. Là dove l’indiscutibile antisemitismo storico cristiano è sempre stato vincolato a San Paolo e Sant’Agostino, che legavano l’Ultimo Giorno alla conversione dell’ultimo ebreo, Hamas e i Fratelli musulmani disegnano invece un finalismo, un senso teologico della storia che ha nell’uccisione dell’ultimo ebreo il suo estremo sigillo. Che ci si spieghi come sia possibile una trattativa politica con chi ha questa visione del mondo e dell’umanità e ci accoderemo alle critiche al governo di Gerusalemme per la “sproporzione” delle sue risposte. Di nuovo, nozze piene tra nazismo e fondamentalismo – ma qui anche col cosiddetto “Islam moderato” – quanto a diritti delle donne. Solo i “dialogatori cattolici postconciliari” sono riusciti a non accorgersene, ma in tutto l’Islam contemporaneo, salvo fazioni minoritarie, la donna gode di pieni diritti solo quanto ad anima. Per il resto, quanto al suo corpo, nella pòlis, quale cittadina, essa è sottoposta a un dimidiamento dei diritti che è insanabile, perché discende da un principio indiscutibile: l’autorità tutoria dell’uomo. Concetto così sviluppato dal fondamentalista italiano Hamza Piccardo nel suo commento al Corano a cura dell’Ucoii (130 mila copie vendute): “Oltre alla complementarietà tra uomo e donna, c’è un problema di guida, nella famiglia e nella società, che non significa predominio, oppressione o disconoscimento della prevalenza femminile in una quantità di settori e circostanze. Allah affida questo ruolo dirigente al maschio. E’ un compito gravoso e difficile, di cui l’uomo farebbe volentieri a meno e di cui è tenuto a rispondere davanti ad Allah”. E’ qui, in questo “ruolo dirigente del maschio”, il nodo teologico-giuridico da cui discende tutta la legislazione repressiva nei confronti della donna. Sempre Hamza Piccardo, che ha fama, immeritata, di essere un “moderato”, dà prova del paradosso del suo riformismo fondamentalista là dove indica che la donna non è solo esposta al ripudio dell’uomo, ma che, in fondo, anche essa può scegliere il divorzio. Naturalmente, però, a differenza dell’uomo, essa deve “pagare” questa sua scelta, essendo una mezza cittadina, “offrendo una compensazione economica”. Poligamia, divieto di nozze con ebrei o cristiani, valore dimezzato delle testimonianze in tribunale, necessità del permesso del tutore maschio per le nozze, quote ereditarie dimidiate rispetto ai coeredi, e la stessa imposizione del velo derivano da questa “autorità tutoria” dell’uomo (la femmina deve coprire le sue zone erogene perché, a differenza del maschio, non è capace di gestirne l’impatto sociale). Infine, ma non per ultimo, l’ossessione dell’apostasia costituisce un ulteriore legame tra il “progetto di stato” islamico e quello nazista. In quasi tutto l’islam contemporaneo, infatti, il divieto di proselitismo da parte dei cristiani consegue alla proibizione assoluta per il musulmano di abbandonare la umma. Un divieto che deriva dall’inscindibile unità tra patto sociale e patto con Allah: il cittadino che abbandona la fede viola per ciò stesso il patto di cittadinanza della pòlis e quindi va punito. Divergono solo le pene per questo reato che ovviamente nega qualsiasi liceità della pratica del libero pensiero: in Iran, Pakistan, Yemen, Sudan e negli Stati islamici della Nigeria la pena è la morte, nella “laica” Algeria una legge del 2006 punisce con due anni di carcere e 10 mila euro di multa ogni atto di proselitismo, altrove le pene variano (l’Ucoii italiana, al riguardo, pare essere moderata, anche se permane il divieto di pratica del libero pensiero). E’ questa, dunque, la riproposizione di uno stato governato da una Santa Inquisizione, in cui il tradimento dell’ideologia del regime equivale al tradimento della patria, con conseguente punizione del reo. E’ la riproposizione di uno stato concentrazionario. Tanto basta, più che a dare ragione a George W. Bush, a definire una “chiave interpretativa” del fenomeno fondamentalista e terrorista islamico che spiega come le strade della politica, della trattativa, del compromesso non riescano mai a imporsi nei conflitti tra islam e occidente e illustra anche le ragioni per cui – come urlò Jibril Rajoub a Yasser Arafat nel 2003 - quello palestinese è assolutamente l’unico movimento di liberazione nazionale del ’900 che non sia riuscito a conseguire il suo obbiettivo. (Carlo Panella, Il foglio, 19.8.2006)

Credo sia giunto il momento di aprire gli occhi. Tutti. E di alzarci in piedi. Tutti. Perché a volte, ad alzarsi tutti insieme, magari funziona.


barbara




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21 agosto 2006

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Per i signori troll. Buona sera. Poiché la sveglitudine non è caratteristica predominante in persone come voi e i vostri simili, vi concedo il generoso privilegio di spiegarvelo ancora una volta: il mio contatore gira MOLTO velocemente grazie ai visitatori intelligenti. Non ho pertanto bisogno del vostro contributo per entrare nella classifica dei blog più visitati, cosa che accadrà presto, qualunque cosa decidiate di fare voi. Pertanto NON sono disponibile a dedicare il mio tempo a rispondervi. Liberi, beninteso, gli altri ospiti di operare le scelte che più loro aggradano, ma di risposte da me non ne avrete. Prima di congedarmi definitivamente da voi, tuttavia, essendo di una bontà smisurata – quasi disumana, oserei dire – ho deciso di farvi un regalo, interamente dedicato a voi.
Per il signor cacafessi. Buona sera, carissimo. Scusami se te lo dico, ma ti capisco solo a metà. Da una parte, essendo noto che codesti personaggi sono servitori prezzolati, sappiamo bene da chi, per condurre la loro opera di disturbo, capisco che il tuo innato senso della giustizia ti spinga a far sì che almeno si guadagnino il pane spendendo almeno il loro tempo. Dall’altra però non capisco quale masochismo ti induca a spendere anche il tuo, di tempo, dedicandolo a consimili soggetti. Senza che ciò, beninteso, faccia diminuire la stima che nutro per la tua persona. E, onde non rischiare che tu possa sentirti discriminato, ecco qui un regalino anche per te.

barbara




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21 agosto 2006

DARFUR, IL GENOCIDIO IGNORATO

Si vedono soltanto la testa di una bambina che affiora e la mano di donna con la fede al dito che la cinge da sotto le macerie. Una madre e una figlia, l'ultima tenerezza prima di morire. È un'immagine del Libano, estate 2006. L'estate della strage di Cana. Tra dieci anni qualcuno dirà: ti ricordi Cana? E ci ricorderemo. Pochi, forse nessuno potrà dire: ti ricordi Korma? Pochi sanno dov'è Korma, cosa è successo a Korma. Anche chi scrive non ne aveva la più pallida idea, prima di parlare ieri con una signora gentile con la voce roca che si chiama Jemera Rone. «Ha sentito di Korma?». Rone è la responsabile per il Sudan dell'organizzazione umanitaria Human Rights Watch. Korma è un posto nel Darfur, la regione occidentale del Sudan, dove, tra il 4 e l'8 luglio 2006, 71 persone sono morte massacrate. Undici studenti, sette donne. Il mondo non ha pianto per Korma. Rone sta seduta in un comodo ufficio di Washington, ma sa cosa sta avvenendo in Darfur. «L'esercito sudanese ammassa truppe nel nord - racconta al Corriere - c'è la convinzione che vogliano attaccare i villaggi dei ribelli per mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Il presidente Bashir vuol dire all'Onu che non c'è più bisogno di Caschi Blu». Do you remember Darfur? Alle Nazioni Unite fanno di tutto per ricordarselo. Ieri la Gran Bretagna appoggiata dagli Usa ha presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che chiede l'invio di una missione urgente in Darfur per fermare le violenze contro i civili. A maggio è stato firmato un accordo di pace tra il governo di Khartum e il principale gruppo dei ribelli (altri due hanno rifiutato). La guerra (200 mila morti dal 2004) è anche un conflitto etnico. Sudanesi di origine araba (il governo, le milizie Janjaweed) contro le tribù di ceppo africano dell'ovest. Il cessate il fuoco firmato oltre tre mesi fa è lettera morta. «La situazione per i civili è più grave di prima», dice Rone. Anche al Palazzo di Vetro ne sono convinti. Bisogna intervenire. La missione proposta dalla Gran Bretagna mira a portare sul terreno oltre 17 mila soldati. E proprio nel momento in cui tutti sono impegnati a trovare i 15 mila Caschi Blu da inviare nel Sud Libano. E' la solita sfortuna dell' Africa, come ha scritto Nicholas Kristof sul New York Times? Potendo scegliere, meglio essere un disgraziato in Medio Oriente che in Sudan o in Ciad o in Uganda. Kristof non è un grande estimatore del presidente George Bush ma gli riconosce un «trionfo»: aver promosso la pace tra il governo sudanese e i ribelli, dopo un conflitto durato decenni. Certo l'Africa è così ricca di conflitti che un Paese si può permettere il lusso di averne due. Quasi pacificato il Sud, rimane il Darfur. E qui nessuno può parlare di trionfi. Non solo gli Stati Uniti, ma l'Onu e tutti i Paesi dovrebbero fare di più, denunciano le organizzazioni umanitarie, da Amnesty International a Human Rights Watch. Potevano fare di più i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ma non sono soltanto i Grandi a dover essere accusati di palleggiarsi le crisi del mondo usando due pesi e due misure. Il mondo arabo ha gridato ai massacri in Libano. Il Darfur fa meno notizia? O è più imbarazzante visto che i principali aguzzini sono musulmani di origine araba? Una forza di interposizione (di cui fanno parte truppe asiatiche e africane) è già presente, un po' come era già presente nel Sud del Libano. Va potenziata e rifocalizzata sul Darfur. Quanti hanno offerto la loro disponibilità? Secondo il Christian Science Monitor la lista dei Paesi disponibili a mandare soldati nel Sudan occidentale «assomiglia a un deserto». Rone non crede che questo sia il problema. «Il nodo vero è politico: indurre il governo sudanese ad accettare la missione. I soldati si trovano, anche nel pieno di questa emergenza Libano. Certo non è neppure utile che americani ed europei siano in prima fila». Altri osservatori pensano che il governo sudanese stia sfruttando l'impopolarità guadagnata dagli occidentali in Medio Oriente come scusa per dire no a una missione Onu in Sudan. Proprio ieri il presidente Bashir ha presentato un sedicente «piano di pace» che renderebbe inutile ogni coinvolgimento esterno. Un «piano di pace» nelle stesse ore in cui l'esercito prepara una nuova offensiva che viola le precedenti risoluzioni dell'Onu (una decina). Al Palazzo di Vetro sperano di arrivare a un voto sulla bozza di risoluzione Darfur entro due settimane. «Difficile», dicono a Human Rights Watch. La bozza riservata, che il Corriere ha potuto leggere, prevede regole di ingaggio che vanno sotto il capitolo VII, cioè un «robusto» uso della forza (contro i gruppi armati) maggiore di quello previsto per il Libano. La Cina, grande amica del Sudan e dei suoi pozzi petroliferi, potrebbe convincere il presidente Bashir ad accettare i Caschi Blu. Pechino assicura che è quello che sta facendo. Con scarsissimi risultati. Nella mappa delle atrocità in questa estate 2006, Korma è un puntino sepolto. (Michele Farina, Corriere della Sera)

L’Onu, è il caso di ricordarlo, si è rifiutato di classificare il genocidio del Darfur come genocidio: perché in caso di genocidio l’Onu è obbligato per
statuto ad intervenire, e di intervenire nel Darfur non ha mai avuto voglia nessuno. Così è bastato cambiare nome alla tragedia dei neri sudanesi, duecentomila morti e due milioni di profughi, ed è diventato legittimo lavarsene le mani. Cerchiamo di ricordarcene almeno noi, una volta ogni tanto.

barbara

Aggiornamento: completamente OT, ma è talmente bello che dovete assolutamente leggerlo.




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20 agosto 2006

DELITTO DI GERUSALEMME: UNO SGUARDO DALL’INTERNO

Oggi, guardando i notiziari che comunicavano l'arresto del presunto colpevole dell'omicidio di Angelo Frammartino, avevo le lacrime agli occhi. Per l'indignazione e la rabbia provocatemi dalla superficialità di questi servizi. "L'improvvisato omicida", come lo definisce SkyNews, avrebbe ucciso il volontario italiano ventiquattrenne per errore, mietendo così una "vittima più di un'esaltazione che di un attentato terrorista". Un errore fatale, visto che il presunto assassino, palestinese legato alla Jihad Islamica, anche lui ventiquattrenne, era venuto a Gerusalemme con l'intenzione di uccidere un ebreo e "ha trovato invece un giovane italiano". Si vede che anche il giovane italiano c'aveva il naso un po' aquilino. "Ma questo, il giovane palestinese l'ha saputo troppo tardi", riporta il TG3. Già, perché, stando a questa narrazione, se solo avesse saputo chi la sua lama stava per andare a sgozzare, allora si sarebbe fermato in tempo, avrebbe abbracciato e ringraziato il giovane e nobile pacifista per il suo supporto alla causa palestinese e sarebbe andato alla ricerca di sangue ebraico, una mossa decisamente più umanamente comprensibile e giustificabile. Il padre del giovane volontario dice "non provo rancore verso questa persona che ha ucciso mio figlio" e afferma "che si sia trattato di un errore, conferma tutti i ragionamenti che abbiamo fatto in questi giorni, ma aumenta la sofferenza".
Sono una coetanea di Angelo, e non mi considero meno "pacifista" di lui, in termini sia di volontà di raggiungere la pace nel mondo, sia di attivismo per una convivenza pacifica tra palestinesi e israeliani. (Anche se, a giudicare da ciò che leggo dei suoi scritti, se avessimo avuto la possibilità di conoscerci, credo avremmo avuto comunque qualche divergenza di pensiero). Vivo in Israele da quattro anni, sono ebrea e pure rea di chiamarmi Sharon. Nell'ultimo anno, ho percorso la strada dove è stato ucciso Angelo regolarmente una volta alla settimana, alla domenica, quando, finito il volontariato che prestavo in un centro del quartiere Wadi el-Joz di Gerusalemme Est, mi recavo poi verso il centro della città. Sono indignata dall'assoluta indifferenza manifestata nei confronti del reale obiettivo dell'assassino. Nessuna parola di sdegno, di disapprovazione di una follia omicida che avrebbe dovuto essere rivolta contro una persona colpevole del crimine di appartenere alla religione ebraica. Sono parole di condanna che mi aspetterei da un uomo di pace, come il signor Frammartino sembra definirsi, almeno in memoria del figlio, già eletto a martire della pace. Ma forse, secondo la filosofia pacifondaia, un ebreo sarebbe stato un giusto obiettivo della resistenza palestinese.
Sharon

Non posso che condividere le amare considerazioni della giovane amica. Sembrerebbe, in effetti, a sentire i commenti dei vari servizi giornalistici, che il maggior motivo di rammarico sia il fatto che il “povero cristo” non sia riuscito a far fuori il suo ebreo. E questi sono quelli che sarebbero pagati per informare obiettivamente.

barbara




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20 agosto 2006

RICORDO D’INFANZIA

Dovevo avere due o tre anni. Il ricordo non è del tutto nitido, ma mia madre lo ha raccontato tante di quelle volte che mi è impossibile dimenticarlo.
Eravamo andate a trovare una sua amica, e quando siamo tornate a casa mia madre mi ha trovato nella tasca del cappotto un reggiseno dell’amica. Immediatamente mi ha rimesso il cappotto e ha detto: «Adesso torniamo lì e glielo restituisci!» E io mi sono messa a piangere, a pestare i piedi, a strepitare: «È mio! L’ho rubato io!!» Mi è tornato in mente sentendo del rifiuto di Hetzbollah di consegnare le armi all’esercito regolare (sì, lo so: loro, tecnicamente, non le hanno rubate, le armi. Però …).

                 

… e a proposito di ricordi, beccatevi anche questo.

barbara




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19 agosto 2006

UN GRANDE TONI CAPUOZZO

E’ sempre colpa nostra. L’insostenibile autoflagellazione dell’occidente

E’ sempre colpa nostra. Uccidono un povero ragazzo pacifista a Gerusalemme, e il padre – ai padri va perdonato tutto, sì – non trova di meglio che dire che non ce l’ha con il povero cristo che lo ha ucciso, ma con le ingiustizie del mondo. Nonostante il povero cristo avesse scelto un coltello in grado di uccidere, sapesse come sferrare un unico colpo mortale, e forse avesse addirittura indossato un guanto per non lasciare impronte, alla faccia del povero cristo. Sgozzano una tenera ragazza pachistana che vuole vivere, e la colpa è delle abitudini tribali del Punjab, secondo l’imam locale, e non bisogna dimenticare, secondo Dacia Maraini, le colpe dei cristiani, e comunque non addossare la colpa agli islamici. Ma che cosa ci vuole per far ribollire il sangue nelle vene, per trovare in quei gesti, in queste storie, le vere ingiustizie del mondo, per avere un sussulto di dignità e di rabbia, per avere il coraggio di indignarsi e di ribellarsi? Non basta – e su questo non scrivono nulla – quell’esecuzione di un sospetto collaborazionista nella piazza di Jenin, quel rito osceno, quegli applausi al cadavere scalciato, per dire basta? Non lo so, ma so che è come se tutto l’odio di cui si è capaci fosse stato esaurito nell’indirizzarlo verso Berlusconi, o verso Farina, o verso Pompa, o verso Ricucci, o verso Previti, non so, è come se la capacità di indignarsi fosse già stata svuotata, e quelle scene – il ragazzo accoltellato a caso, la ragazza condannata a morte e sepolta nel cortile, il sospetto ucciso in piazza – richiedessero, invece, comprensione, giustificazione, e rimandassero ancora una volta a Bush, alla protervia dell’occidente, a chissaché, e non facessero tremare i polsi. Però sono contento di una cosa, nel disordine di quest’agosto: che Israele, perdendo, ci ha trascinato nella sconfitta. Perché Israele ha perso, non c’è dubbio. Ha mostrato per la prima volta, di essere Golia e non Davide, o se preferite di essere il gatto Tom e non il topo Jerry: un esercito tra i più forti del mondo non è riuscito ad aver ragione delle bande di miliziani Hezbollah, in trentatré giorni, e la tattica terrorista ha dimostrato di essere imbattibile, sul suo terreno. Dalla Siria Assad a ragione indica nelle nuove generazioni quelle della rivincita sull’imbattibilità di Israele, ovunque il mondo arabo festeggia, e Israele è dilaniata dalle critiche, e sa di aver perso il potere di deterrenza su cui poggia la sua minuscola e isolata sopravvivenza. E’ ridotta, come il generale William Westmoreland ai tempi del Vietnam, a sbandierare le perdite del nemico, per avvolgere in una cortina fumogena i propri scacchi, il non essere riuscita a intercettare un missile che fosse uno, e aver lasciato, dopo un mese, quasi intatta la capacità di Hezbollah di costringere due milioni di israeliani a vivere, loro sì, come topi nei rifugi. Ma in una cosa Israele ha vinto, continuando a bombardare, e ad animare il risentimento del mondo arabo, e di quello europeo, anche, nei suoi confronti. Ha obbligato l’Europa a mettersi in mezzo, se davvero voleva la cessazione delle ostilità: e adesso sarà l’Europa – inglesi e americani non manderanno un solo uomo – a fare i conti con il disarmo di Hezbollah, adesso siamo tutti nella merda, basta prediche saputelle da lontano, e basta equilibrismi. Ci ha messo in mezzo, ha fatto in modo che fossimo noi, adesso, a dimostrare come si fa. Non avremo problemi con il ritiro israeliano, strette di mano e tanti saluti, ne avremo di inimmaginabili con la resa dei conti libanese, con un esercito imbelle e con una milizia che non si farà facilmente traslocare nei quadri di quell’esercito, e non accetterà con dolcezza l’ammassamento in magazzini ufficiali dei propri arsenali. Faremo i conti con lo spettro della guerra civile, e con Damasco, e con Teheran. Come ci apprestiamo a farlo? Con i quadri sinottici sulle forze italiane sopravvissute ai tagli al bilancio della Difesa, e con dichiarazioni provinciali: l’Italia sarà unita. E chissenefrega dei senatori dissenzienti e dell’atteggiamento dell’opposizione, chissenefrega della prova di governo, bisognerebbe andarci guardando ai problemi sul terreno, non a quelli di casa nostra. E invece sono quelli a fare i titoli, e le dichiarazioni, e a misurare gli umori. Non sono ottimista sull’esito della missione, e peggiora il mio stato d’animo vedere come ci andiamo allegramente, e tutti compresi del nostro voto, non di quello cui andiamo incontro, e di quello cui mandiamo incontro i bravi ragazzi della Pozzuolo e dell’Ariete, i lagunari e i marò, e i paracadutisti. Possiamo far finta di non sapere che la ridicola missione Unifil, impotente e inutile, è costata quasi trecento morti in diciassette anni? Figurarsi quel che costa fare sul serio. Ma a proposito di vittime, non volendo fare l’uccello del malaugurio, lasciatemi ricordarne una, che lo sgomento per la morte del giovane Grossman ha fatto passare in secondo piano, o dimenticare. La letteratura passa giorni duri, da Grass che si rivela uno Scalfaro o un Fo qualunque, a Grossman che rivela una grandezza di padre superiore alla grandezza della scrittura, e fa male a ogni padre del mondo, perfino all’immagine del padre del volontario ucciso a Gerusalemme. Ma il più vecchio tra i caduti d’Israele, che per ciò stesso meriterebbe una nota, non l’ha avuta. Voi sapete che in Israele si può essere richiamati fino ai quarantacinque anni. Yaron ne aveva quarantaquattro ed era stato richiamato per una settimana, medico militare, all’inizio del conflitto. Aveva stazionato ai confini del nord, ed era stato rimandato a casa. L’hanno richiamato una seconda volta nell’ultima settimana di guerra. Ha salutato la moglie come se avesse un presentimento, e anche gli amici, che ora lo descrivono come un uomo unico – questo hanno le vittime israeliane, che non hanno quelle arabe, di essere presentate nell’irriducibile unicità che ha ogni vita, è un mondo in cui non si muore per caso, e non si uccide per caso, e a spiegare la differenza non sono i numeri, poche vittime da una parte molte dall’altra, ma un sistema di valori – con una grande ironia, e un grande capacità di essere diretto, e una grande, schiva religiosità. E’ stato ucciso da un missile anticarro, in Libano, e lascia la moglie e tre figli. Si chiamava Yaron Amati, e dunque era un ebreo di origine romana. Non è solo per questo che voglio ricordare la vittima meno giovane, tra i soldati di Tsahal, della seconda guerra del Libano.

Ringrazio Stella per avermi segnalato questo splendido articolo che condivido praticamente in toto e che, quand’anche non lo si condivida, fornisce comunque buoni spunti di riflessione.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui maggiori dettagli sulle dichairazioni dell'UCOII cui fa riferimento l'articolo di Magdi Allam.




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19 agosto 2006

IL TELEFONISTA DI AL QAEDA

“«… voi occidentali non riuscite a capire, a volte nemmeno a intuire, sia la profondità sia l’ineluttabilità dello scontro in atto. Uno scontro tra due parti del mondo. Vi siete svegliati dopo l’11 settembre, ma il quadro non vi è ancora chiaro. Né avete la capacità di immaginare quanto sia forte e profondo l’odio che viene covato e alimentato contro l’Occidente»”.
“C’è una libreria nella moschea dove Abu Imad invita a comperare ‘la voce di Dio’: libri di interpretazione del Corano, cassette con gli inni alla jihad e i sermoni più accesi, scene riprese dal vivo sui campi di battaglia dell’Afghanistan, della Bosnia, della Cecenia e dove si illustra come annientare i ‘maiali’, gli occidentali. Una è particolarmente raccapricciante: imprigionati e legati, una decina di soldati russi vengono processati dai mujaheddin. La sentenza, il taglio della testa, viene fatta eseguire da alcuni ragazzini, non più di dieci o dodici anni, cui vengono consegnate enormi spade. Due di quei ragazzi venivano indicati come i figli di Anwar Shaaban, lo sceicco che aveva diretto la moschea di Milano e che era poi morto in Bosnia.”
“Riadh gestisce con i suoi amici il commercio di soldi falsi e smercia droga. Trattiene per sé una parte del guadagno, piccola rispetto alla mole del traffico. Il resto, ormai lo ha capito, prende la strada dell’organizzazione terroristica. Si confida con l’Imam. E gli pone una domanda precisa: «È lecito per un mujaheddin raccogliere soldi in questo modo?» Abu Imad sorride e allarga le braccia: «Per la nostra jihad nulla è peccato». «Quello che mi colpì non era stato tanto la risposta che l’Imam mi aveva dato. Avevo ormai capito come fossimo all’interno del sistema dei mujaheddin e quanto il nostro lavoro di spaccio fosse indispensabile all’organizzazione. Rimasi sbalordito nel vedere l’arredo dell’ufficio dell’Imam: telefoni, fax, computer, videoregistratori, scaffalature, climatizzatore acceso mentre in moschea si moriva di freddo d’inverno e di caldo d’estate. L’Imam era seduto su una poltrona comoda ed elegante. Non aveva quell’aria umile che esibiva quando, seduto per terra assieme a noi, ci parlava del Paradiso. Sembrava un direttore di banca.»”
“«Per noi era un vero divertimento ascoltare cosa dicevate, alla televisione, sul terrorismo islamico. Parlavate di ‘cellule dormienti’. In Italia, sostenevate, non esistono cellule jihadiste operative. Facevate capire che l’Italia era un Paese al sicuro. E anche l’Europa, era il vostro parere, non poteva correre il rischio di attentati. ‘Cellule dormienti’ era insomma il vostro ritornello. […] Erano arrivati da voi non per sfuggire alle polizie dei loro Paesi, ma per portare la jihad nel cuore dell’Occidente.» Almeno dalla metà degli anni Novanta, spiega Riadh, la ragnatela del terrorismo islamico si è installata in Europa ed è riuscita a operare senza destare grandi sospetti. «Se veniva arrestato un mujaheddin, lo potevate accusare soltanto di aver spacciato qualche grammo di droga o di aver cercato di distribuire soldi falsi. Non avevate altri reati da contestargli: tre, quattro, cinque, sei mesi di carcere e poi fuori. I mujaheddin operavano sotto copertura, si camuffavano da piccoli criminali. Così l’organizzazione ha potuto svilupparsi: aprire nuovi covi, allacciare contatti in Europa e fuori dall’Europa, estendere la propria influenza su tanti giovani come me, arrivati in Italia per cercare fortuna e finiti, dopo il lavaggio del cervello operato dall’Imam, sulla via della jihad. Eravate voi, e non noi, i dormienti. Loro, i mujaheddin, lavoravano giorno e notte.»”
“«I mujaheddin, per passare inosservati e, soprattutto, per allontanare da sé anche il più piccolo sospetto, non usavano mai parole infuocate. Evitavano ogni accenno alla violenza, proprio loro che ci insegnavano a uccidere nel modo più crudele, che ci spiegavano quanto era bello vedere un uomo, vivo e ancora in sé, spegnersi piano piano coperto da un cumulo di macerie. Proprio loro che, in ogni momento della giornata, invocavano la lotta totale contro l’Occidente, se un semplice fratello, in moschea, accennava a qualche ingiustizia dei cristiani lo zittivano. Proprio loro che ci invitavano a vedere le videocassette nelle quali scorreva sangue a fiumi, in moschea parlavano di moderazione. Incredibile: anche i capi più feroci, là sembravano devoti fratelli attenti solo alla preghiera. Erano irriconoscibili», racconta Riadh. Ma nelle segrete stanze, lassù al primo piano di viale Jenner, il lavorio attorno ai progetti terroristici è attivo, efficace e costante.”
“L’Imam utilizza ogni pretesto per diffondere a piene mani l’odio contro l’Occidente. Persino i negozi gestiti da italiani, e financo i mercati rionali, diventano un emblema di Satana. «Non comprate niente dai ‘porci’. Quello che vi vendono ‘i porci’ è roba fatta con l’olio di maiale. Non andate nei loro ristoranti, non bevete nei loro bar. E se dovete salire sui loro tram, non comperate i biglietti. Non devono avere i nostri soldi.» C’è solo una eccezione, una soltanto: «Se indossate la tunica e portate la barba, i biglietti vanno rigorosamente acquistati. Non dobbiamo dare alcun pretesto ai ‘porci’ di criticare i musulmani.»”

Non è un romanzo: sono le deposizioni di Riadh, il primo terrorista jihadista pentito in Italia, unite alle dichiarazioni da lui fatte alla giornalista Marcella Andreoli. Era, come dice il titolo, il telefonista: colui che era in contatto con i vertici dell’organizzazione terroristica, che riceveva e trasmetteva i messaggi; era, in pratica, una delle persone che più sapevano di ciò che si andava muovendo. Impressionanti le cose che racconta, impressionante il quadro che presenta ai nostri occhi. Soprattutto dovremmo, credo, prestare attenzione a queste parole: «Cellule dormienti … Eravate voi, e non noi, i dormienti. Loro, i mujaheddin, lavoravano giorno e notte.» Qualcuno, poi, si è svegliato. Qualcun altro, invece, preferisce dormire ancora.

Marcella Andreoli, Il telefonista di Al Qaeda, Baldini Castoldi Dalai



barbara




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18 agosto 2006

FUORI DAI TERRITORI OCCUPATI!

L’Italia occupa la regione Alto Adige, sottratta all’Austria, l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, il Lazio, sottratti allo Stato Pontificio, la Campania, la Basilicata, la Puglia, la Calabria e la Sicilia sottratte al Regno delle Due Sicilie. Gli stati dell’ex Jugoslavia occupano l’Istria e la Dalmazia, sottratte all’Italia. La Polonia occupa un paio di regioni sottratte alla Germania. La Russia occupa un paio di regioni sottratte alla Polonia e le isole Kurili sottratte al Giappone. L’Inghilterra occupa il nord dell’Irlanda, sottratto all’Irlanda, Gibilterra, appartenente alla Spagna e le isole Malvine, sottratte all’Argentina. La Spagna occupa uno scoglio sottratto al Marocco. La Turchia occupa metà dell’isola di Cipro, sottratta alla Grecia (o forse Grecia e Turchia occupano l’intera isola di Cipro, sottratta a Cipro). Il Marocco occupa il Sahara occidentale. La Cina occupa il Tibet. Israele occupa le regioni di Giudea e Samaria, sottratte alla Giordania (aveva tentato di restituirgliele, nell’ambito degli accordi di pace, ma la Giordania non ne ha voluto sapere, chissà perché). È ora di finirla con queste occupazioni illegali! FUORI TUTTI DAI TERRITORI OCCUPATI E IMMEDIATA RESTITUZIONE AI LEGITTIMI PROPRIETARI!!

barbara




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18 agosto 2006

LETTERA AI FRATELLI

Ancora un ricordo del grande Herbert Pagani.

Assediato dai quotidiani, con la vita sospesa fra un telegiornale e l'altro, giro nel mio laboratorio, incapace di lavorare.
L'indignazione, ostentata e clamorosa, dei media umilia la mia.
Cerco nel concerto delle esecrazioni le poche voci oneste, desiderose d'equanimità, quelle che ricordino il "prima" non per scusare, ma per spiegare il dopo, e colleziono i ritagli di questi rari parenti del pensiero, magro album di famiglia.
Ho rinunciato alla parola da anni, ma il mio silenzio è sempre più affollato da cose non dette. Nella certezza che nessuno mi darà ascolto, l'urgenza di scrivere a tutti. Fratelli d'Occidente. Le svastiche ricominciano a sporcare i vostri muri. Prima di parlare, puliteli. Fratelli Yankees. Quella di David non è una stella della bandiera americana. Israele è solo una briciola della grande focaccia mediorientale. Cosa aspettate a mettervi a tavola coi Russi? Più il tempo passa più la briciola indurisce. A qualcuno finirà per restare in gola. Fratelli Russi. Mai stati così discreti come da quando vi hanno dato la parola. Troppo da fare fra Armeni e Afghani o desiderio di apparire neutrali in vista dell'ipotizzata conferenza internazionale? Avreste una strategia più efficace del silenzio, lasciate uscire i vostri ebrei; Israele vi riconoscerà titoli morali per proporre al Medio Oriente una pace che soddisfi anche voi. Fratelli delle sinistre. La vostra sensibilità al calvario palestinese ha accenti sublimi, e radici malsane. Intrisi di un cristianesimo che credete di aver evacuato, troppi di voi sono ancora convinti che la vocazione degli Ebrei sia di abitare esclusivamente la storia altrui. Malgrado l'olocausto continuate a dubitare della necessità di uno Stato ebraico. Lievito per secoli delle vostre culture, la nostra volontà di ridiventare pane vi sembra innaturale. Allora chiedo: dopo quanti anni lo schiavo perde il diritto alla libertà e l'esule alla patria? Duemila sono forse troppi? Siamo caduti in prescrizione? E ancora: perché un popolo sia legittimo abitante di una terra occorre che l'abbia conquistata con la spada, l'aratro, il tempo, il denaro o un voto internazionale? Scegliete: lsraele è stato agognato nel tempo ("l'anno prossimo a Gerusalemme, preghiera bimillenaria di Pasqua), ricomprato col denaro (bossoli del KKL), bonificato con l'aratro (Kibbutz), difeso con la spada (4 guerre in 40 anni), e votato dall'ONU (29 novembre 1947. 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni). Se oggi Sansone dà bastonate alla cieca è anche colpa della vostra compiacenza nei confronti dei Filistei (Palestina deriva da Falastin, Filisteo). Fratelli Cristiani. Il vostro Salvatore è nato dal grembo di una delle nostre donne. L'antisemitismo, nel grembo della vostra chiesa. Non c'è visita di Papa in Sinagoga che ce lo possa far dimenticare. Riconosca lo Stato d'Israele, Santità, e i giudizi del suo gregge cominceranno ad avere per noi un qualche valore. Fratelli Musulmani, figli come noi di Abramo. Israele è un Paese imperfetto nato da un sogno necessario. Se non potete accettarlo è perché rincorrete un sogno opposto: quello dell'unità Araba. Nato dal ricordo dei vostri splendori passati, fu il vostro cemento nei secoli dell'umiliazione coloniale. Con la fine di questa, è crollato. Il "Mondo Arabo" non esiste. Esistono solo dei Paesi arabi, dai regimi incompatibili, più o meno legati da una stessa fede, e da una stessa malafede nei confronti d’Israele. Il vostro scopo non è mai stato quello di dare una patria ai Palestinesi, ma di impedire agli Ebrei di averne una. Poiché fummo nella vostra storia ciò che le donne furono nelle vostre famiglie - soggetti di second'ordine, senza diritto di parola - il nostro desiderio di emancipazione è sembrato anche a voi scandaloso, contro natura. Incapaci di espellere Israele dal vostro corpo geografico avete espulso gli Ebrei dal vostro corpo sociale. Li avete costretti alla fuga. Così facendo avete confermato la vocazione al rifugio di Israele; avete incrementato gli effettivi del vostro nemico; vi siete privati di uno degli argomenti più trainanti della propaganda araba: Israele scheggia occidentale. Oggi la popolazione israeliana è costituita per due terzi da profughi dei Paesi arabi, o come dice Sua Maestà Hassan Il del Marocco, da Arabi di religione ebraica. I Palestinesi sono rimasti la vostra ultima arma. Li avete caricati come una bomba a orologeria: con "timer" generazionale. Divenuta anch'essa troppo difficile da maneggiare, l'avete abbandonata sul terreno. Oggi esplode a catena, ovunque. Fratelli Palestinesi. I campi nei quali siete nati sono opera di una precisa volontà araba. Gli atti terroristici di quelli che si ergono a vostri paladini non fanno che ritardare la vostra liberazione. E' più conveniente discutere con un nemico sincero che prestar fede a leaders di provata falsità. Oggi siete soli davanti ad Israele. Guardate bene questo esecrato avversario. Non se ne andrà mai. Per due ragioni: Israele è l'unico Paese al mondo dove sporco ebreo significa un ebreo che non si lava. E' l'unico i cui invasori, quando scavano il suolo della terra occupata, ritrovano le tombe dei loro antenati. E' inoltre l'unico di questa parte del globo in cui si può votare, esprimersi liberamente, e per assurdo che possa sembrare, è il solo dove abbiate ancora qualche amico. E' troppo tardi per chiamarli in aiuto? Spero di no. Prego di no. Dio, al quale non credo, al quale credo, al quale faccio tanta fatica a credere, se è vero che un giorno fermasti il sole, ferma per un istante la moviola dei secoli. Congela a mezz'aria pietre, pallottole e bastoni. Gli uomini hanno forse ancora qualcosa da dirsi, e io due parole da dire ai miei.
Ascolta, Israele. L'Eterno tuo Dio è Uno, e i suoi figli sono tutti i bambini del pianeta. Secondo me c'è un refuso nella Bibbia: tu non sei il popolo eletto ma il popolo elettore. Hai eletto Dio a Presidente della tua storia per l'eternità, e se sei sopravvissuto fino ai nostri giorni allorché tante civiltà sono scomparse, è perché sei stato fedele alle sue Leggi. Egli ti ordina di difenderti ma anche di amare. Amare è assumersi la responsabilità del prossimo. Il tuo prossimo è là davanti a te. Ha demolito la tua immagine agli occhi del mondo, rubato i tuoi amici, ucciso i tuoi figli, e si è servito dei suoi come esca. Guarda chiaro, Israele! Avviene per i popoli come per i bambini. Alcuni si danno una vita violenta per mancanza di genitori vigili alle loro necessità. Prima di te, Israele, i Palestinesi come Nazione non esistevano. Sono nati dall'averti visto nascere, sono cresciuti all'ombra delle tue vittorie, e se oggi gridano che vogliono tutto, anche Tel Aviv e Haifa, è più per disperazione che per convinzione: non hanno più niente. Lo so, avrebbero potuto tenersela quella parte di terra assegnatagli dall'ONU nel '47. Ma chi sbaglia i calcoli nella storia non può essere penalizzato in eterno. Lo so, non c'è con chi parlare. Tutti i Palestinesi moderati sono più o meno succubi dell'OLP, e l'OLP prevede ancora, nel suo statuto, la liquidazione dello Stato di Israele. Lo so, non esiste in tutta la diplomazia il caso di uno Stato sovrano disposto a trattare con chi si prefigge la sua distruzione. Il mondo ti chiede l'impossibile: trovare, a rischio della tua sopravvivenza, una soluzione che poggi sulla morale che tu hai insegnato al mondo e che esso ogni giorno, ovunque, trasgredisce. Il mondo che di te non ha avuto pietà, pretende da te pietà per chi di te non ne ebbe e domani, probabilmente non ne avrà. Provaci lo stesso. Siamo abituati ai miracoli. E i miracoli oggi sono quelli degli uomini che con un gesto inatteso crollano il corso della storia. Tendi la mano, Israele, anche se non c'è nessuno a stringerla, e prendi il mondo a testimone di questa mano tesa. Finalmente si saprà chi sei: non una scheggia occidentale piantata nel cuore del Mondo Arabo, ma la punta di diamante del Medio Oriente nel mondo.

Questa “Lettera ai fratelli” è stata l’ultimo atto pubblico di Herbert Pagani, prima della morte.



barbara




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17 agosto 2006

HO REINCONTRATO MAGDI ALLAM

E stavolta non mi sto leccando le dita, e neanche potrei, perché ancora mi tremano le mani. Prima avevo una mezza idea di scriverne, poi ho rinunciato, perché l’incontro mi ha scatenato una tale tempesta di emozioni da essere incapace di districarle e trasformarle in frasi di senso compiuto. Poi da varie parti sono stata sollecitata a provarci, almeno, e dunque ci provo. Ma senza alcuna garanzia sui risultati.

L’incontro doveva essere, come sempre, finalizzato alla presentazione del libro, ma altre cose urgevano, e di quelle ha parlato Magdi. Introdotto dal sindaco, che non va mai a nessuno dei numerosi incontri con l’autore che l’assessorato alla cultura organizza ogni anno (neanche al mio, è venuto, sniff sniff!), ma all’incontro con Magdi non manca mai. Ha letto, con la voce rotta che sempre più, via via, si andava rompendo, una poesia – italiana, lui di madrelingua tedesca – di don Giuseppe Puglisi, assassinato dalla mafia. Versi toccanti che dicevano: che senso ha vivere se non ci si batte, anche a costo della propria vita, per le cose in cui si crede? Poesia, di un uomo che ha sacrificato la propria vita per le cose in cui credeva, dedicata a Magdi Allam, che ogni giorno rischia la vita per continuare a battersi per le cose in cui crede. Ha continuato l’assessore alla cultura: voce rotta, anche lui, gola strozzata. E io con un occhio e un orecchio e mezzo cervello seguivo loro. Col resto guardavo Magdi. Ero stata sistemata, per ragioni che non vale la pena di raccontare, in una delle poltroncine riservate alle autorità, in prima fila, e lo vedevo un po’ di sguincio, ma chiaramente. Lo guardavo, guardavo il suo viso calmo e pensavo: quest’uomo sta rischiando la vita. Ogni giorno. Ogni ora. Ogni minuto. È stato condannato a morte per quello che fa, e lui continua a farlo. Per coerenza. Per onestà. E ho pianto. Di commozione. Di emozione. Di riconoscenza. Ascoltavo, guardavo, e piangevo. E poi ha parlato lui. Non del suo libro, no. Ha parlato di Hina, sgozzata perché amava un italiano. Chissà se nella sua voce leggermente velata di commozione c’era anche il ricordo del se stesso quindicenne, finito in una caserma della polizia egiziana per il crimine di amare una ragazzina ebrea … O se c’erano solo la rabbia, l’indignazione, la commozione, il dolore per una vita stroncata da una cultura di morte. Io ho pianto di nuovo, comunque, emozionata dalla sua emozione. Poi ha parlato del conflitto in Libano. Della tregua. Di tutta la situazione. Ne ha parlato a lungo, la voce, anche in questo, vibrante di emozione. Di passione. Ecco, se dovessi caratterizzare Magdi Allam con un’etichetta, credo proprio che userei questa: passione. È la passione a guidarlo, sempre, nello svolgere una professione non sempre onorata da chi la esercita, nello scegliere le cause per cui battersi, nello sfidare a testa alta (e a muso duro, direbbe il compianto Pierangelo Bertoli), la morte che gli è stata comminata da chi non accetta che si preferisca la vita alla morte. Ed è con questa sua immensa passione che ha parlato di Israele, delle minacce che incombono su di esso, precisando e rimarcando ancora e ancora, per i disinformati, per i diffidenti, per i renitenti, che Israele è stato attaccato senza motivo, che si sta difendendo, che è in atto un tentativo premeditato, programmato, lungamente studiato di portare a termine la sua distruzione, che il discorso della sproporzione è assolutamente assurdo e insensato. E questa passione, questa passione immensa che impregnava ogni sua parola, che trapelava da ogni suo poro, che traboccava dalla sua voce. E che mi strozzava la gola e mi velava, ancora una volta, gli occhi di lacrime. Poi qualcuno gli ha chiesto che cosa risponde alle accuse che si trovano dappertutto in internet di essersi sostanzialmente messo al servizio dei poteri forti ossia, in pratica, degli Stati Uniti e del sionismo. E anche lì ha dato una risposa stupenda: stare dalla parte di Israele, ha detto, non è una questione politica: è una questione etica. Stare dalla parte di Israele significa, semplicemente, stare dalla parte della vita e combattere chi sta dalla parte della morte. Stare dalla parte di Israele e riconoscere il suo diritto ad esistere significa anche, automaticamente, riconoscergli il diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari. Mi fermo qui, nella rievocazione delle cose dette da Magdi Allam nell’«incontro con l’autore» di domenica scorsa. Ha detto anche altre cose, ma io non le so più: sono tutte confuse nella mia mente e sulla mia pelle, e nelle mie mani che ancora tremano sulla tastiera, in questo maldestro tentativo di tradurre Magdi Allam in parole che mai, lo so, riusciranno a renderne la grandezza. La passione. L’emozione che la sua sola presenza regala a chiunque abbia la ventura di goderne.

barbara




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17 agosto 2006

ARRINGA PER LA MIA TERRA

di Herbert Pagani

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: "Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori." È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all'universo. Che volete. Fa parte della nostra natura. Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l'altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari,
nemici dell'ordine. Perché?
Perché l'ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da
tutti i paladini dell'ordine prestabilito. L'antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C'erano molti ebrei nel 1917.
L'antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo. È vero ci sono molti capitalisti ebrei.
La ragione è semplice: la cultura, la religione, l'idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall'altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria.
Ora che una patria esiste, l'antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo. Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia.
Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.
Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza.
Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell'era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza. Perché? Perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.
Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell'antichità.
Nella Bibbia è scritto: "La terra non appartiene all'uomo, ma a Dio"; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?
Non bisognava che il popolo sapesse.
Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l'indice, l'inquisizione e più tardi le stelle gialle.
Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l'ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.
Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dall'umore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano Avanti.
Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l'espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l'ha inventata?
Che cos'è il sionismo? Si riduce a una sola frase: l'anno prossimo a Gerusalemme.
No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.
E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l'hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all'anno: il giorno della Pasqua.
Allora il sionismo è razzismo ?
Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre.
Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.
Noi siamo gli ebrei di tutti.
A quelli che mi chiedono: "e i palestinesi?" Rispondo "io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l'oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c'è posto per due popoli e due nazioni"
Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme.
Tutta la sinistra sionista cerca da trent'anni degli interlocutori palestinesi, ma l'OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua
indipendenza sulle mie ceneri.
C'è scritto sulla carta dell'OLP: "verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917". A questo punto devo essere solidale con la mia gente.
Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.
Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.
Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.
Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

Oggi, 17 agosto, ricorre il diciottesimo anniversario della morte di Herbert Pagani (Herbert Avraham Haggiag Pagani): cantante, poeta, scrittore, pittore, scultore, disk-jockey, ecologista. Ed ebreo, nato a Tripoli nel 1944 e morto di leucemia ad appena 44 anni. Scrisse questo pezzo nel novembre del 1975, all’indomani della vergognosa risoluzione Onu – promossa come infinite altre dai Paesi islamici e dai leccapiedi della lobby del petrolio – che equiparava il sionismo al razzismo, ossia che negava il diritto di Israele all’esistenza – e potrebbe essere stato scritto tre giorni fa, o un’ora fa.
Ricordiamo un grande, che troppo presto se n’è andato.



barbara




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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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