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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2006

LA VERA STORIA DI OLA

Suonano alla porta, sento tossicchiare, guardo attraverso l’occhiolino, ma non si vede niente. Apro la porta e mi trovo di fronte un uomo vestito elegantemente, baffi ben coltivati, anelli su tutte le dita, un classico arabo. Mi mostra un suo biglietto da visita, il biglietto recita Abdallah Al Fatah, padrone di IBM, General Motors, Renault, Fiat, Seven Up e dell’ONU. Lo faccio entrare, è il 1964; per impressionarmi mi mostra la foto del grattacielo dell’ONU: “Sto per comprare questo palazzo”. Gli chiedo: ”A che ti serve un palazzo così enorme, non c’è nessuna privacy, è tutto di vetro.” “È semplicemente bello,” mi spiega“ muri di marmo, corrimani d’oro, tanto vetro, mi piace e me lo posso permettere. Anche alle mie mogli piace e cosa non si fa per soddisfare le proprie mogli?” Mi sembra ricco questo ospite, Al Fatah, e non capisco perché sia venuto da me: uno dei più ricchi del mondo, che si può permettere tutto, perché viene da me, che tutto quello che ho è un modesto miniappartamento nel medioriente? Ma le cose si chiariscono subito. Il sig Al Fatah tira fuori da una borsa elegante foto di bambini vestiti di stracci, sdraiati in una tenda o sulla sabbia, e delle baracche pericolanti, e mi dice: “In queste condizioni vive mio fratello Ahmed, che è il tuo vicino, proprio nell’appartamento di fianco al tuo. Io e tutti i miei fratelli che possediamo tutti gli altri appartamenti di questo condominio non te la possiamo far passare liscia. Solo per colpa tua nostro fratello Ahmed sta soffrendo così.” Rispondo ad Al Fatah: "Nel 1948, quando siamo entrati nel nostro appartamento, Ahmed ha sollevato davanti al padrone di casa un tale inglese, Lord Pill, la pretesa di avere anche il mio appartamento. Lui, con tutti i suoi fratelli mi hanno aggredito, e io sono stato costretto a difendermi. Alla fine abbiamo firmato un accordo a Rodi in cui Ahmed ha ricevuto una camera e un balcone del mio appartamento, adesso cosa volete di più?” Ma il ricco Al Fatah risponde arrabbiatissimo: ”Ma i figli di Ahmed sono profughi!” Facendo spallucce rispondo: ”Signor Al Fatah, perché non fai vivere la famiglia di Ahmed in una delle tue ville o dei tuoi appartamenti? O persino nel palazzo dell’Onu che mi hai fatto vedere? I soldi non ti mancano per sistemarli in modo decente.” “Non si può” risponde Al Fatah, ”Ahmed e i suoi figli sono profughi e noi insistiamo di farli entrare nel tuo appartamento per risolvere il loro problema.” Cerco di convincerlo mostrandogli il mio piccolo appartamento: ”Guarda che anche qui è pieno di profughi, oltre a quelli arrivati dall’Europa, abbiamo i profughi cacciati dall’Iraq, dalla Siria, dall’Egitto, dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Algeria, dallo Yemen, e anche da noi i problemi non mancano.” Mister Al Fatah diventa paonazzo come la sua cravatta: ”I tuoi non sono “profughi”, sono “nuovi immigrati” che sono stati sistemati e stanno bene. Profughi sono solo mio fratello Ahmed e la sua famiglia. E ti avverto che se non li fai entrare nel tuo appartamento riuniremo tutti i vicini per cacciarti via di qua.”
Questo era nel 1964, vivevo in un piccolo appartamento circondato da vicini ricchi, tutti fratelli di Ahmed, così loro hanno costituito la OLA (Organizzazione per la Liberazione dell’Appartamento) per liberarmi della preoccupazione del possesso del mio piccolo appartamento. Questa loro organizzazione ha cominciato a fare esplodere i tubi che portano l’acqua nel mio appartamento, a tagliarmi le gomme della macchina, a spezzarmi i vetri delle finestre, rendendo la vita molto dura. Dopo 3 anni, nel 1967, hanno bloccato l’entrata nel mio appartamento, minacciando di bastonare chiunque tentasse di entrare lì, e dopo mi hanno attaccato da tutte le direzioni. Il vicino di sopra ha cercato di saltare dentro al mio appartamento. Quello di sotto si è arrampicato lungo le grondaie, ma il peggio è stato Ahmed, che ha sparato dritto dentro al mio salotto e ha quasi fatto fuori mia moglie e sua cognata. Ho organizzato i profughi che erano con me nell’appartamento e li abbiamo respinti, alla fine abbiamo cacciato anche Ahmed dal balcone da lui occupato dal 1948, da cui sparava dentro al mio salotto. Il fatto che mi sono reimpossessato del balcone ha calmato per un po’ Ahmed e la sua OLA, ma poco dopo ha cominciato a terrorizzare tutti i miei amici, prendendo degli ostaggi, mettendo delle bombe, dirottando degli aerei, assassinando degli atleti. Insieme con questo ha cominciato una campagna di disinformazione, che tutto quello che lui vuole è riavere indietro il balcone che gli avevo portato via nel 1967, quando mi sparava dentro casa. Tutta la gente, molto impegnata nel suo tran tran quotidiano (debiti, mutuo, elettrodomestici) ha cercato di convincermi dicendo: ”Assalonne” mi ripetevano innumerevoli volte “dagli il balcone, tutto quello che vogliono è la liberazione del balcone.” Ma io rispondevo sempre: ”Questa organizzazione non vuole liberare il balcone, vuole liberare tutto l’appartamento, si chiama OLA e questa OLA l’hanno costituita nel 1964 quando il balcone era nelle loro mani… e poi attraverso questi muri sottili sento i loro preparativi per cacciarmi di qua.”
Poi nel 1973, proprio mentre stavo digiunando in Yom Kippur, mi hanno di nuovo attaccato, assaltando il mio appartamento, sia il vicino di sopra che il vicino di sotto. Sono riuscito a respingerli, ma è stata dura; poi riposandomi nel mio salotto, pensavo: ”Che fortuna che mi sono tenuto il balcone, mia moglie ha sentito gli spari, ma almeno non sono riusciti a spararci dentro al salotto e nessuno è riuscito ad avvicinarsi a lei.
Sembrava ragionevole andare avanti così, finché i geniali architetti dell’accordo di Oslo hanno riportato Ahmed, riconsegnandogli il balcone, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. (Una storiella di Avshalom Kor, settembre 2003)


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


barbara




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29 giugno 2006

BUON COMPLEANNO A UNA GRANDE DONNA



A chi desiderasse conoscerla meglio, suggerisco il suo libro “Libera dalla paura”, Sperling & Kupfer.
(e sempre in tema di donne, invito a guardare anche questo)

barbara




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29 giugno 2006

AGGIORNAMENTO SUL FRONTE DEL TERRORISMO

Riporto integralmente l’email inviatami da Simonetta.

E COSI' LO HANNO UCCISO (MA C'ERA DA ASPETTARSI QUALCOSA DI DIVERSO?)
Stamane le agenzie di stampa riportano:
"Medioriente: ucciso un colono israeliano rapito da miliziani palestinesi”.
Quando muoiono i terroristi, i media pubblicano perfino le foto delle madri con le foto dei loro "eroi" anche mentre distribuiscono dolcetti per la strage degli ebrei, affinchè tutti possiamo festeggiare, in questo caso invece (come sempre) nemmeno il rispetto di citare il nome, è solo un "colono".
Non avrò i potenti mezzi di cui beneficiano quelli che sono asserviti ai soldi dei petroldollari ma voglio ricordare questo ragazzo.
 
Eliahu Asheri, ZTUQ"L, HI"D 18 anni, assassinato SOLO PERCHÉ ERA EBREO E FACEVA L'AUTOSTOP!!
Solo ieri un prode palestinese mostrava i documenti di Elyahu dicendo che se l'esercito israeliano fosse entrato a Gaza loro avrebbero ucciso l'ostaggio
 Invece è stato trovato in un macchina vicino a Ramallah, i feroci bipedi nazisti di lingua araba gli hanno sparato a sangue freddo e massacrato il suo corpo già domenica sera.

Qualcuno ha qualcosa da dire? Onu vuoi mandare due finte righe di solidarietà alla famiglia di questo ragazzo ucciso dai terroristi? Ah no scusa, sei troppo impegnata ad aspettare una reazione di Israele per deplorarla con fermezza.
Mentre qui si diventa sempre più dhimmi proni e sottomessi, possiamo avere il piacere di gradire che:
Medioriente: miliziani palestinesi annunciano lancio di razzo chimico
GAZA - Le Brigate dei Martiri di Al Aqsa, gruppo armato legato al partito palestinese Al Fatah, hanno annunciato il lancio di un razzo con una testata chimica verso Israele, L'esercito israeliano pero' ha riferito di non aver nessun riscontro del fatto. E' la prima volta che da parte che miliziani palestinesi annunciano l'uso di questo tipo di razzi. (Agr)
Occidente, non è chiudendo gli occhi che ti potrai salvare, stai solo godendo di una "hudna" (tregua) perchè ricorda, dopo il popolo del sabato (gli ebrei) viene quello della domenica (i crociati).


Sottoscrivo integralmente quanto scritto dall’amica Simonetta, cui non credo necessario aggiungere ulteriori commenti. Aggiungo solo il suggerimento di leggere il bellissimo articolo che gli ha dedicato Deborah Fait.

barbara




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28 giugno 2006

COME SI FABBRICA UN TERRORISTA 3

Questa volta non aggiungo commenti, vi dico solo: guardatelo (è il n° 906), commuovetevi, piangete; poi andate a cercare un po’ di bombe e fate saltare in aria qualche maledetto bastardo fottuto sionista.

barbara




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28 giugno 2006

LEGHIAMO UN NASTRO BLU PER GILAD SHALIT

         
C'è una calma inspiegabile attorno a Gilad Shalit. Deve essere il modo in cui funziona il mondo.
Quando il missile ha colpito il suo carro armato, Gilad stava facendo la guardia ai nostri confini di prima del 67. I confini di cui Hamas ha parlato per mesi. Proprio quel confine sul quale, se noi ci ritirassimo, loro farebbero la pace con noi per le prossime generazioni. Oppure solo sino a domenica mattina, qualunque venga prima. Quando il missile ha colpito il suo carro armato, Hanan Barak e Pavel Slutzker, sono stati uccisi nell'esplosione. Un terzo è stato gravemente ferito. E poi è rimasto Gilad, questo ragazzino, sanguinante, solo, trascinato fuori nella striscia di Gaza da individui che l'avrebbero piuttosto assassinato che guardato. C'è questa foto che spezza il cuore di un ragazzino che non ha ancora vent'anni. L'ampio, innocente sorriso, senza dubbio non ancora cambiato da quando era piccolo. C'è questa famiglia adorata, che aveva abbassato la guardia perché credeva che lui, facendo il servizio militare nel nord, fosse lontano dai pericoli. Un padre, che nel profondo del suo incubo, riesce a dire ai rapitori : "Noi crediamo che quelli che lo tengono prigioniero abbiano anche loro famiglie e figli, e sappiano cosa stiamo provando".
Il mondo non può fare finta di niente.
Quando il missile ha colpito, c'era questo ragazzino, in servizio in un punto dell'esercito tranquillo, non nei territori, in alcun modo vicino ai Palesinesi. E c'è questo rapimento di un soldato in un esercito che si è ritirato da tutta la striscia di Gaza una volta occupata sino a confini internazionalmente riconosciuti.
Al mondo non importa niente. Forse dovremmo occuparcene di più. Forse è arrivato il momento che le persone facciano una piccola dichiarazione nel maggior numero di posti possibile. Così che non sia lasciato solo, non sia lasciata sola la sua famiglia. Ignorate le voci - si possono già sentire - che dicono che se l'è meritata come membro di un esercito che attacca i Palestinesi - i Palestinesi che lanciano razzi Qassam contro case, scuole ed ospedali, i Palestinesi che scagliano razzi Qassam tutti i giorni, talora sino a sette volte al giorno.
Il mondo se ne infischia. Il mondo se ne è lavate le mani dei Palesinesi. Il mondo si è lavate le mani di Hamas. Il mondo è del pari stufo dei nostri problemi. C'è la sensazione che si tratti di un rapimento a cui anche Hamas non vorrebbe pensare. La risposta potrebbe trovarsi da qualche parte tra le Twin Towers e Falluja. Notizie di assassini di massa in nome di Dio, decapitazioni in nome di Dio, bombe dopo bombe dopo bombe dopo bombe in nome di Dio, ci raggiungono una dopo l'altra. La nostra capacità di farci carico, la nostra possibilità profonda di comprendere sono state compromesse da un regno del terrore di tale enormità, di tale orrore, di tale durata, che la soglia della nostra capacità di risposta emotiva sta diventando irraggiungibile.
Ma solo per questa volta.... Noi dovremmo legare un nastro blu per Gilad.
Per i suoi genitori, per il suo fratello maggiore, per la sua sorellina più piccola. In modo che chi lo vede ci chieda per cos'è. E così anch'essi sapranno.
(Bradley Burston, Haaretz)
Grazie a Liberaliperisraele


barbara




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28 giugno 2006

COME SI FABBRICA UN TERRORISTA 2

Il sogno delle 72 vergini
Per capire conviene cominciare dalle vergini. Dalle 72 vergini che attendono il kamikaze nell’aldilà. Di loro, chi aspira a diventare uno shaid, cioé un «testimone di Dio», sa tutto. Per mesi, a volte per anni, gli imam che anche nelle moschee italiane preparano i ragazzi alla guerra contro i nemici di Allah, spiegano con dovizia di particolari chi sono e cosa fanno. In arabo classico, parlando con voce bassa e monocorde, gli imam chiedono ai discepoli di immaginare il paradiso, dove il martire siederà dietro a Dio su poltrone d’oro e diamanti, e le sue donne. Poi ne descrivono le figure. Dicono che le ragazze «hanno una bellezza araba, sono alte tra un metro e 65 e il metro e 70, pesano dai 70 agli 85 chili, hanno i seni all'insù sodi, la pelle bianca, indossano abiti arabi eleganti e lunghi, hanno il naso piccolo, la bocca piccola, grandi occhi neri, capelli lunghi, guance rosse, il collo lungo e un culo rotondo e ben fatto». E aggiungono: «In paradiso la bellezza dello shaid è tale che una vergine quando lo vede sviene. Il giorno in paradiso dura settantamila anni. Tu hai tutto il tempo per scopare. Passi dieci anni con una, cento con l'altra e così via».
Eros e Thanaros, amore e morte. O, se preferite, sesso (negato in vita) e morte. C’è tutto questo nella psiche di chi decide a vent’anni di caricarsi di tritolo e farsi saltare in aria. Diventare una bomba umana non è semplicemente una scelta politica o religiosa. È qualcosa di più. È l'esito di un percorso iniziatico comune a molte sette. È il risultato di un’abile «manipolazione psicologica» che in Europa, come in Oriente e in Nord Africa, viene effettuata da decine di cattivi maestri.
È questa, forse, la scoperta più sorprendente contenuta nelle 109 pagine di una consulenza tecnico-pischiatrica disposta dal pm di Milano Elio Ramondini su Rihad Jelassi, il primo pentito italiano di Al Qaeda. Dopo 17 sedute lo psico-criminologo Nico Zanovello ha stabilito che davvero Jelassi, come aveva sostenuto nei suoi primi verbali, ha subito una sorta di « lavaggio del cervello» da parte di alcuni imam delle moschee milanesi di viale Jenner e via Quaranta. Un incessante lavorio basato su consolidate pratiche di «comunicazione persuasiva», del tutto simili a quelle descritte in Germania dal collaboratore di giustizia giordano Shadi Abdalla. E, con tutta probabilità, uguali a quelle sperimentate anche dai quattro giovani musulmani inglesi che giovedì 7 luglio si sono fatti saltare nella metropolitana di Londra. In Gran Bretagna i genitori del più vecchio del gruppo, Mahammed Sidique Khan, 30 anni e padre di famiglia, hanno esplicitamente parlato di «lavaggio del cervello». E il 15 luglio il quotidiano “Guardian”, citando le testimonianze degli amici, ha rivelato che i componenti più giovani del commando di kamikaze guardavano proprio al più anziano Khan come una «figura paterna».
Pure Riadh Jelassi vedeva il suo imam come un padre. Quando nel 1997 era fuggito dalla Tunisia aveva lasciato dietro di sé una storia di violenze casalinghe e angherie. Il padre vero, un ex militare che aveva riscoperto la religione a 40 anni, non voleva che studiasse al conservatorio, perché la musica era vista come «l’arte del diavolo». Lo picchiava con cinghie e ciabatte. Lo umiliava davanti a tutti. Uccideva i suoi animali. Riadh, però aveva un amico: Zied, il figlio di un medico, col quale passava più tempo possibile. Con Susan, la sorella di Zied, c’era anche una storia d’amore. La sua prima storia dopo la scoperta del sesso avvenuta a l6 anni grazie a una cugina. Così, a fronte delle vessazioni del padre, Zied finì per rappresentare la normalità. E infatti sarà lui a portare Jelassi in Italia come clandestino. A Milano i due vivono alla grande. Grazie agli insegnamenti di Zuhair, un fratello di Zied, si mettono a spacciare soldi falsi e arrivano a guadagnare fino a «un milione di lire al giorno».
Nel 1998 la situazione precipita. In Tunisia Susan muore d’infarto. I tre ragazzi cadono nella disperazione. Nel giro di una settimana Zuhair, che fino ad allora vestiva e viveva all’occidentale, cambia radicalmente. Trasforma la sua casa in una moschea, indossa una lunga tunica e si fa crescere la barba. Poi presenta all’amico e al fratello il suo mentore: l’imam del centro culturale islamico di viale Jenner, Abu Imad. «Lui è uno sceicco», spiega Jelassi, «una persona molto saggia, che merita rispetto. È molto colto, si è laureato all'università egiziana di Lazar. Al Cairo è stato coinvolto nell’uccisione di Sadat. In Afghanistan ha fatto una decina di anni d’indottrinamento, non è stato un aiuto medico come dice lui. Abu Imad ci affascinava perché era una cosa nuova sentire dal vivo parlare di pensieri estremisti. Noi fino a quel momento eravamo abituati a vedere solo videocassette e faceva effetto sentire quelle cose dette di fronte a noi in arabo classico. Questo tipo di cassette egiziane in Tunisia le guardavamo di nascosto perché la loro vendita era assolutamente proibita. Invece in quella prima occasione l’imam ci parlò personalmente dei nemici di Dio, della Jiadh, del dovere di conoscere la religione, e del motivo per cui si è nati: combattere».
I tre amici cominciano a frequentare stabilmente viale Jenner: «Non uscivamo mai dalla moschea perché volevamo vedere queste cassette proibite. Volevamo vedere queste persone che parlavano liberamente contro i governi». L’imam intanto continuava a insegnare: «Il suo ruolo era quello di trovare persone disponibili, disperate, disposte ad andare in Afghanistan. Persone che avevano lottato per la sopravvivenza per tre o quattro anni che, trovandosi di fronte a una persona colta, non potevano dire di no. Io all'epoca mi trovavo in quelle condizioni. Se avessi avuto degli affetti, una persona da amare, non avrei mai fatto una scelta del genere, ma essendo solo e senza affetti è facile diventare schiavi di una persona che ti ascolta, che ti parla, che ti fa credere che ti vuole tanto, tanto, tanto bene, quasi amore». Abu lmad preparava il terreno con sapienza. «Lui», racconta Jelassi, «ti fa sempre sognare. Ma non ti chiede niente. Sarai tu, raggiunto il livello di cottura, a chiedere di fare il viaggio del kamikaze. Il compito di Abu Imad è quello di farti il lavaggio del cervello, di farti diventare mentalmente spirito e spiritualmente shaid. In moschea l'ultima cosa che fai alla sera prima di tornare a casa è sentire i suoi discorsi. Poi a casa, non avendo la tv (satellitare), mettevamo su un’altra cassetta videoregistrata di un altro sceicco e lo ascoltavamo mentre diceva le stesse cose. Eravamo tutti d’accordo. Davamo ragione ad Abu lmad e io mi addormentavo sognando il paradiso. Non vedevo l'ora di andarci. Quando mi alzavo ero incazzato perché ero ancora vivo, passavo la giornata con la speranza che il giorno successivo me ne sarei andato». Jelassi, spiega Nico Zanovello, comincia a vivere «l’irrealtà come una realtà nitida».
Ascoltando Ahu Imad ripetere sempre gli stessi discorsi comincia a percepire «il paradiso come un punto essenziale da raggiungere e l’inferno come una realtà di gran terrore». Vuole vivere tra le colline d’oro dell’aldilà, i fiumi di latte e miele che, secondo gli lmam, delimitano il paradiso. Vuole le vergini «e soprattutto reincontrare Susan e trascorrere con lei l’eternità. Susan era stata l’unica vergine con cui aveva fatto l’amore».
A casa lui e i suoi amici discutono solo di quello che hanno imparato e di quanto sarà bello il dopo. In moschea, invece, sono tenuti a stecchetto: per fiaccarne la resistenza fisica e favorire la manipolazione psicologica la dieta è ricca di zuccheri, ma poverissima di proteine. Ricorda ancora il pentito: «Gli imam ci ripetevano di non preoccuparci perché le vergini in paradiso godono del piacere della creazione, dicono parolacce durante i rapporti sessuali per aumentare il godimento del maschio, e ti stanno aspettando. Gli imam dicono che in paradiso torneremo in carne ed ossa. In paradiso non ci sono lacrime, i corpi non puzzano ma profumano. Anche la vacca è profumata. Noi giovani, che non avevamo nessun rapporto sessuale, ci addormentavamo con la mano attaccata al cazzo aspettando il giorno in cui si sarebbero realizzati tutti questi sogni. Quando a una persona affamata parli di cibo, lui soffre di più. Noi, non essendoci spogliati davanti a una donna per anni, quando ci parlavano di sesso impazzivamo».
Tutto assumeva i contorni da dimensione magica. «Quando tu hai 120 giorni, nel grembo materno», spiega ancora Jelassi, «Dio ti manda l’addetto alla vita che ti dà il tuo cibo, il bere, lo scopare e tutto il resto. Finiti questi doni arriva l’addetto alla morte a toglierti la vita. L’addetto alla morte si chiama lsdrael (“Israele”, ndr). Quando hai superato i 12 anni, alla prima polluzione notturna per i maschi e al menarca per le donne, tu nasci. Allora Dio ti manda due nuovi addetti: uno scrive le cose buone che hai fatto, l’altro le cattive. Questi non ti lasceranno mai e non li vedrai mai, così tu non potrai corromperli. Quando i due addetti vedono l’addetto alla morte arrivare, sigillano i fascicoli e li consegnano a Isdrael. Nel momento del giudizio i fascicoli verranno aperti davanti a Dio».
Ma c'è un sistema per evitare il tribunale di Allah. Diventare uno shaid, un testimone di Dio: un martire, un kamikaze. In paradiso (come all’inferno) esiste infatti una scala di sette gradini. "Al +7 ci vanno quelli che pregano, che fanno cose buone e muoiono normalmente. Loro però non vedono Dio. Lui, infatti, è oltre il +7. Il massimo del piacere è vedere Dio. I professori della moschea di viale Jenner insegnano questo: oltre il gradino +7 si trovano i profeti, circa 4 o 5 mila, e gli shaid . Al -7, all'inferno, ci sono i faraoni e i loro simili, cioè tutti i presidenti delle Repubbliche, tutti i famosi, le ballerine, i giocatori di calcio e quelli che non fanno le guerre. Tutti i ricchi, i politici in particolare, e con loro ci sono anche quelli che come me hanno conosciuto la verità ma non hanno portato a termine il loro compito. In sostanza si deve passare la propria vita a trascinare all’inferno i nemici di Dio. Tutti quelli che si sono ammazzati erano convinti di questo». La morte, per il kamikaze, di fatto non esiste. «Quando lo shaid si fa esplodere c’è l’uscita dell'anima dal corpo. Il dolore che si prova è come quello di una puntura di una zanzara. La prima cosa che appare, sono le vergini: due di loro vengono a consolarti e ti riempiono di baci. Poi scendono gli angeli vestiti di bianco, profumatissimi. Non vedono l’ora di vederti, ti accompagnano in paradiso e salgono la scala, parlando bene di te gradino dopo gradino. Oltrepassato il settimo, Dio ordina agli addetti di mostrare allo shaid il suo posto. Così lui potrà ritornare contento nel luogo dove è morto per aspettare il giorno del giudizio. Infatti mentre lo shaid vede i suoi familiari ed altri piangere, lui ride; perchè quando nasci tu piangi, e quando muori tu ridi e gli altri piangono». «Questa», accusa Jelassi, «è la filosofia degli imam». (Peter Gomez, L'Espresso, 22 luglio 2005)
[
Abu Imad è lo storico imam della moschea di viale Jenner a Milano. Rifugiato politico, sempre sotto inchiesta a partire dal 2000, non è mai stato in carcere in Italia e, negli ultimi mesi, sembra aver ammorbidito le proprie posizioni. Si è espresso apertamente per il rilascio degli ostaggi italiani in Iraq e ha collaborato con i pm nel corso delle indagini sul sequestro di Abu Omar, l'Imam della moschea di via Quaranta rapito nel 2003 dalla Cia. Rihad Jelassi lo indica però come l'uomo che negli anni Novanta selezionava e preparava i combattenti per l'Afghanistan. E usa parole dure (tutte da verificare): «Lui ha un debole terribile per i soldi. Nel periodo del ramadan i ricchi arabi di Milano gli consegnavano denaro per dare da mangiare ai poveri. Invece lui vendeva i pasti a 5 euro. Ogni volta che entravo nel suo studio lo vedevo contare i soldi. Importava tutto dall'Egitto e rivendeva con un guadagno del mille per cento. Oggi se incontrassi un kamikaze gli direi di stare attento agli interessi personali di quelli che si fanno chiamare sceicchi»].

Ora, d’accordo, saranno anche bravi gli imam, per carità, nessuno lo nega, ma questi qui sono gonzi forte però (altro che certi topi di nostra conoscenza!). Non che qualcuno avesse dubbi, del resto … (Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è palestinese. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è nato e cresciuto in un campo profughi. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è vissuto sotto lo spietato tallone di ferro dell’infame occupante sionista. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non si è visto ammazzare padre madre fratello moglie figlio dai perfidi giudei. Così, giusto per inciso).
Qui, per i più smemorati, la prima parte.


barbara




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27 giugno 2006

27 GIUGNO 1976: OPERAZIONE ENTEBBE

Il 27 giugno 1976 un aereo delle linee francesi decolla dall'aeroporto di Lod in Israele diretto a Parigi. Sull'aereo vi sono i 10 membri dell'equipaggio e 243 passeggeri. Poco dopo lo scalo ad Atene quattro feddayin, estratte le armi, avvertono tutti che l'aereo è sotto il comando del FPLP. I terroristi fanno atterrare l'aereo a Entebbe, l'aeroporto di Kampala, Capitale dell'Uganda. I passeggeri vengono fatti scendere e portati in una grande sala dell'aeroporto. Alle 17 dello stesso giorno si presenta Idi Amin in persona per avvisare gli ostaggi che siccome Israele rifiuta di obbedire alle richieste dei terroristi, tutto quello che sarebbe accaduto sarebbe stato responsabilità di Israele. Come i nazisti, i feddayin palestinesi fanno la selezione dei passeggeri e dividono gli ebrei dai non ebrei . Sono così 104 le persone che rimangono prigioniere. Questa vergognosa selezione e separazione tra ebrei e non ebrei fa scattare in Israele la decisione per un'operazione militare. L'azione di attacco viene provata, colla massima segretezza, in Israele. Il tutto impegna 55 minuti ma a Entebbe ne basteranno 53. Vengono utilizzati tre Hercules 
                                         
e li segue un Boeing 707. Alle ore 23.30 del 2 luglio, volando bassissimi per sfuggire ai radar, gli aerei atterrano di sorpresa all'aeroporto di Entebbe.
A mezzanotte gli ostaggi sono svegliati da una sparatoria, un gruppo di armati sconosciuti irrompe nella sala gridando cogli altoparlanti ordini in ebraico, inglese e francese e libera gli ostaggi. I militari ugandesi di guardia non sono capaci di reagire in modo effettivo e sparano all'impazzata e mentre un gruppo di agenti israeliani porta in salvo gli ostaggi, un altro gruppo riesce a sabotare tutti gli aerei della flotta di Amin, 7 Mig sovietici, e a salvaguardare la pista. Nell'operazione restano uccisi i 4 terroristi palestinesi, 20 soldati ugandesi e due ostaggi che non avevano capito gli ordini di gettarsi a terra e non li avevano eseguiti. Muore anche, eroicamente, il comandante del commando israeliano, Jonathan Netaniahu. 

                           
Caricati ostaggi e equipaggio sul Boeing, dopo un atterraggio a Nairobi dove gli israeliani avevano lasciato un'unità ospedaliera mobile, vi fu finalmente l'arrivo trionfale in Israele. 
Il mondo è ammirato ma la sinistra italiana meno. L'Unità scrive di "cinico atto di aggressione" ma il Times non contagiato dalle infatuazioni della sinistra nostrana definisce il blitz israeliano "un servigio sul piano internazionale".

barbara




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26 giugno 2006

BANG BANG

Era il grande successo del 1966, in italiano la cantava l’Equipe 84: me ne sono improvvisamente ricordata oggi perché l’ho risentita questa mattina alla radio. Io non potevo comprarmi il disco, perché ero una bimba povera, così ho chiesto a una compagna di classe di prestarmelo. E lei mi ha risposto: «Sì, te lo presto. Però devi ascoltare anche il lato B». Richiesta bizzarra assai: nessuno sprecava due canzoni buone per un disco solo, e il lato B conteneva regolarmente qualche cazzatina, giusto per riempirlo. Ma visto che questa era la condizione per avere il disco, l’ho promesso, naturalmente. Il giorno dopo la compagna ricca che poteva permettersi la spesa di 700 lire per un disco, mi ha portato Bang bang, e nel pomeriggio l’ho ascoltato per tre ore di fila, una sessantina di volte, più o meno. Poi mi sono ricordata che avevo una promessa da rispettare, e l’ho girato. E ho sentito la cosa più strana che avessi mai sentito in tutta la mia vita:

Son morto ch'ero bambino
son morto con altri cento
passato per un camino
e ora sono nel vento
Ad Auschwitz c'era la neve
il fumo saliva lento
nei campi tante persone
che ora sono nel vento
Nei campi tante persone
ma un solo grande silenzio
che strano, non ho imparato
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può un uomo
uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone
ancora non è contenta
di sangue la bestia umana
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che un uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà.

Non capivo di che cosa parlasse questa canzone: avevo 15 anni, ma non avevo mai sentito parlare di Auschwitz e di camini e di milioni in polvere. Erano ancora gli anni della grande rimozione, e queste cose non venivano trattate a scuola: si usciva dalle medie senza sapere niente di niente di tutto questo. A quanto pare, non solo un incontro, o un libro, o un film può cambiare la vita, ma anche una canzone di tre minuti: a me questa canzone l’ha cambiata. Per sempre. E ne parlo oggi perché, come altre volte ho avuto occasione di dire, per me ogni giorno è un Giorno della Memoria.


barbara




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26 giugno 2006

LA RIBELLIONE DELLA PIAZZA ARABA. CHE NON ARRIVA MAI

Periodicamente chi si occupa di Medioriente, nelle stanze del potere come sui giornali, ci mette in guardia sui pericoli di destabilizzazione e caduta di regimi in Medio Oriente sotto pressione della rabbia popolare della piazza.
Chi ha la memoria lunga ricorderà quanto si temesse 'la strada araba' durante le preparazioni per la Seconda Guerra del Golfo. Per non parlare di più recenti avvertimenti, prima della campagna in Afghanistan: l'intervento occidentale avrebbe provocato terribili conseguenze; la mancata interruzione delle operazioni in Afghanistan durante Ramadan avrebbe fatto peggio; il governo Pakistano era in pericolo. I focolai di protesta e rivolta avrebbero presto incendiato la regione, portato al crollo dei regimi amici (quelli cioè che forniscono petrolio in cambio di armi e silenziosa connivenza coi loro regimi dispotici e repressivi), sollevato la regione contro l'Occidente.
E allora? Cosa è successo? Il Pakistan c'è ancora, e i regimi della regione, improvvisamente preoccupati di cosa pensa la loro opinione pubblica in una regione dove 'elezioni libere' e 'libertà di stampa' sono più rari dei temporali estivi, faranno ricorso come al solito al manganello, metodo principe nella formazione del consenso in medioriente da quando se ne andarono gli inglesi. Nonostante che il tanto temuto incendio non si sia mai verificato, la preoccupazione e gli avvertimenti persistono, e tanto per fare un esempio recente, fanno accorrere il Segretario di Stato americano Colin Powell a salvataggio dei re e principi del mondo arabo dalla pressione delle masse arabe oltraggiate dal conflitto israelo-palestinese che non si arresta, per buona pace dei 'cattivi' americani.
Le fosche previsioni di moti popolari ritornano, gli europei continuano a crederci, gli americani si precipitano a mediare in nome della stabilità regionale, ma la storia ci insegna una lezione finora ignorata e che politici e commentatori in Europa (e in America) farebbero bene a tener da conto.
Ogni regione del mondo ha avuto le sue rivoluzioni popolari, alcune buone altre cattive. L'Occidente le ha vissute a partire dalla rivoluzione americana, seguita a ruota da quella francese, dai moti risorgimentali e le rivoluzioni liberali del 1848 in Europa, dalla rivoluzione russa, la resistenza all'occupazione nazi-fascista e da ultimo la rivoluzione di velluto cecoslovacca e la caduta del muro di Berlino. In Asia ci hanno pensato Mao e i Viet-Minh, e tanti altri coevi seguaci del comunismo asiatico. In Africa la rivoluzione l'hanno fatta l'ANC e i movimenti di liberazione nazionale di Kenyatta e N'Krume. Per non parlare dell'America latina, con Che Guevara, Cuba e i sandinisti in Nicaragua. La rivoluzione, la sollevazione popolare, il fermento delle idee, la sfida all'ordine costituito, la piazza che si solleva, il popolo che si infuria e rovescia chi governa, chi comanda ci sono state in ogni regione del mondo.
Ogni regione, salvo il mondo arabo. Che presenta un'interessante eccezione, visto che tutti i cambi di regime, tutti più o meno violenti e sanguinosi, sono stati compiuti attraverso colpi di stato militari e congiure di palazzo.
E l'Iran allora? L'Iran non è un paese arabo, e la rivoluzione iraniana, nonostante le previsioni, lungi dal diffondersi come il contagio, è stata largamente limitata all'Iran, nonostante i tentativi di esportarla laddove esistono movimenti fondamentalisti simili a quello khomeinista. Quod erat demonstrandum.
I moti di piazza nel mondo arabo non spaventino nessuno dunque. Essi sono - come lo sono sempre stati in tutte le dittature - largamente pilotati da quelle stesse autorità che piangono al telefono della Casa Bianca e della Commissione Europea sentendosi minacciati. I sauditi per esempio vietano le manifestazioni pro-palestinesi e chiedono con urgenza l'intervento statunitense a fermare Sharon. Ma poi i principi regnanti partecipano alla maratona telefonica (organizzata e sponsorizzata dalla casa regnante) di solidarietà coi 'martiri' palestinesi. E l'ambasciatore saudita a Londra pubblica un poema inneggiante al martirio suicida contro gli israeliani. I siriani organizzano una manifestazione di violente proteste davanti all'ambasciata egiziana a Damasco, causa continuati rapporti diplomatici Egitto-Israele. Al Cairo, gli studenti protestano davanti all'ambasciata siriana perché i siriani non permettono a Hezbollah di aprire un secondo fronte contro Israele. In tutt'e due le capitali, i governi approvano e sobillano.
Politici e commentatori occidentali ne tengano conto nei loro rapporti con il mondo arabo. La minaccia della rivoluzione di piazza non esiste a Ryadh e al Cairo. Il ricatto dei dittatori - che chiedono agli occidentali di intervenire nel conflitto israelo-palestinese, di non bombardare Kabul di Ramadan, di non rimuovere Saddam Hussein, di non infastidirli con richieste di condanna del terrorismo perché la piazza potrebbe spodestarli se tutto ciò accadesse - è un bluff.
Che finora ha funzionato, altra eccezione del mondo arabo. L'Occidente non si è lasciato intimidire in precedenti scontri con dittatori e cattivi di turno in altre regioni del mondo: Hitler, Mussolini, Milosevic, Mullah Omar, tutti rimossi, tutti sostituiti. Ma i dittatori arabi, Saddam, Arafat, la casa di Saud non si toccano e non si rimuovono, perché si teme una piazza che non c'è mai stata, se non nelle fantasie delle Cassandre. E allora prendano nota i pianificatori della politica estera europea ed americana: al momento della verità, quando bisogna fare la rivoluzione a Ryadh e Rabat, al Cairo e a Ramallah, la piazza, anche stavolta, se ne starà a casa. (Emanuele Ottolenghi,
www.ilnuovo.it, 25.04.02)

Ritengo estremamente interessanti queste osservazioni di Emanuele Ottolenghi, docente di storia del conflitto mediorientale presso l’università di Oxford, e ho voluto postare questo suo vecchio articolo come prosecuzione di una discussione iniziata nei commenti di un post precedente. La “piazza araba” non si solleva. Non lo ha mai fatto nel corso della storia. Non fa rivoluzioni e non cerca di liberarsi dai suoi oppressori. E, come dice Ottolenghi, converrà tenerne conto e non aspettarci ciò che, a quanto pare, non rientra nelle umane possibilità di questa consistente fetta dell’umanità.


barbara




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25 giugno 2006

COMUNICATO UFFICIALE

           

Post dedicato al mio ex cognato raccoon.
Si ringrazia per la grafica lo scolaro Julian M., web designer d'eccezione.

barbara




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25 giugno 2006

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Avendo ormai raccolto materiale sufficiente per una denuncia, ho provveduto a mettere il signor Alfonso in black list. I suoi commenti sono stati "sospesi", vale a dire che sono ancora visibili a me, per poter documentare la denuncia presso la polizia postale, ma non più a voi. Prima di presentare la denuncia comunque aspetterò ancora qualche giorno, in modo da poter aggiungere eventuali nuovi commenti fatti con altri pseudonimi.

barbara




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24 giugno 2006

E SIA BEN CHIARO CHE NON È CON GLI EBREI CHE CE L’ABBIAMO

Questo volantino è stato distribuito alla Rutgers University nell’ottobre del 2003.



Vi propongo inoltre questo filmato girato da un ebreo temerario, che è anche inserito nei link qui a lato, ma dato che forse non tutti lo hanno visto, lo ripropongo qui. Sebbene il temerario in questione sia uscito più o meno sano e salvo dall’avventura, la vicenda, come vedrete, ha qualcosa in comune con le vicende presentate nei due post precedenti. (grazie a Franco C. per il volantino e il filmato)

barbara




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23 giugno 2006

E L’INTEGRALISMO ISLAMICO COLPISCE ANCORA

Lo stesso giorno in cui ricordiamo il martirio di Zahra Kazemi, seviziata a morte per avere documentato la repressione del regime islamico iraniano, un altro giornalista viene assassinato mentre filma una manifestazione degli integralisti islamici, questa volta a Mogadiscio: si tratta di Martin Adler, fotoreporter anglo-svedese. Colpito alle spalle, naturalmente, come si conviene alla nota e consueta vigliaccheria di quella feccia. Qui di seguito l’agghiacciante sequenza, offerta dal Corriere della Sera.

















Cogliamo nel frattempo l’occasione per constatare che le bellissime donne somale, che vent’anni fa si vestivano così


oggi si vestono così


barbara




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23 giugno 2006

MARTIRIO. QUELLO VERO

Il medico del pronto soccorso dell'ospedale Baghiattulah di Teheran aveva appena iniziato il suo turno quando, dalla prigione Evin, arrivò una donna su una barella: erano le 00.15 del 27 giugno 2003. La donna era accompagnata da tre agenti di custodia e da una cartella clinica in cui le era stata diagnosticata un'emorragia dovuta a problemi di digestione. Il medico si rese subito conto che la donna aveva il cranio fratturato, era priva di conoscenza e riportava ecchimosi e ferite su tutto il corpo. Quanto accaduto da quel momento in poi ha cambiato il corso della vita di questo medico.
Lui si chiama Shahram Azam, è un uomo magro e intenso, sulla quarantina. Medico dell'équipe del Ministro iraniano della difesa con il rango di maggiore, Azam ha deciso di lasciare l'Iran per partire alla volta dell'Occidente con moglie e figlia dodicenne: oggi, a lui e alla sua famiglia, è stato concesso asilo politico in Canada. Durante il nostro incontro, ci ha spiegato di non voler tenere per sé ciò che ha visto. Divenuto per caso il testimone chiave dell'ultimo atto di una tragedia che ha suscitato l'interesse di tutta la comunità internazionale ed è stato causa, per oltre 19 mesi, di serie tensioni diplomatiche tra il Canada e l'Iran, il dottor Azam era ed è uno dei pochi a conoscere gli ultimi giorni della foto reporter di origine iraniana Zahra Kazemi. Cittadina canadese dal 1997, con un dottorato in arte e fotografia conseguito in Francia, la Kazemi (54 anni) fu arrestata il 23 giugno 2003. La sua morte fu annunciata ufficialmente solo tre settimane dopo e fu attribuita ad un ictus. In quell'intervallo di tempo, la sua sorte fu sulle prime pagine di tutti i giornali canadesi e del resto del mondo. Il 23 luglio 2003, il Ministro degli Affari esteri canadesi annunciò il richiamo in patria del proprio ambasciatore (restò fuori dell'Iran fino all'ottobre 2003).
Al momento del suo arresto, Zahra Kazemi si trovava in Iran per motivi professionali, in possesso di un permesso ufficiale rilasciato dal Ministero dell'Informazione iraniano. La donna fu arrestata di fronte alla prigione Evin di Teheran mentre documentava la protesta dei parenti di alcuni studenti che erano stati arrestati qualche giorno prima.
Oggi il dottor Shahram Azam vuole testimoniare nel corso di un processo per poter raccontare al mondo ciò di cui lui è a conoscenza. Il medico si dichiara testimone di una morte avvenuta per torture e ritiene che raccontarlo sia un dovere: a suo avviso, il silenzio sarebbe una forma di complicità. Il dottor Azam ricorda così quali erano le condizioni in cui versava la signora Kazemi al momento dell'arrivo al pronto soccorso: «La prima volta che la vidi era una donna priva di conoscenza, con un livido sulla fronte. Giaceva su una barella ed era coperta da un lenzuolo. Agendo in conformità a quanto scritto e diagnosticato sulla cartella clinica redatta nell'infermeria della prigione, un'infermiera dell'ospedale provò a inserirle un tubo nello stomacò passando per il naso, ma scoprì che la donna aveva il setto nasale rotto. Sul suo corpo vi erano ovunque strani segni di violenza. Aveva un grosso livido sul lato destro della fronte che si estendeva fino all'orecchio. Il timpano era intatto, ma la membrana di una delle orecchie sembrava essersi rotta da poco ed era possibile vedere il vaso sanguigno rotto. Dietro la testa, sul lato sinistro, aveva un grosso ematoma. Dietro al collo, aveva tre graffi profondi che somigliavano ai segni di unghie conficcate nella pelle. Aveva un'ecchimosi sulla spalla destra e due dita rotte sulla mano sinistra. Tre dita avevano le unghie rotte, altre erano senza unghie. Il polmone sinistro era gonfio probabilmente a causa di due costole rotte. Nella regione addominale, era visibile un'enorme ecchimosi che si estendeva alle cosce e alle ginocchia. In Iran i medici uomini non possono effettuare visite ginecologiche alle loro pazienti, quindi fu la mia infermiera a visitarla e a dirmi, dopo un esame piuttosto accurato, che l'ecchimosi era il risultato di un brutale stupro. L'infermiera mi spiegò che erano stati provocati danni all'intera zona genitale. Le gambe, sul dietro, mostravano segni di fustigazione: la pelle era venuta via e vi erano cinque segni di frusta su una gamba e sette sull'altra. L'alluce del piede sinistro era stato frantumato».
Quella stessa notte, circa tre ore dopo, mentre il dottor Azam stava accompagnando la signora Kazemi a fare la Tac, s'imbatté per caso in due suoi colleghi che non facevano parte della sua stessa équipe ospedaliera, ma che avevano accompagnato alcuni loro pazienti per via delle attrezzature che in quell'ospedale sono a disposizione. «Alla vista delle condizioni in cui versava la signora Kazemi, i miei colleghi rimasero terribilmente scossi. Quando mi chiesero cosa fosse successo e io risposi che la donna era stata brutalmente malmenata, mi domandarono se fosse stata mandata lì dalla prigione. Risposi di sì. Prima che io indagassi oltre, i due si offrirono volontari per raccogliere informazioni circa i retroscena e le circostanze che avevano portato alla cattura di Zahra Kazemi. Non chiesi nulla, ma dedussi che i due avessero assistito alla manifestazione durante la quale era stata arrestata. Fu allora che capii le implicazioni politiche delle sue condizioni fisiche».
Accusata di spionaggio, la signora Kazemi era stata tenuta in custodia sotto la supervisione del Pubblico Ministero di Teheran Saeed Mortazavi, fino al momento del suo trasferimento all'ospedale Baghiyartulah. Mortazavi, un amico del leader iraniano Khamenei, era già noto all'opinione pubblica per aver deciso di chiudere nel 2000 centocinquanta testate giornalistiche nel giro di un mese.
Molte ore dopo che Zahra Kazemi era stata ricoverata in ospedale, precisamente il 27 giugno 2003, i dottori la dichiararono cerebralmente morta. Eppure fu tenuta in vita dalle macchine per altre due settimane. Il 10 luglio 2003, il Ministro degli Affari esteri canadese convocò l'ambasciatore iraniano per un incontro durante il quale chiese che alla Kazemi fossero prestate cure mediche indipendenti e che fosse aperta un'inchiesta che ne accertasse le lesioni. L'11 luglio 2003, Zahra Kazemi fu staccata dalle macchine. Il decesso fu annunciato il giorno successivo dal Ministero dell'Informazione che non citò la violenza quale possibile causa del decesso.
Il caso porta ad un'accesa discussione diplomatica e ad una battaglia personale tra il figlio della vittima Stefan Hasherni, cittadino canadese, e le autorità iraniane. Dopo aver rifiutato un'offerta di 12 mila dollari come risarcimento per la morte della madre, e sapendo di godere del sostegno del governo canadese, Stefan vuole a tutti i costi che il corpo della madre rientri in Canada per l'autopsia e la sepoltura. Ma la donna viene sepolta in fretta e furia nella sua città natale, Shiraz, nell'Iran meridionale. La madre di Zahra Kazemi testimonia di essere stata obbligata dalle autorità a firmare un documento che autorizzava la sepoltura della figlia. La donna decide di rivolgersi alla "Commissione del principio 90", ente per i reclami dei cittadini, allora di tendenze riformiste, gestito dal Parlamento iraniano. Viene aperta un'inchiesta parlamentare e parallelamente, in risposta alle pressioni internazionali, un'indagine di una commissione ministeriale composta da cinque membri e nominata dal presidente Khatami. I resoconti delle due inchieste fornirono interpretazioni molto diverse delle cause della morte di Zahra Kazerni. Nel resoconto della Commissione parlamentare, pubblicato alcuni giorni dopo quello della Commissione presidenziale, l'arresto e la detenzione della donna furono definiti legalmente infondati e l'accento fu posto sul conseguente tentativo del Pubblico ministero di Teheran, Saeed Mortazavi, di occultare i fatti riguardanti le lesioni e il decesso della foto-reporter. Secondo quanto dichiarato alla Commissione dal responsabile della stampa estera del Ministero dell'Informazione, Mohammed Khoshbakht, nel bollettino ufficiale la causa del decesso era stata attribuita ad un attacco cardiaco che avrebbe colpito la donna nel momento in cui Saeed Mortazavi minacciò di arrestarla. Il resoconto riportava la testimonianza resa inizialmente dagli agenti di custodia di Evin secondo la quale la Kazemi sarebbe stata brutalmente picchiata e lasciata priva di sensi a meno di un'ora dal suo arresto, quando il capo del servizio di sicurezza della prigione, Mohammad Bakhshi, cercò di confiscarle la macchina fotografica nel cortile della prigione. Questa testimonianza, resa da diverse persone e suffragata da una guardia carceraria donna che aveva condotto la Kazemi all'interno della prigione, fu poi alla fine ritirata a causa delle pressioni esercitate dalle autorità giudiziarie.
Evitando accuratamente tutti questi dettagli, il resoconto della Commissione presidenziale, pubblicato poco prima della sepoltura della fotoreporter, attribuiva invece l'arresto al fatto che questa si fosse rifiutata di consegnare la propria macchina fotografica alle autorità e di far ritorno al suo hotel. Pur sapendo che a causare la morte della fotoreporter erano state le lesioni che la donna aveva riportato alla testa, la Commissione presidenziale attribuì il decesso ad un caso fortuito.
Nel settembre 2003, dopo un alterco tra la fazione riformista e quella conservatrice, fu identificato quale sospetto colpevole un funzionario del Ministero dell'Informazione, Mohammad Reza Aghdam Ahmadi, di tendenze riformiste. Un portavoce dell'ufficio del Pubblico Ministero affermò che il presunto crimine era stato opera di un solo individuo e che non vi era stato il coinvolgimento di nessun ente governativo. Il 24 luglio 2004, alla fine di un processo a suo carico, Ahmadi è ufficialmente dichiarato innocente.
Durante il processo, i legali della madre di Zahra Kazemi identificarono in Mohammad Bakhshi, capo della sicurezza della prigione Evin e alleato politico di Saeed Mortazavi, il possibile colpevole. Quattro giorni dopo, la magistratura iraniana affermò che le lesioni alla testa che avevano provocato la morte della signora Kazemi erano dovute ad un incidente.
L'assurdità di questa battaglia politica e legale non colse di sorpresa il dottor Shahram Azam. A parte il fatto che tre dei cinque ministri, membri della Commissione presidenziale, avevano saputo dell'arresto e non avevano fatto nulla per evitarlo, il palco era pronto per una serie di cortine di fumo erette da ogni parte del sistema politico. Secondo il punto di vista del dottor Azam, gli sforzi che entrambe le fazioni hanno compiuto da allora in poi per coprire quanto realmente successo sono davvero comici. A suo avviso, il regime, non avvezzo a prendersi le proprie responsabilità e non abituato a soddisfare richieste in tal senso, è stato gettato nel caos più totale. «Così come si parla dell'India e delle sue meraviglie naturali, dell'Egitto e della sua meravigliosa antichità, l'Iran dovrebbe essere famoso per le sue meraviglie politiche. Nessuno dei due partiti al potere sembrava essere interessato a nient'altro che a scaricare le responsabilità sull'altro. Dopo averci interpellato in ospedale, i ministri rivendicarono la mancanza di segni di lesioni e danni intenzionali sul corpo della donna. Per dirla citando le loro parole: "Non è chiaro se la morte sia stata causata da un oggetto pesante che ha colpito la testa o se sia stata la testa a colpire un oggetto pesante". Eppure era evidente che il corpo era stato oggetto di torture. Così non mi fu lasciata altra scelta se non quella di trovare un modo per raccontare la verità al mondo. E non potevo farlo restando nel mio Paese. Dopo averne discusso con mia moglie, ci siamo trovati entrambi d'accordo sul fatto che avremmo dovuto lasciare l'Iran».
Costretto ad obbedire alla regola che proibisce ai militari di lasciare l'Iran se non in missione ufficiale, il dottor Azam dovette trovare una scusa per ottenere un permesso speciale che lo autorizzasse a recarsi all'estero senza suscitare sospetti. La lesione cronica subita all'età di 15 anni combattendo nell'esercito iraniano durante il conflitto contro l'Iraq, gli risolse il problema. Ottenne il permesso di ricevere cure in Occidente a patto che dichiarasse per iscritto di lasciare la propria casa di famiglia a Teheran come garanzia.
Ma nell'anno e mezzo che precedette l'uscita dal paese, il dottor Azam ebbe tempo di ottenere altre informazioni sul caso. Quando la signora Kazemi fu consegnata nelle mani di Bakhshi, capo dei servizi di sicurezza della prigione di Evin e stretto alleato del pubblico ministero Mortazavi, Bakhshi stesso chiama il pubblico ministero e lo informa dell'arresto. Per Mortazavi si tratta di un'occasione d'oro: se riesce a dimostrare l'accusa di spionaggio può chiedere di mettere fine alla presenza di giornalisti stranieri in Iran. È la prima volta che ha per le mani un giornalista straniero che può interrogare in persiano e una donna per giunta. Questa tattica però non funziona perché la signora Kazemi tiene duro, rimane sulle sue posizioni e rifiuta di dichiararsi rea di spionaggio. Mortazavi ha poco tempo a disposizione per strapparle una confessione.
Riguardo allo stupro, il vice di Mortazavi prese l'insolita decisione di recarsi nella cella di Zahra Kazemi a tarda notte per interrogarla. Stando a quanto riportato per iscritto nei documenti d'archivio della prigione, nella cella ha luogo una lotta e sembra probabile che, nel corso del dibattimento, la signora Kazemi si sia procurata il secondo colpo alla testa andando a sbattere contro il letto di ferro. Ciò sembra confermato da un'altra dichiarazione, raccolta dopo che la donna, bendata, fa ritorno a Evin dal Ministero dell'Informazione. Udendo la voce dell'uomo che l'ha interrogata, il vice di Mortazavi, Zahra Kazemi lo definisce «un uomo basso e senza onore», mentre lamenta nausea e mal di testa. Viene portata in infermeria e, sebbene le sue condizioni siano giudicate critiche, ci vogliono ore prima che venga portata in coma all'ospedale Baghyattullah. Se fosse stata portata prima, sarebbe stato possibile salvarle la vita.
Quella notte, intorno alle tre del mattino, il dottor Azam ricevette una telefonata dall'ufficio del pubblico ministero: chiesero notizie della giornalista.
Il dottor Azam spera che la sua testimonianza metta in moto un processo in base al quale tutte le prove disponibili possano essere raccolte, esaminate e discusse da una corte internazionale al fine di mostrare come, nella Repubblica islamica d'Iran, chiunque per strada possa essere catturato, ridotto in poltiglia e abbandonato. In Iran, i molti casi di tortura denunciati finora sono stati raccontati dalle stesse vittime. (Haideh Daragahi e Arne Ruth, traduzione di Rosalba Fruscalzo, L’Espresso)

Dedichiamo un commosso ricordo a Zahra, e tutta la nostra riconoscenza al dottor Azam che ha abbandonato tutto ciò che aveva all’unico scopo di poter testimoniare la verità: l’esistenza di Uomini così è ciò che ci impedisce di perdere del tutto la speranza.



barbara

NOTA PER I BIMBI RITARDATI NONCHÉ ANALFABETI: Zahra Kazemi è stata seviziata a morte IL 23 GIUGNO 2003. Oggi è IL 23 GIUGNO.




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22 giugno 2006

GRAMMATICA + MATEMATICA = ?

Nell’altro blog avevo messo questo post, che ora vi voglio riproporre.

io diliberto +
tu diliberti +
lui diliberta +
noi dilibertiamo +
voi dilibertate =
----------------
loro lo prendono in culo

Chi diliberta lo mette in culo anche a te: digli di smettere.

barbara




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21 giugno 2006

CONGRESSO DEGLI ULEMA MUSULMANI. COMUNICATO FINALE

Di fronte alla tragedia cui è sottoposto il popolo palestinese all´ombra dell´aggressione terroristica sionista, appoggiata dalla complicità internazionale e da un incomprensibile silenzio arabo e islamico, gli ulema musulmani affermano i seguenti punti fermi, a partire dalle loro responsabilità religiose, dal loro incarico sharaitico [da shari´a, la legge coranica, ndt] e dal dovere morale e umano di appoggiare e proteggere il popolo palestinese e di pronunciare la parola della verità a nome di tutti popoli, riti e paesi della nazione islamica:

- Tutta la Palestina, dal fiume al mare e dall´estremo nord all´estremo sud, con tutte le città e i villaggi e con la sua capitale Gerusalemme, è terra arabo-islamica. È patria di tutti i suoi figli palestinesi, siano essi residenti sotto l´occupazione o costretti a vivere da profughi. Essa [la Palestina] deve tornare a loro e loro a essa, senza alcun impedimento o condizione.

- Gerusalemme, entro i suoi noti confini storici, è città arabo-islamica unica e indivisibile. Spetta a tutti i musulmani il dovere di liberarla, proteggerla e difenderla dalla giudaizzazione e dall´alterazione dei suoi aspetti.

- L´odierna presenza israeliana sulla terra palestinese è una presenza illegale e illegittima in tutte le sue forme e deriva dall´invasione, spoliazione e occupazione, con l´espulsione e dispersione dei suoi abitanti. Tale presenza si mantiene grazie alla colonizzazione e alla giudaizzazione, prosegue grazie all´aggressione, al terrorismo e agli eccidi e sarà sempre considerata dai musulmani e nei loro pensieri come estranea, aggressiva e bellica, che viola la terra, i diritti e i luoghi santi nonostante il passare del tempo. I negoziati, gli accordi e i patti con essa stipulati sono da considerare nulli, in quanto non si fondano sulla legge o il diritto.

- La resistenza del popolo palestinese contro l´occupazione e l´aggressione, in tutte le sue forme, è un diritto legittimo, che l´islam esige come dovere ed è confermato dalle rivelazioni monoteistiche, dalle leggi naturali e dai valori umani.

- Le azioni di martirio operate dai mujaheddin contro il nemico sionista sono legittime e trovano fondamento nel libro di Dio e la sunna del suo profeta e rappresentano il martirio più sublime. Il martirio con la spinta dell´ideale e della fede è infatti compiuto dal mujahed con totale coscienza e libera decisione e rappresenta un´arma strategica tra le più importanti della resistenza, alla quale ha permesso di battere il nemico sul piano morale per imporre una nuova equazione rispetto allo svantaggioso equilibrio materiale.

- Chiediamo alla comunità internazionale di mettere fine all´aggressione israeliana invece di sollecitare il popolo palestinese aggredito a rinunciare alla sua arma, l´arma del sacrificio della vita in difesa della propria esistenza. Affermiamo il diritto del popolo palestinese di procurarsi con ogni mezzo armi e munizioni in questa sua battaglia per l´autodifesa.

- Rigettiamo categoricamente gli elenchi sui gruppi terroristici presentati dagli americani, che colpevolizzano iniquamente le forze della nobile resistenza in Libano e Palestina e tutti i paesi, associazioni, istituzioni e personalità che le appoggiano e le sostengono. Se i protettori e padroni dell´entità sionista nell´amministrazione americana puntano contro la resistenza in quanto unica vera e reale minaccia a quell´entità, noi proclamiamo che quella resistenza rappresenta il fenomeno più sacro della nostra storia contemporanea e l´espressione viva della volontà della nazione per la difesa dei propri diritti, cause e luoghi sacri contro l´entità sionista. Rappresenta, inoltre, con il suo jihad e mujaheddin, l´onore e la dignità dei musulmani in ogni luogo ed esprime le aspirazioni umane di tutti gli oppressi nel mondo.

- L´Hezbollah in Libano, i due movimenti di Hamas e Jihad islamica in Palestina, e le altre forze di resistenza sono l´espressione viva della volontà della nazione e la prima linea di difesa dei diritti, cause e luoghi sacri dei popoli e paesi. Essi rappresentano con il loro jihad e mujaheddin l´onore e la dignità dei musulmani in ogni luogo ed esprimono le aspirazioni umane di tutti i sopraffatti nel mondo. Se i protettori e padroni dell´entità sionista nell´amministrazione americana hanno nel mirino la resistenza perché è l´unica vera e reale minaccia a quell´entità, noi asseriamo che quella resistenza rappresenta il fenomeno più nobile della nostra storia contemporanea.

- Gli ulema invitano il vertice della Lega araba che si terrà in Libano [alla fine di marzo, ndt] a schierarsi con forza contro l´aggressione israeliana al popolo palestinese e a fornire protezione e sostegno all´Intifada e alla resistenza, essendo ciò una responsabilità sia religiosa sia civile davanti a Dio e ai popoli.

- I partecipanti esprimono la loro stima per il contenuto e il discorso del principe ereditario saudita Abdallah bin Abdul-Aziz al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo e apprezzano le posizioni delle Repubblica araba siriana e della Repubblica islamica in Iran nel sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza, considerandole il nucleo di una comune posizione islamica. I partecipanti apprezzano inoltre il ruolo speciale dello Stato e del popolo del Libano nell´opporsi all´occupazione israeliana, nel custodire la resistenza e nell´appoggiare l´Intifada, e ringraziano il governo libanese per aver ospitato questo congresso a Beirut e fornito le necessarie facilitazioni per garantire il suo successo.
(Pubblicato in Libano l’11 gennaio 2002. Tradotto da Camille Eid)

Giusto nel caso che qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio.


barbara




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21 giugno 2006

E PARLIAMO ANCORA DI DONNE

Propongo un articolo di qualche tempo fa – ma che non rischia, purtroppo, di apparire invecchiato e superato.

Ogni quattro giorni in Francia una donna muore sotto i colpi del suo compagno

La violenza contro le donne – nonostante sia sempre più denunciata – rimane ancora oggi poco conosciuta e largamente sotto stimata. Si tratta tuttavia di una grave violazione dei diritti umani.
E’ per questo che l’8 febbraio 2006, Amnesty International ha pubblicato una ricerca che denuncia le diverse forme di questa violenza in Francia: la violenza all’interno della coppia, gli ostacoli specifici incontrati dalle donne straniere, il problema dei matrimoni forzati, la tratta delle donne al fine di indurle alla prostituzione e il tema delle mutilazioni genitali femminili.
La ricerca, condotta dalla Sezione Francese di Amnesty International, analizza anche la risposta dello Stato e le sue lacune nella lotta contro queste violenze. Anche se si tratta di violenze commesse nella sfera privata, sono infatti violazioni dei diritti umani e riguardano dunque lo Stato che ha il dovere di fare tutto ciò che è in suo potere per prevenirle, punire i responsabili e garantire alle vittime aiuto e risarcimenti adeguati.
Gli atti di violenza all’interno della coppia riguardano, secondo dati del 2003, una donna su dieci in Francia. Un certo numero di idee preconcette persiste, per esempio a proposito del fatto che la violenza sarebbe una conseguenza dell’alcolismo o ancora di disturbi d’ordine psicologico che riguardano tanto l’autore che la vittima. Altri ritengono che queste violenze appartengano a una particolare cultura o a una classe sociale svantaggiata. Nondimeno la violenza colpisce tutte le donne quale che sia la loro età, la loro origine o classe sociale. E’ legata a una discriminazione fondata sul genere, così come definita nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), ratificata dalla Francia nel 1984.

Donne in trappola
La violenza contro le donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e sulla paura. La gran parte delle donne che subiscono violenza si trovano in trappola: molto spesso non possono o non sanno come uscirne. Come sottolinea la Fédération nationale solidarité femmes: “lasciare un coniuge violento è un passo difficile, quando una situazione di potere si è stabilita, spesso nel corso di tanti anni. Le persone vicine alla coppia, amici o familiari, non sufficientemente consapevoli della violenza e della sua frequenza, si scoraggiano o si spazientiscono davanti alle esitazioni o ai ripensamenti delle vittime. Una prima fuga non è mai definitiva”.
Le donne straniere, in particolare quando la loro situazione amministrativa è precaria, devono affrontare ostacoli maggiori. Generalmente poco informate sui loro diritti, sono spesso sole quando si trovano a dover abbandonare il loro domicilio, trovare un nuovo alloggio, un lavoro, un’alternativa di vita.
Nell’ambito delle violenze familiari e coniugali, che contribuiscono ad aggravare le problematiche legate alla condizione migratoria, i matrimoni forzati restano troppo spesso un esempio ignorato o sotto stimato di violenza subita dalle donne e dalle ragazze in Francia.
Il Governo francese ha senza dubbio fatto progressi nel farsi carico di questo fenomeno così ampiamente diffuso. Ma i provvedimenti sono ancora privi di coordinamento e di strumenti adeguati che garantiscano un’applicazione omogenea sul territorio. Inoltre l’accesso alla giustizia rimane lento e complesso: le donne sono scoraggiate davanti a quello che frequentemente appare come un vero e proprio percorso di guerra e il problema viene considerato dalla maggior parte delle persone come un semplice conflitto familiare.

Necessità di una protezioni senza condizioni
Per ciò che riguarda le donne vittime di tratta per la prostituzione forzata, gli standard internazionali impongono alla Francia il dovere di rispettare e proteggere i diritti delle vittime. Ciononostante, in assenza di una reale volontà politica e di strumenti idonei all’identificazione delle vittime, queste sono considerate come delinquenti. Sono punite per il reato di prostituzione o in quanto migranti irregolari. La maggior parte di queste donne sono originarie dei paesi dell’Europa dell’Est, dei Balcani, dei paesi dell’Africa del Nord, dell’Africa subsahariana e del continente asiatico.
Amnesty International chiede alle autorità francesi di fare in modo che le persone che si trovano nelle mani dei trafficanti possano beneficiare di un aiuto e di una protezione senza condizioni, e che non siano sanzionate in quanto vittime di tratta di esseri umani. Inoltre è necessario che al personale coinvolto sia garantita una formazione solida su questa problematica.

Gli standard internazionali
Il diritto internazionale obbliga i Governi a punire i responsabili, ma anche ad agire per prevenire queste violenze e garantire un adeguato risarcimento alle vittime.
Amnesty International chiede dunque al Governo francese di adottare una politica ambiziosa basata su un piano d’azione interministeriale che preveda:
- un trattamento giudiziario rapido ed efficace delle denuncie di violenza;
- una protezione senza condizioni garantita alle vittime;
- maggiori risorse alle associazioni specializzate e ai professionisti coinvolti;
- un programma di formazione e sensibilizzazione destinato al sistema educativo nazionale, all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori.

Su, alziamo le chiappe e rimbocchiamoci le maniche, che la strada da fare è ancora lunga.

                                                 
barbara




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20 giugno 2006

VOLONTARIATO 2

Ritorno sul tema del volontariato proponendo alcuni stralci di un articolo di Camilla Baresani, pubblicato recentemente su L’Espresso.

Parliamo di droga, ospedali, cooperanti e islam con Alberto Cairo, fisioterapista (grave errore della giornalista: Alberto Cairo è fisioterapeuta, non fisioterapista – ndb) piemontese da sedici anni a Kabul, dove è responsabile dei sei ospedali ortopedici della Croce Rossa Internazionale sparsi per tutto l'Afghanistan. È a Milano per una breve vacanza. [...] Oggi poi deve fare incetta di cose da portare con sé nel viaggio di ritorno. Soldi e medicinali, innanzitutto; ma anche spaghetti, scarpe e perfino ostie: dopo la nostra chiacchierata andrà dalle parti di piazza Duomo a farne scorta per la chiesa cattolica ospitata nell'Ambasciata italiana di Kabul. [...]
Gli chiedo quale sia l'effettiva utilità dei cooperanti delle Ong (organizzazioni non governative): «Sono persone piene di buona volontà, ma spesso il problema è che restano troppo poco. Già per riuscire anche solo a capire la vita di Kabul ci vogliono mesi, e in un anno non si fa a tempo a fare quasi nulla. Molti se ne vanno quando hanno appena iniziato a costruire qualcosa, e magari quelli che arrivano al posto loro hanno idee diverse e disfano il poco che è stato fatto».
Ma anche tra i volontari c'è chi ha più velleità che volontà. «Spesso propongono progetti assurdi, roba che ho già visto fallire decine di volte. I consorzi di ricamatrici, per esempio: l'artigianato da vendere in Occidente funziona solo se è di altissima qualità, altrimenti non lo vuole nessuno. A non avere i piedi per terra sono soprattutto le volontarie, spesso convinte che per cambiare qualcosa basti mandare a scuola le donne afgane e dare internet a tutti. Sano progetti nobilissimi, ma è una buona volontà che non porta da nessuna parte. Mancano le cose basilari, ed è da quelle che bisogna cominciare. E poi molti di loro non avevano previsto la durezza della vita di Kabul: non si capacitano che la sera non ci sia niente da fare, se non appunto la tentazione della droga». [...]
L'aspetto mite e la voce suadente di Cairo si increspano quando gli chiedo cosa pensi della «gestione Scelli» della Croce Rossa Italiana. Dice che il danno d'immagine per aver fatto entrare a Baghdad la Croce Rossa con i soldati è stato una vera tragedia. «I soldati intervengono per far cadere o sostenere un governo insediato, cioè per scopi militari; noi invece siamo lì per scopi esclusivamente umanitari. L'amministrazione militare può in certe occasioni convergere con quella umanitaria, ma le due non devono mai viaggiare in parallelo. Invece ormai anche in Afghanistan si vedono arrivare nei villaggi camionette militari con lo stemma della Croce Rossa. Sono quelle dell'lsaf (le forze di sicurezza internazionali), e creano una confusione molto pericolosa, perché se io raccolgo un talebano ferito, lo curo e basta; mentre se lo raccoglie una pattuglia militare, oltre a curarlo lo porta in carcere e lo interroga. E così la gente comincia a non fidarsi più del simbolo della Croce Rossa». Gli chiedo se i suoi rapporti con Gino Strada, notoriamente poco cordiali, siano migliorati. «Preferisco non parlarne. Dico solo che Strada è bravissimo a farsi pubblicità, il più bravo tra quelli che conosca. E questo è un aspetto positivo, perlomeno dal punto di vista della raccolta di fondi. Per il resto, non ho praticamente alcun tipo di rapporto con lui. Emergency ha ospedali chirurgici che curano le ferite di guerra. Ma la guerra è finita, e di ospedali che curano le stesse cose a Kabul ce n'è almeno altri quindici. Prima c'erano più di dieci vittime da mine al giorno, adesso solo due. I problemi e le emergenze sanitarie sono diventati altri». [...]
La preoccupazione per la sempre più frequente commistione tra forze militari e Croce Rossa non significa che Cairo disapprovi l'intervento americano. «Sono una persona pratica: per me qualsiasi cosa potesse far cadere i talebani era provvidenziale. Il problema semmai è che non ci sono ancora riusciti: la zona attorno a Kandahar, a sud del Paese, è ancora piena di talebani, e dopo cinque anni gli americani ci stanno ancora combattendo. [...]
Ma questo famoso musulmano moderato esiste davvero o è una figura mitologica? «Esiste, certamente, però non bisogna mai dimenticare che l'islam è una religione completamente diversa dalla nostra. Per noi la carità è una missione in sé, senza distinzioni; per il musulmano, invece, non esiste il volontariato come lo intendiamo noi: per lui è inconcepibile andare ad aiutare il prossimo indipendentemente dalla sua religione. Tant'è vero che anche gli afgani che mi conoscono da anni continuano a sospettare che io abbia un doppio fine».



Tralascio il resto del pur interessantissimo articolo per concentrare l’attenzione unicamente sul tema del volontariato. Emergono, nell’analisi di Cairo, alcuni degli aspetti già evidenziati nel post precedente: velleitarismo, impreparazione, improvvisazione, in pratica mancanza di serietà e conseguente spreco di risorse e scarsezza di risultati. Interessante anche la conferma, da chi vede le cose sul campo, dell’atteggiamento molto più autopromozionale che realmente costruttivo di taluni personaggi che preferiscono – per scopi appunto autopropagandistici – tenere in piedi ospedali specializzati in chirurgia di guerra là dove la guerra è finita da un pezzo piuttosto che occuparsi delle vere necessità della popolazione.

barbara

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20 giugno 2006

DAL DENTISTA

Io – Guardi, stia attento, perché sul canino c’è un punto che se me lo tocca mi sentono urlare fino a Caltanissetta.
Lui (impassibile come un ufficiale prussiano) – Non si preoccupi signora, abbiamo pareti molto robuste.

****************************

Lui – Sa, ci vuole un po’ di tempo prima che si assesti tutto: per sei mesi, forse anche un anno continuerà a farle un po’ male.
Io – Anche un anno? E se crepo prima?
Lui (c.s.) – Eh, se crepa prima è fregata.

barbara




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19 giugno 2006

COME MANIPOLARE LE RISOLUZIONI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell'arbitro verso una squadra per dare l'impressione che il gioco dell'altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa più o meno è l'operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet. Titolo: "Settantatre risoluzioni dell'Onu di condanna a Israele". Sottotitolo (insinuante): "Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare". Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che "esprimono condanna all'operato di Israele", citate per numero e data e accompagnate da brevi "estratti che ne illustrano il contenuto". Insomma: un documento che parla da sé, che non ha bisogno di commenti tanto è evidente il torto di Israele.
E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema già affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).
Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7. Il Capitolo 6 si intitola "Composizione pacifica dei conflitti" e afferma (art. 33) che "le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici". Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 è come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: "Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico". Il Capitolo 7, invece, si intitola "Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione". Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilità di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facoltà di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunità internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all'uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 è come se dicesse a uno Stato: "Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza".
Ora, come ricordava qualche mese fa anche l'Economist (10.10.02), "nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano è stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l'Iraq, ma non contro Israele, l'Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne". E aggiungeva: "Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, è un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi", che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento ("nessuna guerra per farle rispettare") può essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.
Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non è puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilità e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell'altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte più parti, ognuna con le proprie responsabilità. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilità siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzioni, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l'altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.
Così ad esempio, è vero - come dice il documento - che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano "alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi". Ma chiedevano anche e contemporaneamente "l'immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione". In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco "significativo" (meaningful, nel testo originale), cioè non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se è la stessa cosa.
Allo stesso modo, è vero - come dice il documento - che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele "la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni" e "il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi". Ma è vero anche che essa ribadiva "la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione", e faceva "appello all'Autorità Palestinese affinché adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia". Ma di nuovo, questa parte della risoluzione è scomparsa.
Il più delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e ciò per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non può essere fatta da una parte soltanto. Ma questo è appunto ciò che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).
Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perché esprimeva "grave preoccupazione […] per i recenti attentati", chiedeva "l'immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione" ed esortava "le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica": tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si è rifiutata di fare.
Vistosa, poi, l'assenza di una delle più importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perché chiedeva (agli arabi, ovviamente) la "fine di ogni stato di belligeranza" e il "riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza"?
Della 425 (1978) si dice che "ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano". Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un "rigoroso rispetto della integrità territoriale, sovranità e indipendenza politica del Libano", tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Né viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che "Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformità con la risoluzione 425".
Ancora più curioso il fatto che l'elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell'Assemblea Generale dell'Onu (29.11.47) e l'attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle - ufficialmente respinte dai governi arabi - che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.
Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava "con forza" la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell'aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l'Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilità internazionali.
Resta da fare un'ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni '50 fino agli Hezbollah degli anni '80 e '90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all'interno dello Stato di Israele. L'hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni "guerrigliere" palestinesi, nella consapevolezza che l'Onu avrebbe dovuto per forza condannare le "violazioni" delle linee d'armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le "violazioni" (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d'Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna più nessuno. Salvo i "volonterosi" autori del documento e i loro sfortunati lettori.
(da israele.net, marzo 2003)

Anche se so per certo che non tutti ne trarranno insegnamento, ritengo tuttavia utile offrirvi questo spunto di riflessione.


barbara




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18 giugno 2006

LA FIGLIA PERDUTA

È partito dalla Sicilia, Giosuè Calaciura, insieme a Pietro Del Soldà dell’AMREF, per andarsi a immergere nello slum di Kampala, tra fogne a cielo aperto e mucchi di rifiuti, e farsi raccontare la favola della figlia perduta di Henriette. Ce ne sono tante, però, di favole sulla figlia perduta di Henriette: quella che raccontano per addormentare gli orfani e quella che raccontano i venditori accovacciati sui calcagni e quella che raccontano le prostitute in attesa dei clienti; quella che viene raccontata dall’inizio e quella che si racconta dalla fine e quella in cui la cronologia viene totalmente sconvolta. E ognuno racconta la sua e continua infaticabilmente a raccontarla, la favola della figlia perduta di Henriette perché loro, i rifiuti dell’umanità, lo sanno bene, loro, che qualunque favola, anche la più atroce, non sarà mai atroce quanto la realtà.
Inutile dire che anche questo è un imperativo categorico e che chi non lo leggerà verrà sonoramente preso a manganellate sulle gengive.

Giosuè Calaciura, La figlia perduta – La favola dello slum, Bompiani



barbara




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18 giugno 2006

ULTIME DI CRONACA

È stato arrestato il pregiudicato signor Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia, “figlio” del signor Umberto Nicola Tomasso (riportato, da altre fonti, anche come Tomaso o Tommaso) Giovanni Maria di Savoia (notoriamente impotente), con l’accusa di corruzione, falso e sfruttamento della prostituzione. Il figlio Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria commenta: «Sono esterrefatto, lo hanno preso come un bandito». E io mi chiedo: trattandosi di un assassino, che cosa c’è di così sconveniente nel trattarlo come un bandito? Aggiunge poi: «Vedo capi d'accusa che non hanno niente che vedere con mio padre, è un fatto molto grave, spero che Woodcock sia certo di quello che sta facendo perché altrimenti è l'ultima cosa che farà»: questa, a casa mia, si chiama intimidazione mafiosa, e dovrebbe costare parecchio cara a chi se ne rende responsabile. Scommettiamo che al signor Emanuele Filiberto invece non succederà niente? Si lamenta poi: «Non si tratta così un uomo di 70 anni che tra l'altro ha dei problemi di salute». Viene però il sospetto che i problemi di salute del signor Vittorio Emanuele non debbano essere poi così drammatici se, nelle intercettazioni, viene sentito augurarsi che alla manifestazione filantropica a cui parteciperà - che ha lo scopo di raccogliere fondi a favore di un'associazione milanese che assiste minorenni vittime di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia – ci siano belle bambine da scopare (come ci informa lui). Andando nel dettaglio delle accuse, troviamo un vero e proprio mercato dei nulla osta per i videogiochi ed altri apparecchi elettronici utilizzati per il gioco d'azzardo; nella vicenda gli investigatori hanno anche scoperto legami con esponenti della criminalità organizzata siciliana (mafia?). L'altra accusa, quella di associazione per delinquere finalizzata alla prostituzione, riguarda il reclutamento di ragazze da offrire a clienti del casinò di Campione d'Italia. Bene, ora speriamo che il signore dalla faccia di porcellino, dopo essere sfuggito alla galera per l’omicidio di un giovane tedesco sull’isola di Cavallo («I giudici francesi hanno stabilito che non ho fatto nulla, anzi, che non è successo nulla»; era solo morto un ragazzo di 19 anni, infatti, ammazzato come un cane), paghi almeno per queste altre infamie degne in tutto e per tutto del casato da cui proviene. Speriamo, ma non è che ci si conti poi granché.

barbara




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17 giugno 2006

VIVA IL TERRORISMO!

È questa l’impressione che si ricava sfogliando i giornali e girando per certi blog. Vediamo infatti rubriche tenute da (ex?) terroristi, libri scritti da (ex?) terroristi che tra l’altro, a differenza dei comuni mortali, trovano immediatamente editori ed entusiastici recensori, vediamo terroristi comparire in televisione o tenere conferenze o lezioni universitarie. Abbiamo visto un intero partito politico fare addirittura lo sciopero della fame per far dare la grazia ad un terrorista che oltretutto neanche sta in galera (e mai un cane che abbia inalberato uno striscioncino, che abbia fatto una petizione, che abbia speso mezza parola per lei). Poi giriamo per i blog e ci troviamo gente che si genuflette di fronte alla terrorista Adriana Faranda, che si prosterna davanti alla terrorista Silvia Baraldini, che sbava per il terrorista Adriano Sofri. E che, esplicitamente e RIPETUTAMENTE richiesta di un'opinione sul terrorista assassino Cesare Battisti (più difficile, per lui, dire che "sì però lui non si è mica macchiato di reati di sangue", più difficile per lui dire che "sì però lui personalmente non ha mica ..."), semplicemente ignora la domanda. Adesso è il momento del terrorista Sergio D’Elia: tutti pronti a difenderlo, addirittura a vantarne l’amicizia. È cambiato, ci raccontano, ha fondato l’associazione Nessuno tocchi Caino: e grazie al cazzo, come dicono in Vaticano, era lui Caino!! Ma ve lo immaginate un Totò Riina redento che fonda l’associazione Giù le mani dalla mafia? Un Marc Dutroux (il quale – lo ricordo a beneficio di chi volesse cedere alla tentazione di certi accostamenti - era rigorosamente eterosessuale e “regolarmente” sposato) pentito che mette in piedi Nessuno tocchi i pedofili? Un Erode ravveduto che crea Lasciate in pace gli infanticidi? Non sarebbe stato un tantino più credibile se avesse fondato Nessuno tocchi Abele? Se davvero questi personaggi si sono ravveduti, se davvero hanno capito che la strada che avevano intrapresa era sbagliata, se davvero intendono cambiare vita, perché non dedicarsi silenziosamente a qualche opera umanitaria invece che regalarsi una così intensa esposizione mediatica? Perché cercare a tutti i costi le luci della ribalta? Perché proporsi addirittura come maestri? Certo che fino a quando giornali e blog dedicano loro tutta la propria estatica ammirazione, sarà difficile indurli a cambiare rotta.

barbara

Avviso: grazie a un richiamo di Lorenzo, ho aggiunto una cosa che avevo in mente quando ho cominciato a scrivere il post ma che ho poi dimenticato. Invito quindi anche coloro che lo avevano già letto a perdere due minuti per rileggerlo. Grazie.

Avviso 2: mi sono accorta solo adesso che avevo dimenticato di inserire un link nel testo. Adesso l'ho messo.




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17 giugno 2006

SOMALIA ADDIO 3

Mohammed era un ragazzo che, ritenendo di avere qualche debito di riconoscenza nei miei confronti, mi era molto devoto. Un solo aggettivo mi sembra adeguato a definirlo: buono. Buono come il pane. Un giorno l’ho mandato a chiamare perché avevo bisogno del suo aiuto: dovevo licenziare la boyessa, che non sapeva una parola di italiano, né di inglese, e il mio somalo non era assolutamente all’altezza della situazione, e avevo dunque bisogno di un interprete. Così gli ho spiegato le ragioni per le quali mi vedevo costretta a licenziarla: mi derubava a man bassa, mi distruggeva oggetti di casa, mi metteva le formiche nel flacone del profumo, faceva finta di non sentire e non andava ad aprire quando veniva qualcuno, ultimamente aveva perfino tentato di avvelenarmi (in seguito avrei appreso che la mattina, mentre io ero all’università, mi usava anche la casa come bordello ...). Finito di esporre le ragioni per le quali avevo deciso di mandarla via, Mohammed, il ragazzo buono, mi dice: «Ma per i soldi che ti ha rubato, perché non la denunci? Così quelli almeno la costringi a restituirteli». Dico: «E come faccio? Io so che li ha rubati, ma non ho mica prove». E lui: «Ah, ma per questo non ci sono problemi: alla polizia hanno una stanza dove le fanno dire tutto quello che vogliono». E sicuramente non si sarà accorto, Mohammed, il ragazzo buono, della tragica e macabra ironia delle sue parole: non tutto quello che uno sa, gli fanno dire nella “stanza”, non tutta la verità: quello che gli fanno dire è tutto quello che vogliono. E non ne ho il minimo dubbio: sicuramente anch’io gli direi che tutte le mattine faccio colazione con le budella di mia madre, se è questo che vogliono che io dica, nel momento in cui cominciassero a strapparmi i denti, strapparmi le unghie, applicarmi elettrodi ai genitali e tutte le amenità che le varie dittature di ogni forma e colore ci hanno fatto conoscere. Sapevo, naturalmente, dell’esistenza delle camere di tortura, e sapevo che erano intensamente usate. Quello che ancora non sapevo era che un ragazzo buono, buono come il pane, uno che, con una persona con la quale aveva un piccolissimo debito di riconoscenza, si comportava come se le dovesse la vita, potesse dire con tanta disinvoltura: «Denunciala: alla polizia hanno una stanza dove le fanno dire tutto quello che vogliono». E ancora non so darmene pace.
Nasra era l’unica, fra le mie studentesse, a portare il chador. Coloratissimo, certo, non quelle cose da funerale che siamo soliti vedere in Arabia e in Iran (e oggi, sempre più spesso, in gran parte del mondo islamico), ma pur sempre chador, dal quale non emergevano altro che l’ovale del viso e le mani. Un giorno dice che ha bisogno di parlarmi. Ci mettiamo in un angolo tranquillo, e comincia a dirmi che il mio collega E. la tratta molto male, la offende, la insulta, la prende in giro, le dice che è brutta, che è stupida, che non riuscirà mai a combinare niente. Cerco di rassicurarla: a casa avrà uno specchio, no? Basta che ci si guardi dentro per vedere che è bellissima. E sa benissimo di essere molto intelligente, e dunque che cosa le importa di ciò che dice E.? E comunque lui non dice mica sul serio, sta solo scherzando. Non devo essere molto convincente. Anche perché mento sapendo di mentire: so benissimo che quel fetente non scherza affatto. Alla fine Nasra non riesce più a controllarsi, e scoppia a piangere fra le mie braccia. E mentre la stringo per confortarla col calore del mio abbraccio, mi scopro estremamente sorpresa nel sentir premere contro il mio petto il suo seno rigoglioso: a tal punto il chador mortifica la femminilità, da far dimenticare che sotto di esso, oltre a un viso grazioso, si trova anche un corpo di donna.

   

barbara




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16 giugno 2006

SENZA PAROLE

Da Wikipedia:

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barbara




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16 giugno 2006

FACCIO AMMENDA

Un giorno è apparso sul mio blog un tale Alberto. Al suo commento ho risposto che agli argomenti rispondo, alle provocazioni no. Quando ho visto la sua replica, molto stupidamente, d’istinto, l’ho eliminata e l’ho messo in black list. Così il povero Alberto, per poter nuovamente accedere ai commenti, si è dovuto riciclare come Alfonso. Andrea mi chiede perché non elimino i suoi commenti e non lo metto in black list. Il motivo è semplice: se lo facessi, il signore in questione godrebbe fino all’orgasmo all’idea di essere vittima della censura sionista, e io di orgasmi non ne regalo a nessuno: chi li vuole se li deve guadagnare. Approfitto invece dell’occasione per fare ammenda del mio errore iniziale: poiché sono, nonostante tutto, una bimba riflessiva e anche i miei impulsi sono comunque meditati, prima di eliminare quella sua prima risposta l’ho salvata, e ora ve la offro. Eccola: «Chiamale provocazioni. Se volessi provocare ti direi che il cervello di chi scrive queste minchiate è pari al buco del culo della medesima persona. E che tutti voi fanatici di tochevil meritereste solo di essere spediti all'inferno assieme a htler, bush e company. Queste sono provocazioni, fogna immonda». Buon divertimento a tutti.

barbara




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16 giugno 2006

ASCOLTIAMO GLI IRACHENI 3

Un iracheno chiede ai pacifisti:
SECONDO VOI PERCHE' IN IRAQ NON CI SONO STATE GRANDI ADUNATE CONTRO LA
LIBERAZIONE?

Quando ho visto le manifestazioni pacifiste che si sono svolte in numerosi paesi del mondo in occasione dell'anniversario della guerra contro Saddam, non ho potuto fare a meno di pensare, ancora una volta: perché fanno una cosa simile? Ci sono state un paio di dimostrazioni, molto più piccole, anche in Iraq (alcune centinaia di persone, con alla testa dei fanatici religiosi, di cui nessuno può dire se non fossero lì soltanto per gli avidi occhi dei media), ossia il paese che i pacifisti sarebbero scesi in piazza per difendere.
Ho avuto molte difficoltà a capire perché i pacifisti volevano impedire questa guerra, e ora ne ho ancora di più a capire perché vogliano impedire alla Coalizione guidata dagli Usa di dare il proprio aiuto per la ricostruzione e la democratizzazione dell'Iraq. Sono certo che qualcuno
era stato pagato per manifestare, e qualcun altro semplicemente ingannato; ma questo ragionamento non può essere esteso a tutti i pacifisti, che ho sempre ritenuto persone buone, con un grande senso di umanità, abbastanza oneste per non farsi corrompere e abbastanza intelligenti per non lasciarsi ingannare. La risposta a questa domanda si è fatta più chiara mano a mano che il tempo e gli eventi hanno rivelato buona parte di ciò che, a prima vista, era per me difficile da comprendere dal luogo in cui vivo. Il modo in cui la maggior parte dei pacifisti ha reagito a questi eventi ha fornito gli anelli mancanti. Continuo a pensare che siano persone buone e intelligenti, ma non posso più dire che siano oneste. Mi dispiace, amici miei, in quanto proprio l'onestà era il vostro punto più forte, o almeno così voi pensavate; però, se mi lascerete viaggiare attraverso la vostra coscienza e avrete la pazienza e la modestia di seguirmi in questo viaggio (che è esattamente ciò che ci si aspetta dalla gente onesta), potremo forse giungere ad un accordo oppure a ridefinire i termini del nostro disaccordo, il che, io penso, andrà a vantaggio di tutti. Non c'è nemmeno bisogno di dire che avete il diritto di fare la stessa cosa con me, e io sono pronto ad andare fino in fondo.
Allora: perché dovrei giudicarvi così severamente, e quali sono le mie prove?
Per cominciare, anch'io, come tutti, penso che la guerra sia un modo detestabile e spesso disastroso per risolvere i conflitti, ma sono pure convinto che tutti noi siamo d'accordo sul fatto che in certi casi è l'unica soluzione possibile. Questo ci permette di restringere il campo del nostro dibattito a quest'ultima guerra contro Saddam e forse ad altre che saranno presto combattute nella lotta contro il terrorismo. Ritengo che se due nazioni, per risolvere i loro dissensi, invece di ricorrere alla diplomazia, decidessero di dichiararsi guerra, saremmo entrambi contro questa guerra, a meno che voi crediate che la maggioranza di noi appoggi questa guerra per soddisfare la propria sete di sangue.
Vediamo dunque per quale motivo voi (i veri pacifisti) vi opponete a questa guerra.
Penso che quasi tutti siano d'accordo sul fatto che quando parliamo dei "veri pacifisti" ci riferiamo a coloro che vivono nel mondo libero, dato che i popoli del Terzo Mondo sono o disinteressati e impegnati a sfamare i propri bambini e a trovare un tetto per la propria famiglia, mentre allo stesso tempo cercano di tenersi il più alla larga possibile dai tiranni che controllano il loro destino, cosa che può spingerli a seguire l'atteggiamento del governo, oppure sono guidati dal fanatismo religioso, e, nel mondo arabo, probabilmente anche dal nazionalismo arabo, a schierarsi contro questa guerra.
La pace è ciò per cui costoro (i veri pacifisti) stanno combattendo e non ci può essere obiettivo più nobile di questo. Ma, posso fare una domanda: in che mondo vivete? Una domanda sciocca e irrilevante? Non credo proprio. Quale genere di pace state cercando? La vostra, o quella del mondo? Pensate davvero che sia un mondo così bello e pacifico che a nessuno deve essere permesso di toccarlo? Veramente, che domanda sciocca ho fatto! Certo che lo è! Voglio dire, alcuni di voi non hanno sentito uno sparo da anni e anni a questa parte, e qualcuno vive in paesi che non hanno combattuto una guerra da oltre un secolo.
La vostra vita non è stata certamente facilissima, ma avete mai avuto paura che i vostri figli potessero morire di fame? O avete mai vissuto con il terrore che, nel mezzo della notte, qualcuno sfondi con un calcio la tua porta di casa e si porti via un tuo parente? E, cosa ancora peggiore ­ ma che a voi non sembra così importante ­ avete mai dovuto piegare la vostra testa senza mai sollevare gli occhi da terra per paura di incontrare quelli di un uomo della sicurezza, che potrebbe vedervi uno sguardo di sfida? Oh, mio Dio! Ecco, che continuo a fare domande stupide! Perché, naturalmente, per voi tutto questo non conta nulla; perché, se sentiste veramente che spaventosa umiliazione rappresenta tutto questo per l'anima sacra di ognuna delle creature di Dio, non sareste rimasti così pazientemente ad aspettare che le sanzioni avessero effetto e che gli ispettori finissero il loro lavoro.
Ma naturalmente non conta nulla, e sapete perché? Semplicemente perché non è capitato a voi. E' capitato ad altri, che vivono lontanissimi, e così a voi sembra meno reale, tanto che potete facilmente buttarlo dietro le vostre spalle quando vi mettete a discutere di guerra, e mostrarvi improvvisamente preoccupati per come gli americani ci stanno trattando. Voglio dirvi una cosa: gli americani non ci stanno "trattando" in alcun modo; ci stanno aiutando, proteggendo, istruendo, amando e stanno stringendo amicizia con noi. E' una cosa difficile da digerire per voi, lo so, perché vi fa sembrare cattivi a voi stessi; ma non è poi così difficile come sembra, visto che tutti facciamo errori, e spesso molto grandi, e non è mai troppo tardi per riconoscere di essersi sbagliati.
Sono forse così stupido e ingenuo da pensare che cambierete idea? No, perché credo ancora che siete persone buone, ed è su questo che conto quando dico che ho speranza in voi e non vi considererò mai come dei nemici. Pensate soltanto un'altra volta a tutto il dolore e le sofferenze che affliggono questo mondo; ma questa volta, immaginatevi a raccogliere le ossa dei vostri figli e dei vostri fratelli da una sepoltura di massa, dopo averne perse le tracce per venti o trenta anni, e sapendo che non sono morti in pace. No, sono morti torturati, stuprati e trattati come animali, costretti a chiedere in ginocchio di ricevere un colpo di pistola alla testa.
Pensate a questo e poi provate a spiegare perché vi opponete a questa guerra. Al mio vicino, ad esempio, che sta ancora cercando la fossa comune in cui sono stati gettati i suoi due figli, portatigli via ventuno anni fa, quando frequentavano ancora l'università, e senza sapere per quale motivo. Provate a spiegarlo ad un altro mio vicino, che aveva convinto il fratello, il quale aveva disertato l'esercito al tempo della guerra con l'Iran, a ritornare sfruttando il perdono presidenziale che era stato annunciato in tv e sui giornali, soltanto per vederlo il giorno dopo chiuso in una bara con la scritta "traditore", e con l'ordine di non celebrare alcun
funerale. Poi, due settimane dopo, ricevette una lettera in cui si diceva che il fratello era stato ucciso per errore, ed era concesso di celebrare i funerali!
Potrei continuare a parlare e raccontare per mesi e anni, e ci sono storie ancora più spaventose, ma il mio cuore non può sopportare il ricordo di tanto dolore. Spero che voi abbiate un cuore più saldo quando cercherete di spiegare a queste persone che vi siete opposti alla loro liberazione perché convinti che i vostri leader politici vi avevano mentito sulle ragioni per entrare in guerra. Provate a spiegargli che la colpa era dell'America e non di Saddam, e che per questo vi siete opposti quando l'America ha deciso di toglierlo di mezzo e di dare libertà e pace al popolo iracheno. Ecco un'altra volta la mia sciocca domanda: dove vivete? Dato che noi, che appoggiamo questa guerra contro la dittatura e il terrorismo, viviamo in questo mondo, questo brutto mondo che noi stiamo cercando di cambiare e che voi invece state cercando di mantenere nel suo stato di sempre. Dunque: in che mondo vivete?
(Ali, marzo 2004, pubblicato in questo blog, traduzione di Aldo Piccato)

E questo è l’ultimo. Ora vi lascerò in pace. Per un po’ …


barbara




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15 giugno 2006

ASCOLTIAMO GLI IRACHENI 2

"Sono stato un ingenuo scudo umano per Saddam"

Ho voluto unirmi agli scudi umani in Baghdad perché era un'azione concreta che dava la possibilità al movimento contro la guerra di porsi all'attenzione del mondo. Era una vocazione: scudi umani volontari si sacrificavano per le loro opinioni politiche - un'azione personalmente molto più difficile che andare alle manifestazioni di Washington o Londra. Era semplice: sali sull'autobus e mostri te stesso.
Ed è precisamente quello che ho fatto la mattina di sabato 25 gennaio. Sono un fotografo ebreo-americano di 23 anni che vive a Islington, nel nord est di Londra. Avevo già viaggiato per il Medioriente: da studente, ero stato nella Cisgiordania palestinese durante l'Intifada. Ero stato anche in Afghanistan come fotografo per il Newsweek.
Gli scudi umani mi attraevano per via delle mie idee contro la guerra, ma quando me ne sono andato via da Baghdad cinque settimane dopo le mie idee erano cambiate drasticamente. Non voglio dire che sono a favore della guerra, no - le mie idee in proposito sono ambivalenti - ma desidero fortemente che Saddam sia rimosso.
Sull'autobus sentivamo umana simpatia per i civili iracheni, anche se non ne conoscevamo nessuno. Il gruppo era più interessato a protestare contro il governi americano e inglese, piuttosto che a essere solidale con gli iracheni.
Sono rimasto scioccato quando ho incontrato per la prima volta un iracheno a favore della guerra a Baghdad, un tassista che mi stava riportando all'hotel la sera tardi. Gli ho spiegato che ero americano, come noi scudi facciamo sempre, "Bush bad, war bad, Iraq good". Mi guardò con un'espressione incredula.
Quando capì che ero serio, rallentò e cominciò a parlare in un inglese approssimativo sui mali del regime di Saddam. Fino a quel momento avevo soltanto sentito parlare con rispetto del presidente, ma adesso quest'uomo mi stava dicendo come tutti i soldi del petrolio andassero nel portafoglio di Saddam e che se ti opponevi a lui venivi ucciso insieme a tutta la famiglia.
Mi spaventò. Prima pensai che forse era la polizia segreta che cercava di incastrarmi, ma in seguito ebbi l'impressione che volesse che l'aiutassi a scappare. Mi sentii così male. Gli dissi: "Senti, sono solo un imbecille che viene dagli Stati Uniti, non sono delle Nazioni Unite, non sono della Cia - non posso proprio aiutarti".
Naturalmente avevo letto che gli iracheni odiavano Saddam Hussein, ma questo era reale. Qualcuno me l'aveva detto in faccia. Lo raccontai a qualche giornalista che conoscevo. Mi dissero che sono cose che capitano: gente che spontaneamente in segreto e in modo emotivo implora i visitatori di liberarli dal tirannico Iraq di Saddam.
Ero sempre più preoccupato per come il regime iracheno stava limitando sempre più i movimenti degli scudi, così qualche giorno dopo ho lasciato Baghdad diretto in Giordania insieme ad altre cinque persone. Una volta al di là del confine ci siamo sentiti abbastanza tranquilli da chiedere all'autista cosa ne pensasse del regime e della minaccia di bombardamenti aerei.
"Non lo sentite Powell sulla radio "Voice of America?" ci disse. "Ovviamente gli americani non vogliono bombardare i civili. Vogliono bombardare i palazzi del governo e quelli di Saddam. Noi vogliamo che l'America bombardi Saddam".
Noi stavamo lì, ad ascoltare, a bocca aperta. Jake, uno degli scudi, non faceva altro che dire "Oh Santo Cielo", man mano che l'autista descriveva gli orrori del regime. Jake era così scioccato per come era stato ingenuo. Tutti noi lo eravamo. Non era venuto in mente a nessuno che gli iracheni potessero volere la guerra.
La dichiarazione più enfatica dell'autista fu: "Tutti gli iracheni vogliono questa guerra". Sembrava convinto che le perdite civili sarebbero state minime; aveva una tale fiducia nella macchina da guerra americana da rispettare le promesse. Sicuramente aveva molta più fiducia di quanta ne avevamo avuta noi.
Forse la cosa più devastante che abbiamo imparato è stata che la maggior parte degli iracheni è convinta che Saddam ci abbia pagato per farci venire a protestare in Iraq. Anche se abbiamo spiegato che non era assolutamente così, penso che nessuno ci abbia creduto. In seguito l'autista mi chiese: "Sul serio, quanto vi ha dato Saddam per venire?"
Tutto ciò ci ha colpiti a livello emotivo e viscerale: era il vero volto della vita in Iraq. Dopo la prima conversazione, ho rivisto completamente le mie idee sulla situazione irachena. La mia comprensione è cambiata a livello intellettuale, emotivo e psicologico. Ricordo l'esperienza di vedere il ritratto egocentrico di Saddam dappertutto e ho cercato di mettermi nei panni di qualcuno che era stato costretto a vederlo ogni giorno negli ultimi 20 anni.
Lo scorso martedì notte sono andato a fotografare le manifestazioni contro la guerra in Parliament Square. Migliaia di persone urlavano "No War" ma senza pensare alle implicazioni per gli iracheni. Alcuni di loro bevevano e ballavano la Samba e litigavano con la polizia. Era come se i manifestanti parlassero di un paese diverso, dove il governo fosse normale e accettabile. Mi ha fatto veramente arrabbiare.
Chiunque abbia mezzo cervello capisce che Saddam Hussein deve essere tolto di mezzo. È straordinariamente ironico che i manifestanti contro la guerra marcino per difendere un governo che impedisce alla sua gente di esercitare quello stesso diritto. (Daniel Pepper 23 Marzo 2003, Daily Telegraph)

barbara




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14 giugno 2006

ASCOLTIAMO GLI IRACHENI 1

Articolo del Dr. B Khalaf, The Guardian, Venerdì 14 febbraio 2003

Scrivo per protestare contro coloro che si oppongono alla guerra contro Saddam Hussein o come loro la chiamano, la "guerra contro l'Iraq".
Sono un medico iracheno, ho prestato servizio nell'esercito iracheno per sei anni durante la guerra Irak-Iran e per quattro mesi durante la Guerra del Golfo.
Tutta la mia famiglia vive tuttora in Irak.
Sono un arabo sunnita, non sono curdo e neppure sciita. Sono un ordinario iracheno non coinvolto con l'opposizione al di fuori dell'Irak.
Sono veramente deluso dal terrificante modo di vedere la situazione da parte della maggior parte della gente in Inghilterra, dai media e dai politici.
A tutte queste persone che sono contro la possibile guerra voglio dire questo:
Se pensate che così facendo voi state servendo gli interessi del popolo iracheno oppure credete di salvarli, allora vi sbagliate.
In realtà state salvando Saddam. Voi state privando la gente dell'Irak di quella che probabilmente è l'ultima reale possibilità di liberarsi di lui e di uscire da questo buio periodo della loro storia.
La mia famiglia e quasi tutte le famiglie irachene proveranno un dolore e un rabbia immensi quando la televisione di Saddam, con grande soddisfazione, mostrerà le manifestazioni di sabato a Londra.
MA DOVE ERAVATE VOI MANIFESTANTI QUANDO MIGLIAIA DELLA NOSTRA GENTE DELL'IRAK VENIVA ASSASSINATA DALLE MILIZIE DI SADDAM ALLA FINE DELLA GUERRA DEL GOLFO PER SOPPRIMERE LE SOMMOSSE?
Solo ora, quando la guerra sta per raggiungere finalmente Saddam ognuno di voi diviene così preoccupato della vita umana in Irak. Dove eravate quando Saddam stava uccidendo migliaia di iracheni a partire dai primi anni settanta?
E dove siete voi ancora oggi, dato che ogni settimana lui ammazza la mia gente con i suoi tribunali della rivoluzione, tribunali segreti gestiti dai servizi segreti. La maggior parte delle sentenze sono esecuzioni che portano la firma di Saddam stesso.
Io sono in grado di rispondere ad una ad una tutte le vostre ragioni per opporvi a questa guerra.
Ma ORA chiedetevi voi stessi PERCHE', di circa CINQUECENTOMILA iracheni che vivono in Inghilterra, non ne troverete neppure MILLE a partecipare alla manifestazione di domani.
La vostra campagna anti-guerra è divenuta isteria di massa e non siete più in grado di vedere le cose come stanno.
Dr. B. Khalaf, neurologo, Londra

*********
Commento del traduttore Gianni Toffali: Non commento la lettera del Dr. Khalaf che ho tradotto. Non ne ha bisogno. Voglio invece aggiungere alcune cose che ho visto e che mi hanno spinto a tradurre la sua lettera.
Nelle nostre televisioni, almeno quelle europee, così come nei nostri giornali, NON HANNO VOLUTO dare spazio alla parola del popolo iracheno. Su! Chi di voi ha visto le manifestazioni a favore dell'intervento americano da parte degli esuli iracheni davanti alla sede dell'Onu? Ne avete per caso sentito parlare? Qualcuno di voi ha visitato i siti dell'opposizione irachena? Per non parlare dei Curdi.

Perché questo è il fatto: tutti i nostri bei discorsi sulla guerra che coinvolge gli iracheni, noi li abbiamo sempre fatti senza minimamente sognarci di andare ad ascoltare gli iracheni. Bene, è arrivato il momento di farlo. Chi fosse interessato a qualche altra documentazione può prendere visione, qui a lato, delle foto “Iraq: fosse comuni” (sconsigliato agli stomaci deboli) e del filmato “quando l’Iraq era laico”. Buona visione.

barbara




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13 giugno 2006

A PROPOSITO DI GUERRA. A PROPOSITO DI PACE

D. "In che misura la passività delle potenze occidentali di fronte alle 'conquiste pacifiche' della Renania, dell'Austria e della Cecoslovacchia ha incoraggiato Hitler a intraprendere ulteriori azioni aggressive?"
R. "Il Führer vedeva la rimilitarizzazione della Renania come la più pericolosa di tutte le sue imprese militari. Quando l'occupazione della Renania è cominciata, mi trovavo per caso sul suo treno diretto a Monaco e ho visto come tutti si preoccupavano di una possibile reazione militare. In quel momento non saremmo stati in grado di fare niente, se la Francia o l'Inghilterra avessero espresso la minima protesta e l'avessero sostenuta con una certa pressione militare. Hitler in seguito ha detto che le nostre forze erano trascurabili e non avrebbero potuto opporre resistenza. (...) In quel momento il nostro riarmo era appena all'inizio".
Albert Speer, Norimberga, 7 settembre 1945

Si sarebbe potuta evitare la seconda guerra mondiale? Si sarebbero potuti evitare decine di milioni di morti? Si sarebbe potuto evitare l’annientamento di un terzo del popolo ebraico? Si sarebbe potuta evitare la distruzione di un intero continente? Forse sì: sarebbe bastato che anche una sola nazione si fosse mostrata sufficientemente decisa alla guerra. Purtroppo quella battaglia è stata vinta dai pacifisti, da quelli del no alla guerra senza se e senza ma, da quelli che la guerra è brutta e muoiono i bambini, da quelli che la guerra è sporca e ingiusta e non bisogna farla mai mai mai. Hanno vinto loro, e hanno condannato a morte decine di milioni di persone. Fra cui milioni di bambini, del cui sangue le mani dei pacifisti sono imbrattate. E vogliamo parlare di Iraq? Un mezzo cedimento sembrava profilarsi, nel signor Saddam, quando il guerrafondaio Bush si è mostrato deciso alla guerra, ma poi … Poi Francia e Russia, ben poco desiderose di veder sfumare gli affari miliardari che facevano con Saddam hanno detto no alla guerra senza se e senza ma. Poi orde di pacifisti sono sciamate per le strade di mezzo mondo a gridare il loro no alla guerra senza se e senza ma, e allora Saddam ha creduto che Bush non avrebbe osato sfidare il mondo intero, e il mezzo cedimento è rientrato. PER QUESTO la guerra è diventata inevitabile. E anche del sangue dei bambini iracheni sono lorde le mani dei pacifisti.

barbara




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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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