.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 maggio 2006

È CAMBIATO QUALCOSA?

Settant’anni fa si boicottavano i negozi degli ebrei, oggi si boicottano le istituzioni accademiche israeliane.

Come dite? Anti-semiti? Chi, noi anti-sionisti? Noi? Noi non abbiamo nulla contro gli ebrei in quanto tali. Noi odiamo semplicemente il Sionismo ed i sionisti. Pensiamo che Israele non abbia il diritto ad esistere, ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali. Siamo umanisti, progressisti ed amanti della pace.
L'anti-semitismo è l'odio nei confronti degli ebrei. L'anti-sionismo è l'opposizione al Sionismo ed alla politica di Israele. Le due cose non sono correlate. Come Venere e Marte o il giorno e la notte.
Credeteci.
Certo, noi riteniamo che l'unico paese che deve essere distrutto sia Israele.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Certo, noi pensiamo che gli unici bambini al mondo che meritino di saltare per aria - se questo giova ad una giusta causa - siano i bambini ebrei.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Certo, noi pensiamo che se i palestinesi provano un risentimento legittimo, questo li autorizzi ad attuare uno sterminio di massa degli ebrei.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Naturalmente, pensiamo che l'unico popolo al mondo che non ha il diritto ad esercitare l'auto-difesa siano gli ebrei. Gli ebrei dovrebbero risolvere il problema delle aggressioni contro di loro solo attraverso la resa, mai attraverso l'auto-difesa.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi denunciamo solamente l'apartheid razzista dell'UNICO paese del Medio Oriente che NON è un paese razzista che pratica l'apartheid.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi rifiutiamo di riconoscere gli ebrei in quanto popolo e pensiamo che siano solamente una religione. Non sappiamo come mai chi non pratica la religione ebraica possa essere comunque considerato ebreo.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che tutti i popoli abbiano diritto all'autodeterminazione, a parte gli ebrei, compreso addirittura
il cosiddetto "popolo" palestinese.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Odiamo quando la gente incolpa le vittime, naturalmente a parte quando la gente incolpa gli ebrei per la jihad e le campagne terroristiche contro di loro.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che il solo paese fascista e anti-democratico del Medio Oriente sia l'unico paese che ha libere elezioni.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi vogliamo che l'unico paese del Medio Oriente con libertà di parola, di stampa e di giurisdizione venga distrutto.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi ci opponiamo ad ogni aggressione militare, a parte quando viene diretta contro Israele.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi comprendiamo profondamente gli attentatori suicidi che uccidono gruppi di bambini ebrei ed insistiamo perché le loro aspettative siano soddisfatte in pieno.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che il solo conflitto sulla Terra che possa essere risolto con la distruzione di una delle parti in causa sia quello in cui è coinvolto Israele.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che gli ebrei non abbiano alcun diritto umano che debba essere rispettato e specialmente che non abbiano il diritto di prendere un autobus senza essere ammazzati.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Ci sono ebrei di sinistra anti-sionisti che noi consideriamo la prova vivente che gli anti-sionisti non possono essere anti-semiti, neanche coloro che si rallegrano quando gli ebrei sono uccisi in massa. Questi sono i soli ebrei che noi crediamo meritino rispetto e riconoscimento.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi non pensiamo che l'omicidio dimostri quanto sia giusta e legittima la causa dell'assassino, tranne quando si tratta dell'omicidio di ebrei.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che gli ebrei non abbiano diritto ad un loro stato e che debbano sottomettersi e diventare una minoranza in stile ruandese, in uno "stato bi-nazionale", sebbene da nessun'altra Nazione delle Terra, compresi i 22 Paesi Arabi, ci si aspetta una simile privazione di sovranità.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che Israele a maggioranza ebraica e con una stella sulla bandiera sia uno stato razzista praticante l'apartheid. Noi non crediamo che altri paesi con maggioranze etniche o religiose, o con croci o mezzelune o "Allah Akbar" sulle loro bandiere siano razzisti o meritino di essere distrutti.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi condanniamo il "maltrattamento" delle donne nell'unico paese del Medio Oriente dove NON vengono maltrattate.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi condanniamo il "maltrattamento" delle minoranze nel solo paese del Medio Oriente dove le minoranze NON vengono brutalmente represse e sterminate.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi domandiamo pari diritti per tutti i cittadini, e questo è il motivo per il quale l'unico paese del Medio Oriente che deve essere sterminato è quello dove questi diritti esistono.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
A noi non dà fastidio il fatto che non ci sia libertà religiosa nei paesi Arabi. Ma siamo furiosi per il fatto che Israele violi la libertà religiosa, e non importa se non sappiamo bene quando e dove questo avvenga.
Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Quindi, come si può affermare che siamo anti-semiti? Siamo semplicemente anti-sionisti. Noi cerchiamo pace e giustizia: tutto qui.
E sicuramente questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
(di S. Plaut)
(Il proverbio del giorno: se son Egypte Egypteranno)

barbara




permalink | inviato da il 31/5/2006 alle 16:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


30 maggio 2006

UN COMPLICATO ATTO D’AMORE

Non chiedetemi di riassumerlo. Non chiedetemi di recensirlo. Non chiedetemi di spiegarvi le ragioni per le quali dovete assolutamente leggerlo. Però è fuori discussione che dovete assolutamente leggerlo.

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore, Adelphi



barbara




permalink | inviato da il 30/5/2006 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


29 maggio 2006

LUTTO



Per la Sicilia onesta.

barbara




permalink | inviato da il 29/5/2006 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (96) | Versione per la stampa


29 maggio 2006

HEYSEL, 29 MAGGIO 1985

Il 29 maggio 1985, Juventus e Liverpool si contesero la Coppa dei Campioni allo stadio Heysel di Bruxelles.
Lo stadio Heysel era fatiscente, durante un sopralluogo prima della partita i dirigenti juventini furono esterrefatti: assi di legno per terra, calcinacci ovunque, tribune di cemento vetuste e sgretolate. Lo scarico dei servizi igienici colava dai muri, contribuendo a renderli ancora più fragili.
La Juventus era favorita, forte di campioni del calibro di Michel Platini e Zibì Boniek. I tifosi bianconeri erano migliaia: buona parte proveniva dai club organizzati e venne fatta sistemare nella tribuna N, nella curva opposta a quella riservata ai tifosi inglesi; molti altri tifosi, sganciati dal tifo organizzato, padri di famiglia con bambini e sostenitori tutt'altro che "accesi", comprarono i biglietti al di fuori dei circuiti ufficiali e si ritrovano nella tribuna Z, con due reti metalliche a separarli dalla curva dei più accesi tifosi del Liverpool. A questi tifosi si unirono anche tifosi del Chelsea, famosi per la loro violenza (si facevano chiamare "headhunters", "cacciatori di teste").
Circa un'ora prima della partita, i tifosi inglesi cominciarono a spingersi verso il settore Z a ondate, cercando il "take an end" ("prendi la curva") aspettandosi di trovare risposta dagli "ultras" juventini...che ultras non erano. Gli inglesi sostennero la tesi di un lancio di pietre proveniente dal settore dei tifosi italiani per giustificare la loro spinta violentissima che divelle in pochi secondi le reti di protezione. I tifosi juventini, travolti, nella totale assenza delle forze dell'ordine belghe, completamente colte di sorpresa dall'azione degli inglesi, si ammassarono contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool. Alcuni, disperati, si lanciarono dall'alto nel vuoto, altri cercano di scavalcare ed entrare nel settore adiacente; alcuni di essi finirono sugli spunzoni delle recinzioni.
Il muro su cui erano ammassati i tifosi juventini crollò per il troppo peso, moltissime persone vennero travolte, schiacciate e calpestate nella corsa verso una via d'uscita, per molti rappresentata da un varco aperto verso il campo da gioco. Dall'altra parte dello stadio i tifosi juventini del settore N e tutti gli altri sportivi accorsi allo stadio sentirono le voci dello speaker, dei capitani delle due squadre che invitavano alla calma e in pochi capirono quello che stava realmente accadendo.
Gli scampati alla tragedia si rivolsero ai giornalisti in tribuna stampa perché telefonassero in Italia, per rassicurare i familiari. I morti furono 39, quasi tutti italiani.
Si decise di giocare ugualmente la partita: la decisione fu presa dalle forze dell'ordine belghe, per evitare ulteriori tensioni. Nel secondo tempo Boniek subì un fallo circa 5 metri fuori dell'area di rigore e l'arbitro concesse ugualmente il penalty. Platini segnò e la Juventus divenne campione d'Europa.
A quasi 20 anni di distanza, il 6 e il 12 aprile 2005, la Juventus ed il Liverpool si sono affrontate, nel modo più pacifico possibile, per i quarti di finale della UEFA Champions League (
qui).

Me la ricordo bene, quella sera. Non guardo mai la televisione, ma quella sera era accesa perché c’erano i miei a casa mia. Io stavo correggendo, e voltavo le spalle allo schermo, ma ciò che sentivo mi induceva a girarmi, di tanto in tanto. Aumentavano i disordini, aumentava l’orrore. E poi l’indecente decisione di giocare ugualmente, l’osceno tifo di mio padre, coi morti ficcati in qualche angolo, la sua squallida esultanza per la vittoria della squadra di casa. E ricordo anche il guanto di velluto con cui sono stati trattati poi gli assassini. Davvero una grande vergogna per molti.



barbara




permalink | inviato da il 29/5/2006 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


28 maggio 2006

INTELLETTUALI E DITTATURA

Ian Buruma ha spiegato magistralmente sul Corriere della Sera come mai molti intellettuali della sinistra occidentale si siano infatuati per l’ultimo dei «dittatori sanguinari che opprimono i Paesi poveri»: il presidente del Venezuela Hugo Chávez, il nuovo caudillo filocastrista che seduce i cuori fanatizzati dall’antiamericanismo quando marchia Bush come uno dei più grandi «criminali della storia». Colpa dell’irriducibile ostilità verso l’America, sostiene Buruma. C’entra anche, basterebbe prestare ascolto a Mario Vargas Llosa per capirlo, la maledizione storica dell’America Latina, luogo di sogno, ma anche terra fertile di despoti populisti, e commedianti della rivoluzione. Però c’entra in misura non irrilevante la peculiare sordità degli intellettuali, perennemente ammaliati dalle dittature, votati a mille cause sbagliate, culturalmente schiavi di ogni seduzione totalitaria, impermeabili a ogni principio di realtà. George Orwell, uno dei più grandi e coraggiosi saggisti politici del ventesimo secolo, si interrogava sull’enigmatico fenomeno di scrittori, poeti, artisti, registi sensibilissimi e geniali artefici di opere immortali, eppure destinati, nel loro approccio alla politica, a vedere ottenebrate le pur smaglianti facoltà mentali di cui erano dotati. Persone generose e delicate, gli intellettuali del Novecento, immersi nella politica, non hanno indietreggiato di fronte alle più stolte nefandezze. Paul Johnson ha ricordato le parole di Bertolt Brecht, grande drammaturgo, di fronte alla mattanza degli anni staliniani: «Più innocenti sono, più meritano una pallottola in testa». Del resto Brecht reagì in questo modo quando nelle purghe moscovite venne stritolata la sua ex amante Carola Neher: «Se è stata condannata, devono esserci delle prove contro di lei». Louis Aragon vergò immortali versi per glorificare gli assassini della Gpu. Martin Heidegger vide nel Führer il compimento di millenni di metafisica. Ingordo di dittature, George Bernard Shaw volle battere ogni record nell’arte del panegirico rivoluzionario, e giunse a elogiare contemporaneamente Stalin e Mussolini: da ammirare entrambi come eroi dell’antidemocrazia e dell’antiliberalismo.
E del resto furono frequenti e movimentati i passaggi dall’uno all’altro totalitarismo. Pochi giorni prima di togliersi la vita, uno scrittore finissimo come Pierre Drieu La Rochelle meditava la trasmigrazione intellettuale dal filonazismo antisemita alla purezza bolscevica dell’Armata Rossa trionfante. Delio Cantimori passò dal fascismo al comunismo, e gli storici ancora tentano di capire quanto comunismo già fosse presente nella sua scelta fascista e quanto fascismo sia rimasto nella sua nuova identità comunista. Politicamente soggiogati dalle sirene totalitarie, gli intellettuali cantori delle dittature sembravano versati persino nell’arte della delazione (come hanno raccontato due vittime del «lirismo rivoluzionario» come Milosz e Kundera) e in quello della denigrazione nei confronti di chi, anziché sottostare alla menzogna politica, pretendeva di guardare la realtà annebbiata dal Dogma. Del linciaggio fu vittima André Gide, di ritorno da un viaggio in Urss, e Arthur Koestler, che per aver denunciato le efferatezze del «dio che è fallito» venne messo alla berlina da Simone de Beauvoir in un romanzo peraltro magnifico come I mandarini .
C’è da stupirsi se, dopo Lenin e Mao, Stalin e Hitler, Mussolini e Fidel Castro, molti intellettuali, orfani del mito rivoluzionario e antiborghese, siano alla ricerca spasmodica di nuove leggende? Magari Chávez non sarà all’altezza della situazione. O forse assisteremo all’ennesima conferma della profezia marxiana sulla tragedia che si ripete come farsa. Anzi, non forse: certamente.
(Pierluigi Battista, Corriere della Sera)

L’articolo è di qualche giorno fa, ma mi “viene buono” oggi, a corollario dei post dei giorni scorsi.
(La poesia del giorno: La Egyptetta vien dalla Egyptagna in sul Egyptar del sole e reca in mano un Egyptin di rose e di Egyptiole)


barbara

A proposito di comunismo: non si direbbe che abbia portato grande progresso in Russia.
A proposito invece di "umano", vi invito tutti a leggere questo.




permalink | inviato da il 28/5/2006 alle 16:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


27 maggio 2006

E DOPO L’ALLIEVO, ARRIVA IL MAESTRO

Da un articolo-intervista di Francesco Battistini al signor Oliviero Diliberto pilucco qua e là, cogliendo fior da fiore.

Si parla addirittura di un migliaio di soldati. Non dicevate sempre che tante truppe si spiegavano solo per difendere il petrolio?

«Non voglio neanche prendere in considerazione i rischi di una presenza militare mascherata da missione civile. E in ogni caso non siamo solo noi a pensare che siamo là per il petrolio. Lo pensano moltissime organizzazioni cattoliche e anche parti della Margherita.
E chi sono queste “organizzazioni cattoliche”? Quale competenza hanno per esprimersi in materia? E da quando in qua le organizzazioni cattoliche sono una fonte autorevole e un faro per i comunisti?
Ma che cosa può fare una missione civile in Iraq, senza scorta militare?
«Non diciamo di no a una semplice presenza di polizia militare. Ma, contemporaneamente, vogliamo che gli alleati del centrosinistra sostengano la nostra proposta d’una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Calipari. Gli Stati Uniti ci hanno sbattuto la porta in faccia. Adesso ci sarà un processo, in Italia. Con imputato un soldato americano che è contumace. Vediamo gli esiti di questo processo. Se arriverà una condanna, l’Italia dovrà chiedere subito l’estradizione».
La richiesta di maggiori informazioni sul caso Calipari potrebbe (potrebbe) anche essere ragionevole (a patto, beninteso, che anche da parte nostra vengano fornite informazioni ONESTE E VERITIERE su come sono andate le cose), ma che cosa ha a che fare con il non dire di no a una semplice presenza di polizia militare? Il nesso non appare del tutto chiaro.
Ma il governo Al-Maliki può farcela da solo?
«In tutta franchezza, è un problema che non mi pongo. In Iraq c’è un governo: se la veda da solo».
Giusto. Come saggiamente diceva il Nostro Grande Maestro, il Compagno Mao, un morto è un morto, un milione di morti è un dato statistico. Se poi si tratta di morti che non sono stati ammazzati né dagli americani, né dagli ebrei, non assurgono neppure alla dignità di dati statistici: che crepino e non rompano, per piacere.
Ma perché i pacifisti possono dire tutto e invece il generale Cecchi, se spiega che a Nassiriya rimarranno 800 soldati, viene zittito?
«Perché c’è differenza fra un comune cittadino e un militare di carriera: se parla, deve farlo nelle sedi opportune».
E fra un comune cittadino e un politico di carriera, ci sono differenze? Un politico, se parla, non ha il dovere di farlo nelle sedi opportune?
È d’accordo col suo ministro Alessandro Bianchi, che fa derivare il terrorismo in Iraq «dalla resistenza a un’aggressione subìta»?
«Concordo con Bianchi. E distinguo sempre chi fa terrorismo da chi reagisce a una violenza. I terroristi vanno combattuti ovunque, perché sono i principali nemici di tutte le lotte di liberazione».
E il fatto che i “resistenti” ammazzino molti più iracheni che americani, naturalmente, è un dettaglio del tutto insignificante, di cui ci cale ancor meno che delle cicale.
Ma resistenza e terrorismo sono collegati o no?
«Dipende dalle situazioni. Alcuni esempi sono più facili: se a Tel Aviv salgo su un autobus imbottito col tritolo, quello è terrorismo. Ma se lo scontro è tra forze militari avverse, come accade spesso in Iraq, è un’altra cosa».
È noto infatti che la gente che va a comprare il pane fa parte delle forze militari avverse. È noto infatti che le lavandaie irachene fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che i bambini che cercano caramelle fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che gli aspiranti poliziotti iracheni fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che i cittadini che vanno a votare fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che le annunciatrici televisive fanno parte delle forze militari avverse. E, a parte questo, come mai il signor Diliberto è andato a stringere la mano al signor Nasrallah che bombarda di missili le abitazioni civili (civili) della Galilea (Galilea, non “territorio occupato”)?
Bianchi si emoziona anche a sentire i discorsi di Fidel Castro. Ma com’è che siete sempre lì a difendere il dittatore?
«Su Cuba la nostra posizione è diversa da quella degli alleati. Io difendo l’esperienza cubana che viene attaccata non perché c’è privazione della libertà, ma perché è un Paese che da oltre 40 anni resiste all’America.
Grande! Lasciatemelo dire, con tanto di punto esclamativo: grande! Se poi pensiamo che ha avuto anche il supremo coraggio di andarlo a dire a Battistini, che a Cuba è finito in gattabuia per una intervista a persona sgradita al regime, beh, come minimo si merita una standing ovation.
Se dovessimo discutere di tutti i dittatori che sostiene Bush, da dove dovremmo cominciare? Dalla sua stretta di mano al pakistano Musharraf?»
Bene, parliamo pure dei dittatori che sostiene Bush. Cominciamo pure dalla sua stretta di mano a Musharraf: è un gioco sporco, naturalmente. Fatto per interesse, naturalmente. E, quali siano gli interessi americani nell’intrattenere rapporti con regimi dittatoriali, lo sappiamo benissimo. Quello che invece ci piacerebbe sapere è: quali sono gli interessi del signor Diliberto nell’intrattenere cordialissimi rapporti con i “suoi” dittatori? Quali sono i suoi interessi nell’abbracciare dittatori antisemiti, omofobi, terroristi? Ne vogliamo discutere?
(La canzone del giorno: Egypti rosa Egypti di pesco)

barbara




permalink | inviato da il 27/5/2006 alle 21:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


26 maggio 2006

OGGI VI REGALO UNA LEZIONE UNIVERSITARIA

E mi raccomando: ascoltare (leggere) attentamente, non distrarsi, non chiacchierare e prendere diligentemente appunti come fanno gli studenti in aula. Buon lavoro. (grazie al mitico Livuso)
(La filastrocca del giorno: La Egyptana vien di notte con le Egypte tutte rotte con le Egypte alla Egyptana Egypta Egypta la Egyptana)


barbara




permalink | inviato da il 26/5/2006 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


25 maggio 2006

IL MINISTRO DEI TRASPORTI CHE CI TRASPORTERÀ IN UN MONDO MIGLIORE

Cito - e commento – dal Corriere della Sera di oggi (articolo e intervista di Aldo Cazzullo). Stiamo parlando di Alessandro Bianchi, “l’emissario di Diliberto nel governo Prodi”. Che comincia con una dichiarazione a dir poco sconcertante:
Non ricordo se ho mai preso la tessera Ds.
Non lo ricorda? Dico, non è che stiamo parlando di novant’anni fa … Siamo sicuri che sia il Parlamento il posto giusto per questo signore? E prosegue con le pagelle:
«Bush è il peggiore presidente della storia recente degli Stati Uniti, sotto il profilo politico e, diciamolo, anche culturale. È l’ultimo di una serie di leader di ben altra caratura intellettuale.
Infatti ricordiamo l’alta caratura di Kennedy, eletto con i voti della mafia, che con il braccio di ferro della Baia dei Porci, con la complicità dell’amico Fidel Castro, ci ha portati più vicini alla terza guerra mondiale di quanto mai siamo stati in questi sessant’anni, che organizzava orge con ragazzine minorenni, che ha portato alla Casa Bianca una corruzione tale che nessuno è mai più riuscito a sfrattarla; ricordiamo la grandezza, la forza e la lungimiranza di Jimmy Carter; ricordiamo la dirittura morale di Bill Clinton, che usava la Casa Bianca per farcisi fare i pompini … eh, ne ricordiamo di cose, NOI, sui predecessori di Bush …
Non è che gli manca una laurea o un master
Al signor Bianchi invece, purtroppo, mancano un po’ i congiuntivi
La sua è una logica da guerrafondaio con i paraocchi, convinto di possedere i valori buoni
Mentre è noto a tutti che i valori buoni, in realtà, li possiede chi usa le torri come birilli
L’Iraq è la rappresentazione plastica di tutti i difetti dell’amministrazione Bush
Bella frase. Se poi il signor Bianchi sapesse anche che cosa significa, sarebbe praticamente un’apoteosi.
Ora per fortuna stiamo per ritirarci
Ohibò: da quando in qua sono decisioni che spettano al ministro dei trasporti?
Le missioni di pace sono un’altra cosa, servono a costruire scuole, ospedali, acquedotti. Non sono uno sciocco, so che in un Paese dove si spara le missioni di pace vanno protette da un presidio armato.
Caspita! Chi se lo fosse mai creso che il ministro era così sveglio!
Ma l’Italia è andata in guerra, in modo servile
Per piacere, qualcuno glielo vuole dire che noi siamo andati lì quando la guerra contro Saddam era finita? Qualcuno glielo vuole dire che ci siamo andati su mandato delle Nazioni Unite e non di Bush? E, a parte questo, se – come perfino lui sa – per costruire scuole ospedali acquedotti in un Paese dove (per la verità sarebbe molto più corretto “in cui”) si spara serve un presidio armato, ci sta dicendo che abbiamo deciso che gli iracheni non sono degni di ricevere il nostro aiuto per costruire scuole ospedali acquedotti? Perché sono brutti sporchi e cattivi? O per quale altro recondito motivo che noi comuni mortali ignoriamo?
Gli attacchi hanno assunto un carattere palesemente terroristico. Ma come si fa a non dire che derivano da una parte del Paese che sta resistendo a una cosa che ha subito?
Ma gliel’hanno detto, a questo qui, che il Paese è andato in maggioranza a votare? Gliel’hanno detto che per andare a votare hanno sfidato la morte portata da chi, con quegli attacchi, non voleva lasciarli votare? Gliel’hanno detto che votando in maggioranza alle elezioni volute dagli “occupanti” e contro i “resistenti” hanno chiaramente detto, a maggioranza, da che parte stanno?
Israele? «Sarebbe meglio lasciar fare ai popoli mediterranei. Senza l’ingerenza americana, forse israeliani e palestinesi avrebbero già trovato un accordo».
Gliel’hanno detto, a questo signore, che nel 1947, quando gli arabi hanno rifiutato la risoluzione Onu per “due popoli due stati” non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che nel 1948, quando gli eserciti arabi hanno attaccato il neonato stato di Israele per distruggerlo non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che fra il 1948 e il 1967, quando Israele ha subito oltre 2000 attacchi terroristici e incursioni armate nel proprio territorio non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che nel 1967 quando gli eserciti arabi hanno di nuovo attaccato Israele per distruggerlo non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che quando gli arabi hanno respinto con i “tre no di Khartoum” la risoluzione Onu 242 non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che quando nel 1973 Egitto e Siria hanno attaccato
nuovamente Israele per distruggerlo non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che quando gli arabi hanno respinto anche la risoluzione 338 non c’era stata ingerenza americana? Gliel’hanno detto che quando dal 1970 al 1982 i terroristi palestinesi bombardavano la Galilea dal Libano non c’era stata ingerenza americana?
Bianchi è romano, figlio di un militare dell'aeronautica, cresciuto tra l’aeroporto di Cagliari e la scuola elicotteri di Frosinone, ma si sente innanzitutto «uomo del Mediterraneo».
E magari è anche convinto che “uomo del Mediterraneo” significhi qualcosa …
L’Italia non dev’essere tagliata fuori dalle reti transnazionali europee; ma non dev’essere violata la compatibilità sociale e ambientale. Altrimenti i contrasti e le proteste sono inevitabili. Sono curioso di vedere se il progetto della Tav rispetta queste compatibilità.
Curioso? Signor ministro, stiamo parlando dell’ultimo pettegolezzo di Novella 2000? Cerchiamo di essere un po’ più seri, per favore!
Se non le rispetta, il progetto deve piegarsi.
???
E ha trovato Diliberto, che definisce testualmente «una persona straordinaria, di levatura intellettuale notevolissima, dalla passione politica forte e radicata, con un fortissimo senso delle istituzioni.
Vero: l’abbiamo visto anche noi fare un lungo viaggio da qui al Libano unicamente per andare a stringere la mano al capo di una istituzione. Il signor Nasrallah, per la precisione. Capo di un’istituzione che si chiama Hetzbollah. Un’intera esistenza votata alla distruzione di Israele.
Un feeling immediato, una sintonia profonda».
È questo che ci fa paura, caro signor Bianchi …
Ma la città prediletta è L’Avana.
Non ne dubitavamo, in effetti.
«Ascoltare per ore e ore il discorso del primo maggio di Fidel, nella piazza grande, mi ha dato emozioni forti.
Questa sì che è sensibilità. Questa sì che è delicatezza d’animo. Questa sì che è poeticità
Ammiro molto quel che Castro ha fatto nel '59, e anche dopo, resistendo all'assedio.
Questa dovrebbe andarla a raccontare ai cubani però, più che a noi.
So anche che esiste una fetta di diritti civili che non vengono rispettati.
Mezza riga. In un articolo di mezza pagina su cinque colonne. Altri non ci sprecano neanche questa, è vero, ma è decisamente pochino per riscattarsi.
(Pensierino della sera: meglio un Egypto da Egyptone che cento Egypti da Egyptora)



barbara




permalink | inviato da il 25/5/2006 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa


25 maggio 2006

SOMALIA ADDIO 1

Perché questo è un addio, certo, anche se finora non l’avevo capito. Come quando si deve prendere atto che un amore è finito, e continuiamo a raccontare e raccontarci storie, per ingannarci, per non essere costretti a guardare la realtà. Così ho lasciato sedimentare quei primi abbozzi per diciotto anni. E poi per alcuni mesi ho scritto nuove osservazioni, e poi ancora per due mesi ho lasciato sedimentare anche quelle.
Ero in Kenia, alla fine del primo soggiorno: terra generosa dalla natura lussureggiante; e a lume di candela, in una sera di black-out, ho scritto a un’amica: «Il Kenia ti prende l’anima; la Somalia invece ti prende le budella, perché sta morendo e nessuno muove un dito per salvarla
». Ed è morta poi, infatti. Senza che nessuno muovesse un dito per salvarla.
Elaborazione del lutto, si chiama. E io non l’ho ancora fatta. Ed è tempo ormai che mi accinga ad affrontare quest’ultima fase. Mi ci vorrà un po’, naturalmente, e molte parole: non si può dire addio da un giorno all’altro a ciò che si è amato come poche altre cose al mondo. Perché di te ho davvero amato ogni cosa: l’aria rovente che mi ha accolta sulla scaletta dell’aereo facendomi provare, per la prima volta nella mia vita, la sensazione del “finalmente a casa”, e la tua natura aspra; le tue donne dolenti e bellissime, dal sorriso che penetra fin sotto la pelle; il tuo sole cocente e le tue piogge infinite; il caos delle strade e il silenzio della boscaglia; le spiagge candide e le dune rosse; il tuo mare di cristallo e i tuoi tramonti che tolgono il respiro. Perfino le pietre sconnesse dei tuoi marciapiedi, ho amato! E dunque lasciatemi parlare ancora un po’: devo estrarre gli ultimi ricordi. Devo distillare le ultime riflessioni. Devo covare gli ultimi pensieri. Devo maturare le ultime conclusioni. Per poi tacere, forse, per sempre.
(Il consiglio del giorno: quando Egypti una Egypta Egyptente, Egypti un Egypterio)



barbara




permalink | inviato da il 25/5/2006 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


24 maggio 2006

IL MUSEO DEL BUIO

Poiché sulla gita scolastica di quest’anno non c’è niente che valga la pena di essere raccontato, ripropongo il pezzo che avevo postato l’anno scorso nell’altro blog.

Si trova a Innsbruck. Ci sono stata oggi, in gita scolastica. Si tratta di una struttura in cui il visitatore viene messo in condizione di vivere l’esperienza della cecità: una serie di ambienti diversi, totalmente privi di luce. Vietati ai visitatori orologi con cifre e lancette fosforescenti, giacche a vento e scarpe con strisce catarifrangenti, vietata qualunque cosa possa produrre la minima luminosità.
Entriamo, dunque, io e un gruppetto di otto scolari. Il primo ambiente è il bosco: ce lo dice la guida, che ci accompagna lungo tutto il percorso, ma lo si riconoscerebbe comunque, dall’acuto profumo di resina. E poi stridi di uccelli che non conosco. C’è un corrimano, per fortuna, perché il terreno è un po’ sconnesso, come sempre nei sentieri che si inoltrano nei boschi. Ma ad un tratto il corrimano si interrompe. Muovo le braccia, incontro il vuoto, vorrei quasi gridare “Aiuto!”, ma come si fa: sono la professoressa, che diamine, che razza di figura ci farei? Avanzo a passettini, sempre mulinando le braccia, finalmente incontro una spalla, e la afferro saldamente. “Chi sei?” “Roland”. Mai potuto soffrire, quel lavativo di Roland, ma sono ben felice di sentirmi sotto le dita la sua solida spalla di contadino. In seguito non farò più domande, e riconoscerò solo Nicoletta, dalla cascata di riccioli che le mie mani incontrano ovunque. Dopo il bosco c’è la grotta, si avanza seguendo con la mano la parete umida e scabrosa. Per terra ci sono gradini, sconnessioni. La guida parla spesso, ma nel buio non è facile individuare la direzione da cui proviene la sua voce. Poi arriva il “motoscafo”, che sobbalza sulle onde, mentre il vento ci sbatte in faccia e il rumore del motore ci riempie le orecchie. Non ho mai sofferto di mal di mare, e tuttavia, in questo momento, il mio stomaco vorrebbe protestare. Poi un terreno liscio, in discesa, niente da toccare con le mani. Dico “O mamma, dove sono? Dove siete?” Lo dice anche qualche scolaro. Qualcuno mi tocca un fianco, io tocco un braccio: sì, ci siamo, ci sono anche loro, respiriamo di sollievo. Infine il bar. Alcuni scolari ordinano qualcosa, la cameriera li serve. Devono trovare sul bancone tazze e bicchieri. Devono individuare il proprio riconoscendolo dall’odore. Devono prendere il portafogli e trovare, al tatto, le monete giuste. Chi, come me, non consuma, deve aspettare. Poso una mano sul bancone, poco dopo una mano vi si posa sopra. La stringo, mi stringe; non saprò mai a chi appartenesse, ma per qualche minuto ci siamo scambiati calore. Sicurezza. Umana solidarietà fra poveri esseri smarriti nel buio. Ci incamminiamo verso l’uscita; quando il primo barlume di luce raggiunge i nostri occhi, da ogni gola erompe un sospiro che è quasi un urlo. E usciamo, infine, barcollando, quasi fossimo ubriachi, e crolliamo di schianto sulle poltroncine. Restiamo lì abbastanza a lungo, a fissarci smarriti.

******

Una ventina d’anni fa, nel corso di un viaggio organizzato in Tunisia, ho avuto come compagni di viaggio un gruppetto di ciechi. All’inizio mi ero chiesta cosa diavolo fossero venuti a fare: i viaggi si fanno per vedere, no? Un po’ alla volta ho avuto modo di rendermi conto che loro stavano “vedendo” molto più di me, e li ho enormemente ammirati. Ma non abbastanza: non sapevo ancora, a quel tempo, quanta forza sia necessaria per imparare a vivere senza luce. E continuare a sorridere, nonostante il buio.

(Il piatto del giorno: Egyptini alla Egyptara. Vino consigliato: BlauEgyptunder dei vigneti di Egyptiano)




barbara




permalink | inviato da il 24/5/2006 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


23 maggio 2006

MINCHIA, SIGNOR TENENTE

Forse possiamo cambiarla ma è l'unica che c'è
Questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole
Forse cent'anni o duecento è un attimo che va
Fosse di un attimo appena sarebbe con me
Tutti vestiti di vento ad inseguirci nel sole
Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove

Entro in camera, e ancora una volta, come ogni volta, guardo la foto. E ancora una volta, come ogni volta, mi ritrovo a pensare: minchia, signor tenente.

Minchia signor tenente che siamo usciti dalla centrale
Ed in costante contatto radio
Abbiamo preso la provinciale
Ed al chilometro 41 presso la casa cantoniera
Nascosto bene la nostra auto ca’sse vedesse che non c'era
E abbiam montato l'autovelox e fatto multe senza pietà
A chi passava sopra i 50 fossero pure i 50 di età
E preso uno senza patente

Lui coi baffoni neri, lei con la cascata di riccioli scuri. La toga sulle spalle entrambi, entrambi chini su un documento.

Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C'era l'asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone
Che han fatto a pezzi con l'esplosivo
Che se non serve per cose buone
Può diventar così cattivo che dopo quasi non resta niente


Una vita di rinunce. Rinuncia a una vita normale. Rinuncia a una speranza di felicità. Rinuncia alle gioie della paternità («Non si mettono al mondo orfani»).

Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise
Che tante volte ci vanno strette
Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette
E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese
Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese
E c'è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù
E farla scendere è una parola, se chi ci ammazza prende di più
Di quel che prende la brava gente

Perché lo sapevi, il destino che ti aspettava. E sapevi anche che razza di gente ti circondava: uno scrittorello che blatera di “professionisti dell’antimafia” che sulla lotta alla mafia ci costruiscono le carriere (sfolgorante, infatti, la tua carriera. Esplosiva, praticamente); un sindaco che ciancia di dossier nascosti nei cassetti; una banda di cialtroni che disquisisce su un attentato-messinscena autoprodotto per puro protagonismo, un corvo che gracchia e sputa veleno.

Minchia signor tenente lo so che parlo col comandante
Ma quanto tempo dovrà passare che a star seduto su una volante
La voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto
Ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti
Con il coraggio della paura, e questo è quel che succede adesso
Che poi se c'è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso
E scusi tanto se non è niente

Uno stato che ti abbandona, ti isola, ti offre su un piatto d’argento ai tuoi carnefici. Oggi fanno quattordici anni: quattordici anni trascorsi a smantellare freneticamente tutto ciò che avevi costruito, a isolare sistematicamente tutti coloro che avevano collaborato con te, a distruggere meticolosamente tutte le speranze a cui avevi dato vita. Quattordici anni, e ancora non mi va giù. E non voglio, non voglio che vada giù, non deve andare giù. Mai più, fino a quando, se mai sarà, avrai ottenuto giustizia, fino a quando, se mai sarà, potremo dire: «almeno è morto per qualcosa».

Minchia signor tenente per cui se pensa che c'ho vent'anni
Credo che proprio non mi dà torto
Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto
E glielo dico sinceramente

Buona notte, Francesca. Buona notte, Giovanni. Buona notte Rocco, Vito, Antonio. E buona notte a tutti noi.

Esco dalla camera. Un ultimo sguardo alla foto mentre, per la miliardesima volta, penso

Minchia, signor tenente


barbara

Aggiornamento: qui potete ascoltare un emozionante audio (real player) che ho scippato a cuntrastamu.




permalink | inviato da il 23/5/2006 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


22 maggio 2006

L'ISTRIONE

Io sono un istrione,
Ma la genialità è nata insieme a me,
Nel teatro che vuoi
Dove un altro cadrà, io mi surclasserò.

Io sono un istrione,
Ma la teatralità scorre dentro di me
Quattro tavole in croce
E qualche spettatore, chi sono lo vedrai
Lo vedrai...

In una stanza di tre muri tengo il pubblico con me,
Sull'orlo di un abisso scuro
Col mio frak e con i miei tics,
E la commedia brillerà del fuoco sacro acceso in me
E parlo e piango e riderò
Del personaggio che vivrò.

Perdonatemi se, con nessuno di voi
Non ho niente in comune,
Io sono un istrione a cui la scena dà
La giusta dimensione.

La vita torna in me,
Ad ogni eco di scena che io sentirò,
E ancora morirò di gioia e di paura
Quando il sipario sale,
Paura che potrò
Non ricordare più la parte che so già
Poi, quando tocca a me puntuale sono là
Nel sogno sempre uguale... uguale.

Io sono un istrione
Ed ho scelto ormai la vita che farò,
Procuratemi voi sei repliche in città
Ed un successo farò

Io sono un istrione
E l'arte, l'arte sola è la vita per me
Se mi date un teatro e un ruolo adatto a me
Il genio si vedrà... si vedrà...

Con il mio viso ben truccato e la maschera che ho,
Sono enfatico e discreto versi e prosa vi dirò,
Con tenerezza e con furore,
E mentre agli altri mentirò
Fino a che sembri verità fino a che io ci crederò

Non è per vanità
Quel che valgo lo so e ad essere sincero
Solo un vero istrione è grande come me
Ed io ne sono fiero...

Buon compleanno grande Charles, geniale figlio di scampati allo sterminio.
(Lo scioglilingua del giorno: Egyptatre Egyptini Egyptarono a Egypto tutti Egyptatre Egypterellando)



barbara




permalink | inviato da il 22/5/2006 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


21 maggio 2006

QUELLI CHE LE DONNE ARABE SONO CONTENTE COSÌ

Perché quella è la loro cultura.
Perché sono abituate così.
Perché i nostri valori non sono i loro.
Perché della nostra libertà non sanno che farsene.
Perché loro sono sottomesse per natura.
Buona visione
(La conta del giorno: Egyptarà cicì cocò tre Egyptette sul comò che Egyptevano all’amore con l’Egypta del dottore l’Egyptore si Egyptò Egyptarà cicì cocò)

barbara

A proposito: qui trovate un aggiornamento sulla vicenda di Nazanin.




permalink | inviato da il 21/5/2006 alle 15:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


20 maggio 2006

INDOVINELLO

 1. Pakistan
 2. Egypt
 3. Vietnam
 4. Iran
 5. Morocco
 6.
India
 7. Saudi Arabia
 8. Turkey
 9. Philippines
10. Poland

Di che classifica si tratta?
(Proverbio del giorno: chi va con l’Egypto impara a Egyptare)

barbara

SOLUZIONE DELL’INDOVINELLO

Gli amici meno anglofili mi perdoneranno se per una volta, contrariamente alle mie abitudini, posto in inglese, ma con un mezzo migliaio di compiti arretrati da correggere non posso davvero permettermi il lusso di tradurre.

Pakistan: Muslims Are Sex-Starved Surfers, With Bestial Interests
The Pakistan Daily Times reports that a Google survey found that mostly Muslim nations seek access to sites of a sexual nature, and Pakistan is top of that list. Of the top 10 countries searching for sex-related sites, six were Muslim, and Pakistan was the leader, followed by Egypt (no 2), Iran (no 4), Morocco (no 5), Saudi Arabia (no 7) and Turkey at no 8. Vietnam was third, India at no 6, Philipines at 9 and Poland at 10. To verify the results, click here.
But Western Resistance is not content to let it rest here. If you click on the following links, you can see the data for yourself. In all of the following categories of bestiality, Pakistan was top of the list of Google searches for:
Pig Sex, with Egypt (no 2) and Saudi Arabia (no 3) following.
Donkey Sex, with India (no 2), Iran (no 3) and Saudi Arabia (no 4) following.
Dog Sex, with India (no 2), and Saudi Arabia (no 3)
Cat Sex (!!!), with Iran (no 2), Egypt (no 3) and Saudi Arabia (no 4) following.
Horse Sex, followed by India (no 2) and Turkey (no 3)
Cow Sex, with Iran (no 2), India (no 3) and Saudi Arabia (no 4) following.
Goat Sex, with India (no 2) and New Zealand (no 3) following
Animal Sex, with Morocco (no 2), India (no 3), Iran (no 4), Egypt (no 5)
It is truly bizarre that Pakistan should top the search lists for ALL of the above categories. But your intrepid Western Resistance researcher was not prepared to let it rest at that. Surely there is something highly relevant in the above figures.
Bizarrely, though the Pakistani web-surfer wants to see images of Goat Sex, the same nation is not interested in looking for sites on Sheep Sex. In fact, no Muslim countries were interested in sheep, perhaps because they eat lamb. Never play with one's dinners, seems to be the moral here.
But if four-legged animals seem to whet the Muslim surfer's appetite, creatures with only two legs were not interesting. So for Duck Sex, only Western nations are featured, with Norway number one. But for Chicken Sex, the antipodeans seem most interested, with Australia number one, followed by the US and then New Zealand.
Another Muslim nation, Malaysia, was most interested in Fish Sex, but once again, Pakistan was top of the charts for Snake Sex. Before you start guessing, these sites involve women "inserting" these creatures.
On a search for Gay Sex, the Philippines was top of the list, with Saudi Arabia coming in at number two. Forbidden fruits?
The word "ass" has double meanings, as a donkey and as a posterior, and a search for Ass Sex found Saudi Arabia was top, followed by Pakistan (no 2), Egypt (no 3), Iran (no 4), the United Arab Emirates (no 5), Greece (no 6) and Morocco (no 7). Ironically a search for Bottom Sex found the United Kingdom in top place, followed by India (no 2) and the US (no 3).
But Anal Sex was most sought after in Saudi Arabia, followed by Turkey (no 2).
A search on Oral Sex found only one Muslim nation in the top ten, with Turkey coming in at fifth place.
No Muslim nations were interested in Lesbian SexGranny Sex or Kinky Sex.
The results of my searches have made me snigger and squeal with laughter, but it is not all amusing. Mohammed the so-called prophet had sex with a nine year old girl, and it seems his followers still want to look for images of Child Sex. For this, the top of the list of searches was headed by Pakistan (no 1), followed by India (no 2), Iran (no 3) and Turkey (no 4) (fonte).
(E visto che in questo testo, grazie a quegli zozzoni degli Egyptiani, la parola Egypt compare ripetutamente, ne approfitto per dare ancora qualche altro impulso al nostro Egypt personale).




permalink | inviato da il 20/5/2006 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


19 maggio 2006

PROVERBI

Tanto va l’Egypt all’Egypt che ci lascia l’Egypt.
Non dire Egypt finché non l’hai nell’Egypt
Egypt e buoi degli Egypt tuoi.
L’Egypt fa l’Egypt.
Chi fa da Egypt fa per Egypt.
A buon Egypt poche Egypt.
Egypt donato non si Egypt in Egypt.
Egypt Candelora dall’Egypt siamo fora.
Egypt estremi, estremi Egypt.
Egypt che fugge, Egypt d’oro. 
Egypt passata non Egypt più.
All’Egypt tutte le Egypt sono Egypt.

Se qualcosa dovesse esservi rimasto oscuro, qui trovate tutte le spiegazioni.

barbara

Aggiornamento un po' ma non proprio tanto OT: andate a leggere qui.
Aggiornamento 2: sono andata a dare un'occhiata alla voce Egypt in google e sono rimasta inorridita: sotto Egypt ci sono 369 milioni di siti! Naturalmente nessuno scorrerà mai 36,9 milioni di pagine di Egypt per leggere tutti gli Egypt che ci sono, e neanche un millesimo e forse neanche un milionesimo. Quindi, cari amici blogger, diamoci tutti da fare coi nostri Egypt, se vogliamo risalire la china.

NOTO, CON IMMENSO DISPIACERE, CHE POCHISSIMI BLOGGER HANNO RIPRESO L'IDEA: DAVVERO DI UN RAGAZZO IN GALERA PER AVERE ESPRESSO CRITICHE AL GOVERNO NON FREGA A NESSUNO? DAVVERO NON SIETE DISPOSTI A SPENDERE DIECI MINUTI PER TENTARE DI ATTIRARE L'ATTENZIONE SUL SUO CASO, DRAMMATICAMENTE SIMILE A UN'INFINITÀ DI ALTRI CASI?




permalink | inviato da il 19/5/2006 alle 16:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


19 maggio 2006

SABRA E CHATILA

Se dico Sabra e Chatila tutti sapete di che cosa sto parlando, vero? Magari non sapete che a perpetrarla sono stati i cristiani maroniti guidati da Ely Hobeika e credete che siano stati gli israeliani. Magari non sapete che delle tre commissioni d’inchiesta (del governo libanese, della Croce Rossa, del governo israeliano) quella israeliana è stata la più severa. Magari non sapete che 400.000 israeliani (circa il 10% dell’intera popolazione israeliana dell’epoca) sono scesi in piazza per protestare contro la sia pure indiretta responsabilità israeliana e non un solo arabo è sceso in piazza per protestare contro la diretta responsabilità dei maroniti al soldo della Siria. Forse non sapete che Sharon, a causa della strage di Sabra e Chatila, è stato allontanato dalla politica attiva e ne è rimasto fuori per quasi un ventennio mentre Ely Hobeika, per merito della strage di Sabra e Chatila, è stato premiato con un importante ministero. Forse non sapete che Robert Hatem, guardia del corpo di Hobeika, ha scritto un libro intitolato From Israel to Damascus in cui rivela tutti i retroscena sull’azione e sui mandanti e che il libro è stato bandito dai paesi arabi ed in particolare dal Libano con un'ordinanza del ministro per l'informazione Anwar El Khalil. Forse non sapete queste cose ma sapete comunque, se dico Sabra e Chatila, di che cosa stiamo parlando.
Bene. E se ora dico l’«altra» Sabra e Chatila, quanti di voi mi sanno dire di che cosa stiamo parlando? Perché c’è stata un’altra Sabra e Chatila, di cui nessuno parla mai: lo sapevate? Naturalmente non mi permetto di insinuare che il motivo per cui nessuno ne parla abbia a che fare con la circostanza che Israele questa volta non vi ha avuto niente a che fare: sarebbe stupida dietrologia; forse, anche, sarebbe disonestà intellettuale, come dice ogni tanto qualcuno da queste parti. Sta di fatto che quella volta Israele non c’entrava e che nessuno parla dell’altra Sabra e Chatila. Al punto che anche in internet le notizie sono scarsissime (e ringrazio il prof. Emanuele Ottolenghi che mi ha cortesemente aiutata a trovare alcuni dettagli che mi mancavano per costruire questo post). Informo dunque chi non lo sa e ha voglia di saperlo che le milizie sciite filosiriane di Amal hanno bombardato i campi di Sabra, Chatila e
Burj el-Barajneh per tre anni, in quella che è ricordata come la guerra dei campi. Il culmine venne raggiunto nel corso di tre cruentissime battaglie: la prima il 19 maggio 1985, in cui praticamente tutte le case nei campi vennero ridotte in macerie e si riporta che alcuni abitanti si ridussero a mangiare ratti, cani e gatti. Vi furono persino richieste di permessi alle autorità religiose di mangiare i morti (e non ricordiamo, all’epoca, vignette satiriche sui responsabili della fame dei palestinesi). Scrisse il corrispondente di Pity the Nation, Robert Fisk: «La distruzione di Sabra è così grande che fra chi non viveva nel sottosuolo, ben pochi sono sopravvissuti. Il modo in cui Amal e i palestinesi hanno combattuto nei corridoi dell’ospedale per anziani mentre i pazienti erano ancora lì indica che nessuna delle due parti si preoccupa troppo per i civili presi nel fuoco incrociato. Il modo in cui i palestinesi costruiscono le loro case sopra i bunker rende inevitabile la morte di civili. [...] Se chiedete quanti combattenti hanno, rispondono che tutti i palestinesi sono combattenti, uomini, donne e bambini. Ma poi strillano se una donna o un bambino viene ucciso». Si ignora il numero esatto dei morti, ma si ritiene che sia stato molto alto. La seconda cruenta battaglia (preceduta e seguita da altri scontri di minore entità e dall’assedio di
Burj el-Barajneh, che impediva agli abitanti di uscire e alle provviste di entrare) si svolse un anno esatto dopo la prima, il 19 maggio 1986 e la terza il 29 settembre 1986. Alla fine della guerra il governo libanese ha riportato che il numero totale di vittime di queste battaglie è stato di 3.781 morti e 6.787 feriti, cui vanno aggiunti circa 2.000 palestinesi uccisi nelle lotte interne fra le varie fazioni, ma si ritiene che il numero reale sia più alto perché migliaia di palestinesi non erano registrati in Libano, e nessun ufficiale poteva entrare nei campi, cosicché non tutte le vittime potevano essere contate.
Può forse valere la pena, visto che siamo in tema, di ricordare anche che cosa ne è stato dei profughi palestinesi nei campi del Libano dopo la fine della guerra civile (guerra, non dimentichiamolo, scatenata dai palestinesi, che ha provocato – si calcola – circa 160.000 morti, la cancellazione di moltissime comunità cristiane e la distruzione della più bella, ricca e civile nazione del Medio Oriente). Ce lo racconta Stefano Liberti in un reportage pubblicato sul Diario di Enrico Deaglio: «Al termine di questa guerra l'agglomerato di Sabra non esisteva più e il governo libanese decise di proibire ogni costruzione al di fuori del perimetro originario di Chatila, impedendo quindi alle migliaia di abitanti delle zone esterne di rimettere in piedi le proprie case. [...] Nel 1996 il governo libanese ha varato un'ulteriore legge che vieta l'ingresso in tutti i campi profughi di qualsiasi materiale da costruzione: mattoni, vetri, cemento. I più disperati si sono ridotti a vivere sotto le macerie o nei garage sotterranei distrutti». Quello instaurato dal governo filosiriano di Beirut nei confronti dei quattrocentomila rifugiati palestinesi è, secondo il Diario, un «regime di apartheid»: ai profughi è proibito di esercitare ben settantacinque tipi di professione («da quella di ingegnere ad altre meno qualificate come lavavetri o muratore») ed è negato il diritto di voto. Pochi mesi fa è stata approvata una legge che permette a tutti gli stranieri di avere proprietà in Libano. Tutti, tranne i palestinesi. «È nel loro interesse - sostengono le autorità di Beirut -, non vogliamo che perdano la spinta a tornare nella loro terra».
Non ricordiamo risoluzioni Onu contro la politica antipalestinese del Libano. Non ricordiamo marce di protesta contro questo regime di apartheid. Non ricordiamo bandiere libanesi bruciate. Non ricordiamo boicottaggi contro università e istituzioni libanesi. Non ricordiamo movimenti studenteschi mobilitati a impedire di parlare a diplomatici o studiosi libanesi. Non ricordiamo mobilitazioni internazionali per impedire a questi palestinesi di morire di fame.

barbara




permalink | inviato da il 19/5/2006 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (62) | Versione per la stampa


18 maggio 2006

QUANTO È AUTENTICA LA CRISI ECONOMICA PALESTINESE?

Da un articolo di Arlene Kushner

A quanto pare, l'Autorità Palestinese sta affrontando una grave crisi umanitaria a causa dei donatori che hanno congelato i fondi dopo l'avvento del governo controllato da Hamas. Ad un esame più attento, tuttavia, non sorprende scoprire che la realtà è un po' più complicata.
Secondo una tesi assai diffusa, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che detiene il controllo del Fondo d'Investimenti Palestinese, dal quale si potrebbero trarre 200-300 milioni di dollari, vieta di sbloccare questi fondi per indebolire Hamas.
Il Fondo d'Investimenti Palestinese venne istituito nel 2002 quando l'allora ministro delle finanze palestinese Salam Fayyad riuscì a mettere le mani su una parte dei beni di cui si era indebitamente appropriato Yasser Arafat. Dopo la vittoria di Hamas, l'ufficio di Abu Mazen annunciò che avrebbe assunto il diretto controllo del Fondo d'Investimenti Palestinese. Oggi il Fondo, che dovrebbe valere circa un miliardo di dollari, certamente non è controllato dal governo Hamas. Tuttavia non è chiaro se e fino a che punto sia effettivamente sotto il controllo di Abu Mazen. Il CEO Muhammad Mustafa afferma che il Fondo ha già trasferito quasi 300 milioni di dollari alle casse dell'Autorità Palestinese, lasciando intendere che non ne sono in arrivo altri.
Secondo persone ben informate, ma che preferiscono mantenere l'anonimato, l'attuale crisi finanziaria dell'Autorità Palestinese sarebbe di natura prevalentemente politica, e cioè "artificiale". Mustafa sembra condividere questa opinione. Esistono altre holdings dell'Olp, di dimensioni considerevoli, da cui Abu Mazen potrebbe attingere.
Fino a tempi molto recenti i finanziamenti internazionali pro capite che riceveva l'Autorità Palestinese erano i più alti di qualunque altra entità politica al mondo. Purtroppo somme enormi sono state impiegate per scopi illeciti. Lo scorso febbraio l'Attorney General dell'Autorità Palestinese Ahmed al-Meghami riferiva d'aver documentato ruberie e malversazioni all'interno dell'Autorità Palestinese per 700 milioni di dollari, ma di sospettare che le cifre realmente implicate fossero nell'ordine di miliardi di dollari.
Durante gli anni in cui queste irregolarità erano abituali, i fondi internazionali – in particolare quelli dall'Unione Europea – continuavano ad affluire all'Autorità Palestinese: trasparenza e responsabilità fiscale semplicemente non erano richieste. Nel marzo 2005 l'Ufficio anti-frodi della Commissione Europea (OLAF) pubblicò un rapporto secondo il quale non v'erano "prove conclusive" che il denaro europeo avesse coperto le spese per attacchi armati o altre attività illegali. D'altra parte non veniva nemmeno esclusa la possibilità di un abuso di quei fondi giacché, diceva il rapporto, "la capacità di audit [verifica], interna ed esterna, nell'Autorità Palestinese è ancora sottosviluppata". In altre parole, l'OLAF ammetteva di non essere in grado di ricostruire dove fossero finiti i soldi mandati all'Autorità Palestinese. Il che comunque non sembrò sufficiente alla UE per sospendere i finanziamenti. Anzi, gli europei sembrarono rassicurati dal fatto che non fossero emerse prove certe che i loro denari avessero finanziato il terrorismo. Le donazioni UE – nell'ordine di centinaia di milioni di dollari – continuarono ad affluire nelle casse dell'Autorità Palestinese attraverso uno specifico fondo della Banca Mondiale.
L'Autorità Palestinese capì l'antifona: i soldi europei erano garantiti. Cioè, lo erano fino a poco tempo fa.
Nel novembre 2005 Nigel Roberts, direttore della Banca Mondiale per Cisgiordania e striscia di Gaza, scrisse in un rapporto: "L'Autorità Palestinese si è procurata da sé una grave crisi finanziaria a causa della spesa per stipendi sostanzialmente fuori controllo". Stando al Fondo Monetario Internazionale, nel 2004 i vertici dell'Autorità Palestinese avevano concordato un piano per rimediare al deficit stabilendo regole che contemplavano limiti all'assunzione di personale e agli aumenti salariali per il biennio 2004-2006. Il fatto grave è che questo accordo è stato poi cancellato. Nel luglio 2005 gli stipendi dei dipendenti pubblici palestinesi vennero aumentati del 15-20%. Un mese dopo, una riparametrazione delle paghe del personale per la sicurezza si tradusse in aumenti del 30-40% per il personale in servizio attivo.
Nel settembre 2005 il ministro palestinese per i detenuti spiegò in un'intervista che ogni mese venivano stanziati quattro milioni di dollari in remunerazioni destinate ai palestinesi detenuti in Israele. Inoltre, alcune fazioni terroristiche sono state cooptate all'interno delle forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese, e così circa quattromila "militanti" sono andati ad aggiungersi al libro-paga dell'Autorità Palestinese, mentre tra gli otto e i diecimila uomini delle forze di sicurezza si possono oggi definire come "non in funzione".
Tutto questo non andava certo bene alla Banca Mondiale, che era alla ricerca di interlocutori finanziariamente responsabili. Già poco prima delle elezioni palestinesi, essa incominciò a trattenere alcuni fondi. Poi, dopo le elezioni e l'ascesa di Hamas, i finanziamenti vennero sospesi del tutto.
Se ora Abu Mazen attingesse alle considerevoli risorse che risultano a sua disposizione, potrebbe dimostrare autosufficienza. Siccome però vuole garantirsi che siano i finanziamenti europei a coprire gli stipendi dell'Autorità Palestinese, preferisce sostenere la scena di una crisi finanziaria,
Vi sono ragionevoli probabilità che Abu Mazen ottenga ciò che vuole. Si moltiplicano i segnali a livello internazionale della volontà di movimentare un fondo che copra gli stipendi palestinesi direttamente, aggirando il governo dell'Autorità Palestinese.
Dal 1993 ad oggi sono stati elargiti all'Autorità Palestinese grossomodo dieci miliardi di dollari in aiuti. Nell'agosto 2004 Muhammad Dahlan diceva al Guardian di Londra che un totale di cinque miliardi di dollari in donazioni internazionali "sono volati via e non sappiamo dove siano finiti". Il patrimonio personale di Arafat è stato stimato pari a 3,1 miliardi di dollari. Al suo capezzale, la moglie e massimi notabili di Fatah si diedero pubblicamente battaglia per assicurarsi quella fortuna. Dove sia finito ciò che è rimasto di quei soldi e quanto ne possa disporre Abu Mazen resta un segreto. (YnetNews, 12 maggio 2006 - da israele.net, grazie a “Notizie su Israele”)


barbara




permalink | inviato da il 18/5/2006 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


17 maggio 2006

VIGNETTE: OPINIONI A CONFRONTO



La vignetta comparsa oggi su Liberazione è dolorosa e offensiva. Fa rivivere uno dei peggiori cliché contro gli ebrei: l’equiparazione dei carnefici con le vittime. Chiude il dissenso politico nella prigione ferrea del pregiudizio. Il pregiudizio chiede cecità, informazione distorta e desiderio, per quanto inconscio, di ferire e di allargare l’area di contrapposizione e di scontro. Niente di tutto ciò rappresenta o rispecchia il desiderio di pace che è così spesso la bandiera del giornale che ha pubblicato questa vignetta. Nega non solo la pace ma il rispetto reciproco che della pace è requisito fondamentale. Si tratta dunque di un episodio immensamente triste da rifiutare e da cancellare.

Furio Colombo
Emanuele Fiano
Sinistra per Israele

=========================================
ll direttore di Liberazione Piero Sansonetti dice che era "una vignetta punto e basta" e che non c'è altro da aggiungere, tanto meno scusarsi. Certo, una vignetta è una vignetta, una bandiera bruciata è una bandiera bruciata, un proiettile è un proiettile, e via dicendo. Il signor Sansonetti deve essere una reincarnazione del signor de La Palice, quello che un'ora prima di morire era ancora in vita. E, se non è M. de la Palice redivivo, deve avere bisogno di una buona vacanza per restaurare le sue cellule grigie.
Comunque, l'esimio direttore si distinse all'epoca dell'assassinio di Quattrocchi dicendo alla trasmissione Otto e mezzo che, se Quattrocchi era un eroe allora erano eroi anche i kamikaze. Poi, quando Sharon ha evacuato Gaza e le sinagoghe di Gaza sono state profanate, devastate e bruciate ha scritto che chi si lamentava per questa oscenità era un razzista. Ancora mi sento profondamente offeso, come tanti, per questa affermazione scomposta e sconsiderata. Adesso pubblica una vignetta ignobilmente antisemita e non capisce perché lo sia. È grave che non lo capisca: lui è un direttore di giornale, del giornale del Presidente della Camera, non è uno che passa per caso di là, dovrebbe avere un minimo di cultura storica. Se non ce l'ha se la faccia con un corso accelerato in ritiro e poi torni sulla ribalta. Per ora si vergogni e taccia, invece di scrivere insulsaggini come quelle trasmesse da un'agenzia come anticipazione di un articolo che deve comparire domani su Liberazione, secondo cui la vignetta non sarebbe antisemita ma soltanto "drammaticamente filopalestinese"... Ripetiamo l'invito: si ritiri a meditare e studiare e, se ne sente il bisogno, si faccia aiutare. Gli possiamo fornire una bibliografia e anche qualche lezione gratuita. Ma non provi ad impancarsi e a fare la predica, proponendo addirittura un quartetto di proposte che si dovrebbero sottoscrivere insieme, per poi fare un corteo sventolando insieme bandiere israeliane e palestinesi dall'ambasciata iraniana a quella israeliana. Su queste basi c'è poco da sventolare insieme.
Sansonetti dice che non ci sono problemi fra Liberazione e gli ebrei. Si sbaglia. Ce ne sono grandi come una casa.
Intanto, come primo tema di riflessione gli presentiamo il seguente. Provi a chiedersi come mai si bruciano bandiere israeliane e si gridano frasi oscene alla Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile. E invece di rispondersi con la solita litania autoconsolatoria e propagandistica - ovvero che la colpa è della politica di Israele che suscita la reazione indignata delle masse democratiche - si chieda se dopo anni e anni di avvelenamenti mentali come quelli in cui si sta producendo il suo giornale, non sia del tutto naturale che generazioni di giovani siano ormai plasmati dalla disinformazione, dal pregiudizio, e da un odio che stanno dando i loro frutti perversi.
Prima di chiedere di sventolare bandiere insieme, bisogna guardarsi dentro modestamente e correggersi. Bisogna curare il male oscuro della sinistra.

Giorgio Israel

=========================================
Una vignetta comparsa su “Liberazione” del 12 maggio 2006, tratteggia Auschwitz ed il suo famoso cancello, dove al posto della scritta originaria “il lavoro rende liberi”, campeggia la frase “la fame rende liberi”, riferita stavolta al trattamento che Israele riserverebbe ai palestinesi. Il Direttore di Liberazione, Piero Sansonetti (Corriere, 15 maggio 2006) avrebbe risposto ”è una vignetta, punto e basta”.
Peccato che il 18 febbraio 2006, sullo stesso giornale, a proposito delle vignette “islamiche”, Annamaria Rivera abbia scritto che “per cercare di fare chiarezza è opportuna anzitutto qualche puntualizzazione lessicale. Cos’è una caricatura? Una rappresentazione -scrivono i dizionari- in cui i tratti caratteristici del soggetto rappresentato sono esagerati o distorti per produrre un effetto comico o grottesco. E cos’è la satira? Un’espressione letteraria o figurativa che, muovendo da un intento morale, mira a criticare, con l’arma del ridicolo, personaggi, costumi o istituzioni. Ora, cosa v’è di caricaturale o di satirico nel rappresentare il fondatore dell’islam con il capo coperto da un turbante-bomba con miccia accesa? Si può parlare d’intento morale allorché la finalità della “satira” è illustrare la tesi secondo cui l”islam sarebbe una religione intrinsecamente terrorista e il terrorismo sarebbe per essenza musulmano?”
”Ad argomenti e dubbi di tal genere si obietta che l’intangibile principio della libertà d’espressione non può essere sacrificato sull’altare del rispetto delle sensibilità religiose, si tratti pure di un miliardo e mezzo di fedeli. E ci si richiama a Voltaire (che peraltro fu poligenista convinto, fautore dell’antiebraismo, sostenitore e profittatore del sistema schiavistico) per sostenere che l’irrisione delle fedi religiose è parte intrinseca della libertà d’opinione e d’espressione. Altrimenti, si dice, si corre il rischio che siano proibiti i fumetti irriverenti di Cavanna, le caricature dei pontefici, la satira anticattolica, cose a cui nessuno spirito libero, men che mai chi scrive, vorrebbe rinunciare (in realtà, quando ridiamo delle “Avventure di Dio” è di noi stessi che ridiamo, non degli altri).”
”Non è necessario essere degli intellettuali raffinati per sapere che è il contesto a conferire senso al testo. Né occorre una particolare acutezza per intuire che il contesto è dato non solo dal quotidiano, il “Jyllands Posten”, che ha ospitato quelle vignette, ma anche dalla situazione storica presente, dalla sua temperie politica, dalla posizione occupata dagli attori in campo, dalla sedimentazione di memorie, culture, conflitti”.
Eppure è principalmente di questo che si tratta: di crudi stereotipi razzisti sui musulmani, rappresentati in blocco come potenziali terroristi”.
Dobbiamo pensare che queste sagge parole della Rivera, non siano state lette dal Direttore di Liberazione il quale, per qualche irrefrenabile tendenza apotropaica, il diciotto febbraio non legge il proprio giornale? Oppure, possiamo pensare che il buon Sansonetti usi due pesi e due misure: le vignette anti-islamiche sarebbero da condannare, mentre le altre meritano una diversa considerazione? “È una vignetta punto e basta”, dice Sansonetti. Ma per le vignette islamiche il suo giornale ha scritto il contrario. Su questo non avevamo alcun dubbio, e quando abbiamo iniziato la ricerca non avevamo alcun dubbio sul risultato.
Ora, non è intellettualmente positivo (tanto per usare un orribile eufemismo) che a seconda di chi sia il destinatario, le vignette siano legittime oppure no. Piero Sansonetti, che ci pare persona intelligente e onesta, vorrà interrogarsi e ammettere che qualche pregiudizio ce l’ha?
La sinistra, ma non solo Liberazione, è affetta da double standard, da doppiopesismo, da pregiudizi di varia natura. E per ora, indovinate un po’ chi ne fa le spese?

Emanuele Calò

Non aggiungo commenti: mi sembra già tutto sufficientemente chiaro.

barbara




permalink | inviato da il 17/5/2006 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (38) | Versione per la stampa


16 maggio 2006

COME SI FABBRICA UN TERRORISTA

Dedicato a quelli che l’occupazione.
Dedicato a quelli che la miseria.
Dedicato a quelli che la disperazione.
Dedicato a quelli che prova tu a vivere in un campo profughi.
Dedicato a quelli che l’arroganza sionista.
Dedicato a quelli che i crimini sionisti.
Dedicato a quelli che cosa faresti tu al posto loro.
Dedicato a quelli che lo sospettano ma non ne sono sicuri.
Dedicato a quelli che lo sanno ma fanno finta di non saperlo.
Dedicato a quelli che lo sanno ma non ne hanno la documentazione.
Dedicato a chiunque preferisca i fatti alle favole.
Eccolo.

barbara

Aggiornamento: a proposito di bambini palestinesi, ai visitatori più recenti suggerisco di dare un'occhiata anche qui.




permalink | inviato da il 16/5/2006 alle 21:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa


16 maggio 2006

MA DAVVERO DAVVERO CI CREDIAMO CHE UNA VOLTA IL CALCIO ERA PULITO?

Gli eroi della Fiorentina degli anni '70 stanno morendo uno dopo l'altro. Di flebo e raggi X. La denuncia della vedova di uno di loro

Era una gran bella squadra la Fiorentina tra gli anni '60 e '70. Quella dell'ultimo scudetto viola e di una coppa Italia strappata al Milan d'un soffio. C'erano piedi buoni e corridori instancabili, fuoriclasse assoluti e portatori d'acqua. C'era Nello Saltutti, goleador di razza, morto d'infarto nel 2003 a 56 anni; c'era Ugo Ferrante, eroe dei Mondiali in Messico, ucciso da un tumore alle tonsille otto mesi fa; c'era Giuseppe Longoni, terzino sinistro, che oggi vive su una sedia a rotelle per una vasculopatia cardiaca; c'era Adriano Lombardi, ora anche lui paralizzato per il morbo di Gehrig; c'era Massimo Mattolini, il portiere, ancora vivo grazie a un trapianto di reni; c'era Mimmo Caso, che poi ha avuto un tumore al fegato; e c'era il grande Giancarlo Antognoni, che nel novembre scorso è stato vicino alla morte per un'improvvisa crisi cardiaca, a 51 anni.
Gran bella squadra, la Fiorentina tra i '60 e i '70. Ci giocava anche Bruno Beatrice detto 'il Mastino', centrocampista d'interdizione con fisico da Marcantonio e polmoni infiniti, uno che correva mille volte in difesa a recuperare e poi trascinava i compagni in avanti. Uno che gli allenatori volevano sempre in campo, anche quando lui non stava tanto bene e forse, chissà, anche per questo è morto ragazzo.
Bruno è stato il primo di quel gruppo ad andarsene via. A 39 anni, dopo un'agonia di 30 mesi, con la bava alla bocca, le gengive sanguinanti, le gambe un tempo statuarie ridotte a grissini, pustole dappertutto e dolori lancinanti alle ossa che non se ne andavano via nemmeno con la morfina. È morto in una notte di dicembre del 1987, gemendo disperato: "Che cosa mi hanno fatto, che cosa mi hanno fatto?". Aveva due bambini piccoli e una moglie bellissima di nome Gabriella.
Oggi quella donna ha 57 anni e pensa che qualcuno debba rispondere a suo marito e dire quello che gli hanno fatto. La lunga battaglia della vedova Beatrice in questi giorni è a una svolta, grazie al ricorso firmato dagli avvocati Odovilio Lombardo e Silvana Melardi che è stato finalmente accolto dal Gip di Firenze. Ora le indagini sulla morte di quel mediano generoso ricominceranno da zero e i Nas inizieranno ad ascoltare, uno dopo l'altro, i sopravvissuti di quelle stagioni in maglia viola e i familiari di chi invece non c'è più. Convocheranno medici, dirigenti, allenatori del tempo. Riapriranno una pagina vergognosa e insabbiata del calcio italiano.

Signora Beatrice, perché pensa che suo marito sia morto di doping?
"Quando Bruno si è ammalato io non sapevo neppure che cosa fosse il doping. Certo, mi stupiva il fatto che quando era in ritiro prima delle partite mi tenesse al telefono per tre quarti d'ora dicendo che tanto aveva tempo, si stava facendo delle flebo. Mi faceva impressione che avesse tre buchi viola a forma di triangolo sul braccio sinistro che non gli andavano mai via. E mi lasciava perplessa anche il fatto che dopo le partite restasse sveglio e agitatissimo per due giorni. Ma non avevo mai collegato queste stranezze alla sua malattia".
E poi?
"Poi un giorno - Bruno era già morto da anni - per caso ho letto su un libro che i raggi Roentgen, in dosi eccessive, possono causare la leucemia. Per la precisione, la linfoblastica acuta, quella di Bruno".
Suo marito aveva fatto i Roentgen?
"Tutti i giorni, per tre mesi, nella primavera del '76. Aveva una pubalgia, non riusciva a finire una partita e la Fiorentina aveva bisogno di lui. Andò a Roma, da uno degli ortopedici più famosi d'Italia, il professor Lamberto Perugia. Che gli prescrisse 'riposo, impacchi caldi e umidi, elettroterapia e cauta massoterapia'. Ho qui ancora la sua lettera. Ha scritto anche: 'Solo dopo la completa scomparsa dei sintomi potrà riprendere progressivamente l'attività atletica'. Insomma, ci voleva tempo. Troppo tempo per la sua società".
E quindi?
"Quindi lo mandarono in un ospedale di Firenze, Villa Camerata. Il primario era un consigliere della Fiorentina, Inson Rosati. E lì iniziarono a fargli i raggi Roentgen. Volevano che fosse pronto per una partita importante del girone finale di coppa Italia. Era Sampdoria-Fiorentina, del 9 giugno 1976".
La giocò?
"No. Perché poco prima del match, mentre erano tutti a pranzo in un ristorante di Santa Margherita, Bruno ricevette la telefonata di un giornalista sportivo suo amico. Gli disse: 'Sai che ti hanno scaricato? A fine stagione ti vendono al Cesena'. Mio marito andò su tutte le furie e chiese spiegazioni a Carlo Mazzone, il suo allenatore. Litigarono, finirono alle mani. Alla fine Mazzone gli urlò: 'Tu sputerai sangue fino alla fine dei tuoi giorni!'. Mi vengono i brividi a pensarci, perché poi Bruno è morto proprio così".
Per quale motivo l'avevano venduto?
"Pensavano che fosse un cavallo zoppo, da riempire di raggi per il finale di stagione e da buttare subito dopo".
Poi ci andò, al Cesena?
"Sì, fece diverse altre stagioni in giro e non ebbe sintomi del male fino al 1985. Era il 23 agosto. Bruno si era ritirato da poche settimane. Eravamo qui ad Arezzo quando lui sentì i primi dolori alle ossa del braccio sinistro. Poi anche a quello destro. Quindi alle gambe. Il volto gli divenne livido. Aveva freddo, anche se era estate. Gli diedero l'Orudis, un antireumatico. Dissero che forse era radicolite. Arrivarono altri sintomi: febbre cronica, sangue dalle gengive, puntini rossi sul volto. A novembre scoprirono la leucemia. Gli diedero pochi mesi di vita. Invece tenne duro per più di due anni: morì il 16 dicembre dell'87, tra dolori atroci. Con la schiuma alla bocca, lividi sul corpo, piaghe dappertutto. Era diventato l'ombra del calciatore che era stato. L'unica cosa che gli era rimasta di quegli anni erano i tre buchini viola sul braccio sinistro, che non gli erano mai andati via".
Si può provare che suo marito è stato ucciso dal doping?
"Tra i ragazzi della Fiorentina di quegli anni i morti e gli ammalati gravi sono un po' troppi. E i raggi Roentgen a Bruno li hanno fatti fare i dirigenti della Fiorentina perché guarisse in fretta dalla pubalgia. Tutte quelle flebo gliele imponevano i medici della società per farlo rendere di più. Non basta?"
Che cosa c'era dentro le flebo?
"Bruno mi parlava del Cortex e del Micoren. Il primo è corteccia surrenale, aiuta a recuperare più in fretta dalla fatica. Il secondo è un cardiotonico, stimola il sistema nervoso centrale. All'epoca non erano vietati, ma chi glieli dava in quelle dosi sapeva benissimo che erano molto dannosi".
Chi saranno gli imputati se ci sarà un processo?
"Io penso al medico sociale dell'epoca, il professor Bruno Anselmi, e in sede civile agli eredi dell'altro medico della squadra, che nel frattempo è deceduto. Poi naturalmente la vecchia A. C. Fiorentina (che però è fallita) e la Federazione Gioco Calcio, per omesso controllo".
Chiederete un risarcimento?
"Non sto facendo tutto questo per soldi. Mi basterebbe che la verità sulla morte di Bruno venisse accertata e che chi l'ha fatto ammalare chiedesse scusa a me e ai miei figli. E vorrei che Carraro, oggi come allora presidente della Figc, facesse una severa autocritica per l'omertà di questi anni".
Questa omertà c'è anche da parte degli ex compagni di squadra di suo marito?
"Prima di morire Nello Saltutti fece racconti terribili su quello che lui e i suoi compagni erano costretti a prendere. E anche altri ragazzi della Fiorentina di allora (come Galdiolo, Ferruccio Mazzola e Speggiorin) oggi confermano le parole di Nello. Ma naturalmente c'è anche chi, come De Sisti, continua a dire che si tratta soltanto di casi fortuiti. E sì che è stato molto male anche lui, qualche anno fa: ha avuto un ascesso frontale al cervello".
E lei, signora?
"Io vivo per dare giustizia a Bruno. Per far conoscere la sua storia. E perché nessun ragazzo muoia più come lui".
(Alessandro Gilioli)
.................................................................................

Pasticca nerazzurra
Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora


Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.

A che cosa si riferisce, Mazzola?
«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».
Cosa c'era in quelle pasticche?
«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».
Suo fratello?
«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».
A chi si riferisce?
«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».
A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.
«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Calzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».
Perché?
«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».
Ma lei di Facchetti non era amico?
«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti».
Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?
«Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».
Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».
De Sisti smentisce di essersi dopato.
«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».
E alla Lazio?
«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».
Altre squadre?
«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».
Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...
«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».
Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...
«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».
E oggi secondo lei il doping c'è ancora?
«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».
I ragazzini?
«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».
(Alessandro Gilioli)

E gli assassini, oggi come allora, continuano a non pagare.


barbara




permalink | inviato da il 16/5/2006 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


15 maggio 2006

MAALOT, 15 MAGGIO 1974

Il secondo attentato, più grave, si consuma fra il 14 e il 15 maggio a Maalot, una cittadina di immigrati nord-africani, ai confini anch'essa col Libano. Nella notte irrompono tre terroristi in uniforme israeliana e dopo aver massacrato la famiglia di Tsion Cohen, custode della scuola, occupano l'edificio dove si trovano immersi nel sonno un centinaio di ragazzi dai 14 ai 17 anni: sono studenti di una scuola religiosa di Safed in gita scolastica. I terroristi, armatissimi, minacciano di far saltare l'edificio e di compiere un massacro se non verranno restituiti un certo numero di feddajin prigionieri in Israele. Il ministro Dayan e il nuovo Capo di Stato Maggiore Motta Gour accorrono sul posto, insieme a formazioni dell'esercito e a reparti di tiratori scelti, mentre Golda Meir presiede un Consiglio dei Ministri straordinario. Per la prima volta sembra che si sia disposti a cedere alle richieste dei terroristi. L'alto numero delle probabili vittime, la loro giovane età, la crescente esasperazione della folla nella zona (erano giunti sul posto padri e madri che disperati sentivano le invocazioni di aiuto dei ragazzi) hanno creato una situazione straordinaria, al di là del prevedibile. Ma dopo una giornata tesissima, di trattative estenuanti, di malintesi e di intoppi (i terroristi avevano indicato due vie diplomatiche diverse, Francia e Romania, ma non riuscivano ad accordarsi sulla parola d'ordine), Dayan e Motta Gour, ricevono dal Governo l'ordine di attaccare. I tiratori scelti entrano in azione: uccidono un terrorista, feriscono altri due e disinnescano le cariche. Ma uno dei due feriti ha il tempo di gettare una bomba a mano nello stanzone in cui sono ammassati 85 ragazzi.
Le forze di Israele irrompono; l'azione è brevissima, i ragazzi feriti meno gravemente si gettano dalle finestre portando all'isterismo la folla. Il bilancio è molto grave: 18 morti, sessanta feriti. La folla inferocita tenta di impadronirsi del corpo di uno dei terroristi che, si dice, è ancora in vita. Interviene l'esercito. Sarà il generale Eytan, il popolare «Rafoul», immobile a sbarrare col suo corpo per tutta la notte la porta della scuola per impedire a chiunque l'accesso. Il giorno dopo il Capo dello Stato Katzir, il vice Primo Ministro Allon, e lo stesso Dayan saranno costretti ad abbandonare i funerali, tanta è l'esasperazione della folla.
[...] (L'attentato di Maalot, nelle sue sequenze drammatiche, lascerà un segno anche fra i sopravvissuti. Esattamente un anno dopo una ragazza, che si era salvata, tenterà il suicidio). [...] La solidarietà internazionale verso Israele è inesistente. Lo stesso eccidio di Maalot («Le Figaro» osserverà che non c’è stato un paese arabo che abbia deplorato un attentato così inumano) suscita solidarietà contenuta. (Fausto Coen, Israele: 50 anni di speranza, Marietti)
                      
Quando, un anno e mezzo fa, i terroristi ceceni hanno selettivamente preso di mira i bambini, solo poche voci, e quasi tutte di ebrei, hanno ricordato il precedente di Maalot: ci sono, a quanto pare, cose che decisamente non si ha voglia di ricordare. Ma su questa congiura del silenzio la mia voce si leverà sempre alta.

barbara




permalink | inviato da il 15/5/2006 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


14 maggio 2006

QUANDO LE MODELLE ERANO BELLE



Buon compleanno Veruschka.

barbara




permalink | inviato da il 14/5/2006 alle 23:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


14 maggio 2006

SUCCEDE IN IRAN

“La libertà, la giustizia e la democrazia, per ogni persona sono vitali e necessari come il respiro”. Così ha detto Valiollah Feyz Mahdavi.
 Per questo dopodomani sarà impiccato, a 27 anni, come ci ricorda Orpheus.
Nel frattempo gli studenti iraniani tentano, ancora una volta, per l’ennesima volta, di protestare contro le misure di repressione messe in atto dal regime teocratico - circondati, ancora una volta, per l’ennesima volta, dall’assoluto silenzio dei nostri mass media.

barbara




permalink | inviato da il 14/5/2006 alle 12:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


14 maggio 2006

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA

Leggo in un trafiletto del Corriere della Sera: «Ieri prima uscita, a sorpresa, di Cesare Previti, l’ex ministro di Forza Italia condannato in via definitiva a 6 anni per corruzione e adesso agli arresti domiciliari. Il giudice gli ha concesso il permesso di uscire (purché non lasci Roma) tutti i giorni dalle 10 alle 12. Previti ha fatto una passeggiata, prima di mezzogiorno, da Piazza Farnese, dove abita, sul Lungotevere. Intorno a lui si è formato rapidamente un drappello di curiosi e di fotografi. L’onorevole era accompagnato dalla sua scorta e da alcuni conoscenti». Onorevole?? La sua scorta?? E i fotografi, che cosa ci facevano lì? Capisco – si fa per dire - i curiosi, passanti casuali, ma i fotografi? Si erano appostati lì perché è interessante fotografare un delinquente?
Leggo poi di Naomi Elisabeth Costa, che il 24 aprile ha annegato nella vasca da bagno la figlia di un anno (episodio difficilmente ipotizzabile come incidente, visto che il bagno glielo aveva già fatto un paio d’ore prima). «Contro di lei ci sono gravi indizi che fanno pensare che potrebbe reiterare il reato». È stata messa agli arresti domiciliari.
Leggo inoltre del signor Filippo Giovanni di Cara, condannato a 12 anni per l’omicidio della moglie. Ne ha scontati 6 e poi l’hanno fatto uscire, affidandolo ai servizi sociali. Lui è andato a cercarsi un’altra moglie, l’ha sposata e l’ha ammazzata.
Leggo anche che il film su Giovanni Falcone e sulla sua titanica lotta contro la mafia non verrà trasmesso prima del prossimo autunno perché in esso compare anche il personaggio di tale Paolo Borsellino, fratello di una signora che è candidata alle elezioni, e pertanto la trasmissione del suddetto film violerebbe la par condicio, favorendo la signora in questione che di quel tritolo potrebbe indebitamente e proditoriamente avvantaggiarsi.
Leggo infine che i genitori di Jennifer hanno voluto far pubblicare a tutta pagina in un quotidiano locale la foto del cadaverino del bimbo della povera ragazza, estratto dal suo corpo per eseguire l’autopsia. Molte, anche in ambiente cattolico, le critiche. Ma anche qualche approvazione: per sensibilizzare, dicono. Per fare riflettere. Per fare capire.
Io nel frattempo, se permettete, e con rispetto parlando, mi sarei leggermente rotta le palle.

barbara




permalink | inviato da il 14/5/2006 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


13 maggio 2006

13 MAGGIO 1976

In questa data Pol Pot prende il potere in Cambogia.



Iniziò in Cambogia l’ “Anno zero”, come gli stessi Khmer rossi lo battezzarono. Il primo passo di Poi Pot fu di svuotare la capitale Phnom.Penh, imponendo ai 2 milioni d'abitanti di andare a lavorare nelle campagne presso campi di lavoro dove venivano miseramente ridotti in schiavitù; iniziò il terrore. Si intendeva rifondare l'intera società cambogiana su base comunista e contadina: le popolazioni delle città furono deportate nelle campagne, migliaia e migliaia di professionisti furono massacrati, per Poi Pot ogni intellettuale era un nemico, furono distrutti tutti i simboli della civiltà occidentale: automobili, attrezzature mediche, macchinari, qualsiasi elettrodomestico, vennero bruciati tutti i libri, demolite case, abolite le scuole, chi veniva trovato in possesso di matite o sorpreso a scrivere, veniva immediatamente ucciso, soppressa l'educazione scolastica veniva consentita solo quella nei “campi di rieducazione” dove circa due milioni di persone (il 25% della popolazione) persero la vita.

Fu dichiarata fuorilegge la proprietà privata, abolita la moneta. Non esistevano più servizi postali, negozi, attività sportive. Tutti, furono costretti a vestirsi con una casacca nera a maniche lunghe, abbottonata fino al collo, manifestazioni d’affetto, abbracci, liti, lamentele di qualsiasi tipo o piangere venne vietato.
La Cambogia divenne un immenso campo di lavori forzati; le famiglie furono separate e inviate nei campi di lavoro dove la fame, le condizioni igieniche e la brutalità dei Khmer rossi erano problemi quotidiani, i suicidi salirono a percentuali impressionanti.

Chi tentava la fuga se scoperto, veniva immediatamente ucciso, bastava un nonnulla per morire. I portatori di handicap fisici, non potendo lavorare, erano considerati solo dei “parassiti” e, come tali, giustiziati immediatamente. A migliaia furono messi a morte perché sorpresi a contendere ai maiali la crusca per sfamarsi, il riuscire a mangiare dei topi rappresentava, spesso, l’unica alternativa. Si diffuse anche il cannibalismo, fenomeno tutt’altro che raro tanto che negli ospedali divenne consuetudine cibarsi di coloro cha passavano a miglior vita.
Le brutalità, le torture e le punizioni inflitte dai Khmer rossi a coloro che si rendevano colpevoli di reati, erano di una crudeltà inimmaginabile, dai bambini picchiati a morte con calci e pugni perché rubavano cibo, alle spille con il numero d’identificazione che erano attaccate direttamente sulla pelle dei condannati. A tanti, appesi a testa in giù, era infilata la testa in giare piene di olio bollente, ma uno dei sistemi più in voga nella repressione dei “nemici della Rivoluzione” fu sicuramente la morte per asfissia causata da sacchetti di plastica infilati in testa.
Chi era arrestato era sempre colpevole e, se “fortunato”, era giustiziato immediatamente, altrimenti era condannato a morire a poco a poco, di torture, di sevizie, di fame.
Diventerà tristemente famoso un complesso-prigione denominato
S-21 (Toul Sleng), una costruzione dove tutti quelli che erano considerati nemici del governo erano fotografati, torturati ed infine uccisi.

Furono uccise oltre 20.000 persone, di cui circa 2.000 erano bambini. Sono state migliaia le fotografie recuperate, dopo la caduta di Poi Pot, di persone (vecchi e bambini), di cui si è persa qualsiasi traccia.

La paura di essere vittima di complotti “controrivoluzionari” spinse Poi Pot a diffidare di tutto e di tutti al punto da far internare e morire nei campi di lavoro anche i suoi 2 fratelli.
L’inimicizia con il Vietnam si trasformò in conflitto, a causa dei continui massacri perpetrati dai Khmer ai danni dei profughi cambogiani che sconfinavano in Vietnam nella ricerca di una estrema speranza di salvezza. Deposto nel gennaio 1979 dai vietnamiti che avevano invaso la Cambogia, Poi Pot riuscì a mantenere il controllo di alcune regioni del paese e a condurre sanguinose azioni di guerriglia contro il regime.
Lasciato ufficialmente il comando dei Khmer Rossi nel 1985, continuò a vivere in clandestinità facendo perdere le sue tracce. Nel 1996 alcune fonti annunciarono la sua morte, ma il dittatore fece la sua ricomparsa nel 1997, quando venne usato dai guerriglieri khmer come merce di scambio con il nuovo regime, da essi ora appoggiato. Ricercato per essere sottoposto al giudizio di un tribunale internazionale per crimini contro l'umanità, nell’aprile del 1998 fonti cambogiane diedero notizia della sua morte, avvenuta in una località della giungla ai confini con la Thailandia, dove Poi Pot era tenuto prigioniero dai suoi ex seguaci. (Giacomo Franciosi)

Per una migliore conoscenza del tema suggerisco “Danzando in Cambogia” di Amitav Ghosh, Linea d’ombra, e lo straziante “Rouge” di Loung Ung, Le vespe, scritto da una sopravvissuta allo sterminio.


barbara




permalink | inviato da il 13/5/2006 alle 0:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


12 maggio 2006

DONNE CORAGGIOSE AGAIN

Riporto un articoletto apparso sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

Vita pericolosa delle miss, ma non per la concorrenza o le maldicenze o i trabocchetti della diretta televisiva. L’eletta, in questo caso, si chiama Silva Sahagian ed è una ragazza da non dimenticare. Silva non era stata la prescelta nella gara di bellezza. Solo che la vincitrice è fuggita e lei è l’unica che ha avuto il coraggio di farsi avanti e prenderne il posto. Perché? Perché stiamo parlando di una miss speciale: Miss Irak 2006. Speciale la miss e tutto il concorso, che si è svolto nottetempo in un piccolo locale di Bagdad il cui indirizzo era stato tenuto segreto. La vera vincitrice, Tamar Goregian, è scappata in Giordania dopo le minacce degli integralisti, che l’avevano definita regina non di bellezza ma degli infedeli, anche se lei, al pari delle sue colleghe, aveva sfilato in un casto pareo e non in costume da bagno. Silva era arrivata quarta tra le venti ragazze in gara, ma quelle che la precedevano non se la sono sentita di accettare la corona. Lei l’ha fatto, ha detto, per un motivo ben preciso: «mostrare al mondo che l’Irak possiede bellezza, educazione e talento, e non è soltanto il Paese delle stragi».

Una donna sola, giovanissima immagino, che si prende sulle spalle tutto intero il peso di rappresentare la parte positiva di una nazione devastata dal terrorismo. Rischiando per questo la vita: non è una cosa straordinaria?

barbara




permalink | inviato da il 12/5/2006 alle 15:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


11 maggio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 8

«Gal! Gal!» mi gridavano, prendendomi a sassate: infedele! E più che arrabbiata, più che spaventata, più che offesa, ero sbalordita, sgomenta. Ricordavo le lunghe conversazioni con Ahmed, il collega che mi aveva dato lezioni di somalo: «Io non capisco – diceva – quelli che dicono: “Io non credo in Dio”: ma come, vedi tutte le cose che lui ha creato e poi dici che non le ha fatte nessuno?» La mancanza di fede lo disturbava, non la fede diversa. E anche la mancanza di fede si limitava a disturbarlo, non gli armava la mano, gli suscitava sconcerto, non furia omicida. Mi raccontava, anche, di quando era stato per otto mesi a Roma, per un corso di aggiornamento e approfondimento dell’italiano. Gli toccava nutrirsi esclusivamente di pane e formaggio, mi diceva, perché se fosse andato in un ristorante sapeva che anche se avesse chiesto due uova al burro, gli sarebbero però state servite in un piatto che aveva sicuramente toccato carne di maiale. Finché un giorno, per caso, era capitato davanti al ristorante ebraico, e tutto felice si era detto: «Ah, qua la carne di maiale non ci è passata di sicuro!» e da quel giorno, quando proprio non ne poteva più di pane e formaggio e si ritrovava con due lire d’avanzo in tasca, aveva preso l’abitudine di mangiare un boccone lì, dagli amici ebrei. Ricordavo anche Mohammed, la volta che volevo intervenire in una situazione di palese ingiustizia: «Non è compito tuo». «Come sarebbe che non è compito mio?! E di chi diavolo sarebbe?» «È compito di Allah, ci penserà Lui». «E se io vedo un’ingiustizia secondo te dovrei stare lì a guardare senza muovere un dito?!» «Non è compito tuo, ci penserà Allah quando deciderà che è il momento». E sembrava un pensare comune, fra tutti coloro che conoscevo, fra tutti coloro con cui avevo a che fare: nessuno ha il diritto di sostituirsi a Dio nel fare giustizia; chi si comporta in modo che si ritiene sbagliato viene biasimato, ma non si tocca. E ora, improvvisamente, da un giorno all’altro, l’insofferenza nei confronti del governo italiano, ampiamente responsabile delle loro sofferenze, si trasformava in intolleranza totale nei confronti della persona di fede diversa. La discesa verso il baratro dell’integralismo, purtroppo, era cominciata. E non si è fermata più.

barbara


Tutto ciò che vedete all'orizzonte ... non c'è!




permalink | inviato da il 11/5/2006 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (45) | Versione per la stampa


10 maggio 2006

VOGLIAMO PARLARE DI CORAGGIO?

Rissa tra uomini e donne nel Parlamento afghano La più giovane deputata aggredita dopo aver denunciato gli «ex signori della guerra»

Anche questa volta non ha tradito il suo nome. Anche questa volta è stata aggredita, insultata, minacciata ma non zittita. Malalai Joya, la sconosciuta ragazza di Farah che nel 2003, a soli 25 anni, aveva sfidato i signori della guerra al gran consiglio della Loya Jirga, domenica ha rivolto loro le stesse durissime accuse. «Tra di voi ci sono criminali che abusano del termine jihad, che dicono di aver fatto la guerra santa per salvare l’Afghanistan e invece sono colpevoli di aver ucciso migliaia di civili, hanno distrutto il nostro Paese. Sono gli stessi uomini che non credono nei diritti delle donne e nella democrazia», ha detto. Identiche le accuse e le persone a cui erano rivolte. Identica la passione che forse, lei stessa sostiene, le deriva da quell’altra Malalai in onore della quale è chiamata come tante ragazze afghane: l’eroina nazionale che nel 1880, durante la battaglia di Maiwand contro gli inglesi ai tempi del «Grande Gioco», si strappò il burqa, impugnò la spada e guidò i combattenti alla vittoria. Diverso solo il luogo: nel 2003 il tendone bianco fuori Kabul dove cinquecento mullah, capitribù e comandanti mujahidin erano riuniti per approvare la nuova Costituzione. E dove Malalai aveva parlato come giovane assistente sociale che nessuno conosceva, in un Paese dominato da sempre dagli uomini. Oggi il (quasi) elegante Parlamento con colonne, velluti rossi e seggi di cuoio dove i primi 249 rappresentanti eletti in oltre 30 anni si sono insediati in dicembre. Tra di loro, stima un recente rapporto di analisti afghani indipendenti, anche 40 comandanti di milizie, 24 membri di gang criminali, 17 trafficanti di droga, 19 uomini accusati di serie violazioni dei diritti umani.
Anche Malalai è diventata intanto parlamentare grazie alle quote che hanno riservato il 27% dei seggi alle donne. È la più giovane, la più conosciuta anche all’estero, dopo avere osato l’inosabile tre anni fa. La più combattiva e la più minacciata, anche di morte. Domenica, mentre si discuteva della commemorazione della fine dell’occupazione sovietica, si è alzata per dire che «ci sono due categorie di mujahidin in Afghanistan: chi ha combattuto per l’indipendenza, e li rispetto, chi lo ha fatto per distruggere il Paese e ha ucciso 60 mila persone. Criminali che non hanno il diritto di essere parlamentari». Non ha fatto nomi, Malalai, come non ne aveva fatti tre anni fa. Ma le sue parole hanno subito suscitato lanci di bottiglie di plastica, insulti («puttana, comunista, infedele»), il tentativo di aggressione di tre parlamentari donne, seguite poi da alcuni uomini (uno di loro ha detto «dobbiamo pugnalarla»). «Soprattutto le donne si sono scagliate su di lei come pazze, pensare che una di loro ha perso il marito e venti familiari nella guerra civile. Siamo riusciti a difenderla, ma è stato incredibile», ha raccontato al Corriere Shukriya Barekzai, un’altra parlamentare giovane e combattiva. Che aggiunge come poco dopo l’episodio, trasmesso dalla tv afghana, e dopo la fuga precipitosa di Malalai proprio uno dei parlamentari tacitamente accusati abbia rotto il silenzio. Quel Abdul Rasul Sayyaf, già potentissimo ed estremista signore della guerra wahhabita che per primo invitò Bin Laden in Afghanistan, unico pashtun dell’Alleanza del Nord, accusato da Human Rights Watch (e non solo) di crimini contro l’umanità. «Dobbiamo segnare una linea rossa che nessuno valichi parlando di jihad e mujahidin, evitare che qualcuno possa ancora insultarci», ha detto Sayyaf, sempre presente in Parlamento (spesso per mano a un altro anziano ex combattente), con i suoi turbanti e i suoi abiti tradizionali. E con molta voglia, si dice, di non perdere potere.
Vero è che Sayyaf, come altri discussi esponenti del vecchio sistema, siede in Parlamento e non nelle galere nazionali. Ma vero anche che nel nuovo governo in via d’approvazione gli ex mujahidin stanno perdendo ministeri e peso, sostituiti da tecnocrati meno chiacchierati. Il nuovo Parlamento, nonostante tutti i suoi limiti, ha infatti iniziato a vigilare su chi debba governare questo bellissimo e tormentato Paese. E sono soprattutto le donne che, finalmente libere di parlare, alzano la voce. Come ha fatto ancora una volta domenica scorsa la ragazza di Farah, che porta quel nome antico e pieno di passione. «Possono minacciarmi, perfino uccidermi - ha detto Malalai - ma non uccideranno mai la mia voce». (Cecilia Zecchinelli)

                                                        

Poi, sì, ci sarebbe da parlare anche dello scandalo dei più infami violatori dei diritti umani mandati a controllare il rispetto dei diritti umani altrui. Ci sarebbe da parlare di istituzioni umanitarie e soldati Onu che abusano di bambini e bambine in cambio di un pezzo di pane. Ci sarebbe da parlare di Jennifer Zacconi, «una morte lenta, inferta con determinazione e con una furia implacabile. [...] Una spinta, urla, poi il primo colpo: un pugno violentissimo sferrato al volto di Jennifer, che le spezza il setto nasale. Subito dopo: due, tre, quattro calci altrettanto violenti all’addome della ragazza, incinta ormai di 37 settimane, e quando mancano solo 18 giorni al parto. [...] Poi, l’uomo raccoglie un grosso ramo, o forse un bastone che già era sull’auto: e colpi, colpi su colpi, al torace e all’addome e alla testa. Restano lividi, ematomi diffusi. Jennifer si accascia sull’orlo della fossa. Infine, quel laccio stretto intorno al collo. E la spinta, più altri calci che fanno rotolare il corpo in fondo alla buca, il volto premuto nel fango. In quel momento, Jennifer e il suo piccolo respirano ancora. L’uomo afferra rami, sterpi, manciate di terra. Ricopre tutto, e ci salta su, mentre là quel corpo minuto si inarca. L’uomo se ne va nella notte». E ci sarebbe da parlare di Madison, cinque anni, capelli lunghi, un sorriso grande, trovata morta, chiusa in un sacco dell’immondizia tre giorni dopo che era stata rapita. Come, il giorno prima, il piccolo Mathias, ritrovato morto nudo, sotto un cumulo di foglie: era stato violentato e annegato in un ruscello. Chiedendosi, tra l’altro, perché fosse stata presa la decisione di non far scattare, al momento della scomparsa di Madison, il piano «allarme rapimenti» che prevede anche l’interruzione di programmi radiofonici e televisivi per dare informazioni sui bambini rapiti. Ce ne sarebbero, sì, di storie da raccontare, ma come si fa a stare dietro a tutte le infamie che il mondo quotidianamente ci offre? Riconfortiamoci allora, almeno un po’, al pensiero che esistono anche persone coraggiose e generose che, a rischio della propria vita, tentano di cambiare qualcosa in questo mondo marcio.

barbara




permalink | inviato da il 10/5/2006 alle 23:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


10 maggio 2006

CONSIDERAZIONI

La scadenza sarebbe stata ieri, ma c’erano già due post e non mi va di strafare, perciò ne parlerò oggi. Della vicenda Moro, naturalmente. La prima considerazione riguarda un timore diffuso, nei giorni fra il sequestro e il ritrovamento del cadavere: il timore di una devastante destabilizzazione, nel caso lo avessero ucciso, il che portava alcuni a non essere del tutto contrari all’idea di una trattativa. Poi lo hanno effettivamente ucciso e non c’è stata alcuna destabilizzazione, lo stato ha retto benissimo e tutto è continuato esattamente come prima. La seconda considerazione riguarda le conseguenze del rifiuto di trattare con i terroristi: non abbiamo trattato, non abbiamo pagato, lo hanno ucciso ma poi non hanno più rapito e ucciso nessun altro politico: constatato che il giochino non rende, lo hanno abbandonato. In Iraq si è invece scelto di trattare e pagare: la conseguenza è stata che i sequestri si sono moltiplicati e il prezzo è via via aumentato. Ricordo anche l’intervista a Gianni Bulgari, il primo rapito (o uno dei primi) a scopo di estorsione: c’è una sola soluzione, diceva: bloccare i beni della famiglia e impedirle di pagare. Se il sequestro non rende, smettono di farne. Il suo suggerimento non è stato recepito se non molti anni dopo, e in quegli anni i sequestri sono stati praticamente all’ordine del giorno. Non credo occorra che tragga le conclusioni, perché sono già chiarissime da quanto esposto sopra.

barbara




permalink | inviato da il 10/5/2006 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa


9 maggio 2006

RICORDIAMO UN EROE

Infelice quel paese che ha bisogno di eroi, dice il saggio. Ancora più infelice, aggiungo io, quel paese in cui c’è bisogno di essere eroi per fare, semplicemente, il proprio dovere, per fare il proprio mestiere in maniera pulita, per essere onesti. Peppino Impastato lo è stato. Peppino Impastato ha osato opporsi alla mafia, sapendo che cosa rischiava, e lo ha fatto da figlio di mafioso, rompendo innanzitutto col proprio padre e facendosene cacciare di casa, ancora ragazzino. Non intendo riproporre qui la sua biografia: altri lo hanno fatto meglio di come potrei farlo io; voglio solo ricordare che la sua vita intera è stata dedicata alla lotta alla mafia: una lotta a trecentosessanta gradi: politica, culturale, informativa. Peppino Impastato viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

Ma la distruzione del corpo non basta: occorre anche la distruzione del nome, dell’onore, della dignità, di tutto ciò che egli ha sempre rappresentato: stampa, forze dell'ordine e magistratura raccontano che Peppino Impastato era un terrorista, spiegano che è saltato in aria mentre preparava un attentato. Occorre la lotta indefessa del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato per ristabilire la verità e far riconoscere la matrice mafiosa dell’assassinio (e voglio approfittare dell’occasione per ricordare anche la grandissima donna che è stata la madre di Peppino,
che alla prosecuzione della lotta del figlio ha dedicato fino al suo ultimo giorno di vita).
Come sempre, quando viene ucciso un grande, qualcosa resta:
l’assassinio di Impastato ha fatto nascere un notevole movimento antimafia, tuttora attivo. Ricordiamolo, mentre i ragazzi di addiopizzo hanno dato vita a una nuova forma di lotta. Ricordiamolo, perché dimenticare chi ha dato la vita in nome della lotta al crimine, significa ucciderlo un’altra volta.

barbara




permalink | inviato da il 9/5/2006 alle 21:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
sfoglia     aprile   <<  1 | 2  >>   giugno
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA