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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 aprile 2006

PICCOLO - E UN PO' SGANGHERATO - DIZIONARIO MASSMEDIOLOGICO DEL MEDIO ORIENTE

Questo mio piccolo divertissement è stato scritto per informazione corretta nella primavera del 2002, all’epoca dell’operazione “scudo di difesa”.

ATTIVISTA
comunemente:
persona che si prodiga per una causa sociale (es.: gli attivisti di Green Peace)
per gli inviati in Israele:
persona che riduce in brandelli vecchi e bambini

GUERRIGLIERO
comunemente:
combattente che, non potendo affrontare a viso aperto i soldati di un esercito più forte, li attira in imboscate
per gli inviati in Israele:
vedi alla voce "attivista"

KAMIKAZE
comunemente:
militari che, con insegne militari ben visibili, colpivano obiettivi militari
per gli inviati in Israele:
terroristi che, travestiti e mimetizzati, colpiscono obiettivi civili

DEPORTAZIONE
comunemente:
trasferimento coatto di una persona lontano dalla madrepatria
per gli inviati in Israele:
trasferimento di palestinesi in territorio palestinese

ESILIO
comunemente:
condizione di chi è costretto a lasciare la patria - per lo più per reati di opinione o per ostilità da parte di chi governa
per gli inviati in Israele:
rinuncia da parte di uno stato a catturare e processare dei pericolosi terroristi, allo scopo di favorire la soluzione di una drammatica crisi provocata dai terroristi stessi

TERRORISTA

comunemente:
persona che usa il terrore come metodo di lotta, uccidendo civili innocenti
per gli inviati in Israele:
persona che usa il terrore come metodo di lotta, uccidendo civili innocenti non ebrei

PRESUNTO
comunemente:
ritenuto tale, ma non accertato o provato
per gli inviati in Israele:
tutto ciò che è definito tale da Israele, anche se è accertato e provato

MASSACRO
comunemente:
uccisione di un grandissimo numero di persone, per lo più innocenti
per gli inviati in Israele:
uccisione in battaglia di una quarantina di terroristi e una decina di civili di cui i terroristi si erano fatti scudo

STERMINIO
comunemente:
distruzione di un'intera comunità
per gli inviati in Israele:
vedi alla voce "massacro"

GENOCIDIO
comunemente:
distruzione di un intero popolo
per gli inviati in Israele:
vedi alla voce "massacro"

OLOCAUSTO
comunemente:
sacrificio totale. Generalmente usato per indicare la distruzione di sei milioni di ebrei da parte del nazismo
per gli inviati in Israele:
vedi alla voce "massacro"

FOSSA COMUNE
comunemente:
grande scavo nel terreno per contenere centinaia o migliaia di cadaveri
per gli inviati in Israele:
non ci sono, ma ve lo raccontiamo lo stesso

"...."
comunemente:
per indicare un uso inconsueto di un termine, o per segnalare una presa di distanza
per gli inviati in Israele:
per indicare tutte le definizioni di fonte israeliana

INDICATIVO
comunemente:
modo verbale usato per riferire fatti certi e provati
per gli inviati in Israele:
modo verbale usato per riferire tutte le notizie di fonte palestinese

CONDIZIONALE
comunemente:
modo verbale usato per riferire notizie di cui si dubita
per gli inviati in Israele:
modo verbale usato per riferire tutte le notizie di fonte israeliana

CECCHINO
comunemente:
tiratore scelto che spara stando nascosto
per gli inviati in Israele:
tiratore scelto israeliano che sta appollaiato in cima a una gru

MARTIRE
comunemente:
persona che sacrifica la propria vita in nome di una fede religiosa (i martiri cristiani) o di un alto ideale civile (Jan Palach)
per gli inviati in Israele:
persona profumatamente pagata per assassinare il maggior numero possibile di ebrei

INCURSIONE

comunemente:
attacco di mezzi armati, soprattutto aerei, su territorio nemico; genericamente anche a scopo di furto o rapina
per gli inviati in Israele:
ogni azione di polizia condotta dall'esercito israeliano allo scopo di catturare terroristi e/o prevenire ulteriori azioni terroristiche su civili israeliani

RAPPRESAGLIA
comunemente:
risposta a un atto illecito del nemico, compiuta moltiplicando in misura variabile il numero delle vittime, scelte a caso fra la popolazione civile
per gli inviati in Israele:
distruzione di strutture terroristiche e arresto - eventuale uccisione in caso di resistenza armata - di terroristi

OPPOSITORI POLITICI
comunemente:
persone di opinione contrastante con la linea di governo
per Lamberto Dini:
terroristi assassini

RIFUGIATI POLITICI
comunemente:
persone perseguitate per reati di opinione e non macchiatesi di reati di sangue che cercano rifugio in un altro stato
per Paolo Cento:
terroristi assassini che Israele ha rinunciato a processare allo scopo di liberare una chiesa dai suddetti che vi si erano asserragliati

LUNGA E DIFFICILE ESPERIENZA
comunemente:
per esempio una gravissima e penosa malattia o la convivenza con un disabile
per Nemer Hammad:
l'irrompere armati in una chiesa e restarvi asserragliati per quasi un mese e mezzo tenendovi dei religiosi come ostaggi e derubandoli di tutto

Ed è (anche) con questa sistematica manipolazione del linguaggio – oltre che con tutti gli altri espedienti che da decenni ormai vediamo in atto e inutilmente continuiamo a denunciare - che si forma un’opinione pubblica ostile.

barbara

Aggiornamento: muffin suggerisce:
MILITANTE
comunemente: attivista, persona che si impegna attivamente per una causa politica, sociale, religiosa etc.
per gli inviati in Israele: persona che usa il terrore come metodo di lotta, uccidendo civili innocenti (pur di non dire "terrorista")

Aggiornamento 2: il grande Toni suggerisce:
INSEDIAMENTO
comunemente: agglomerato urbano abitato da ebrei-israeliani (gli ebrei non israeliani nell'area sono una razza estinta) in territori contesi
per gli inviati in Israele: qualsiasi posto su cui cade un razzo Kassam

Aggiornamento 3: il grande Toni suggerisce:
CARRIARMATI
comunemente:
carriarmati
per gli inviati in Israele: i carriarmati con la Stella di David

AEREI
vedi sopra (mentre nessuno si è mai sognato di dare connotazioni religiose ai fucili con Cristi e Madonne incisi sul calcio, con cui i maroniti libanesi andavano a compiere le loro stragi, ndb).

Aggiornamento 4: esperimento suggerisce:
IL MURO DELLA VERGOGNA
comunemente:
impossibile dare una definizione perché non esistono precedenti. Possiamo ipotizzare, se qualcuno dovesse decidere di inaugurare il filone, il muro che chiudeva gli ebrei nei ghetti o quelli delle ambasciate in Argentina durante la dittatura, che hanno impedito a migliaia di giovani di salvarsi la vita
per gli inviati in Israele: barriera costituita per circa il 5% da muro e per il restante 95% da rete metallica, atta ad impedire l’ingresso ai terroristi

Aggiornamento 5: silverlynx suggerisce:
SOLDATI DI [nome proprio]
comunemente: milizie armate facenti gli interessi di un "signore della guerra"
per inviati in Israele: soldati delle forze armate dello Stato di Israele ("i soldati di Sharon")




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29 aprile 2006

PARTIGIANI: STORIA VERSUS LEGGENDA

Ricevo da Massimo Longo Adorno, docente di storia presso l’Università di Messina, questo testo che contiene, con la competenza dello storico, alcune precisazioni su quanto scritto nei giorni scorsi da me e da altri.

La maggioranza delle formazioni partigiane combattenti nell’Italia centro-settentrionale apparteneva all’area monarchica (formazioni autonome); questi gruppi costituivano la maggioranza assoluta delle formazioni presenti in Piemonte (Beppe Fenoglio era un partigiano appartenente a queste formazioni), la regione a più alta densità di “formazioni resistenti”. Il ruolo svolto da organizzazioni come la “brigata Franchi” guidata da Edgardo Sogno, era assolutamente vitale dal punto di vista strategico, poiché era attraverso i partigiani monarchici della “Franchi”, che le armi paracadutate dall'USAF statunitense e dalla RAF britannica, venivano poi smistate a tutte le altre formazioni resistenziali, comunisti inclusi. A questo proposito si possono consultare i due volumi scritti da Edgardo Sogno:
1) “Guerra senza bandiera”, Il mulino, 1995
2) “La Franchi, storia di un’organizzazione partigiana”, Il mulino, 1996, nonché il volume curato dall'istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia, dal titolo “Le formazioni autonome nella guerra di liberazione”, Franco Angeli, 1995. Una testimonianza fondamentale della propria esperienza di combattente partigiano con le formazioni monarchiche è quella fornita da Augusto Segre in “Memorie di vita ebraica”, Bonacci, Roma, 1979.
Dopo i monarchici venivano per consistenza numerica e addestramento militare le formazioni di “Giustizia e Libertà” legate al partito d'azione, e dopo di esse le “brigate Garibaldi” che avevano il partito comunista come punto di riferimento. I Comunisti di conseguenza non hanno MAI svolto nessun ruolo esclusivo nell'ambito della lotta di liberazione. Dopo il referendum monarchia-repubblica del giugno 1946, i monarchici sparirono dalla scena politica italiana come fattore politico significante e significativo (fenomeni di folklore reducistico e nostalgico sono altra cosa dalla politica vera), la stessa cosa può dirsi per il partito d'azione, così per il PCI rimasto solo sulla scena politica fu molto facile occupare il “vuoto politico” che si era creato in virtù della nuova situazione, creando un diritto di “esclusiva” sul 25 aprile e sulla lotta di liberazione dal nazifascismo, vista come “cosa propria”, avulsa dal contesto politico- militare dell'epoca. Ad ogni modo senza La V armata statunitense e l'VIII armata britannica non ci sarebbe stata nessuna lotta di liberazione nel nostro paese, né essa si sarebbe conclusa in maniera positiva. A questo proposito deve essere rimarcato che mentre la presenza della “Brigata ebraica” nei combattimenti sul fronte italiano si limita allo sfondamento della linea gotica avvenuto nell'aprile 1945 in Romagna, la presenza di Ebrei dello Yishuv con l'uniforme britannica, inseriti nell'ambito di specifiche “compagnie ebraiche” all'interno della VIII armata è una costante che va dal Luglio 1943 (sbarco in Sicilia), sino all'Aprile 1945. Il generale Israel Tal (futuro ideatore del carro armato israeliano merkavà) fu il primo soldato in uniforme britannica a entrare nel mio paese natale Patti come sottufficiale di trasporto di una compagnia ebraica dell’VIII armata guidata dal generale Montgomery (cfr. Israel Tal “Talik speaking”, Tel Aviv, Am oved, 1995. Le compagnie ebraiche dell’VIII armata furono anche le prime unità ad entrare in Firenze, assicurando i primi rifornimenti idrici alla popolazione civile (cfr: Massimo Longo Adorno: “Gli ebrei fiorentini dall’emancipazione alla Shoah”, Giuntina 2003).

Ringrazio l’amico Massimo Longo Adorno per il significativo contributo che dovrebbe, mi auguro, spazzare via una volta per tutte le leggende a lungo sedimentate su questo cruciale momento della nostra storia.

barbara




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29 aprile 2006

AVVISO AI NAVIGANTI



A tutti in generale e a misterm in particolare. I miei amici lo sanno, i visitatori del mio blog no: io sono una bomba con la miccia infilata. Quando ci cade sopra un cerino, la miccia si accende e la bomba esplode. Il cerino probabilmente dirà: ma io non l’ho mica fatto apposta. O: ero solo sfuggito di mano. O anche: mi hanno spintonato. Oppure: e io cosa ne sapevo che lì c’era una bomba? O magari: e io cosa diavolo c’entro? Il problema è che la bomba, a tutte queste buone ragioni, è del tutto indifferente: se il cerino cade, lei esplode. E toccherà farsene una ragione.

barbara




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28 aprile 2006

CONDANNA POSTUMA

Uno dice “ultimo atto”, ma poi salta fuori qualcos’altro, come questo splendido articolo di Gian Antonio Stella (del mio amatissimo Gian Antonio Stella) e allora bisogna proprio postarlo. Perché magari non tutti quelli che passano di qui leggono il Corriere, e non si può correre il rischio che qualcuno se lo perda. E dunque, buona lettura.

«Mai più», «Noi siamo ebrei»: ma la condanna è sempre postuma

«Noi siamo ebrei!», urlò tre anni fa Fausto Bertinotti al congresso del suo partito, per mettere una toppa alla sciagurata scelta di Rifondazione di non abbandonare come i diessini o la Margherita l’indecente corteo «pacifista» con finti kamikaze stracarichi di finti candelotti. Ma aggiunse: «E anche neri, aborigeni, islamici, immigrati, omosessuali, lesbiche...». Al che i critici sbuffarono: vabbè, e pure lapponi, rugbysti, tornitori... Lo sapevano già, come sarebbe finita: parole. La prova provata di come un pezzo della sinistra, al di là delle frasi di circostanza (disciplinatamente versate anche ieri), non voglia fare i conti fino in fondo con il problema, è proprio nel modo in cui le reazioni di sdegno sono arrivate anche ieri solo «dopo» che il caso era esploso a livello nazionale ma anche internazionale. Basti rileggere le cronache di ieri mattina alla manifestazione di Milano.
Scriveva
Liberazione
, ignara della posizione cristallina presa da un patriarca della sinistra quale Pietro Ingrao, che «stupidi insulti esclusi» (per la cronaca: «puttana», «troia», «bastarda») Letizia Moratti «non poteva aspettarsi altro dopo aver invitato a sfilare senza bandiere di parte». Tutto normale. «Più antipatica e sconveniente la contestazione del presidio dei centri sociali in piazza San Babila alla Brigata Ebraica. Sfilano con le loro bandiere bianche e azzurre con la stella di David, che poi sarà adottata da Israele, il 25 aprile è anche loro». Peccato per i fischi agli ebrei, prosegue il quotidiano rifondarolo senza dar peso alle bandiere bruciate, perché il «presidio antagonista» era «andato bene e raccoglieva solidarietà per la libertà degli antifascisti ancora in carcere dopo gli incidenti dell’11 marzo per impedire la manifestazione della Fiamma Tricolore».
Traduzione: il pomeriggio in cui corso Buenos Aires venne messo a ferro e fuoco.
Quanto al
Manifesto
, il titolo (interno) era: «150 mila e due fischi». Incipit: «Chi se la merita una piazza così? Nessuno. Non quelli che sarebbero chiamati a rappresentarla. Non quelli che sono chiamati a raccontarla. E così va a finire che gli uni, e gli altri - ignorando 150 mila persone - perdono tempo e sprecano inchiostro sulla "contestazione" al ministro Letizia Moratti».
Liquidata questa, tre righe dopo era liquidato lo sfregio a Israele: «Naturalmente non può mancare la bandiera di Israele "bruciata" da non si sa bene quale gruppetto "al di fuori del corteo ufficiale"». Ma non basta: «E poi, tanto per seminare un po’ di sdegno, ecco la "contestazione" alla "Brigata Ebraica": passa in piazza San Babila, qualcuno grida "Intifada, Palestina libera, Stato d’Israele terrorista". Dopo aver citato le gesta di dieci/undici manifestanti, va dato conto degli altri 149.989».
Per dirla alla veneta:
pexo el tacòn che el buso
. Peggio il rattoppo dello strappo. Se è vero che i teppisti scatenati contro la Moratti, la Brigata Ebraica e la bandiera israeliana (fantastiche le virgolette a "bruciata") erano un’infima minoranza, fa infatti sorridere Francesco Rutelli quanto sentenzia: «Non tollereremo più gesti simili». Già sentita, grazie. È proprio questo, il punto.
Come scrisse un giorno Adriano Sofri, i «razzisti farabutti o ottusi» non mancano mai, in mezzo alla folla. Ma il pesce nuota solo dove trova acqua: c'è qualcuno disposto a sostenere che un bellicoso cartello bushista e sionista e filoamericano potrebbe sfilare più di due secondi in una manifestazione «rossa» senza esser bloccato, rimosso e stracciato? È qui, il problema: non i tre, dieci o venti «fascisti di sinistra», come li chiama l’ambasciatore israeliano, ma chi in questi anni non li ha isolati. Peggio: ha titillato la loro violenza (verbale, simbolica e peggio) limitandosi troppo spesso a buffetti di circostanza. Andò così coi finti kamikaze che sfilarono senza essere scaraventati fuori al corteo dell’aprile 2002. Andò così col video proiettato a un convegno di Rifondazione dove si sovrapponevano le immagini dei campi profughi palestinesi e dei lager di sterminio nazisti. Andò così quando alla Festa di Liberazione milanese il portavoce della comunità ebraica Yasha Reibman scoprì un muro tappezzato di «vignette impressionanti dove il soldato israeliano che solleva il palestinese con una ruspa o l’altro che posa un mattone sul muro hanno il naso adunco, l’aria malvagia e sono raffigurati secondo i più classici stereotipi antisemiti». Per non dire degli striscioni sugli ebrei «nazisti» o i cartelloni con Ariel Sharon dotato di baffetti hitleriani visti mille volte alle manifestazioni «pacifiste» di questi anni.
Dice oggi Fabrizio Cicchitto che a Milano c’erano martedì «gli indiretti eredi dell’antisemitismo e i repubblichini, una parte dei cui disvalori evidentemente sono trasmigrati al centrosinistra». Parole che in bocca a chi era alleato alle elezioni con Roberto Fiore («Hitler è stato uno statista che ha commesso dei crimini») e Adriano Tilgher («Il Führer era un uomo che lottò per il suo popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture») sono indecenti. Ma la storia di questi anni, che a un certo punto spinse il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni a una dura protesta («Ce ne ricorderemo al voto»), dice che la sinistra non ha avuto ancora il coraggio, come scrisse Sofri spiegando che «non possiamo confidare nell’Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele», di affrontare fino in fondo questa «terribile retrocessione».
Certo, Massimo Cacciari ha buone ragioni per sostenere che nel suo complesso «la sinistra è innocente, del tutto innocente di ogni antisemitismo» e ciò «va sempre rivendicato, contro ogni cialtroneria».
Così come è difficile dar torto a Rina Gagliardi quando sostiene, su
Liberazione
, che l’accusa di antisemitismo «usata con la pesantezza di una clava» è «un insulto intollerabile per chi è venuto al mondo dopo l’orrore della Shoah, ed è cresciuto nel rifiuto radicale del nazismo e del razzismo». Ma episodi come quello del 25 aprile, ultimo di una lunga serie, dicono che contro l’antisemitismo rosso non tutti hanno fatto abbastanza. E che quei teppisti milanesi si sarebbero sentiti un po’ più isolati se, ad esempio, Rifondazione non avesse candidato Francesco Caruso che solo poche settimane fa disse «meglio Hamas di Mastella». O no?

Parole sante. Speriamo che, oltre a noi, le legga anche qualcun altro.

barbara




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28 aprile 2006

RITIRO SUBITO?

Al referendum sul nucleare dell’87 non ho votato, perché mi trovavo in Somalia; se avessi votato, avrei optato per il mantenimento delle centrali nucleari. Per i seguenti motivi: i politici che stavano cavalcando la tigre della tragedia di Cernobil stavano facendo un gioco sporco unicamente per scopi elettorali; le scelte importanti non si possono compiere sull’onda di una reazione emotiva; proprio l’episodio di Cernobil aveva dimostrato che non basta non avere le centrali in casa per essere al sicuro, quindi privarci di una produzione propria di energia nucleare era, dal punto di vista della sicurezza, del tutto privo di senso. Come sappiamo, ha vinto il voto emotivo, e la via verso il nucleare in Italia è stata chiusa. I risultati li abbiamo sotto gli occhi: siamo circondati da Paesi che producono energia nucleare facendoci correre più o meno gli stessi rischi, in caso di incidenti, che se le centrali le avessimo noi; siamo costretti ad acquistare a carissimo prezzo dai nostri vicini quella stessa energia nucleare che abbiamo rinunciato a produrre; quando arriverà – e arriverà – il momento in cui saremo comunque costretti a riprendere la strada del nucleare, saremo indietro di almeno vent’anni, e ciò avrà un prezzo non indifferente, da tutti i punti di vista. Tutto ciò dimostra che prendere decisioni importanti sotto l’effetto di una reazione emotiva – soprattutto quando qualcuno la stava ansiosamente aspettando, questa reazione emotiva così come la tragedia che l’ha provocata, per i suoi loschi giochetti politici – può avere effetti nefasti. Con, nella situazione odierna, un’aggravante: il reattore di Cernobil non è esploso in odio a noi; il reattore di Cernobil non aveva programmato la nostra distruzione; scegliendo di rinunciare al nucleare ci siamo sonoramente dati la zappa sui piedi, ma non “l’abbiamo data vinta” al reattore di Cernobil: non altrettanto possiamo dire per Osama bin Laden, per il suo terrorismo, per i suoi programmi di distruzione del nostro mondo. Farebbe bene a pensarci chi chiede ritiro subito.

barbara




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27 aprile 2006

ANCORA NASSIRIYA



Nicola Ciardelli, 34 anni, capitano dell'185esimo Rao della brigata folgore a Nassiriya era ufficiale di collegamento del Pjoc (provincial joint operation center). Ciardelli era nato a Pisa l'11 settembre del 1972. Coniugato con Giovanna aveva un figlio di pochi mesi. Lascia i genitori Stefano e Antonella, e due sorelle Federica e Francesca.
Franco Lattanzio, maresciallo capo dei carabinieri, aveva 38 anni, era originario di Pacentro (Aquila). Era giunto in Iraq il 3 dicembre del 2005. Prima prestava servizio a Chieti. Celibe e senza genitori, il carabiniere lascia un fratello e una sorella residenti al paesino natale e un'altra sorella emigrata in Australia.
Carlo De Trizio, maresciallo capo dei carabinieri, era effettivo al Comando Provinciale di Roma - Nucleo Radiomobile. Aveva 27 anni, era nato a Bisceglie, in provincia di Bari. Si trovava in Iraq da soli 13 giorni, essendo giunto a Nassiriya il 14 aprile scorso.
Il militare romeno morto insieme a tre italiani nell'attacco subito a Nassiriya era il caporale Hancu Bogdan e aveva 28 anni, secondo quanto fa sapere il ministero della Difesa rumeno. Bogdan faceva parte della Polizia militare rumena formata da 100 uomini e ospitata a Camp Mittica.

barbara




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27 aprile 2006

25 APRILE ULTIMO ATTO

Per chiudere il discorso voglio postare due pezzi di due grandi artisti.

partigiANI

25 Aprile: con una mano sul cuore ho ringraziato i liberatori delle patrie sponde dal giogo nazi-fascista.
"I partigiani?".
NO.
I "veri" liberatori: americani, inglesi e truppe di tante altre nazioni, che scardinarono la potenza bellica della Germania.
Io vi onoro, giovani ragazzi che lasciaste ossa su terra non vostra.
Voi, il mio passato che moriste in quel presente, regalando a noi il vostro futuro!
Dalla porta sfondata entrò il "servizio scopa", a togliere insignificanti "pilucchi", lasciati da chi fece...le polveri, la "vera" pulizia di fino !
Come dire: il cacciatore uccide la preda, il turista viene immortalato, nella fotografia, accanto al trofeo.
Con profondo rispetto mi levo tanto di cappello per i partigiani della prima ora; in finale, tutti lo erano, a confermare che la sconfitta rimane sempre orfana.
Pattume umano, tanti si riciclarono: padri, educatori e insegnanti di tanti politici d’oggi, abili nell’abbandonare navi che affondano e saltare sul carro del vincitore!
Ebbene: "quei" padri, portarono alla lavandaia politica camicia e sangue nero trasfondendone, in vene di nuova prole di "fascisti rossi", il genoma.
Letizia Moratti spingeva la carrozzella di suo padre, deportato nei campi di sterminio nazisti: bersaglio di feroci insulti, sono stati costretti a lasciare il corteo.
IL 25 Aprile è coperto da "brevetto": anche tra i partigiani, come per le squadre di calcio, ci sono quelli di serie A e i "dilettati", come per il papà della Letizia!
Ancora una volta, i "rossofasci", camaleontici eredi di progenitori "nerostinti", rifatti e ricucita la verginità, si dicono i soli, i veri eredi partigiANI !
I loro cloni intanto, i "nazirossi", altrimenti chiamati "autonomi", appena avvistate le bandiere d’Israele, gridavano "Intifada, Palestina libera, Palestina rossa, stato d’Israele, stato TERRORISTA".
Al passaggio della brigata ebraica, latrarono un "Sionisti, assassini".
Bandiere israeliane sono state bruciate e calpestate; sono stati lanciati slogan in lingua araba e portata una bara, coperta da un drappo nero, con la scritta: "Questo il volto che l'occupazione fascista Usa".
Peccato non si possano riesumare e trasportare tutte le bare dei ragazzi americani, inglesi, francesi, polacchi e quant’altro, morti per permettere a questi pirla di grugnire!
I "rossofasci", i "nerostinti" e i "nazirossi" sono emuli d'altri partigiANI.
La bella crapa ogivale coperta da un aderente cappuccio che, s’indovina, gli è stato disegnato direttamente sulla cocuzza, dal celebre stilista...Hatu.
Bisogna ammetterlo: il contenitore evidenzia il contenuto, sottolineando la maestosità del prepuzio "cranioconico".
Sembra proprio un bel santino con quel bel faccione da mistico, spicchio prediletto di una trinità: Ayman Al Zawahiri a destra, lui, Abu Musab al Zarqawi alla…sinistra, gioielli "appesi", come bandiera sull’asta, "sotto" Bin Laden.
Sono i partigiANI che "resistono" dovunque, dall’Afghanistan all’Iraq.
Resistono decapitando, sgozzando, squarciando e dilaniando il ventre e i corpi di bambini, donne e civili inermi.
"Bin Laden non c’entra, una scusa per fare la guerra all’Islam [...] anche l’Italia ha avuto i Partigiani nell’ultima guerra!".
Seguono amenità sulle virtù terapeutiche di infibulazione, lapidazione e taglio delle mani.
Scuola media Bertazzolo, in quel di Mantova...in pratica, casa e cosa nostra.
L’illuminato? Hammadi Ben Mansur, tunisino di 45 anni che da 16 "vive tra noi".
Era stato invitato a tenere una conferenza: doveva SOLO spiegare cosa è il mondo islamico.
Appeso per i piedi, con il fuoco sotto, alfine urlava: "Sono stato frainteso...forse mi sono espresso male, mi scuso!".
Ah, dimenticavo: i "resistenti" hanno fatto "brillare" 18 pericolosissimi turisti - a Dahab, in Egitto - che stavano per commettere un attentato contro l’Islam, brandendo micidiali...assi da Surf.
Valorosi partigiANI hanno impedito questo, immolandosi.
Allah Abkar: Dio è grande !
Giuseppe Fontana


Il 3 dicembre del ‘39

Il tre dicembre del trentanove a stare al mondo volli provar:
mio padre uomo ligio al partito nome Benito mi volle dar.
Mia madre, santa donna di Dio, aggiunse un Pio per contentar
uno zio prete che per commosso ringraziamento mi battezzò...

Appena giunto su questa terra ci fu la guerra e il genitor
che fu dei primi ad andar via dall'Albania mai più tornò:
mia madre allora cercò lo zio per dirgli "Pio, che mangerà?"
Egli rispose di aver pazienza; "La Provvidenza, vi aiuterà..."

La provvidenza ci ha poi aiutati con i soldati della Wermacht,
poi dopo l'8 seguii gli eventi, e fui parente dello zio Sam:
mia madre, donna di gran pietà, cercò in politica verginità...
sulla sua porta ci scrisse "Mary", scordai la lupa, mi chiamai Jack...

Quarantacinque, finì la guerra, ma in questa terra pace non c'è,
il parabellum fanno cantare per festeggiare la libertà:
mia madre allora che fiutò l'aria fu proletaria e si sposò
un pezzo grosso del C.L.N. e io divenni "Benski-Stalin"...

I giorni passano, i tempi cambiano, i fronti cadono, la piazza calmasi,
restaurazione, televisione, boom economico, seicento Fiat...
Mia madre, donna di grande amore, sentì nel cuore l'error di un dì:
fu clericale, democristiana, e nella lana fede trovò...

Ora ho una fabbrica, solo un affanno: un miliardo all'anno appena mi dà!
Io son per la D.C., ma di sinistra e socialista diventerò...
Mia madre donna ormai d'età morì in odore di santità...
Io chiesa, nobili e terzo stato sempre ho fregato solo per me...

Francesco Guccini

Poiché entrambi i pezzi contengono sacrosante verità, mi è piaciuto accostarli e con questo, per quest’anno, passo e chiudo.

barbara




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26 aprile 2006

RIFLESSIONE

Ho lasciato passare un po’ di tempo, sia perché non ero qui quando è accaduto, sia perché, prima di affrontarlo, avevo bisogno di lasciarlo decantare. Ma adesso bisogna proprio che ne parli. Mi riferisco all’episodio degli studenti che si sono dati a fotografare coi cellulari la donna caduta dal balcone e morta infilzata sulle lance di un cancello. Un solo aggettivo mi viene in mente: incomprensibile. Abbiamo parlato, in un post precedente, del cinismo – vero o solo ostentato – di medici e infermiere, di volontari veri o sedicenti, che devono in qualche modo difendersi dalla sofferenza e dalla morte che li circondano, che devono prendere le distanze dall’emotività che potrebbe bloccarli nell’esecuzione del loro lavoro. Possiamo disapprovare ma non possiamo, almeno in certi casi, non comprendere. Ma che dire del cinismo di questi ragazzi che di fronte a una morte tanto orribile non trovano di meglio che portarsi via la foto ricordo? Che dire di tanta insensibilità? Che dire di un così agghiacciante disprezzo per la vita e per il dolore? Davvero, non trovo risposte.

barbara




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26 aprile 2006

FIORI ROSA FIORI DI PESCO



E di melo. E di ciliegio. E di albicocco. E cespugli di ginestra. E quei cespugli di rovi di cui non conosco il nome che quando fioriscono diventano una palla di fuoco. E il profumo intenso dei fiori di lillà e di quelli di tiglio, che mi inebriano nelle mie passeggiate notturne. Ecco, queste sono le cose in grado di cambiarmi la vita.

barbara




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25 aprile 2006

25 APRILE – YOM HA-SHOAH

Quest’anno le due date coincidono, e io voglio ricordare coloro che la liberazione non sono arrivati a vederla. Posto, per tutti loro, questi versi di Egidio Meneghetti, all’epoca detenuto nel Lager di Bolzano.



MISSA E OTO

... Stanòte s'è zmorsàda l'ebreéta
come 'na candeléta
de seriòla
consumà.

Stanòte Missa e Oto *
ià butà
nela cassa
du grandi oci in sogno
e quatro pòri osséti
scònti
da pèle fiàpa ...

*************************

L'è Pasqua. De matìna.
Nel bloco dele cèle taze tuti.
Imobili. De piéra.
E nela cèla néra
taze el pianto de Bortolo Pissuti. **

... un furlàn magro, biondo
co' 'na bochéta da butìna
l'avéa tentà de scapàr via
e l’è finido nela cèla nera.

Tri giorni l'à implorado
Missa e Oto,

tri giorni l'à sigà
no vòi morir
.........

* Missa è "Misha", Michail Seifert; Otto non è stato identificato. Prima di essere uccisa la ragazza era stata stuprata dai due per tre giorni consecutivi
** il ragazzo aveva diciotto anni. Era stato sventrato e poi lasciato morire

Un pensiero particolare, in questa ricorrenza, lo voglio dedicare a tutti coloro che amano immensamente celebrare la Shoah: lo amano talmente tanto da impiegare tutte le proprie energie nel sostenere incondizionatamente chi sta cercando di fare in modo che se ne possano, in futuro, celebrare due.
E infine un immenso grazie a chi ha generosamente sacrificato la propria vita per toglierci dall’inferno che avevamo fabbricato con le nostre mani – ma forse, chissà, era solo per fregarci il petrolio.



barbara

Aggiornamento: ed ecco qui qualcun altro che, in altro tempo, in altro modo, non ha potuto veder arrivare la liberazione.




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24 aprile 2006

24 APRILE 1915

La notte del 24 aprile di 91 anni fa iniziava il primo genocidio programmato della storia: quello degli armeni. Per commemorarlo ripropongo una mia recensione del libro “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan, Rizzoli.
«"L'olocausto armeno fu dimenticato o ignorato. Se non fosse stato ignorato, forse non sarebbe venuta Auschwitz" (Si dice che Hitler, quando stava preparando la "soluzione finale", rimproverasse un generale riluttante con queste parole: "Chi si rammenta, oggi, di ciò che è toccato agli armeni?")». Queste frasi di Amos Elon, contenute nel suo libro "Gerusalemme città di specchi" bene illustrano il doppio dramma dello sterminio degli armeni: la tragedia di un milione di esseri umani, donne vecchi bambini sterminati, in parte trucidati uno per uno, in parte deportati nel deserto e lì lasciati morire di fame e di sete, e la prontezza con cui il mondo intero ha prima girato la testa per non vedere e poi immediatamente rimosso l'avvenuto, aprendo così la porta ad un nuovo e ancora più vasto genocidio. Di questo primo genocidio pianificato ci narra ora, attraverso la storia della propria famiglia, Antonia Arslan, bellissima e coltissima signora padovana, giunta all'esistenza solo perché il nonno paterno, spirito ribelle e insofferente, oltre che poco amante della ruvida matrigna, a tredici anni decise di lasciare la natia Anatolia e recarsi in Italia.
Ne abbiamo lette a centinaia, di storie di sopravvissuti, centinaia di tragedie, di montagne di sofferenza, fisica e morale, ma tutto questo non è riuscito a farci "fare il callo", tutto questo non ci impedisce di sentirci strozzare la gola e strizzare le budella nel leggere: "Guardano lo spettacolo miserabile delle donne che avanzano, strascicando i piedi, nudi nella polvere che è dappertutto, con i volti reclinati verso terra e le spalle curve. Guardano i bambini scheletrici che fissano anche loro la strada, e improvvisamente capiscono che quelle poche creature cenciose che cercano per terra un cibo inesistente sono tutto ciò che rimane delle migliaia che sono partite un mese prima dalla città, sui grandi carri"; o "Araxy s'inginocchiò davanti al piatto ricolmo, e pianse": e di colpo noi, che mai abbiamo saputo che cosa sia la fame vera, ne abbiamo una percezione cruda, che ci chiude lo stomaco. Da leggere, per conoscere qualcosa in più di una storia che troppo pochi conoscono e che uno stato ancora nega.»

barbara




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23 aprile 2006

UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

Intervista con David Bedein (seconda parte)

D:
Come viene finanziata la UPMRC?
R: Riceve 300.000 dollari ogni anno dagli Stati Uniti per le pubbliche relazioni. E la Mezzaluna Rossa Palestinese del Dr. Arafat riceve 215.000 dollari l'anno come aiuti dagli Stati Uniti. Entrambe le agenzie sono sulla lista delle 59 organizzazioni non governative palestinesi che hanno ricevuto 100 milioni in aiuti dagli Stati Uniti fin dal 1997.

D:
Ritieni che le Nazioni Unite abbiano un ruolo nel promuovere le Pubbliche Relazioni palestinesi?
R: Certamente. L'UNRWA ha un dipartimento per le relazioni con i media e un bollettino di notizie chiamato "Servizi televisivi dell'UNRWA", entrambi con sede al campo profughi di Ain el-Helweh in Libano. L'UNRWA coopera con i servizi giornalistici dell'OLP e l'azienda televisiva palestinese PBC per fornire agli inviati stranieri informazioni e servizi giornalistici. Gli argomenti che tratta vertono prevalentemente sulle sofferenze dei profughi ospitati nei campi "in attesa di tornare in Patria", e questa Patria - secondo i loro testi - non sono i territori occupati da Israele nel 1967, ma anche tutte le terre annesse dopo la guerra di indipendenza del 1948.
Lo scopo delle Nazioni Unite è quello di presentare gli arabi palestinesi come vittime. Nella pubblicazione "Testimoni della storia: il problema dei rifugiati palestinesi", una fra le diverse pubblicazioni distribuite dall'UNRWA e pubblicate da MIFTAH, l'agenzia giornalistica palestinese, guidata dalla famosa portavoce palestinese Hanan Ashrawi e commissionata dal Governo Canadese, le Nazioni Unite sostengono, a pagina 13, che "tutti i rifugiati e i loro discendenti hanno diritto a un risarcimento e al rimpatrio alle loro case natie e alla loro terra ."

D:
Quali sono le principali differenze fra palestinesi e israeliani nelle loro relazioni con i media?
R: I disciplinati portavoce professionisti palestinesi di solito si presentano come una banda di dilettanti romantici. Incontrano i corrispondenti occidentali in modesti alberghi di Gerusalemme o Ramallah o sullo sfondo di un campo profughi. Questa tattica ha avuto un gran successo nel rafforzare l'immagine della loro parte come sfortunati cani bastonati. Un'intervista con un palestinese in una stradina con i copertoni che bruciano e le pallottole che fischiano sopra le teste colpisce l'immaginazione del direttore che la mette in una posizione di risalto per l'effetto che fa, il dramma umano che rivela.
Invece, quando i corrispondenti stranieri incontrano i rappresentanti israeliani, in genere vengono accolti da raffinati portavoce governativi in alberghi di lusso, negli uffici moderni di agenzie giornalistiche professionali. I portavoce israeliani lavorano sulla base di tre assiomi: prima di tutto che pubbliche relazioni formali e professionali siano di per sé persuasive; in secondo luogo che una spiegazione esaustiva della storia del conflitto sia un'arma migliore delle semplici parole nel convincere l'opinione pubblica della bontà della loro causa; e in terzo luogo che la correttezza della loro azione e della loro causa sia di per sé evidente per qualsiasi essere umano razionale e senza preconcetti. Su queste basi, il Ministro degli Esteri Shimon Peres una volta disse: "Le buone politiche sono le migliori pubbliche relazioni; parlano da sole". Sfortunatamente Peres sbagliava. Una bugia può essere molto più potente della verità, se riesci a venderla abbastanza bene da far sì che le persone ci credano.
Un altro problema delle Pubbliche Relazioni israeliane è che sono coordinate in modo infelice e talvolta contraddittorio. Le notizie provengono da almeno quattro uffici diversi - l'IDF, il Ministero degli Esteri, l'ufficio del Primo Ministro e il Ministero della Difesa - e ogni volta con un messaggio differente. Il 28 ottobre del 2001, per esempio, il Ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres ha rilasciato parecchie interviste, in Israele e all'estero, in cui diceva che Arafat non era responsabile per l'ondata di attacchi terroristici, e per sostenere questo, faceva notare che l'Autorità Palestinese aveva appena arrestato diversi terroristi di Hamas. Lo stesso giorno però i servizi di intelligence delle forze armate si sono incontrati con più di 100 giornalisti per presentare le prove del coinvolgimento di Arafat e della sua organizzazione Fatah nelle attività terroristiche di Hamas. Nello spiegare come i gruppi terroristici di Hamas fossero addestrati e operassero all'interno dei servizi di sicurezza palestinesi, un portavoce militare israeliano ha fornito ai media la documentazione che prova come Hamas operi completamente come una struttura ufficiale delle forze di sicurezza palestinesi a Gaza; egli ha anche sottolineato come quella mattina stessa due terroristi di Hamas ricercati, che lavoravano per i servizi di sicurezza palestinesi, avessero ucciso quattro donne e ferito cinquanta civili alla stazione degli autobus di Hadera.
Rispetto a questa apparente contraddittorietà dei messaggi che provengono da Israele, i portavoce dell'autocratica Autorità Palestinese sottostanno alla disciplina di partito che semplicemente prevede di recitare la litania standard dell'"oppressione", dell'"occupazione, degli "abusi dei diritti umani", del "razzismo" ecc.

D:
Secondo te perché negli ultimi anni il Governo Israeliano ha avuto una tale difficoltà a far presente il suo punto di vista presso la stampa occidentale?
R: Penso che Israele abbia commesso un grosso sbaglio nel 1986, quando il Ministro degli Esteri Shimon Peres e il suo vice, il Dr. Yossi Beilin, cambiarono il modo in cui il Governo si relazionava con l'OLP. Chiesero al Ministro degli Esteri di smettere di diffondere l'accordo costitutivo dell'OLP, che chiede la distruzione dello stato di Israele, e che non è mai stato abrogato (qui a lato potete trovare il link della Costituzione di al-Fatah, che contiene tuttora tutti gli articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile – ndb). Chiesero anche che il Ministero smettesse di definire l'OLP come un nemico. In innumerevoli conferenze tenute dal Ministero nei tardi anni '80, sia Peres, sia Beilin spiegarono che era giunto il tempo di archiviare la lotta con l'OLP. Nel 1986 il cambiamento di politica di Peres/Beilin preparò la strada per il riconoscimento di due anni dopo dell'OLP da parte degli Stati Uniti.
Il Governo Israeliano ha anche concesso ai palestinesi parecchi bonus durante i sette anni del processo di Oslo, fra il 1993 e il 2000, sottovalutando gli attacchi terroristici e i messaggi ambigui della leadership palestinese, che presentava messaggi di pace in inglese e di guerra in arabo. Per impedire che il processo di pace di Oslo collassasse, sia i leader israeliani, sia quelli degli Stati Uniti decisero nel 1993 di ignorare le giornaliere richieste della televisione e radio palestinese di rinnovare la guerra contro Israele. Invece nel 1995, quando l'Istituto per l'Educazione alla Pace Srl, aiutato anche dalla nostra agenzia, pubblicò video di discorsi di Arafat in cui promuoveva la jihad (la guerra santa), allora il Primo Ministro israeliano Yitzak Rabin e il Ministro degli Esteri Shimon Peres, chiesero alla TV israeliana di non trasmettere i discorsi di Arafat in arabo. Nel settembre del 1995 Peres arrivò a chiedere al rappresentante Bill Gilman, presidente del Comitato della Casa Bianca per le relazioni internazionali, di non tenere un'udienza speciale in cui sarebbero stati trasmessi questi video dei discorsi di Arafat. Il Comitato della Casa Bianca però ignorò questa richiesta.
La politica del "non dire" è continuata durante l'amministrazione Netanyahu dal 1996 al 1999. Mentre l'ufficio di Netanyahu stilava rapporti settimanali per i membri del Likud sulle istigazioni alla guerra dell'Autorità Palestinese, un suo importante funzionario mi confermò che i rapporti venivano deliberatamente taciuti al Ministero degli Esteri e ai media israeliani. Nell'ottobre del 1998, durante la Conferenza di Wye, chiesi all' ambasciata israeliana perché non distribuissero questo materiale. Mi dissero: "Il Governo Israeliano ridimensiona la realtà dell'Autorità Palestinese di Arafat per non irritare il Governo Americano". Il Governo Barak, che assunse il potere nel maggio del 1999, arrivò al punto di eliminare zitto zitto la clausola dell'accordo di Oslo che chiedeva all'Autorità Palestinese di cessare le istigazioni contro Israele.
D:
Quali sono le differenze fra israeliani e palestinesi nel modo in cui trattano i giornalisti stranieri?
R: L'esercito israeliano spesso dichiara alcune zone off limits ai giornalisti, cosa che equivale a far roteare un drappo rosso davanti a un toro. La prima cosa che un giornalista pensa è che Israele stia cercando di nascondere qualcosa. Un giornalista straniero, che mi ha chiesto di restare anonimo, mi disse che Israele aveva fatto un "terribile errore" quando "l'IDF ha chiuso tutta la West Bank ai giornalisti durante l'Operazione Scudo Difensivo e ha lasciato la zona aperta alle dicerie diffuse abilmente dai portavoce palestinesi. Non avevamo modo di controllare queste voci e molti di noi dovevano basarsi sul sentito dire per scrivere i propri articoli. Ovviamente quando le televisioni trasmettono i portavoce palestinesi in diretta che fanno le loro accuse, a quel punto noi dobbiamo adeguarci".
Invece l'Autorità Palestinese raramente si mette in contrasto con la stampa straniera. Una rara eccezione avvenne nell'ottobre del 2000, quando due soldati israeliani vennero linciati alla stazione di polizia di Ramallah. La scena truculenta fu filmata da una troupe della televisione italiana e spedita all'estero senza essere passata attraverso la censura dell'Autorità Palestinese, la quale poi pretese una scusa e una promessa che non sarebbe mai più accaduto, pena la perdita del permesso di coprire i territori palestinesi. Gli italiani fecero mea culpa e promisero che non avrebbero mai più messo in imbarazzo i loro ospiti. Noi chiedemmo ai nostri inviati di volare a Roma e intervistare qualche membro della troupe, i quali ci raccontarono - e registrammo queste dichiarazioni - come fossero stati costretti da agenti palestinesi a scrivere una lettera di scuse.

D:
Quali consigli darebbe al Governo Israeliano per migliorare la sua immagine nei media occidentali?
R: Invece di vietare ai giornalisti le "zone militari chiuse", l'IDF e il Governo Israeliano dovrebbero facilitare la copertura giornalistica di ogni evento, non importa quanto delicato o pericoloso. Impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro, in qualche raro caso perfino sparare nella loro direzione, ha scarso effetto nel farsi amici i media.
Penso che il modo migliore con cui Israele può migliorare le proprie relazioni pubbliche sia migliorare le proprie relazioni umane. C'è anche un dato positivo da registrare, Israele ha finalmente cominciato a fornire ai corrispondenti informazioni di background più concise e utili, kit, cd-rom e schede sui nemici di Israele. Però Israele, piuttosto che fornire ai giornalisti i mezzi per raggiungere la zona dov'è avvenuto un attacco, preferisce ancora tenerli lontano. In breve Israele deve trattare i giornalisti con meno sospetto e più rispetto.

D:
Ritieni che molti giornalisti occidentali abbiano un pregiudizio anti-israeliano o che siano altri i fattori che favoriscono il punto di vista palestinese?
R: Concordo con la valutazione del Dr. Mike Cohen, un analista della comunicazione strategica che vive a Gerusalemme e che è un ufficiale della riserva dell'IDF. Egli dice che la maggior parte dei giornalisti non sono intrinsecamente anti-israeliani, antisemiti o pro-palestinesi. Essi però vengono facilmente persuasi dalla manipolazione palestinese, che gioca sulla mancanza di conoscenze dei giornalisti e dei direttori, combinata alla mancanza di tempo e di desiderio di approfondire i fatti. Un altro fattore è la paura di perdere accesso alle fonti e al sostegno logistico palestinesi, nel caso in cui le storie che i giornalisti raccontano venissero ritenute ostili ai palestinesi. Inoltre, i giornalisti non palestinesi vengono deliberatamente intralciati e intimiditi quando cercano di raccontare cose che possono imbarazzare l'Autorità Palestinese. So di parecchi giornalisti stranieri che hanno scritto di casi di istigazione all'odio da parte palestinese e ai quali da allora sono state vietate le informazioni palestinesi.

D:
Ci sono voci di dissenso fra i giornalisti palestinesi?
R: Si sentono raramente voci di dissenso fra i palestinesi perché chiunque critichi pubblicamente l'Autorità Palestinese può essere arrestato e perfino giustiziato. Ai giornalisti stranieri viene detto che la persona in questione era un "collaborazionista" e i giornalisti diligentemente riportano la notizia in questi termini. Un caso esemplare: all'inizio di marzo del 2002 la BBC ha riferito la notizia dell'esecuzione di due palestinesi accusati dall'Autorità Palestinese di collaborazionismo. Quando la troupe della BBC ha incontrato le famiglie delle due vittime, hanno scoperto che entrambi gli assassinati avevano un passato di oppositori dell'Autorità Palestinese e che entrambi avevano criticato apertamente Arafat. I corrispondenti della BBC mi dissero che erano dissidenti, non collaborazionisti, ma anche che la redazione esteri della BBC decise di non trasmettere il servizio.

D:
In ultima analisi, quanto è importante il fattore delle Pubbliche Relazioni nel conflitto israelo-palestinese?
R: È cruciale. Finché i giornalisti occidentali dipingeranno l'Autorità palestinese come una paladina dei diritti umani e Israele come un brutale occupante, i fondi per lo sviluppo degli Stati Uniti e dell'Unione Europea continueranno a finire nelle tasche di Arafat con scarse proteste pubbliche su come questi soldi vengano usati per sovvenzionare l'Intifada, compresi gli attentatori suicidi, come provato dai documenti presi nell'ufficio di Arafat durante l'Operazione Scudo Difensivo. Finché i professionisti delle Pubbliche Relazioni palestinesi continueranno a dettare le linee guida ai media, gli israeliani continueranno sempre ad essere dipinti come i cattivi e i palestinesi come le vittime. È tempo di cambiare il copione. (Reform judaism online - trad. Valentina Piattelli per amici di Israele, 16.09.02)


barbara




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22 aprile 2006

UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

Intervista con David Bedein (prima parte)

David Bedein ha diretto l'Israel Resource News Agency, con sede a Gerusalemme e che dal 1987 fornisce servizi di agenzia alla stampa estera. Ha anche lavorato su progetti speciali per la BBC, CNN Radio, il "Los Angeles Times", e il settimanale di informazione israeliano "Makor Rishon". È stato intervistato da Aron Hirt-Manheimer direttore di RJ.

D:
Sei d'accordo con chi dice che "i palestinesi hanno fatto un lavoro migliore degli israeliani sul fronte delle Pubbliche Relazioni"?
R: Sì. Negli ultimi 20 anni i palestinesi sono stati più bravi degli israeliani nel predisporre l'immagine del conflitto per i media internazionali. Il punto di svolta è stato durante la guerra in Libano, quando i palestinesi hanno iniziato una campagna di propaganda per proporre se stessi come i difensori dei diritti umani e gli israeliani come i violatori dei diritti umani. Allo stesso tempo il fratello di Yasser Arafat, Dr. Fatchi Arafat, ha sfruttato la sua posizione di direttore della Mezzaluna Rossa Palestinese per fornire dati sulle vittime enormemente gonfiati. Il 10 giugno del 1982, per esempio, il Dr. Arafat ha emanato una dichiarazione in cui affermava che "10.000 palestinesi sono morti e 600.000 hanno perso le loro case solo nei primi giorni della guerra", una menzogna architettata per dipingere i palestinesi come vittime di un'aggressione genocida in Libano. In realtà la popolazione totale della zona di guerra era composta da meno di 300.000 persone. Ciononostante la Croce Rossa Internazionale e il Comitato di Azione in Medioriente dell'American Friends Service Committee hanno diffuso queste cifre dei 10.000 e 600.000 a tutte le agenzie e i media del mondo e la maggior parte dei network americani hanno ripreso la storia. Jessica Savitch della NBC scrisse "Adesso si stima che i 600.000 rifugiati del Libano meridionale siano privi di cibo e medicine sufficienti".
I giornalisti professionisti palestinesi non si fanno scrupoli ad imbrogliare i media per un vantaggio politico. Nel loro tentativo di convincere il mondo che l'IDF [le forze armate israeliane. N.d.T.] ha massacrato centinaia di civili nel campo profughi di Jenin durante l'Operazione Scudo Difensivo, hanno usato carcasse animali per riempire l'aria dell'odore nauseabondo di carne putrescente dove era probabile che venissero in visita giornalisti e funzionari delle Nazioni Unite. L'IDF ha filmato questo trucco, così come ha filmato un funerale durante il quale il "corpo" è saltato giù dalla bara ed è scappato via quando un aereo di sorveglianza israeliano si è avvicinato al corteo funebre.

D:
Stai forse dicendo che una tattica del genere è controproducente?
R: No, tutt'altro. Queste figuracce sono eccezioni. I palestinesi hanno un'esperienza eccezionale nel manipolare le immagini che appaiono nei media internazionali. Hanno ricevuto un bonus propagandistico enorme all'inizio della seconda Intifada quando una troupe palestinese che lavorava per la televisione francese ha filmato l'uccisione dell'undicenne Mohammed al-Dura mentre il padre cercava invano di proteggerlo durante uno scontro armato a un incrocio di Gaza. Il video, montato in modo da mostrare l'IDF come crudele e spietato, commentava perfettamente il resoconto palestinese dei fatti. Il Governo Israeliano è caduto nella trappola, emanando le sue scuse prima di aver indagato sui fatti. Mohammed al-Dura, il "ragazzo poster" della Seconda Intifada passerà alla storia come un martire del popolo palestinese, eppure la versione palestinese della morte di Mohammed al-Dura è una menzogna, un'invenzione dei professionisti delle Pubbliche Relazioni palestinesi. Un'indagine scrupolosa dell'IDF, emanata tre settimane dopo il caso e confermata da una troupe tedesca, ha dimostrato che le pallottole che hanno colpito il ragazzo provenivano dai palestinesi che avevano attaccato il posto di guardia israeliano (documentazione di questo e altri episodi nel video “così si disinforma”, link a lato – ndb). Ma il mondo è "stato testimone" dell'uccisione di al-Dura, come descritta dai media: un'atrocità commessa dalle truppe israeliane. Il danno non può più essere rimediato. È impossibile rimettere il dentifricio nel tubetto.

D:
Quando sono entrati in scena questi professionisti delle Pubbliche Relazioni palestinesi?
R: Nel marzo del 1984, Ramonda Tawill, una professionista dell'informazione (divenuta suocera di Arafat quattro anni dopo) ha aiutato l'OLP a istituire l'agenzia di Servizi Stampa Palestinesi (PPS) per fornire assistenza agli inviati e realizzare seminari e corsi in relazioni mediatiche. La PPS si è quindi unita al Centro di Informazioni sui Diritti Umani Palestinese (PHRIC) nello sforzo di cambiare l'immagine dell'OLP da quella di movimento di liberazione stile anni '60 ad organizzazione che combatte per proteggere le vittime degli abusi dei diritti umani israeliani. I seminari del PHRIC istruivano gli "studenti" a deviare ogni intervista verso gli stessi temi - l'occupazione israeliana, gli insediamenti illegali, gli abusi dei diritti umani e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Quale che fosse la domanda, questi temi andavano ripetuti in continuazione. Lo so per esperienza, perché la nostra agenzia aveva deciso che ogni nuovo giornalista dovesse seguire i corsi della Tawill.
Una delle sue grandi "realizzazioni" avvenne nel maggio del 1985, dopo che Israele rilasciò più di mille terroristi in cambio di sette soldati israeliani. Per sviare i media dai crimini commessi da queste persone, la Tawill allenò questi terroristi liberati a dire di essere stati torturati nelle prigioni israeliane per il loro "attivismo politico" e per "l'appoggio al nazionalismo palestinese". Ho saputo di questa tattica da diversi studenti della Tawill in un corso di giornalismo che ho seguito nel maggio del 1986. Mi hanno spiegato che monopolizzando il tempo del reporter con storie di tortura, i giornalisti dovevano inevitabilmente terminare l' intervista prima di avere il tempo di chiedere ai terroristi il motivo del loro arresto e condanna. A quel tempo, i servizi israeliani non permettevano ai giornalisti di esaminare gli archivi carcerari dei condannati per motivi di sicurezza, così i crimini di questi terroristi sono stati praticamente ignorati nei resoconti giornalistici.

D:
Il PHRIC era realmente ritenuto un'organizzazione per i diritti umani credibile?
R: Assolutamente sì. A metà del 1989 le organizzazioni internazionali per i diritti umani riproducevano di routine le informazioni sviluppate dal PHRIC, la cui sicurezza finanziaria era fornita dalla Fondazione Ford, e che aveva fondato uffici a Chicago e Washington. Rivolgendosi ai giornalisti a Gerusalemme nel novembre del 1989, il portavoce di Amnesty International Richard Reoch ha ammesso che la sua organizzazione considerava l'OLP, che lavora con il PHRIC, come una fonte oggettiva di informazioni "dal momento che l'OLP non è un organismo governativo". Il portavoce dell'ambasciatore mi ha detto nel febbraio del 1989 che il PHRIC aveva credenziali informative "impeccabili".

D:
Come vengono formati oggi i professionisti palestinesi delle P.R., e chi li finanzia?
R: La Società Accademica Palestinese per lo Studio degli Affari Internazionali (PASSIA) svolge corsi e ha prodotto più di 30 manuali "Come si fa" su argomenti quali le pubbliche relazioni, le relazioni con i media, la raccolta fondi, la comunicazione, la lobby e i discorsi in pubblico. PASSIA istruisce gli accademici palestinesi che poi insegnano all'estero come promuovere la loro causa nei campus universitari; inoltre ai palestinesi negli Stati Uniti viene insegnato come scovare la circoscrizione araba in ogni collegio del Congresso e come fare lobby sui membri del Congresso per ottenere sostegno politico ed economico per la causa palestinese. E chi finanzia la PASSIA? L'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), un programma del Dipartimento di Stato, che garantisce più di un milione di dollari ogni anno a PASSIA e ad altre diciotto imprese palestinesi per le relazioni con i media. È stato soltanto a marzo che i membri del Congresso sono divenuti consapevoli di questi aiuti, dopo che un funzionario del Comitato degli Stati Uniti per le Relazioni Internazionali aveva scoperto che USAID stava fornendo ai palestinesi stanziamenti per le relazioni con i media. Un sorpreso Eliot Engel, deputato al collegio di New York, leggendo un manuale di PASSIA ha detto incredulo: "Eccoci qui al Congresso che li paghiamo perché facciano lobby su di noi".

D:
Come hanno fronteggiato gli israeliani questa strategia palestinese di dipingerli come violatori dei diritti umani?
R: Gli israeliani si sono trovati costantemente sulla difensiva. Non sembra riescano ad uscire dalla gabbia in cui li hanno messi i palestinesi. Dipingendo il conflitto come un problema di diritti umani, i palestinesi sono riusciti a convincere molti giornalisti, almeno a qualche livello, che qualsiasi atto di terrorismo contro i civili israeliani non è in realtà un crimine, ma una risposta legittima agli abusi dei diritti umani.

D:
Com'è strutturato il programma di P.R. palestinese, e in cosa differisce da quello israeliano?
R: La principale organizzazione giornalistica palestinese, chiamata "Jerusalem Media and Communications Center" (JMCC), viene finanziata pesantemente dall'Unione Europea e dalla Fondazione Ford. Guidata dal Dr. Ghassan Khatib, persona vicina a Yasser Arafat, il JMCC fornisce ai media stranieri eccellenti servizi professionali - cameramen a buon prezzo, traduttori, fotografi e mezzi di trasporto, così come bollettini di notizie, briefing e persone da intervistare.
Il Governo Israeliano fornisce agli inviati un sacco di bollettini, ma lascia che cameramen e traduttori vengano forniti dal settore privato. Nessuna troupe televisiva israeliana può competere con il JMCC, che gode di fonti di finanziamento estere e che ha in pratica fatto man bassa nel mercato dei servizi alla stampa estera. La stampa estera è totalmente dipendente dal personale tecnico palestinese, che ha una forte influenza sulle immagini e il modo di raccontare le storie che appaiono sui media occidentali.

D:
I palestinesi hanno un rappresentante di P.R. a Washington, DC?
R: Il loro uomo a Washington è Edward Abington, che è stato console degli Stati Uniti a Gerusalemme quando USAID ha cominciato a finanziare PASSIA negli anni '90 e che adesso è registrato e pagato come agente straniero per l'OLP a Washington. Abington coordina le informazioni di JMCC, PASSIA e altre agenzie informative palestinesi e dà un volto moderato alla causa palestinese, cosa che spesso significa controllare i danni. Per esempio, ogni volta che le milizie di Arafat rivendicano un attentato terroristico, l'ufficio di Abington emana immediatamente una dichiarazione ai media in cui nega il coinvolgimento di Arafat. Un caso esemplare: il 20 novembre del 2000, la radio e televisione ufficiali palestinesi (PBC) citavano Fatah, gruppo dell'OLP, come gruppo che aveva rivendicato un attentato a uno scuolabus vicino a Cfar Darom, dove due insegnanti erano stati assassinati e tre fratellini erano stati mutilati. Eppure la CNN disse che l'OLP aveva condannato l'attacco. Chiamai l'ufficio internazionale della CNN ad Atlanta per sapere come mai era stata data questa notizia contraddittoria e la persona che mi rispose, un praticante diciannovenne, mi disse che avevano ricevuto una chiamata dall'ufficio di Abington a Washington, seguita da un fax in cui veniva negato il coinvolgimento dell'OLP.
Abington fornisce al Governo e alla stampa statunitensi anche "traduzioni" dei discorsi di Arafat. Il 15 maggio del 2002, Arafat ha rilasciato un discorso al Concilio Legislativo Palestinese in cui paragonava gli accordi di Oslo al trattato di pace decennale fra Maometto e la tribù ebraica dei Qureish, un trattato che il fondatore dell'Islam ruppe due anni dopo averlo firmato, quando le sue milizie raggiunsero la forza sufficiente per massacrare la tribù ebraica. Il presidente Bush disse che Arafat aveva pronunciato "parole giuste". Quando le nostre agenzie di stampa chiesero se a Bush fosse stato mandato l'intero discorso, i funzionari dell'ambasciata risposero che Bush non aveva ricevuto nessun discorso. Allora abbiamo chiamato l'ufficio di Abington, che ci ha detto che avevano fornito al presidente il discorso già tradotto. Chiaramente il testo fornito dall'ufficio di Abington era arrivato prima di qualsiasi dispaccio dell'ufficio di informazione dell'ambasciata. Le "parole giuste" escludevano per convenienza il messaggio bellicoso di Arafat.

D:
Le organizzazioni mediche e umanitarie palestinesi sono coinvolte nella "guerra dei media"?
R: Come le cosiddette organizzazioni palestinesi per i diritti umani, anche l'Unione dei Comitati Medici di Soccorso Palestinesi (UPMRC), guidata dal Dr. Mustafa Al-Bargouti (fratello del leader dei tanzim di Fatah, Marwan Al-Bargouti, attualmente in carcere), coordina le sue strategie con la Mezzaluna Rossa Palestinese del Dr. Fatchi Arafat, per diffondere notizie infamanti sulla negligenza medica e le torture dei palestinesi da parte di Israele. Ci sono stati anche molti casi di false notizie fornite dalle fonti dell'UPMRC riprese dai media statunitensi. L'11 luglio del 2001, ad esempio, l'Associated Press ha dato notizia di una donna incinta palestinese uccisa a colpi di arma da fuoco ad un posto di blocco stradale israeliano. In realtà la donna non era morta e il dottore che ha riferito la notizia ad AP non l'aveva vista perché si trovava in un'altra città. Il giorno dopo Associated Press si è corretta dicendo che "i soldati israeliani non hanno impedito a una partoriente di superare i posti di blocco, come inizialmente affermato da due medici palestinesi": Un altro caso: a fine maggio, la Radio Pubblica Nazionale ha emanato un rapporto parallelo di un attentato suicida palestinese in un ristorante all'aperto vicino a Tel Aviv che aveva ucciso una bambina piccola e sua nonna, e l'uccisione per errore di una nonna palestinese e di un bambino che l'IDF aveva preso per terroristi che cercavano di infiltrarsi. I medici palestinesi hanno riferito ai giornalisti della National Public Radio americana che i corpi delle vittime palestinesi erano stati bruciati, smembrati e distrutti da un carro armato israeliano. Nel suo servizio la NPR ha riportato queste accuse, non comprovate. Quando ho chiesto notizie al portavoce dell'IDF riguardo a queste accuse, egli ha riso stupito e incredulo che i giornalisti dessero credito a simili fandonie infamanti - ma l'avevano fatto. (Reform judaism online - trad. Valentina Piattelli per amici di Israele, 16.09.02)

barbara




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22 aprile 2006

CIAO ALIDA



barbara




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22 aprile 2006

INFORMAZIONI A CONFRONTO 2

Silvio Cerulli, giornalista di Liberazione, ha raccontato ai suoi lettori tutto ciò che egli aveva "visto" coi propri occhi: «A Jenin vi erano esecuzioni e fosse comuni, corpi anneriti e straziati, brandelli di carne umana ... 1200 profughi sono ancora dispersi ... sono almeno 150 i corpi delle vittime che sono già state identificati. Nessuno conosce il destino dei 500 partigiani che per otto giorni difesero Jenin dallo strapotere militare israeliano. Secondo la gente del campo molti corpi sono stati gettati dai bulldozers nella rete fognaria, altri sono stati bruciati o sepolti in fosse comuni in uno speciale cimitero dove l'Idf seppellisce i corpi di forze nemiche o terroristi».

ANALISI E DOCUMENTAZIONE DELL'OSSERVATORIO ONU DI GINEVRA

Mercoledì 1 maggio 2002, Pubblicazione n 81

Notizie:

La commissione incaricata di indagare su Jenin del ex premier finlandese Martti Ahtisaari, dell’ex alto commissario per i rifugiati Sadako Ogata e dell’ex capo della CRI Cornelio Sommaruga è a Ginevra aspettando il raggiungimento di un accordo tra Onu e lo stato di Israele sui termini della missione.

Analisi:
Mentre si continua la discussione politica a New York e i 3 della commissione aspettano a Ginevra, l'ONU è già al lavoro per valutare la situazione a Jenin.
In data 29 aprile 2002 l'ufficio dell'Onu per il coordinamento delle relazioni umanitarie (OCHA) ha rilasciato un resoconto intitolato "Statistiche e informazioni dal campo di Jenin".
Questo rapporto conferma che il numero delle vittime tra il 4 aprile, quando l'operazione israeliana è cominciata, e il 20 aprile ammonta a 53.
44 palestinesi sono stati uccisi nel campo profughi di Jenin e 9 nella città di Jenin.
260 sono stati feriti.
Quale è la fonte dell'ONU? L'ufficio del governatore di Jenin.
Se i governanti locali palestinesi non sostengono che è stato un massacro e l'Agenzia dell'Onu sul posto conferma questi dati, perché bisogna dare credito alle accuse di Yasser Arafat e dei suoi seguaci su un omicidio di massa?
E per quanto riguarda le accuse palestinesi su centinaia di persone che mancano all'appello e che sono state seppellite in fosse comuni segrete? L'ufficio per il coordinamento per i diritti umani dell'Onu (OCHA) ha riferito la mancanza di 8 persone dal campo profughi e 17 persone dalla città. Qual è la loro fonte? UNRWA, l'agenzia dell'Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Il comitato internazionale della Croce e l'UNRWA hanno intervistato 150 famiglie di Jenin. Oltre a questi numeri non risulta mancare nessuno.
L'ONU è attualmente in possesso delle prove che le leggi umanitarie sono state violate dai combattenti palestinesi in Jenin, in specifico con l'uso di mine e trappole esplosive in aree civili densamente popolate. L'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari ha documentato i seguenti fatti:
"Ci sono molti ordigni inesplosi e molti ordigni esplosivi improvvisati nel campo (esempio: in 4 giorni sono stati scoperte 285 trappole esplosive) che devono essere urgentemente rimossi". Alcune squadre internazionali hanno compiuto accertamenti ma questi non potevano ancora essere rimossi. UNRWA ha richiesto all'ufficio del coordinamento per gli affari umanitari di fornire l'assistenza di esperti per sminare il campo profughi. L'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari ha creato i contatti con il servizio sminamento dell'ONU per ottenere l'impiego immediato di un esperto (già arrivato sul posto) per provvedere allo sminamento a Jenin.
In particolare è un esperto di trappole esplosive improvvisate."
Immaginatevi quanto intensamente il campo era minato se l'ONU ha scoperto 285 trappole esplosive e ha richiesto un esperto di trappole improvvisate.
Anche l'agenzia dell'ONU per i bambini UNICEF si trova nel campo.
Loro avevano lo spiacevole compito di informare l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari che un bambino è stato ucciso da una di queste bombe improvvisate. Altri 5 bambini e 8 adulti sono stati feriti da questi ordigni, secondo l'UNICEF.
Hanno inventariato anche le palazzine distrutte e pericolanti e i servizi di acqua, elettricità e le fogne distrutti.
In conclusione le agenzie dell'ONU sul terreno hanno confermato il numero dei morti, dei feriti e dei mancanti, confutando il mito dei palestinesi di un massacro e di fosse comuni.
Il campo di battaglia è stato esaminato e le accuse israeliane di minare massivamente una zona densamente popolata, da parte dei palestinesi è stato confermato.
Mentre si discute ancora sul mandato della commissione, i fatti sul campo sono ormai chiari.

Questo documento lo abbiamo mandato a tutti i giornali: nessuno lo ha pubblicato.

barbara




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21 aprile 2006

INFORMAZIONI A CONFRONTO 1

La battaglia di Jenin secondo i media italiani.

Lorenzo Cremonesi, 12.4.2002, Corriere della Sera

JENIN (Cisgiordania) - Città fantasma anche nelle due ore in cui gli israeliani sospendono il coprifuoco. I cingolati sembrano essersi divertiti a salire sui marciapiedi e a sventrare le tettoie in ferro all’ingresso di numerosi negozi.
Gran parte dei lampioni all’entrata di Jenin, sulla provinciale per Nablus, sono stati divelti. Il palazzo della municipalità è circondato dai crateri delle bombe.
Ecco com’è ridotta Jenin, quella che Sharon definisce «la capitale storica del terrorismo arabo».
Una città da punire. E le distruzioni aumentano via via che ci si avvicina al campo profughi. Nelle sue vicinanze, un gruppo di persone fa ressa attorno a un fornaio, l’unico assembramento nella via altrimenti deserta.
«Ho paura, vorrei poter scappare. Ma non so dove», dice Mohammad Alí, un cinquantenne venuto di corsa come tanti altri a prendere un po’ di pane. «Qui è la follia. Gli israeliani sparano su tutto ciò che si muove. Abbiamo notizie di massacri. C’è chi dice 500 morti, chi 1.000. Si parla di fosse comuni con i bulldozer dell’esercito che cercano di nascondere le prove come a Srebrenica, come a Sabra e Chatila», aggiunge un ragazzo con gli occhi pesti per le notti insonni.
Le bombe cadono a poche centinaia di metri, proprio dove sta il campo profughi, lo stesso da dove negli ultimi mesi sono partiti decine di kamikaze pronti a farsi saltare in aria nelle piazze israeliane.
Si dice che la stragrande maggioranza dei suoi 15.000 abitanti siano fuggiti, che gli israeliani stiano distruggendo progressivamente gran parte delle sue abitazioni. I portavoce militari negano con decisione. «Al massimo 100 morti, e la maggioranza terroristi ricercati», dicono al ministero della Difesa. Il dottor Hussein Sherkawi, direttore dei servizi medici d’emergenza in Cisgiordania, parla di «almeno 140, ma ci sono anche moltissimi civili sotto le macerie. Gli israeliani bloccano le ambulanze». Gli uomini di Arafat chiedono un’inchiesta dell’Onu.
Ma per i giornalisti la verifica diretta resterà solo un’aspirazione incompiuta. Anche qui Israele ci vuole tenere lontani. A Jenin si arriva a piedi per le colline, lungo viottoli di campagna nascosti da oliveti centenari. Il campo profughi resta tabù. Questa mattina alle sue porte alcuni colleghi della Bbc e della Associated Press sono stati fermati dai soldati, che con durezza hanno sequestrato loro filmati, registrazioni e block notes. Per noi il momento più difficile è quando un tank Merkavà si frappone tra la nostra vettura e quella di un abitante di Jenin, e apre il fuoco con la mitragliatrice pesante sulle case di fronte. Un avvertimento efficace.
Poi carri armati e cingolati sono tornati a sferragliare nelle strade con gli altoparlanti che a tutto volume gridavano: «Manuah Hajawal», che in arabo significa coprifuoco. Dopo una parentesi tra mezzogiorno e le quattordici, le strade tornano completamente vuote. Bloccata anche la strada per lo Hillal, l’ospedale principale. E allora indietro verso i villaggi sulle colline.
Alle quattro del pomeriggio gli elicotteri volano alti. Fa caldo, il cielo è terso. Appena lasciata la città si torna a vedere gente: contadini nei campi, donne nelle serre, qualche trattore. Questo è il cuore della Cisgiordania rurale, fatta di terra scura, terra fertile, ricca di sorgenti. In lontananza si scorge la Valle di Yzreel, dove un secolo fa iniziò il sogno del sionismo agricolo, si posero le basi dei primi kibbutz. Al villaggio arabo di Rumane, termina la Cisgiordania, Jenin è a una decina di chilometri indietro. Qui passa il confine precedente la guerra del 1967. Ora si deve proseguire tra la vegetazione bassa. E dopo venti minuti comincia Israele.

                                                          §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

La battaglia di Jenin secondo i media arabi, 24 aprile 2002

                                                 Combattere l'IDF (Israel Defence Force)

Lo Sceicco Jamal Abu Al-Hija, comandante delle Brigate Hamas Izz Al-Din Al-Qassam nel campo profughi di Jenin, ha detto in un'intervista al sito web di Hamas che i membri di varie fazioni, "assieme a volontari delle forze di sicurezza palestinesi", si preparavano in anticipo per l' incursione israeliana. [1] Lo Sceicco Abu Al-Hija ha fornito maggiori dettagli sullo scontro, per telefono, al canale televisivo del Qatar Al-Jazeera, affermando: "[Abbiamo piazzato] congegni esplosivi sulle strade e nelle case; sorprese [attendono] le forze di occupazione. In molti posti, ci sono scontri tra i Mujahideen [2] e le forze di occupazione…Le forze di occupazione scappano, nel panico, dal campo di Jenin, ma intensificano l'uso di trattori, aerei e carri armati contro il campo. La verità è che si sta conducendo la lotta quartiere per quartiere, come una guerriglia. I Mujahideen stanno usando pistole automatiche, congegni esplosivi e granate a mano…".[3]
Il quotidiano londinese in lingua araba Al-Sharq Al-Awsat
ha citato quel che ha detto lo Sceicco Abu Al-Hija: "Le forze combattenti, da tutte le fazioni nel campo, sono state equipaggiate con cinture esplosive e granate". [4] Lo stesso Sceicco ha dichiarato al settimanale giordano Al-Sabil: "I Mujahideen sono riusciti ad assediare nove soldati sionisti dentro una casa, e li hanno attaccati utilizzando granate a mano e bombe finché la casa non è andata in fiamme con dentro i soldati di occupazione. I testimoni hanno riferito che le forze di occupazione hanno estratto i soldati bruciati e carbonizzati"[5]

Bambini palestinesi e zainetti di scuola riempiti di esplosivi

Il comandante della Jihad islamica nel campo profughi di Jenin, Abu Jandal,[6] è stato intervistato più volte da Al-Jazeera durante il combattimento. In una conversazione, Abu Jandal ha detto: "Questo è il secondo giorno consecutivo che le forze di occupazione israeliane stanno cercando [di entrare nel campo] con l'aiuto di elicotteri Apache e di carri armati. Ma la fermezza dei combattenti che, all'inizio della battaglia, hanno giurato di non consentire [all'IDF] di avanzare verso questo campo, difende l'onore della nazione araba dai vicoli del campo profughi di Jenin. Ci sono stati vari tentativi da diverse strade, ma sono stati bloccati. La verità è che i nostri combattenti sono passati all'offensiva; oggi abbiamo continuato l'offensiva. Il comandante dell'unità israeliana è stato ucciso questa mattina, a 50 metri dal palazzo dal quale vi sto parlando. Io, comandante della battaglia del campo di Jenin, ho scelto per me stesso il nome di 'Il martire Abu Jandal', perché tutti i combattenti attorno a me sono dei martiri. Credetemi, ci sono bambini collocati nelle case con cinture esplosive ai fianchi…Oggi, uno dei bambini è venuto da me con il suo zainetto. Gli ho chiesto cosa volesse, e lui ha risposto: 'Invece dei libri, voglio un congegno esplosivo, per attaccare…'"
Alla richiesta di quanto a lungo i suoi uomini sarebbero stati in grado di resistere contro le forze armate israeliane , visto che tutto quel che avevano erano armi leggere, Abu Jandal ha risposto: "No. Non è esatto. Noi abbiamo l'arma della sorpresa. Abbiamo l'arma dell'onore. Abbiamo l'arma divina, l'arma di Allah che resta al nostro fianco. Abbiamo armi migliori delle loro. Io sono quello con la verità, e ripongo la mia fiducia in Allah, mentre loro la ripongono in un carro armato".[7]
Lo Sceicco Abu Al-Hija ha anche dichiarato: "Alcuni dei giovani restano saldi, e riempiono i loro zainetti di congegni esplosivi".[8] In un'altra occasione, lo stesso Sceicco ha avuto difficoltà a valutare il numero di vittime israeliane: "E' difficile fornire dati precisi, e non possiamo valutare la battaglia contando le perdite del nemico. Ma il riconoscimento del nemico di 24 uccisi e 130 feriti testimonia che ha subìto molte perdite. L'elenco dichiarato dall'esercito di occupazione comprende solo i nomi degli ebrei [uccisi] e trascura quelli dei soldati drusi e lahad [cioè dell'esercito sud-libanese] che hanno preso parte a tutte le passate incursioni e che [vi parteciperanno] anche in futuro. La nostra stima è che il nemico abbia subìto perdite molto più grandi".[9]
Al-Sharq Al-Awsat
ha riferito che a Jenin una donna palestinese chiamata Ilham 'Ali Dasouqi si era fatta esplodere in mezzo ai soldati israeliani, uccidendone due e ferendone sei. Il giornale ha citato una fonte tra le Brigate Martiri di Al-Aqsa, che ha detto che lei 'aveva seguito il percorso di Nasser 'Uweis', che si era fatto esplodere vicino ai soldati a Nablus. [10] Ma 'Uweis, comandante delle Fatah's Al-Aqsa Martyrs Brigades in Samaria, è stato arrestato alcuni giorni dopo. Sembra che le notizie sulla sua morte in un attentato suicida siano state un tentativo di agevolarne la fuga.
Il settimanale Al-Ahram sponsorizzato dal governo egiziano
ha fatto un'intervista ad "Omar", un giovane costruttore di bombe della Jihad Islamica, noto come 'ingegnere', che ha discusso di come i palestinesi abbiano disseminato di trappole Jenin, includendo la partecipazione di donne e bambini nelle battaglie.[11] "Lui è un membro della Jihad Islamica, ma dice che a Jenin tutte le fazioni sono fedeli a una sola causa: liberazione o morte…'. 'Tra tutti i combattenti nella West Bank noi eravamo i più preparati', dice. 'Abbiamo cominciato a lavorare al nostro piano, intrappolare i soldati invasori e farli esplodere, dal momento in cui i carri armati israeliani erano usciti da Jenin il mese scorso'".
Il giornale ha spiegato: "Omar ed altri 'ingegneri' hanno fabbricato centinaia di congegni esplosivi ed hanno scelto attentamente le loro posizioni. 'Avevamo più di 50 case-trappola intorno al campo. Abbiamo scelto edifici vecchi e vuoti e le case di uomini ricercati da Israele, perché sapevamo che i soldati li avrebbero cercati', ha detto [Omar]. 'Abbiamo tagliato tratti delle principali tubazioni d'acqua e li abbiamo impacchettati con esplosivi e chiodi. Quindi, li abbiamo piazzati a circa quattro metri di distanza dappertutto nelle case, nelle credenze, sotto i lavandini, nei divani'. I combattenti speravano di disarticolare i carri armati dell'esercito israeliano con bombe molto più potenti, piazzate nei bidoni della spazzatura, per le strade. Altri esplosivi erano stati nascosti nelle auto degli uomini più ricercati di Jenin. Collegate da fili, le bombe sono state attivate a distanza, innescate dalla corrente di una batteria d'auto".
"Secondo Omar, tutti nel campo, compresi i bambini, sapevano dove erano collocati gli esplosivi, in modo che non ci fosse stato per i civili alcun pericolo di rimanere feriti. Quello era il solo punto debole nel piano. 'Siamo stati traditi da spie tra noi', dice. I fili di più di un terzo delle bombe sono stati tagliati da soldati accompagnati da collaboratori. 'Se non fosse stato per le spie, i soldati non sarebbero mai riusciti ad entrare nel campo. Una volta penetrati, è stato molto più difficile difenderlo'".
"E l'esplosione e l'imboscata di martedì scorso, che hanno ucciso 13 soldati? 'Sono stati attirati là', dice. 'Abbiamo tutti smesso di sparare e le donne sono uscite per dire ai soldati che noi avevamo finito le pallottole e ce ne stavamo andando'. Le donne hanno avvertito i combattenti che i soldati avevano raggiunto l'area-trappola. 'Quando gli ufficiali maggiori hanno capito quel che era successo, hanno gridato con i megafoni che volevano un immediato cessate il fuoco. Gli abbiamo permesso di avvicinarsi per recuperare gli uomini e quindi abbiamo aperto il fuoco. Alcuni dei soldati erano così scioccati e impauriti che, per errore, sono corsi verso di noi'".
Jamal Huweil, un comandante delle Al-Aqsa Martyrs Brigades nel campo di Jenin, ha detto al quotidiano londinese in lingua araba Al-Hayat che "quattro soldati israeliani sono stati uccisi e [i palestinesi] hanno preso le loro armi automatiche. I giovani con i congegni esplosivi hanno anche messo fuori uso quattro carri armati israeliani". [12]
Raed 'Abbas, un combattente del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (FDLP) nel campo di Jenin, ha detto ad Al-Hayat : "Tutti i combattenti avevano giurato di lottare fino alla fine...Non abbiamo altra scelta che combattere, e questa è la decisione di tutti. La voce di combattenti che si arrendono è completamente falsa. Se fosse vera, come mai due soldati israeliani sono stati uccisi lunedì mattina? Noi stimiamo che le loro perdite siano molto più gravi di quel che viene riferito. Le battaglie tra loro e noi vengono ingaggiate in un raggio estremamente breve. Loro hanno fallito in tutti i tentativi di avanzata; i nostri combattenti si stanno facendo esplodere davanti a loro e stanno piantando congegni esplosivi nelle strade. La situazione è estremamente terribile. Le forze aeree [israeliane] continuano il bombardamento. Alcuni attimi fa hanno lanciato parecchi missili, che hanno incendiato molte case".[13]
Tutti i palestinesi intervistati hanno sottolineato la loro intenzione di combattere fino alla morte, anche negli ultimi giorni della battaglia. Lo Sceicco Abu Al-Hija è stato citato dal quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, Al-Bayan, per aver detto: "Dopo questi giorni di fermezza e di resistenza unica, i combattenti di Jenin ripetono il loro motto 'Nessuna resa: o vittoria o martirio'. La nostra forza è nel nostro essere veri Mujahideen di fronte al nuovo nazismo" [14]. Fonti palestinesi non identificate hanno aggiunto: "Le munizioni dei combattenti nel campo sono finite, ed essi hanno scelto il martirio. Stanno combattendo con coltelli e pietre, e si fanno esplodere davanti ai soldati di occupazione".[15] Haj 'Ali, un comandante delle Islamic Jihad's Al-Quds Brigades, ha detto che la resistenza palestinese continua la sua lotta intensa, e non permetterà ai soldati di occupazione di impossessarsi del campo". [16]
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[1] www.palestine-info.in fo, 20 aprile 2002. [2] Cioè guerrieri Jihad. [3] Al-Jazeera (Qatar), 8 aprile 2002. [4] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 7 aprile 2002. [5] Citato in Al-Shaab (Egitto), 19 aprile 2002. [6] Centro palestinese per i diritti umani: rapporto settimanale sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, 11-17 aprile 2002. Dopo la comunicazione della sua morte in battaglia, è stato annunciato che il suo vero nome era Hazem Ahmad Rayhan Qabha. [7] Al-Jazeera (Qatar), 4 aprile 2002. [8] www.palestine-info.in fo, 20 aprile 2002. [9] www.palestine-info.in fo, 20 aprile 2002. [10] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 7 aprile 2002. [11] www .ahram.org.eg/weekly/2002/582/6inv2.htm. [12] Al-Hayat (Londra), 5 aprile 2002. [13] Al-Hayat (Londra), 9 aprile 2002. [14] Al-Bayan (Emirati Arabi Uniti), 10 aprile 2002. [15] Al-Bayan (Emirati Arabi Uniti), 11 aprile 2002. [16] Al-Jazeera (Qatar), 8 aprile 2002.

barbara




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20 aprile 2006

A PROPOSITO DI CIVILI

Questo studio è di alcuni anni fa, pertanto le cifre assolute sono – purtroppo – fortemente cambiate. Non sono tuttavia variate le proporzioni, che rimangono tuttora valide. Mi permetto di attirare l’attenzione sul fatto che i dati, per quanto riguarda i palestinesi, non sono stati forniti da una qualche lobby sionista, bensì da organizzazioni palestinesi.

Se è vero che sono morti più Palestinesi che Israeliani in questi 2 anni di violenza instaurata dai Palestinesi stessi, è ugualmente vero che la maggior parte di quei morti erano terroristi o "militanti", in azione o alle prese con esplosivi; inoltre, fra quelle cifre sono inclusi anche Palestinesi giustiziati da altri Palestinesi, in scontri fra bande avversarie, o perché "collaboratori del regime sionista" (termine che sta a indicare chiunque possa risultare scomodo ad Arafat).


Secondo il Jerusalem Media & Communications Center, un'organizzazione palestinese di ricerca, fra settembre 2000 e maggio 2002 sono state uccise 37 donne palestinesi, il 2,8% dei palestinesi uccisi in questo periodo.
Nello stesso periodo, secondo le cifre fornite dal Ministero degli Affari Esteri Israeliano, sono state uccise 126 donne israeliane, il 25% del totale.
Il Palestinian Monitor, un altro gruppo di ricerca palestinese, registra che l' 11,7% delle vittime palestinesi è costituito da bambini e ragazzi al di sotto dei 15 anni.
La percentuale dei minori di 15 anni fra gli Israeliani uccisi dal fuoco palestinese ammonta invece al 57,7%.
In altre parole:
9 donne israeliane uccise per ogni donna palestinese: rapporto 9 a 1.
5 bambini israeliani uccisi per ogni bambino palestinese: rapporto 5 a 1.
La morte di ogni civile innocente, donna o bambino che sia, è sempre un episodio triste e doloroso, ma c'è una grande differenza nel valutare il modo in cui essi trovano morte.
Non esistono casi di donne o ragazzini israeliani morti per essersi fatti esplodere con cinture esplosive. Né ci sono casi in cui essi sono morti trasportando bombe o altro materiale esplosivo. Né ci sono casi in cui donne o bambini israeliani siano stati usati come scudi umani da uomini armati o militanti israeliani.
La grande differenza che non risulta dalle statistiche è che le donne e i bambini israeliani sono morti perché colpiti a morte deliberatamente come nemici bersaglio dell'offensiva palestinese.

Un’altra cosa che non è messa in risalto in questo studio è che i combattenti israeliani sono sempre in divisa, mentre i combattenti – terroristi o comunque altro li si voglia chiamare – palestinesi non lo sono mai, permettendo così ai loro sostenitori di spacciarli per civili.


barbara




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19 aprile 2006

DICE IL SIGNOR CARUSO

raggiunto al cellulare: «Un attentato? A Tel Aviv? Oddio no, ma perché? ...» È sgomento, il povero signor Caruso, non riesce a capacitarsi che qualcuno possa aver avuto l’idea – inaudita, impensabile, inconcepibile, inimmaginabile – di fare un attentato a Tel Aviv. Poi però, essendo un bimbo sveglio, una spiegazione alla fine riesce a darsela: «Comprendo come l’esasperazione possa portare a utilizzare tutte le forme di lotta estreme». Ecco, io ora mi domando: se io mi ritengo sufficientemente esasperata dalla faccia di bronzo del signor Caruso, dalla sua improntitudine, dalla sua malafede, dal suo costante schierarsi a favore delle dittature e contro le democrazie, dal suo sostenere il terrorismo contro chi dal terrorismo si difende, dalla sua spudoratezza nel ricordare «a tutta la comunità internazionale che Hamas ha comunque l’autorevolezza per dichiarare ciò che ritiene opportuno essendo un governo legittimo ed eletto democraticamente», dalla sua ipocrisia nel riflettere che «prendersela con i civili rischia di essere controproducente per la stessa Palestina», se io, dicevo, mi ritengo sufficientemente esasperata da tutto questo, cosa dite: il signor Caruso sarà comprensivo nei confronti di una mia eventuale decisione di utilizzare tutte le forme di lotta estreme verso di lui?

barbara




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19 aprile 2006

PICCOLO POST AUTOREFERENZIALE










Grazie a tutti!

barbara




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19 aprile 2006

RICHIESTA DI AIUTO

Sono sparite anche tutte le donne iraniane: sette durante la mia assenza, una adesso, quando sono rientrata nella gestione dei link. Incollo qui la scritta che mi è apparsa dopo che ho cliccato "aggiorna":

Active Server Pages error 'ASP 0113'
Script timed out
/blogs/member/link.asp
The maximum amount of time for a script to execute was exceeded. You can change this limit by specifying a new value for the property Server.ScriptTimeout or by changing the value in the IIS administration tools.

Poiché in queste cose sono un'analfabeta totale, spero che qualcuno sia in grado di spiegarmi che cosa vuol dire e, soprattutto, cosa diavolo devo fare. Grazie

barbara




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19 aprile 2006

SEI DONNA, DUNQUE TACI

Propongo in ritardo, a causa della mia precedente assenza, una riflessione sul recente episodio di Partinico (e un sentito grazie all’ineffabile amico Silverlynx che ha provveduto a salvarmi i relativi articoli). I fatti sono noti: un uomo, durante la notte, entra in casa di una donna e la aggredisce. La donna improvvisamente si sveglia con l’uomo addosso e prontamente reagisce: salta su dal letto, grida, gli tira contro un tavolino, si barrica in bagno; l’uomo non desiste, prende a calci la porta, la sfonda, ma il rumore sveglia i vicini. Alla fine, scoraggiato dalle voci e dai rumori sulla strada, l’uomo preferisce fuggire ma prima si vendica, riducendo la faccia della donna a una maschera di sangue. La donna denuncia l’aggressore, che risulta essere anche l’assassino di una studentessa, cui aveva fracassato la testa. Risulta che qualche anno fa aveva persino tentato di violentare la propria nonna ultraottantenne. E quale sarà la ricompensa per la donna che è coraggiosamente riuscita a tener testa al proprio aggressore assicurando così alla giustizia un individuo tanto pericoloso? Quale sarà il conforto per ciò che ha dovuto subire? L’ostracismo: questo merita la donna che ha osato infrangere la ferrea regola dell’omertà: licenziata dal posto di lavoro, cacciata di casa dal fratello. Manca solo una lettera scarlatta sul vestito, a perenne memoria della sua infamia. Poi, ho sentito, pare che sia il fratello che il datore di lavoro abbiano fatto marcia indietro: ma l’avrebbero fatta senza il putiferio suscitato da giornali e televisione? Non accetto, beninteso, paragoni col mondo islamico, ma non c’è dubbio che persistano, anche da noi, talune sacche di arretratezza che dimostrano che siamo ancora ben lontani dal poter tirare i remi in barca. Mi viene anche da notare, in questa storia come in tante altre, che se il coraggio fisico è più spesso maschile, accade però molto più spesso che il coraggio morale, il coraggio di rompere regole consolidate e tabù, il coraggio di spezzare atavici silenzi, il coraggio di dire basta a soprusi e ingiustizie, sia piuttosto prerogativa molto più femminile.

barbara




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18 aprile 2006

VOLONTARIATO

Scrivo dal Senegal e sono un volontario (di professione sono bancario) di una piccola organizzazione non governativa (Ong) che attua programmi di adozioni a distanza - ne abbiamo a oggi 394 - e progetti di tipo socio-sanitario ed educativi. Scrivo per manifestare la mia grande delusione circa il mondo del volontariato.
Io pensavo che essere volontario significasse prodigarsi per gli altri, fare di tutto per aiutarli a crescere senza cadere nell'assistenzialismo, ma confrontandomi con altre Ong di spessore «economico» più corposo, mi sono reso conto che in alcuni casi esse non possono definirsi tali in quanto operano con logiche tipicamente aziendali, con orari di ufficio (9-17), sabato e domenica chiuso e tutti in piscina o al ristorante, sempre tra «tubab» (bianchi) e senza la minima integrazione con le popolazioni locali. Sto scrivendo di getto, come mia abitudine, per cui spero che il senso di questa mia sia chiaro un poco a tutti.
Io sono venuto qui con un certo spirito «missionario», come del resto la mia piccola Ong ha nel suo Dna; negli anni sono stati costruiti due laboratori di analisi mediche, oggi gestiti da gente del posto; abbiamo costruito gabinetti nelle scuole ed educato i bambini e le famiglie all'importanza dell'igiene; abbiamo «accompagnato» bambini dalle elementari all'università grazie all'aiuto di tanti in Italia che, come noi, credono in questo. Nessuno di noi, però ha mai ricevuto premi o ha fatto, come si usa dire, «curriculum» della sua esperienza. Spesso la scelta di fare il volontario (ma lo sono veramente?) ha come fine ultimo quello di arricchire il proprio curriculum per cui pensare solo e soltanto alla propria crescita e non a quella delle popolazioni del luogo. Un'affermazione sentita da una persona qui: «questi negri mi hanno proprio rotto, meno male che fra un po' torno». Alla faccia del volontariato.
Ovvio che questa lettera è soltanto un mezzo per sfogare la mia delusione e non è un atto di accusa a tutto il mondo del volontariato, anzi ce ne sono tantissimi sparsi per il pianeta che hanno il mio stesso spirito, però è doveroso segnalare che c'è arrivismo anche in questo settore, e che tanti ragazzi in servizio civile sono sfruttati a uso e consumo del «rampantismo».

Per tutta una serie di motivi che non vale la pena di illustrare, l’autore di questo testo mi ha chiesto l’anonimato.

barbara




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17 aprile 2006

RIECCOMI

Con quattro chili in meno. Con novantasette rughe in più. Con qualche dozzina di unghie spezzate, qualche ecchimosi, qualche scorticatura, una discreta dose di capelli in meno, ma sostanzialmente ancora quasi viva. Un immenso grazie a sagredo per il fattivo contributo alla mia sopravvivenza, un sentito grazie a garbage per la sua travolgente simpatia che mi ha regalato un'ora di tregua, e grazie a tutti voi che mi avete fedelmente - penelopicamente (penelopescamente? peneloposamente? penelopentemente?) - aspettata.

barbara




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7 aprile 2006

RICORDO

Approfitto di questo forzato rinvio della partenza per commemorare, sia pure con quattro giorni di anticipo, un tristissimo anniversario. Un anno fa ci ha lasciati il dolcissimo Bietto: era uno di noi. Uno dei migliori fra noi. E diciassette anni sono davvero pochi per andarsene.
Ciao, piccolo mio. Noi ti ricordiamo sempre.



barbara




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6 aprile 2006

AGGIORNAMENTO

Una mezza colica con contorno di lancinante mal di testa e accompagnamento di altri disturbi misti mi ha costretta a rimandare di un giorno la partenza – che non è purtroppo per una vacanza. Ne approfitto perciò per informarvi su un episodio di cronaca locale che ha, forse, qualche nesso con i post precedenti. La notizia è che è scomparsa una donna. Tre settimane fa. La donna ha (aveva?) 75 anni. Cammina (camminava?) molto a stento. Il marito ha denunciato la scomparsa con quattro giorni di ritardo. Non è preoccupato, ha detto: forse è semplicemente andata a vivere in un’altra città. La villetta dell’uomo è stata in un primo momento posta sotto sequestro a causa di un tratto di giardino in cui il terreno appariva smosso, ma poiché un primo sopralluogo non ha dato esito il giudice ne ha ordinato il dissequestro immediato e l’uomo ha potuto farvi ritorno. Con l’aria molto soddisfatta, ha sottolineato il cronista.

barbara




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6 aprile 2006

AVVISO

Per un po' non ci sarò. Mi raccomando, fate i bravi. Nel frattempo, per consolarvi della mia assenza, vi lascio un'altra mia fotografia.



barbara




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5 aprile 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 7

Sebbene fra il primo e il secondo soggiorno fossero passati appena sei mesi, le differenze sono state abissali. Nel 1986 potevo tranquillamente girare a piedi di sera, anche da sola, anche per strade poco frequentate e poco illuminate, senza avere mai la sensazione che potesse davvero succedermi qualcosa di brutto. Quando ci sono tornata, nel luglio del 1987, la situazione era radicalmente cambiata: di sera meglio muoversi sempre in compagnia, meglio ancora in taxi, strade poco frequentate o poco illuminate da evitare con cura; e nonostante le precauzioni, in cinque mesi ho subito uno scippo, tre aggressioni, i ladri a casa, e parecchi altri inconvenienti minori. In una delle aggressioni, tra l’altro, mi è stato violentemente strapazzato un seno (va però precisato che non si trattava di un’aggressione sessuale: il seno, nella cultura somala, è esclusivamente quella cosa che serve per nutrire i figli, e non è investito di alcuna valenza erotica. Immagino che sia stato scelto unicamente perché si sa che la parte è estremamente delicata, e fa molto più male di un braccio o una spalla). Non so se ci sia un nesso o se si sia trattato unicamente di una coincidenza, ma poche settimane dopo mi sono accorta di avere un nodulo, che ho dovuto poi operare (quella volta comunque era benigno, e me la sono cavata con poco). E lo scippo, devo dire, è stato molto bello: chi era presente testimonia che ho reagito “con la decisione di un Rambo e l’eleganza di una Carla Fracci”. Una volta all’anno, in occasione di non ricordo più quale ricorrenza, veniva decretata un’amnistia: «Non per gli assassini, naturalmente – mi è stato spiegato – e neanche per quelli che sono contro il presidente!» I beneficiati dell’amnistia erano dunque dei poveri ladri di polli, che non possedendo arte né parte, non potevano fare altro che rubacchiare per poter mangiare, e nel giro di un mese o due tornavano dentro tutti. E uno di questi è toccato anche a me. Ero in pieno centro, con una collega, diretta al circolo culturale francese. Di sera, ma la zona era abbastanza ben illuminata. L’ho visto, quando mi si è avvicinato, ho notato lo sguardo un po’ spiritato. Mi ha sfiorato un braccio, ho respinto il contatto, si è allontanato. Poi, forse, più che il timor poté il digiuno: si è riavvicinato, con maggiore decisione, ha afferrato la mia borsetta, ha dato uno strappo, è scappato. Io ho urlato un immenso «nooooooooo!» («l’urlo della vergine violentata» ha commentato poi la collega), mi sono girata e mi sono posta all’inseguimento gridando «Al ladro! Al ladro!» (giuro: neanche morta ci avrei creduto, che sarei stata capace di fare una simile cosa da filmetto di serie C come gridare al ladro al ladro!). Corro come un fulmine, nonostante i miei tre pacchetti di sigarette quotidiani e l’età non proprio verdissima, ma lui corre di più: io ho in gioco soldi (pochi) e chiavi di casa, lui la galera, e forse anche qualcosa di più. E dunque lui guadagna terreno, sto quasi perdendo la speranza di poterlo raggiungere quando quattro ragazzotti gli si parano davanti, gli sbarrano la strada, lui infila una stradina laterale e loro dietro, lo inseguono, lo incalzano, lui toglie il portafogli e lascia cadere la borsa; quando stanno ormai per raggiungerlo, lascia cadere anche il portafogli, e si accontenta di riuscire a scappare. I quattro raccolgono borsa e soldi, e mi consegnano il tutto, senza una parola. E il mio primo pensiero è stato: fossi stata in Europa, col cacchio che i passanti mi aiutavano!
Erano cambiati anche i mendicanti, in quei pochi mesi: prima se ne stavano accoccolati nelle loro postazioni, accontentandosi di tendere la mano ai passanti. Nel mio secondo soggiorno, oltre ad essere diventati più numerosi, si erano anche fatti decisamente aggressivi, non esitavano a mettere le mani addosso a chi passasse loro davanti senza mettere mano al portafogli, impedendogli fisicamente di andare oltre. La situazione sociale, politica, economica, si andava rapidamente deteriorando. I prezzi aumentavano vertiginosamente e gli stipendi restavano fermi. Il malcontento cresceva e cresceva in proporzione la pressione del regime. La cosa più sconcertante è stata la singolare involuzione in senso fondamentalista. C’era una grande, e giustificatissima, rabbia contro il governo italiano che foraggiava e armava e manteneva saldamente in sella il feroce dittatore Siad Barre, e in questo contesto parecchie volte mi è capitato di essere presa a sassate per strada, forse da quelli stessi che pochi mesi prima mi salutavano chiamandomi “walaal”, sorella – al punto che negli ultimi tempi, in certe zone, non mi azzardavo più ad andare a piedi neanche per poche centinaia di metri in pieno giorno. Ebbene, non mi sarei affatto meravigliata se mi avessero chiamata «sporca italiana» o «lurida bianca» o qualcosa del genere. E invece che cosa mi gridavano? «Gal! Gal!»: infedele! Con tutto ciò che avrebbero potuto recriminare sul piano politico, sul piano economico, sul piano sociale non a me personalmente, ma nei confronti del governo che, in quella circostanza, mi trovavo a rappresentare, l’unico argomento che trovavano per prendermi a sassate, improvvisamente, era diventato il fatto di non essere musulmana.

barbara


e oltre il deserto ... il mare!




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4 aprile 2006

GUATEMALA, DONNE IN PERICOLO

Riporto (ultimo, poi domani vi faccio respirare, giuro) questo rapporto di Amnesty International segnalato da gidibao.

María Isabel, 15 anni, fu rapita a Città del Guatemala la notte del 15 dicembre 2001. Il suo corpo venne ritrovato alla vigilia di Natale, in un sacco di plastica. Era stata stuprata, accoltellata e strangolata. Aveva le mani e i piedi legati col filo spinato, il volto sfigurato dai colpi ricevuti, il corpo pieno di piccoli buchi, una corda attorno al collo e le unghie strappate. Nonostante le indagini iniziali, i responsabili dell’assassinio di María Isabel sono ancora in libertà.
La mancanza di adeguate indagini e l’assenza di incriminazioni nei casi di omicidio di donne e ragazze in Guatemala sono il messaggio che la violenza contro le donne in questo paese è un fatto accettabile. Le autorità devono sovvertire questa percezione assicurando che su omicidi come quello di María Isabel siano svolte indagini e sia garantita giustizia. Altrimenti, l’annunciato impegno a lavorare per prevenire la violenza contro le donne non avrà alcun valore effettivo ” – si legge in un nuovo rapporto sul Guatemala presentato oggi da Amnesty International.
Secondo le autorità guatemalteche, tra il 2001 e il 2004 sono state assassinate 1188 donne e ragazze, molte di esse in modo efferato. La violenza sessuale, in particolare lo stupro, pare essere un elemento ricorrente in molti degli omicidi ma non viene considerata tale nelle statistiche ufficiali. In un certo numero di casi, i corpi delle vittime erano mutilati e sfigurati in un modo che richiama alla memoria gli omicidi commessi nel corso del conflitto armato interno.
A oggi, secondo l’Ufficio del difensore civico per i diritti umani, solo sul 9% di questi casi è stata aperta un’inchiesta.
La dimensione reale degli omicidi di donne in Guatemala rimane sconosciuta” – ha dichiarato Fosca Nomis, vicepresidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Lo stupro e gli altri crimini di natura sessuale sono spesso quasi invisibili a causa della mancanza di statistiche attendibili sul numero e le circostanze in cui le donne vengono uccise ”.

La maggior parte delle vittime erano casalinghe, studentesse e professioniste. Molte venivano dai settori più poveri della società e svolgevano lavori sottopagati come collaboratrici domestiche, commesse e operaie delle fabbriche. Alcune erano migranti provenienti dai paesi confinanti, altre appartenevano a bande giovanili o erano lavoratrici del sesso. L’età della maggior parte delle vittime andava dai 13 ai 40 anni.
Il maggior numero degli omicidi ha avuto luogo nei centri urbani, dove negli ultimi anni si è assistito a un drammatico aumento dei livelli di violenza associata al crimine organizzato o alle attività delle bande giovanili note come “maras”.
Il rapporto di Amnesty International mette in luce come la discriminazione sia al centro dell’attuale crisi dei diritti umani cui vanno incontro le donne e della stessa modalità con cui le autorità reagiscono a questa situazione. Ne sono la prova le dichiarazioni di alcuni pubblici ufficiali, che etichettano le vittime come prostitute o appartenenti alle “maras”. Questo atteggiamento influenza il modo in cui vengono condotte le indagini o vengono catalogati questi reati, o addirittura diventa la causa della mancanza di indagini.
La mancanza di azione e la compiacenza delle autorità acuisce la sofferenza delle famiglie le cui richieste di indagini adeguate sono raramente ascoltate ha commentato Nomis.
Gli organi ufficiali coinvolti nelle indagini sostengono che il 40% dei casi sono semplicemente archiviati. L’assenza di formazione sulle tecniche investigative – ravvisabile nel mancato isolamento della zona del delitto o nella mancata raccolta di campioni biologici o di altre prove fondamentali – insieme a quella di risorse tecniche e di coordinamento e cooperazione tra le istituzioni statali, significa che in molti casi non si va oltre l’avvio delle indagini.
In occasione dell’XI anniversario dell’adozione della Convenzione interamericana sulla prevenzione, la punizione e lo sradicamento della violenza contro le donne (meglio conosciuta come “Convenzione di Belém do Pará”), Amnesty International chiede al governo del Guatemala di: - condannare pubblicamente i rapimenti e le uccisioni delle donne e delle ragazze; - avviare indagini immediate, coordinate, esaustive ed efficaci su tutti i casi di rapimenti e uccisioni di donne e ragazze e portare i responsabili di fronte alla giustizia; - rafforzare e migliorare il coordinamento e l’attribuzione di risorse alle istituzioni che si occupano della violenza contro le donne, in particolare l’Ufficio del procuratore speciale per i crimini contro le donne e il Pubblico ministero; - sviluppare e attuare programmi adeguati di allarme e protezione per impedire i rapimenti e le uccisioni di donne e ragazze.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 9 giugno 2005

Il rapporto “Guatemala: no protection, no justice: killings of women in Guatemala” è disponibile
qui.

Un paio di giorni fa, in un blog che ogni tanto leggo, ho trovato questo commento:
Io da sempre mi definisco Antifemminista e Maschilista: se lo dicessi a voi, mi rispondereste in coro: "ah, tu fai la schiavetta agli uomini??" e non avreste capito un cacchio: io dagli uomini sono rispettata in quanto donna, in quanto intelligente, in quanto non arrogante, in quanto non sento che mi manchi un attributo attaccato in mezzo alle gambe. ...e guardacaso, con il mio modo di pensare e quindi di essere, non ho trovato muri a barrarmi la strada nella professione. Non ho mai atteso una telefonata in ansia: quando si è così, sono gli uomini a cercarti. Voi femministe, siete convinte di aver migliorato la condizione delle donne... L'avete DISTRUTTA. Avete distrutto le vostre stesse vite, che vi piaccia o no. Sapete quante volte, vedo Donne "paritariamente" maltrattate dai loro uomini, piangere calde lacrime "femminili"? E sono proprio le più fervide attiviste femministe!! Ok: volevate la parità?? "Beccatevela" tutta, da veri Uomini. ...oppure, riflettete meglio la differenza fra "parità" e "saper farsi rispettare". Ecco, mi piacerebbe che questa signora che fieramente si autodefinisce antifemminista e maschilista andasse a spiegare alle donne guatemalteche la sottile arte di “saper farsi rispettare” senza la ridicola pretesa della parità. Guardandole bene negli occhi.

barbara




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4 aprile 2006

E ANCORA

È un po’ vecchio, questo articolo di Susanna Legrenzi. L’ho lasciato lì a decantare, per un po’; credo che adesso sia il momento giusto per rispolverarlo. Sconsigliato ai deboli di stomaco.


Alla Biennale di Venezia, lo scorso giugno, si è chiusa in un box di cemento, dove ha inflitto al suo corpo trecento colpi di frusta. Non un numero a caso, ma il conto da fonte ufficiale delle donne uccise in Guatemala nei primi sei mesi del 2005; un paese che ha vissuto 40 anni di dittatura e poi 36 di guerra civile. Una performance violenta premiata da un Leone d'Oro: un'autoflagellazione, figlia della Body art, certo. Ma soprattutto di un impegno sociale che distingue Regina José Galindo dagli altri artisti che si sono espressi col proprio corpo a partire dagli anni Sessanta. Oggi [...] la incontriamo a Milano, alla Prometeo Gallery, dove è in corso la sua prima personale italiana. Autodidatta, trent'anni, corpo scarno da adolescente, maglietta rossa, una scritta - I'm anarchist - all'appuntamento RJG sembra sbucare dal nulla. Viso minuto, capelli castani legati sulla nuca, occhiali da vista, si muove con la leggerezza di un elfo mentre con gelido autocontollo racconta di sé, del suo lavoro, del Guatemala: «Paese dove la violenza fa parte del quotidiano. E, più che altrove, bambine e adolescenti, madri e mogli sono vittime di soprusi, se non già di vere e proprie torture domestiche che a volte sfociano in omicidi atroci per morbosità e accanimento». Ma RJG non si limita a denunciare la punta di un iceberg: il suo sguardo va oltre, si insinua in storie che restano sommerse, in sofferenze e umiliazioni private. Tra le azioni contro di RJG non si può dimenticare un video - Imenoplasta - che la ritrae mentre si sottopone a un'operazione di ricostruzione dell'imene. «In Guatemala è un intervento molto diffuso sebbene illegale, come del resto è ancora illegale l'aborto» racconta oggi. «Eppure per entrambi, basta raggiungere una clinica qualsiasi e presentarsi con 350 euro in tasca. Paura? Durante l'intervento no. L'ho sentita salire solo all’uscita dal day hospital quando ho iniziato a dissanguarmi per via di un'emorragia interna che ha messo a repentaglio la mia vita, così come è certamente accaduto a chissà quante altre donne costrette a "comprarsi" una seconda verginità per paura di non potersi più sposare».

È ora di pranzo: nel tardo pomeriggio nella galleria - che ospita le opere fotografiche tratte da alcune delle sue "azioni" - RJG è impegnata in una performance. Certamente forte. Probabilmente cruenta. Le domandiamo come vive l'attesa: non risponde. «Mi interessa comunicare e lavorare sul sociale. Con ogni azione mi pongo sempre due obiettivi: uno personale e l'altro collettivo. Nel primo caso le mie performance sono un atto di psicomagia alla Jodorowsky con il quale cerco di curare la mia sofferenza interiore. Nel secondo, invece, entra in gioco la mia responsabilità politica, il mio punto di vista di artista, pur sapendo che l'arte non può salvare il mondo, ma forse può salvare solo me». Un paio d'ore più tardi Regina si presenta al pubblico vestita con un abito nero, tagliato da un lungo spacco. Senza mostrare alcun turbamento si accomoda su una sedia e con imperturbabile lentezza comincia a incidere una parola - terra - nella sua coscia e lo fa usando uno scalpello che la lascia sanguinare così come sanguinano le sue donne e il suo paese. Qualcuno non regge e abbandona la sala. Mentre RJG, lei, non abbandona mai. In passato ha detto: «Perché ho deciso di fare l'artista? All'inizio per rompere il silenzio famigliare. La nostra storia non potrà mai essere cancellata; basta un solo guatemalteco che la ricordi. lo oggi sono uno di loro». Lo testimonia un'altra sua azione presentata alla Biennale del 1999: El dolor en un panuelo. In quell’occasione, nuda e bendata, era legata a un pannello, mentre sul suo corpo nudo scorrevano le immagini che davano conto degli atroci abusi commessi sulle donne.
  


«Il pubblico non poteva entrare nella stanza, ma vedeva la scena da un foro nella porta» ricorda oggi, spiegando che «è proprio l’attitudine che abbiamo adottato noi guatemaltechi: vedere; senza poi far niente. Le famiglie in Guatemala hanno ancora una struttura patriarcale. Per le donne l’unica via di fuga è rappresentata da un sogno: gli Stati Uniti, dove ognuno di noi ha un parente e ognuno di noi si immagina una possibile seconda vita. Chi resta porta ancora i segni della storia recente: una storia violenta. Io ero ancora una bambina durante gli ultimi anni del conflitto armato. La guerra civile l’ho capita solo dopo. La regola nella mia e in molte altre famiglie era di non parlare di quelle cose: nascondere la realtà. Per esempio, lasciando i propri figli sempre davanti alla televisione senza affrontare quello che accadeva oltre l’uscio di casa. A Ciudad de Guatemala vivevo in una zona molto calda, la 3: lì, l’anno passato, ho trovato una scatola di cartone con brandelli di gambe di una donna. La mia cagna Maga si è messa ad annusare come se fossero ossa di vacca ... è stato terribile, ma in Guatemala questo può accadere a ogni angolo. Dopo la firma della pace esiste una “supposta pace” che per me non è altro che una guerra mascherata. Noi guatemaltechi ci uccidiamo l’un l’altro e questo è il risultato di tanti anni di violenza. È come se avessimo la violenza nel sangue».
In Guatemala, racconta sempre RJG, la maggior parte dei delitti resta ancora impunita. «I casi di omicidi di donne vengono per la maggior parte archiviati. Se una famiglia per esempio denuncia la sparizione di una figlia, la polizia comincia a impegnarsi nelle indagini solo 48 ore dopo. Dicono che questa era una pratica diffusa all'epoca del conflitto armato, quando veniva denunciato un desaparecido, non si apriva il caso se non 48 ore dopo, in modo da poter depistare i sospetti». Alle donne e più in generale al suo popolo (e in fondo a se stessa) RJG ha sempre cercato di restituire una voce oltre l’ombra: è accaduto con Lo voy a gritar al viento. Ricorda: «Per più di un'ora il mio corpo è rimasto appeso a vari metri di altezza, in uno spazio pubblico, con molto movimento. Da lassù ho continuato a leggere poesie senza microfono, con la voce che si perdeva nell'aria. Una metafora della situazione della donna nelle nostre società, dove la sua voce non è ascoltata». A cena, dopo la performance milanese, RJG lamenta un dolore alla gamba scarnificata. Quando ci congediamo, il sentimento è di forte confusione emotiva. La vediamo andare via, esile e minuscola. Mentre restano pesanti come zavorre le sue parole. Un diario della violenza. Atroce e freddo. Come i suoi racconti. Di un altro mondo, il nostro mondo.

Nostro. Anche se sta al di là dell’oceano, perché la sofferenza non ha passaporto, non ha lingua, non ha razza, non ha religione. Cerchiamo di non dimenticarlo.






barbara

Aggiornamento: per aggiungere un nuovo tassello al quadro (grazie al Grande vecchio Toni).




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3 aprile 2006

DONNE ANCORA: INFERNO SENZA FINE

Questo articolo di Gianni Francone ci offre un altro spaccato sulla condizione delle donne nel mondo.

Fiori, grandi fiori con i petali colorati, e i petali sono schiene, e ogni schiena è una donna. Viste dall'elicottero, le "signore di Hunza", disposte in grandi cerchi a mondare orzo, sono corolle in un mare di verde. Dietro di loro il bianco abbagliante dei monti del Karakorum e intorno l'arancio degli albicocchi gravidi di frutta. Viste da vicino, queste ragazze di ogni età, che portano avanti l'economia agricola di quella che fino a vent'anni fa era una delle zone più povere e desolate del Pakistan, sono un piccolo sogno realizzato nell'inferno della condizione femminile nel sud dell'Asia, una luce nel buio, una rosa nel deserto. Siamo nella valle dell'Hunza, nel nord del paese, quasi al confine con la Cina. È un piccolo mondo antico di fede ismailita, l’ala più progressista dell’islam. Ha un capo religioso: Karim Aga Khan, proprio lui, quello delle ville in Costa Smeralda. E un motto: "Prima le donne". Khadja, giovane insegnante del villaggio di Karimabad, che porta il chador al collo come fosse un foulard di Gucci, dice che se stiamo cercando qui esempi di sfruttamento o di lavoro nero abbiamo sbagliato tempo e luogo. «Se hai un figlio e una figlia e non hai denaro sufficiente per mandarli a scuola e farli lavorare, dai la precedenza alla femmina» recita la maestrina citando a memoria il pensiero di Aga Khan III, nonno di Karim. E spiega come, dal 1982 a oggi, il progetto di sviluppo rurale in cui il magnate investe 60 milioni di dollari all'anno abbia avuto come motore le donne: che riunite in decine di cooperative sono riuscite a trasformare un pezzetto di Pakistan in una valle verde dove la disoccupazione è quasi sconosciuta e il mobbing è un termine
incomprensibile.
Ma il sogno finisce qui. Per avere un'idea diversa sul lavoro femminile nel sud del mondo non c'è bisogno dell'elicottero. Basta un computer. Basta scorrere, per esempio, il clamoroso mea culpa sbattuto in rete nei giorni scorsi dalla Nike, l'azienda simbolo della globalizzazione. Si chiama "Responsibility report", vale a dire: ecco dove abbiamo sbagliato. Fuori le cifre. C'è un esercito proletario di 650 mila persone che cuce scarpe, palloni e quant'altro per Nike, e la maggior parte di questi "soldatini" silenziosi, sparsi in una miriade di aziende e pseudo laboratori dall'India al Sudest asiatico, sono ragazze. Hanno in media dai 19 ai 25 anni. Lavorano più di 60 ore la settimana. «Ammettiamo che nella maggior parte delle fabbriche si verificano abitualmente casi di maltrattamenti verbali e anche fisici» si legge nel rapporto Nike, «e in molte strutture l'organizzazione sindacale è fortemente ostacolata, se non addirittura vietata». Un quadro che lascia trapelare particolari agghiaccianti come quello, documentato, che in molti di questi tristi santuari del lavoro nero sia in vigore e fatto rispettare, addirittura il divieto di andare a far pipì o di dissetarsi durante tutta la giornata lavorativa. Bellissimo questo “mea culpa” della Nike. Peccato che, se la memoria non m’inganna, dalla Nike abbiamo finora sentito almeno una dozzina di mea culpa ogni volta che viene fuori che nelle sue fabbriche ci lavorano, in condizioni disumane, dei bambini. E ogni volta che qualcuno ci va a ficcare il naso si torna a scoprire che, alla faccia dei pittoreschi mea culpa, continuano a lavorarci i bambini (ndb).
Questo per quanto riguarda le oltre 700 fabbriche a cui Nike subappalta la sua produzione, e che quindi in qualche modo da oggi sono "controllate". Poi ci sono le piccole aziende locali, sparse nella giungla, celate tra le catapecchie dei villaggi dove nessun ispettore metterà mai il naso se non altro perché non è in ballo il prestigio di un marchio celebre nel mondo. Qui, prima ancora che il lavorare, è l'essere donna la sfida da vincere. Prendiamo l'India. Ovvero l'unico paese in cui l'inferiorità femminile è anche un fattore matematico: se a scuola vi hanno insegnato che al mondo le donne sono più degli uomini, sappiate che questo triangolo solcato dal Gange è l'eccezione che conferma la regola. Santo cielo, ma perché anche un buon giornalista in grado di fare uno splendido articolo come quello che stiamo leggendo deve cedere alla tentazione di sparare un luogo comune imbecille come questo? In che modo un’eccezione confermerebbe la regola? Da quando in qua le regole hanno bisogno di eccezioni per essere valide? (ndb). Novecentoventinove femmine ogni mille maschi. È l'effetto devastante di una selezione che ha ben poco di naturale.
L'infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa nelle zone rurali dell'India, soprattutto nel Tamil Nadu» si legge in un rapporto di Amnesty lnternational. E tra le bambine sopravvissute ci sono quelle che non si dovrebbero toccare nemmeno con un fiore, ma il riguardo è per il fiore, perché appassirebbe. Sono le "intoccabili”, le impure, appartenenti alla casta infima dei Dalit: il popolo non popolo dell’lndia più arretrata, relegato ai lavori più umili, un esercito di ragazzine costretto ad attività come il trattamento degli animali morti e putrefatti o la pulizia dei pozzi neri. Qui il “contratto” di lavoro è a tempo indeterminato, diciamo pure a vita: si chiama “schiavitù per debito”. Un meccanismo perverso che parte da quello che, come pure nel vicino Bangladesh, è l'unico motivo per cui valga la pena che una donna esista: il matrimonio. Obbligo che comporta di trovare i soldi per una buona dote, e che giustifica il fatto che la famiglia si indebiti. Per l'equivalente di tre, quattromila euro. Il "ricco” presta, il padre va a casa tranquillo, la futura sposa e gli altri figli si mettono al lavoro. Nella migliore delle ipotesi si infilano in tasca l'equivalente di mezzo euro al giorno: se vuoi anche farci stare la ciotola quotidiana di riso, sono anni e anni di lavori forzati.
In Sri Lanka non siamo messi molto meglio. La prossima volta
che bevete un tè fateci un pensiero: nell'isola la stragrande maggioranza di chi lavora in piantagione è femmina. Ma è difficile dire se stia peggio chi resta in patria o chi va a lavorare all'estero. A Singapore, per esempio, le donne cingalesi vanno per fare le colf. E secondo l'agenzia Human Rights Watch, sono le colf più infelici del mondo: fanno le pulizie praticamente gratis, esposte a ogni tipo di sopruso. Perché, per essere in regola, ogni lavoratrice deve pagare al governo l'equivalente di 300 euro al mese, molto più della paga: il che significa non fermarsi mai, sette giorni su sette, 10-12 ore su 24; con qualche "premio” qua e là, tipo l'espulsione immediata dal paese se ti beccano incinta.
E in Cina hanno pure il coraggio di festeggiare l'8 marzo. «Nel prossimo volo spaziale ci sarà una donna astronauta» ha annunciato in occasione della festa della donna Gu Xiulian, presidente della Federazione femminile cinese. Ma se dalle basi spaziali vai in campagna, o nelle fabbriche tessili, non è più festa. Il non governativo China Labour Bulletin parla chiaro. Attualmente le lavoratrici in Cina sono 330 milioni, pari al 46,7 per cento della popolazione attiva. Quasi quanto gli uomini. Però i lavori meno gratificanti li fanno quasi tutti loro. Fin da bambine, perché i maschi devono andare a scuola: dopo la privatizzazione dell'economia, le spese scolastiche sono aumentate, e le famiglie dovendo scegliere non hanno dubbi. Secondo stime ufficiali, l'83 per cento di coloro che abbandonano la scuola nei nove anni obbligatori di istruzione sono femmine. Si preferisce mandarle a lavorare, ovviamente in quei settori che non richiedono particolari titoli di studio. Ed è altrettanto ovvio che lo scarso grado di cultura generale fa sì che le donne arrivino nei campi e nelle fabbriche senza conoscere i propri diritti; e accettando qualsiasi condizione di lavoro. Rinunciando a un salario adeguato e soprattutto alla propria dignità.
Cambiando continente, non cambiario i termini della condizione femminile. In Africa l'orario di lavoro delle donne arriva a 17 ore al giorno tra casa, cura dell' orto o degli animali da cortile, vendita dei prodotti della terra. Sono loro a raccogliere l'acqua e la legna, a occuparsi dei bambini e degli anziani. Sempre a loro è affidato, secondo i dati Onu, il 90 per cento della produzione alimentare, e rappresentano il 66 per cento della manodopera agricola. Eppure, quando si tratta di concedere denaro, all’improvviso sono gli uomini a farsi avanti: solo l’1 per cento del credito all’agricoltura, infatti, è destinato alle donne.
Nelle città, la situazione peggiora. Mentre l'Occidente delocalizza, le periferie urbane del Terzo Mondo si riempiono di capannoni con manodopera a basso costo. A Città del Guatemala le maquilas, cioè le industrie tessili che producono per i grandi marchi occidentali, impiegano all'80 per cento manodopera femminile. Le operaie lavorano a cottimo, con straordinari obbligatori e una paga che oscilla trai cinque e i dieci dollari al giorno. Alternative? Poche: vendere tortillas o fiori. E intanto la disoccupazione aumenta: nelle città dell’America Latina secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro sono 6,5 milioni le donne disoccupate, un terzo delle quali capifamiglia. La strada per la parità è ancora lunga.

Se poi qualcuno, oltre a tutto questo, avesse l’idea di violentarle, magari ancora quasi bambine, c’è sempre la speranza di trovare un giudice lungimirante che capisce che uno stupro in un ambiente degradato non è poi una tragedia: se giudici così si trovano perfino da noi, figuriamoci se non se ne possono trovare nel terzo mondo.

barbara




permalink | inviato da il 3/4/2006 alle 0:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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