.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 marzo 2006

CHI SONO IO?



Qui mi si dice che sono così:

You are funky, outdoorsy, and down to earth.
While you may not be a total hippie...
You're definitely one of the most free spirited people around.

You are very impulsive - every day is a new adventure.
However, you do put some thought behind all your actions.
Still, you do tend to shock and offend people from time to time!

E in effetti mi pare che il ritratto sia piuttosto fedele.

barbara




permalink | inviato da il 31/3/2006 alle 23:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


30 marzo 2006

TOTALMENTE INCOSCIENTE

La mia amica H. è andata all’ospedale a trovare una zia, che è stata colpita da un gravissimo ictus. È totalmente incosciente, le hanno detto. Non si muove, non parla, non vede, non sente, non percepisce. H. ora è lì, di fianco al letto, e guarda mestamente quella sua povera zia, fino a poco prima tanto attiva ed energica e ora ridotta a un vegetale. Ad un tratto la zia alza un braccio, l’unica cosa che è ancora in grado di muovere, raggiunge la mano di H., la afferra, la solleva e poi, con un gesto secco, la butta via. Un movimento automatico e inconscio, pensa H., come un tic, come quando una persona che ne è affetta strizza gli occhi, o stira un angolo della bocca. Ma poco dopo il gesto si ripete, identico, e H. comincia a chiedersi se sia davvero automatico e inconscio. Si chiede se la zia non stia in realtà, coscientemente, tentando di comunicarle qualcosa. Ma che cosa? Ancora qualche istante, e il gesto si ripete per la terza volta, e finalmente le viene un’idea: che le stia per caso suggerendo qualcosa che deve fare lei? Ci pensa su, la guarda, gira intorno al letto, alza la coperta ed ecco: una gamba è messa malamente di traverso sopra l’altra. Delicatamente la solleva, la raddrizza e la posa di fianco all’altra. Poi rimette a posto la coperta; infine ritorna al posto in cui si trovava prima. Il gesto non si ripete più.

barbara




permalink | inviato da il 30/3/2006 alle 23:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (40) | Versione per la stampa


29 marzo 2006

SCHINDLER’S LIST

Questa mattina il collega di religione, che aveva cominciato a farlo vedere nell’ora prima della mia, mi ha chiesto di lasciare un po’ del mio tempo alla prosecuzione del film. Ho lasciato tutte e due le ore. E ancora una volta mi sono dovuta confrontare con ciò che non ha spiegazione, che non ha logica, che non ha possibilità di comprensione per la mente umana. Anni fa ho cominciato a leggere “Modernità e olocausto” di Zygmunt Bauman che pretende di spiegare in termini razionali il progetto – e la parziale attuazione – di sterminio di un intero popolo: dopo un paio di capitoli l’ho lasciato in preda alla nausea. Chi pretende di spiegare, di rendere comprensibile quanto avvenuto, a mio avviso, ottiene solo lo scopo di sminuirlo. E non lo accetto.



barbara

Aggiornamento: sempre in tema di crimini immondi vi invito a leggere questo.




permalink | inviato da il 29/3/2006 alle 16:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (161) | Versione per la stampa


29 marzo 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 6

Quello che invece mi ha letteralmente sconvolta è stato il constatare l’assoluta mancanza di valore della vita umana. Sghignazzavano come matti a vedere la nostra riluttanza a fare cose pericolose, soprattutto quando assolutamente non necessarie e fatte solo per sfizio, come lanciare un pullmino in piena velocità su per una montagnola sabbiosa con una pendenza del 40-45%, con forte rischio di ribaltamento, così, per vedere l’effetto che fa: i bianchi hanno paura di morire, ghignavano dandosi di gomito. E andavano a fare il bagno in mare, un mare infestato di squali, grazie alla geniale idea del governo italiano di costruirgli il nuovo macello direttamente sul mare, nel quale venivano poi gettati il sangue e gli scarti. Anche noi, a dire la verità, ad un certo momento abbiamo cominciato a farlo: come si fa ad avere davanti agli occhi il mare più bello del mondo e restarne fuori? Però prendevamo qualche precauzione: ci informavamo sugli orari e l’altezza delle maree, e nessuno faceva comunque il bagno al lido, nell’immediata vicinanza del macello. I somali invece lo facevano: «Se Allah ha deciso che non è arrivato il mio ultimo giorno, lo squalo andrà da un’altra parte – dicevano – e se invece ha deciso che è il mio ultimo giorno è inutile che eviti lo squalo: succederà sicuramente qualcos’altro». La media era di un morto alla settimana, nell’indifferenza di tutti. Ricordo il guardiano notturno di un collega, diciassettenne, con la moglie incinta. Si attendeva il lieto annuncio, invece è arrivata la notizia che la ragazza era morta di parto, e il bambino pure. Una settimana dopo, mentre ero in giro col collega, abbiamo incontrato il guardiano tutto allegro con una ragazza per mano: «Ciao professore, ciao signora, vi presento la mia fidanzata!» Una settimana dopo che una ragazzina di quindici anni era morta partorendogli un figlio morto. Ma la cosa più agghiacciante di tutte è stata quella mia studentessa alla quale un giorno ho detto qualcosa come: «Tu che sei madre di due figli ...» E lei, tutta giuliva: «No no, uno!» La guardo sconcertata: «Come uno? Se ti ho incontrata una settimana fa con due bambini e mi hai detto che erano i tuoi figli!» E la ragazza, sempre giuliva: «Ah, sì, ma uno è morto».
A quel tempo me lo spiegavo come una necessaria forma di autodifesa psicologica: dove si muore molto, mi dicevo, è inevitabile “farci il callo”, non si può vivere ogni morte come una tragedia quando si passa la vita intera a contare i propri morti. Ma poi, ma poi ... Poi ho sentito madri palestinesi proclamare orgogliose: «Sono stata io a educare mio figlio al martirio!» e «Ringrazio Allah che mi ha concesso la grazia di vedere mio figlio farsi esplodere portando con sé dieci ebrei!» Ho sentito Arafat strillare: «Sono pronto a sacrificare mille martiri bambini per giungere a Gerusalemme» e ho sentito Saddam annunciare: «Combatteremo fino all’ultimo bambino!» E ho letto di quando Sadat ha detto a Golda Meir: «Per il Sinai sono pronto a sacrificare un milione dei miei uomini» (e Golda Meir gli ha risposto: «E io dei miei non sono disposta a sacrificarne neanche uno!»). E tante, tante altre cose così. E adesso non sono più tanto sicura che quella che mi ero data all’inizio fosse la spiegazione giusta.



barbara




permalink | inviato da il 29/3/2006 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa


28 marzo 2006

BUONA NOTTE

Forse pensavi che anche la betoniera dovesse andare diritta. O forse, nella beata incoscienza dei tuoi tredici anni, non ti eri neanche accorta del bestione che aveva affiancato la tua bicicletta a pochi metri dall’incrocio. Quel che è certo è che l’uomo della betoniera non si è accorto di te. Si è fermato solo quando ha visto i gesti disperati dei passanti. Quando è sceso e ha visto quella poltiglia sotto le ruote del suo bestione, l’uomo della betoniera è impazzito.
Tre anni sono passati e ancora né io, né il preside, riusciamo a pronunciare il tuo nome senza rompere in sgangherati singhiozzi. Tua madre no, invece, lei è molto più brava di noi: lei ha letto i libri giusti e ha imparato come si fa ad elaborare il lutto. E molto generosamente spiega a tutti – caso mai capitasse anche a loro di averne bisogno – come si fa a conservare il sorriso sulle labbra con una figlia stritolata sotto una betoniera. Ed è così che può ascoltare il preside che ti ricorda – che tenta di ricordarti, e ancora una volta, per l’ennesima volta, si ingroppa e gli si strozza la voce e si deve interrompere e tira fuori il fazzoletto e si asciuga gli occhi e si soffia il naso e riprende a parlare e di nuovo si ingroppa – senza che un solo muscolo del suo viso tradisca la minima emozione.
Buona notte, piccola Magdalena. E se stasera almeno io piangerò ancora un po’ non preoccuparti: va bene così.



barbara




permalink | inviato da il 28/3/2006 alle 0:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


27 marzo 2006

STRAGE DI DONNE

Riporto integralmente questo articolo di Ayaan Hirsi Ali, pubblicato dal Corriere della Sera

Mentre preparavo questo articolo, ho chiesto a un amico ebreo se fosse opportuno usare il termine «olocausto» per descrivere la violenza esercitata contro le donne a livello mondiale. E’ rimasto sorpreso. Quando però gli ho letto le cifre pubblicate in uno studio del 2004 dal Centro per il controllo democratico delle Forze armate di Ginevra mi ha risposto di sì, senza esitazione. Una stima dell’Onu dice che le donne demograficamente «scomparse» sono nel mondo fra i 113 e i 200 milioni. Ogni anno, perdono la vita per violenza o incuria basate sulla discriminazione sessuale da un milione e mezzo a tre milioni di donne e bambine.
Com’è possibile che sia così? Ecco alcuni fattori.
Nei Paesi in cui la nascita di un bambino è considerata un dono e la nascita di una bambina una maledizione degli dei, l’aborto selettivo e l’infanticidio eliminano le neonate. Le bambine muoiono di incuria in misura sproporzionata perché il cibo e le cure mediche vengono riservati prima ai fratelli, ai padri, ai mariti e ai figli maschi.
Nei Paesi in cui le donne sono considerate proprietà degli uomini, i padri e i fratelli possono ucciderle per aver scelto il partner sessuale. Li chiamano delitti «d’onore», anche se con l’onore non hanno niente a che vedere. Le giovani spose vengono uccise se i padri non pagano denaro a sufficienza agli uomini che le hanno sposate. Le chiamano «morti per dote», anche se non tanto di morte, quanto di omicidio si tratta.
Il brutale commercio sessuale di bambine a livello internazionale ne uccide un numero incalcolabile. La violenza domestica è una delle cause primarie di morte fra le donne di tutti i Paesi.
Alla salute femminile viene attribuito così poco valore che ogni anno circa seicentomila donne muoiono di parto.
Seimila bambine, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, vengono sottoposte quotidianamente alla mutilazione dei genitali. Molte muoiono; le altre vivono il resto dei loro giorni con un dolore paralizzante. Secondo l’Oms, una donna su cinque a livello mondiale ha probabilità di essere vittima di uno stupro o di un tentato stupro nel corso della propria vita.
Ciò che accade alle donne e alle bambine in molti luoghi del pianeta è un genocidio. Tutte le vittime urlano la propria sofferenza. Non è che il mondo non le senta: è che gli esseri umani loro simili scelgono di non farci caso. E’ molto più comodo per noi ignorare queste questioni. E dicendo «noi» includo anche le donne. Troppo spesso siamo le prime a guardare altrove. Può persino succedere che siamo partecipi, favorendo i nostri figli maschi e non curandoci delle nostre figlie femmine. Tutte queste cifre sono stime: il computo esatto della violenza contro le donne non è considerato una priorità nella maggior parte dei Paesi.
Abbiamo di fronte tre sfide. Le donne non sono organizzate né unite. Quelle di noi che stanno nei Paesi ricchi, e hanno ottenuto l’eguaglianza davanti alla legge, devono mobilitarsi per assistere le proprie compagne. Soltanto la nostra rabbia e la nostra pressione politica possono portare a un cambiamento.
Gli islamisti si stanno impegnando a resuscitare e diffondere leggi brutali e retrograde. Ovunque gli islamisti applichino la Sharia, o legge islamica, le donne vengono cacciate dalla scena pubblica, escluse dall’istruzione e costrette a una vita di schiavitù domestica. I relativisti culturali e morali fiaccano il nostro senso di rabbia morale sostenendo che i diritti umani sono un’invenzione occidentale. Gli uomini che violentano le donne raramente fanno a meno di utilizzare il vocabolario fornito loro dai relativisti. Rivendicano il diritto di attenersi a un sistema di valori alternativo, un approccio «asiatico», «africano» o «islamico» ai diritti umani.
Questo atteggiamento mentale deve essere spezzato. Una cultura che mutila i genitali delle bambine, imbriglia le menti e giustifica l’oppressione fisica non è uguale a una cultura che ritiene che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini.
I leader mondiali potrebbero cominciare a fare tre cose per iniziare a sradicare l’omicidio di massa delle donne. Un Tribunale simile alla Corte di giustizia dell’Aia dovrebbe cercare i 113-200 milioni di donne e bambine che mancano all’appello. Andrebbe fatto urgentemente un serio sforzo internazionale per ottenere un computo esatto della violenza contro le donne e le bambine, Paese per Paese. C’è bisogno di una campagna mondiale per riformare le culture che permettono questo tipo di crimine. Cominciamo a dar loro un nome e a smascherarle.
Negli ultimi due secoli gli occidentali hanno progressivamente cambiato il modo di trattare le donne. Il risultato è che l’Occidente gode di più pace e maggior progresso. La mia speranza è che anche il Terzo mondo intraprenda un’opera del genere. Così come abbiamo posto fine alla schiavitù, dobbiamo porre fine al genocidio basato sulla discriminazione sessuale. (Traduzione di Monica Levy)

Sperando che aiuti a riflettere. Non solo noi quattro gatti che frequentiamo i blog.

barbara

Aggiornamento OT (ma neanche proprio tanto OT): leggere qui.




permalink | inviato da il 27/3/2006 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (62) | Versione per la stampa


26 marzo 2006

GIURAMENTO DI IPPOCRATE

Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo,

GIURO:

di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;
di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;
di prestare assistenza d'urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'Autorità competente;
di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.

Chissà se se ne ricorda il dottor Verhagen, protagonista dell’intervista che segue ...

GRONINGEN (OLANDA) - Sorridono, sorridono tutti nella clinica della dolce morte bambina. Anche l´asino dipinto alla parete con un buffo cappelluccio da clown in testa. Sorride anche lui, il Dottor Dolcemorte, bello come un attore americano, alto e biondo come noi ce li immaginiamo i nordici. Riesce a sorridere anche quando parla di come fa ad «aiutare i bambini a terminare la vita».
Bambini che un destino crudele ha condannato a malattie dolorosissime e insanabili. E non perde il sorriso neanche quando, alla fine, prima di salutarlo, gli facciamo la domanda che avevamo in testa all’inizio del colloquio: «Ma se fossero figli suoi, lei avrebbe il coraggio di ammazzarli?». Il dottor Eduard Verhagen esita un attimo, ma forse è solo per trovare le parole giuste, guarda verso la parete davanti alla sua scrivania, dove ci sono delle foto e dei disegni di bambini. «Io ho tre figli», dice. Ci sono anche loro nelle foto, che salutano e sorridono, sono belli come lui, hanno sette, nove e undici anni. «Se fossero veramente malati senza prospettive, e soffrissero molto, sì, lo farei, darei loro una morte dolce» dice sicuro, di un fiato, senza smettere il sorriso.
Questo è l’unico posto al mondo in cui si possono «uccidere» i bambini malati per non farli soffrire più. Un posto di fresco e di vento tagliato da una luce bianca, tra casette da presepio, canali addormentati e prati verdissimi che non finiscono mai. Ma quella parola, uccidere, il Dottor Dolcemorte non la usa mai, perché «non è quella giusta» dice, e la sostituisce con «terminare». L’autorizzazione a praticare l´eutanasia sui bambini è stata accordata dalla magistratura locale per ora solo al reparto pediatrico della clinica universitaria di Groningen, attraverso la firma di un protocollo «molto severo» tra medici e giudici, che detta precise regole di comportamento. Dopo che il dottor Verhagen lo ha raccontato, lunedì scorso, a un programma della tivù olandese, sono scoppiate in tutto il mondo le polemiche e le dispute tra favorevoli e contrari.
Il «protocollo», in realtà - si è saputo solo adesso - è stato firmato l’anno scorso, e in questa graziosa città di 180mila abitanti nel nord dell´Olanda, quasi al suo margine più estremo, l’eutanasia sui bambini è legale già da nove mesi. In questo periodo sono stati «aiutati a terminare la vita», come dice il pediatra, quattro bambini malati. Sono i primi «terminati» in nome della legge. «Erano in condizioni gravissime e irrecuperabili - spiega il dottor Verhagen - e come vede non si tratta di un numero enorme, come qualcuno poteva temere all’inizio. Specialmente se pensiamo che in Olanda c’è una media di 120 casi l’anno nei quali viene praticata l’eutanasia sui bambini, ma si fa senza dirlo, perché altrimenti i medici vengono denunciati: c’è la legge penale che, ovviamente, dice che non puoi uccidere i bambini. I medici poi aggirano l’ostacolo scrivendo nei referti che si è trattato di morte naturale. Adesso io sono finalmente sollevato dal fatto che ci sia questo protocollo, che ci consente di agire alla luce del sole, con le porte delle sale operatorie aperte, e non più di nascosto per il timore di venir denunciati per omicidio. Credo che sia molto meglio avere un percorso legale, condotto in modo aperto e visibile a tutti».
Il dottore gira in maniche di camicia a righe bianche e azzurre, senza camice. Sembra più giovane dei suoi 42 anni, è pediatra e giurista, e fa parte della Nvk, l’associazione dei pediatri olandesi che per prima, ancora nel ‘92, ha cominciato a porsi il problema. La sua conoscenza delle leggi gli ha permesso di lavorare alla stesura del protocollo sull’eutanasia per i bambini insieme al «ministero pubblico» della città. E’ il primario della sezione pediatrica della clinica universitaria, che poi altro non è che l’ospedale cittadino, una grande vela di cemento chiaro tra gli edifici dell’antica e rinomata università. Grandi spazi, tanta luce, niente confusione, l’impressione è quella di un’ordinata efficienza. Il reparto dei bambini, dietro una porta a vetri, sembra un negozio di giocattoli, con gli scivoli, le altalene, i teatri dei burattini, le bambole, i pupazzi, i disegni e le foto buffe alle pareti. Professore, ma si può uccidere un bimbo? E senza rimorso?
«Ha mai visto un neonato con la spina dorsale bifida? Scommetto che non sa neanche cos’è. Ecco, questo è uno dei quattro bambini che quest’anno abbiamo "ucciso", come dice lei. Hanno come un’apertura, nella schiena, in cui si va a infilare di tutto, dal sangue al cervello. Hanno sempre dei difetti cerebrali, sono paralizzati, non possono camminare, sedersi, e neanche andare in bagno. Non sono in grado di comunicare con nessuno e inoltre questa malformazione fa un male incredibile, porta loro dei dolori fortissimi. Noi, come medici, possiamo fare molto poco, possiamo chiudere quella apertura, ma è solo un fatto estetico che non risolve nulla, i problemi restano, e sono insuperabili. Ecco, vede, è in casi come questi che interveniamo. E proprio per casi come questi che ho incontrato nella mia carriera tanti, tantissimi genitori che mi supplicavano di "terminare" la vita dei loro figli, una vita senza più prospettive e così dolorosa. Fino a ieri non potevo aiutarli, adesso finalmente posso. E credo che sia un grande passo avanti».
Il «protocollo» che consente la dolce morte bambina - firmato dal più alto magistrato di Groningen, il «ministero pubblico», e da 50 pediatri e 10 neurologi della città che per primi hanno iniziato a porsi il problema di «come comportarsi in questi casi senza correre il rischio di essere denunciati» - è una specie di manuale di istruzioni, che non si perde nella teoria ma descrive semplicemente, in otto pagine fitte fitte, in modo molto preciso e dettagliato, tutte le tappe da seguire per arrivare all’eutanasia: dai test sul bambino malato fatti non da un medico solo ma da un’équipe di sei-otto specialisti, fino al primo consulto tra sanitari in cui i medici si chiedono se proseguire o meno nelle cure, fino ai colloqui con i genitori, alla decisione finale e alla scelta del come porre fine alle sofferenze di questi bambini.
La statistica dice che nella maggior parte dei casi "clandestini", 100 su 120 ogni anno in Olanda, si pratica un’eutanasia «passiva», cioè è sufficiente staccare la spina, non somministrare più al malato i farmaci che lo tengono in vita, e la morte avviene in un modo praticamente naturale. Negli altri 20 casi, invece, che sono quelli più spinosi, più dolorosi, i medici sono costretti a praticare un’eutanasia «attiva», devono cioè dare al piccolo paziente delle medicine per farlo morire. Il «protocollo» stabilisce anche che medicine dare, a seconda dei casi e delle malattie, elenca quali farmaci letali prescrivere, in che dosaggio e a quale intervallo di tempo. Inoltre dà tre mesi di tempo alla magistratura, quella locale di Groningen e poi quella nazionale dell’Aia, per esaminare ogni caso di eutanasia e decidere se procedere, eventualmente, contro i medici, qualora ritenesse che hanno sbagliato. La firma del ministro della giustizia olandese è stata messa sotto tutti i quattro casi dei bambini «terminati» negli ultimi nove mesi a Groningen.
«Ma il punto più importante, e delicato, resta quello della decisione - spiega il dottor Verhagen - perché a differenza di quanto prescrive la legge sulla eutanasia per gli adulti, che l’Olanda ha approvato nel 2001, dove sono le persone maggiorenni che devono dare il suo consenso, in questo caso un bimbo, un neonato, non può decidere, e non possono farlo per lui neanche i genitori. Allora il nostro «protocollo» prevede che alla fine sia il medico a decidere cosa fare, ma se succede che il medico sceglie di interrompere la vita e i genitori non sono d’accordo, o viceversa, si va avanti con le cure. Devono insomma essere tutti d’accordo per decidere di interrompere la vita di un bimbo. Più avanti, se questo protocollo diventerà legge dello stato come ci auguriamo, sarà meglio, come abbiamo chiesto noi pediatri, fare come per l’eutanasia degli adulti, e nominare una commissione di medici, giudici, studiosi di etica (attualmente è di otto membri) per prendere le decisioni. Però anche qui i tempi sono lunghi, e le resistenze tante. Ci sono voluti dieci anni per fare la legge sull’eutanasia degli adulti, credo che ci vorrà del tempo anche per avere quella sui bambini».
Ma anche nell’Olanda permissiva non tutti i pediatri sono d’accordo. «Anche qui, in ospedale - dice Verhagen - ci sono dei colleghi che pensano che la decisione della morte non appartiene a noi ma solo a Dio. Sono posizioni che rispetto. Questi colleghi, di solito, non partecipano alle équipe che si occupano degli interventi di eutanasia. Io penso invece che stiamo facendo la cosa giusta e siamo contenti di farlo senza più nasconderci. Vede, io credo che la vera cosa non umana, da evitare, sia accanirsi con le cure quando hai accertato che non c’è più niente da fare, e allora comprendi quei genitori che ti chiedono di alleviare le atroci sofferenze dei loro figli anche se questo significa la morte. Ma una morte dolce, col sorriso».

L’unica vera preoccupazione del dolce dottore Verhagen, come possiamo vedere, sembra essere quella di non rischiare un’incriminazione per omicidio. Altri commenti non aggiungo, invitandovi piuttosto a leggere lo splendido commento che ha fatto lui.

barbara

Aggiornamento: vi invito a leggere questa interessante testimonianza.




permalink | inviato da il 26/3/2006 alle 1:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (44) | Versione per la stampa


25 marzo 2006

DIALOGO

Garantito autentico.

- Pronto.
- Pronto, sono XY, c’è il signor P.?
- Sì.
- Me lo può passare?
- ... ? Come, scusi?
- Mi può passare P.?
- Scusi, ma lei conosce P.?
- Sì ...
- Personalmente?
- Sì ...
- E vuole che glielo passi al telefono?
- Sì, perché?
- Ma lei lo sa che P. è sordomuto?
- Sì, certo, e allora?
- E lei ci vuole parlare al telefono?
- Mbè? Ho sempre visto che con voi si fa capire benissimo, non sarò mica più scemo degli altri da non riuscire a capirlo anch’io?!

barbara




permalink | inviato da il 25/3/2006 alle 0:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


24 marzo 2006

24 MARZO

“In questo clima, il 24 marzo 1977, a un anno esatto dal golpe, Rodolfo J. Walsh, dalla clandestinità, rese pubblica la sua Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare, in cui scriveva: «La censura sulla stampa, le persecuzione degli intellettuali, la violazione della mia casa sul Rio Tigre, l’assassinio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta combattendovi, sono alcuni dei fatti che mi obbligano a questa forma di espressione clandestina, dopo avere discusso liberamente come scrittore e giornalista per quasi trent’anni. [...] Riempite le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese virtuali campi di concentramento nei quali non sono ammessi giudici, avvocati, giornalisti, osservatori internazionali. Il segreto militare dei procedimenti, invocato come necessità dell’indagine, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e la fucilazione senza processo. Più di settemila ricorsi di habeas corpus hanno ricevuto risposta negativa in quest’ultimo anno. In altre migliaia di casi di scomparsa, il ricorso non è stato neppure presentato, poiché si sa in anticipo la sua inutilità o perché non si trova avvocato che osi presentarlo, dopo che i cinquanta o sessanta che lo facevano sono stati a loro volta sequestrati. [...] Attraverso successive concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi i mezzi che usate, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica, a mano a mano che il fine originale di ottenere informazioni si smarriva nella mente perturbata di chi la esercita, per cedere all’impulso di calpestare la sostanza umana fino a frantumarla e farle perdere la dignità che il carnefice stesso ha perduto, che voi stessi avete perduto. [...] Le tre componenti delle Forze Armate sono oggi la Tripla A, e la giunta da voi presieduta non è l’ago della bilancia tra ‘violenze di segni opposti’, né l’arbitro giusto tra ‘due terrorismi’, ma piuttosto la fonte stessa del terrore che ha perso la bussola e può solo balbettare il discorso della morte».
Il giorno dopo la pubblicazione di questa lettera, Rodolfo Walsh – braccato dagli uomini dell’Esma che erano riusciti a rintracciarlo grazie a un appuntamento rivelato sotto tortura da un compagno – si suicidò con un colpo di pistola per non farsi prendere vivo”. (Le pazze)

Trent’anni fa, il 24 marzo 1976, un colpo di stato militare abbatteva il fragile governo di Isabel Peron e iniziava, in Argentina, il tempo del terrore, che ingoiò 30.000 persone. In un altro 24 marzo, quello del 1980, veniva assassinato monsignor Oscar Romero.

Un periodo nero della storia del piccolo Paese del Centro America. Gli omicidi di poveri contadini e di oppositori al regime erano all’ordine del giorno. Tutti massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protette e sostenute dal governo. Un’era oscura, che vede al potere il generale Carlos H. Romero, il quale vince le presidenziali grazie a eclatanti brogli elettorali. Nel paese dilaga la repressione sociale e politica.
Quando viene nominato vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador è il febbraio 1977, ma il suo arrivo non allarma chicchessia: è considerato un “uomo di studi”, un conservatore, non impegnato socialmente né politicamente, quindi non un personaggio scomodo. Da lui ci si aspetta una pastorale aliena dai problemi sociali, una pastorale concentrata sullo “spirito” e sulla salvezza eterna. Ma in poco tempo ogni previsione è smentita.
Monsignor Romero inizia a lavorare con passione accanto ai più poveri, spendendo azioni e parole in nome della giustizia sociale, dei diritti umani, contro la corruzione, la disonestà, la repressione. I fatti tragici che piegano la società, il sangue della povera gente versato in nome della violenza e del potere, coinvolgono il vescovo conservatore, che si trasforma in aiuto e sostegno per l’intero popolo salvadoregno. Continui gli attestati di riconoscimento che gli arrivano dall’estero, per la sua strenua attività vicino ai bisognosi, tutti accettati in nome del popolo del Salvador.
Poi un evento tragico, l’ennesimo. Il gesuita Rutilio Grande viene assassinato per mano dei sicari del regime. Il vescovo reagisce con decisione: vuol sconfiggere l’impunità. Apre un’inchiesta e chiude per tre giorni scuole e collegi. Nelle sue omelie accusa direttamente il potere politico e giuridico. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Sono trasmesse anche alla radio. Vengono pubblicate sul giornale “Orientación”. Arrivano alle orecchie di migliaia di persone. Una parte della Chiesa comincia a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”. Ma Romero invita a riflettere, a prendere coscienza dei propri diritti e ad agire prontamente per cambiare le cose.
Principi che continua a proferire fino alla fine. Ogni giorno. Senza tregua. Dal ’77 all’80 cambiano i volti al potere ma il risultato è sempre quello: dittatura, violazioni, sangue. E Romero non accetta di desistere nelle sue denunce, nemmeno sotto minacce di morte. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”, commenta ogni volta. Poi, in quel caldo marzo tropicale, mentre eleva il calice nell’Eucarestia, viene ucciso. Queste le sue ultime parole: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. E i due colpi sordi rimbombano nel silenzio (qui).



barbara




permalink | inviato da il 24/3/2006 alle 0:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


23 marzo 2006

IN OLANDA IO NON SAREI SOPRAVVISSUTO

Propongo ancora una volta un testo della straordinaria Giacomina Cassina. Una testimonianza, questa volta, autentica e vissuta.

Manuel nasce cianotico. Non respira. All’ospedale di Valparaiso i medici dicono alla sua mamma che è morto. Glielo levano dalle braccia e lo mettono su un carrellino, nel corridoio, per portarlo nella camera ardente. La signora Polly non ci crede. Esce faticosamente dal letto, prende il suo fagottino di bimbo e lo mette sotto le coperte, lo culla, lo accarezza, lo scalda per un bel po’. Un po’ più tardi, una suora passa a vedere come sta la puerpera e la sgrida anche, dicendole di smettere di piangere, che il Signore ha voluto così e che deve farsene una ragione. La signora Polly apre le coperte e la suora vede che a piangere è invece Manuelito, il “nato-morto”.
Manuel cresce. A tre anni, prende una brutta influenza e il medico gli fa fare degli accertamenti. Scoprono che ha il cuore ipertrofico e dicono che non camperà oltre i 6/7 anni. A 9 anni, per un altro piccolo incidente, lo visitano in un altro ospedale, gli confermano l’ipertrofia cardiaca e diagnosticano la morte prima della pubertà.
Tra i 20 e i 30 anni Manuel lavora in una fabbrica edile e si allena tutti i giorni (pallacanestro e 3.000 metri siepi).
A 31 anni, quando Pinochet fa il golpe, Manuel è il responsabile del “cordon sindical” di Valparaiso. E’ molto conosciuto e viene imprigionato, torturato, portato in un campo di concentramento, rilasciato, ricatturato, reinterrogato, ritorturato, rilasciato di nuovo. Sfugge alla dittatura saltando dentro il giardino dell’Ambasciata italiana. Alla fine del 1974 arriva in Italia e inizia la sua seconda (o terza, o quarta, o quinta?) vita.
Manuel è il mio compagno, ha quasi 64 anni, lavora ancora, corre ancora (4 allenamenti a settimana), ha sempre il cuore ipertrofico e conta di vivere ancora tantissimo.
Ieri sera, dopo aver seguito la trasmissione di Ferrara ha detto una sola frase: “In Olanda io non sarei sopravvissuto”.
Grazie, signora Polly!
Giacomina

Non aggiungo commenti, solo un immenso grazie a Giacomina per i suoi continui, preziosi contributi.

barbara




permalink | inviato da il 23/3/2006 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


22 marzo 2006

EUTANASIA

La legge olandese sull’eutanasia, a quanto pare, consente di assassinare – con o senza il consenso dei genitori – bambini handicappati dal momento della nascita fino all’età di dodici anni. Qualcuno mi potrebbe cortesemente spiegare in che cosa questa legge differirebbe da quelle varate dal governo nazista? Qualcuno mi potrebbe cortesemente spiegare perché chiamare nazista una legge nazista sarebbe cosa disdicevole?

barbara

Aggiornamento (grazie a Russell). Under the Groningen protocol, if doctors at the hospital think a child is suffering unbearably from a terminal condition, they have the authority to end the child's life. The protocol is likely to be used primarily for newborns, but it covers any child up to age 12.
The hospital, beyond confirming the protocol in general terms, refused to discuss its details.
"It is for very sad cases," said a hospital spokesman, who declined to be identified. "After years of discussions, we made our own protocol to cover the small number of infants born with such severe disabilities that doctors can see they have extreme pain and no
hope for life. Our estimate is that it will not be used but 10 to 15 times a year."
A parent's role is limited under the protocol. While experts and critics familiar with the policy said a parent's wishes to let a child live or die naturally most likely would be considered, they note that the decision must be professional, so rests with doctors (qui).




permalink | inviato da il 22/3/2006 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (119) | Versione per la stampa


22 marzo 2006

GUERRE

Quello sotto riportato è l’elenco degli stati in cui sono in atto conflitti o situazioni di crisi stilato da warnews.

Aceh
Afghanistan
Algeria
Burundi
Cecenia
Colombia
Congo R.D.
Costa d'Avorio
Eritrea-Etiopia
Filippine
Haiti
Iraq
Israele-Palestina
Kashmir
Kurdistan
Liberia
Nepal
Nigeria
Rep. Centrafricana
Somalia
Sri Lanka
Sudan
Uganda
Messico/Chiapas
Guatemala

Bolivia
Venezuela
Perù
Regno Unito/Irlanda del Nord

Spagna/Paesi Baschi

Francia/Corsica

Bosnia
Serbia-Montenegro/Kosovo
Macedonia
Moldova/Transdnistria

Georgia
Armenia-Azerbaijan
Turchia/Kurdistan
Iran

Pakistan
Myanmar
Indonesia/Molucche
Indonesia/Sulawesi

Indonesia/Papua
Cina/Sinkiang-Uygur

Cina/Tibet

Laos

Thailandia
Marocco/Saharawi

Senegal/Casamance
Guinea Bissau

Sierra Leone

Ciad
Congo Brazzaville

Angola

Zimbabwe
Comore

Ruanda
Repubblica Centrafricana

Sono 59. La domanda è: perché di 56 non sentiamo mai parlare? (L’altra domanda è: dov’è Tommaso?).

barbara




permalink | inviato da il 22/3/2006 alle 1:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (43) | Versione per la stampa


21 marzo 2006

BUONA PRIMAVERA A TUTTI

 
 

barbara 




permalink | inviato da il 21/3/2006 alle 14:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


20 marzo 2006

BAMBINI – SECONDA PARTE

Aveva tre anni quando è nato il suo fratellino. Non era gelosa, no, proprio per niente; anzi, lo adorava quel batuffolino che le era improvvisamente arrivato in casa. E per questo, quando per la prima volta le è capitato di assistere al cambio del pannolino, si è preoccupata nel vedere una cosa strana, che lei non aveva. «E quello cos’è?» ha chiesto perplessa. Ora, una cosa va chiarita: chi sostiene che le razze non esistono, e che se anche esistessero sarebbero comunque tutte uguali, mente spudoratamente. Le razze esistono, e alcune sono particolarmente perniciose. Quella dei genitori, per esempio. Alla domanda della piccola, la dolce mammina, detentrice dell’intera dose di criminalità insita nella sua razza di appartenenza, risponde giuliva: «Quello? Ah, no, niente: gli è cresciuto per sbaglio, glielo dovremo tagliare». Vi stanno venendo i brividi? Avete perfettamente ragione. Era disperata, la povera bambina, al pensiero che il suo adorato fratellino fosse un povero anormale con quella cosa orribile cresciuta per sbaglio, e ogni pochi giorni tornava alla carica, per chiedere se si fossero decisi a tagliarglielo, e ogni volta la mammina rispondeva: «Ah, mi sono dimenticata, uno di questi giorni bisognerà proprio che mi ricordi di farlo». A chiunque altro, di fronte all’insistenza della bambina, sarebbe forse suonato qualche campanello d’allarme, ma non a un appartenente alla razza dei genitori. Alla fine, di fronte alla continua trascuratezza dei grandi, ha deciso che non poteva più lasciare il suo disgraziato fratello in quella infelice condizione: un giorno che si è trovata sola con lui ha preso un grosso paio di forbici, lo ha spogliato e con un colpo deciso gli ha tagliato il pisello. Attirati dalle urla disperate del bambino sono arrivati i genitori, che lo hanno preso su e sono saltati in macchina per portarlo di corsa all’ospedale. E nella concitazione del momento non si sono accorti che la bambina, terrorizzata dalle urla e dal sangue del fratello, era scappata e si era andata a nascondere dietro la macchina. Per la precisione fra la macchina e il muro retrostante. Contro il quale è stata spappolata quando il padre ha fatto retromarcia.

barbara




permalink | inviato da il 20/3/2006 alle 21:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


20 marzo 2006

BAMBINI

Anche lui, come tutti i bambini, ad un certo momento era stato colto dalla curiosità di sapere come nascano i bambini. O meglio, da dove vengono lo sapeva perfettamente, perché era un bimbo sveglio, e vedeva benissimo tutte queste donne con il pancione sempre più enorme, e ad un certo punto il pancione non c’era più e c’era invece il bambino, e dunque aveva capito che i bambini vengono dalla pancia della mamma; quello che però ancora non arrivava a spiegarsi era in che modo ci arrivassero, nella pancia. E dunque lo aveva chiesto alla mamma. La quale gli aveva dato la spiegazione più chiara, la più logica, la più razionale: quando un uomo e una donna si sposano, Gesù gli manda i bambini. Per un po’ la spiegazione era andata bene, ma un giorno era accaduto un fatto nuovo: la sua vicina di casa aveva la pancia. E non era sposata. Incapace di spiegarsi una simile distrazione da parte di Gesù, era dunque andato a chiedere lumi alla mamma. E la mamma, conscia dell’errore commesso con la prima spiegazione, aveva provveduto a rimediare: «Vedi, di solito quando un uomo e una donna si vogliono bene, poi si sposano. Roberto e Annamaria invece si sono dimenticati di sposarsi, ma Gesù ha visto lo stesso che si vogliono tanto bene, e così gli ha mandato un bambino anche se non si sono ancora sposati». E fu così che qualche giorno dopo, vedendo una bambina che giocava coi suoi bellissimi gattini, il bimbetto sveglio, preoccupato, le disse: «Stai attenta, tu che vuoi tanto bene ai tuoi gattini, che poi Gesù ti manda un bambino!»

barbara




permalink | inviato da il 20/3/2006 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


19 marzo 2006

RICORDO FLASH

Viaggio in Kenya, alla fine della prima missione in Somalia. Ci sono andata con una collega e un collega con la moglie e tre figli, un maschio di dieci anni e due femmine di rispettivamente quindici e ventuno anni. Avevamo scelto le cose da visitare, e l’agenzia aveva provveduto a prenotarci gli alberghi e ci aveva messo a disposizione un pullmino con l’autista-guida. Durante i tragitti l’autista illustrava, parlando ad alta voce per farsi sentire da tutti, ciò che stavamo vedendo e raccontava qualcosa delle varie culture locali, delle tradizioni, istituzioni ecc.; lui parlava in inglese e il collega traduceva per la moglie e i figli. Un giorno accade che nei due sedili più vicini a lui si siedono il collega maschio e il suo figlio maschio, e quel giorno cambia tutto: l’autista parla a voce bassissima, e il collega non traduce; è così che ho capito che i destinatari delle spiegazioni dell’autista non eravamo noi sette, bensì unicamente i due maschi. Dopo un po’ mi sono lamentata: «Non sento niente!» e il collega, in tono infastidito, ha replicato: «Sta parlando di cose personali». Non era vero: come ho appurato più tardi, stava spiegando quali studi aveva dovuto fare per accedere a quel lavoro e, come logico ampliamento del discorso, di come era organizzata la scuola in Kenya, e di queste cose sono rimasta, e probabilmente rimarrò per sempre, del tutto ignorante. In quel tragitto di diverse ore abbiamo attraversato, come sempre in Kenya, paesaggi diversi, ma non una sola parola di spiegazione è giunta a noi miserabili femmine. Alla fine di quel tragitto, furibonda, ho detto al collega: «Visto che con lui funziona così e che lui prende in considerazione unicamente te e tuo figlio, d’ora in poi fai il santo piacere di sederti sempre dietro». E il collega, maschio europeo con alto livello di istruzione e sterminata cultura nonché convinto di essere straordinariamente moderno per il fatto di farsi le canne insieme ai suoi studenti e di scoparsi le sue studentesse (e, all’occasione, anche quelle di sua moglie), mi ha trattata da donnetta isterica.









Sempre in tema di discriminazione, vi invito ad andare a leggere anche questo.


barbara




permalink | inviato da il 19/3/2006 alle 13:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


18 marzo 2006

AH NO, SCUSATE, NON ERA UN’ASSASSINA

Quando Valentina, cinque mesi, è morta, la sua mamma – poco più che una bambina lei stessa – colta da scrupolo, ha detto: forse l’ho scossa un po’ troppo cullandola. E immediato è scattato l’arresto per la madre assassina, incarcerata per omicidio volontario. Invece no, nessuna responsabilità da parte della mamma: la bambina, in una casa senza luce, senza acqua, senza gas, era curatissima. Pulita. Neanche un graffietto sul suo corpo: nessuna violenza, nessuna trascuratezza, nessuna inadempienza. La bambina è morta di broncopolmonite emorragica, patologia fulminante che raramente lascia scampo. Aveva provato, la nonna di Valentina, a dire queste cose, ma nessuno le ha creduto.
Poco meno di un mese fa avevo postato un commento dell’amico Fulvio a un fatto di cronaca apparentemente analogo: un uomo aveva sfondato il cranio al figlio di quattro mesi. Rainews24 aveva dato la notizia così: un giovane padre è in grave stato di shock ed è ricoverato all'ospedale per aver tentato il suicidio dopo aver percosso il figlio di 4 mesi, che è morto in seguito ai traumi. I sanitari hanno detto che l'uomo è affetto dalla sindrome di "shock the baby", un male che porta il genitore a scuotere il neonato anziché a cullarlo. Nessuna accusa nei confronti del padre massacratore, anzi, compassione per il poveruomo in stato di shock, e addirittura l’invenzione, per scagionarlo, di una inesistente “sindrome di shock the baby”, che sarebbe una malattia che induce l’adulto a sbattere il neonato (esiste, in realtà, la «shaken baby syndrome», che “indica una varietà di segni e di sintomi, in bambini sotto l'anno di età, dovuti a scuotimento violento od a traumi alla testa. La sindrome si caratterizza per danni neurologici che variano dal coma fino alla morte. Estremamente comune è il riscontro di ematomi, emorragie, edemi cerebrali, fratture delle ossa”). L’amico Fulvio, nelle sue riflessioni da me condivise, si chiedeva se in tanta indulgenza non avesse qualcosa a che fare la nazionalità egiziana dell’assassino, ipotesi che ha provocato la viva indignazione di parecchi commentatori. E sarà anche un caso, certo. Ma è un fatto che per la mamma di Valentina, italiana – che assassina non è, non solo volontaria ma neanche per sbaglio – nessun giornalista ha avuto l’idea di accordare almeno il beneficio del dubbio. Nessuno si è chiesto se fosse stato giusto sbatterla immediatamente in galera. Nessuno si è preoccupato se, coi suoi diciassette anni pieni di sofferenza e di miseria, potesse essere un pelino scioccata. Niente: ha ammazzato la figlia e adesso sta in galera, punto. E sarà un caso anche questo, certo.

barbara




permalink | inviato da il 18/3/2006 alle 20:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


18 marzo 2006

18 MARZO 1976

Una data importante



barbara




permalink | inviato da il 18/3/2006 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (45) | Versione per la stampa


17 marzo 2006

IO SONO QUI



Ebbene sì, ho ceduto anch'io alla tentazione di farmi dire dove sono, e in effetti devo riconoscere che il giochino mi ha collocata proprio al posto giusto. Se volete farlo anche voi, andate qui.

barbara




permalink | inviato da il 17/3/2006 alle 23:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa


17 marzo 2006

E CI MANCAVA SOLO LA FATTUCCHIERA

Già. Perché quando un bambino viene rapito da casa sua, quando il bambino ha appena un anno e mezzo, quando il bambino è malato e non può restare senza le sue medicine, e le medicine difficilmente si possono andare a comprare in una qualsiasi farmacia perché ormai mezza Italia sa che quelle sono le medicine che servono al bambino rapito, e quindi forse il bambino è senza medicine, e ogni minuto senza medicine potrebbe anche costargli la vita e dunque non c’è un solo minuto da perdere perché ogni minuto può essere questione di vita o di morte, senza contare che non sappiamo chi lo abbia in mano e che cosa ne voglia fare, ma nonostante le frenetiche ricerche questo bambino non si riesce a trovare, che cosa si fa? Salta fuori una fattucchiera che racconta di averlo “visto” in un sacchetto di plastica sotto un molo del fiume Magra, vicino a Pontremoli, al confine tra Toscana ed Emilia Romagna, e allora forze dell’ordine e squadre di sommozzatori ed esperti speleologi passano ore e ore a cercarlo nella zona indicata. Poi c’è chi si incazza e si offende se ci chiamano repubblica delle banane.

barbara




permalink | inviato da il 17/3/2006 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa


17 marzo 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 5

Una delle cose più sconcertanti, per noi di cultura “occidentale”, era la percezione del tempo. Per noi “domani” significa fra 24 ore, oppure nell’arco di tempo che va dalla prossima mezzanotte alla mezzanotte successiva; “la settimana prossima” significa il primo giorno che arriva con lo stesso nome del giorno di oggi, oppure nell’arco di tempo che va dal prossimo lunedì alla domenica successiva. In Somalia le due espressioni significavano, rispettivamente, “dopo oggi” e “dopo questa settimana”. Quanto dopo, questo lo sapeva solo Dio. E non c’era mediazione o compromesso possibile: discussioni interminabili si snodavano con i vari artigiani, noi incapaci di farci una ragione del fatto che la merce non fosse ancora pronta, visto che IERI aveva detto chiaramente DOMANI; loro increduli di fronte alla nostra pretesa di avere la merce OGGI, quando loro, chiaro come il sole, avevano detto DOMANI. Così mi è accaduto di partire a dicembre senza la collana che avevo ordinato in agosto e che sarebbe stata pronta la settimana prossima. E di lasciare da un sarto la stoffa per un vestito da ritirare, anch’esso, la settimana prossima. Due settimane prima della partenza (e tre mesi dopo aver portato la stoffa), l’avevo avvertito: «Guarda che fra due settimane torno in Italia». «Allora vieni domani». Ero andata dopo tre giorni, e poi dopo altri due giorni, e poi dopo altri due giorni ... Tre giorni prima della partenza ho trovato la stoffa tagliata, ma non cucita: «Vieni domani», e io tra baule da riempire e portare all’aeroporto per la spedizione e valigie da fare e casa da svuotare e tutto il resto, sono tornata il giorno dopo, e quello dopo ancora, ripetendo: «Guarda che fra tre giorni parto» e «Guarda che fra due giorni parto» e «Guarda che domani parto». «Domani». «No, amico, non c’è più nessun domani: stasera alle undici sono sull’aereo, e domani mattina alle sette sono in Italia». Ci è rimasto malissimo: non si aspettava assolutamente che gli facessi un tiro simile, non si aspettava che potessi essere così perfida da privarlo del suo tempo, non si aspettava che avessi l’ardire di appropriarmi del suo domani. Ho paura che non me l’abbia mai perdonata.



barbara




permalink | inviato da il 17/3/2006 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


16 marzo 2006

HALABJA, 16 MARZO 1988

Per ricordare
 

                                          

che questo è avvenuto;
  

                          

per commemorare


                      

cinquemila vittime innocenti;


                    

per non dimenticare


                                    

che le armi di distruzione di massa


                         

non sono un'invenzione di Bush


barbara
 




permalink | inviato da il 16/3/2006 alle 0:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (91) | Versione per la stampa


15 marzo 2006

SCARPE



Monumento «Scarpe sul Danubio»: sessanta paia di scarpe di bronzo lungo la banchina, nella zona di Pest, ci ricordano gli ebrei ungheresi fucilati tra il '44 e il '45 dai nazisti, i quali erano soliti incatenare i prigionieri l'uno all'altro sulla riva del fiume, sparare al primo della fila e lasciare che trascinasse tutti gli altri nel Danubio. (Foto e testo di Giordano Bottelli - jordan00@virgilio.it).

Sempre razionali, i nazisti, e sempre consapevoli del dovere, nei confronti della Patria, di evitare ogni spreco: e dunque i neonati venivano buttati direttamente nel fuoco – tanto non c’era da temere, con loro, una qualche ribellione che avrebbe potuto procurare qualche fastidio – e i prigionieri venivano eliminati con un’unica pallottola. Ringraziamo la città di Budapest che ha voluto ricordare questa ennesima atrocità, e ringraziamo Giordano che ha documentato questo commovente omaggio (e aspettiamo, anche se con sempre minore fiducia, di rivedere Tommaso).


barbara




permalink | inviato da il 15/3/2006 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


14 marzo 2006

E SCHINDLER HA FATTO SCUOLA

Funziona pressappoco così. Da una parte l'occidentale, dall'altra l'interlocutore cinese. Si parla di politica o business. A un certo punto, l'occidentale propone una lista di nomi, carcerati per reati d'opinione, nei cui confronti si chiede un atto di buona volontà. Si parla ancora un po', ci si saluta. Poi qualcosa succede. Non sempre, non subito, ma succede. Qualcuno di quella lista trova la strada di casa, della libertà. E con lui, il rispetto dei diritti umani fa un passo, mentre la Repubblica popolare può mostrare al mondo il suo volto aperto e disponibile, ricavandone approvazione e credito. Funzionano pressappoco così le «liste di Kamm». Chi maneggia la vischiosa materia dei diritti civili in Cina, le conosce da anni. Lui, John Kamm, è un ex businessman americano ora cinquantacinquenne che ha compreso come i fili dell'interesse e dei grandi principi possano intrecciarsi con reciproca soddisfazione. Se ne rese conto nel 1990, quand'era presidente della Camera di commercio americana a Hong Kong. Successe a un ricevimento offerto dagli uomini di Pechino nella colonia, si festeggiava l’appoggio dato dalla comunità dei businessman americani alla classificazione della Cina, da parte di Washington, come «nazione più favorita» nei commerci. Kamm - senza particolare premeditazione - fece il nome di un ragazzo di Tienanmen arrestato l’anno prima e torturato. Aveva letto di lui sul giornale, si chiamava Yao Yongzhan. Fece il suo nome, dunque: perché non lo liberate? Fu guardato storto, i drink parvero tramutarsi in aceto. Però finì bene, nonostante le pessime premesse, con Yao fuori di galera e con Kamm avviato a una inattesa carriera di paladino dei diritti umani.
Da allora la partita si è fatta seria. Nel 1999 l'attività di Kamm è una fondazione, la Dui Hua (dialogo, in mandarino) con 7 dipendenti nella sede di San Francisco, più 4 ricercatori, operativi negli Stati Uniti, a Hong Kong e a Parigi. Da un paio d'anni Kamm ha dismesso ogni attività imprenditoriale, dedicandosi alla sua creatura. Lo invitano a parlare e illustrare quello che è diventato un «metodo»: all’Onu e ad Harvard, davanti agli attivisti di Amnesty International e alla Brookings Institution; fioccano premi e riconoscimenti, ministeri chiedono suggerimenti. Il budget annuo è ormai sui 600 mila dollari, fra donazioni di privati e istituzioni, con contributi governativi di Usa, Danimarca, Norvegia, Svezia e Svizzera.
Il punto di forza della fondazione Dui Hua è l'archivio. «Nel database sono entrate informazioni su circa 12 mila persone», spiega Kamm dal suo ufficio californiano. Non solo detenuti, «ma anche soggetti sotto tiro, minacciati, con restrizioni della libertà personale». I nomi di tutti «provengono da fonti accessibili: giornali, sentenze, rapporti di ong. Verificati e incrociati». Del totale attuale nel database, cioè 4 mila nominativi, 2.700 sono in prigione ora. Per tutti, la precondizione che si tratti di reati d'opinione e che sia certo un background nonviolento. La lista di priorità, 250 nomi, distillata da tale mare magnum , è di volta in volta affidata allo stesso Kamm, che nei suoi frequenti viaggi in Cina incontra funzionari degli Esteri e dei tribunali, oppure alle cancellerie di governi che ne fanno richiesta o a volenterosi manager di aziende che sanno come parlare alle controparti cinesi. Conta la costanza del dialogo, «perché la disponibilità delle autorità di Pechino è altalenante». E ai cinesi, popolo pragmatico per eccellenza, l'approccio fattuale di Kamm, non dispiace: «È molto critico verso la nostra politica, ma il suo approccio è accettabile. Ama la Cina. Mostra rispetto. È costruttivo e realistico», ha sancito una volta il diplomatico Li Baodong. I salvati sarebbero nell’ordine delle centinaia.
Il New York Times Sunday Magazine , tempo fa, ha giocato convinto sul suggestivo parallelismo con la lista del nazista Schindler e gli ebrei che salvò nella Polonia occupata. Perché c’è gente comune, sconosciuta, che - accanto ai dissidenti Xu Wenli e Jiang Weiping all’attivista uigura Rebiya Kadeer - deve il rilascio anche al contributo di Kamm. Tecnica, però: il cuore stia alla larga. «Io cerco - spiega - di non avere contatti con le persone di cui chiediamo la libertà. Non devo dare l'impressione di avere a cuore un caso personalmente. E poi di molti sappiamo l'esito solo dopo tanto tempo».
La pratica di Kamm è consapevolmente strumentale, opposta alle battaglie di principio. L'impiego delle «liste» è - in sintesi, secondo lui - un match in cui vincono tutti: «Siamo usati nella misura in cui usiamo, strumentalizzati almeno quanto strumentalizziamo. Un esempio: se la Cina subisce una caduta della sua immagine per le politiche commerciali, un passo sul terreno dei diritti umani, rilasciando detenuti davanti al mondo, funziona come correttivo». Salvare la faccia, questo conta. E, come diceva Deng Xiaoping, non importa il colore del gatto, basta che con i topi faccia il suo dovere: se un carcere cinese si apre e ne esce chi non ci sarebbe dovuto entrare, va bene. Sempre e comunque. (
Marco Del Corona, Corriere della Sera).

Un po’ di luce ogni tanto fa bene all’anima (mentre per Tommaso di luce ancora non se ne vede).


barbara




permalink | inviato da il 14/3/2006 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


13 marzo 2006

EBBENE SÌ, HO FATTO ANCHE QUESTO



Poi, trent'anni dopo, sono passata alla regia ...


(e nel frattempo continuiamo ad aspettare Tommaso)

barbara

Aggiornamento: vi regalo qualche minuto di estasi allo stato puro con un video rubato a lui.




permalink | inviato da il 13/3/2006 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa


13 marzo 2006

13 MARZO

                                  

Si ringrazia per la torta lo scolaro Julian, webdesigner d'eccezione (ma non si dimentica Tommaso, di cui ancora non si sa niente perché l'unico che sa si rifiuta di parlare).

barbara




permalink | inviato da il 13/3/2006 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (52) | Versione per la stampa


12 marzo 2006

STEVEN SPIELBERG, SEI UNA PIPPA

È un peccato che Steven Spielberg non abbia letto i documenti dell’amministrazione Nixon, prima di girare il suo film Munich. Quella lettura l’avrebbe aiutato a capire perché Israele decise di dare la caccia e uccidere i terroristi che avevano progettato e realizzato la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. E perché le “uccisioni mirate” costituiscono ancora oggi uno dei principali strumenti dell’azione anti-terrorismo israeliana.
Secondo quei documenti, declassificati la scorsa estate, il presidente Nixon, indignato per l’attentato palestinese alle Olimpiadi, propose inizialmente di adottare sia una risposta concreta molto forte – taglio del sostegno economico a “qualunque paese che ospiti o dia copertura a questi delinquenti internazionali” – sia una serie di gesti simbolici, fra cui quello di volare in Israele per presenziare personalmente ai funerali degli atleti assassinati. I suoi consiglieri, tuttavia, e in particolare l’allora consigliere alla sicurezza nazionale Henry Kissinger, lo dissuasero rapidamente dal realizzare tali propositi. Kissinger propose piuttosto che gli Stati Uniti “andassero all’Onu per vedere se potevano ottenere qualche divieto internazionale sul dare ospitalità a formazioni guerrigliere eccetera”. Come annotò il suo vice Alexander Haig in un promemoria, Kissinger ammetteva apertamente che “è improbabile che passi una qualunque risoluzione in questo senso”, in parte a causa della Cina che avrebbe molto probabilmente opposto il veto. Anche l’allora segretario di stato William Rogers informò Nixon che “sarebbe stato impossibile ottenere qualche intervento da parte dell’Onu”. Spiega Kissinger: “Questo era vero, ma [il nostro tentativo all’Onu] sarebbe servito a dissuadere Israele dall’agire”.
In altre parole, Kissinger voleva che gli Stati Uniti si astenessero dall’adottare qualunque azione effettiva contro il terrorismo anti-israeliano, e nello stesso tempo che prevenissero azioni da parte di Israele rabbonendolo con gesti peraltro volutamente vani. E alla fine riuscì a convincere Nixon a seguire questa strada.
Questa, va ricordato, non fu la reazione di un paese nemico, bensì di quello che era il migliore alleato di Israele, come si vide bene un anno dopo, durante la guerra di Yom Kippur, quando gli eserciti arabi aggressori riuscirono quasi a realizzare l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica. In disperato bisogno di armi e munizioni, Israele fece appello ai paesi cosiddetti amici e Nixon rispose con un ponte aereo che contribuì alla vittoria di Israele in quella guerra. Viceversa, i paesi europei non permisero nemmeno agli aerei americani di fare scalo sul loro territorio per rifornimenti.
In effetti, dopo Monaco Kissinger aveva capito che persino gesti vuoti sarebbero stati troppo per l’Europa. Pertanto consigliò a Nixon di diffondere una dichiarazione in cui diceva che si era “consultato con altri governi” sull’idea di rivolgersi all’Onu, suggerendogli però “francamente di non consultarsi affatto perché, se lo facciamo, diranno di no”.
In breve, i gesti vuoti di Kissinger costituirono il massimo che Gerusalemme poteva aspettarsi dalla comunità internazionale. Fu così che Israele dovette fare affidamento sulle misure anti-terrorismo che poteva attuare da solo, senza aiuto internazionale. E le uccisioni mirate erano una di queste.
Coloro, come Spielberg, che criticano questa tattica sostengono che le uccisioni mirate non possono fermare il terrorismo e che dunque costituiscono solo una meschina vendetta. Non è del tutto vero. È vero che le uccisioni mirate difficilmente possono porre fine al terrorismo giacché normalmente saltano sempre fuori nuovi terroristi che vanno a sostituire quelli eliminati. Tuttavia, ostacolando l’attività delle reti terroristiche, questa misura può significativamente ridurre il numero di attentati riusciti. In primo luogo, ogni volta che viene eliminato un terrorista di alto livello il network terroristico deve trovare un sostituto e riorganizzarsi di conseguenza. Questo prende del tempo, durante il quale vengono sospese le normali operazioni terroristiche. In secondo luogo, se i terroristi di alto livello sanno di essere nel mirino, sono costretti a dedicare più tempo ed energie all’obiettivo di tutelare se stessi, il che riduce la quantità di tempo ed energie che possono dedicare ad organizzare attentati e stragi. Infine, quando terroristi di alto livello sono costretti ad aver paura di agire apertamente, tutta la catena di comando diventa di necessità più lunga e contorta, offrendo maggiori opportunità all’intelligence di penetrare il network terroristico e sapere in anticipo di eventuali attentati.
Che questi ostacoli possano effettivamente ridurre il volume di attentati riusciti è ampiamente dimostrato dalle statistiche degli ultimi cinque anni. Dall’aprile 2002, quando Israele ha attivamente lanciato la sua battaglia contro il terrorismo palestinese, il numero di israeliani uccisi in attentati palestinesi è diminuito di circa il 50% ogni anno. Questo calo evidentemente non è dovuto soltanto alle uccisioni mirate, giacché Israele ha messo in campo anche altre misure anti-terrorismo. Tuttavia le uccisioni mirate costituiscono senza dubbio una parte importante di quelle misure.
Oggi, come negli anni ’70, Israele farebbe volentieri a meno di queste misure in cambio dell’idea originaria di Nixon – taglio del sostegno economico a “qualunque paese che ospiti o dia copertura a questi delinquenti internazionali” – perché quella è sicuramente la più efficace di tutte le tattiche anti-terrorismo. Finché ricevono soldi, armi e asilo da parte di uno stato indipendente o quasi-indipendente (come l’Autorità Palestinese, che in pratica ha assolto questo ruolo sin dalla sua nascita), le organizzazioni terroristiche possono reggere pressoché indefinitamente. Senza quei sostegni, invece, possono essere sradicate in modo relativamente facile, come è accaduto a gruppi europei tipo la banda Baader-Meinhof in Germania.
Tuttavia, fare pressione su altri paesi affinché la smettano di sostenere il terrorismo anti-israeliano è qualcosa che Israele non può fare da solo: sarebbe necessario uno sforzo concertato da parte di tutta comunità internazionale. E questo sforzo non è più fattibile oggi di quanto non fosse dopo la strage di Monaco, trentaquattro anni fa.
Le Nazioni Unite non sono ancora riuscite a concordare nemmeno una definizione di terrorismo. L’Unione Europea ha in realtà incrementato il suo sostegno all’Autorità Palestinese dopo che è iniziata l’intifada, anche quando Yasser Arafat risultava direttamente coinvolto (con l’affare della nave Karine-A) nell’importazione illegale di armi il cui unico possibile scopo era quello di realizzare attacchi contro Israele. Allo stesso modo si è rifiutata di troncare i legami economici con l’Iran nonostante il ben documentato appoggio che quel paese garantisce al peggiore terrorismo anti-israeliano e nonostante le aperte minacce del suo presidente di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Intanto, chiese liberali protestanti non solo continuano ad appoggiare l’Autorità Palestinese, ma per di più fanno campagna contro gli investimenti in Israele. E così Israele è costretto ad arrangiarsi con le misure, meno efficaci, che può attuare senza aiuti esterni.
Tuttavia, dal momento che ogni singolo attentato suicida può uccidere decine di persone, ridurre il numero di attentati riusciti significa salvare ogni anno centinaia di vite innocenti. Ecco perché Israele da trent’anni dà la caccia ai terroristi, e perché continuerà a farlo finché la comunità internazionale si rifiuta di cooperare con vere ed efficaci misure nella lotta contro il terrorismo
(Evelyn Gordon, Jerusalem Post, 2.03.06)

Ecco, mi fa piacere che oltre a me lo dica anche qualcuno che ha migliore cognizione di causa (e per Tommaso ancora niente. Mi auguro che sia ancora vivo. E intero. Ma se non dovesse essere intero, mi auguro almeno che non sia vivo).


barbara




permalink | inviato da il 12/3/2006 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


11 marzo 2006

GUARDATE QUESTA DONNA



E leggete questo articolo.

barbara

Aggiornamento: invito caldamente a leggere anche questo articolo (grazie a Stefania per la segnalazione).




permalink | inviato da il 11/3/2006 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (42) | Versione per la stampa


10 marzo 2006

POLACCHI E NO

La signora Anna Barbara Pastuszka, polacca, scrive al Corriere della Sera la seguente lettera:

Caro Romano, vorrei esporre una questione che offende profondamente noi polacchi: spesso, sui mezzi di informazione italiani si definisce Auschwitz, famigerato campo di stermino nazista, con la dizione «lager polacco». L’espressione non è solo semanticamente ambigua, essendo anche del tutto falsa. Auschwitz, infatti, dopo l’annessione del 1939, era parte integrante del territorio del Terzo Reich. Dopo lo scellerato patto Ribbentrop-Molotov, la Polonia, occupata e spartita fra nazisti e sovietici, non esisteva più come nazione. Auschwitz, dunque, anche geograficamente apparteneva al Terzo Reich. Di nostro, in quel lager ci furono soltanto migliaia di vittime polacche, fra cui Massimiliano Kolbe.

E tre milioni di ebrei polacchi no, eh? Gli ebrei polacchi non meritano la qualifica di polacchi, vero? Forse neanche quella di esseri umani, meritano, tanto è vero che si sono prodigati fino allo spasimo, i polacchi, a consegnare ai nazisti quegli Untermenschen. E i partigiani rifiutavano di accogliere tra le loro file i volontari ebrei. E rifiutavano di vendere armi ai resistenti del ghetto. E quando tutto stava ormai finendo accorrevano in massa, i bravi cittadini ariani di Varsavia, a vedere lo spettacolo del ghetto che bruciava insieme agli ultimi eroici resistenti ebrei. E quando, alla fine di tutto, qualche scheletro che ancora respirava è uscito dal “famigerato campo di sterminio nazista” i bravi cittadini polacchi li hanno accolti a sassate. A volte anche a colpi di pistola. Vero, la Polonia occupata e spartita non esisteva più come nazione. Ma i polacchi, purtroppo, insieme al loro incrollabile antisemitismo, non hanno cessato di esistere. (E di Tommaso ancora niente. A suo padre, nel frattempo, hanno trovato nel computer centinaia di file pedopornografici. Li raccoglieva per fare una denuncia, ha detto: forse aspettava di arrivare a 1000 per fare bingo).

barbara




permalink | inviato da il 10/3/2006 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (33) | Versione per la stampa


9 marzo 2006

GIUSTIZIA. FORSE

Oggi avrebbero venticinque anni. Invece quando ne avevano undici un’auto ha centrato in pieno le loro biciclette e ci sono rimaste secche tutte e due. Al loro assassino sono state riconosciute un miliardo di attenuanti perché, poverino, era drogato, e quindi non era colpa sua. Ieri era in macchina con una ragazzina di diciotto anni, neopatentata. Correndo a velocità folle, ad un tratto ha sbandato, e si è andata a schiantare contro un’auto che veniva in senso opposto. Degli occupanti dell’auto investita, uno è rimasto incolume, l’altra ha riportato ferite di media entità. L’assassino attenuato e la ragazza sono morti sul colpo. Naturalmente non posso dire di essere contenta della sua morte, questo no. Ne ho, tuttavia, riportato una sensazione di autentica, profonda giustizia (Tommaso, invece, non sappiamo se sia ancora vivo, anche se naturalmente speriamo di sì).

barbara




permalink | inviato da il 9/3/2006 alle 21:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa
sfoglia     febbraio   <<  1 | 2  >>   aprile
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA