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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


28 febbraio 2006

INFERMIERA STUPRATA IN PAKISTAN

Desidero riportare questo articolo di Monica Ricci Sargentini, pubblicato sul Corriere di oggi.

Ogni due ore una violenza sessuale. Ogni otto ore uno stupro di gruppo. Un destino terribile condiviso da molte donne in Pakistan. Mercoledì scorso è toccato a Rubina Kousar, 26 anni, infermiera a Mattrai, una sperduta zona rurale nel Punjab. La ragazza è stata vittima di una vendetta: si era rifiutata di praticare due aborti, una pratica illegale in Pakistan a meno di rischio di vita per la madre. «Per sei mesi mi hanno messo sotto pressione - racconta Rubina -. I familiari delle due donne erano venuti anche a minacciarmi ma non avrei mai pensato che sarebbero arrivati a questo». I violentatori sono arrivati in clinica, hanno legato la guardia di turno e condotto la ragazza nella sua stanza da letto. «Uno di loro mi puntava una pistola alla tempia e mi minacciava. Un’altro mi teneva ferma e, a turno, mi violentavano» ha raccontato Rubina in lacrime alla polizia. Gli agenti hanno arrestato tre sospetti Allah Nawaz, 24 anni, suo fratello Malik Riaz, 34, leader del consiglio locale, e un loro amico, Mohamed Ashraf, 25 anni. Ma difficilmente Rubina riuscirà ad avere giustizia. Anzi la ragazza rischia la galera. I tre, infatti, negano tutto. E la legge Hudood , approvata nel 1979 durante il regime del generale Zia-ul-Haq, è sicuramente a favore dei violentatori. La vittima dello stupro, per essere creduta, deve trovare quattro testimoni disposti a confermare la violenza. In più rischia di essere accusata di aver avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio, un reato (Zina) punito con la lapidazione.
La storia si ripete. Rubina oggi come Mukhtaran Mai nel 2002, violentata da un gruppo di uomini di una famiglia «rivale» su ordine degli anziani del suo villaggio a 500 chilometri da Islamabad. Mukhtaran alla fine ha avuto giustizia. Un tribunale condannò a morte sei membri di quella famiglia, lo scorso marzo ma a giugno la Corte Suprema ha rovesciato il verdetto e gli stupratori sono tornati in carcere. A Priya, 13 anni, è andata peggio. Violentata da un vicino di casa è finita in carcere per rapporti extraconiugali. E suo padre è stato arrestato per aver riportato alla polizia un falso stupro (Qazf). Il caso è stato denunciato da Amnesty international.
Il presidente del Pakistan Pervez Musharraf è sotto pressione perché cambi la famigerata legge Hudood ma gli islamici più radicali si oppongono. E anche Musharraf non sembra tanto convinto. Lo scorso settembre a Islamabad centinaia di donne sono scese in piazza per protestare contro una sua frase, pronunciata negli Stati Uniti: «Oggi in Pakistan se vuoi andare all’estero e ottenere un visto per il Canada basta che ti fai stuprare».




E ora forza, anime belle: guardate questa ragazza, guardatela bene in faccia, e poi andatele a dire – a lei, non a me – che questa è la loro cultura e dunque va bene così. Andatele a dire – a lei, non a me – che noi non faremo niente, perché la nostra cultura non è meglio della sua. Andatele a dire – a lei, non a me – che noi non abbiamo obiezioni, perché noi abbiamo le prostitute per strada e le ragazze mezze nude in televisione. Ma mi raccomando, guardatela bene negli occhi, mentre glielo dite.

barbara




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28 febbraio 2006

FILIPPINE

Era il responsabile di una filiale di un’importante agenzia di viaggi. Nelle Filippine ci andava spesso. Una volta, mi ha detto, ha voluto verificare di persona quello che aveva sempre sentito dire, e che gli riusciva difficile da credere. Era vero: un gruppo di uomini, opportunamente guidati, va di notte in una casa. Il capofamiglia non chiede che cosa vogliano: lo sa. Prende i dieci dollari che gli uomini gli porgono, tira su dal letto la figlia di nove anni e la consegna loro. «Questa bambinetta terrorizzata, urlante, e noi che ce la lanciavamo l’un l’altro – poi, quando gliel’ho rinfacciato, ha detto che avevo capito male, che lui aveva detto “e loro che se la lanciavano l’un l’altro” – ridendo, dicendo prenditela tu, no no, prenditela tu, cosa vuoi che me ne faccia io di questo sgorbietto?» Filippine e più o meno tutto il poverissimo Sudest asiatico in generale, Brasile, altri posti dove la miseria regna sovrana: c’è gente, tanta, che in questi paradisi ci va unicamente per trasformare in inferno la vita dei bambini. Tanto lì non ci sono polizie specializzate a combattere gli orchi. Non ci sono dei don Di Noto che dedichino la loro vita a stanarli. C’è solo, ogni tanto, da qualche parte, qualche oscuro volontario che prima o poi, inevitabilmente, si ritrova con un coltello nella schiena.

barbara




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27 febbraio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 4

Gli studenti erano qualcosa di assolutamente strepitoso: arrivavano che non sapevano una parola di italiano, si cominciava facendo i disegnini alla lavagna e scrivendoci sotto “uomo”, “donna”, “casa” e dopo tre quattro mesi usavano passati e trapassati, congiuntivo e condizionale, coordinate e subordinate con una disinvoltura incredibile. Purtroppo alcuni fattori pesavano fortemente sulle loro possibilità di apprendimento. Uno di questi era il fatto che un maestro elementare guadagnava 600 scellini al mese, e un insegnante di scuola media 1500, quando una baracca di una stanza senza luce e senz’acqua ne costava da 1000 a 2000. Chiaro che ben pochi insegnanti potevano permettersi il lusso di perdere tempo a fare scuola. In alcuni casi fortunati capitava che in una classe si ritrovassero riuniti i figli di un discreto numero di famiglie sufficientemente abbienti, che si autotassavano per pagare il maestro affinché facesse scuola; negli altri casi l’insegnante doveva andare a lavorare per guadagnarsi da vivere, e i bambini non imparavano neanche a leggere e scrivere. Un altro fattore negativo era il fatto che quel passaggio dalla scuola di elite alla scuola di massa, che da noi è avvenuto nel corso di decenni per naturale e progressiva evoluzione sociale, lì è avvenuto da un giorno all’altro per decreto presidenziale, e naturalmente le strutture scolastiche non sono state in grado di adeguarsi. Ma il fattore più pesante era sicuramente l’indottrinamento islamico. Mi è accaduto per esempio, durante una lezione di linguaggio scientifico, di fare riferimento ai nove pianeti. Immediatamente uno studente mi interrompe:
- Sbagli, professoressa, i pianeti sono sette!
- No, Abdulqadir, i pianeti sono nove.
- Nel Corano è scritto che sono sette!
- Ma gli astronomi ne vedono nove.
- Questo lo dice un uomo, io ho la parola di un Dio!
- Ma se guardi nel telescopio anche tu ne vedi nove.
- E allora è sbagliato il telescopio.
Ed eravamo alla facoltà di scienze! E non mi si obietti che le stesse cose venivano dette a Galileo: al tempo di Galileo tutti erano convinti delle teorie geocentriche, e tutti erano sicuri che la luna fosse un puro cristallo, quindi ciò che credevano gli uomini di chiesa era esattamente ciò che credevano tutti. Oggi, invece, tutti sanno che i pianeti sono nove, quindi il credere che siano sette non ha alcuna giustificazione. E meno che mai in una facoltà di scienze. Mi è anche capitato di dire che molti dei nostri nomi, cristiani e musulmani, sono derivati da quelli ebraici: quella volta, per un momento, ho proprio creduto che mi volessero picchiare:
- Tu parli e non sai di che cosa parli! Sono i nomi ebrei e cristiani che vengono da quelli musulmani!
- Ma l’ebraismo è nato prima! Poi è venuto il cristianesimo e poi l’islam.
- Tu non sai quello che dici! Prima del profeta Issa (Gesù), prima del profeta Mussa (Mosè) c’era il profeta Jusuf, e il profeta Jusuf era musulmano!
E su queste basi, è difficile immaginare la benché minima speranza di progresso.





barbara

Avviso per il signore che pubblica i miei ricordi di Somalia nel suo sito: il mio assenso alla pubblicazione era stato chiaramente ed esplicitamente condizionato alla citazione della fonte. Ho avuto modo di verificare che tale condizione è stata disattesa, in quanto la semplice dicitura “ilblogdibarbara” non riconduce né a me, né al mio blog. Esigo pertanto che i patti vengano rispettati: o viene citata la fonte, o i pezzi vengono eliminati. Se mi è consentito esprimere una preferenza, opterei per l’eliminazione dei pezzi, dato che essere pubblicata nel sito di uno che a casa sua mi qualifica come “il diavolo” e viene per giunta anche a insultarmi in casa mia non la ritengo cosa particolarmente gratificante.




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26 febbraio 2006

TIBET, QUESTO SCONOSCIUTO

Lunedì 13 Febbraio
Torino. Sotto la tenda allestita in S. Pietro in Vincoli, Sonam Wangdue e Lama Palden Gyatso si apprestano ad iniziare lo sciopero della fame. Li assiste la signora Pema Yangchen, membro dell'esecutivo del Tibetan Youth Congress. Il terzo digiunatore tibetano, Gathong Jigme non è ancora arrivato, forse per problemi di visto.
Si è cercato di rendere il più confortevole possibile la sopravvivenza all'interno della tenda e di garantire ai digiunatori il riparo dal freddo pungente.
Preoccupano le condizioni di salute di Palden Gyatso che, nonostante la tosse e le evidenti difficoltà respiratorie, è determinato a portare avanti il digiuno.
Incominciano ad arrivare, dall'Italia e dall'estero, messaggi di solidarietà: solo oggi, primo giorno, ne sono arrivati oltre ottanta.
Nel pomeriggio, una troupe di RAI 3 si è recata alla tenda e ha fatto alcune riprese e interviste.

Martedì 14 febbraio - Giorno 1
Torino. La tenda, che in un primo momento era stata allestita sotto le arcate della struttura di S. Pietro in Vincoli, è stata rimontata al centro dello spazio erboso per consentire una maggiore visibilità.
Alle ore 16.00, con una breve ma toccante cerimonia e la recita di alcune preghiere, è ufficialmente iniziato dello sciopero della fame.
Nella mattinata ha reso visita ai digiunatori l'on. Enrico Buemi, deputato de "la Rosa nel Pugno". Ha intervistato Palden Gyatso ed ha espresso il proprio incondizionato sostegno all'iniziativa e alla lotta del popolo tibetano. Radio Flash, un'emittente molto seguita nel torinese, ha dato notizia dello sciopero della fame all'interno del suo radiogiornale ed ha intervistato Rosanna Degiovanni (Associazione Radicale Adelaide Aglietta) che ha illustrato le ragioni alla base della drammatica iniziativa e le richieste del movimento tibetano.

Mercoledì 15 febbraio - giorno 2
Con la celebrazione di una breve puja, rituale che si ripeterà tutte le mattine alle ore 10, è iniziato il secondo giorno dello sciopero della fame.
Ai digiunatori si è unito anche Tamding Choephel, vicepresidente della Comunità Tibetana in Italia. Il Tibetan Youth Congress, in un comunicato, ha reso noto le ragioni della protesta e le richieste formulate dal movimento sia al Comitato Olimpico sia alla Cina.
Oggi due visite importanti: quella del Segretario Regionale della CGIL, Vincenzo Scudiere, e della Segretaria della Camera del Lavoro di Torino, Donata Canta, che ha diramato un comunicato stampa e convocato i giornalisti.
Presente in S. Pietro in Vincoli anche una giornalista dell'emittente Free Asia Network che ha intervistato e fotografato Palden Gyatso.

Giovedì 16 febbraio. Giorno 3
Aumenta l'afflusso dei visitatori alla tenda. La giornata registra la visita di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International e da lungo tempo vicino a Palden Gyatso, ospite di Amnesty in una lunga tournée in Italia dopo la sua liberazione. Paolo Pobbiati, commosso, si è intrattenuto a lungo con Palden Gyasto. Nel pomeriggio si è tenuta una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Bruno Mellano, la deputata On. Laura Cima, Paolo Pobbiati, Tamding Choephel e la signora Pema. Accanto a loro, il medico Thupten Tsering, venuto da Bologna per prestare il suo aiuto ai digiunatori.
Una troupe del TG3 nazionale ha intervistato e filmato i tre coraggiosi tibetani. Continuano intanto ad affluire, numerosissime e da molte nazioni, e-mail di sostegno e di incoraggiamento. Alcune sono veramente toccanti.

Venerdì 17 febbraio, giorno 4
Oggi Palden Gyatso e uno dei due tibetani che partecipano all’iniziativa nonviolenta (Sonam Wangdue, esponente del Tibetan Youth Congress di Dharamsala; il terzo è Tamding Choephel, vicepresidente della Comunità tibetana in Italia) sono stati accompagnati dal Dr. Silvio Viale al Pronto Soccorso dell’Ospedale delle Molinette per una visita di controllo. All’interno di parametri sanitari che si mantengono nella norma, è stata riscontrata: astenia con patologia respiratoria; ipossia (insufficienza di ossigeno); ipoglicemia. E’ stata prescritta una terapia antibiotica ed antinfiammatoria, sulla cui effettuazione i tibetani si sono riservati di decidere. Nella giornata hanno reso visita ai digiunatori Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International e Bruno Mellano (Associazione Radicale Adelaide Aglietta).
Bruno Mellano ha dichiarato:
“Invito i cittadini torinesi a fare due cose, piccole ma importanti: andate a trovare i digiunatori tibetani a Porta Palazzo o inviate loro e-mail di solidarietà (torino2006@italiatibet.org); inviate e-mail a Tv e giornali affinché parlino dell’iniziativa nonviolenta in corso. Leggo dettagliati resoconti sul soggiorno torinese di Anastacia e dei Duran Duran; credo che Palden Gyatso, il suo passato e il suo presente, meritino altrettanto spazio e considerazione.” .

Sabato 18 febbraio - giorno 5
I primi segni del digiuno cominciano ad apparire sui volti e negli sguardi affaticati di Palden, Sonam e Tamding. Fuori dalla tenda, per tutto il giorno, una piccola folla di visitatori, compresi numerosi tibetani venuti a sostenere i loro connazionali, ha sostato nello spiazzo erboso ed ha visitato i tre coraggiosi tibetani, rincuorati dalla presenza e dalla premurosa vicinanza di tanti amici. Per il primo giorno si sono sentiti meno soli.
Tra i primi ad arrivare il presidente dell'Associazione Italia-Tibet, Günther Cologna, accompagnato da numerosi membri del direttivo e da alcuni soci. Per tutti Palden Gyatso ha avuto un sorriso, ad ognuno ha fatto dono di una sua fotografia e, con grande disponibilità ha autografato le copie della sua biografia.
Presente in S. Pietro in Vincoli anche una folta rappresentanza di Amnesty International accompagnata dal coordinatore locale Yavier Gonzales. Nel pomeriggio hanno reso visita ai digiunatori l'On. Gianni Vernetti, coordinatore dell'Intergruppo parlamentare Italia-Tibet e i coordinatori dell'Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet Giampiero Leo e Maria Grazia Spinosa.
Numerosi anche i tibetani venuti a sostenere i loro amici e connazionali.
Una troupe di RAI 3 ha realizzato un nuovo servizio sullo sciopero della fame andato in onda in serata, nel corso del telegiornale regionale. Presente anche una troupe di TeleCity.
A chi legge queste righe e a quanti hanno a cuore la sorte dei tre digiunatori e l'esito della loro lotta, rivolgiamo l'appello a sostenerli, ad andarli a trovare, a far sentire loro tutto il calore e la vicinanza di persone amiche e partecipi. 

Qui potete leggere il seguito del resoconto quotidiano. Noi non è che si possa fare granché per porre fine a un macello che sta proseguendo da decenni nell’indifferenza pressoché totale degli organismi internazionali, della stampa, dell’opinione pubblica ma possiamo, almeno, rifiutarci di condividere questa indifferenza. Possiamo, almeno, rifiutarci di partecipare alla congiura del silenzio. Possiamo, almeno, dare il nostro sostegno morale a un popolo che da decenni vive sotto occupazione, che da decenni subisce la sistematica distruzione della propria cultura e la negazione della propria religione. Senza peraltro prendere tutto ciò a pretesto per reagire uccidendo e devastando. Aiutiamo chi non ha altra arma che la propria dignità. (grazie ad Emanuela per la segnalazione)



barbara




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25 febbraio 2006

“TRE” IN QUOTE ROSA, “UNO” IN VIOLENZE IN CASA

Mentre le società del Medio Oriente arabo e del Nord Africa (Middle East and NorthAfrica, MENA) affrontano il processo del cambiamento democratico, nessuna questione rappresenta una sfida più formidabile dello status di ineguaglianza delle donne. La nostra inchiesta ha osservato la condizione dei diritti delle donne in 16 Paesi e in un territorio, la Palestina, dell'area MENA, inclusi i Paesi del Nord Africa, del Levante, del Golfo e della Penisola Arabica. Anche se dimostra che in diversi Paesi sono stati realizzati dei progressi nel settore della parità tra i sessi, l'inchiesta riflette un diffuso divario di diritti e di libertà tra uomini e donne. [...] Il Medio Oriente non è, naturalmente, l'unica regione del mondo in cui le donne sono, in effetti, relegate allo stato di cittadini di seconda classe. La trasformazione progressista dello status delle donne negli Stati Uniti e in Europa che è iniziata circa 40 anni fa rimane incompleta ancora oggi. Negli Usa, il diritto delle donne di competere su base paritaria con gli uomini sul posto di lavoro è stato integrato nel diritto nel 1964, mentre le molestie sessuali sul lavoro sono diventate tema di preoccupazione nazionale solo negli anni '80. Anche se le donne partecipano attivamente alla vita politica statunitense, ancora oggi la loro rappresentanza al Congresso è relativamente bassa.
È tuttavia nei Paesi dell'area MENA che la resistenza alla parità delle donne è stata particolarmente difficile da superare. Alcune delle riforme adottate negli ultimi anni, come il nuovo codice di famiglia approvato in, Marocco nel 2004, hanno il potenziale di scatenare risultati di ampia portata per i diritti delle donne. Garanzie in materia sono scritte nelle costituzioni o nelle legislazioni della maggior parte dei Paesi esaminati, ma in nessun caso vengono applicate dalle autorità statali.
La necessità di cambiamenti dello status della donna diventerà sempre più urgente a mano a mano che la richiesta di riforme democratiche nel Medio Oriente sarà più sentita. [...]. Nella maggior parte dei Paesi, le donne non hanno diritto legale a ricorsi contro la violenza domestica. Nessuno ha una legge che consideri esplicitamente la violenza domestica un reato penale. Le donne arabe sono sotto-rappresentate nelle posizioni dirigenziali o esecutive in politica, nel governo, nel settore giudiziario e in quello privato. La partecipazione femminile alla vita politica è la più bassa al mondo. In Arabia Saudita le donne non hanno diritto di voto. In alcuni Paesi, le donne sono escluse da certe professioni e molte devono affrontare pressioni sociali che vorrebbero che rimanessero a casa e rinunciassero alla carriera. Anche se alcuni Paesi hanno adottato leggi che proibiscono la discriminazione sessuale, pochi offrono meccanismi pratici per denunciare i pregiudizi. [...] L'emerge-re di forze estremiste islamiche rappresenta una minaccia sia per i risultati che le donne hanno ottenuto sia per le future possibilità di riforma. [...]
Questa inchiesta è stata intrapresa per offrire un’analisi indipendente, approfondita e comparativa dello stato dei diritti delle donne nella regione MENA.
L’inchiesta è il risultato di una ricerca lunga 20 mesi di un team di 40 analisti e consulenti in 16 Paesi arabi dell'area MENA e in un territorio: Algeria, Bahrain, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Tunisia, Emirati Arabi e Yemen. Ciascuno ha ricevuto una valutazione numerica. [...] La valutazione è basata su uno standard internazionale ed è espressa su una scala di 5 punti (da 1 a 5, in cui 1 è il più basso).
[...] Le costituzioni della maggior parte dei Paesi del Medio Oriente includono una clausola che garantisce l'uguaglianza di tutti i cittadini. Costituzioni che dichiarano: «Tutti i cittadini sono uguali... in base al sesso» sono state adottate in Algeria, Barhain, Iraq, Libia, Oman, Autorità Palestinese, Qatar, Siria e Tunisia. Anche se non hanno incluso una clausola di non discriminazione nelle costituzioni, Egitto, Giordania, Libano, Kuwait, Marocco, Emirati e Yemen dichiarano che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge». Solo in Arabia Saudita la costituzione non include alcuna clausola di non discriminazione. Tuttavia le donne non godono di uno status paritario nelle leggi sulla cittadinanza in nessuno dei Paesi della regione. Nella maggior parte di essi, per legge, le donne sono soggette a pene più severe degli uomini accusati dello stesso crimine, specialmente nel caso dei cosiddetti crimini morali. I codici legali non offrono alle donne alcuna protezione seria contro la violenza nell'ambito familiare e considerano minore il valore della testimonianza di una donna rispetto a quella di un uomo nei casi in cui la violenza carnale o domestica viene portata di fronte alle autorità legali. In molti Paesi, i codici di famiglia estendono al marito lo status di capo famiglia. Questo gli conferisce la responsabilità di provvedere finanziariamente alla famiglia ma gli dà anche l'autorità sociale, e in certi casi legale, sulla moglie e il diritto di chiederle obbedienza. Diversi Paesi dell'area MENA mantengono il concetto di Casa dell'obbedienza secondo cui una donna può venire condannata a una forma di arresto domiciliare per essersi rifiutata di «obbedire» al proprio marito. In molti Paesi, la polizia e i funzionari giudiziari si servono spesso di questa legge per rifiutare alle donne i mezzi per presentare denuncia di abuso contro i propri mariti. Le donne sono anche soggette a un trattamento discriminatorio nella legislazione sul lavoro della maggior parte dei Paesi della regione, possono essere legalmente escluse da determinate occupazioni e sono discriminate in materia di indennità di lavoro e di leggi pensionistiche.
[...] Tutti i rapporti sui Paesi mettono in luce la violenza domestica come un serio problema in Medio Oriente.[...] La violenza domestica può spaziare dalle botte alla moglie allo stupro perpetrato dal marito, alle brutali percosse che i componenti maschili della famiglia infliggono a quelli femminili. Un problema che affligge la regione sono le pratiche che impongono a donne e ragazze di sottoporsi al test di verginità o a subire la mutilazione dei genitali. Nessun Paese della regione ha adottato una legge che proibisca chiaramente tutte le sue forme e garantisca che chi è colpevole di violenze familiari venga punito. Gli autori dei rapporti nazionali oggetto di questo studio sono unanimi nel raccomandare che i governi dell'area promulghino leggi severe per proteggere le donne da tutte le forme di violenza.
La violenza contro le donne in famiglia è un problema globale. Mentre non c'è parte del mondo che non si sia macchiata di abusi nei confronti del coniuge, il Medio Oriente ricopre una posizione unica per la serie di leggi, pratiche e costumi che pongono forti ostacoli alla protezione delle donne o alla punizione di chi commette abusi. Il problema viene aggravato da una struttura legale che, nei casi di violenza legata al sesso, impone l'onere della prova interamente alla vittima femminile, che frena le donne dal denunciare atti di violenza o dal chiedere risarcimenti legali.
In molti Paesi esistono leggi che condonano la violenza domestica. Inquietante è la pratica di incoraggiare per legge gli uomini che stuprano le donne a sposare le loro vittime.
Le donne sono spesso forzate dalla pressione sociale a sposare i propri stupratori al fine di evitare lo stigma sociale associato alla violenza subita. Il rapporto raccomanda campagne di informazione pubblica sulla violenza domestica e sollecita i governi ad allocare fondi per creare servizi per le vittime e per addestrare la polizia. [...] Uno dei principali problemi delle donne della regione è proprio la mancanza di informazione sui loro diritti e sui risultati ottenuti a livello internazionale. Esse inoltre non sono a conoscenza del lavoro delle organizzazioni in difesa delle donne né hanno modo di accedervi. Le donne della regione non hanno coscienza dei propri diritti. Agli studenti, e in particolare alle donne, non vengono semplicemente insegnati. [...] Le organizzazioni in difesa della donna esistono nella maggior parte dei Paesi della regione. In Marocco, le organizzazioni sono libere di difendere qualsiasi causa, mentre in altri Paesi i
gruppi devono esercitare prudenza quando si tratta di sfidare lo status quo politico. I gruppi femminili indipendenti non sono autorizzati a operare apertamente negli Emirati o in Arabia Saudita. [...]
In quasi tutti i Paesi dell'area le donne devono affrontare la discriminazione tra i sessi nei. Codici di famiglia. Tra i Paesi con i codici più liberali ci sono la Tunisia, che ha un corpus relativamente liberale da molti anni, e il Marocco che nel 2004 ha adottato un codice in cui i diritti delle donne vengono significativamente estesi. Di recente, anche l'Egitto ha apportato dei cambiamenti al codice per concedere alle donne maggiori diritti in materia di divorzio. Tuttavia, anche se sono stati compiuti dei passi avanti, le donne sono ancora trattate in modo discriminatorio persino nei codici più liberali. [...] Le leggi sulla famiglia in vigore negli altri Paesi dell'area MENA relegano le donne a una posizione inferiore all'interno della famiglia. [...] Spesso la legge consente a un marito di divorziare dalla propria moglie in qualsiasi momento senza addurre ragioni e senza andare in tribunale ma prescrive che vengano soddisfatte determinate condizioni perché una donna possa dare inizio a un divorzio. [...] Alle donne è proibito interpretare i testi religiosi alla base della Sharia o ricoprire incarichi come giudici nei tribunali di famiglia. [...] Il comportamento patriarcale, i pregiudizi e le inclinazioni tradizionaliste di giudici, avvocati e funzionari giudiziari maschi spesso contribuiscono, specialmente attraverso le interpretazioni selettive di questi funzionari di ciò che è islamico, a negare alle donne i processi dovuti.
[...]
Le leggi sulla successione ereditaria sono un'altra fonte di ineguaglianza per le donne. Le sorelle prendono una quota pari alla metà di quella dei loro fratelli ele donne ricevono una quota inferiore dell'eredità familiare rispetto ai parenti maschi. Ma nella maggior parte dei Paesi, le donne non ricevono neanche la loro mezza quota ereditaria perché non hanno accesso al sistema legale. Questo è un problema in Paesi con vaste popolazioni rura-li come Egitto, Siria, Libia e Yemen.[...]
L'istruzione è una via importante per l'avanzamento verso la parità. Negli ultimi 10 anni, le donne di tutti i Paesi dell'area MENA a eccezione dello Yemen hanno ottenuto risultati per quanto riguarda l 'accesso all’istruzione, all'alfabetismo, all'università. In diversi Paesi il tasso di donne iscritte all'università è superiore a quello degli uomini. C'è stato anche un incremento di scuole professionali e di istituti secondari di economia per studentesse. Anche se vengono incoraggiate a studiare discipline tradizionalmente femminili come pedagogia e medicina, il numero delle donne in settori quali scienze e ingegneria è aumentato in molti Paesi. In particolare, i progressi sono visibili negli Stati del Golfo dove un notevole numero di donne si reca sempre più all'estero con borse di studio governative.. In alcuni Paesi, tuttavia, ci sono state reazioni violente contro l'interesse delle donne per aree di studio non tradizionali. In Kuwait, le donne che scelgono ingegneria devono ottenere una media più alta degli uomini per l'ammissione. In Oman, le donne devono posporre gli studi universitari di un anno, una limitazione che non viene applicata agli uomini. [...]
Nessuno di questi Paesi può affermare di soddisfare gli standard internazionali in materia di diritti delle donne. Due Paesi ottengono costantemente il punteggio più alto: Tunisia e Marocco. La Tunisia ottiene un punteggio più basso alla voce Diritti politici a causa della repressione politica generale. Il Paese con il punteggio più basso in tutto è l 'Arabia Saudita. Altri Paesi con un punteggio relativamente alto sono l'Egitto, il Libano e la Giordania. [...] Nella maggior parte delle categorie, i punteggi più bassi sono stati ottenuti anche dagli Stati del Golfo Persico: Bahrain, Oman, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi..
Lo Yemen, pur essendo il Paese più povero, ha ottenuto risultati migliori nella sezione dei Diritti politici grazie all'abilità delle yemenite di partecipare a tutti i livelli del processo elettorale e alla possibilità di lavorare liberamente nelle Ong. Pur ottenendo punteggi bassi in questioni relative ai diritti legali e alla libertà delle donne di difendere i propri diritti e di partecipare alla vita civica e politica, gli Stati del Golfo hanno registrato risultati relativamente migliori per quanto riguarda l'offerta di opportunità di istruzione e l'accesso alla sanità.
Sulle leggi sulla famiglia e la parità nel matrimonio, solo Marocco e Tunisia hanno ottenuto punteggi superiori a 3. I Paesi con punteggi compresi tra 2,5 e 2,9 sono stati l'Egitto, l'Iraq, il Libano e la Palestina. [...] La categoria Diritti politici e voce civica ha visto solo Algeria e Marocco registrare un punteggio di 3. I Paesi che hanno avuto i punteggi più bassi sono il Kuwait, l'Oman, il Qatar, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti. (Traduz. Alessandra Cicala/Oxford Group)

Quello qui riportato è un estratto dell’introduzione del volume «Women’s rights in the Middle East», coordinato dalla pachistana Sameena Nazir. Sameena Nazir è anche coordinatrice a “Freedom House New York, una Ong bipartisan creata più di 60 anni fa, tra gli altri, anche da Eleonor Roosevelt.


barbara

Aggiornamento un pochino ma non tanto OT: andate a leggere questo.




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24 febbraio 2006

DUE GIORNATE FIORENTINE

E fu proprio mentre portavo due bicchieri
che mi dicesti: "Indovina chi è venuto ieri?"
Io chiesi: "Chi?", però sapevo di sapere,
e il primo amante in fondo è come il primo amore.

Pomeriggio: da solo in un po' troppa Toscana,
ho pensato: "Ma brava", vabbe', ho pensato: "Puttana",
poi che io non c'entravo e che eri stata felice
con chi non importa e la storia non dice.

Le mie tasche eran piene di varie ed eventuali
ma i tuoi giorni con me sono stati tutti uguali:
con lui eri Firenze, i monumenti, il cielo, il letto;
con me oggi una noia da sala d'aspetto.

E la sera per cena mi sono pure travestito,
per spiare quel gesto che ti avrebbe tradito;
ma il naso a palla e gli occhiali con la corda
mi segavano in due la parte che ricorda.

E sono esperimenti questi da non più tentare,
perché andando a svestirmi per tornar normale,
non seppi più che togliermi di vero e di finto
e confusi me stesso con la barba al mento:
come avevo confuso per giorni e giorni e giorni
il senso dei sorrisi e quello dei ritorni
senza aver capito che tu stavi cambiando
e gridavi da sola e poi stavi vivendo...

All'uomo della Chevron
che non aveva capito
ripetei sillabando:
"Ho paura del lupo, paura
paura, paura del lupo".

E lui con la pompa in mano
e con il tappo nel guanto
come stesse nel mondo
a dar benzina soltanto
mi guardava stupito
chiedendomi: "Quanto?"
"Tanto che a Lodi non ci arrivo mai
si nasconde là dietro finché sto qui, ma poi
quello m'insegue fino a casa mia,
stia qui, mi faccia un po’ di compagnia..."

E l'uomo della Chevron
che non aveva capito,
fece tre passi indietro,
non pulì neanche il vetro,
disse: "Mamma mi aspetta",
e fuggì nella notte.

E adesso che sto fermo e sento meglio il vento,
adesso che non ne parliamo più da tanto tempo
c'è tua madre che non sbaglia mai e la cena con gli amici
e a volte a far l'amore siamo quasi felici:
le mie tasche sono piene di varie ed eventuali
ma i miei giorni con te son quasi sempre uguali
e un giorno ti dirò: "Indovina chi è venuto?"
Ora sono cresciuto: "Guarda, non è bello il mio lupo?"

Ho deciso di mettere il testo di questa canzone - magari ne metterò anche qualche altro , per far conoscere ai più giovani i capolavori che Vecchioni sapeva scrivere prima di innamorarsi dei terroristi suicidi.

barbara




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24 febbraio 2006

INCATENATA A UN’ALTRA CATENA

Vabbè, farò anche questo

Sette cose che vorrei fare prima di morire
1. Volare su un caccia
2. Decollare e atterrare su una portaerei
3. Leggere tutti i libri arretrati che ho in casa
4. Smettere di soffrire 24 ore su 24 per la voglia di fumare (due anni otto mesi ventidue giorni trentaquattro minuti dopo avere smesso)
5. Spendere 10 euro senza dovermi prima chiedere se me lo posso permettere
6. Passare una settimana senza malattie o guai fisici
7. Riuscire a pubblicare l’altro libro che Sigrid e io abbiamo tradotto dallo yiddish

Sette cose che non posso fare
1. Sopportare il vuoto sotto i miei piedi (mai salita su una funivia/seggiovia/cabinovia)
2. La ruota (non perché sono vecchia: non riuscivo a farla neanche da ragazzina)
3. Controllarmi quando mi incazzo (d’altra parte se mi controllassi che incazzatura sarebbe?)
4. Tollerare l’ingiustizia
5. Tollerare l’ipocrisia
6. Ignorare le provocazioni
7. Sopportare i buoni di professione (come
le madonne, per esempio)

Sette cose che mi piacciono nel bloggare
1. Poter dire la mia
2. La gratificazione di vedere che un sacco di gente mi viene a leggere
3. La possibilità di discutere con persone intelligenti e preparate
4. Aumentare il numero degli amici
5. boh
6. boh
7. boh

Sette cose che dico spesso
1. Non ne posso più
2. Se c’è una cosa che non sopporto ...
3. Devo assolutamente stare meno al computer (ripetuto perché poi non lo faccio)
4. Dovrei curarmi un po’ più di me stessa (come sopra)
5. Sì, però ...
6. Ma che meraviglia!
7. Cazzo

Sette libri che mi sono piaciuti
Impossibile: nella mia lunga vita ne ho letti migliaia, dovrei nominarne almeno settanta, e ancora resterei in debito

Sette film che rivedo volentieri
Rarissimo che riveda film, a parte Casablanca, che ho visto 14 volte, Indovina chi viene a cena, 4 volte e Les enfants du paradis, due volte. Penso che rivedrei volentieri Sinfonia d’autunno, Segreti e bugie, Il principe delle maree, Pazza, C’era una volta in America, L'uomo del banco dei pegni, Riso amaro, Giulietta Romeo e le tenebre, La leggenda del re pescatore. Sicuramente se ci pensassi me ne verrebbero in mente almeno altre due dozzine, anche se non sono una cinefila.

Sette disgraziati
No, non nomino nessuno. Se qualcuno ha voglia di riprenderlo lo farà di propria iniziativa. In compenso, già che ci sono, metterò le canzoni della mia vita, che qualcun altro, in altro momento, mi aveva invitato a nominare:
1. Reginella
2. Come pioveva
3. Barcarolo romano
4. Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi
5. Testarda io
6. Le métèque
7. The sound of silence (versione concerto di Central Park)
8. Diamante
9. Caruso
10. Sere nere
11. A muso duro
12. L’istrione
13. Bella senz’anima
14. Luci a San Siro (prima versione, senza violini melodrammatici e singhiozzino nella voce)
15.
A whiter shade of pale
16.
Sally
17. Generale
18. Due giornate fiorentine
19. 3 dicembre 1939
20. Mio fratello è figlio unico
21. Lontano lontano
22.
As tears go by
23. As time goes by
24. Yesterday
25.
Non, je ne regrette rien
26. Le mani sui fianchi
27. The way we were
28. Firen di mechutonim aheim
29. Wake me up when september ends
30. La mazurca di Migliavacca
31. Le notti di maggio
32. Ci vorrebbe il mare
33. Letto 26
34. Albergo a ore
35. Insieme a te non ci sto più

barbara




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23 febbraio 2006

RAINEWS24 E LA SINDROME DI “SHOCK THE BABY”

Il mitico Fulvio ci propone alcune sue riflessioni su un recente fatto di cronaca.

Ieri, mentre cucinavo, ho appreso da SkyNews24 una notizia orribile: un ragazzo ha rotto il cranio del suo figlioletto di 4 mesi perché piangeva. Forse aveva le colichette e lui lo ha ucciso a mani nude, poi ha tentato il suicidio col veleno per topi. La madre del bambino non era in casa, ma adesso è anche lei nel registro degli indagati, perché pare abbia coperto le violenze paterne già in altri casi.
Passo su RaiNews24. La stessa notizia viene data in quest'altro modo: un giovane padre è in grave stato di shock ed è ricoverato all'ospedale per aver tentato il suicidio dopo aver percosso il figlio di 4 mesi, che è morto in seguito ai traumi. I sanitari hanno detto che l'uomo è affetto dalla sindrome di "shock the baby", un male che porta il genitore a scuotere il neonato anziché a cullarlo.
A quel punto mi sono fermato e mi sono seduto con un groppo alla gola per il dolore e la rabbia.
Mi è tornato alla mente mio figlio Simone, gran mangione tutt'oggi, che ciucciava in fretta il suo latte e poi aveva le coliche. E piangeva disperato, il piccino, mi guardava con quegli occhioni azzurri cercando aiuto... e lacrimoni enormi gli scorrevano sulle gote. Io lo tenevo a pancia sotto sulla mia coscia e lo dondolavo piano facendogli dolcemente pof pof sul culetto imbottito di pannolino. E gli cantavo "ben lu haiali, yeled katan, shchor taltalim venavon..."
Mi viene da piangere: come si fa a pensare di fare del male a un bimbo che ha bisogno di te? Come si può solo concepire l'idea di spappolare il cervello a una creaturina che ti chiede coccole e aiuto!? Neanche le belve feroci...
Perché RaiNews24 ha pietà di un assassino del genere, che molto probabilmente faceva vivere nel terrore anche la mamma del piccino? Perché, di fronte all'ennesima tragedia reale che si è consumata sotto i nostri occhi, ci propina uno "shock the baby" che ricorda tanto le battute dei cartoni animati?
Poi ho trovato la spiegazione: l'assassino è egiziano.
La redazione palestinese di RaiNews24 ha superato ogni limite.

Giusto per prevenire le critiche di chi verrà a dirci che potrebbe trattarsi di chiunque e che ammazzare un figlio non è prerogativa degli arabi musulmani: qui non si sta affermando che l’uomo abbia assassinato il figlio perché arabo musulmano: si sta dicendo che RaiNews24 mostra un’infinita comprensione per l’assassino per il fatto che questi è un arabo musulmano.
Approfitto dell’occasione per un aggiornamento lampo su Alban: sabato sono stati pestati di nuovo, ed è stata pestata anche la madre. Alban le ha poi riferito di avere parlato con l’insegnante di sostegno e la madre, terrorizzata, gli ha proibito di continuare a farlo, perché se il padre venisse a sapere che qualcuno ha parlato li ammazzerebbe tutti. La collega gli ha detto di rassicurare la madre che nessuno dirà al padre che il bambino ha parlato, e lo ha incaricato di informarla che ha la possibilità, se vuole, di andare in una casa protetta dove si occuperanno di lei e dei bambini e dove al marito non verrà permesso di entrare. Ma naturalmente sappiamo che non lo farà mai. E che, se si dovesse arrivare a un processo, non testimonierà mai contro il marito, sapendo benissimo che, anche in caso di condanna, prima o poi comunque uscirebbe, e per lei non ci sarebbe scampo.
Un’ultima osservazione mia, in relazione al fatto di cronaca: chissà come mai tutti quelli – padri o madri non fa differenza – che tentano il suicidio dopo aver assassinato il figlio, non ci riescono mai. Mentre a far fuori il figlio ci riescono sempre benissimo.

barbara




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23 febbraio 2006

ILAN HALIMI: NUOVO (?) ANTISEMITISMO

La vicenda di Ilan Halimi la conosciamo: adescato da una ragazza complice dei rapitori, tenuto in ostaggio per tre settimane, torturato con coltelli e mozziconi di sigarette, abbandonato morente nei pressi di una stazione ferroviaria. Dice la madre della vittima, Ruth: «Abbiamo raccontato alla polizia che ci sono stati almeno altri tre tentativi di sequestro di giovani ebrei, ma si è continuato a seguire la pista della criminalità comune per non turbare i già difficili rapporti con la comunità musulmana». Adesso dieci dei sequestratori, arrestati, hanno almeno in parte confessato: sì, hanno scelto lui proprio perché era ebreo. Il ministro degli interni Sarkozy, inoltre, ha rivelato la scoperta di documenti di matrice fondamentalista; ciononostante ha invitato a non mescolare un delitto odioso con la questione religiosa. L’ineffabile giornalista del Corriere, nel frattempo, ci racconta di “un antisemitismo nuovo”. “In alcuni quartieri – ci spiega - la comunità ebraica, minoritaria rispetto alla grande maggioranza di immigrati di origine maghrebina e africana, è la più esposta all'intolleranza, all'insulto banalizzato a scuola, alla rivalsa nei confronti della società bianca, ad una malintesa intifada sulla eco del conflitto in medio oriente”. Ma davvero si tratta di qualcosa nuovo? Proviamo un po’ a leggere questo vecchio articolo ...

3 avril 2003 / 11 h 34
JUGEMENT STUPÉFIANT
Les parents de la jeune fille juive agressée dans un collège de Brunoy sont condamnés à payer 4 000 euros d'amende à la principale du collège!
Par Ilana Moryoussef contact@proche-orient.info

Dans les attendus du jugement, il est notamment reproché aux parents d'avoir « médiatisé » l'affaire. Argumentation qui remet en cause le droit à l'information du public sur les débats judiciaires.
Les parents de Guittel n'ont plus qu'à méditer amèrement les promesses de Nicolas Sarkozy. «Face aux actes antisémites, a déclaré le ministre de l'Intérieur le 31 mars, lors de la soirée du 22ème anniversaire de Radio J, la seule réponse que je pourrai vous apporter, ce sont des faits: des gens arrêtés et des gens condamnés».
Le 27 juin 2002, une adolescente juive, Guittel, a été battue par plusieurs élèves du collège Albert Camus de Brunoy (Essonne) où elle était venue passer les épreuves du brevet des collèges.
(Lire à ce sujet notre article du 12 mars dernier). En fait de «réponse», ses parents viennent d'être condamnés par le tribunal correctionnel d'Evry à payer 4000 euros à la principale du collège Albert Camus et à son adjointe pour «constitution abusive de partie civile». En clair, le tribunal estime que les parents de Guittel ont eu tort de poursuivre les responsables du collège pour non-assistance à personne en danger. «Elles ont su à chaque fois et sans délai réagir comme elles le devaient», précise le jugement qui relève que la plainte des parents «comprend de nombreuses erreurs ou inexactitudes et qu'elle est rédigée dans un style quelque peu excessif dénué de toute prudence».
«Je ne me faisais pas d'illusion, déclare maître Buchinger, l'avocat de Guittel. Je ne pensais pas que le tribunal prendrait le risque de déclencher des réactions syndicales en condamnant une principale de collège.
La relaxe ne me surprend pas. En revanche, je suis effaré qu'on puisse condamner les parents.» Même incompréhension chez la mère de Guittel : «Ma fille a été agressée et blessée et c'est moi qui dois payer ! C'est un comble!».
L'avocat de la principale et de son adjointe, maître Horny, convient que le jugement peut paraître choquant, mais souligne que l'objet du procès n'était pas le caractère antisémite de l'agression mais l'éventuelle responsabilité de la principale et de son adjointe. «Il n'est pas tolérable d'insinuer que mes clientes n'auraient délibérément rien fait, sachant qu'une bagarre était en cours, sous le prétexte que la jeune fille agressée était juive, explique maître Horny. La démarche des parents s'est révélée contreproductive. C'est dramatique pour la jeune Guittel car elle finit par se retrouver dans une situation de coupable».
Le tribunal a été sensible à l'argumentation de l'avocat de la défense. Il ne se contente pas de dire que leur attitude a été irréprochable. Il précise que «leur honneur personnel et professionnel a été très gravement mis en cause par des accusations à peine voilées d'antisémitisme alors que rien ne permet d'affirmer que les prévenues aient eu une parole, une pensée ou un acte inspirés par cette forme de racisme».
C'est sans doute cela qui vaut aux parents d'être condamnés à payer des dommages et intérêts en plus des frais de procédure.
Depuis le début, l'affaire était mal partie. Les parents ont d'abord porté plainte contre les auteurs de l'agression. Devant les policiers, les jeunes filles reconnaissent les faits, mais l'affaire est classée sans suite. Le procureur estime qu'un simple rappel à la loi est suffisant.
Les parents se retournent alors contre les responsables du collège. Ils estiment que la principale et son adjointe n'ont pas pris les précautions nécessaires alors même que le ministre de l'Éducation de l'époque, Jack Lang, a envoyé une circulaire invitant les chefs d'établissements à se montrer particulièrement vigilants en raison du contexte international.
L'avocat de la principale et de son adjointe, maître Horny, estime que les parents ont commis une erreur en poursuivant ses clientes. «Malgré le classement sans suite, ils avaient juridiquement les moyens de poursuivre les auteurs de l'agression, soit en déposant une plainte avec constitution de partie civile, soit en entreprenant une action devant un tribunal civil pour obtenir des dommages et intérêts pour le préjudice subi par leur fille, soit (si les agresseurs n'étaient pas solvables) en saisissant la commission d'indemnisation des victimes d'infraction». Comment expliquer alors la procédure contre les responsables de l'établissement ? Selon maître Horny, «les parties civiles se sont servies d'une bagarre entre deux filles pour faire croire que l'école de la République ne protège pas les élèves d'une école israélite».
Ce qui a le plus choqué les parents de Guittel, c'est l'absence de compassion de la principale. «Si seulement elle avait téléphoné après l'agression pour prendre des nouvelles de ma fille, nous n'aurions jamais fait de procès», assure le père de l'adolescente agressée. Mais loin de manifester la moindre sympathie, la principale a nié tout au long du procès le caractère raciste de l'agression: «Je n'ai jamais pensé qu'il s'agissait d'un acte antisémite. À ce jour, je n'en suis pas persuadée», a-t-elle lancé à l'audience. Mais l'absence de compassion n'est pas un délit. Et l'avocat de la principale précise que ses clientes «ont très mal vécu la procédure et la médiatisation donnée par la partie adverse».
Le tribunal non plus n'a pas apprécié la médiatisation.
Et il le fait savoir. Un passage du jugement précise que «rien n'a été fait pour respecter la présomption d'innocence, le Tribunal constatant au surplus que cette affaire a fait l'objet d'une très importante mobilisation de la presse (vingt journalistes présents…au moins au début des débats) qui n'est certainement pas du fait du tribunal ou de celui des prévenues».
Un jugement si stupéfiant dans son argumentation que «proche-orient.info» a, de son côté, demandé à Maître Zaoui un commentaire sur cette affaire. «Surprise», «étonnement», telles sont ses premières réactions. Michel Zaoui, surtout, «ne voit pas la relation entre une médiatisation et la teneur d'une décision de justice. D'autant que «cette médiatisation» n'est que l'expression de la liberté d'opinion». Cela remet en cause, souligne-t-il, «l'information du public sur les débats judiciaires».
Ce qui est pourtant particulièrement nécessaire dans l'actuel contexte traversé de dérives antisémites et malsaines.
Les parents de Guittel ne peuvent pas faire appel de la relaxe car le jugement fait suite à une citation directe.
En revanche, ils peuvent contester la condamnation pécuniaire. Selon leur avocat, ils envisagent de le faire. De même qu'ils envisagent d'engager des poursuites contre les auteurs de l'agression.
(Copyright proche-orient.info)

E alla prossima che capiterà, ci racconteranno un’altra volta che si tratta di qualcosa di nuovo.


barbara

Aggiornamento: andate a leggere anche questo.




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22 febbraio 2006

LA ROSA BIANCA

Il capitolo dell’opposizione al nazismo è tanto denso di studi per quanto riguarda la resistenza nei paesi via via occupati quanto poco esplorato per quella interna. Gli studi esistenti limitano infatti la loro attenzione all’attività del gruppo tutto sommato ridotto di militari che culminò nell’attentato di Rastenburg del 20 luglio 1944.
Poco o nulla si sa, invece, dell’opposizione da parte degli altri gruppi che, pure, operarono in Germania in quegli anni. Tale opposizione non mancò di avere una sua consistenza se è vero, com’è vero, che il “Volksgerichtshof” (Tribunale del Popolo) presieduto dal famigerato Freisler ebbe a condannare a morte da solo ben 5.300 persone alle quali vanno aggiunti i tanti morti nei campi di concentramento od uccisi senza nemmeno un simulacro di processo. Una stima, probabilmente errata per difetto, fa ammontare il numero dei tedeschi uccisi per ragioni politiche a ben 130.000 persone.
Tra questi gruppi spicca quello della Rosa bianca del quale furono l’anima i fratelli Hans e Sophie Scholl con il loro amico Alexander Schmorell e che, solo nella parte conclusiva, cercò ed ebbe l’appoggio del professor Kurt Huber uno dei pochissimi docenti universitari che non avesse fatto incondizionatamente sua la folle visione del mondo propria del nazionalsocialismo.
Per comprendere appieno le ragioni di tanto disinteresse nei confronti di un’opposizione che pure vi fu occorre partire dalla particolare visione che gli stessi tedeschi ebbero della patria e dell’obbedienza che era dovuta all’autorità costituita.
Circolava in quegli anni, ma era connaturata all’anima del popolo tedesco, l’espressione Il comando è comando: gli ordini provengono da Berlino e vanno eseguiti.
Bene è ciò che ci aiuta a vincere diceva un manifesto del ministero della propaganda affisso in quegli anni a dimostrazione dell’insensibilità del regime alle ragioni della coscienza.
Il Colonnello Schenk von Stauffenberg, il protagonista dell’attentato del 20 luglio, ebbe a scrivere alla moglie: E’ ora di fare qualcosa, ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla però sarà traditore della propria coscienza e poco più avanti: ciascuno di noi è corresponsabile del regime che tollera. Chi non fa niente contro questo regime è colpevole, colpevole, colpevole.
Il bidello che ebbe a vedere i fratelli Scholl diffondere il loro sesto volantino, l’ultimo, e a provocarne l’arresto da parte della Gestapo fu applaudito il giorno dell’esecuzione da centinaia di studenti.
Questo era il clima di quegli anni, questo l’ambiente nel quale si trovarono ad operare quelli del gruppo della Rosa Bianca.
All’inquisitore della Gestapo che la sottopose a tortura per quattro lunghi giorni dal 18 al 21 febbraio 1943 e che le chiedeva se non trovasse spaventoso e non si vergognasse della diffusioni di manifestini che auspicavano la sconfitta come unica possibilità di recuperare la libertà mentre era in corso la battaglia di Stalingrado Sophie Scholl rispose: No al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena.
Noi dobbiamo perdere la guerra, altrimenti non torneremo mai liberi questo il drammatico appello di Sophie Scholl.
Il gruppo era costituito da studenti dell’Università di Monaco, retta in quegli anni da un ufficiale delle SS, Walter Wurst, che ebbe ad offendere pesantemente le studentesse invitandole pubblicamente a darsi da fare per offrire figli alla patria.
L’attività della Rosa Bianca fu costituita dalla diffusione di sei volantini ciclostilati distribuiti in pieno giorno agli studenti o inviati per posta in varie città della Germania oltre che in un’ottantina di scritte murali.
Tutto qui.
Si tratta di un’attività modesta nei suoi contenuti ed ancor più modesta nei risultati.
Il suo valore non consiste tanto nei risultati quanto nella molla di ordine morale e religioso che era alla base dell’azione, nella portata di una rivolta delle coscienze.
Poco conta anche la breve durata dell’azione.
Nei volantini, sei in tutto, si dice:
nel primo di essi: Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso - così comincia, con uno sdegno che vibra ancora oggi, il primo volantino - non vi è nulla di più vergogno so che lasciarsi 'governare', senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo?
Ed ancora: Ogni singolo, cosciente della propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest'ultima ora al flagello dell'umanità, al fascismo e ad ogni sistema simile di stato assoluto. Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate".
Strappate il mantello dell’indifferenza
Ogni popolo merita il governo che tollera
Ognuno vuol liberarsi da questa complicità, ciascuno cerca di farlo ma poi ricade nel sonno con la più grande tranquillità di coscienza. Ma egli non può scagionarsi: ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole.
Questi sono solo alcuni dei brani contenuti nei sei volantini che il gruppo riuscì a realizzare e a distribuire.
Per questo dapprima sei di loro: Hans Scholl, Sophie Scholl, Alexander Schmorell, Cristoph Probst, Willi Graf, e Kurt Huber seguiti da altri nove vennero giustiziati e trentotto furono incarcerati per essere liberati dagli americani solo alla fine della guerra.
La resistenza in Germania, proprio per la forza totalizzante del regime, non poteva non essere limitata a gesti isolati, all’azione limitata per lo più all’opposizione non violenta, all’incitamento al risveglio delle coscienze.
Del gruppo facevano parte cattolici, protestanti, un ortodosso il che dimostra la natura intercofessionale dell’attività che traeva spunto dal comune sdegno per la notte che era calata sulla Germania. Intento comune era quello di giungere ad un risveglio delle coscienze nella consapevolezza, però, che solo la sconfitta avrebbe potuto portare alla scomparsa del regime.
E’ importante sottolineare come l’azione del gruppo, originario della città riformata di Ulm nella quale, però, erano presenti gruppi consistenti di cattolici che si riunivano in preghiera clandestinamente, ebbe inizio prima che la disfatta di Stalingrado sanzionasse l’irreversibilità della sconfitta. Su di essa non grava, quindi, il sospetto che, invece, aleggia sull’opposizione dei circoli militari di voler salvare il salvabile.
Sono quelle del gruppo ragioni di ordine morale che traggono origine dalla fede che nella diversità delle confessioni lo animava.
E questo in una situazione che vedeva le Chiese tutte, salvo lodevoli eccezioni di singoli ecclesiastici, silenti. [...] (
di Orazio Dente Gattola)

Sophie Scholl, insieme al fratello e a
Cristoph Probst fu ghigliottinata il 22 febbraio 1943. Per maggiori informazioni suggerisco “La rosa bianca” di Paolo Ghezzi, ed. San Paolo; per notizie su altre, poco note, forme di resistenza, “Il passato nascosto” di Mark Roseman, Corbaccio.



barbara




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21 febbraio 2006

POSSO FARE TUTTO?

Questa storia me la ricordo bene. Qualche tempo fa, saltando da un blog all’altro, ho trovato tutta la documentazione, che ho immediatamente salvato. Credo che dopo l’ignobile sentenza dei giorni scorsi, sia il momento giusto per postarla.

QUELLA CHE SEGUE E' LA REGISTRAZIONE DELL'INTERCETTAZIONE TELEFONICA AVUTA TRA IL SIG. MONCINI, pedofilo italiano di Trieste ED UN AGENTE DEL FBI spacciatosi per procacciatore di bambini.
IL piccolo animale DI CUI PARLANO è MARIA, BAMBINA MESSICANA DI 5 ANNI.
LA TESTIMONIANZA NON HA BISOGNO DI COMMENTI.
MONCINI OGGI E' LIBERO.

MONCINI: Cosa posso fare con questo piccolo animale ?
FBI : Puoi farci tutto quello che vuoi.
Tutto ?....
Tutto.
Posso incatenarla ?
Sì.
Posso farle mangiare la mia merda ?
Non lo so....
Posso pisciarle in bocca ?
Non lo so.
Posso metterglielo nel culo ?
Certo.
Posso frustarla ?
Sì.
Posso infilarle chiodi nei capezzoli ?
Sicuro, tutto quello che vuoi.
Se viene danneggiata, mi aiuti a ripararla ?
Vuoi che muoia ?
Cosa succede se muore ?
Bisognerà trovare il modo di fare sparire il corpo e le prove.
Quanto costerà tutta l'operazione ?
Cinquemila dollari.
Va bene, si può fare.

IL 18 MARZO 1988 MONCINI ATTERRA AL JFK DI NEW YORK CITY DOVE VIENE ARRESTATO DALL'FBI E, PURTROPPO, SUCCESSIVAMENTE ESTRADATO NEL NOSTRO PAESE. IN CASA I CARABINIERI GLI SEQUESTRERANNO MOLTISSIMO MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO. MONCINI SI ERA DISTINTO PER AVERE SUPPORTATO MOLTISSIME INIZIATIVE A FAVORE DELL'INFANZIA.

Ricordo che il signor Moncini aveva già affittato una stanza d’albergo per incontrarsi con “questo piccolo animale”. E aveva noleggiato le telecamere per riprendere le sue esibizioni. Ricordo che varie personalità di spicco della città di Trieste sono intervenute a testimoniare a favore di Moncini, della sua alta moralità, della sua onestà, della sua rettitudine, cosa che ha fortemente favorito la decisione di assolverlo. Non ricordo se fra questi ci fosse anche il sindaco. Ricordo però perfettamente che c’era il vescovo.

barbara




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20 febbraio 2006

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Si informano i signori visitatori che mi sono definitivamente rotta della vigliaccheria dei commentatori anonimi. Ho messo pertanto in black list l'identità "anonimo". D'ora in poi chiunque vorrà commentare in questo blog si dovrà identificare.

barbara




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20 febbraio 2006

DIALOGO FRA ME E LA MIA SCOLARA SOPHIA

- Io in tutta la mia vita non ho mai pulito un paio di scarpe, e funzionano lo stesso magnificamente.
- (con la faccia sgomenta) Lei non pulisce le scarpe?
- No.
- Mai mai mai mai mai mai?
- Mai.
- Ma quanto sporche sono allora le sue scarpe?
- Tu quanto sporche le vedi?
- Non lo so, io non le guardo mica.
- E io dovrei buttare via il mio tempo per pulire delle scarpe che tu poi neanche guardi?!
- Eh, beh ... sì ... in effetti ...

barbara




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19 febbraio 2006

MAGDI ALLAM: UNA RIFLESSIONE, UN INVITO, UNA PROPOSTA

Ma la vera blasfemia è nei simboli degli estremisti

Nel giorno in cui si seppelliscono le vittime dell'assalto premeditato al nostro consolato a Bengasi, non è certamente mia intenzione soffiare sul fuoco dell'ondata di violenza fatta divampare ad arte dai burattinai del terrore strumentalizzando la pubblicazione di vignette considerate blasfeme o la provocazione del ministro Calderoli costretto alle dimissioni. Ma ritengo utile e doveroso riflettere sulle radici di questa cultura dell'odio che riesce a infiammare gli animi delle masse islamiche, facendo leva sull'ignoranza, il fanatismo e la schizofrenia identitaria. In questa fase in cui sembra essere di moda indire dei concorsi per rappresentare personalità o eventi di eccezionale rilievo (Maometto, l'Olocausto), noi immaginiamo di lanciarne due. Nel primo chiediamo al nostro ipotetico pubblico di raffigurare il Corano, il libro sacro dell'islam, per molti increato e pertanto Dio stesso.
Rispondono al concorso in cinque. La prima raffigurazione ritrae il Corano circondato da due spade affilate che si intersecano con in mezzo l'ordine: «E preparate». Che introduce il versetto «E preparate contro di loro forze e cavalli quanto potete, per terrorizzare il nemico di Dio e vostro, e altri ancora, che voi non conoscete ma Dio conosce, e qualsiasi cosa avrete speso sulla via di Dio vi sarà ripagata e non vi sarà fatto torto» (Corano VIII, 60).
Nella seconda raffigurazione, su uno sfondo nero, il Corano è aperto in mezzo a un globo terrestre e dal Corano spuntano una mitragliatrice Kalashnikov, una bandiera nera e un pugno con l'indice rivolto verso l'alto, che sottintendono che tramite la violenza, il vessillo della morte e l'affermazione dell'unicità di Dio, l'islam conquisterà il mondo intero. Nella terza raffigurazione il Corano appare su uno sfondo giallo, posto al di sotto di un Kalashnikov e affiancato da un globo terrestre e la scritta in rosso: «In verità, il Partito di Dio, loro saranno i vincitori». Nella quarta raffigurazione il Kalashnikov rispunta nuovamente in mezzo al Corano aperto con sullo sfondo un sole giallo e l'ordine: «Combatteteli dunque fino a che non ci sia più sedizione, e la religione sia quella di Dio» (Corano II, 193). Lo stesso versetto coranico ricompare nella quinta raffigurazione, con il Corano che esibisce il motto «Il giudizio spetta solo a Dio», attorniato sulla destra da una sciabola e sulla sinistra dal Kalashnikov.
Ebbene voi come giudicate queste raffigurazioni del Corano? Per me sono blasfeme e inneggianti alla cultura della violenza e della morte. Eppure si tratta, nell'ordine, dei loghi ufficiali dei Fratelli Musulmani in Egitto e della loro filiale palestinese Hamas, del gruppo «Monoteismo e Guerra santa» affiliato ad Al Qaeda in Iraq, dell’Hezbollah libanese, del movimento pachistano del Kashmir Lashkar-e-Taiba, del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» algerino.
Passiamo al secondo concorso in cui chiediamo al nostro ipotetico pubblico di raffigurare la moschea di Al Aqsa, il terzo luogo di culto sacro dell'islam, che sorge a Gerusalemme. Rispondono in tre. Nella prima raffigurazione la moschea è al centro incastonata tra due bandiere palestinesi e sormontata da due Kalashnikov laterali che sorreggono una bomba a mano nel punto dove si intersecano le canne. Su tutto troneggia l'ordine: «Combatteteli, dunque, e Iddio li castigherà per mano vostra e li coprirà d'obbrobrio, e vi assisterà a trionfo contro di loro, e guarirà il petto dei credenti» (Corano IX, 14). La seconda raffigurazione ritrae la moschea al centro e, in sovrapposizione, c'è un combattente con la kefiah che imbraccia la mitragliatrice M-16 con la destra e un Corano con la sinistra. Alle spalle una bandiera verde con la professione di fede nell'islam «Non vi è altro Dio al di fuori di Allah». Mentre all'interno di una cornice circolare è riportato il versetto «Ma voi non li uccideste, bensì li ha uccisi Dio» (Corano VIII, 17). La terza raffigurazione è più ardita. Dalla cupola della moschea spuntano come corna due fucili, in mezzo l'invocazione «Allah è grande», mentre in una cornice circolare è impresso il versetto «Ma quelli che lotteranno zelanti per Noi, li guideremo per le nostre vie, e certo Dio è con coloro che operano per il bene» (Corano, XXIX, 69).
Ebbene voi come giudicate queste raffigurazioni della sacra moschea di Al Aqsa? Per me sono blasfeme e inneggianti alla cultura della violenza e della morte. Eppure si tratta, nell'ordine, dei loghi ufficiali delle Brigate dei martiri di Al Aqsa, delle Brigate Ezzeddin Al Kassam e della Jihad islamica palestinese.
Tuttavia nessun musulmano si è finora sentito offeso e ha protestato per questa profanazione del Corano e della moschea sacra di Al Aqsa. A nessun musulmano è passato per la mente di sporgere denuncia presso i tribunali di Gaza, Il Cairo, Beirut, Islamabad o Algeri. Ecco perché non convince l'ondata di violenza su scala mondiale contro le vignette che offenderebbero Maometto. I musulmani prima di scagliarsi contro la Danimarca, dovrebbero combattere la blasfemia a casa propria. A tutti i musulmani contrari all'interpretazione violenta dell'islam, lancio una proposta: mandiamo una e-mail all'indirizzo dell'Organizzazione per la Conferenza Islamica (info@oic-oci.org ), con la nostra denuncia e il nostro appello: «No ai loghi islamici che profanano l'islam».

A questa lucidissima analisi, come sempre, non c’è molto da aggiungere.

barbara




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18 febbraio 2006

NON UCCIDERE

Tre mesi e mezzo fa, ricordando l’assassinio di Theo van Gogh, avevo parlato dell’artista che aveva dipinto sul muro esterno del proprio studio un angelo con la scritta “Non uccidere”, e di come i musulmani della vicina moschea avessero trovato la cosa estremamente offensiva e chiesto la sua rimozione. Qui, se non l’avete letta a suo tempo o se non la ricordate, potete leggere il resto della storia. Qui a fianco, invece, sotto la voce “foto e filmati”, potete trovare il link, con il titolo “non uccidere” del filmato che documenta tutta la vicenda.

barbara




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17 febbraio 2006

STUPRO GRATIS. O QUASI

O yes: se stupri la figliastra di 14 anni e lei non è vergine puoi cavartela con poco. Così ha sentenziato la Terza sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso dello stupratore. I danni sono più lievi, hanno stabilito i dotti signori. Perché in questo caso la personalità della vittima, «dal punto di vista sessuale, è molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età». La minorenne in questione, poi, è vissuta in un ambiente socialmente degradato e in tal caso – chi non lo capirebbe? – essere stuprate non è poi la fine del mondo. Come bere un bicchier d’acqua, praticamente. Mi viene da pensare alla mia amica A., stuprata a 11 anni da un amico di famiglia (l’aveva portata nel bosco con la scusa di andare a funghi. E mentre si tirava su i pantaloni ha trillato giulivo: «Guarda che bel fungo! Questo lo porto alla mia bambina, chissà come sarà contenta!»). Ecco, ad averlo saputo, qualcuno se la sarebbe potuta tranquillamente fare a dodici anni, certo di poter godere di un bel po’ di attenuanti. Tanto lei, ormai, dal punto di vista sessuale era molto più sviluppata di quanto ci si potrebbe normalmente aspettare da una bambina di seconda media. Non si osa poi immaginare cosa potrebbe accadere se la ragazzina stuprata, oltre a non essere vergine, indossasse per giunta un paio di jeans (a proposito: a pronunciare la famosa sentenza in base alla quale se la ragazza indossa i jeans non c’è stupro, era stata la Terza sezione penale della Cassazione: la stessa dell’immonda sentenza di oggi: non ci sarà per caso del marcio lì dentro?). Potrebbe apparire scontato, a questo punto, scagliarsi contro l’insensibilità maschile. Ritengo tuttavia doveroso ricordare il giudice donna che alcuni anni fa in Canada ha emesso l’oscena sentenza di condanna a UNDICI MESI nei confronti di un arabo che aveva sodomizzato la figliastra di nove anni, con la motivazione (non sono riuscita a trovarla in internet, ma posso citarla a memoria con assoluta precisione, tanto mi è rimasta scolpita nella memoria) che «in tal modo ha preservato la verginità della bambina, ritenuta particolarmente importante nella sua cultura». E non credo servano ulteriori commenti.

barbara

Aggiornamento, grazie al coon: Il collegio che ha emesso questo verdetto è stato presieduto da Umberto Papadia, il consigliere relatore è stato Franco Mancini, gli altri togati sono Amedeo Postiglione, Mario Gentile e Giovanni Amoroso.
Aggiornamento 2: altre sentenze ricordate dal Corriere. Agosto 1997: il capufficio aveva dimostrato (?) di essere innamorato, quindi le sue non si possono configurare come molestie. Aprile 1999, la stuprata era incinta di sette mesi: riconosciute le attenuanti (forse perché non ha rischiato di metterla incinta?). Luglio 2000: la stuprata, con problemi psichici, non ha fatto alcuna resistenza, quindi non è stato stupro.




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16 febbraio 2006

TESTIMONE OCULARE

La finestra della nostra cucina dava sul giardino di R., dove si trovava anche il garage. Un giorno mio padre, che era alla finestra, ha visto R. mettere la macchina in garage. Lo ha notato, e poi ricordato, perché ha fatto una manovra molto stupida, e l’ha poi dovuta correggere diverse volte. TRE giorni dopo è venuto a sapere che DIECI giorni prima R. aveva avuto un infarto, e da allora si trovava all’ospedale: quello che aveva visto era in realtà M., un altro vicino, al quale la moglie di R., che non guidava, aveva chiesto il favore di mettere dentro la macchina; poiché la manovra era strettissima e M. non l’aveva mai fatta, aveva commesso quell’errore che mio padre aveva notato e che l’aveva costretto poi alle successive correzioni. Ma vedendo qualcuno che, nel giardino di R., metteva la macchina di R. nel garage di R., aveva dato per scontato che non potesse trattarsi altro che di R. E, sconcertato da questo episodio, si è ritrovato a riflettere: «Pensa un po’: se avessi dovuto testimoniare in tribunale, metti per un caso di omicidio, io avrei giurato che quel giorno a quell’ora lui era lì, perché l’avevo visto coi miei occhi. Avrei potuto mandare in galera un innocente. O mandare libero un assassino». È solo in occasione di episodi del genere che ci si ritrova a riflettere sulla possibilità che una testimonianza oculare non sia sempre attendibile. E faremmo bene, invece, a pensarci più spesso. E a coltivare più spesso la preziosissima pianta del dubbio.

barbara




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15 febbraio 2006

MARIAM: SOGNO E RISVEGLIO

Quattro anni fa Giacomina Cassina, colta e sensibile signora con ottima conoscenza della situazione mediorientale a causa dei delicati incarichi che vi svolge, ha scritto questo bellissimo testo, intriso di “speranza contro ogni speranza”.

Lettera immaginaria a Mariam che sta per partorire.
Cara Mariam,
sei bellissima in queste ultime settimane di gravidanza. Lo sei sempre stata. Ma oggi i tuoi occhi splendono di odio e di dubbio. Nabil sta per nascere. Sarà bellissimo anche lui e ti consolerà per aver perso il tuo primo bambino in quella notte di fuga, tra le pietre della prima intifada e le pallottole – di gomma, allora – dell’esercito israeliano. Le hai prese tutte e due, le pietre e le pallottole e ti sei ammalata di odio. Ti avevano già educato ad odiare il “nemico”, fin da piccola. Odio e disperazione. Disperazione che produce odio oppure odio che produce disperazione? Non so. So che tu hai concentrato tutti i tuoi sforzi contro i “cugini”. Lo sapevi che “loro” vi chiamavano così, quando il Raìs e Perez ricevevano il premio Nobel per la pace? Chissà se qualcuno vi chiama ancora così, oggi? Hai nutrito quell’odio sistematicamente con immagini di sangue, con il sangue di tutti. Nonostante l’evidenza – che la morte ci fa tutti uguali solo perché uguali lo siamo già in vita. Nonostante gli accordi di pace di cui tutti dicevano un gran bene. Nonostante il desiderio spasmodico di vivere e di dare una nuova vita a te stessa, al tuo uomo e al tuo popolo. Quell’odio l’hai confermato, giorno dopo giorno, tenacemente. L’odio può diventare ragione di vita?
Avevi appena il sospetto di essere incinta, quando ti hanno detto che nel villaggio vicino festeggiavano l’attentato alle torri gemelle, hai accettato il sorriso di chi ti offriva quella notizia di morte e l’hai riprodotto, parlando del fatto con le tue cognate. Qualche tempo dopo hai saputo che a Hebron la folla aveva scannato degli israeliani e ne aveva calpestato i cadaveri. Non hai più sorriso: la tua gravidanza era ancora all’inizio e le immagini di quello scempio si sono fuse con la tua nausea. Poi le nausee sono passate e tuo figlio ha cominciato a scalciare e il dialogo con lui è diventato un flusso continuo di scenari futuri. Nabil bambino che cammina appena, Nabil adolescente che lancia pietre contro il “nemico”, Nabil studente che ti abbraccia prima di partire per diventare “martire”. Il dialogo si è fatto molto difficile. Così difficile che, per sostenerlo, hai spinto a fondo il pedale del sogno e dell’incubo e sei arrivata a pensare che tu e lui, insieme, oggi, avreste potuto avviarvi, carichi di tritolo, verso un ristorante, un bus o un supermercato o perfino una scuola israeliana. Anche per chi ti immagina da lontano, dopo la ragazzina-bomba sedicenne, una scelta del genere (ma è davvero uno scenario impossibile?...) sarebbe uno strazio infinito, da cui non guarire più: per gli israeliani innocenti che avreste ucciso, per te e Nabil kamikaze-non-nato, per tutto il tuo popolo che non può essere tanto accecato dall’odio da produrre una mostruosità simile, per tutti gli uomini - di buona volontà o no - per i quali salterebbe ogni valore umano. Sei d’accordo anche tu, almeno su questo, vero?
No? Ah, capisco, hai avuto solo un momento di smarrimento perché non hai capito che cosa ti stava dicendo Nabil. Ha detto proprio così? “La causa palestinese vuole che nasca e viva”? Non dirmi che l’hai già condizionato a questo punto... sei tu che stai provando a trasmettergli, insieme alla vita, anche il tuo odio e non ci riesci. Ah, scusa...no, raccontami. Dice che deve nascere per far crescere il suo popolo, per aiutarlo a conquistare la pace e a liberarsi dall’odio? E tu sei d’accordo? Non lo sei. Però hai dei dubbi. Hai dei dubbi perché sei stanca, un po’ indebolita, sola in casa e attorno si spara. O perché Nabil sta distruggendo a calci la tua palestra di odio? O perché sei tentata dalla dolcezza del dubbio e della vita? Ti prego, commettilo questo peccato, immagina una lunga vita di affetto indistruttibile tra te e Nabil, un amore profondo, molto possessivo da parte tua, un rapporto esclusivo e testardo come quello delle tue cugine israeliane verso i loro figli. Ho detto qualcosa che non va? Oh, Dio, davvero anche tu pensi che, in fondo, vi assomigliate? No? Ah, lo dubiti soltanto. Beh, amica mia, continua a dubitare, sempre più fortemente, sempre più in profondità. Vedrai che più ti cresce il dubbio, meno scalcerà Nabil. Adesso riposa un po’. Poi preparati a farlo nascere. Tra qualche settimana il vento potrebbe di nuovo odorare di pace e per voi due potrebbe cominciare una vita molto diversa. Ma anche se così non fosse, continua a coltivare il dubbio, ne ha bisogno Nabil, ancor più dell’aria e del latte. Non c’è nulla di assoluto in questo mondo, questo, almeno, lo pensiamo tutti: voi, i “cugini” e noi. Dal dubbio può nascere la ricerca del nuovo, delle piccole-grandi soluzioni. Il dubbio è la migliore medicina contro l’odio e la disperazione. Il dubbio ti spinge a guardare l’altro con occhi diversi e a interrogarti sulle somiglianze. Dubita, dubita Mariam, dormi e dubita, che stai già guarendo. Come sei bella, Mariam! E tu, Nabil, scalcia più piano, che ormai ce l’hai quasi fatta.
(Roma, 9 aprile 2002)

Quattro anni sono passati. E oggi dobbiamo confrontarci con le notizie che ci vengono riferite su un’altra Mariam. Una mamma con lo stesso nome di quella uscita dalla felice penna di Giacomina ma che altro, con lei, in comune non ha. La Mariam reale ci informa, felice e orgogliosa, che ha “sacrificato” tre figli, inducendoli a morire per uccidere gli odiati ebrei. Ci informa, anche, che spera che anche gli altri figli andranno a morire per uccidere ebrei. Li ha educati lei al martirio, ha spiegato in un’intervista rilasciata quasi nello stesso momento in cui Giacomina scriveva queste sue righe piene di speranza, è stata lei a convincerli che è bello morire uccidendo ebrei, è stata lei a scegliere per loro il paradiso. Ed è molto felice di essere riuscita a convincerli. E ancora una volta, la speranza muore sotto il peso della realtà.

barbara




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15 febbraio 2006

ALBAN - AGGIORNAMENTO

Ieri la collega di sostegno mi ha rimandato in classe Benjamin, perché si era accorta che sia Alban che suo fratello avevano dei graffi sulle mani, e voleva dargli la possibilità di parlare liberamente. E Alban ha vuotato il sacco. Fino in fondo. Ha parlato di quando viene frustato con un cavo, sul sedere, a pantaloni e mutande abbassati, e sulle palme delle mani: perché lì è più difficile che rimangano lividi. Ha raccontato della volta che, in terza elementare, è andato a scuola con una ferita sanguinante alla testa e la maestra gli ha chiesto che cosa si fosse fatto e lui ha detto che suo padre lo aveva picchiato. E la maestra (puttana) ha mandato a chiamare il padre, il quale ha detto che no, vogliamo scherzare, lui picchiare i bambini, e quando mai, e che quello sbadato era semplicemente andato a sbattere con la testa contro il tronco di un albero e la maestra (troia) ha creduto a lui e non ad Alban. E che la sera prima aveva pestato selvaggiamente sia lui che il fratello, e che siccome, nonostante le precauzioni, qualche livido era rimasto, li aveva poi messi sotto la doccia gelata affinché i lividi si attenuassero.
Questa volta la collega si è scritta tutto, e poi con questa testimonianza è andata a presentare denuncia al tribunale dei minori, e ha contemporaneamente allertato i servizi sociali. E speriamo che adesso qualcosa succeda.

barbara




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14 febbraio 2006

PAROLA DI DONNA, CORPO DI DONNA

A cura di Valentina Colombo, Oscar Mondadori



Raccomandato a quelli che “le donne arabe sono abituate così” e che “dopotutto è la loro cultura” e che “a loro in fin dei conti va bene così”: perché non c’è niente di male ad accorgersi di avere sbagliato.
Raccomandato a quelli che fanno di tutta l’erba un fascio: perché una buona occasione per aprire gli occhi non bisogna sprecarla.
Raccomandato a quelli che non fanno di tutta l’erba un fascio: perché è bello constatare di avere avuto ragione, e trovarne anche le prove.
Raccomandato a quelli che amano le sorprese: perché qui ne troveranno a bizzeffe.
Raccomandato a quelli che sono convinti della superiorità della donna: perché ora avranno un argomento in più per sostenerlo.
Raccomandato a quelli che sono convinti della superiorità maschile: perché non è mai troppo tardi per ricredersi.
Raccomandato a quelli che non hanno paura di mettere in discussione le proprie certezze: perché di certezze da mettere in discussione qui ce n’è un bel po’.
Raccomandato a quelli che hanno voglia di leggere un bel libro: perché questo è bellissimo.

barbara




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13 febbraio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 3

Le donne, naturalmente, sono infibulate. Tutte. Di solito le statistiche riportano percentuali inferiori, ma solo perché includono anche le donne appartenenti alla nutrita comunità araba, le quali non subiscono l’infibulazione, bensì la “sunna”, consistente in una incisione rituale del clitoride per far uscire sette gocce di sangue: pratica indubbiamente dolorosissima, assurda e inaccettabile, ma comunque non mutilante. Le mutilazioni genitali femminili, va detto, sono tutte di origine preislamica e non sono ordinate dal Corano, che però ne parla e non le proibisce, limitandosi a suggerire, se non ricordo male, di “non tagliare troppo” e dunque, di fatto, le autorizza. Sono praticate, in alcune zone, anche sulle donne cristiane ed ebree; ignoro però se ebrei e cristiani le praticassero anche prima che le terre da loro abitate venissero arabizzate e islamizzate. L’infibulazione è fra tutte la più radicale, consistendo nell’escissione di tutto quello che c’è (clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra), vale a dire di tutto ciò che provoca secrezioni: ciò significa che i rapporti sessuali avvengono praticamente “a secco”, trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla tortura che al piacere. Ma non è tutto. Dopo che tutto il tagliabile è stato tagliato, i due monconi rimasti delle grandi labbra vengono cuciti insieme, ancora sanguinanti, in modo da saldarsi insieme formando un unico blocco, lasciando solo un minuscolo foro. Quindi le gambe vengono strettamente fasciate per facilitare una “corretta” cicatrizzazione. Dopo otto giorni le bende vengono tolte e sulla cicatrice viene fatto scorrere un chicco di mais: se si ferma sul foro lasciato, significa che questo è troppo grande, e allora bisogna tagliare e ricucire di nuovo. Tale foro, di pochi millimetri di diametro, è chiaramente insufficiente a far defluire completamente urina e sangue, che ristagnano all’interno provocando mostruose infezioni. Nel novanta per cento delle donne, mi ha spiegato una dottoressa italiana, la vagina è tutta un’unica piaga purulenta. Al momento del matrimonio il marito ha otto giorni per riuscire ad aprirsi un varco: nel caso non dovesse riuscirci, diventerebbe una sorta di non-uomo, praticamente una morte sociale. Chiaro quindi che ci deve riuscire. Alcuni usano coltelli, lamette, forbici, bastoni: sono i più misericordiosi. Altri hanno invece la presunzione di riuscirci con i “mezzi propri”. E dopo otto giorni di torture finiscono anch’essi, inevitabilmente, per ricorrere a qualche strumento. Il marito, comunque, apre solo lo spazio a lui necessario: al resto provvederà la testa del primo figlio. Impresa tutt’altro che facile, e infatti la fase espulsiva, che nelle donne aperte non arriva a durare mezz’ora, nelle donne infibulate dura almeno due ore, provocando la morte di un gran numero di primipare e di primogeniti. Dopo il parto, almeno le prime due o tre volte, generalmente le donne si ricuciono, da sole o con l’aiuto di un’amica. In alcune zone, mi è stato riferito da donne che ne provenivano, immediatamente dopo il parto la vagina lacera e sanguinante viene cosparsa di sale per far contrarre i tessuti, in modo che il piacere del marito non abbia a risentire della diminuita tonicità dell’organo.
Un cenno particolare, in tutto questo, merita il comportamento di un discreto numero di cooperanti. “Cooperanti” era la nostra qualifica ufficiale, in quanto partecipi del programma di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, ma il nome non tragga in inganno: per stare dove stavamo e fare quello che facevamo, eravamo strapagati. Le donne infibulate, come detto, sviluppano quasi sempre terribili infezioni, che trasformano ogni rapporto sessuale in un’autentica tortura, strappando loro urla strazianti. E la cosa sembrava divertire notevolmente i nostri portatori di civiltà. Capitava abbastanza spesso di udire conversazioni di questo genere:
- Le somale quando scopano urlano!
- E perché?
- Boh, sono abituate così.
Trovavano divertente ed eccitante, i nostri bravi cooperanti, scopare le somale che urlavano. Potendosi, credo, tranquillamente escludere che un uomo non sia in grado di distinguere tra un grido di piacere e un urlo di dolore, se ne deve dedurre che godevano come pazzi per il dolore straziante che provocavano in queste povere donne. Si raccontava anche, come una barzelletta, di quella notte che dalla casa di un professore si è sentito gridare, piangendo: «Professore, professore, il culo no!» Ho sentito la moglie di un cooperante sentenziare severamente: «Non avrebbe dovuto sputtanarlo a quel modo!» e un’altra cooperante ribattere con nonchalance: «Bah, se è un uomo di mondo se ne frega». Vale forse la pena di riflettere che ad ognuna di noi, credo, è capitato di sentirsi rivolgere le richieste più bizzarre e naturalmente, anche di fronte alle più inaccettabili, nessuna si mette a piangere e a gridare. Se lo si fa, immagino, è nel momento in cui il gentile partner, fregandosene del rifiuto, passa alle vie di fatto. Ecco, questo era il livello intellettuale, sociale e morale di un discreto numero di coloro che prendevano una barca di soldi per andare a portare la civiltà nel Terzo Mondo. Fratelli gemelli di coloro che oggi, qui, vanno con le schiave albanesi tredicenni, giustificandosi col fatto che «non sono mica stato io a metterle sul marciapiede» e che «tanto se non ci vado io ci va qualcun altro». Alla faccia della coscienza civile di cui, in altre circostanze, si fanno gran vanto.

Si pascolano le capre, come si può ...


... si coltiva la "terra", dove si può


barbara




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13 febbraio 2006

ALBAN

Parecchi dei miei scolari sono piuttosto vivaci. Alcuni sono insopportabilmente vivaci. Non tutti i genitori dei miei scolari sono dei san Francesco, e a volte a qualcuno scappa un ceffone. Capita. Anche nelle migliori famiglie, come si suol dire. Alban però è l’unico a venire picchiato senza alcun motivo, solo perché suo padre va a giocare in qualche bisca clandestina ed è capace di perdere anche duemila euro in una sera e poi torna a casa furibondo. Alban è l’unico a venire frustato a sangue con la cintura dei pantaloni. Alban è l’unico la cui madre, in quanto donna, non ha diritto di parola. Alban è l’unico musulmano (sì, lo so, è solo un caso. Naturalmente è solo un caso. Certo che è solo un caso. A chi mai potrebbe venire in mente che non sia solo un caso? Nessuno dubita che sia solo un caso).

barbara




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12 febbraio 2006

IO E IL CHE

Me la ricordo bene, la mia prima volta: ero nella sala di studio dell’università, e vicino a me sedeva S., che era stata mia compagna anche al liceo. Ad un tratto S. mi chiede: «Ti piace Che Guevara?». «Chi è?» chiedo. «Non lo conosci?» chiede sgomenta. S. era di quelli che avevano “fatto il Sessantotto” e che facevano la rivoluzione. Vale a dire dei compagni ricchi: le ragazze con la pelliccia, i ragazzi con la Kawasaki, e tutti luglio in montagna, agosto al mare, settembre qualche viaggio all’estero. Il resto dell’anno a fare la rivoluzione. Io no. Ero di sinistra anch’io, naturalmente, ma i miei si cavavano il pane di bocca per farmi studiare, e io ero occupata a tempo pieno a farmi il culo a studiare e, nel poco tempo libero che mi rimaneva, a fare la baby sitter, a tradurre, a correggere tesi di laurea, scrivere indirizzi, fare l’impiegata, l’operaia, la donna di servizio per comprarmi i libri. Niente tempo per fare il Sessantotto e la rivoluzione. E dunque non sapevo chi fosse Che Guevara, mai sentito nominare. Non sapevo neanche chi fosse Pietro Ingrao, del resto. Lo ricordo qui perché è stato più o meno nello stesso periodo che un altro compagno – compagno in tutti i sensi – ha reagito con la stessa inorridita incredulità alla scoperta che il nome di Ingrao non mi diceva assolutamente niente. D’altra parte come avrebbe potuto? In casa mia non sono mai entrati né libri né giornali, alla televisione si guardavano varietà e film comici o western: impensabile poter vedere “quel cretino di Fellini” o “quello sporco ebreo di Charlie Chaplin”, per non parlare di “quel finocchio schifoso di Visconti”. La musica era Claudio Villa – a “quella boiata” che era la musica classica mi ha accostata la mia compagna D. quando abbiamo preparato insieme l’esame di riparazione di greco; il teatro non esisteva. Erano molte, perciò, le cose che non sapevo, e dunque i primi lumi sullo sconosciuto Che Guevara me li ha dati S. Pare, tuttavia, che la troppa passione nuoccia alle cause, e così il traboccante entusiasmo di S. per il Che l’ha portata a fare un discorso piuttosto confuso su questo tale, definito “un rivoluzionario”, tanto che alla fine ho concluso che il tipo non mi interessava, e non ci ho pensato mai più. Ed è così che non sono diventata una fan del famoso nonché fighissimo rivoluzionario. La lotta per i propri ideali, mi si dice ora. Anche la purezza della razza per i nazisti era un ideale, si potrebbe obiettare. Ideale orrendo, immorale e criminale, mi si ribatterà. Vero, ma per altri è altrettanto immorale e criminale l’obiettivo di instaurare il comunismo, in un’epoca in cui gli orrori del comunismo reale erano già ben noti. La coerenza, mi si dice poi. Anche Goebbels, fedele fino all’ultimo all’ideale nazionalsocialista, che alla fine ha avvelenato i suoi sei figli e poi si è ucciso con la moglie, è stato coerente. La coerenza non può essere considerata una virtù di per sé. E lascio dunque, ad ammirare il Che, i rivoluzionari con la kawasaki, i pacifisti con la keffià, i radical-chic miliardari. Io, che pacifista non sono e che ho dovuto fare un mutuo per pagare il dentista, come ideali mi tengo madre Teresa e Simon Wiesenthal.

barbara




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11 febbraio 2006

QUALCHE NOTIZIA SUL “CHE”

Il mito del comandante riletto da un saggista latinoamericano
«La sua faccia compare su magliette e accendini ma molti fan ignorano i misfatti del guerrigliero»

Dopo aver fatto così tanto (o così poco?) per distruggere il capitalismo, Che Guevara è diventato un marchio che è la quintessenza del capitalismo stesso. La sua immagine compare su tazze, berretti, accendini, portachiavi, portafogli, bandane, top, blue jeans, confezioni di tè alle erbe e, naturalmente, sulle immancabili t-shirt con la fotografia di Alberto Korda che ritrae l’idolo socialista con il berretto nei primi anni della rivoluzione, l’immagine che a 38 anni dalla morte del Che è ancora il simbolo dello chic rivoluzionario (o capitalista?). Sean O’Hagan ha scritto sull’ Observer che esiste persino un detersivo in polvere con lo slogan «Il Che lava più bianco». Dei prodotti del Che si occupano grandi corporation e piccole ditte, come la Burlington Coat Factory, nel cui spot tv figura un ragazzo in abiti da lavoro e t-shirt del Che, o la Flamingo’s Boutique di Union City, nel New Jersey: il proprietario ha arginato la furia degli esuli cubani locali ricorrendo all’imbattibile argomento del «vendo qualsiasi cosa la gente desideri comprare». Neanche i rivoluzionari sono immuni dalla frenesia del mercato: The Che Store, il negozio del Che su Internet, soddisferà «tutte le vostre esigenze rivoluzionarie»; il giornalista italiano Gianni Minà ha venduto a Robert Redford i diritti del film ispirato al diario del viaggio che il giovane Che fece in Sudamerica nel 1952, in cambio del permesso di accedere al set, sul quale ha potuto girare un proprio documentario. Per non parlare di Alberto Granado, che accompagnò il Che in quel viaggio e oggi fa da consulente ai documentaristi mentre - come riporta El País - tra vino della Rioja e magret d’anatra si lamenta da Madrid di non poter riscuotere i diritti per colpa dell’embargo americano contro Cuba. (...)
La trasformazione di Che Guevara in un marchio capitalista non è nuova ma il marchio ha conosciuto un revival piuttosto significativo, poiché giunge anni dopo il collasso politico e ideologico di tutto ciò che Guevara ha rappresentato. Una ripresa insperata, dovuta principalmente a I diari della motocicletta , il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles. (...)
Per l’esattezza, questo ritorno di fiamma è iniziato nel 1997, quando, nel trentesimo anniversario della morte del Che, sono comparse nelle librerie cinque biografie e sono stati rinvenuti i resti di Guevara nei pressi di una pista dell’aeroporto boliviano di Vallegrande, in seguito alle rivelazioni fatte, con particolare tempismo, da un generale boliviano in pensione. L’anniversario ha richiamato l’attenzione sulla celebre fotografia di Freddy Alborta al cadavere del Che steso su un tavolo, romantico come il Cristo dipinto da Mantegna.
È normale che i fedeli di un culto non conoscano la verità storica sul loro eroe. Non sorprende che gli attuali seguaci di Che Guevara, i suoi nuovi ammiratori postcomunisti, si autoingannino aggrappandosi a un mito - eccezion fatta per i giovani argentini, che hanno coniato l’espressione: «Tengo una remera del Che y no sé por qué», «Ho una maglietta del Che e non so perché».
Pensiamo a quanti hanno recentemente brandito o invocato il volto del Che come icona di giustizia e di ribellione agli abusi del potere. In Libano, i dimostranti che protestavano contro la Siria sulla tomba del primo ministro Rafiq Hariri portavano l’immagine del Che. Thierry Henry, un calciatore francese che gioca nell’Arsenal, in Inghilterra, si è presentato a un megagalà organizzato dalla Fifa, la federazione calcistica mondiale, indossando una t-shirt del Che. In una recente recensione del film La terra dei morti viventi di George A. Romero pubblicata sul New York Times , Manohla Dargis ha scritto: «Lo choc maggiore è la trasformazione di un nero zombie in un retto leader rivoluzionario». E ha aggiunto: «Immagino che il Che viva, dopo tutto». In un viaggio in Venezuela, nel corso del quale ha incontrato Hugo Chávez, il campione di calcio Maradona ha esibito un emblematico tatuaggio del Che sul braccio destro. A Stavropol, nel sud della Russia, i manifestanti che denunciavano le concessioni statali a pagamento hanno raggiunto la piazza centrale sventolando bandiere del Che. A San Francisco, la leggendaria City Light Books, tempio della letteratura beat, offre ai visitatori una sezione dedicata all’America latina, nella quale metà degli scaffali regge libri sul Che. José Luis Montoya, un poliziotto messicano che combatte il traffico di droga a Mexicali, indossa un fazzoletto del Che perché lo fa sentire più forte. Nel campo profughi di Dheisheh, in Cisgiordania, i manifesti del Che decorano una parete che celebra l’Intifada. Un domenicale di Sydney, in Australia, elenca i tre ospiti ideali per un party: Alvar Aalto, Richard Branson e Che Guevara. Leung Kwok Hung, il ribelle eletto al Consiglio legislativo di Hong Kong, sfida Pechino indossando una t-shirt del Che. In Brasile, Frei Betto, consigliere del presidente Lula da Silva responsabile del programma «Fame zero», ritiene che «avremmo dovuto prestare meno attenzione a Trotskij e molta di più a Che Guevara». La più famosa: alla cerimonia degli Academy Awards di quest’anno, Carlos Santana e Antonio Banderas hanno interpretato il tema musicale de I diari della motocicletta ; Santana portava una t-shirt del Che e un crocifisso. Espressioni del nuovo culto del Che sono ovunque. Ancora una volta, il mito attrae persone la cui causa rappresenta l’esatto opposto di ciò che era Guevara. (...)
Nel gennaio 1957, come indicato nel diario della Sierra Maestra, Guevara sparò a Eutimio Guerra, sospettato di aver rivelato delle informazioni: «Ho risolto il problema con una calibro 32, nella parte destra del cervello... Ciò che apparteneva a lui ora era mio». Più tardi sparò ad Aristidio, un contadino che aveva espresso il desiderio di ritirarsi appena i ribelli si fossero spostati. E mentre si domandava se la vittima «fosse colpevole al punto da meritare la morte», non esitava a ordinare l’uccisione di Echevarría, fratello di un compagno, colpevole di crimini imprecisati: «Doveva pagare». In altre occasioni simulava le esecuzioni senza portarle a termine, una forma di tortura psicologica. Luis Guardia e Pedro Corzo, due ricercatori della Florida che stanno lavorando a un documentario su Guevara, hanno ottenuto la testimonianza di Jaime Costa Vázquez, un ex comandante dell’esercito rivoluzionario noto come «El Catalán», secondo il quale molte delle esecuzioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro ministro degli Interni cubano, sono invece direttamente imputabili a Guevara, perché sulle montagne Valdés ne eseguiva gli ordini. «In caso di dubbio, uccidete», era la direttiva del Che. Alla vigilia della vittoria, secondo Costa, il Che avrebbe ordinato l’esecuzione di una ventina di persone a Santa Clara, al centro di Cuba. Alcuni furono uccisi in un hotel, come ha scritto Marcelo Fernándes-Zayas, altro ex rivoluzionario poi diventato giornalista, precisando che tra gli uccisi, i casquitos , c’erano contadini che si erano uniti all’esercito solo per non restare disoccupati.
Eppure, la «macchina che uccideva a sangue freddo» non mostrò appieno la sua ferocia finché, immediatamente dopo il crollo del regime di Batista, Castro gli affidò la direzione del carcere di La Cabaña. (Castro aveva un talento innato nello scegliere le persone adatte a proteggere la rivoluzione dall’infezione). San Carlos de La Cabaña era una fortezza di pietra utilizzata nel XVIII secolo per difendere l’Avana dai pirati inglesi; più tardi divenne una caserma militare. Guevara ne fu direttore nella prima metà del 1959, in uno dei periodi più neri della rivoluzione. José Vilasuso, avvocato e professore alla Universidad Interamericana de Bayamón di Porto Rico ed ex membro dell’organismo che si occupava dei processi sommari di La Cabaña, mi ha recentemente raccontato: «Il Che presiedeva la Comisión Depuradora . Il processo rispettava la legge della Sierra: c’era una corte militare e secondo le indicazioni del Che dovevamo agire con convinzione, perché erano tutti assassini e procedere in modo rivoluzionario significava essere implacabili. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito consisteva nel sistemare le pratiche prima che fossero inviate al ministero. Le esecuzioni si svolgevano dal lunedì al venerdì, in piena notte, appena dopo l’emissione della sentenza e l’automatica conferma in appello. Nella notte più orribile che io ricordi, furono uccisi sette uomini».
Javier Arzuaga, il cappellano basco che recava conforto ai condannati a morte e fu testimone di decine di esecuzioni, mi ha recentemente incontrato nella sua casa di Porto Rico. Ex prete cattolico, oggi settantacinquenne, si definisce «più vicino a Leonardo Boff e alla teologia della Liberazione che all’ex cardinale Ratzinger» e ricorda: «C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio capace di contenerne non più di trecento: ex militari e poliziotti dell’era di Batista, giornalisti, qualche uomo d’affari e alcuni commercianti. Il tribunale rivoluzionario era formato da uomini delle milizie. Che Guevara presiedeva la Corte d’appello. Non ha mai annullato una sentenza. Visitavo il braccio della morte nella Galera de la muerte . Si sparse la voce che ipnotizzavo i prigionieri perché molti restavano calmi, così il Che diede l’ordine che fossi presente alle esecuzioni. Dopo la mia partenza in maggio furono eseguite ancora molte sentenze, io vidi 55 esecuzioni. C’era un americano, Herman Marks, evidentemente un ex carcerato. Lo chiamavamo "il macellaio" perché provava piacere a dare l’ordine di sparare. Difesi davanti al Che la causa di numerosi prigionieri. Ricordo in particolare il caso di un ragazzo, Ariel Lima. Il Che non si smosse. Né cambiò idea Fidel, al quale feci visita. Rimasi così sconvolto che alla fine del mese di maggio 1959 mi fu ordinato di lasciare la parrocchia di Casa Blanca, dove si trovava La Cabaña e dove avevo celebrato la messa per tre anni. Andai a curarmi in Messico. Il giorno che partii, il Che mi disse che ciascuno di noi aveva tentato di portare l’altro dalla propria parte, invano. Le sue ultime parole furono: "Quando ci toglieremo le maschere, ci ritroveremo nemici"».
Quante persone furono uccise a La Cabaña? Pedro Corzo propone una stima di duecento vittime, simile a quella calcolata da Armando Lago, un professore di economia in pensione che ha compilato un elenco di 179 nomi. Vilasuso sostiene che tra gennaio e la fine di giugno del 1959 (quando il Che lasciò l’incarico a La Cabaña) furono uccise quattrocento persone. Cablogrammi segreti inviati dall’ambasciata americana dell’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlavano di «oltre cinquecento». Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, cattolico basco vicino alla rivoluzione, avrebbe parlato di settecento vittime. Félix Rodríguez, un agente della Cia che fece parte della squadra incaricata di dare la caccia a Guevara in Bolivia, mi ha raccontato di aver affrontato con il Che la questione delle «circa duemila» esecuzioni delle quali era responsabile. «Disse che erano tutti agenti della Cia e non fornì il numero», ricorda Rodríguez. Le cifre più elevate possono tenere conto di esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al termine dell’incarico del Che a La Cabaña.
E questo ci riporta a Carlos Santana, al suo abbigliamento chic in stile Che. In una lettera aperta pubblicata su El Nuevo Herald il 31 marzo di quest’anno, il grande musicista jazz Paquito D’Rivera ha criticato Santana per l’abbigliamento esibito agli Oscar e ha aggiunto: «Uno dei cubani di La Cabaña era mio cugino Bebo, rinchiuso perché cristiano. Mi racconta con amarezza infinita di quando dalla sua cella, all’alba, sentiva la voce dei tanti che, senza processo, morivano gridando "Lunga vita a Cristo re!"».
The New Republic (traduzione di Maria Serena Natale )

Grazie all’amico Silverlynx che ha provveduto a salvarmi e inviarmi l’articolo quando ero al mare

barbara




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11 febbraio 2006

IL CHE CHE NON C’È

Le pazze e il Che

I miei migliori amici sono omosessuali. Anche mio fratello e mia sorella lo sono. Senza dubbio, non dovrei iniziare questo articolo chiarendo la mia posizione se criticare certe idee frivole o posture ideologiche dei gay non fosse considerato politicamente scorretto.

Durante le ultime vacanze estive, ho incontrato molti ragazzi con magliette che mostravano la famosa immagine del Che del fotografo cubano Corda (anche se si dice che i diritti d'autore vengono riscossi dalla dittatura castrista da chissà quanto tempo). Mi sono avvicinata ai ragazzi e ho potuto constatare dalle loro conversazioni e dal loro modo di muoversi che nelle loro anime albergava la "bayamesa", uno dei tanti modi poetici che usiamo noi cubani per descrivere le caratteristiche effeminate degli uomini.
Vivo nel Marais, quartiere parigino bohemienne nel quale abita una buona parte della comunità omosessuale, maschile per la maggioranza, dove c'è un grande fiorire di boutiques dedicate a questo genere.
Intellettuali borghesi, negozianti ebrei, librai e commercianti culinari si spaventano per l'invasione di negozi cinesi, traiteurs asiatici e locali notturni per omosessuali. Amo il mio quartiere per la sua amalgama di generi, ma non posso sopportare la troppa frequenza di magliette con l'immagine del Che, che invadono le vetrine dei negozi di abbigliamento per "mariposas" (altra licenza poetica per indicare i gay). Il Che in tutti i colori e a prezzi esorbitanti.
All'inizio dell'anno ho organizzato un'esposizione di disegni erotici del mio amico Ramón Unzueta, pittore cubano, in una delle mie librerie preferite, Les Mots à la Bouche. Alcuni mesi dopo, sempre nello stesso posto, firmavo esemplari del mio romanzo "Lobas de mar" tradotto in francese. Mi sono affezionata molto al libraio, Walter Alluch. E' un uomo alto, attento, servizievole, che quando mi consiglia un libro colpisce sempre nel segno. E' stato il caso di "La mauvaise vie" di Fréderic Mitterrand, autore che ammiro da quando faceva quei meravigliosi programmi sul cinema francese alla televisione. L'autobiografia di Fréderic Mitterrand è un gioiello letterario e umano e, visto che mi ha intervistato alcune volte, abbiamo potuto conversare su Cuba. Il suo punto di vista sulla dittatura è chiarissimo. Mi affascina rimanere rincantucciata in un angolo della libreria e guardare i film e gli album erotici. Mi sono sorpresa quando, curiosando tra i dvd, mi sono imbattuta in un film porno girato a Cuba, sulla cui copertina sorrideva un giovane cubano, nudo dalla cintura in giù, che mostrava le sue parti intime (e che parti)! Aveva il busto coperto, non poteva essere altrimenti, da una maglietta con la figura del guerrigliero su sfondo nero. Mi sono detta: "Eccolo là, l'uomo nuovo!" Oggi ho incontrato una giovane "checca" asiatica, mani sui fianchi, dimenarsi di anche e occhiolino languido. Ovviamente portava una maglietta "chea", che a Cuba vuol dire ridicola. Non ho potuto contenermi, le ho chiesto se sapeva chi era il Che. Ha sorriso timidamente senza rispondermi.
Arrivata a casa ho chiamato un amico omosessuale. Mi ha spiegato che questa euforia "culattona" (parola sua!) per il che deriva dal film di Walter Salles. Nel maggio del 2004 si proiettava al festival di Cannes "I diari della motocicletta", il cui tema è il viaggio e la scoperta personale del continente latinoamericano di due giovani a bordo di una vecchia moto, Ernesto Guevara, 23 anni, studente di medicina, e Alberto Granado, 29 anni, biochimico. Il mio amico mi spiega che un numero rilevanti di omosessuali hanno dedotto che il Che era una "checca" perché nel film era interpretato da Gael García Bernal, che nello stesso periodo interpretava la parte dell'omosessuale nel film di Almodovar "La mala educaciòn".
La contraddizione è lampante. Il guerrigliero argentino odiava gli omosessuali e li ha perseguitati in ogni modo possibile a Cuba e ora è diventato, dopo essere stato l'eroe del maggio francese, il martire dell'orgoglio gay. Curioso. Il personaggio più omofobico che hanno partorito le rivoluzioni del Novecento ha finito per essere adorato da questo pubblico consumatore di fanatismi di sinistra.
Propongo un esempio apparso su "El Nuevo Herald digital" il 28 dicembre 1997, che ci spiega come assassinava il Che. Il suo autore è Pierre San Martin.
"Erano gli ultimi giorni del 1959. In quella cella fredda e scura sedici prigionieri dormivano per terra e noi altri sedici rimanevamo in piedi per permettere loro di sdraiarsi, ma questo non ci preoccupava, l'unico nostro pensiero era che eravamo vivi e questo era l'importante. Vivevamo ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo senza sapere cosa sarebbe successo l'attimo seguente.
Un'ora prima del cambio della guardia sentimmo la porta di ferro aprirsi e lanciarono una persona nella già affollata cella. Con l'oscurità non potemmo renderci conto che era un ragazzino di dodici, massimo quattordici anni.
- E tu perché sei qui?- chiedemmo quasi all'unisono.
- Perché ho provato a difendere mio pare, ma l'hanno fucilato ugualmente, quei figli di puttana.- ci rispose, guardandoci con la faccia ferita e insanguinata.
Ci guardammo per cercare una risposta consolatrice per il ragazzo, ma non la trovammo. Avevamo già tanti problemi... Erano già due o tre giorni che non si fucilava e cominciavamo a sperare che quell'incubo fosse finito. Le fucilazioni sono impietose, ti tolgono la vita quando più la necessiti per te e per i tuoi cari, senza ascoltare i tuoi desideri di vita.
La nostra allegria durò poco. La porta si aprì di nuovo e chiamarono dieci di noi, compreso il ragazzo. Non li avremmo più rivisti. Come si poteva togliere la vita a un ragazzino in quella maniera? O forse ci sbagliavamo, forse stavano per liberarci? Vicino al muro dove si fucilava, con le mani sui fianchi, camminava l'abominevole Che Guevara.
Diede l'ordine di portare per primo il ragazzo e gli ordinò di inginocchiarsi. Tutti gli gridammo di non fare quel crimine e ci offrimmo al posto del condannato. Il ragazzo disubbidì, con un coraggio indescrivibile rispose all'infame figuro:
- Se mi devi uccidere devi farlo come si fa con gli uomini, in piedi, e non in ginocchio come i vigliacchi.
Andandogli dietro, il Che ribatté: - Vedo che sei un giovane valoroso...
Sfoderò la pistola e gli sparò un colpo alla nuca che quasi gli tagliò il collo.
Tutti gridammo: "Assassini, vigliacchi, miserabili" e molto altro. Si girò verso la finestrella da cui provenivano le grida e svuotò il caricatore. Non so quanti ne uccise e ferì.
Ci rendemmo conto di questo incubo, dal quale non potremo mai svegliarci, dopo un po', nell'ospedale Calixto García, dove ci avevano portati feriti. Capimmo dopo non so quanto tempo che la nostra unica salvezza era la fuga, la nostra unica speranza di sopravvivere".
Cito integralmente questa testimonianza perché la comunità gay, con la quale mi identifico e con la quale solidarizzo, si renda conto che esibire l'immagine del Che come moda costituisce un insulto per molte delle sue vittime, fra le quali grandi scrittori gay cubani, per esempio Virgilio Piñeira e Reinaldo Arenas.
Senza contare i bambini che sono cresciuti traumatizzati dalla famosa frase: "Saremo come il Che". Vale a dire, guerriglieri e terroristi.

à bientôt,
Zoe Valdes (scrittrice cubana esiliata a Parigi) (fonte)



barbara




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10 febbraio 2006

PICCOLA COMUNICAZIONE

Ho ricevuto un email da una certa Annamaria, che non credo di conoscere, ma che a quanto pare frequenta questo blog (ma il mio indirizzo email da dove lo ha avuto?). Poiché la mia risposta è tornata indietro, sono costretta a rispondere qui. Ringrazio per i complimenti, ma la Barbara che scrive nel forum di Magdi Allam non sono io. Molti credono che lo sia per una certa somiglianza nei temi e nelle argomentazioni, ma siamo due persone diverse.

barbara




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10 febbraio 2006

IL BLOGGER PIÙ BELLO

Così, perché mi va.

            

e questo è il cane della sua donna (vedete un po' voi ...)
                      

barbara




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9 febbraio 2006

ULTIMA, E POI NON NE PARLO PIÙ (FORSE)

Qualche considerazione, qualche riflessione, qualche citazione di frasi raccattate qua e là. Credo, innanzitutto, sia opportuno ricordare che le vignette che hanno scatenato l’improvvisa esplosione di rabbia sono state pubblicate mesi fa. Che la lingua danese non è così tremendamente diffusa da poter ragionevolmente pensare che milioni di musulmani in tutto il Medio Oriente leggano abitualmente le pubblicazioni in tale lingua e scoprano, così, per caso, che vi sono pubblicate cose offensive nei loro confronti. Che insurrezioni che scoppiano contemporaneamente in posti lontani l’uno dall’altro, esattamente come gli incendi con più focolai, sono sempre di per sé sospette.
Si possono poi trovare, girando per la rete, osservazioni intelligenti e interessanti. Concrocorrente (link a lato), per esempio, dimostra che la raffigurazione di Maometto non è né proibita, né inusuale nel mondo islamico. Watchdogs (link a lato) osserva genialmente: «
Del resto, ditemi: chi, in Palestina, in Siria o in Iran, non ha in casa, in un cassetto del comò, la bandiera danese per ogni evenienza?» mentre wondercozza, in un commento da sannita (link a lato), scrive: «
certo la sottile incoerenza del bruciare le ambasciate per dimostrare che i musulmani non sono per niente violenti, in risposta alla testa di Maometto a forma di bomba, non vi sarà sfuggita». Considerazioni ancora più decisive, per indicarci come interpretare ciò che sta accadendo, ce le fornisce come al solito Magdi Allam: «La figura centrale di Abu Laban, noto anche ai servizi segreti italiani per i suoi rapporti con la moschea di viale Jenner a Milano, sconfessa ancora una volta il luogo comune sulla natura reattiva dell'ondata di violenza e di terrorismo esplosa ben cinque mesi dopo la pubblicazione delle discusse vignette che ritraggono il profeta Mohammad (Maometto). Chiarendo che non c'è un rapporto di causa ed effetto tra la presunta blasfemia e il terrorismo. [...] Non solo il quotidiano Jyllands-Posten, sotto accusa per la pubblicazione delle vignette lo scorso 30 settembre, ha ospitato le opinioni polemiche di esponenti islamici, ma questi ultimi hanno effettivamente intentato una causa al giornale per diffamazione e blasfemia, un reato contemplato dal codice danese. Ma evidentemente l'obiettivo non è una soluzione civile che concilii il diritto alla libertà d'espressione con il rispetto dei simboli della religione, o comunque affidata alla sentenza di un tribunale.
«Noi vogliamo internazionalizzare la vicenda affinché il governo danese si renda conto che le vignette non hanno offeso solo i musulmani della Danimarca ma anche i musulmani di tutto il mondo», sostenne Abu Laban il 18 novembre al sito integralista www.islam-online.net . Ed è così che dopo aver aizzato i militanti islamici in Danimarca, Abu Laban è partito al Cairo, dove è stato ricevuto dal segretario della Lega Araba Amr Moussa e dal grande imam dell'università islamica di Al Azhar Sayyed Tantawi. Poi si è recato in Arabia Saudita e infine nel Qatar, accolto a braccia aperte dallo sheikh Youssef Qaradawi, leader politico e spirituale dei Fratelli Musulmani d'Europa. Quest'ultimo, lo scorso 3 febbraio, ha emesso una fatwa che legittima l'uccisione dei vignettisti e dei direttori di giornali che avrebbero offeso il profeta Mohammad».
Ecco, mettendo insieme tutto questo, credo che chiedersi se fosse o non fosse opportuno pubblicare le vignette diventi cosa del tutto oziosa: chi freddamente, lucidamente, ha scatenato questa sollevazione programmata a tavolino, non aveva affatto bisogno del pretesto delle vignette. Sappiamo (purtroppo) per antica esperienza che questi fabbricanti di assassini non hanno bisogno né di motivi, né di pretesti. Quanto è giunto il momento di scatenare una nuova battaglia della guerra santa, se il pretesto non c’è lo si inventa, si diffonde abilmente una notizia falsa che, si sa benissimo, nessuno degli interessati controllerà. È già successo altre volte, succederà ancora, sarebbe successo ora se non ci fossero state quelle vignette, pubblicate mesi fa, da rispolverare perché improvvisamente diventate utili. Autocensurarci o scusarci serve solo a dimostrare che abbiamo un tale terrore di loro, che ci potranno sottomettere senza neanche doversi prendere al briga di combattere. Serve, anche, a dimostrare che siamo già talmente dhimmi nell’anima, che non dovranno fare alcuna fatica per imporcelo.

barbara




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7 febbraio 2006

PAROLE MALATE 6

Ucciso per

Capita di leggere, nella cronaca nera, notizie come: “Ucciso per 100 euro”, o “È stato ucciso per 50 euro” o “Uccide l’amico per 20 euro”. C’è da supporre, se il dettaglio viene dato con tanto risalto, che lo si voglia additare alla nostra attenzione. Si vuole dire, immagino, che uccidere per venti euro è una cosa spaventosa, ignobile, mostruosa. E mi viene da chiedermi, ogni volta: ma se avesse ammazzato per centomila euro mi direste che sì, s’accordo, non sta tanto bene, non si dovrebbe fare però, insomma, in fondo, tutto sommato ... ?

barbara




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7 febbraio 2006

DIALOGO FRA ME E UN TURCO

Il dialogo in questione si è svolto in Inghilterra, io di passaggio per due settimane, lui residente. Da come parlava l’inglese direi anche residente da parecchio. Mi ero messa a parlare del film Yol, che avevo visto qualche anno prima e lui, subito, mi aveva interrotta dicendo che era un film vergognoso, che dava della Turchia un’immagine del tutto falsata e che aveva perciò prodotto danni enormi alla sua immagine, e che la società turca non era affatto così arretrata come il film la raffigurava. Volendo farmi un’idea di come fosse effettivamente la società turca, gli chiedo:
- Senti, ma se una donna non sposata ha un figlio, cosa succede?
Subito risponde, senza esitazione:
- Beh, con le vedove si è piuttosto tolleranti perché si può ben capire che per una donna che è stata abituata ad avere un uomo può essere dif –
Lo interrompo:
- Se io non sono vedova e ho un figlio, che cosa mi succede?
Mi guarda con aria sorniona:
- Beh, se tu stai a Roma e vai a Torino e dici che sei vedova, chi può sapere se è vero o no?
- Se io NON vado a Torino e NON dico che sono vedova, che cosa mi succede?
A questo punto il dialogo è andato in stallo. Io volevo a tutti i costi farmi dire che cosa può succedere nella Turchia molto diversa e molto più moderna di come è rappresentata nel film Yol a una ragazza che resti incinta, lui non riusciva a capire per quale strana ragione io non volessi approfittare della ciambella di salvataggio che così generosamente mi veniva offerta. Alla fine sono stata costretta a rinunciare alla speranza di avere una risposta.

barbara




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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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