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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 ottobre 2006

UN VIVO CHE PASSA

A completamento dei commenti al post precedente, ripropongo questa mia recensione scritta due anni e mezzo fa per Ebraismo e dintorni.

Sconvolgente intervista di Claude Lanzmann, regista, tra l'altro, del film "Shoah", a Maurice Rossel, all'epoca delegato della Croce Rossa Internazionale. Nel 1943 lo mandano ad Auschwitz, unico, forse, non addetto ai lavori a mettere piede nel cuore dell'inferno - a titolo personale, beninteso, poiché la Croce Rossa è autorizzata a visitare solo i campi per internati militari e non quelli per internati civili. Ebbene, il signor Rossel, mandato all'inferno per vedere che cosa vi succeda, entra e ... non vede l'inferno. Non solo non vede camere a gas e forni crematori, cosa che possiamo anche immaginare senza troppa difficoltà, ma non vede neanche i treni, non vede i camini, non vede il fumo, non sente l'odore delle tonnellate di carne umana bruciata ("Le baracche militari o cose simili hanno sempre un cattivo odore. Ma se mi parla di odore di carne bruciata, di cose di questo tipo, altri le hanno sentite o viste, io non ho visto nulla").
A Theresienstadt invece arriva con una delegazione ufficiale, invitata dalla dirigenza nazista per porre fine alle chiacchiere su presunti maltrattamenti agli ebrei. Il suo compito è perfettamente chiaro: "Se ero inviato, ero gli occhi, dovevo vedere, e dovevo, se si vuole, cercare di vedere al di là, se c'era qualcosa da vedere al di là". Deve cercare di "vedere al di là" perché c'è il forte sospetto che si tratti di una messinscena, di una visita organizzata e programmata dalle SS. E riesce, questa volta, a vedere? Oh sì, eccome se riesce a vedere, e anche "al di là"! "Quello che subito mi ha infastidito è stato anche l'atteggiamento degli attori israeliti". Gli dispiace, davvero, con tutto il cuore, di dover parlar male di gente che tanto ha sofferto, ma c'è poco da fare, i fatti sono fatti: "... israeliti, e lo penso ancora, che a colpi di dollari, a colpi di versamenti in Portogallo, arrangiavano la loro situazione e si permettevano di durare. Perché, lei lo sa quanto me, alcuni israeliti ricchissimi hanno avuto persino visti di uscita firmati da Himmler". Si irrita per la passività degli ebrei, "molto difficile da mandar giù". E il suo rapporto finale, consegnato al Comitato Internazionale della Croce Rossa, è tutto un fiorire di "gradevole" e "soddisfacente". L'unica cosa sgradevole, insomma, a Theresienstadt, erano gli ebrei, così fastidiosamente ricchi, così passivi da non mandargli neanche una strizzatina d'occhio piccola così: ah, questi incorreggibili ebrei!

Claude Lanzmann
, Un vivo che passa. Auschwitz 1943 - Theresienstadt 1944, Cronopio



barbara




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31 ottobre 2006

IN MEMORIAM


barbara




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30 ottobre 2006

BERLUSCONI: È STATO UN COLPO BASSO

E se miravano alto quando mai lo beccavano? (Naturalmente NON sto parlando della statura fisica).

barbara




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30 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 7

Ed eccoli dunque, ancora una volta, tutti a convegno, astri e pianeti, stelle e galassie, elfi e coboldi, ninfe e folletti, maghi e fate: tutti risposero all’appello. Tutti anelavano ad aiutare la luna di elul a ritrovare il suo amato menestrello. Ma nessuno, ahimè, nessuno era in grado di farlo: nessuno conosceva il segreto dei buchi neri, nessuno sapeva dove si trovassero, nessuno sapeva come penetrarvi e, soprattutto, come uscirne. E la disperazione cominciò a serpeggiare fra le volte celesti: chi avrebbe potuto trattenere la luna dal compiere un gesto disperato, se le si fosse dovuto comunicare che non vi erano speranze, che il menestrello non sarebbe mai più potuto tornare? Tale era il fervore della discussione, che non udirono il lieve zampettare e il sommesso grugnire che si avvicinava, fino a quando uno strano essere non fu in mezzo a loro: era un vecchio cinghiale, ma così vecchio, ma così vecchio da aver quasi perso le sue sembianze. I nobili convenuti si guardarono sconcertati: chi era costui? E come aveva fatto a raggiungerli? Il vecchissimo cinghiale ansimò un po’, poi cominciò a parlare: “Nobili convitati …” “Ma tu chi sei?” lo interruppe subito qualcuno. “Sono il guardiano della foresta della regina delle fate” rispose. “Perdonate il mio ardire. So che una così nobile assemblea non è posto per una creatura rozza come me, ma forse vi posso aiutare”. Subito tutti i presenti rizzarono le orecchie. Difficile dare credito a un vecchio arnese come quello che si era presentato in mezzo a loro, ma d’altra parte, chi avrebbe dato credito a quell’omettino che non troppo tempo prima era arrivato da chissà dove? Eppure era riuscito a compiere il miracolo di salvare la luna di elul ormai morente, e dunque si apprestarono ad ascoltarlo. “Come vedete sono molto vecchio – disse – molto più vecchio di tutti voi, e nella mia lunga vita ho visto e appreso molte cose. Io non conosco il segreto dei buchi neri, ma so chi lo conosce”. Trattennero il fiato: davvero, davvero si sarebbe riusciti a penetrare nel buco nero che nascondeva il menestrello? Davvero si sarebbe riusciti a liberarlo? Davvero avrebbero potuto ridonare il sorriso alla dolce luna di elul? “Avanti, parla dunque, non farci morire di ansia! Chi è che conosce il segreto dei buchi neri?” “La ninfa Crisolina”. Dopo un istante di sbigottito silenzio, un lungo “Ooooooohhhhhhhhh” di delusione percorse le arcate del firmamento: tutti sapevano che il corpo della ninfa Crisolina non esisteva più e che il suo spirito era imprigionato fra due pietre di una piramide senza poterne in alcun modo uscire; a che serviva dunque sapere che lei conosceva il segreto, se non poteva rivelarlo ad anima viva?

barbara




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29 ottobre 2006

MADRE E OSSA: PENSIERI IN ORDINE SPARSO

“Madre e ossa” è un libro che ho letto qualche anno fa, e mi è tornato alla mente per una parziale analogia con il post precedente. È un libro autobiografico: l’autrice è in una clinica, dopo il terzo tentativo di suicidio; non parla, e le viene suggerito, a scopo terapeutico, di provare a scrivere. Il libro è, appunto, il frutto di questi tentativi: dapprima parole, poi frasi, poi racconti, sempre più estesi. Ricordi. Di quando un giorno rientra a un’ora inconsueta e trova la figlia di cinque anni con in mano l’uccello del padre. E decide di starci attenta d’ora in poi, di tenere d’occhio il marito, di non lasciarlo più solo con la bambina. Ma se lo tiene in casa, per molto tempo ancora. È da questa scelta, di tenersi in casa, a convivere con la bambina, l’uomo che ha insegnato alla figlia i “bacini speciali per papà” che scaturisce tutto ciò che segue, la tragedia di odio e di morte e di rapporti non più ricucibili.
Quello che da sempre mi chiedo è come sia possibile che una donna si tenga in casa un uomo che prova piacere nel sesso con una bambina (o bambino). Non voglio parlare di amore materno al quale, come sa chi mi segue, credo ben poco, ma semplicemente di sentimenti e rapporti personali: come posso provare un qualsiasi sentimento positivo per un pedofilo? Come posso avere voglia di andare a letto con un pedofilo? Come posso vivere a stretto contatto con un pedofilo? Come posso sopportare la vicinanza di un pedofilo? Come posso sapere che uno è pedofilo e non denunciarlo? Davvero, non so se arriverò mai a capirlo. E poi mi chiedo: una donna costretta a constatare che si è perpetrato un abominio praticamente sotto i suoi occhi, per due anni di fila, senza che se ne accorgesse, come può illudersi di poter mantenere la situazione sotto controllo in futuro? E ancora mi chiedo: una persona che, con o senza amore materno, ha la responsabilità di una bambina già vittima di un pedofilo, come può continuare a lasciare la vittima a vivere con vista sul carnefice? E infine mi chiedo: come può una donna con un minimo di raziocinio immaginarsi di vedere nell’atteggiamento di una bambina di cinque anni “un’aria di sfida”? Come può sentirla come una rivale? Come può sentirsi gelosa quando apprende che suo marito le ha chiesto ciò che non aveva mai osato chiedere a lei? Come può un essere umano o sedicente tale nutrire simili sentimenti?

Danielle Girard, Madre e ossa, Baldini&Castoldi (Avvertenza: sconsigliato agli stomaci deboli)



barbara




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28 ottobre 2006

NEONATE STUPRATE: L’HA ORDINATO IL “DOTTORE”

Propongo questo articolo pubblicato ieri dal Corriere della Sera, nel caso a qualcuno fosse sfuggito.

«Sesso con le vergini per guarire dall' Aids» Ondata di stupri sulle bimbe in Zimbabwe


«Una vergine per guarire dall' Aids». È la cura che i guaritori di molti Paesi africani prescrivono agli uomini infetti convinti che il sangue «puro» di una ragazzina possa cancellare il virus dell'Hiv. E loro seguono la prescrizione. In Sudafrica ogni ora vengono stuprati cinque bambini, spesso neonati. In Zimbabwe, dove il 25% della popolazione è affetta dall'Aids, non ci sono dati certi ma le testimonianze, disperate, delle ragazzine traumatizzate che si rivolgono al Girl Child Network Project. Ora l'Ong ha deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione nei villaggi più sperduti dello Zimbabwe. Qualche giorno fa, in un'area rurale a 200 chilometri da Harare, ha chiamato a raccolta i guaritori di tutto il Paese e gli ha messo davanti le bambine e le ragazze vittime della loro cura. Una di loro era stata violentata dal padre a soli due anni. Oggi ne ha otto ed è orfana. Un'altra a 14 anni è stata messa incinta dallo zio e buttata fuori di casa. Ha abortito e da allora non si è più ripresa. Piange mentre racconta la sua tragedia. I guaritori guardano, si disperano, condannano l'abuso ma nessuno di loro ammette di aver incoraggiato la «Cura della vergine», come viene chiamata la pratica. Allora Betty Makoni, la fondatrice di Girl Child Network, fa entrare in scena gli attori che mettono in atto il dramma in una scena sola: il sieropositivo va dal guaritore del villaggio e lui gli consiglia di fare sesso con una vergine per guarire. La platea è muta. Poi si alza Alex Mashoko, il segretario dell'Associazione nazionale dei guaritori tradizionali: «Abbiamo sentito di questa pratica ma noi vogliamo combatterla - dice -, sono i guaritori non registrati i colpevoli, il governo deve punirli. Da quando esercito non ho mai visto fare una cosa del genere, né l'ho mai fatta. È una cosa sbagliata dire alla gente di dormire con delle ragazzine per guarire dall'Aids perché non c'è medicina che possa farlo». Eppure succede. Ne è convinto anche Graeme Pitcher, chirurgo pediatra all'ospedale di Johannesburg: «Gli stupri di bambini avvengono in tutto il mondo - spiega in un suo studio - ma soltanto qui in Sudafrica si violentano le neonate. È uno stupro atipico che quasi sempre esclude il motivo sessuale, la pedofilia, e che probabilmente è connesso con il mito che avere sesso con una vergine guarisce dall'Hiv e dalle altre malattie trasmesse sessualmente». La «Cura della vergine» è nata in Europa nel XVI secolo e ha preso ancor più piede nell'Inghilterra vittoriana quando la gonorrea, la sifilide e altre malattie sessuali erano diventate una piaga. Il mito è poi stato importato in Sudafrica, insieme alla sifilide, dalle truppe di ritorno dalla seconda guerra mondiale. Uccidere una leggenda non è facile. Ci si prova in Zimbabwe distribuendo magliette con la scritta: «Le vergini non curano l'Aids. È un mito». Ci prova l'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu che, qualche giorno fa, ha condannato i frequenti stupri di neonate lanciando l'allarme sulla situazione del Paese: «Siamo seduti - ha detto - su un barile di polvere da sparo». E ci prova Betty Makoni che sorride soddisfatta: «I guaritori negano la loro responsabilità ma sono venuti qui e questo è già un passo avanti». (Monica Ricci Sargentini)

È perfettamente vero: la “cura della vergine” non l’hanno inventata loro; lo stupro sistematico delle neonate però sì. Per ignoranza, certo, non per congenita malvagità, ma questo non ne diminuisce la drammaticità. Forse sarebbe il caso che almeno qualcuna delle tante ideologizzatissime e politicizzatissime Ong in circolazione dai budget miliardari distraesse qualche briciola delle proprie risorse e delle proprie energie dal sostegno anima e corpo ai terroristi e andasse a dare una mano all’unica che, a quanto pare, sta tentando di fare qualcosa per fermare questa tragedia.


barbara




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28 ottobre 2006

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA

L’ha aggredita sul portone di casa mentre stava rientrando. Puntandole un coltello alla gola l’ha costretta a farlo entrare e poi a spogliarsi. Poi – questo non è stato detto, ma mi sembra ragionevole supporlo – per violentarla ha dovuto evidentemente posare il coltello, e lei ne ha immediatamente approfittato per ribellarsi ed è riuscita a metterlo in fuga. Lei è una ragazza trentina che studia a Padova, ed è appunto a Padova che è avvenuta l’aggressione. Grazie alla precisa descrizione fatta dalla ragazza, l’aspirante stupratore è stato rintracciato e arrestato. Si è appurato che nel 2002 era stato condannato per analogo reato. E la mia domanda è quella di sempre: COSA DIAVOLO CI FACEVA IN CIRCOLAZIONE QUESTO SIGNORE?

barbara




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27 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 6

A poco a poco rinvenne, e subito l’attanagliò il dolore: perché, perché quello sconosciuto non l’aveva lasciata sprofondare nel nulla, nella fine di quel dolore infinito? Dopo un istante però le sovvenne ciò che aveva udito prima di svenire: “È vivo!” “È vivo? Dov’è? Tu lo sai dov’è? Perché è scomparso? Portami da lui!” “So dov’è, regina, ma non posso portarti da lui”. Poi le spiegò: lui, colui che l’aveva salvata, era un vento siderale. Lo spirito della ninfa Crisolina, disperato per non poter far conoscere il segreto e salvare il menestrello, aveva impregnato della sua conoscenza le due pietre della piramide fra le quali era imprigionata; il vento di ponente, che al tramonto soleva strofinarsi su quelle pietre, se n’era impadronito e aveva rivelato il segreto agli altri venti fratelli. Alla fine il segreto era giunto anche a quel vento siderale, che si era repentinamente lanciato verso la luna in corsa verso la morte, e l’aveva raggiunta appena in tempo. “Quegli uomini malvagi lo hanno punito per averti salvata – disse – e lo hanno imprigionato in un buco nero”. La disperazione della luna divenne, se possibile, ancora più grande: prigioniero in un buco nero? E come raggiungerlo? Come tirarlo fuori di lì? Sconsolata, pianse tutte le sue lacrime fra le braccia del vento siderale. “Perché mi hai salvata? – gridava – Dovevi lasciarmi morire!” Ma il vento non era dello stesso avviso: “Adesso che sappiamo dov’è – disse – troveremo sicuramente il modo di liberarlo. Tu ora ritornerai alla tua orbita. Intanto convocheremo un grande consesso, interpelleremo tutti i saggi e i sapienti e alla fine, vedrai, troveremo una soluzione. Gli umani non conoscono il segreto dei buchi neri, e anche molti di noi non lo conoscono, ma so per certo che qualcuno lo conosce. Al consesso convocheremo tutti, e sicuramente verrà anche qualcuno che conosce questo segreto, e quando lo conosceremo, troveremo anche il modo di liberare il tuo amato”.
La luna si lasciò convincere. Sospinta dal velocissimo vento siderale, quella notte stessa riprese posto nella sua orbita intorno alla terra, prima che fra gli uomini si diffondesse di nuovo il panico per la sua scomparsa. E ricominciò a ruotare, sospirando tristemente, e tuttavia con un filo di speranza.

barbara




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27 ottobre 2006

LA TECNICA PROPAGANDISTICA DELLA "FRITTATA RIBALTATA"

La lega araba sta usando una tecnica propagandistica chiamata in inglese "turnspeak", che possiamo tradurre come "ribaltare la frittata", che funziona così: quando attacchi qualcuno devi ribaltare le cose di 180 gradi e sostenere con forza che è lui che ti attacca. Siccome la verità è esattamente l'opposto dell'informazione disseminata, diventa psicologicamente difficile opporsi, creando una confusione. La tecnica di ribaltare la frittata crea una sensazione per cui ci si sente schiacciati da un’eccessiva informazione, creando una coperta di "rumori bianchi" che rendono molto difficile risalire ai fatti. Questa tecnica è stata "inventata" e perfezionata dai nazisti dopo aver conquistato la Cecoslovacchia. Joan Peters, ex consigliere della Casa Bianca per il medio oriente, scrive: "Il termine fu usato per la prima volta dai giornalisti per descrivere la propaganda tedesca dopo aver invaso la Cecoslovacchia." Per ottenere la simpatia per quell'atto, i tedeschi hanno praticato quello che da allora è noto come turnspeak, o la frittata ribaltata. Hanno ribaltato la colpa dell'invasione sui Cecoslovacchi stessi, accusandoli di lavorare per far precipitare la regione in una guerra totale. In altre parole, secondo le notizie diffuse dai nazisti, i cechi erano disposti a gettare tutta l'Europa in guerra nel tentativo di difendere la loro terra. Come ha reagito l'Europa a questa bugia? Ci ha creduto. I leader mondiali decisero che bisognava fare qualcosa per preservare la pace ad ogni costo. Lo scrittore William Shirer, giornalista in Europa in quel periodo, cristallizzò la verità quando scrisse: "La condizione della minoranza tedesca in Cecoslovacchia è un puro pretesto [...] per cucinare uno stufato nella terra che Hitler desiderava, indebolendola, confondendo ed imbrogliando gli amici dei cecoslovacchi, nascondendo il vero scopo di Hitler, che era di distruggere lo stato cecoslovacco ed accaparrarsi il suo territorio."
Il fatto che la macchina propagandista araba, impegnata per l'annientamento di Israele, sta diffondendo da anni la "nozione" che gli ebrei sono "nazisti" non è senza motivo. Gli arabi cercano di nascondere le loro strette relazioni con i nazisti. Durante la seconda guerra mondiale i più noti leader musulmani tra cui Haj Amin Al Husseini lavoravano per i nazisti e incitavano all'intifada contro gli inglesi. Haj Amin Al Husseini era il gran mufti di Gerusalemme, oltre ad essere lo zio di Arafat e la sua guida spirituale. Gli arabi, specialmente l'Iraq, si schierarono dalla parte dei nazisti. Nel maggio del 1941 Al Husseini emise una fatwa: "Appello per la guerra santa contro l'Inghilterra". Il mufti ha largamente diffuso questa fatwa in Iraq, fomentando la rivolta pro-nazista. Il mufti ha ordinato anche agli arabi americani di schierarsi dalla parte dei nazisti. Saddam Hussein è cresciuto nella casa di suo zio che si chiamava Khayrallah Tulfah, che era uno dei leader della rivolta pro-nazista in Iraq nel maggio del '41. Arafat e Saddam Hussein furono notevolmente influenzati dal mufti durante il periodo passato al Cairo negli anni '50. Mettiamo a confronto la tecnica della frittata ribaltata che abbonda oggi nei media. In un classico esempio un servizio di notizie occidentali riporta: "I coloni girano per la Cisgiordania armati sparando a casaccio sui civili palestinesi" e poi in un altro articolo scrive: "Loro (i coloni) entrano in prigione attraverso una porta ed escono da un'altra." Un altro esempio ancora più lampante è l'affermazione di Arafat che Israele è quello che blocca il processo di pace.
La tecnica della frittata ribaltata ha come leitmotif:
"Israele è aggressivo ed espansionista".
"Israele non rispetta le decisioni dell’ONU".
In realtà il 14/5/1948, quando Israele dichiarò la sua indipendenza, fu invaso da un'alleanza formata da Egitto, Libano, Iraq, Siria, Giordania e Sudan. La loro motivazione dichiarata fu quella di cancellare lo stato di Israele in violazione a tutti i trattati internazionali e della dichiarazione dell’ONU del 1947 che ha sancito la divisione di quel fazzoletto di terra in due stati.
La verità invece è: "L'islam militante è quello intollerante, aggressivo ed espansionista (dal 1948 ad oggi tutte le guerre in atto vedono come causa il terrorismo musulmano; Afganistan, India, MO, Indonesia, Filippine, Sudan, Sri Lanka, Nigeria, Zambia, Angola, Liberia, Macedonia, etc)".

Esempi di frittata ribaltata trasmessi dai media arabi e da molti media occidentali da loro finanziati e controllati
1- "Le violazioni dei diritti dell'uomo attuate da Israele sono le peggiori del mondo".
2- "Gli israeliani occupando i territori si comportano da barbari"
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La verità: In Israele vige una legislazione democratica di tipo occidentale con una corte suprema che vigila su tutto, mentre "le violazioni dei diritti umani negli stati arabi sono tra le peggiori del mondo" (esecuzioni sommarie di pacifisti, chiamati collaborazionisti, dalle bande di "poliziotti" di Arafat, senza processo, o a volte interrompendo un "regolare" processo, appesi poi a gambe in su sui tralicci, in piazza a Ramallah, o legati dietro alle macchine e trascinati per le strade come trofei, donne senza diritti, alla mercé di uomini che difendono l'onore della famiglia...).
3- "Gli israeliani usano metodi peggiori dei nazisti".
La verità: Alcuni stati arabi si comportano come dei barbari nei confronti di minoranze (curdi in Iraq, copti in Egitto, Bahai in Iran...), donne (è permesso uccidere in difesa dell'onore della famiglia), e verso i criminali (taglio della mano, decapitazione).
4- "Gli israeliani sono nazisti".
La verità: Molti leader arabi erano dei simpatizzanti del regime nazista o collaboratori ed ancora oggi uno dei best sellers più venduti nel mondo arabo è il libro Mein Kampf".
5- "L'olocausto palestinese".
La verità: L'olocausto è stato lo sterminio di massa di 6.000.000 di ebrei. Quello che i palestinesi cercano di far passare per un loro olocausto è l'esilio di 600.000 profughi per una guerra scatenata da loro nel 1948, che oggi sono diventati 4.000.000 (come?) che pretendono di tornare in Israele, e quindi parlare di olocausto palestinese è il colmo della frittata ribaltata.
6- "Il governo israeliano è una banda di ladri".
La verità: L'autorità palestinese è una banda di ladri (delle enormi quantità di denaro elargite dall'Onu, dall'UE e dagli stati arabi al popolo palestinese praticamente non è arrivato niente. Quello che non serviva al terrorismo, finiva in paradisi fiscali. Persino in Bank Leumi di Tel Aviv c'è un conto di 600 milioni di $ che spetterebbe ai palestinesi ma di cui hanno la firma solo Arafat e il suo amico e consigliere economico e padrone del casinò Rashid (con tutti questi soldi non è stato costruito un ospedale, non è stato creato un posto di lavoro, non è stata creata una fabbrica che non fosse di bombe o di cinture esplosive).
7-"Israele sta avvelenando i pozzi di acqua palestinesi".
La verità: Sono i palestinesi che in diverse occasioni hanno cercato di avvelenare le fonti idriche israeliane (durante gli anni 90, con i virus della polio modificato a Haderah, e durante questa guerra fu avvelenato il condotto che porta acqua dal nord a tutta Israele, vicino a Taibeh).
8-"Israele è uno stato terrorista".
La verità: L'autorità palestinese è un entità terroristica (dimostrato da tutti i documenti sequestrati in cui è Arafat in persona che autorizza i pagamenti ai terroristi, tutti suoi dipendenti).
9-"Israele non vuole la pace".
La verità: Arafat non vuole la pace (ha rigettato tutte le offerte! D'altronde, qualsiasi stato con la pur minima parvenza democratica rischia di limitare il suo potere assoluto che dura dal 1965).
10-"Israele rifiuta le proposte di pace arabe".
La verità: Gli ultimi furono i sauditi, che da un lato fanno proposte di pace, ma nello stesso giorno organizzano un teleton televisivo in cui raccolgono milioni di $ per quelli che fanno degli attentati suicidi in Israele. Che pace vogliono allora?
11-"Sharon è un criminale di guerra".
La verità: Sharon è stato prosciolto da tutte le accuse il tal senso rivoltegli ed anzi, ha vinto una causa negli USA contro il TIMES che cercava di attribuirgli delle colpe simili.
Invece: Arafat è un criminale di guerra, ma forse è prima un terrorista e un criminale comune. È lui l'uomo che ha inventato il dirottamento degli aerei, è lui che ha ordinato la strage di Maalot, è lui che ha ordinato il massacro degli atleti Israeliani alle olimpiadi di Monaco, è lui che ha ordinato telefonicamente l'uccisione dei due diplomatici americani e un belga rapiti nel 1973 a Khartum in Sudan, di cui sia la CIA sia i servizi segreti rumeni hanno la registrazione telefonica, come scritto nel libro di Ian Pacepa, ex capo dei servizi segreti rumeni sotto Ceaucescu... è stato Arafat che ha ordinato la strage agli aeroporti di Roma e Vienna nel dicembre 1985, 17 morti e 85 feriti a Fiumicino, lista molto parziale...).
12-"Bisogna togliere il premio nobel a Peres".
La verità: Il premio nobel per la pace dovrebbe essere tolto ad Arafat (è lui che ha violato gli accordi per il premio che gli è stato assegnato. Infatti lo spirito di Oslo era: si rinuncia a qualsiasi violenza e tutti i problemi si devono risolvere al tavolo delle trattative. Arafat ha scelto invece il terrorismo al tavolo delle trattative...).
13-"Israele commette crimini di guerra".
La verità: Arafat ed altri stati arabi commettono regolarmente dei crimini di guerra, basta pensare su quello che hanno fatto gli iracheni ai curdi o al Kuwait, quello che hanno fatto gli iraniani ai Bahai, quello che fanno i poliziotti del ANP ai cosiddetti collaborazionisti...
14-"Israele spara a casaccio sui palestinesi".
La verità: Sono i terroristi al servizio di Arafat che girano armati per i territori e sparano sulle macchine civili o sulla gente a casaccio nei centri commerciali.
15-"La stampa israeliana è totalmente asservita al governo".
La verità: In Israele esiste una stampa libera come in qualsiasi democrazia occidentale, che spesso è ipercritica verso il governo, mentre chi osa criticare Arafat viene eliminato come è successo al direttore della TV palestinese, e come hanno tentato di fare al giornalista arabo con cittadinanza israeliana Yusuf Samir, rapito e torturato dalla polizia di Arafat di Betlemme, perché osava criticare il Rais. D'altronde, nei media arabi, anche dei paesi considerati moderati come l’Egitto, non si stampa niente prima di aver avuto un nulla osta dalle autorità!
16-"I luoghi santi musulmani sono minacciati da Israele".
La verità: Sono i luoghi santi ebraici minacciati dai musulmani (tomba di Giuseppe a Nablus, Sinagoga di Gerico, entrambe bruciate).
17-"Gli israeliani trasformano moschee e chiese in sinagoghe".
La verità: In realtà sono le sinagoghe e le chiese che vengono trasformate in moschee (i musulmani costruiscono regolarmente le loro mosche sopra i luoghi santi degli altri. A Gerusalemme hanno costruito una moschea che sovrasta il santo sepolcro e pretendono di fare altrettanto a Nazareth).
18-"Gli ebrei vogliono distruggere la moschea di Al Aqsa".
La verità: È il Wakf musulmano che sta distruggendo i reperti archeologici nel monte dei templi, per eliminare le prove del legame storico tra gli ebrei e la loro terra."
19-"Gli arabi non godono di nessun diritto in Israele".
La verità: Gli arabi israeliani sono gli unici che godono di diritti civili in uno stato democratico e di un livello di vita superiore ai loro fratelli residenti al di fuori di Israele".
20-"I cristiani non godono di nessun diritto in Israele".
La verità: La frase è completamente falsa, come sa qualunque cristiano che è andato in Israele.
21-"I villaggi arabi sono circondati da recinti di filo spinato, come prigioni".
La verità: Sono gli insediamenti israeliani quelli circondati da filo spinato per difendersi dagli attentati.
22-"I palestinesi vivono nella regione da migliaia di anni" e anche: "le pretese dei legami storici e religiosi degli ebrei con la terra e con Gerusalemme non sono compatibili con i fatti della storia."
La verità: Sono gli ebrei che hanno vissuto in questa terra da migliaia di anni, mentre le pretese dei palestinesi sui loro legami storici e religiosi con la terra sono dei falsi storici (come testimoniano i viaggiatori nel 18° e 19° secolo tra cui i cristiani Mark Twain, Chateaubriand e persino Carlo Marx e come testimoniano i censimenti dell’impero ottomano del 1870 e 1905 che dimostrano che gli ebrei erano sempre la maggioranza a Gerusalemme).
23-"I media israeliani incitano all'odio religioso verso i musulmani".
La verità: Sono i media arabi che incitano all'odio religioso verso gli ebrei" (basta vedere le TV palestinesi o quella dei Hezbollah, quella egiziana Iqra, la TV Saudita, Shariya, ANN, Iraq TV, non serve capire la loro lingua per vedere l'incitamento incessante all’odio e alla guerra santa).
24- Gli israeliani terrorizzano le città palestinesi.
La verità: È l'ala armata dell’ANP, brigata dei martiri di Al Aqsa, che semina il terrore nelle città israeliane (sono gli uomini di Arafat, che hanno rivendicato la maggior parte degli attentati suicidi in Israele, a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Netanya, Hadera, Rishon Le-Zion, Petah- Tikva, Beer-Sheva...).
25-"Sono gli ebrei che bloccano la democratizzazione degli stati arabi".
La verità: Sono i leader arabi quelli che bloccano la democrazia nei loro stati (infatti, noi non ricordiamo nessun leader arabo che sia stato sostituito perdendo delle elezioni. Il modo di sostituire i leader nel mondo arabo è con un colpo di stato militare o degli estremisti religiosi) ed ogni volta che si profila un’ombra di soluzione al conflitto tra arabi e israeliani, viene scatenata un’ondata terroristica per minare l'accordo e per evitare una soluzione che può portare ad una parvenza di democrazia, recepita come la vera minaccia dai dittatori arabi.
26-"I terroristi palestinesi sono dei martiri".
La verità: I veri martiri sono le vittime del terrorismo palestinese.
(di Yosef Tiles e Shalom Noury, da una riflessione di Dori Gold, Honest Reporting Italia, 9 Giugno 2002)

Anche queste, come tante altre, sono cose che conosciamo tutti perfettamente, ma non fa male, ogni tanto, dare una rinfrescata alla nostra memoria.


barbara




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26 ottobre 2006

APPELLO

Qualcuno ha notizie di Watergate 2000? Già da un po' di tempo il suo blog dà "not found" e alle email non risponde. Sto cominciando ad essere seriamente preoccupata. C'è qualcuno di voi che sia direttamente in contatto con lui, per telefono o di persona, e che ne sappia qualcosa?

barbara




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26 ottobre 2006

MA

Qualche tempo fa ho lasciato da Wellington questo commento, che in un attacco particolarmente acuto di autocompiacimento ho trovato e trovo praticamente perfetto. Per cui adesso ve lo schiaffo qui.

La sostanza del discorso è: Israele ha il diritto di difendersi MA. E dietro quel "ma" ci si mette ogni singola azione che Israele abbia scelto di intraprendere per difendersi. Il giorno che venissero bombardati con missili caricati a cacca e si difendessero facendo la doccia per ripulirsi dalla cacca, ci puoi giurare che Israele avrebbe il diritto di difendersi MA non di sprecare l'acqua che in quella regione è tanto preziosa.

barbara




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25 ottobre 2006

CIAO BRUNO



E grazie di tutto.

barbara




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25 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO - CAPITOLO 5

Ormai aveva deciso: sarebbe morta impiccandosi agli anelli di Saturno. La tristezza mortale che l’aveva sopraffatta dal giorno della scomparsa dell’amato menestrello non le lasciava più scampo. Non riusciva neppure più a chiedersi che cosa avrebbero fatto gli uomini senza di lei, che cosa ne sarebbe stato delle maree, delle piante che crescevano rigogliose al suo calare e gettavano sementi al suo crescere, dei poeti e degli innamorati, dell’armonia dell’universo: nulla, nulla più le importava, e a nulla riusciva più a pensare, se non alla sua vita diventata inutile senza il suo amato. Aspettò pazientemente le notti in cui gli uomini non la potevano vedere, affinché nessuno la potesse fermare nell’attuazione del suo proposito. Furono giorni e notti d’angoscia, di dolore insopportabile; solo quando il suo corpo cominciò a ridursi a una falce sottile si fece un po’ meno triste, vedendo ormai vicino il momento della liberazione dal suo immenso dolore.
E finalmente il giorno venne. Piano piano, senza che nessuno, a tutta prima, se ne accorgesse, cominciò a mutare la sua orbita e a dirigersi verso i confini del sistema solare, verso il lontano Saturno. Verso la fine del primo giorno cominciò a scorgerlo, ancora lontanissimo. Accelerò la sua corsa, per poterlo raggiungere prima che gli uomini notassero la sua assenza lassù nel cielo notturno, e alla fine del secondo giorno poteva già vederlo in modo più distinto. Pur stanca di quel viaggio inconsueto, mai percorso dal giorno della creazione del mondo, accelerò ancora e alla fine del terzo giorno giunse finalmente alla meta.
Esausta per quella folle corsa, si fermò un momento per riprendere fiato. Si volse, per guardare per un’ultima volta l’universo che si accingeva a lasciare per sempre, e sospirò: era bello, l’universo! Quale armonia nel ruotare di tutte quelle infinite sfere! Quanta dolcezza nella musica che ne scaturiva! Con quanta grazia gli astri danzavano la loro eterna danza! Sospirò ancora: tutto questo, ormai, per lei non aveva più alcun significato: nessuna bellezza, nessuna armonia poteva più indurla a fermarsi. Rivolse un ultimo pensiero al suo amore perduto, gli chiese perdono per non avergli rivelato prima il sentimento che riempiva e lacerava il suo cuore, infilò il tenero collo nell’anello che più le stava vicino e si lasciò andare: solo pochi istanti e il suo collo si sarebbe spezzato e la fine sarebbe arrivata.
In quell’istante una mano possente la trattenne, e una voce tonante gridò: “Fermati! Colui che tu piangi è vivo!” La Luna ricadde svenuta fra le braccia del nuovo venuto, che delicatamente la adagiò sulla superficie del gelido pianeta e iniziò ad alitarle piano sul viso, per farla a poco a poco rinvenire.

(E ricordiamo)

barbara




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24 ottobre 2006

HOTEL PALESTINE, BAGHDAD, 24 OTTOBRE 2005





















E qualcuno osa chiamarla resistenza.

barbara




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23 ottobre 2006

OCCUPAZIONI DI SERIE A E OCCUPAZIONI DI SERIE B

Arabi massacrano arabi nel Sahara

Negli anni Sessanta e Settanta, con la fine della colonizzazione e il raggiungimento della piena indipendenza, in quasi tutti i Paesi arabi e in buona parte di quelli islamici si aprirono crisi con le minoranze nazionali e religiose. Vennero tutte affrontate con la violenza e la repressione, sia che si trattasse di kurdi (in Iraq, Iran, Siria, Turchia), di berberi (in Tunisia), di kabili (in Algeria), di tribù animiste africane (in Sudan), di minoranze religiose (i copti in Egitto e i cristiani). Il culmine delle tensioni interreligiose si ebbe, come è noto, nella guerra civile del Libano.
All'estremo ovest del Maghreb si aprì nel 1975 anche una spinosa questione che riguardava la decolonizzazione del Sahara spagnolo, costituito da due province che le Cortes di Madrid nel 1958 avevano equiparato a quelle spagnole: Rio de Oro e Saguia el Hamra. La motivazione di quella annessione tardiva non risiedeva tanto nella mentalità reazionaria del regime franchista, quanto nella scoperta di immensi giacimenti di fosfati (elemento base per la produzione di concimi chimici) che facevano di quel territorio un ricchissimo possedimento.
Nell'autunno del 1975, nonostante gli avvertimenti contrari dell'Organizzazione dell'unità africana (che rappresenta tutti gli Stati del continente) e dell'Onu, re Hassan II approfittò del protrarsi dell'agonia del dittatore Francisco Franco per annettere al Marocco la colonia spagnola. Lo fece con grande inventiva e senso dello spettacolo: organizzò infatti una marcia verde, che iniziò a radunarsi ai confini il 23 ottobre del 1975 e che partì in direzione di El Ayoun il 6 novembre. Re Hassan II apriva la marcia ora a bordo di una Land Rover, ora in groppa a un cammello. Le riprese televisive dell'evento ricordano alcune scene di Lawrence d’Arabia, il grande successo di una quindicina d'anni prima: con questo espediente hollywoodiano Hassan II mascherò l'occupazione militare del territorio (le divisioni marocchine seguivano a distanza la marcia verde, in apparenza solo per proteggerla) e arrivò sino alla capitale saharaoui, El Ayoun, dove instaurò una giunta civile e un governatorato marocchino.
Lì, pochi giorni prima, il 2 novembre, il giovane re Juan Carlos, diventato capo dello Stato il 30 ottobre, aveva garantito al mondo che la Spagna si sarebbe comportata con onore. Messo di fronte all'occupazione di fatto delle due province africane da parte del Marocco e della Mauritania (che aveva contemporaneamente occupato i territori meridionali), Juan Carlos fece fatica a mantenere la parola data. Franco era ancora agonizzante (sarebbe morto il 20 novembre) e la Spagna era dunque impegnata in una transizione drammatica e piena di incognite che non le permetteva di affrontare con equilibrio una crisi di decolonizzazione. Un passo falso del sovrano avrebbe potuto innescare feroci odi sopiti da quarant'anni. Juan Carlos prese atto della sua mancanza di margini di decisione e il 14 novembre a Madrid siglò con Marocco e Mauritania un accordo tripartito che assegnava loro l'amministrazione, non la sovranità, delle due province.
A partire da quel momento si sviluppò una crisi drammatica (in corso tuttora) che vide come protagonisti il Marocco, la Mauritania, l'Algeria e il popolo saharaoui, diviso in tre fazioni. Alle componenti saharaoui favorevoli all'annessione sia alla Mauritania che al Marocco, si contrapponeva una forte componente beduina, organizzata nel Fronte Polisario. Il Fronte aveva condotto iniziative armate già contro gli spagnoli e il 26 febbraio 1976 proclamo l'indipendenza della Repubblica araba saharaoui democratica (Rasd), che tradiva anche nel nome l'appartenenza dei suoi dirigenti al blocco filosovietico (molti di loro erano stati addestrati a Cuba), causa non secondaria del suo infelice futuro. La Rasd, infatti, non è mai esistita ufficialmente, nonostante nel 1982 sia stata riconosciuta dai Paesi africani dell'Oua quale cinquantunesimo Stato membro.
Dal 1976 fino al 1991, dunque, gli indipendentisti saharaoui condussero un'intensa attività di guerriglia contro la Mauritania e il Marocco, che provocò migliaia di morti (il Marocco non si fece scrupolo di usare l'aviazione contro la popolazione civile) e l'esodo di alcune decine di migliaia di profughi saharaoui verso l'oasi algerina di Tindouf, in cui vivono tutt'oggi grazie al sostegno delle organizzazioni internazionali. […]
A fronte di questo quadro desolante, è doverosa una notazione politica positiva. Nonostante la miseria del popolo saharaoui lo ponesse all'ultimo posto nella scala dei redditi dei Paesi poveri; nonostante la ferocia dell'avversario (ne sono testimoni i rapporti di Amnesty International) sia stata grande (anche se va detto che buona parte della popolazione saharaoui vive da sempre con entusiasmo l'unione col Marocco) e nei campi profughi di Tindouf abbiano visto la luce intere generazioni di giovani cento volte più sfortunati dei loro coetanei nati a Gaza o a Sabra e Chatila; nonostante la religione dei saharaoui sia l’Islam e gli algerini del Fnl, sponsor del Polisario, siano stati i campioni del più feroce terrorismo contro civili innocenti, la direzione politica del Polisario - o per meglio dire, «le» direzioni politiche, perché ve ne sono state varie, alcune molto ben disposte verso il Marocco, ma subito sostituite dagli algerini - hanno sempre lucidamente escluso ogni attività terroristica contro i marocchini. A smentita di tutte le analisi sul terrorismo islamico correnti, va loro riconosciuto il merito di non aver mai compiuto un solo atto di terrorismo contro la popolazione civile.
(Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pgg. 222-226)

Mai sentito di marce e manifestazioni e proteste contro questa occupazione qui, io. E rarissimi i servizi giornalistici che se ne siano occupati. Chissà come mai.


barbara




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22 ottobre 2006

INCONTRO IN STAZIONE

(ricordo rievocatomi da un recente post di Dilwica)
Avevo trovato poco traffico, sia sulla statale che in autostrada, ed ero dunque arrivata in anticipo, così mi sono seduta su una panchina e mi sono messa ad aspettare. Passa di lì a poco correndo e lanciando allegri strilli un bambinetto di un paio d’anni. Fa tenerezza; lo guardo con tenerezza. Mi si ferma di fianco un tizio, guarda anche lui il bambino, poi dice: “Eh, adesso sono carini, ma poi quanti ce n’è che crescendo diventano la vergogna dei loro genitori!” Uno dei miei ottomila nervi scoperti è stato azzannato; mi irrigidisco; dico: “Io vedo più che altro genitori che sono la vergogna dei loro figli”. Non ha voglia di discutere: il bambino con relative considerazioni è chiaramente un pretesto. Cambia rapidamente discorso, mi si siede di fianco, parla del più e del meno. Dopo un po’ dice: “Ma lei cosa fa di bello qui?” Dico: “Aspetto una persona”. “E se non arriva?”. “Arriva”. “Ma se non arriva?” “Arriva” “Ma se per caso non dovesse arrivare?” “Non si preoccupi: arriva”. “E brava!” esclama, e contemporaneamente mi posa sul ginocchio una mano che subito comincia a risalire velocemente lungo la coscia. Afferro con due dita – con un certo schifo, per la verità – il suo polso e allontano il tutto. Ridacchia “Hehehe, ma brava!” e ripete la manovra. Ripesco il polso, ritolgo la sua manaccia schifosa dalla mia coscia; dico: “Scusi, credo che lei abbia sbagliato indirizzo”. Schizza in piedi, rosso di indignazione, e comincia a strillare come una gallina spennata: “Ma lei con chi crede di parlare?! Ma lei cosa si è messa in testa?! Ma lei cosa si immagina?! Ma lei cosa crede, che io non abbia altro da fare che correre dietro a lei?! MA LEI COSA STA CERCANDO DA ME?!” E si è allontanato impettito nella sua dignità offesa.

barbara

AGGIORNAMENTO: invito tutti coloro che hanno seguito con interesse il post e i relativi commenti a leggere anche quest'altro post che ne è, per qualche aspetto, la diretta filiazione.




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21 ottobre 2006

DICE IL SIGNOR PRODI

che una buona finanziaria DEVE scontentare tutti. Magari potrà anche essere vero. Ma è sufficiente che una cosa scontenti tutti per essere sicuri che sia buona? (No, perché in tal caso il mio scolaro M.L. che non fa mai i compiti in nessuna materia …)

barbara




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21 ottobre 2006

AFFIDI NEGATI

Mi sono improvvisamente accorta, nell’accingermi a scrivere questa storia, che ignoro i nomi di tutti i protagonisti, e dunque saranno unicamente la signora, il figlio, il nipote. La signora, svizzera, l’ho conosciuta al mare: una bellissima donna, sui quarantacinque-cinquanta, credevo io, e invece ne aveva sessantacinque, splendidamente portati nonostante una vita di sofferenza e di violenze, fisiche e psicologiche. Me l’ha raccontata un po’ alla volta la storia di quel suo figlio un po’ sventato che a vent’anni si è ritrovato padre. Lei gli aveva suggerito prudenza: riconosci i bambino, stai vicino a lui e a sua madre, aiutali finanziariamente, ma pensaci un po’ prima di affrontare il matrimonio: è una scelta di vita, non si può deciderlo sull’onda di un’urgenza. Anche la madre della ragazza lo aveva messo in guardia: guarda che mia figlia non è una da sposare. L’amore è cieco, si sa: non ha dato retta a nessuno e nel giro di poche settimane si è sposato. Due mesi dopo la nascita del bambino lei era già in giro a cornificarlo a destra e a manca, dopo un altro paio di mesi se n’è andata e quando il bambino aveva un anno lo ha depositato in un istituto ed è scomparsa per sempre. La signora, allora, ne ha chiesto l’affido, e ha così scoperto che la legge svizzera non consente l’affido ai nonni: perché sono vecchi e non possono dare prospettive a un bambino, è la motivazione. La signora, per inciso, all’epoca aveva 45 anni: un’età in cui quasi tutte noi siamo ancora in grado di avere figli, e parecchie effettivamente li fanno. Niente. Il bambino è stato dato in affido a una famiglia, e lei e suo figlio andavano periodicamente a trovarlo. Si sono accorti, dopo qualche tempo, che il bambino aveva sempre le orecchie piene di croste. Ma tu guarda in che razza di sporcizia lo tengono, si sono detti. Ci hanno messo un bel po’ prima di rendersi conto che non era sporcizia: era sangue rappreso. Il bambino veniva sistematicamente seviziato. Hanno denunciato la cosa e hanno ottenuto che il bambino venisse tolto a quella famiglia, e hanno nuovamente chiesto l’affido: pensavano che, vista la situazione, si potesse ottenere una deroga. Niente deroga. Neanche in considerazione del fatto che, compatibilmente con gli impegni lavorativi, ci sarebbe stata una qualche presenza anche del padre – sia naturale che legale - del bambino: lei era la nonna e ai nonni l’affido non si dà. Punto. È stato riportato all’istituto e dopo qualche tempo affidato a una nuova famiglia. Anche questa, si è ad un certo punto scoperto, lo sottoponeva a sevizie fisiche e violenze psicologiche di ogni sorta. La nonna ha chiesto ancora una volta l’affido: negato. Il bambino è tornato all’istituto, e vi è rimasto fino alla maggiore età. Aveva vent’anni quando ha tentato per la prima volta il suicidio. A ventitre, al quinto tentativo, ci è finalmente riuscito. Alla nonna – sarà un caso, certo – pochi mesi dopo è stato diagnosticato un cancro al seno che, nonostante operazione e chemio e radiazioni e non so che altro, in due anni l’ha uccisa. Ma la legge è stata rispettata, la legalità è stata salvaguardata, ed è questo che conta.

barbara




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20 ottobre 2006

MAI PIÙ VIOLENZA SULLE DONNE IN TUTTO IL MONDO!

                                            

Per rinfrescarci la memoria

Non conobbi mai Paloma, ma sua madre mi parlò di lei. Paloma era una delle diverse centinaia di giovani donne assassinate a Ciudad Juárez, una città al confine tra Messico e Stati Uniti. Per oltre un decennio, queste donne furono rapite, torturate, stuprate e uccise. Le autorità fecero ben poco per indagare, perseguire o fermare questi delitti perché si trattava di donne povere, inermi, politicamente ininfluenti. Molte erano giunte a Ciudad Juárez per lavorare nei maquiladoras, stabilimenti di assemblaggio costruiti dalle multinazionali sul confine messicano, attirate dalle agevolazioni fiscali e dal basso costo della manodopera messicana. Le giovani donne come Paloma hanno alimentato il fenomeno della globalizzazione economica nella speranza di ricavarne qualcosa, diventandone altresì le vittime. Ciò che spicca in questo caso è il coraggio delle madri delle donne uccise a Ciudad Juárez. Le madri si sono organizzate tra di loro e chiedono giustizia. Assieme a loro e ad altri, lo scorso anno Amnesty International è riuscita a esercitare pressione sul governo federale del Messico affinché si impegnasse a far cessare le uccisioni. La storia di Paloma è soltanto uno tra i milioni di esempi della più vergognosa infamia dei nostri tempi: la violenza sulle donne.
In Asia e Medio Oriente le donne vengono uccise in nome dell'onore. Nell'Africa occidentale le ragazze sono sottoposte a mutilazioni genitali femminili in nome della tradizione. Nell'Europa occidentale le donne migranti e rifugiate sono attaccate perché non accettano le usanze sociali della comunità che le ospita. Nella regione meridionale dell'Africa le ragazze sono stuprate e infettate con il virus dell'HIV/AIDS perché coloro che abusano di loro sono convinti che fare sesso con una vergine li guarirà dalla malattia.
Infine, nei paesi più ricchi e più sviluppati del mondo, le donne vengono picchiate a morte dal proprio partner.
Questo tipo di violenza si diffonde perché sono troppi i governi pronti a chiudere un occhio e a lasciare che la violenza sulle donne abbia impunemente luogo. In troppi paesi, le leggi, le politiche e le usanze sono discriminatorie nei confronti delle donne: negano loro gli stessi diritti degli uomini, rendendole così più vulnerabili di fronte alla violenza. La proliferazione delle armi di piccolo calibro, la militarizzazione in atto in molte società e l'attacco al cuore dei diritti umani nell'ambito della "guerra al terrorismo" non fa che peggiorare il calvario di molte donne. I diritti umani sono universali: la violenza sulle donne è un abuso dei diritti umani su scala universale. Donne di continenti e paesi diversi, di religioni, culture e retroterra sociali differenti, istruite o analfabete, ricche o povere, sia che vivano in guerra o in tempo di pace, sono legate dal filo comune della violenza subita da gruppi armati o dallo Stato, dalla comunità o dalla loro stessa famiglia.
Trattati e meccanismi internazionali sono davvero utili soltanto se applicati in modo appropriato. Altrimenti restano parole nell'aria. Leggi e politiche possono offrire protezione solo se rispettate.
Altrimenti restano parole scritte. I diritti umani diventano una realtà soltanto se forniscono uguaglianza e protezione altrettanto reali. La sfida continua a essere un cambiamento che possa realmente fare la differenza nella vita delle donne. È ciò che le donne di tutto il mondo chiedono oggi.
Attraverso la campagna "Mai più violenza sulle donne", Amnesty International unisce la sua voce a quel richiamo all’azione. Abbiamo lavorato assieme a molte persone all'interno e all'esterno di Amnesty International per disegnare una campagna mondiale per chiedere un cambiamento a livello internazionale, nazionale e locale attraverso attori e azioni differenti.
Chiediamo ai leader, alle organizzazioni e ai privati cittadini di impegnarsi pubblicamente per rendere i diritti umani una realtà per tutte le donne. Attraverso l'attività di lobby sui governi chiederemo loro di ratificare senza riserve la Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e il relativo Protocollo opzionale. In alcuni paesi chiederemo l'abolizione di leggi che discriminano le donne e che perpetuano la violenza contro di loro. In altri, chiederemo l'adozione di leggi che proteggano le donne, criminalizzino lo stupro e altre forme di violenza sessuale. Ascolteremo la voce delle donne, lavoreremo al loro fianco e le aiuteremo a organizzarsi. Coinvolgeremo le comunità e le autorità locali affinché sostengano programmi che permettano alle donne di vivere libere dalla violenza.
Questa campagna è diversa da tutte le altre in quanto chiede a ognuno di noi di assumersi la propria responsabilità. La violenza sulle donne cesserà soltanto quando ciascuno di noi sarà pronto ad assumersi l'impegno: a non commetterla, o a non permettere che altri la commettano, a non tollerarla, o a non arrendersi finché essa non sarà eliminata in ogni parte del mondo.
La violenza sulle donne è universale ma non è inevitabile. Le nostre mani la fermeranno. Possiamo farcela, e ce la faremo grazie a voi.
(Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International)

Sono cose che sappiamo tutti, ma non farà male ricordarle, di tanto in tanto.


barbara

NOTA per rispondere a una domanda posta nei commenti: di Ciudad Juárez ho parlato qui. Se poi avete sufficiente pelo sullo stomaco, date un'occhiata anche a questo.




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19 ottobre 2006

RIMORSO

È entrato nello scompartimento, ha salutato educatamente, con voce sommessa, poi ha detto: «Non voglio raccontarvi la solita storia che devo andare da mia madre malata che sta a Reggio Calabria e non ho i soldi per il biglietto: sono tossicodipendente, mi devo bucare e non ho i soldi. E non voglio rubare». L’ho guardato in faccia. Mi è venuto voglia di dirgli: «Hai la faccia da bravo ragazzo: perché non provi a tornare ad esserlo?» Poi non l’ho detto. Non gli avrei cambiato la vita, se lo avessi fatto. Non lo avrei indotto a uscire dal baratro con le mie parole. No. Forse, però, gli avrei regalato una goccia di balsamo, in quell’inferno che era la sua vita. Forse. Chissà. E non l’ho fatto. Sono passati quasi trent’anni, e ancora non me lo sono potuta perdonare.
Chissà perché è così maledettamente più facile prendere uno a calci in culo che fargli una carezza.

barbara




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18 ottobre 2006

NO WOMAN’S LAND

“Morivano bambini, donne di ogni età venivano violentate, c’erano campi di concentramento, esecuzioni sommarie, cecchini. La storia si ripeteva, e si ripeteva anche l’eterno diniego della barbarie. Drog mi portava videocassette e reportage che nessuna trasmissione accettava di trasmettere. A poco a poco mi arresi all’evidenza: qualcosa stava accadendo e noi non facevamo niente. Peggio ancora: infliggevamo alle vittime un’ulteriore violenza, negando la realtà del loro calvario. La mia cortese indifferenza si trasformò in sgomento e in costernazione, poi in un sentimento di rivolta impotente. Ma tutto questo a lui non bastava. Era deciso a ‘farmi capire’, e perché ci arrivassi era necessario che io provassi i suoi stessi sentimenti, come se anch’io fossi nata dalle sue parti, come se anch’io avessi dovuto abbandonare mio fratello, la mia collezione di dischi in vinile, gli amici d’infanzia, la mia casa. Come se tutto questo fosse andato a fuoco e io stessi vivendo da due anni in mezzo a gente che se ne infischiava alla grande”.

“Ogni tanto Drog si rivolgeva a me raccontandomi la loro storia.
«Lui ha perso la gamba tentando di salvare un bambino ferito. Un cecchino gli ha sparato, un colpo nel ginocchio, un altro nella coscia …»
«Lui è un soldato che Laggiù tutti conoscono, ha difeso la mia città con niente: un paio di fucili e altre quattro o cinque persone. Ha perso il braccio perché è stato colpito dalle … Come le chiami tu? Dalle schegge di una granata …»”.

“«Secondo Magdalen, si sono divertiti a organizzare una caccia alla corsa», aggiunge Stella. «Liberavano i meno robusti nel bosco e gli sparavano addosso. Sono convinta che qualcuno è riuscito a fuggire, e sono quelli che cerco, i sopravvissuti, quelli che potrebbero testimoniare». Rimango di stucco. Non ne ho mai sentito parlare. Lei mi spiega perché i giornalisti non ne hanno fatto menzione o ne hanno parlato al condizionale, perché le autorità hanno preferito confondere le tracce: «Stavano trattando per un pezzo di territorio, e questa storia era un intralcio. Hanno fatto forti pressioni sui media. Tutto ciò con il pretesto di portare avanti i negoziati di pace che, come vedi, non finiscono mai. Io disponevo di fonti sicure. Ero al corrente di tutto. Non ne potevo più, ho deciso di radunare una squadra per investigare. C’è voluto più di un anno». Schiaccia il sigaro sul fondo della sua ciotola di minestra. «Quindici mesi … È chiaro che dopo tutto questo tempo non sono né cadaveri interi né scheletri, quelli che dissotterriamo. È qualcosa che non ha nome in nessuna lingua, capisci? Corpi o pezzi di corpi in piena decomposizione»”.

“Si siedono in cerchio sulle sedie. Spesso io non dico niente. Spesso nessuno dice niente per un bel po’. Esitano a riferire ciò che è stato loro inflitto per paura di non essere creduti. Per paura di non crederci nemmeno loro, ascoltandosi. Non si ha idea di che cosa sia capace l’immaginazione umana. […] Quelle trovate barocche, quell’inventiva sadica. Il fuoco, il sale, il ghiaccio, i loro svariati usi. Far bere a una madre il sangue del figlio sgozzato. Stuprare le vecchie, le bambine, le paralitiche, stuprare la carne morta o morente. Legare la gente famiglia per famiglia con il filo spinato prima di lanciare una granata in mezzo al gruppo”.

Non c’è solo guerra, in questo romanzo: c’è anche amore, e c’è un bel po’ di sesso e musica e vagonate di canne e psicanalisi e sogni ed eroismo e tante altre cose ancora. Ma la guerra, in un Laggiù che non viene mai nominato ma che non abbiamo difficoltà a individuare, è sempre presente con tutto il suo carico di orrore, di disumanità, di barbarie che non di rado supera i limiti dell’immaginabile. E giochi politici, che non si fanno scrupolo di passare sulla pelle della gente. Romanzo, dicevo, ma costruito su esperienze vissute in prima persona, e che vale la pena di leggere.

Marianne Costa, No woman’s land, Giunti



barbara




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18 ottobre 2006

ULTIMISSIME DA ISRAELE

Le forze francesi in Libano minacciano di aprire il fuoco contro gli aerei israeliani per impedire i voli di ricognizione sul territorio. Lo scrive il quotidiano Maariv, che riporta le parole del ministro della Difesa Peretz che ha aggiunto che per la Francia i voli rappresentano una violazione della risoluzione Onu. Per Israele invece sono necessari per far rispettare l'embargo ai rifornimenti di armi agli Hezbollah.
Peretz avrebbe parlato durante un intervento alla Commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa, aggiungendo inoltre che la Siria ha ripreso i rifornimenti militari in grande stile. "Se le forniture militari agli Hezbollah diventeranno sistematiche dovremo provvedere noi stessi" ha avvertito Peretz. Yediot Ahronot aggiunge che gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei hanno pure manifestato contrarietà ai voli israeliani sul Libano e hanno suggerito ad Israele di utilizzare immagini raccolte dai loro satelliti spia. Israele ha però respinto queste proposte. (TGCom, 17 ottobre 2006)


E adesso, come se non bastasse, pare che stia succedendo addirittura questo.

Come prevedibile, e come previsto da molti di noi, le forze Onu in Libano non sono affatto impegnate a far rispettare la risoluzione Onu: il loro unico interesse, il loro unico compito, il loro unico impegno, il loro unico scopo è quello di impedire a Israele di difendersi dalle violazioni della risoluzione Onu da parte dei suoi nemici. E temo tornerà presto il momento di rispolverare questa vecchia, bellissima, drammatica canzone che ho rubato a lei.

"Inverno '73" musica: Uri Vidislevsky parole: Shmuel Hasperi

"Noi siamo i figli dell'inverno del '73,
ci avete sognato per la prima volta all'alba della fine dei combattimenti
eravate uomini stremati che erano grati alla loro buona sorte
eravate giovani donne preoccupate e desiderose così tanto d'amare
e quando ci avete concepito con amore nell'inverno del '73
volevate creare con i vostri corpi, riempire le vostre anime di ciò che la guerra vi aveva rubato.
Quando siamo nati il nostro Paese era ferito e triste
ci avete guardato, ci avete abbracciato, avete tentato di provare conforto
quando siamo nati gli anziani ci hanno benedetto in lacrime
dicendo: Speriamo che questi bambini non dovranno prestare servizio nell'esercito
e i vostri visi nelle vecchie fotografie mostrano che parlavate con tutto il cuore
quando avete promesso di trasformare per noi i vostri nemici in amici.
Avete promesso una colomba,
un ramoscello d'ulivo,
avete promesso pace nelle nostre case,
avete promesso la primavera e che i fiori sbocceranno
avete promesso di mantenere le promesse
avete promesso una colomba.
Noi siamo i figli nati nell'inverno del '73
siamo cresciuti, adesso siamo noi i soldati armati, con l'elmetto in testa
anche noi sappiamo fare all'amore, ridiamo e sappiamo piangere
anche noi uomini, anche noi donne, anche noi sogniamo di avere dei figli,
e per questo motivo non pretendiamo, e per questo motivo non minacciamo
quando eravamo piccoli ci avete detto: le promesse vanno mantenute
se vi serve forza ve la daremo, non ci risparmieremo, volevamo solo sussurrarvi, ricordarvi
che noi siamo i figli di quell'inverno del '73
Avete promesso una colomba,
un ramoscello d'ulivo,
avete promesso pace nelle nostre case,
avete promesso la primavera e la fioritura
avete promesso di mantenere le promesse."

Ma quando finirà? Quando?

barbara




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17 ottobre 2006

E LA MATTANZA DI CRISTIANI CONTINUA

Uno e poi un altro e poi altri tre e poi un altro paio e poi ancora uno e poi … Non rivali in amore casualmente cristiani, non concorrenti in affari casualmente cristiani, non delinquenti casualmente cristiani uccisi in qualche regolamento di conti, no: cristiani e basta. Assassinati, spesso orrendamente mutilati, perché cristiani. Cattolici, protestanti, ortodossi, indifferentemente: cani infedeli, in ogni caso. Rinfreschiamoci un po’ le idee con questo articolo di Antonio Socci, di due anni e mezzo fa.

Vittime dell’Islam
Domenica scorsa, mentre varie associazioni cattoliche marciavano alla Perugia-Assisi contro la politica degli Stati Uniti, naturalmente rappresentati come guerrafondai e violenti (come ha segnalato polemicamente l'Osservatore Romano), circa 200 vittime per lo più cristiani, sono stati provocati in Nigeria da musulmani inferociti che manifestavano anch'essi contro l'intervento americano e hanno finito con l'organizzare la solita caccia all'uomo (al cristiano). Ma nessuno, eccetto il Papa, ha protestato o marciato per quelle vittime dell'Islam. Anzi, é proibito anche solo parlare di "vittime dell'Islam".
Le nostre associazioni cattoliche inorridiscono solo se a impugnare le armi sono gli americani (sebbene lo facciano per autodifesa, dopo aver subito delle stragi e cercando di evitare in ogni modo vittime civili). Del resto le vittime della violenza islamica in Nigeria nell'ultimo mese sono state almeno 500, e l'anno scorso circa 2000, ma nessuno si è accorto delle parole drammatiche pronunciate al Sinodo dei vescovi dall'arcivescovo di Abuja. Avendo denunciato l'odio religioso che grava sui cristiani, i marciatori cattolici non lo hanno degnato della minima attenzione. Anche intellettuali o politici fanno articoli, interviste e marce solo per difendere certi regimi e certi despoti dalla presunta "aggressione" dell'Occidente. In queste ore, un missionario italiano, Giuseppe Pierantoni, è stato rapito nelle Filippine dai guerriglieri islamici, i quali ogni anno fanno centinaia di rapimenti e di morti nei villaggi cristiani, ma contro di loro nessuno protesta. L'Occidente invece è sempre colpevole. Anche se si difende soltanto. Nemmeno le persecuzioni dei cristiani del Libano hanno suscitato proteste nelle piazze: anzi, la Siria è stata promossa all'Onu. Dal mondo cattolico delle marce, delle riviste e delle interviste, vorrei sentir pronunciare - almeno una volta, con la stessa energia con cui si scagliano contro l'Occidente - una denuncia dei regimi o delle organizzazioni islamiche che perseguitano o massacrano i cristiani. Perché no? Perché mai? Il problema non è lo schierarsi contro l'intervento militare. Personalmente ritengo sia l'unica strada praticabile e non sono state prospettate alternative, ma capisco l'apprensione per la possibile escalation del conflitto.
Posso comprendere - con una certa nausea - anche l'ipocrisia delle anime belle. Quello che è inspiegabile e inaccettabile e stomachevole è la deliberata, cinica indifferenza alla sorte tragica di milioni di cristiani vittime delle persecuzioni, l'ostinato silenzio e in certi casi addirittura il solidarizzare con i loro carnefici. Eppure si tratta di un fenomeno di dimensioni immense e terribili. Nel volume "Their blood cries out", Paul Marshall cita almeno 60 Paesi interessati. Nel Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo realizzato dall'"Aiuto alla Chiesa che soffre", si calcolano 250 milioni di cristiani che vivono sotto la spada di Damocle della persecuzione. E ogni anno i cristiani uccisi, sono circa 160mila. Una cifra impressionante, che si aggiunge ai 604 missionari uccisi nel decennio 1990-2000. Con casi di vero e proprio genocidio, come quello perpetrato a Timor Est o quello ancora in corso in Sudan dove, secondo il New York Times - 2 milioni di uomini, donne e bambini sono stati sterminati dagli "islamici del regime", nell'indifferenza del mondo. Innanzitutto il mondo cattolico europeo. Un macello per il quale certo non si può accampare la scusa dell'Occidente oppressivo e sfruttatore visto che i cristiani perseguitati e massacrati vivono di solito ai livelli più miseri della società e i missionari sono fra i pochi a portare aiuto vero ai poveri e ai sofferenti. Come si spiega - nonostante la testimonianza del Papa - l'indifferenza di gran parte del mondo cattolico a questo immenso martirio, che fa del cristianesimo oggi la religione più perseguitata del pianeta? Perché nel mondo cattolico si è completamente dimenticata non solo la memoria dei martiri - che da sempre la Chiesa custodisce - ma perfino la preghiera per i cristiani perseguitati, preferendole invece - in molti casi certe ambigue preghiere per la pace organizzate solo quando sono gli americani a prendere le armi? Paolo VI, negli ultimi mesi del suo pontificato, lanciò un grido profetico contro "l'autodemolizione della Chiesa", riferendosi ai tanti che operano per "abbattere la Chiesa dal di dentro". Lo spettacolo che offre una parte del mondo cattolico in queste settimane si può definire in effetti una terribile autodemolizione.
Giovanni Paolo II vive in fondo lo stesso dramma che già visse Paolo VI. Del resto lo stesso papa Wojtyla, è stato colpito a morte da un terrorista islamico ed è stupefacente la censura che vige su questo particolare che nessuno più ricorda: Alì Agca era, guarda caso, un musulmano (con la stessa spensieratezza si sorvola sull'attentato che era stato organizzato ai danni del Papa nelle Filippine da estremisti islamici e che - secondo una recente rivelazione di Clinton - fu sventato dagli americani). Mai il Papa è apparso così solo come nel rito che volle, durante il Giubileo dell'anno scorso, per ricordare al Colosseo i martiri cristiani. Per contro stupisce lo zelo con il quale certi cattolici difendono (solo) gli indifendibili regimi islamici o tacciono sul problema Islam, riuscendo a non parlarne neanche in riferimento alla tragedia dell'11 settembre. Un caso incredibile per tutti. Giulio Andreotti dirige un mensile internazionale ecclesiastico. Sull'ultimo numero compare l'editoriale del senatore sulle stragi dell'11 settembre a New York e Washington. Credo sia uno dei rarissimi commenti (se si eccettuano quelli della stampa islamica più fanatica e pochi altri), che è riuscito a non fare alcun riferimento all'Islam. Neanche di sfuggita. Si parla di generico "terrorismo", ma - a leggere Andreotti - frutto di un complotto oscuro e tuttora indecifrato a sfondo - "neocapitalista". A un certo punto il senatore accenna a uno sceicco, ma senza farne il nome e definendolo "anomalo", cioè uno che non ha nulla a che fare con gli sceicchi (peccato che solo per restale al Pakistan, l'83% dei pakistani stia con Osama e con i talebani). Ovviamente l'omissione di ogni riferimento all'Islam, da parte di un così navigato uomo politico, non può essere casuale: è autocensura. Cosa non si fa per compiacere gli "amici arabi". Non a caso è stato Andreotti a sollecitare in questi giorni l'approvazione da parte del governo italiano del concordato con i musulmani (idea almeno intempestiva nei giorni in cui si parla di Milano come capitale europea dell'organizzazione di Bin Laden). Ma in fondo si potrebbe anche capire questo adoperarsi per quel concordato, se almeno una volta Andreotti avesse chiesto agli amici arabi un minimo di reciprocità, la possibilità per i cristiani di laggiù quantomeno di non essere perseguitati. Ma non abbiamo mai letto una cosa simile. Meglio non alzare la voce per i diritti di quegli infelici, gli amici carnefici potrebbero offendersi.
febbraio 2004

Mi verrebbe voglia di dire: svegliamoci, prima che sia troppo tardi. Ma forse, in realtà, è già troppo tardi.

barbara




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17 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 4

Quanto tempo era passato? Domanda assurda, e lo sapeva bene. Aveva forse un senso parlare di tempo in un posto come quello? E aveva poi un senso parlare di posto? Chi avrebbe potuto chiamarlo “posto”?
Gli uomini malvagi che avevano tentato di distruggere la sua amata, la dolce luna di elul, non gli avevano perdonato di averla salvata: erano rimasti in agguato quando era giunto nel deserto, e appena la luna si era allontanata verso il suo cielo, gli erano balzati addosso, lo avevano legato e imbavagliato, lo avevano trascinato fuori dalla galassia e imprigionato lì, in quel buco nero. Per un tempo infinito aveva lottato con i lacci che gli stringevano i polsi e finalmente era riuscito a liberare una mano, e poi l’altra e infine a togliersi il bavaglio che gli serrava la bocca. Ma a che cosa potevano mai servirgli le mani libere, se lui era prigioniero di un buco nero? In che modo sarebbe mai potuto uscire di lì? Chi mai avrebbe potuto liberarlo? Chi avrebbe anche solo potuto immaginare dove fosse nascosto? E c’era poi qualcuno che si sarebbe accorto della sua scomparsa? La sua dolce luna … Sì, la sua dolce luna gli aveva dedicato qualche attenzione, ma era amore quello che provava per lui? O non si era forse soltanto trastullata, da grande sovrana, col suo menestrello? E adesso, adesso che lui non c’era più, sentiva la sua mancanza o qualcun altro aveva preso il suo posto e lei non se n’era neppure accorta? Quante, quante domande cozzavano l’una contro l’altra nella sua testa confusa, ma che altro fare in quello spazio senza spazio, in quel tempo senza tempo, in quell’oggi senza domani, in quel domani senza ieri, che cosa?
Istintivamente, ogni tanto, tentava di aguzzare gli occhi, poi si ricordava che era inutile. Provava a muoversi, ma non riusciva a sapere se si stesse muovendo o no, con quel suo corpo senza peso, senza dimensione, senza forma. Tentava, vanamente, di ascoltare con le sue orecchie senza udito, di parlare con la sua voce senza suono, di toccare con le sue mani senza tatto. Le sue mani! Avrebbero mai più toccato l’amato corpo della sua dolce luna? Una pena acuta trafisse il suo cuore, perché quello no, quello non aveva perduto la sua capacità di amare e di soffrire, di desiderare e di rimpiangere, di sognare e di sperare: neanche il nulla assoluto di un buco nero poteva distruggere un amore come il suo. E più del suo essere prigioniero, forse per sempre, più dell’aver perso ogni cosa sulla terra, più del dover finire la sua vita lontano da tutto e da tutti, più di ogni altra cosa lo faceva impazzire di dolore il rimpianto del viso amato, la certezza che i suoi occhi non lo avrebbero mai più rivisto. Mai più. Mai più. Il suono di quelle due parole, che rimbombavano senza sosta nella sua testa, lo faceva uscire di senno. Sulla terra avrebbe forse potuto cercare qualche breve attimo di oblio nel sonno, ma lì non esisteva il sonno, non esisteva lo spazio, non esisteva il tempo, non esistevano che un eterno buio, un eterno qui, un eterno ora … e un eterno soffrire.

barbara




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16 ottobre 2006

ANTONIO RUSSO, OVVERO: CHI TOCCA LA CECENIA MUORE

Sei anni fa veniva assassinato in Georgia Antonio Russo, giornalista freelance che indagava sull’operato russo in Cecenia. Riporto l’articolo pubblicato all’epoca da “The Observer”, ripreso da radical party.

IL REPORTER E' STATO UCCISO DAI SERVIZI SEGRETI DI PUTIN?
Amelia Gentleman in Moscow and Rory Carroll in Rome

Antonio Russo, trovato morto vicino a un passo di montagna caucasico, potrebbe avere scoperto troppo sulle atrocità in Cecenia.
Abbandonato sul ciglio della strada, in un passo tra i campi alle prime luci dell'alba, il contorto, congelato cadavere aveva qualcosa di strano. Antonio Russo era stato ucciso, e i suoi assassini si erano assicurati di non lasciare segni sul suo corpo.
Sull'altro lato del Passo Gombori, nella Repubblica della Georgia, gli amici lo stavano aspettando al villaggio di Mirzaani. Russo doveva unirsi alle celebrazioni per l'anniversario di Nico Pirosmani, un artista locale del diciannovesimo secolo. Non sapevano che un grande, pesante oggetto veniva schiacciato sul petto di Russo, finché la rottura di quattro costole e l'emorragia interna non causarono la sua morte.
Non sapevano che il suo telefono satellitare, la telecamera digitale, il computer portatile e le videocassette erano sparite. Un giornalista italiano che aveva speso la vita scoprendo segreti ne stava lasciando dietro di sé un altro. Chi lo ha ucciso, e perché?
Dalla strada 30 miglia a nord-est della capitale georgiana, Tblisi, c'è un filo di fatti e di sospetti che qualcuno afferma portino al Cremlino e alla aggressione russa alla Cecenia. Gli amici di Russo credono che lui sia stato assassinato dai servizi segreti russi dopo avere scoperto l'uso di armi non convenzionali contro i bambini. Sarebbe stato uno scoop per un reporter che rischiò la vita infinite volte in Africa, in Bosnia e in Kosovo.
Impiegato presso l'emittente di Roma Radio Radicale, affiliata al Partito Radicale italiano, rimase a Pristina quando tutti gli altri giornalisti occidentali se ne andarono durante i bombardamenti della Nato. Questo gli portò un premio e fama, ma Russo, quarantenne, non fu mai uno che cercava i riflettori. Lasciava ad altri la gloria. Poco denaro ed evitare la massa erano il suo stile.
Lo scorso novembre si spostò a Tblisi. Attraversando le montagne verso la Cecenia, fece amicizia con il leader dei ribelli, Aslan Mashkadov, che stava conducendo la guerra contro le truppe russe. Entrambe le parti stavano commettendo atrocità.
Il mese scorso Russo telefonò a sua madre, Beatrice, farmacista in Toscana. Aveva una videocassetta. Bambini morti, orrori inimmaginabili, crimini di guerra. Il mondo l'avrebbe vista quando lui sarebbe ritornato in Italia, il 18 ottobre.
Il suo corpo è stato scoperto il 16 ottobre. Accanto c'era del nastro che la polizia sospetta sia stato utilizzato per imbavagliarlo. Gli amici hanno trovato aperta la porta del suo appartamento nel centro della città. Le sue cose erano in disordine, i documenti e la macchina rubati. Il medico legale ha detto che i danni non erano certamente il risultato di un incidente stradale. Non si sa se la sua cassa toracica sia stata sfondata da una pietra, da un pezzo di metallo, o dalla pressione umana.
Mamuka Areshidze, un ex parlamentare che aiutò Russo in Georgia, ha detto di non sapere in che direzione investigare sull'omicidio, ma si è detto convinto che non sia stato semplicemente un fatto di criminalità comune. Ha detto: "Penso che sia stato ucciso perché qualcuno voleva occultare il materiale che lui aveva raccolto: questo è il motivo per cui le cassette sono scomparse. So che gli agenti delle forze di sicurezza sono esperti nella tecnica di schiacciare le persone a morte senza lasciare nessun segno di violenza".
Questa è una delle diverse teorie che l'inchiesta sull'omicidio sta esaminando, ha detto la polizia. Un'organizzazione ambientalista di Tblisi, e i colleghi di Roma, affermano che Russo aveva le prove di una nuova arma russa capace di uccidere le persone lentamente.
Non ci sono prove e gli scettici evidenziano che giornalisti più noti stavano raccogliendo notizie di atrocità. Il Partito Radicale afferma che la tempistica è significativa. Per un anno, il Presidente Putin ha fatto lobby alle Nazioni Unite per togliere al Partito Radicale il suo status consultivo di organizzazione non governativa. Putin ha accusato i radicali di pedofilia, terrorismo e narcotraffico. Il voto finale delle Nazioni Unite, che ha respinto la richiesta, è stato calendarizzato per il 18 ottobre.
C'è un'altra teoria che gira negli studi di Radio Radicale. Russo è stato ucciso perché aveva un'intervista audiovideo con una donna georgiana che afferma di essere la madre del Presidente Putin, confutando la tesi di Putin che lei fosse morta. Come movente per un omicidio sembra improbabile. La storia emerse la scorsa primavera e fu ripresa dai media internazionali prima di essere screditata.
Altri dicono che il giornalista, che il giorno della sua morte era stato visto nella zona cecena, è stato ucciso per denaro. "Ma perché avrebbero dovuto lasciargli il suo passaporto e il crocifisso d'oro? E perché ucciderlo in un modo così strano? Non ha senso", ha detto un collega, che ha chiesto di non essere nominato.
Gruppi che si occupano di diritti umani vogliono che l'Occidente chieda conto a Putin di Russo e di altri due giornalisti che hanno scritto sulla Cecenia: Alexander Yefremov, ucciso a maggio nella ragione separatista da un'esplosione controllata a distanza, e Iskander Khationi, che si concentrò sulle violazioni di diritti umani in Cecenia, trovato colpito a morte a settembre.
Nel giro di ore dalla morte di Russo, i colleghi a Roma sono stati travolti dai messaggi. L'attivista dalla coda di cavallo aveva creato molte amicizie nei suoi viaggi.
"Sapevamo molto poco di lui. Storie di lui che porta trenta bambini a un ristorante, che salva vite umane,…", ha detto un collega. I liberali, liberi pensatori radicali non gli promettevano né fama né grandi guadagni, ma Russo accettò perché "loro sono pazzi, proprio come me", come era solito dire.
Gli attacchi del partito alla Destra e alla Sinistra possono spiegare la minima copertura da parte della faziosa stampa italiana. "I giornalisti italiani sono snob. Antonio ha ricevuto più attenzione all'estero", ha detto il collega.
Un piccolo corteo funebre ha accompagnato la sepoltura di Antonio nella tomba di famiglia a Francavilla, in Abruzzo. Beatrice Russo, settantacinquenne, crede che gli assassini di suo figlio non saranno mai identificati. "E' tutto così oscuro. La sola cosa che mi consola è che è stata una morte coerente con la sua vita".

Antonio Russo ieri come Anna Politkovskaya oggi e chissà quanti altri che non conosciamo o che abbiamo dimenticato, e poi anche questo, come ci ricorda Inoz. Qui nessuno, sia ben chiaro, nega che quello ceceno sia autentico terrorismo: teatro Dubrovka e Beslan, per non dire altro, parlano da soli; ma se un giornalista dietro l’altro vengono assassinati per impedire loro di documentare ciò che avviene lì, è difficile dubitare che ciò che avviene vada ben al di là di una sia pure, inevitabilmente, sporca guerra al terrorismo. Aggiungo che se la “giustificazione” della tortura è la necessità di far rivelare al terrorista notizie su prossimi attentati per salvare così delle vite umane, una tortura che uccide dimostra inequivocabilmente che l’unico fine di quella tortura è la tortura stessa. Ora, ci viene raccontato, il signor Putin condanna l’assassinio di Anna Politkovskaya; non lasciamoci impressionare: lo faceva anche Arafat dopo ogni attentato terroristico. Un’ora dopo, per la precisione: perché la prima ora gli serviva per andare a Radio Palestine a lodare gli eroici martiri che si erano immolati contro il nemico sionista. Vecchio copione dunque, caro signor Putin, perciò ce lo risparmi.
Nella mia ricerca di notizie su Antonio Russo per preparare questo post, mi sono imbattuta anche in goffi tentativi di depistaggio, come questo: «
In un documento il sig. G.G. afferma: "… L'agguato è stato organizzato e realizzato da Personale dell'FSB, tutto di origine delle Repubbliche del Caucaso, sia della CSI che Autonome, in complicità con alcuni esponenti di Famiglie di tipo Mafioso, assai note, e di "ceppo" Ceceno, Georgiano, Azero ed Armeno […]”» - e chissà se questo signor G.G. lo farà per noia o per professione o forse né l’uno né l’altro ma solo per passione … Sarebbe bene, in ogni caso, che si cercasse di non dimenticare questi coraggiosi giornalisti che hanno pagato con la vita la propria sete di giustizia e di verità, perché quello della memoria è il primo – minimo - dovere di chi, al caldo delle proprie comode case, non sta rischiando niente.


E ricordiamo.

barbara




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15 ottobre 2006

ROBERTO SAVIANO: UN UOMO SOLO CONTRO LA CAMORRA

                                                         

Si chiama Roberto Saviano, ha 28 anni, fa il giornalista. Con il libro-inchiesta “Gomorra”, edito da Mondadori, ha dichiarato guerra alla camorra e chiamato in causa i boss camorristi con nome e cognome. E la camorra ha dichiarato guerra a lui (lettere minatorie, telefonate mute in piena notte), scatenando il consueto contorno di reazioni: camerieri che si rifiutano di servirlo, negozianti che lo respingono, come da copione. E come da copione, purtroppo, c’è anche dell’altro: Saviano è stato lasciato solo. Come Dalla Chiesa e come Falcone e come Borsellino. Come don Pino Puglisi e come don Giuseppe Diana. Come Mauro de Mauro e come Pippo Fava e come Beppe Alfano e come Giancarlo Siani. Solo. Con la signora Russo Jervolino che insulta nei termini più espliciti lui e la memoria di Siani. Cerchiamo, almeno, di non lasciarlo solo noi. Nessuno di noi, credo, si prende tanto sul serio da immaginare che un paio di blog che prendono posizione possano fare deviare eventuali decisioni della camorra, ma che almeno non ci accada un giorno, guardandoci allo specchio, di vedere la nostra immagine puntare il dito contro di noi e dire: tu lo sapevi, e non hai fatto niente.



Chi lo desiderasse, può firmare una petizione in suo favore (grazie alla segnalazione di Watchdogs)

barbara




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15 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 3

Tutti gli uomini, ormai, sulla terra, si erano accorti che la luna non era più quella. La luce del sole non riusciva più a nutrirla, e sempre più pallida e opaca si trascinava ogni notte nel suo lungo giro. Sempre più lenta percorreva il suo tragitto: malata d’amore, non riusciva più a vivere senza il suo menestrello. A volte, verso la fine della notte, del tutto esausta, si accasciava senza neppure terminare il suo giro celeste, e lasciava intere lande prive della sua luce. Gli uomini, colti dal terrore di perdere l’argentea regina del cielo, guardavano in su, si interrogavano, senza trovare risposta e, soprattutto, senza trovare soluzione. Nessuno, del resto, trovava una soluzione: a tutti ormai si era rivolta la triste regina innamorata, a tutti aveva chiesto aiuto, ma da nessuno lo aveva trovato, nessuno aveva notizie del menestrello scomparso.

E tuttavia qualcuno sapeva, qualcuno il cui sguardo poteva trapassare le pietre e le rocce, gli abissi e le distanze siderali. Sì, qualcuno sapeva. Ma non poteva parlare: era lo spirito della ninfa Crisolina. Era stata una ninfa buona, nella sua millenaria esistenza: aveva aiutato gli amanti disperati e le anime infelici, aveva ritrovato fanciulli smarriti nei boschi e salvato giovani caduti nelle acque dei laghi e dei ruscelli. Ma aveva suscitato l’ira delle dee invidiose della sua ineguagliabile bellezza, e la rabbia degli dei che mai avevano potuto possederla, né con lusinghe, né con minacce. Alla fine avevano deciso di punirla: poiché non potevano ucciderla, né farla scomparire, l’avevano attirata con un inganno nella residenza degli dei, l’avevano legata e posta su un braciere. Lì l’avevano lasciata ardere per diecimila anni, finché il suo corpo non fu del tutto consumato, poi avevano imprigionato il suo spirito fra due grosse pietre di una piramide, affinché non potesse mai più comunicare con alcuno. Infine, affinché ancora più grande fosse il suo tormento, le avevano dato la visione degli universi: tutto ciò che avveniva, lo spirito di Crisolina lo sapeva, ma non lo poteva comunicare a nessuno. E così aveva visto la luna di elul assalita dagli uomini malvagi fra le sabbie del deserto e depredata di tutto, aveva visto la sua straziante agonia, il consesso degli astri, l’arrivo del menestrello che, guidato dal proprio amore, l’aveva salvata. E aveva visto anche ciò che al dolce menestrello era poi accaduto. E aveva visto la splendida luna, disperata per la perdita del suo amato, trasformarsi in una povera cosa opaca, decisa ormai a voler morire piuttosto che vivere senza di lui. Tutto, tutto aveva visto lo spirito di Crisolina, che ora si consumava dal desiderio di aiutare quelle anime infelici, ma che fare? Che fare?

barbara




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14 ottobre 2006

I TERRORISTI NON SONO MOTIVATI DALLA POVERTÀ

L’articolo è vecchio, ma il terrorismo non è purtroppo ancora passato di moda, e penso dunque che possa valere la pena di leggerlo.

Il terrorismo ha poco o nulla da spartire con i fatti economici, secondo un nuovo studio concernente il background sociale dei militanti Hezbollah in Libano. Dopo aver esaminato anche il reddito e l'educazione dei terroristi suicidi palestinesi e israeliani implicati in assassinii e attacchi, lo studio conclude che "qualunque connessione tra povertà, educazione e terrorismo è indiretta e probabilmente assai debole".
Il rapporto "Education, Poverty, Political Violence and Terrorism, Is there a Causal Connection?" proviene dal National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, istituzione indipendente e altamente qualificata per i suoi lavori di analisi quantitative nel campo della politica economica e sociale. La ricerca è stata condotta da Alan Kreuger della Princeton University e Jitka Maleckova della Charles University di Praga, che hanno esaminato occupazione, livello educazionale, famiglia e altre condizioni di 129 Hezbollah militanti uccisi in operazioni contro Israele negli ultimi vent'anni.
Nel confronto con la popolazione libanese presa nel suo insieme, i membri Hezbollah erano meno verosimilmente provenienti da famiglie povere e più significativamente avevano completato l'istruzione secondaria superiore. Un simile modello risulta per i terroristi suicidi palestinesi. Benché i dati siano meno ampi, gli autori hanno trovato un nesso positivo tra il prender parte ad azioni terroristiche e il livello educativo e scolastico. I palestinesi di cittadinanza israeliana impegnati in attentati e azioni terroristiche nei territori occupati negli scorsi anni risultavano provenire da contesti economici più che buoni ed erano spesso in possesso di un'istruzione superiore.
La ricerca ha anche posto l'attenzione sui tempi del risorgere della violenza in Medio Oriente ponendoli in relazione con l'andamento dei cicli della crescita economica. Non è stata trovata alcuna relazione tra la partecipazione alla violenza e la depressione economica: la violenza sembra essere aumentata quando le condizioni economiche locali sono migliorate. L'ultima intifada ebbe inizio quando l'ottimismo incominciava a diffondersi tra i palestinesi e dopo un lungo periodo in cui il livello dell'istruzione era cresciuto considerevolmente tra i giovani palestinesi.
Perciò, conclude lo studio, l'ultima esplosione di violenza non può essere censurata sulla base del deterioramento delle condizioni economiche. Analogamente ai risultati dei sondaggi d'opinione condotti dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research di Ramallah, gli autori indicano che l'appoggio alle azioni violente contro Israele, comprese le azioni suicide, non variano sensibilmente in relazione al contesto sociale. I palestinesi bene istruiti e ricchi tendono ad appoggiare gli attacchi terroristici altrettanto quanto i disoccupati e i poveri.
"Se la povertà fosse la vera fonte dell'appoggio al terrorismo o alla violenza politicamente motivata, ci si dovrebbe aspettare che i disoccupati fossero in maggior misura sostenitori degli attacchi armati di quanto non lo siano i commercianti e i professionisti, e non in minor numero" sostiene lo studio. Esso poi continua affermando che lo stabilire una connessione tra povertà e terrorismo finirebbe per limitare l'assistenza ai Paesi poveri. In conclusione, la comunità internazionale degli aiuti, associando violenza e povertà, "potrebbe perdere l'interesse a fornire aiuti alle nazioni in via di sviluppo finché non receda la minaccia di terrorismo". (
David Walzer, The Guardian, 29 luglio 2002 - fonte italiana: Gruppo Rimon)

Naturalmente continueremo a sentire fino alla nausea, dai soliti noti, la litania del terrorismo come frutto della miseria e della disperazione, ma a chi non è in malafede potrà forse essere di qualche utilità leggere questi dati.


barbara




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13 ottobre 2006

LE COSE BUFFE DELLA VITA

Suona il telefono. Dico “Pronto”. Dice “Ciao, come stai?” Così: ciao come stai. Come se niente fosse. Come se non lo avessi liquidato piuttosto in malo modo. Come se da allora non fossero passati anni. Mi chiama da Parigi – o da Tunisi, non ricordo più – per dirmi ciao come stai. Dico: “No, prima rispondi tu: perché mi hai chiamata? Perché adesso?” Dice: “Non lo so. Dieci minuti fa, improvvisamente ho sentito che ti dovevo chiamare. È successo qualcosa?” Sì, era successo qualcosa: dieci minuti prima aveva chiamato il primario di ginecologia per dirmi: “È arrivato il referto della biopsia. È un carcinoma”.

barbara




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13 ottobre 2006

ECCO IO PER ESEMPIO

Non ho fatto storie quando mi è stato comunicato che avevo il cancro. Non perché sia particolarmente eroica, ma perché davvero non ne avevo motivo. Avevo sempre detto, fino a quel momento, spero che non mi venga, ma se proprio deve venire, spero che mi venga all’utero. Sono stata accontentata. È una buona collocazione, quella. Perché non va subito in metastasi, innanzitutto; poi perché l’organo è ben chiuso, e quindi la bestia ci mette un po’ ad espandersi; inoltre non ha funzioni vitali, quindi è possibile toglierlo completamente, in caso di necessità, senza dover modificare la propria vita; infine non è visibile all’esterno, e la sua asportazione non lascia segni deturpanti. Io poi sono stata doppiamente fortunata: ad essere colpito è stato solo il collo dell’utero, e per una serie di circostanze fortuite l’ho preso proprio all’inizio, per cui è stato sufficiente asportare la parte malata. Io l’avevo detto al chirurgo: se è utile per la mia sicurezza futura, tolga pure tutto. Il mio essere donna, il mio sentirmi donna, non lo faccio dipendere dalla presenza o meno di una scodella portabambini. Ma il chirurgo ha detto no, non serve, quindi ho ancora tutti i miei pezzi addosso. Ho fatto dunque questo interventino in ambulatorio, in anestesia locale, e poi me ne sono tornata a casa, sono stata qualche giorno a riposo e fine del guaio. L’unico problema è stata l’anestesia: io le anestesie locali le prendo sì e no al 20%, e così anche questo intervento, come altri analoghi, l’ho fatto praticamente in carne viva. Ma si è trattato di una mezz’oretta, dopotutto, e una mezz’oretta di semitortura non è la fine del mondo: c’è ben di peggio, in fin dei conti. E io lo so.
Tutto bene, dunque? Quasi. Perché come contorno a tutto questo c’è stato il conforto fornito da amici e conoscenti. Quello di Maria, per esempio: “Secondo me non hai niente”, dopo il referto positivo del pap-test. Aggiungendo: “Anche Massimo ha detto che secondo lui non hai niente”. Carissimo ragazzo, il Massimo: studente di scienze forestali. E poi il libraio: “Beh, dai, non se la prenda: capita anche a tante altre”. Io non me l’ero presa, in effetti, per il cancro. Ed ero stata la prima a dirmelo, che capita anche a tante altre. Anzi, a tante altre capita di molto peggio. Però col libraio sì me la sono presa, e parecchio anche. E quell’altro ancora: “Eh, cosa vuole, ognuno ha le sue: c’è per esempio il mio bambino, poverino, che ha un raffreddore che non ne può più”. E ancora: “Beh, guarda, se ti può consolare (?) a me è venuto fuori un grano di riso e per operarlo mi hanno dato appuntamento fra un anno”. Non cercavo compassione, naturalmente, non è proprio il mio genere. Semplicemente, sono un’insegnante, e insegno. Quando ho avuto il cancro ne ho approfittato per insegnare che non è una cosa innominabile, che non è una cosa immonda, che non è una cosa da tenere nascosta con vergogna. Quante donne, e neanche tantissimo più vecchie di me, sono morte di cancro all’utero solo perché, per vergogna, non hanno osato parlarne, e si sono in tal modo private della possibilità di curarlo? Bene, non deve succedere più, e anch’io, come l’uccellino della favola, ho voluto portare la mia gocciolina d’acqua per spegnere l’incendio. Solo per questo ho parlato del mio cancro: per dimostrare che se ne può parlare. Quindi, come dicevo, niente compatimenti, please. E neanche conforto: non ce n’era bisogno. Ma almeno le puttanate, si preferirebbe vedersele risparmiate.
Ancora due cose, per concludere. Non chiamatelo “male incurabile”, per favore: a volte non si riesce a curare, a volte invece sì. Come tante altre malattie. E non dite, per piacere, cose come “io ho sconfitto il cancro”. Sembrerebbe, a dirla così, che chi non ce l’ha fatta sia un imbecille che non ha saputo o voluto combattere. Non è vero: chi non è qui a raccontarla, è semplicemente stato più sfortunato. E sicuramente ha combattuto molto più e molto meglio di me e di tutti coloro che sono guariti. Non insultiamo chi ha dovuto cedere di fronte a un nemico troppo forte con ridicole vanterie su presunte, e del tutto immeritevoli, vittorie.

barbara




permalink | inviato da il 13/10/2006 alle 0:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa
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