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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2006

ADDIO CORETTA, PICCOLA GRANDE (SOPRATTUTTO GRANDE) DONNA

                                                

Coretta Scott era la vedova di Martin Luther King. Poiché l’assassinio di Martin gli aveva impedito di portare a termine il suo compito, Coretta ha dedicato il resto della sua vita a completare l’opera del marito. Dopo Rosa Parks, un’altra grandissima donna ci lascia. Possa la luce che ha acceso illuminare tutti noi.



barbara




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31 gennaio 2006

ERMANNO LAVORINI, 31 GENNAIO 1969

Oggi avrebbe 50 anni, Ermanno Lavorini, scomparso a 13 anni alle 14.30 del 31 gennaio 1969, in un annoiato pomeriggio nella ricca Viareggio lontana dalle frenesie dell’estate. Qualcuno telefona a casa sua per chiedere 15 milioni di riscatto, qualcun altro è già pronto a costruire un intricato disegno di depistaggi per occultare la verità. Alle 11.45 di domenica 9 marzo il cadavere del piccolo Ermanno viene scoperto, seminascosto, tra le dune di Vecchiano.
Alle 17 di un'altra domenica, quella del 20 aprile, il caso Lavorini - così viene comunicato alla stampa dal colonnello Mario De Julio, comandante della legione dei carabinieri di Livorno - è da ritenersi "definitivamente chiuso": un sedicenne, Marco Baldisseri, ha confessato di aver ucciso Ermanno "per futili motivi". Tra confessioni, ritrattazioni, racconti di festini e "balletti verdi", false piste e colpi di scena, il caso Lavorini resterà aperto per altri otto anni, fino al 13 maggio 1977 quando la Cassazione stabilirà che ad uccidere Ermanno fu un gruppetto di estremisti neri con l'obiettivo di raccogliere fondi per la propria associazione eversiva. La brutta storia di Viareggio - che per otto anni si era impastata di sesso furtivo, orge maschili e nascosti toccamenti nel chiaroscuro di una pineta - diventa così il primo episodio di eversione ad essere consacrato dalla storia giudiziaria. Non c'entrava nulla l'omosessualità nascosta di Adolfo Meciani, ricco proprietario di stabilimenti balneari, che con la sua "duetto rossa" rimorchiava i ragazzini della pineta, esponendosi a feroci ricatti. Non c'entrava nulla neanche Giuseppe Zacconi, figlio del grande Ermete, l'attore, vittima della sua solitudine. Entrambi morti di dolore: il primo suicida, l'altro di crepacuore. C'entrava invece la Versilia. Non quella dei giochi proibiti tra i pini marittimi, ma la Versilia dove cresceva una tensione nuova e incontrollata: la contestazione della Bussola che precede di un mese la fine di Ermanno, con il giovane Soriano Ceccanti condannato alla sedia rotelle da un proiettile sparato forse dalla polizia, forse da un cliente del locale notturno e sul versante opposto la nascita - certamente per reazione - di quel laboratorio eversivo della lucchesia dove stanno già maturando le strutture più ambigue del partito del golpe: le appendici toscane del MAR di Fumagalli, la cellula nera di Mario Tuti, gli stragisti dell'Italicus.
Baldisseri, Della Latta e Vangioni - i condannati per il caso Lavorini - sono solo pedine di un gioco più grande di loro. Giovanissimi monarchici e giovani neofascisti nella Viareggio rossa. Cercano un'affermazione, la cercano nell'estremismo della politica. Si improvvisano tupamaros neri, convinti che un sacco a pelo e una tenda da campeggio bastino ad organizzare il primo sequestro politico italiano. E dietro di loro personaggi di ben altro spessore come il principe Junio Valerio Borghese che si precipita a Viareggio: il suo tentativo di colpo di stato personale – il golpe Borghese, appunto - lo tenterà un anno e mezzo dopo. E poi inquirenti che rimangono imbrigliati nella ragnatela di versioni, una diversa dall'altra, che gli imputati fanno mettere a verbale. Ed investigatori che - ad essere generosi - sono soltanto incapaci di mettere a fuoco i dettagli di quanto è accaduto su quella spiaggia, tra quelle dune, in un pomeriggio d'inverno, nella ricca Viareggio delle vacanze.
Investigatori come il col. De Julio, quello che dice ai giornalisti: "il caso è chiuso, adesso potete tornare a casa". Farà carriera il col. De Julio. D'altronde aveva cominciato bene: cinque anni prima di incappare nel caso Lavorini, nella calda estate del 1964, era stato il braccio destro del gen. De Lorenzo. Sì, proprio lui, quello delle schedature di massa, del Piano Solo e del minacciato golpe. (fonte)

Nove anni più tardi viene rapito Aldo Moro. E il papa “supplica in ginocchio” le Brigate Rosse di liberarlo. E a me si rivolta lo stomaco: chi ha supplicato in ginocchio per Ermanno Lavorini? Chi ha supplicato in ginocchio per Milena Sutter? Un uomo politico, fra i più ambigui che mai la storia italiana abbia avuto, merita che un papa si inginocchi di fronte a una banda di terroristi a supplicare per la sua salvezza, e due bambini innocenti non sono stati degni neanche di un appello da parte di Sua Santità? Quanto schifo ho provato, quanto schifo.

              

barbara




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30 gennaio 2006

RAZZISMI

Razzismo 1

Mi abborda per strada. E io lo respingo, come sempre ho respinto qualunque abbordaggio: non perché io sia – o voglia spacciarmi per – turris eburnea, ma per una questione di stile, e lo stile di chi abborda non fa per me. E lui, anziché incassare come fanno coloro che, pur sprovvisti di stile, sono almeno dotati di buon senso, o insultarmi come fanno coloro che, oltre che di stile, difettano anche di buon senso, dà il via a un rosario misto di frignamenti e imprecazioni, al centro dei quali sta il fatto che io sono razzista. Già. Perché il signore in questione ha la pelle nera, e quindi il mio rifiuto non può essere dettato altro che da bieco razzismo. Se ne deduce che, per non essere razzista, ogni volta che un nero me la chiede devo dargliela seduta stante. I bianchi i gialli e i pellerossa, invece, essendo di razza affine, posso mandarli tranquillamente in bianco senza timori e senza rimorsi.


Razzismo 2

- A me non mi dà lavoro nessuno perché sono negra e qui sono tutti razzisti!
- Dove hai provato?
- Da nessuna parte! Cosa vuoi che ci provi a fare? Tanto a me non mi dà lavoro nessuno perché sono negra e qui sono tutti razzisti.


Razzismo 3

Si sta parlando di un tale, buon conoscente suo, conoscente e basta mio. Ad un certo punto me ne esco a dire: «Ma quello è un emerito coglione». E lei attacca a strillare: «Ecco, hai visto? Sei razzista! Sempre detto, io, che tu sei razzista!» La guardo esterrefatta, non riesco a capire. Potevo aspettarmi che mi accusasse di essere volgare, di essere offensiva, di essere superficiale nei miei giudizi, ma razzista perché? Alla fine l’arcano si svela: il coglione in questione è ebreo, quindi non mi sarei mai e poi mai dovuta permettere di dire che è un coglione, per quanto coglione possa essere. Meglio ancora, credo, non mi sarei neanche dovuta accorgere che è un coglione. Tento di spiegarle che in realtà la razzista è lei che, per giudicare, prima di guardare la persona guarda l’appartenenza, ossia, detto in altri termini, la razza, ma non c’è niente da fare: ho insultato un ebreo, e quindi sono indiscutibilmente razzista. Con buona pace di chi si è battuto per l’emancipazione degli ebrei, per la loro parificazione a tutti gli altri cittadini, e contro ogni forma di discriminazione nei loro confronti.

barbara




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29 gennaio 2006

È SOLO PER VIA DI ISRAELE, NON PER GLI EBREI!

Cronologia delle principali persecuzioni subite dagli ebrei nei paesi arabi:

- 624- tribù ebraiche vengono sterminate da Maometto
- 628- gli ebrei di Khaibar (Arabia Saudita) devono versare tributi altissimi e ogni ebreo che compie 15 anni deve pagarlo.
- 700- intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.
- 845- vengono promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe.
- 845-861- El Mutawakil ordina che gli ebrei portino un abito giallo, una corda al posto della cintura e delle pezze colorate sul petto e sulla schiena.
- 900- col Patto di Omar gli ebrei vengono spegiativamente chiamati dhimmi. In base a tale Patto era proibito agli ebrei di costruire case più alte di quelle dei musulmani, salire a cavallo o su un mulo, bere vino, pregare a voce alta, pregare per i propri morti o seppellirli in modo da offendere i sentimenti dei musulmani. Dovevano portare abiti atti a distinguerli dai musulmani. Nasce qui e non in Europa il segno distintivo degli ebrei, e l'obbligo di portare pezze sugli abiti si diffonderà in tutti i paesi arabi
- 1004- Il Cairo: gli ebrei sono costretti a portare legato al collo un piccolo vitello di legno e in seguito palle di legno del peso di tre chili.
- 1006- Granada: massacro di ebrei.
- 1033- Fez, Marocco: proclamata la caccia all'ebreo. 6000 ebrei massacrati.
- 1147-1212- persecuzioni e massacri in tutto il nord Africa.
- 1293- Egitto e Siria: distruzione delle sinagoghe.
- 1301- i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo.
- 1344- Distruzione delle sinagoghe in Iraq.
- 1400- Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.
- 1428- vengono creati i ghetti (mellaha) in Marocco.
- 1535- Gli ebrei della Tunisia vengono espulsi o massacrati.
- 1650- Anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano hara (in arabo significa merda )
- 1676- distruzione delle sinagoghe nello Yemen.
- 1776- vengono sterminati gli ebrei di Basra, Iraq.
- 1785- massacri di ebrei in Libia.
- 1790-92- distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.
- 1805-15-30- Sterminio degli ebrei di Algeri.
- 1840- persecuzioni e massacri a Damasco.
- 1864-1880- continui pogrom a Marrakesh
- 1869- massacri di ebrei a Tunisi.
- 1897- massacri di ebrei a Mostganem, Algeria.
- 1912- pogrom a Fez.
- 1929- massacro della comunità ebraica a Hebron e distrutta la sinagoga.
- 1934-il governo iracheno vieta agli ebrei lo studio dell'ebraico.
- 1936- In Iraq gli ebrei vengono esclusi dagli uffici pubblici e pogrom a Bagdad.
- 1938-44- Persecuzioni a Damasco; gli assassini diventano cronici.
- 1941- in concomitanza con la festa di Shavuot pogrom a Bagdad. E poi pogrom a Tripoli, ad Aleppo, ad Aden, al Cairo, ad Alessandria, a Damasco ecc. ecc.

Si prega cortesemente di osservare che quanto sopra esposto è tutto avvenuto rigorosamente PRIMA della nascita di Israele.
NOTA: questa tabella è stata elaborata da Deborah Fait (avevo dimenticato di segnalarlo perché ho questo documento in archivio da molti anni e ormai non lo collegavo più con la sua fonte. Me ne scuso con l'interessata).


barbara




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29 gennaio 2006

ANÌ YEHUDÌ

                       

“Io sono ebreo”: queste le parole che Daniel Pearl ha dovuto pronunciare prima di essere decapitato, quattro anni fa,* davanti a una telecamera: per poter mostrare, i suoi assassini, al mondo intero quanto sono bravi, e coraggiosi; quanto sangue freddo riescano a conservare mentre con calma affondano la lama del coltellaccio nel suo collo e cominciano a tagliare, lentamente, diligentemente, meticolosamente, centimetro per centimetro (ho il video – ma non lo posterò – e l’ho visto) e alla fine brandiscono la testa e la esibiscono trionfalmente. Anì Yehudì: e pensare che ci si era illusi che tutto questo fosse rimasto sepolto nelle ceneri di Auschwitz! Quanta cecità ha colpito tutti noi, e quanto alto il prezzo da pagare per non aver voluto credere a chi – disperata Cassandra – continuava a ripeterci che non era vero! Riposa in pace, Daniel, e possa tu perdonarci per essere stati così ciechi.

* in alcune fonti ho trovato la data del 29 gennaio, in altre del 31.



barbara




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28 gennaio 2006

E MENO MALE CHE NON L’HO MAI VOTATA!

Intervistata da Gianna Fregonara sul Corriere della Sera Emma Bonino, da qualche tempo riciclatasi come esperta del mondo arabo-islamico, ci dice la sua sulla vittoria di Hamas. E, tanto per cominciare,
”In nome di quella che chiama una «politica estera più credibile, come vuole essere quella della Rosa nel Pugno», annuncia che con la Palestina di Hamas bisogna dialogare, anzi trattare. Ma con rigore.
Emma Bonino che la pensa come Andreotti?
«Parto da una considerazione molto semplice: Hamas ha vinto e ha promesso, in campagna elettorale, uno stato più efficiente, riforme, distribuzione della ricchezza. Dovrà mantenere le sue promesse e per questo avrà bisogno di riconoscimento internazionale. Quindi credo che con questi signori si debba discutere, ponendo delle condizioni molto precise e soprattutto cercando di essere credibili».
Ma che bello avere una persona che, ancora una volta – già: non è la prima volta infatti – ha in tasca la soluzione in pronta consegna a problemi che da ottant’anni sanno incancrenendo senza che nessuno riesca a trovare una via d’uscita! Una persona, soprattutto, che ha capito tutto del Medio Oriente in generale e di Hamas in particolare.

Niente sanzioni dunque, neppure se non rinunciano agli attacchi a Israele.
«Nell’immediato dobbiamo essere disponibili a sostenere lo sviluppo democratico del Paese, se verrà confermata la tregua con Israele».
Tanto, chi se ne frega se Israele dovesse essere distrutto! Chi se ne frega se Hamas è nato all’unico scopo di distruggere Israele! Chi se ne frega se anche l’ultimo degli idioti sa perfettamente che l’unico significato di tregua è “fermarsi per il tempo necessario a rinforzarsi per attaccare meglio”! L’importante è mostrare quanto siamo buoni e bravi!
Sarà un governo di terroristi o no?
«E’ un governo di gente che usa e ha usato il terrorismo. Arafat non era molto diverso.
Non è che questo sia granché, come argomento, diciamolo, signora Bonino. Visto, soprattutto, che trattare col terrorista Arafat ha avuto come unico risultato la morte di migliaia di israeliani e di palestinesi e la distruzione dell’intera economia palestinese, oltre al grave danneggiamento di quella israeliana.
Può darsi che la necessità di governare, con una nostra pressione rigorosa, li possa rendere pragmatici.
Così come ha reso pragmatico Arafat? Quanto è vero che la storia e l’esperienza non riescono a insegnare niente quando al posto di un cervello pensante si ha sul collo una testa di legno!
Il dialogo è comunque una carta che ci dobbiamo giocare. Del resto abbiamo rapporti diplomatici con l'Iran che della distruzione di Israele ha fatto una bandiera».
Vero. Ma lo stato dell’Iran non è nato allo scopo di distruggere Israele: Hamas sì.

[...]«Intanto non si possono cambiare le regole del gioco perché vincono gli avversari.
Non sono semplici “avversari”, signora Bonino: sono terroristi. Lei non vede la differenza?
[...] Hamas, come del resto Ahmadinejad in Iran ha fatto una campagna elettorale sui bisogni, sulla qualità della vita, una campagna populista, non di scontro con Israele.
Non c’era alcun bisogno di fare campagna elettorale sulla distruzione di Israele: quella fa parte dello statuto di Hamas, è inscritta nel suo codice genetico. Non c’era alcun bisogno di specificarlo perché era implicito: lei non lo sapeva, signora Bonino? Beh, i palestinesi sì.
In Palestina lo slogan era «riforme», non «vendetta»
Vendetta, signora Bonino? E di che cosa si dovrebbero vendicare, visto che sono sempre stati loro ad attaccare, loro ad assassinare donne e bambini innocenti, loro a programmare il genocidio ebraico?
chi ha votato Hamas lo ha fatto non necessariamente contro Israele ma perché Hamas è apparsa meno corrotta di Al Fatah. [...]
Chi ha votato Hamas lo ha fatto SAPENDO il che suo obiettivo primario è la distruzione di Israele. E questo è tutto. Il resto sono chiacchiere da bar Sport.

Oltre alla debolezza del governo palestinese, alla corruzione, agli occhi chiusi della comunità internazionale, ci sono delle responsabilità di Israele e in particolare di Sharon nella vittoria così schiacciante di Hamas?
«C’è ormai un gioco impazzito in cui la politica non premia più. Mi dispiace che Sharon non abbia capito l’importanza dell’ingresso di Israele nell’Unione Europea, avendo preferito lo scontro bilaterale al massimo facendo riferimento a Washington.
Prego?
Queste elezioni dicono invece che Israele debba entrare nell'Unione Europea».
Ah, a Lei dicono questo? Interessante ...
Non sarebbe vissuto come una «provocazione» nel mondo arabo?
«Non credo, perché viene fuori che in Europa le decisioni non sono unilaterali. Poi in politica ci si spiega, e se è per questo anche il muro è stato visto come una provocazione».
Del genere “ho poche idee nella testa, e quelle poche sono anche straordinariamente confuse”.
E la guerra in Iraq c’entra?
«Non c’è un rapporto diretto. Certo è che non si promuove la democrazia con mezza mano. Si fa se ci si investe, non a intermittenza e con il minimo indispensabile. Non capisco perché ci sia venuto in mente di esportare la democrazia, quando forse basterebbe sostenere quei democratici che in moltissimi Paesi arabi cercano di fare una politica meno corrotta, più liberale.
Signora Bonino ... psst ... senta, Le dico una cosa in un orecchio: nelle dittature, sa, i dittatori hanno in mano l’esercito. E la polizia. E le camere di tortura. E le spie sparpagliate ovunque. Ai dittatori, sa, i democratici, con o senza il nostro aiuto, gli fanno una pippa, come dicono in Vaticano. Infatti è per quello che i democratici scappano. Perché scappano, sa? Dall’Iraq, dall’Iran, dalla Siria, dalla Cina. Non gliel’hanno ancora detto?
Penso a tutti gli emarginati di Arafat.
Io veramente so di ASSASSINATI dagli scagnozzi di Arafat. E quelli mi sa che è un tantino difficile aiutarli, signora Bonino.
Quando furono esclusi decine di candidati democratici in Iran, nessuno protesta in Occidente, l’Onu accetta di fare la conferenza mondiale sulle nuove tecnologie e la libertà di espressione a Tunisi, dove a presiederla c’è l’ex ministro degli Interni e capo dei servizi segreti... Dovremmo essere più coerenti per essere più efficaci».
Anche a voler tralasciare il fatto che meriterebbe un’incriminazione per lesa consecutio, cara signora Bonino, che cosa ha a che fare tutto questo con la sua fiducia nel dialogo con Hamas? Non sarà che troppi scioperi della fame abbiano provocato qualche danno irreversibile al suo povero cervello già in partenza, forse, non troppo cospicuamente dotato?

barbara




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28 gennaio 2006

BAGATELLE PER UN MASSACRO

"Bisogna imparare — per non correre il rischio di rimanere più stupido, più opaco, più credulo di un vitello di una settimana — a scoprire la marca, la traccia, l'impresa, l'iniziativa degli Ebrei in tutti i cataclismi del mondo... in Europa, in America, in Asia... in qualsiasi luogo si preparano le ecatombi, la distruzione sistematica, accanita, degli spiriti e dei corpi ariani... Bisogna imparare a svelare nella pratica quotidiana, il colore, il tono, la vanagloria dell'imperialismo ebreo, della propaganda ebrea (o massonica), bisogna imparare a snidare, a determinare, in fondo a tutte le ombre, attraverso lutti i dedali parolai, attraverso le trame di tutte le calamità, dietro le smorfie, bisogna scoprire l'universale menzogna, l'implacabile megalomania conquistatrice degli Ebrei... le sue ipocrisie, il suo razzismo, talora larvato, talora arrogante, talora delirante. La sua impostura, l'enorme armamento di questo apocalissi cosmico, permanente.
Bisogna fiutare il diavolo da lontano... in tutti gli angoli... attraverso il mondo... tra i sottili paragrafi di qualsiasi fatto quotidiano apparentemente innocente... il segno del pollice, furtivo... appoggiato... segnaletico... la parola favorevole... lusingatrice... la messa in valore, francamente pubblicitaria... il denigramento sedicente imparziale... Nulla è indifferente per il Trionfo ebreo... l'addizione opportuna e anche fuori proposito di un decigrammo, di una mezza, sfumatura... per il successo della minima «presentazione» ebrea... Le facezie di qualsiasi ebreo, del più insignificante pittore ebreo, pianista ebreo, banchiere ebreo, vedetta ebrea, ladro ebreo, autore ebreo, libro di ebreo, commedia ebrea, canzone ebrea... aggiungono sempre una pietruzza, un atomo vibrante, all'edificazione della nostra prigione, la nostra prigione di ariani... Per la perfezione della tirannia ebrea, nulla è perduto. Questa colonizzazione interna si realizza con le buone o con le cattive, tra gli interessi e i ritmi ebrei del momento... In Francia, questa manomessa si mette per lo meno un po' i guanti... oh, non per molto tempo... tra poco, le carte saranno rovesciate, quelli che non saranno di quell'idea verranno senz'altro serviti e l'Ebreo apparirà agli sguardi ammirati del gregge prosternato, solido, implacabile, con la sferza in mano..."
(ripreso da camillaonline)

Questa è una pagina – una uguale a tante altre – di “Bagatelle per un massacro” di Louis-Ferdinand Céline. Spesso considerato non solo scrittore, ma addirittura grande scrittore. Il libro è uscito nel 1937: il regime nazista, a quella data, era nel pieno del suo trionfo; le persecuzioni antiebraiche diffuse, spietate e, soprattutto, legali; i primi campi di concentramento erano stati costruiti e avevano cominciato a riempirsi. La “notte dei cristalli” era alle porte, gli ebrei – chi poteva – scappavano, lo sterminio incombeva. E il signor Céline si deliziava a scrivere le sue bagatelle.

barbara


"Andiamo in Polonia per pestare (lett.: risolare) gli ebrei"




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27 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 6

CONTINUA LA POLITICA DEL DOPPIO BINARIO

Premio di poesia per la kamikaze, gaffe per il governo palestinese

"Ora tocca ai palestinesi l'onere della prova. Devono combattere le organizzazioni terroristiche, smantellare le strutture del terrorismo e dimostrare sincere intenzioni di pace per poter sedere con noi al tavolo negoziale. Il mondo aspetta la risposta dei palestinesi". Si era rivolto così Ariel Sharon alla nazione israeliana il 15 agosto. E Abu Mazen raccontava di volere fermare il terrorismo perché assicurava di avere capito che i palestinesi "adesso dovevano farla finita di distruggere e ricominciare invece a ricostruire il proprio destino". Parole, forti come quelle che si dicono nei momenti in cui la storia di un paese sta per cambiare. E se si tratta di un paese tenuto in ostaggio per 40 anni dalle bande armate dei terroristi e dall'ambiguità di un profittatore come Arafat, parole di grande speranza. Peccato però che la pratica smentisca sempre la teoria, quando si parla di uomini politici palestinesi.
Nei giorni del ritiro, esattamente lunedì 21 agosto, il ministero della Cultura dell'Autorità palestinese aveva appena pubblicato il suo "Libro del Mese", cioè una raccolta di poesie in onore della terrorista suicida Hanadi Jaradat responsabile dell'assassinio di 29 israeliani innocenti. Hanadi Jaradat viene definita "Rosa della Palestina, Iris del Carmelo, Martire di Allah". La poesia a lei dedicata si concludeva così: "Oh, Hanadi! O Hanadi! / Fa' tremare la terra sotto i piedi del nemico! / Fallo esplodere!". Non è un'iniziativa privata, ma di un ministero palestinese finanziato dall'Unione europea e dalle Nazioni unite. E questo va sempre sottolineato. Il libro è stato distribuito come supplemento speciale del quotidiano Al-Ayyam. Non basta, il giorno dopo un articolo del quotidiano ufficiale dell'Anp, Al ayat al jadida, informava i palestinesi che Hamas adesso sta reclutando donne per la guerriglia. "Non possono fare le kamikaze - diceva l'articolo - perchè una fatwa dei fratelli musulmani glielo proibisce, ma ci sono tante altre maniere di far parte della jihad come lanciare missili kassam, far parte di battaglioni armati che possono tendere imboscate ai militari israeliani.." e così via.
La politica del doppio binario scelta nel 1964 da Arafat sembra ben lungi dall'essere andata in pensione. E il doppio standard comprende anche la doppia comunicazione: quando si parla in arabo alla propria gente il linguaggio è la propaganda armata e la predicazione d'odio, quando si parla, di solito in inglese, alle tv straniere, ai media inglesi e alla stessa al Jazeera che oramai la vedono tutti in tutto il mondo con una parabola da 150 euro allora si ritorna alle rassicurazioni su una pace imminente. Sempre chiedendo a Israele di fare di più.
Ma loro, i palestinesi, che faranno per fermare il terrorismo? Per ora a parte le chiacchiere e le gaffe che contraddicono le tante promesse si è visto ben poco. E mentre hezbollah si sta approfittando del caos in atto a Gaza e nella West bank per rosicchiare un po' di territorio a sud del Libano da cui lanciare i propri attacchi assassini a Israele, un altro poco encomiabile palestinese, Abdallah Azzam, un terrorista tanto per cambiare, per fortuna ucciso in un omicidio mirato da Israele alcuni anni fa, diventa il simbolo di una nuova filiale di Al Qaeda: quella in Giordania.
Infatti la branca di Al Qaeda che agisce in Giordania e che ha rivendicato qualche giorno fa il doppio attacco al porto giordano di Aqaba e all'aeroporto israeliano di Eilat (bilancio un morto tra i soldati giordani di stanza al porto di Aqaba) ha preso il proprio nome di battaglia da questo ideologo dell'odio che in passato fu considerato il vero e proprio maestro ideologico di Osama bin Laden. Azzam infatti è stato prima un imam della fratellanza musulmana e poi uno dei fondatori di Hamas.
Era un uomo che aveva molta influenza persino sullo sceicco Ahmed Yassin e la sua opera intrisa d'odio e fanatismo è adesso diffusa in tutti i territori amministrati dall'Anp. Poi venne ucciso da Israele con un missile teleguidato. Da allora non solo è diventato un eroe per tutti i terroristi palestinesi ma anche per quelli che stanno cercando di esportare il terrorismo islamico in tutto il resto del mondo. Ecco oggi il mondo chiede ai palestinesi, oltre che di rompere con la lotta armata e con il terrorismo, di scegliersi altri simboli da commemorare e di altri esempi da esportare in tutto il resto del mondo islamico. Finché questa doppiezza e questa ipocrisia non sarà per sempre finita e bandita dalla loro cultura, parlare di pace sarà solo un esercizio di retorica e finirà per dare ragione a chi (tra cui Daniel Pipes) ha messo in guardia gli israeliani dal fare concessioni "gratis" come il ritiro da Gaza che potrebbe avere le stesse controindicazioni di quello dal sud del Libano nel 2000. All'epoca il terrorismo si moltiplicò perchè i capi della guerriglia si vendettero il passo diplomatico di Israele come una resa senza condizioni alla guerriglia degli hizbullah. Oggi la storia rischia di ripetersi.
di Giorgio De Neri
(L'Opinione.it, 27 agosto 2005)

La notizia dell’ultima ora è che Hamas ha vinto le elezioni palestinesi, e il mondo intero si straccia le vesti, preoccupato, come minimo, disperato, in molti casi. Ma davvero pensiamo che ne valga la pena? Davvero siamo convinti che se avesse vinto Al Fatah, guidato da Mahmud Abbas, nome di battaglia Abu Mazen, la pace avrebbe qualche chance in più? Chi, dopo questi sei significativi ritratti del “pragmatico” e “moderato” e “uomo del dialogo” Abu Mazen non fosse ancora sufficientemente convinto, è cortesemente invitato a cliccare il link della costituzione di al Fatah, qui a lato: non la incollo qui, perché sono certa che qualcuno mi verrebbe a dire che “quella è roba vecchia”, e che “ho fatto bene a postare quella roba perché così si vede ancora meglio quanto siano cambiate le cose”, e che “è ora di smetterla di rimuginare sul passato, adesso è tempo di guardare avanti”. Quindi niente copia/incolla. Andate a leggerla nel suo sito, così avrete la certezza che quella è la costituzione di Al Fatah in vigore OGGI. Oltre un anno dopo che è morto Arafat. Oltre un anno dopo che il partito e l’Autorità Nazionale Palestinese sono stati presi in mano dal moderato, pragmatico, uomo del dialogo Mahmoud Abbas, NOME DI BATTAGLIA Abu Mazen. Buona lettura.

Oggi è il 27 gennaio, stabilito da una legge del parlamento italiano come giornata della Memoria. Io non l’ho celebrata. Un po’ perché io non ho giorni fissi per ricordare ciò che ricordo in tutti i giorni dell’anno. Un po’ perché ritengo che tentare di tenere in vita gli ebrei vivi sia, se non più importante, sicuramente più urgente che ricordare gli ebrei morti. Parlerò anche di loro, certo. Presto. Ma oggi no. Invito comunque tutti coloro che preferiscono le date canoniche a guardare questo stupendo filmato preparato dal bravissimo Domenico.

barbara




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26 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 5

La televisione palestinese: Non abbiamo rinunciato a Netanya e Tel Aviv

Nonostante le reiterate promesse alla cerimonia di Sharm el-Sheikh, l’impegno di Abu Mazen di fermare l’incitamento alla violenza e all’odio sulla televisione ufficiale dell’ANP è già stato violato venerdì scorso.
Alla fine di gennaio Abu Mazen ha visitato gli studi della televisione palestinese, istruendo il direttore di attenuare l’incitamento così come i programmi troppo complimentosi nei suoi confronti. Venerdì scorso la televisione palestinese ha trasmesso un sermone che espone il progetto di distruzione dello stato ebraico. Il Palestinian Media Watch (PMW) ha tradotto in inglese e pubblicato il sermone.
Il direttore di PMW Itamar Marcus ha spiegato: «L’Autorità Palestinese, nei suoi messaggi in arabo al proprio popolo, ha sempre negato il diritto di Israele ad esistere, e ha spesso presentato il processo di pace come una tattica che porterà alla distruzione di Israele. Questo obiettivo è stato ripetuto venerdì, alla televisione dell’Autorità Palestinese, nel sermone ufficiale».
Il sermone è stato pronunciato dall’imam Ibrahim Muydris. L’imam ha spiegato che il limite del processo diplomatico è che esso può riconquistare solo i confini di Israele del 1967. Ha detto che in una seconda fase l’ANP conseguirà il suo obiettivo della completa distruzione di Israele – il “ritorno ai confini del 1948” e le città di “Haifa, Jaffa, Lod, Ramla, Natanyah [Al-Zuhour] e Tel Aviv [Tel Al-Rabia]”.
Quello che segue è il testo del sermone del venerdì, trasmesso dalla televisione ufficiale dell’ANP il 4 febbraio 2005.
«Non amiamo nessuna terra più della terra di Palestina. Se gli ebrei non ci avessero espulsi da essa con i loro aerei, con i loro carri armati, con le loro armi, con i loro tradimenti, noi non ti avremmo mai lasciata o Palestina (Cita Maometto, che ha promesso che sarebbe ritornato alla Mecca come conquistatore).
Noi ti diciamo, Palestina, che ritorneremo a te, ad Allah piacendo. Noi ritorneremo in ogni villaggio, in ogni città, e ad ogni granello di terra che sia stato bagnato dal sangue dei nostri nonni e dal sudore dei nostri padri e delle nostre madri. Ritorneremo, ritorneremo. La nostra volontà di ritornare ai confini del 1967 non significa che abbiamo rinunciato alla terra di Palestina. No!
Noi vi chiediamo: abbiamo diritto ai confini del 1967? Ne abbiamo il diritto. Perciò realizzeremo questo diritto con qualunque mezzo si renda necessario. Noi possiamo essere in grado di usare la diplomazia per tornare ai confini del 1967, ma non saremo in grado di usare la diplomazia per ritornare ai confini del 1948.
Nessuno al mondo riconosce i confini del 1948 [prima dell’esistenza di Israele]. Pertanto ritorneremo ai confini del 1967, ma ciò non significa che abbiamo rinunciato a Gerusalemme, Haifa, Jaffa, Lod, Ramla, Natanyah [Al-Zuhour] e Tel Aviv [Tel Al-Rabia]. Mai.
Ritorneremo ad ogni villaggio da cui siamo stati espulsi, ad Allah piacendo. Tutte le leggi internazionali negano i veri confini palestinesi. Noi potremmo essere d’accordo, ma in nome di Allah, il sangue dei nostri nonni esige che ritorniamo ad essi [confini]. Il sangue dei vostri padri è stato versato lì, nei villaggi, ad Ashqelon, ad Ashdod, a Hirbia [un villaggio fra Gaza ed Ashqelon, dove oggi sorge il kibbuz Zikim] e in altri luoghi, centinaia di villaggi e città. [Il loro sangue] lo pretende da noi, e maledirà chiunque conceda un granello di terra di quei villaggi.
La nostra approvazione a tornare ai confini del 1967 non è una concessione sui nostri diritti. No! Questa generazione non può raggiungere questo traguardo, ma verranno altre generazioni, e la terra di Palestina esigerà che i palestinesi ritornino come Maometto è ritornato: da conquistatore».

(Palestinian Media Watch, 9.2.2005. Traduzione mia)

barbara




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26 gennaio 2006

COME NON DETTO

Ho riflettuto a lungo, prima di prendere questa decisione. A lungo e intensamente. Ma alla fine ho deciso che lo dovevo fare.
Quando mi è stato proposto di partecipare a un progetto di blog “femminile”, non ho chiesto a nessuno quale fosse il suo orientamento politico: ingenuamente, stupidamente, pensavo che non avesse alcuna importanza. Credevo, ingenuamente, stupidamente, che l’obiettivo fosse quello che mi era stato detto: parlare di tematiche femminili al femminile. Proporre il nostro modo di vedere e di affrontare le situazioni che ci riguardano, senza pregiudiziali. Mi ero sbagliata, a quanto pare: quando il blog ha aperto i battenti ho scoperto che si trattava di un blog politicamente orientato. Un blog con un’etichetta. Un blog che si dichiarava esplicitamente “di destra”. Un blog in cui NON (evidenziato in lettere maiuscole) si prevedeva la possibilità di altri orientamenti. Un blog in cui – e questa volta sono io ad evidenziarlo – NON c’è posto per me. Io non sono di destra, né mai potrei esserlo, ma non è questo il punto. Io non ho alcun problema a collaborare con persone di destra: l’ho fatto in passato, lo sto facendo al presente, continuerò a farlo in futuro. Il problema è che mi ripugna l’etichetta. L’etichetta in sé: anche un’etichetta di sinistra mi creerebbe forte disagio. E mi ripugna, almeno altrettanto, la mancanza di rispetto da parte di chi ha deciso di imporre il proprio marchio a uno spazio che doveva essere di tutte. Mi ripugnano l’arroganza, la prevaricazione, il sopruso, la violenza. Ho atteso qualche giorno prima di prendere una decisione definitiva, per vedere se potevo trovare modo di digerire questa cosa, ma vedo che proprio non posso: più passa il tempo e più mi ripugna.
Tutto questo è per dire che dal blog “Quote intelligenti” barbara se n’è andata. E mi si perdonerà se non lo faccio in punta di piedi: le punte dei piedi me le sono consumate a forza di tirar calci per difendermi dalle mancanze di rispetto, dall’arroganza, dalle prevaricazioni, dai soprusi, dalle violenze incontrati nella mia ormai lunga vita. Buon lavoro a chi rimane. Io passo e chiudo.

barbara




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25 gennaio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 1

Ci sono stata per due semestri, come docente di italiano all’università di Mogadiscio, negli anni 1986 e 1987. Un’esperienza straordinaria, unica, indimenticabile. Ho raccontato in dieci post – nove dei quali scritti nelle ultime settimane di permanenza e uno subito dopo il mio ritorno – vari episodi e aspetti della mia vita lì. Ora vorrei fare qualche riflessione, a quasi vent’anni di distanza.
Terra sfortunata come poche altre, quella di Somalia, con una natura matrigna che l’ha dotata di un suolo avaro, e decenni di colonizzazione italiana. Che non è stata quella robetta all’acqua di rose che ci hanno raccontato i nostri edulcoratissimi libri di storia. Le colonizzazioni italiane fanno impallidire la ferocia di quelle inglesi e francesi e reggono il paragone solo con quella belga: in Libia abbiamo istituito campi di concentramento in cui non c’erano camere a gas, è vero, però in compenso non si dava da mangiare. E infatti non ci sono stati sopravvissuti. E abbiamo lasciato circa dieci milioni di mine, che continuano ad esplodere ancora oggi. In Etiopia, scoperto che le bombe chimiche facevano danno solo dove cadevano, si è scelto di irrorare di gas campi e fiumi e pozzi e laghi, in modo che la gente potesse continuare a morire anche dopo. E in Somalia sono state attuate razzie, come gli americani facevano in Africa quattro secoli fa, per catturare schiavi. E varie altre cosine. C’erano un sacco di poliomielitici che chiedevano l’elemosina, quando ci sono stata io: i medici italiani avevano ripetutamente tentato di attuare campagne di vaccinazione, ma l’esperienza che i somali avevano fatto degli italiani era tale da indurli a ritenere ogni cosa che venisse da loro come una diavoleria di cui diffidare. Io avevo il “mio” poliomielitico personale: gli davo sempre qualcosa e, quando avevo tempo, mi accucciavo vicino a lui e facevamo due chiacchiere. Naturalmente anche a lui, come a tutti, avevo raccontato di essere sposata altrimenti, in assenza di un padrone maschio meritevole di rispetto, sarei stata alla mercè di chiunque avesse avuto voglia di prendermi. E lui si crucciava per la mia mancanza di figli e pregava tutti i giorni Allah, mi assicurava, perché me ne mandasse almeno una dozzina. Mi è però capitato di incontrare anche alcuni ferventi fascisti e mussoliniani. Il boy che si è occupato della mia casa negli ultimi mesi di permanenza, per esempio, un arabo sulla sessantina che lavava, stirava, rammendava, faceva i letti, puliva, faceva la spesa, cucinava e mi cantava “Faccetta nera”. E parlava con entusiasmo di quando c’era il governo fascista. Ricordo anche un altro tizio, che girava stracarico di carabattole da vendere: salutava tutti col saluto fascista e raccontava a tutti quelli che lo volevano sentire – e anche agli altri, per la verità – che “Mussolini non è morto, Graziani non è morto, il papa (Pio XI) non è morto: sono di là del mare e un giorno torneranno, e io prego perché quel giorno venga presto”.
A tutte queste disgrazie si è poi aggiunta la dittatura di Siad Barre, uno dei più spietati e sanguinari dittatori della seconda metà del secolo scorso, abbondantemente sostenuto e foraggiato dal governo Craxi, con Andreotti e poi De Michelis agli esteri. Sanguinario e corrotto, naturalmente, perché le due cose vanno sempre di pari passo. Ricordo, per esempio, quando è arrivata una nave di riso mandata dal governo italiano – ossia roba pagata coi nostri soldi. L’ho visto quando l’hanno scaricato: chilometri di camion stracolmi di sacchi di riso. Un mese dopo un chilo di riso costava l’equivalente di uno stipendio mensile di un professore di scuola media, di un impiegato di banca, di un poliziotto: tutto quello che avevamo mandato era andato a riempire le dispense di Siad Barre e, in parte, distribuito all’esercito, e in tutta la Somalia non si trovava un chicco di riso se non quello che i soldati si rivendevano, appunto, a quel prezzo osceno. Il che è esattamente quello che sempre succede con gli aiuti che vengono volenterosamente mandati al terzo mondo. Perché non è che in quei posti si muoia di fame e poi, in più, ci siano le dittature: lì ci sono le dittature e PER QUESTO si muore di fame. E tutto ciò che viene mandato viene impiegato unicamente a rafforzare le dittature e a tenere le popolazioni nella miseria e nella fame, in modo che non abbiano forza sufficiente a ribellarsi. La Somalia non faceva eccezione.

barbara






Alcuni dei miei studenti




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24 gennaio 2006

PAROLE MALATE 5

A mio modesto parere

E poi “a mio modesto (modestissimo) avviso”, “secondo la mia umile (umilissima) opinione” e via modestizzando e umilizzando. E io mi chiedo: ma se sei così profondamente convinto che il tuo parere non vale un piffero salmistrato, come diavolo ti permetti di abusare del mio tempo venendomelo a proporre?! Ma sei proprio di una presunzione e di un’arroganza senza limiti!

barbara




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23 gennaio 2006

FIOCCO ROSA

Ebbene sì, fiocco rosa: vi annuncio la nascita di un nuovo blog. Si chiama "Quote intelligenti" e a lato trovate il bannerino con il link. Siamo tutte donne, e parleremo di tematiche femminili al femminile. Ma a visitarci e a commentare sono naturalmente invitati tutti.

barbara




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23 gennaio 2006

ABBATTERE ISRAELE SENZA UNA BATTAGLIA

di Ze'ev Schiff, settembre 2002

Il problema di come battere Israele senza dover pagare un prezzo pesante, è il soggetto su cui gli strateghi arabi continuano a focalizzare le loro energie.
Gli Arabi hanno tentato di sconfiggere Israele lanciandole una guerra dopo l'altra, ma anche se l'hanno colto impreparato non sono riusciti a distruggerlo. Un'altra strategia che hanno tentato è la via delle guerriglia, del terrorismo e della sollevazione popolare. Anche questa strategia è risultata fallimentare o almeno non ha portato al successo sperato, né durante il periodo dei fedayn degli anni 50, e neanche nel periodo della Intifada organizzata dall'OLP.
Quando Israele decise di ritirarsi dal sud del Libano, senza raggiungere nessun accordo, per la pressione terroristica degli Hezbollah, questo fu percepito nel mondo arabo, e specialmente tra i palestinesi come una vittoria. Quel ritiro israeliano ha alimentato l'immaginario di molti arabi che oggi cullano l'idea che la miglior strategia per sconfiggere Israele è operare secondo il modello degli Hezbollah.
Recentemente si comincia a parlare di una strategia differente, che si potrebbe chiamare l'infiltrazione demografica. Questa strategia è stata presentata in due articoli apparsi nel giornale Al Hayat che si stampa a Londra. Il loro autore è Wahid Abd Al-Magid, editore del rapporto strategico annuale, pubblicato dal prestigioso centro di studi politici strategici egiziano: Al 'Aharam. Secondo Al-Magid, il successo di questa strategia dipende in larga misura, ma non esclusivamente, dagli arabi attualmente cittadini israeliani. Per questo lui chiama tutto il mondo arabo a mostrare un atteggiamento più favorevole nei confronti degli arabi che vivono in Israele perché prevede che entro il 2035 loro costituiranno la maggioranza della popolazione in Israele.
Ma, lui sostiene che non c'è bisogno di aspettare e di fidarsi solamente della crescita demografica degli arabi. Lui consiglia di accelerare il processo tramite un'ondata d'infiltrazione demografica che deve essere favorita da tutto il mondo arabo. Quest'ondata deve portare ad infiltrare in Israele decine di migliaia di palestinesi, i quali dovrebbero sposare delle donne che fanno parte della popolazione araba rimasta in Israele dopo il 1948, e quindi con cittadinanza israeliana. Quest'autore si richiama certamente all'ondata di stupore che ha colpito i palestinesi e gli arabi di fronte all'ondata dell'immigrazione di massa degli ebrei dall'Unione Sovietica verso Israele, un'ondata che ha ristretto il margine favorevole agli arabi in questa corsa demografica con gli ebrei. Così lui propone che insieme all'infiltrazione demografica gli arabi dovrebbero sabotare gli sforzi dell'Agenzia Ebraica di persuadere gli ebrei a trasferirsi in Israele. Gli arabi dovrebbero "chiarire" ai candidati ebrei per l'immigrazione in Israele che i pericoli e le fatiche di vivere in Israele superano di gran lunga le difficoltà nei loro paesi d'origine.
Secondo Al-Magid, la spontanea corrente d'infiltrazione demografica araba verso Israele non è sufficiente. Lui propone di pianificare ed organizzare quest'infiltrazione specialmente dalla Giordania e dall'Egitto. In linea con il suo obbiettivo lui incita la creazione di una Palestina che sarà araba, piuttosto che uno stato multietnico: "La Palestina araba, i cui residenti ebrei potranno vivere sotto le ali della nostra cultura araba, e fruire di uno status di pari dignità, non saranno più oppressori o oppressi".
L'autore ha sfortunatamente dimenticato di spiegare a quale cultura si riferisce. Parla della cultura araba attualmente in vigore in Algeria, Arabia Saudita, Sudan, Siria o Libano?
Per raggiungere questo scopo Abd Al- Magid sostiene che si dovrà esercitare su "Tel-Aviv" della pressione esterna per ridurre la sua capacità di intraprendere le misure necessarie per porre fine, o ridurre la minaccia demografica. Lui propone che se Israele tenta di prevenire quest'ondata di infiltrazione demografica bisognerebbe accusarlo di razzismo.*
Nel frattempo una forma d'infiltrazione demografica si sta già attuando. Questa varietà di infiltrazione demografica araba non ha la caratteristica di quella attentamente programmata da Al-Magid, ma è un flusso spontaneo che è cominciato dopo la firma degli accordi di Oslo.
Tra 50000 e 60000 palestinesi, giordani ed egiziani, si sono ormai stabilizzati in Israele, prendendo residenza nelle comunità arabe-israeliane.** Alcuni di loro sono stati coinvolti in atti di terrorismo e di assassinio di ebrei israeliani. Questo fenomeno rappresenta l'attuazione attraverso la porta posteriore di quello che i palestinesi chiamano il "diritto di ritorno". Le forze di difesa israeliane chiamano questi infiltrati: residenti illegali.
Quando palestinesi con documenti giordani vengono presi in Israele le autorità giordane rifiutano di farli rientrare in Giordania. Se vengono trasferiti in Cisgiordania, semplicemente si reintrufolano in Israele. Se vengono trasferiti nella Striscia di Gaza, che è più recintata, questa possibilità di reinfiltrazione è più remota. Questo fenomeno è uno dei fallimenti più gravi che Israele ha dovuto subire ed è doppiamente grave se si considera la situazione dell'intifada armata. Israele deve affrontare questo fenomeno in un modo deciso, militare, ma forse dovrebbe cambiare anche la sua legislazione.

                           
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Questo è un articolo del più autorevole commentatore politico- militare del giornale che è la bibbia della sinistra israeliana.
Un commentatore che ha sostenuto gli accordi di Oslo, la pace con Arafat, che finalmente è giunto anche lui a capire che l'obbiettivo strategico degli arabi era ed è rimasto l'annientamento di Israele e la costruzione di una "democrazia islamica" al suo posto.
E' molto significativo che Schiff sottolinei l'uso strumentale delle accuse di razzismo verso Israele- che servono proprio allo scopo di ridurre le misure di difesa di Israele.

* e ciò è puntualmente avvenuto: quando lo stato di Israele, per contrastare questa strategia, ha introdotto una legge che rende non più automatica l’acquisizione della cittadinanza israeliana mediate matrimonio, si è immediatamente gridato – e non solo fra i palestinesi – al razzismo.
** un’altra fonte precisa che dagli accordi di Oslo all’inizio del 2001 si sono infiltrati in Gaza e Cisgiordania oltre 400.000 arabi, principalmente da Egitto e Giordania. Quando l’avevo letto mi ero chiesta: ma se sotto lo spietato tallone di ferro dell’infame occupante sionista si sta così maledettamente male, cosa diavolo ci sono venuti a fare? Poi ho letto quest’altro articolo e ho trovato la risposta.

barbara




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22 gennaio 2006

IL TEMPO: DIALOGO ESTEMPORANEO

[...] Temo inoltre che non ti sarebbe di alcun aiuto né alla comprensione né alla tolleranza della tua situazione. Comunque, tanto per usare una delle vostre categorie, diciamo pure che sono il TEMPO, il tuo Tempo, il Tempo per tutti coloro che mi ritengono una entità esistente, il Tempo di tutti coloro che mi temono, così come di coloro che mi corteggiano. Che devo dirti, siete esseri ben strani voi umani, prima mi definite asetticamente “nozione che organizza la mobile continuità di stati in cui si identificano le vicende umane e naturali”, poi però, all'occorrenza parlate di me come di un'entità vera e propria dotata di un suo volere e di sue meccaniche mentali. Il Tempo vola. Il Tempo è un grande medico. Il Tempo risana ogni piaga. Ma dimmi una cosa, chi credete veramente che io sia ? Uno dei vostri Dei immortali e onnipotenti? O forse è proprio così, io sono l'unico dio, l'unico dio che voi riconoscete, a cui voi riconoscete presenza di spirito, capacità di danno, essenza immanente nel corso della vostra vita reale, Tempo di cottura, Tempo di lavorazione, primo Tempo, Tempo di reazione, il Tempo incalza e stringe, andate a Tempo! Io sono sempre con voi, vicino a voi, di me fate ciò che volete anche, e soprattutto, ciò che di negativo in quel momento volete, perdere Tempo, rubare Tempo, non aver Tempo, prendersi e prender Tempo. E se qualcuno mai vi dirà che avete fatto il vostro Tempo, tremate al pensiero di cosa vi stia per succedere. Ma in ogni caso ciò che è evidente è che comunque sia non saprete decidervi perché se il Tempo viene sempre per chi lo sa aspettare è altrettanto vero che chi ha Tempo non aspetti Tempo così come ogni cosa va fatta a suo Tempo. Forse cercare di capirvi è veramente Tempo perso, come il ricercare inutilmente una metrica che uniformi la vostra vita: alla ricerca del Tempo perduto, ovviamente...

Hai dimenticato un paio di cosette piuttosto importanti, il che la dice piuttosto lunga sull'accuratezza con cui tratti certi argomenti. Innanzitutto hai dimenticato che il Tempo è il naturale alleato della paglia nella cosmica impresa di far maturare le nespole e già questa, sinceramente, mi sembra una dimenticanza assolutamente imperdonabile. In secondo luogo che il Tempo è, come noto, il padre di tutti gli dei, ma d'altra parte è anche denaro il quale, a sua volta, è lo sterco del diavolo, il che crea una contraddizione difficilmente dipanabile. In terzo luogo che, mentre "il Posto" è delle fragole, "il Tempo" è indiscutibilmente delle mele (mele? melle? boh) il che va doverosamente precisato allo scopo di evitare spiacevoli conflitti di competenza. Ma, d'altra parte, se il Tempo è delle mele, come la mettiamo col Tempo di Marco Caco? Hai inoltre trascurato di approfondire l'esatto significato dell'espressione "a Tempo debito": si deve intendere nel senso che il debito deve essere attribuito al Tempo? E in tal caso è associabile all'espressione "il Tempo è denaro"? O forse "debito" si deve intendere come participio passato, nel significato di "dovuto"? E a chi, in questo caso, sarebbe dovuto? Forse a Berlusconi che sa sempre cosa farne, così come del denaro e di tante altre cose? E perché non parli dei Tempi morti, in cui l'entità, in occasione del trapasso, addirittura si moltiplica? E il Tempo di dimezzamento? E che cos'è un Tempo scaduto? Un Tempo andato a male che non si può più mangiare? O un Tempo di cui non si ha più stima? Perché il "tuo" Tempo dice che facciamo di lui ciò che vogliamo, quando è noto a tutti che il Tempo è tiranno? E perché esistono i Tempi duri mentre non esistono né Tempi molli, né Tempi teneri? E infine, che cosa significa "Tempo al Tempo"? E' una pura e semplice tautologia? E' una profonda verità che a noi comuni mortali non è dato di penetrare? E' una vaccata senza significato buttata lì da qualche coglione che aveva semplicemente del Tempo da perdere?
No, ragazzo, decisamente non ci siamo, se vuoi essere promosso devi assolutamente studiare di più.

E mentre stiamo qui a cazzeggiare sul Tempo, il tempo passa, e arriva il momento in cui ti accorgi che per molte, per troppe cose è davvero inesorabilmente scaduto. Nessuno ti aveva avvertito che sarebbe successo e tu non hai fatto attenzione. Improvvisamente diventi consapevole del fatto che non ce n’è più e che tutti i giochi, d’ora in poi, si giocheranno senza di te. E farsene una ragione non è per niente, ma proprio per niente facile.

barbara




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22 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 4

Che ruolo gioca Abu Mazen?

Mentre i media riferiscono con entusiasmo, qualche volta misurato, il famoso incontro tra Ariel Sharon e Abu Mazen a Sharm el Sheikh, l'orientalista Yeshua Méiri fornisce un quadro piuttosto diverso della situazione.
In effetti, ha rivelato in ebraico alla redazione di Aroutz Shéva che il nuovo capo dell'Autorità Palestinese è stato invitato recentemente a recarsi a Teheran. Ha aggiunto che Abu Mazen sperava di convincere i dirigenti iraniani a non porre più il loro veto "terroristico" sul processo diplomatico in corso nella regione. Gli iraniani hanno invitato Abu Mazen la settimana scorsa, e gli americani sono stati immediatamente informati di questa proposta.
Per Méiri, Abu Mazen accarezza la speranza di arrivare a Washington fra qualche settimana avendo in tasca un messaggio delle autorità iraniane in cui si dichiarerebbero pronte ad accettare il proseguimento del processo nella regione. Abu Mazen spererebbe di evitare in questo modo tutte le tappe previste in partenza dalla Road Map per sottoporre Israele a delle pressioni internazionali.
I punti essenziali del piano di Abu Mazen sono già stati trasmessi alle autorità iraniane la settimana scorsa attraverso l'intermediario dell'ambasciatore dell'Iran ad Amman. Dopo aver ricevuto il messaggio, gli iraniani hanno consentito alle organizzazioni terroristiche di cui dirigono le operazioni di accettare un "cessate il fuoco" di due mesi. Questa misura ha spinto l'amministrazione americana a pubblicare venerdì scorso un comunicato in cui annunciava che per il momento non aveva in programma delle offensive contro le installazioni nucleari dell'Iran.
Abu Mazen arriverebbe allora a Washington con un'altra promessa di Teheran. I dirigenti iraniani potrebbero avviare dei pour parler sulla loro forza nucleare, ponendo come condizione che anche Israele sia sottomessa al controllo dei suoi reattori atomici. Questa esigenza sarebbe allora sostenuta da tutti i paesi arabi e dall'Unione Europea.
Tutti i passi intrapresi da Abu Mazen concordano, sempre secondo Méiri, con il piano che ha esposto per la prima volta il 19 gennaio 1991 durante una conferenza della Lega Araba al Cairo. Secondo questo programma, "è possibile eliminare Israele con mezzi pacifici in 15 anni". La strategia iraniana messa in atto in questo momento si inscrive perfettamente nel quadro di questo piano. Ariel Sharon è considerato in questo contesto come "l'ultima cartuccia nel caricatore d'Israele".
Durante un colloquio con Ahmed Bacher a Gaza, appena due settimane fa, nel corso di discussione su una tregua provvisoria (chiamata Hudna), Abu Mazen si è espresso così: «Non abbiamo alcuna chance contro Sharon se continuiamo gli attentati, perché su questo argomento ha tutto il mondo dalla sua parte. Dobbiamo cercare di traversare senza danni il periodo di Sharon e in seguito mettere in esecuzione il nostro grande piano». Abu Mazen avrebbe anche affermato: «Se mi lasciate seguire la via che ho proposto, fra 10 anni Israele non esisterà più». D.o non voglia!
(Arouts-7, 8 febbraio 2005 - trad. www.ilvangelo.org)

barbara




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21 gennaio 2006

E A PROPOSITO DI BAMBINI

Vi ricordate di Erika, la sedicenne di Novi Ligure che qualche anno fa ha assassinato con un centinaio di coltellate la madre e il fratellino? Nessuno ha capito perché, hanno sempre detto. Eppure a me la storia sembra chiara come il sole. E vi propongo le mie osservazioni sul caso.
1.  Il padre: la prima cosa che ha detto è che le vuole TANTO bene e non vede l’ora di riportarsela a casa. Non importa se gli ha assassinato moglie e figlio, l’importante è riportarsi a casa Erika. AL PIÙ PRESTO. Non suona un po’ strano?
2. 
La grafologa: ha detto che fino a 14 anni Erika era stata una ragazzina assolutamente normale. Poi le è accaduto qualcosa di terribile, che l’ha completamente stravolta. Che cosa potrà mai essere questa cosa così terribile accaduta a una ragazzina tutta casa scuola e chiesa?
3. 
Il sesso: due ore di sesso al giorno. Tutti i giorni. Voi conoscete qualcuno che abbia il bisogno fisico di una tale quantità di sesso? Non assomiglia, più che a uno scarico ormonale, a una sorta di rito purificatore?
4. 
Omar: anche lui (come me) ha sostenuto che Erika faceva sesso con suo padre.
5. 
La madre: credo si possa tranquillamente escludere che una madre non si accorga che suo marito va a letto con la figlia. Soprattutto se lo fa per due anni di fila. Soprattutto se è una che si vanta di sapere anche quante volte sua figlia fa pipì.
Nel frattempo l’infame assassina Erika sta in galera e il suo povero dolce infelice tenero coraggioso papà si gode la compassione e la solidarietà di una nazione intera.

barbara




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20 gennaio 2006

AVVISO AI NAVIGANTI

Si informano i signori visitatori che in questo blog gli insulti non sono tollerati. Pertanto i commenti che ne contengano sono stati, sono e saranno eliminati. Chi non è in grado di condurre una discussione - pur se aspra - in modo corretto, attaccando gli argomenti (possibilmente con altri argomenti, e non con slogan e proclami) dell'interlocutore e non la persona dell'interlocutore, ed evitando riferimenti sessuali che nulla hanno a che fare coi temi trattati ma servono unicamente ad involgarire gli insulti e ad abbassare a livelli infimi il tono della discussione, è cortesemente pregato di andare a discutere altrove. Grazie.

barbara




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19 gennaio 2006

ANCORA E ANCORA E ANCORA ...

I giudici hanno deciso: per Haleigh Poutre è giunta l’ora di morire, il tubo dell’alimentazione potrà essere staccato. Haleigh Poutre ha 11 anni e si trova in uno stato vegetativo. Come Terry Schiavo, ricordate? Ma Haleigh, a differenza di Terry, non è stata ridotta così da un destino cieco e crudele, no. Haleigh è ridotta a una povera cosa inerte per essere stata selvaggiamente pestata dai genitori adottivi. ADOTTIVI. Non due che si sono ritrovati per sbaglio con un figlio tra i piedi: loro erano due che avevano VOLUTO essere genitori. Due che avevano SCELTO di essere genitori. Che avevano scelto di essere genitori DI QUELLA BAMBINA. Voleva fare la ballerina, l’hanno ridotta come un cespo di lattuga. Più inutile di un cespo di lattuga. Forse, alla fine, decideranno di staccare la spina. O forse no. Non cambierà niente, in ogni caso. Resterà, in ogni caso, un corpo inerte, una vita distrutta – come milioni di altre vite – da adulti per i quali un bambino non è un essere umano ma solo uno strumento a poco prezzo per sfogare tutta la propria perversione, tutta la propria malvagità, tutto il proprio odio. Spesso, troppo spesso, con la complicità di chi vede e sente e non muove un dito . E domani leggeremo del prossimo caso. E dopodomani del successivo e poi ancora e ancora e ancora, in un martirio senza fine.

barbara




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19 gennaio 2006

NON CI POSSO CREDERE

Sento alla radio che Adriano Celentano ha querelato Piero Chiambretti: pare che il Chiambretti abbia mandato in onda un’imitazione di Celentano senza chiedere l’autorizzazione al suddetto signor Adriano Celentano. Ho capito bene? Chiedere l’autorizzazione? Chiedere l’autorizzazione?? CHIEDERE L’AUTORIZZAZIONE???

barbara




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19 gennaio 2006

CINA: LA RISCOSSA, LA SPERANZA

Riporto integralmente l’articolo di Fabio Cavalera pubblicato nel Corriere della Sera.

La contadina Zhang ha 26 anni, è mamma di una bambina e di un bambino che ha voluto a tutti i costi perché, tradizione cinese delle campagne, un maschio aiuta la famiglia a coltivare la terra. La legge che regola il controllo delle nascite non le consentiva la doppia maternità e i funzionari del suo villaggio nella provincia dello Hunan avevano provato a dissuaderla. Imponendole persino l'obbligo di abortire. Ma lei si è rifiutata e ha lanciato una sfida. Per questo motivo l'hanno definita, alcuni giornali, «la guerrigliera della gravidanza». Non è un caso isolato. Le «guerrigliere della gravidanza» contestano lo Stato.
La politica del figlio unico è stata applicata spesso al limite (e oltre) dei diritti fondamentali della donna e dell'uomo. È un'arma controversa di pianificazione demografica che mette in discussione la libertà delle famiglie; che si porta dietro il tristissimo fenomeno - per altro illegale - degli aborti selettivi dei feti di sesso femminile sia nelle aree rurali, in quanto una ragazza non è ritenuta idonea al lavoro pesante nei campi, sia nelle città, in quanto prevale la mentalità medioevale della «superiorità del maschio»; che è causa del «traffico di minori» nel quale secondo le Nazioni Unite sarebbero coinvolti in Cina ogni anno 250 mila fra donne e bambini.
Pur tuttavia la scelta compiuta nel 1979 e ratificata nella legge matrimoniale del 1981 poi ritoccata nel 2002 - riforma che ha attenuato il ricorso alla sterilizzazione obbligatoria - ha offerto alla Cina la possibilità di contenere gli effetti della bomba demografica e di curare la piaga della povertà e della fame. Le conseguenze positive sono state due: maggiore scolarizzazione, maggiore ricchezza alimentare.
Oggi quella stessa politica, che obbliga a un unico concepimento e che in caso di violazione impone il pagamento di una multa del valore medio di 15 mila euro oltre alla perdita di sussidi sociali, è però sotto pressione. Il miracolo dello sviluppo suggerisce alcuni cambiamenti. Persino i vertici dello Stato, in ciò sollecitati dalla Commissione per la pianificazione familiare che ha il mandato di fissare le quote nazionali e provinciali del tasso di natalità, hanno condiviso l'opportunità della revisione. La liberalizzazione, però, è un passaggio difficile in quanto deve fare i conti con la disomogenea applicazione delle norme attuali e con la diversa sensibilità culturale che caratterizza le componenti della dirigenza cinese.
Nelle metropoli, dove cresce il benessere, le maglie si sono già allargate. Ad esempio una donna non deve più chiedere al datore di lavoro il permesso alla gravidanza. E gli interventi sono più mirati al convincimento che alla imposizione. Nelle campagne la situazione è differente. La verifica della politica del figlio unico è affidata alla discrezionalità delle autorità locali, le quali si appropriano della delega per trasformarla in esercizio del loro potere. La stessa Commissione nazionale per la pianificazione ha dovuto ammettere che nello Shandong fra il marzo e il luglio del 2005 settemila donne sono state sterilizzate contro la loro volontà e addirittura alcune costrette a partorire bimbi morti.
Nelle campagne non vi è politica di prevenzione ma solo repressione e violenza. Questa storia ci racconta un fenomeno che sta uscendo dall'anonimato. Zhang Yulan non avrebbe potuto portare a compimento la seconda gravidanza che è ammessa nelle aree rurali se il primo figlio è femmina e solo dopo un intervallo di tempo di quattro anni dal parto. Sua figlia ne aveva poco più di uno. Così, una volta saputo dai test che era in attesa, è scappata d'accordo con il marito in un villaggio vicino per difendere la maternità. Quando i responsabili della comunità di origine hanno scoperto come stavano le cose, l'hanno raggiunta e le hanno detto: devi abortire.
Era già al settimo mese ma non hanno voluto sentire ragione. L'hanno accompagnata di forza all'ospedale da dove è riuscita di nuovo a fuggire. Il marito, per punizione, è stato licenziato. E il suo capoufficio degradato. I 300 colleghi di lavoro si sono visti raggiungere da una multa del valore di 100 euro, l'equivalente di una mensilità di stipendio. Una vendetta dimostrativa.
Zhang Yulan è riuscita ugualmente a partorire. Gli ospedali della provincia dello Hunan avevano ricevuto l'ordine di non prestarle assistenza. Lei è andata in una piccola clinica e in anticipo sui tempi previsti ha dato alla luce un maschietto. Non era mica finita. Tornata a casa, la coppia di genitori ha trovato le ultime sorprese. Quarantacinquemila yuan di multa (poco meno di 4500 euro). E l'espulsione immediata dai ranghi del Partito comunista. Pensavano, i dirigenti del villaggio, di avere avuto ormai partita vinta. Invece Zhang, guerrigliera contadina «indegna» di stare nel partito, ha parlato. E ha rotto il codice della omertà. Trovando la solidarietà dell'intero villaggio.

Quattromilacinquecento euro di multa. Quasi quattro anni di stipendio. Più alcune altre notizie, altrettanto agghiaccianti, se non di più, che non conoscevo. Eppure allarga il cuore questo articolo, che mi ha fatto piangere, che mi ha commossa, che mi ha emozionata, che mi ha riempita di speranza: qualcuno ha detto no. Qualcuno sta ritrovando il coraggio di dire no. Qualcuno è riuscito a far uscire la notizia, così come qualcuno era riuscito a fare uscire le foto del post precedente. Forse (forse) non tutto è perduto.

barbara




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18 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 3

Il premier palestinese non è un moderato

Di Jeff Jacoby
The Boston Globe
30 marzo 2003

In cambio di un ritiro delle truppe statunitensi e britanniche, Saddam Hussein manda a dire che è pronto a dividere un po’ del suo potere con un membro anziano della cerchia ristretta baathista. Anziché mantenere il controllo assoluto sull’Iraq, Saddam acconsente a nominare Tariq Aziz suo vice ufficiale. L’incarico comporterà qualche limitata autorità, come il diritto di nominare i membri del Gabinetto senza l’approvazione preventiva di Saddam. Ma Aziz terrà l’incarico su beneplacito di Saddam, dal quale continueranno a prendere ordini le forze di sicurezza. Vi sembra un buon affare? Del tipo di democratico “regime change” che George W. Bush e Tony Blair sarebbero lieti di accogliere? No, naturalmente. Ogni piano che lasci al potere Saddam o i suoi accoliti sarebbe un’ignominiosa sconfitta e un vergognoso tradimento del popolo iracheno. Qualunque altra cosa comporti il cambio di regime a Baghdad, dovrà quanto meno allontanare il dittatore e i suoi complici dal potere.
Perché dovremmo accontentarci di qualcosa di meno a Ramallah?
In un messaggio dello scorso giugno, Bush ha invocato una radicale trasformazione dell’Autorità Palestinese. «La pace richiede una nuova e diversa leadership palestinese» ha detto, promettendo che gli Stati Uniti non avrebbero sostenuto la nascita di uno stato per i palestinesi fino a quando non avranno «nuovi leader, leader non compromessi col terrorismo» e non avranno costruito «una democrazia basata sulla tolleranza e sulla libertà». Era una richiesta di un cambiamento di regime in tutti i sensi, e il suo significato era chiarissimo: Yasser Arafat e i suoi complici dovevano essere allontanati dal potere.
Tuttavia quando all’inizio di questo mese Arafat ha nominato Mahmoud Abbas – suo compagno da sempre nelle organizzazioni terroristiche Fatah e OLP – quale nuovo primo ministro palestinese, l’amministrazione è stata tutta sorrisi. «Lo accogliamo con favore - ha detto raggiante il segretario di stato Colin Powell – Questo, penso, è un positivo passo in avanti». Il consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice ha detto che Abbas sarebbe stato il benvenuto alla Casa Bianca. E non è sembrata curarsi del fatto che Arafat sia rimasto saldamente a capo dell’Autorità Palestinese, che i nuovi poteri di Abbas sarebbero stati fortemente limitati, o che un’ANP guidata da Arafat e Abbas era la cosa più lontana che si possa immaginare da “nuovi leader, leader non compromessi col terrorismo”.
Anche la stampa ha toni positivi.  Abbas, riferisce Ibrahim Hazboun in una storia molto diffusa, è «un veterano avvocato della pace con Israele, e il più aperto critico dell’insurrezione iniziata 29 mesi fa». Pochi giorni dopo il suo collega ha qualificato il nuovo primo ministro come «pragmatico e moderato», definendo la sua nomina «la prima vera promessa della fine del sanguinoso conflitto israelo-palestinese».
Ma Abbas non è più moderato di Tareq Aziz, e nonostante la sua reputazione di “avvocato di pace” ha apertamente fatto appello alla violenza contro Israele.
Gli articoli su Abbas ricordano abitualmente che è conosciuto col nome di battaglia “Abu Mazen”. Nessuno o quasi nota l’anomalia di un presunto costruttore di pace che usa un nome di battaglia. Meno ancora hanno notato che non più tardi di quattro settimane fa ha chiarito che non sostiene la fine del terrorismo contro Israele.
Il 3 marzo, commentando il recente summit dell’OLP al Cairo con Hamas e Jihad islamica, Abbas ha detto al quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat: «Non abbiamo parlato di interrompere la lotta armata. ... Abbiamo il diritto di resistere. L’intifada deve continuare e il popolo palestinese ha il diritto di resistere e di usare tutti i mezzi possibili». La sua unica riserva è che il terrorismo dovrebbe essere limitato ai territori contesi: Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est. Questo è il tipo di “moderazione” di Abbas.
A Camp David nel 2000 Abbas è stato fra coloro che hanno spinto Arafat a rifiutare la proposta di pace israeliana, informa il politologo Dan Schueftan, già consigliere di Yitzhak Rabin. I palestinesi non devono rimpiangere di avere rifiutato l’offerta israeliana del 95 per cento della terra, ha poi detto Abbas, «perché il 95 per cento non è il 100 per cento». E insiste non solo sul fatto che Israele deve cedere ogni pollice della terra occupata per autodifesa nel 1967 – compresa la città vecchia di Gerusalemme e i luoghi santi ebraici – ma anche che a milioni di palestinesi deve essere dato un illimitato diritto di immigrare in Israele. Questo, naturalmente, significherebbe la fine dello stato ebraico – esattamente ciò che il Fatah e l’OLP hanno perseguito per 40 anni.
Un inflessibile radicale che sostiene il terrorismo non è né un moderato, né un avvocato di pace – anche se parla un buon inglese e porta abiti di buon taglio. Il complice di tutta una vita di Yasser Arafat non è un esempio di democrazia e tolleranza. Un’Autorità Palestinese guidata dagli stessi terroristi che l’hanno guidata fin dall’inizio – anche se con un lieve spostamento di poteri e portfolio – non è una “nuova e diversa leadership palestinese”.
Come gli afgani meritano qualcosa di meglio del mullah Omar e dei suoi delinquenti talebani, come gli iracheni meritano qualcosa di meglio di Saddam e del suo commando baathista, così i palestinesi meritano qualcosa di meglio di Arafat e Abbas. Il presidente Bush era stato fermo su questo punto lo scorso giugno. Non è tempo di tentennare.
L’indirizzo e-mail di Jeff Jacoby's è
jacoby@globe.com (traduzione mia)

barbara




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17 gennaio 2006

RICORDI DI SOMALIA 10

Il mercato

Innanzitutto un consiglio ai carnivori: non andate al mercato della carne: potreste diventare, nel giro di pochi secondi, i più feroci vegetariani della storia dell'umanità. Anche i mercati degli altri generi alimentari, se siete di animo sensibile e delicato, fareste meglio ad evitarli. Per tutti gli altri mercati, invece, se la quintessenza del caos non vi impressiona, non c'è problema.
Alla base di ogni acquisto, naturalmente, c'è la contrattazione: in Somalia -­ come in tanti altri posti, del resto -­ si contratta praticamente tutto: dal prezzo della carne a quello di una stoffa, dalla corsa in taxi alle medicine in farmacia, alla benzina, alle contravvenzioni. Contrattare è un'arte raffinatissima, che richiede conoscenze non superficiali di mercato, di psicologia, di diplomazia, nonché dosi spesso notevoli di pazienza. Se si conosce qualche parola somala, è utile usarla: i cooperanti italiani, per lo più, sembrano convinti di trovarsi ancora in una colonia italiana, e non paiono molto propensi a fare sforzi per imparare la lingua, né tanto meno per capire la mentalità e i costumi locali. Tanto più dunque, i somali si mostrano riconoscenti a quei pochi volenterosi. Può così accadere che un oggetto, che non sono disposti a cedere per cinquecento, e neanche per five hundred, siano poi dispostissimi a lasciarvelo per shan boqol (=500) scellini somali. Per qualche parola somala sono pronti a mollare tutta la mercanzia che hanno in mano e correre ad abbracciarvi, riempiendovi di complimenti, quanti non ne avete ricevuti in tutta la vostra vita.
La prima cosa da fare, quando chiedono il primo prezzo, è mostrarsi scandalizzati per l'enormità della cifra: ciò dimostra che avete il senso del valore del denaro, e vi procura l'immediata stima del venditore, che scenderà subito a più miti propositi. Se poi la cifra
richiesta è addirittura spropositata, la cosa migliore è mettersi a ridere. Accettare subito la prima richiesta sarebbe certamente più comodo, ma può anche essere estremamente offensivo per il venditore, che si sente, in un certo senso, imbrogliato.
I mercati più noti e pittoreschi sono quelli del Sinai e di Barxadda Yaasiin, ribattezzata dagli italiani "Piazza degli Orafi". In quest'ultimo le donne, sedute su bassi sgabelli, stendono per terra le loro merci, per lo più stoffe e profumi, sotto il portico che circonda la piazza. Ci passi e ripassi, decine di volte, e ti limiti a trovarlo pittoresco; ma poi arriva il momento in cui ci passi per l'ultima volta, prima della partenza, e ti sorprendi a pensare che forse non lo rivedrai mai più e allora ti accorgi che l'anima ti sta andando a brandelli. Ti riguardi, una per una, quelle facce sorridenti, speranzose, suadenti, quelle mani che sollevano le stoffe, in una muta offerta, quel turbinio di colori; aspiri avidamente tutti gli afrori del mercato africano, fatti di profumi, di essenze, di frutta marcia, di umanità faticante. Sarebbe ora di andare, su, siamo ragionevoli, adesso è ora di andare, e ti ritrovi a supplicare ­- chi? ­- come sulla soglia della ghigliottina:
"Ancora un momento, ti prego, solo un momento ..." Vedi una donna che ti fa grandi gesti con le braccia, e la riconosci: sì, è quella da cui una volta avevi dimenticato gli occhiali da sole. Eri tornata a cercarli il giorno dopo, giusto per avere la coscienza di averlo fatto, non certo per la speranza di ritrovarli. E lei ti vede arrivare, ti fa un gran sorriso, prende una grande borsa e ne tira fuori, sì, proprio i tuoi occhiali da sole. E rifiuta l'offerta di una mancia. "Ma costano tanti soldi ­- le spieghi tu, europea -­ e se non li trovavo dovevo ricomprarli". E lei ti guarda stupita: "Erano tuoi, li hai lasciati qui: perché non dovevi trovarli?” ti chiede con semplicità. Provi ad insistere, ma lei ti dice, con dolcezza, ma fermamente: "No, io vendo le stoffe, non ho fame". E tu non vorresti, davvero non vorresti fare una figura tanto idiota, in Somalia non piangono neanche i bambini, ma ormai non puoi più impedirtelo, stai già piangendo fra le sue braccia robuste che sanno di mamma. E di regina. E ogni volta che passi di lì, anche dopo un anno, si sbraccia per salutarti, anche se non le hai più comprato niente: come se avesse un debito di riconoscenza con te.
No, probabilmente non la rivedrai più, né lei, né quella con cui hai intrattenuto una lunga conversazione, un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ in somalo, un po’ a gesti. Né l'omino con cui hai litigato per più di mezz'ora per strappargli il prezzo "giusto". Sicuramente non li rivedrai più. Ma è davvero un peccato così grave versare una lacrima su un mercato africano?

barbara


il mercato di Bondereeh


il mercato di via Roma




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17 gennaio 2006

FORSE NON TUTTI SANNO CHE

A proposito di soldi, intifada, disperazione, annessi e connessi, questo vecchio articolo ripescato dai miei archivi che ben poco hanno da invidiare al mitico pozzo di San Patrizio, può essere utile a chiarire qualche idea.

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe.* Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito pro capite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenendo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari (15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di Ramallah o sul mare di Gaza city.** O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader , tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.
(Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02)

NOTA: Libero non fa parte delle mie letture abituali e trovo alquanto faziose alcune sue posizioni in politica interna. Può essere pertanto legittimo dubitare dell’imparzialità delle sue prese di posizione anche in fatto di politica estera; ma quanto riportato in questo articolo sono dati oggettivi, e come tali vanno presi.

* ho in archivio numerosi documenti di palestinesi che esprimono opinioni identiche a quelle dei due citati nell’articolo, che possono perciò essere considerate comuni a una notevole fetta dell’opinione pubblica palestinese
** per chi non lo ricordasse e per i visitatori più recenti, qui altri dati e foto

barbara




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16 gennaio 2006

PRAGA, 16 GENNAIO 1969



Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...
(Francesco Guccini, Primavera di Praga)


Jan Palach (nato in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, l'11 agosto 1948), studente di filosofia, assistette con simpatia alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Questa esperienza, però, fu repressa militarmente dalle truppe del Patto di Varsavia, ed in particolare dall'Unione Sovietica, in pochi giorni. Per protestare contro quell'iniziativa bellica, Palach prima fondò un gruppo di volontari anti-URSS e successivamente decise di cospargersi il corpo di benzina in piazza San Venceslao a Praga, appiccando il fuoco con un accendino (16 gennaio 1969).
Decise quindi di suicidarsi morendo carbonizzato, ma preferì non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri politici), che tenne in uno zaino molto distante della fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa: "Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà". Questo clima portò a drammatiche conseguenze: almeno altri sette studenti, tra cui l'amico Jan Zajíc, seguirono il suo esempio e si tolsero la vita, anche se la notizia non è sicura poiché le TV locali non le diedero tanta importanza.
(ripreso e adattato da Wikipedia)

Jan Palach morì il 19 gennaio 1969, dopo tre giorni di agonia (
e per quei tre giorni, l'Unità mantenne la notizia fra le righe, fuori dal titolo; solo il giorno dei funerali concesse la prima pagina). I suoi funerali, celebrati il 25 gennaio 1969, vennero seguiti da quasi un milione di persone.


La sua tomba divenne presto un luogo di culto, dove i dissidenti del regime comunista andavano a porgere il loro silenzioso saluto in segno di protesta contro la dittatura. Le autorità cecoslovacche, preoccupate per questo crescente fenomeno di massa, decisero, nel 1973, di allontanare le spoglie di Palach e traslare i resti del suo corpo a Vsetaty, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.
Dopo il crollo del comunismo e la caduta del Muro di Berlino, la figura di Palach, messa in ombra da decenni di dittatura, venne rivalutata, al punto che nel 1990 il presidente della Repubblica Cecoslovacca Vaclav Havel gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.


Oggi, una moltitudine di circoli e associazioni studentesche portano il suo nome e lo ricordano come un martire, morto per difendere i suoi ideali.
Dal mese di ottobre del 1990 le sue ceneri si trovano nel cimitero di Olsany, a Praga.

barbara




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15 gennaio 2006

SOLDI DALLE ONG ALLE FAMIGLIE DEI TERRORISTI SUICIDI

Di sospetti ce ne sono sempre stati, e anche qualcosa di più di qualche sospetto. Adesso questo articolo di Francesco Battistini ed Erica Dellacasa sul Corriere di oggi spazza via ogni dubbio residuo.

È un palazzo qualunque del Ponente ligure. Un pianoterra che dà su Bolzaneto, appena fuori Genova. Targa: «Abspp. Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese». Manifesti in arabo, i computer, il fax. Cinque persone al lavoro. Un’organizzazione non governativa come tante. Di quelle che raccolgono aiuti per i Territori. Che mandano soldi agli orfani. Che sostengono gli ospedali. «Viste così, sembrano tutte uguali - dice Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana -. In realtà, l’Abspp e altre ong fanno quel che faceva già Saddam Hussein: mandare soldi alle famiglie dei kamikaze». Operazione Collette del Terrore. Da più di due anni, un’indagine s’aggira per l’Europa. Parte da Londra, attraversa Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Francia, Germania, Austria, Italia e arriva dritta a Jenin, Cisgiordania, nei cortili della «capitale dei kamikaze» palestinesi. Il 25 settembre, durante un raid dell’esercito nei vicoli della casbah, nella rete è caduto Ahmad «Abu Asama» Saltana, 43 anni, da nove il capo della «Lijant Amual in Alqasat», la charity di Jenin (fuorilegge dal 2002) che distribuisce la solidarietà spedita da tutto il mondo. A Saltana, uomo di Hamas, una condanna a tre anni (1993-’96) per attività terroristiche, sono stati sequestrati 9 milioni di euro. E il corpo speciale che indaga sul terrorismo internazionale, l’Iscu, è sicuro: «Quei soldi, raccolti in Europa fra le ong, sono stati usati per "risarcire" le vedove e gli orfani di kamikaze che hanno colpito Israele». Ci sono le prove, dice il capitano Rosenfeld: 50 mila dollari sarebbero finiti alla famiglia di Izzedine al Masri, lo shahid ventitreenne di Hamas che il 9 agosto 2001 si fece saltare nel centro di Gerusalemme, pizzeria Sbarro, 15 morti, uno degli attentati più scioccanti che Israele ricordi.
A Jenin siamo stati dove abitava il kamikaze, non lontano dalla casa di Ahmad Saltana. Gente apparentemente povera, bimbi che giocano alla guerra, foto del «martire» dappertutto. Un cugino che ancora piange a parlare di quei giorni. Conosce l’uomo arrestato, ma non va oltre: «Ci hanno aiutato in tanti, dopo che gli israeliani ci hanno demolito il ristorante. Soldi, certo. Ma da dove venissero, non so». L’Interpol e l’Iscu di Gerusalemme hanno idee più precise: gli euro che Saltana ha girato ai parenti del kamikaze di Sbarro verrebbero dagli uffici londinesi di Interpal, la grande organizzazione umanitaria vicina a Hamas sotto osservazione già nel 1997, la stessa sostenuta da George Galloway, il deputato inglese «amico di Saddam». Interpal, è l’ipotesi degli investigatori, sarebbe collegata a una rete d’associazioni pro Palestina che organizzano collette in Gran Bretagna (Human Appeal International), in Francia (Cbsp), in Austria (Al Aqsa Establishment) e appunto in Italia, nelle sedi dell’Abspp a Genova e in via Venini, a Milano. L’aiuto umanitario per coprire altro? «È probabile che i singoli donatori siano in buona fede e non sappiano dove finisca davvero il loro denaro - dice il capitano Rosenfeld - ma chi sta a capo delle ong lo sa esattamente».
Il fondatore e capo dell’Abspp è, dal 1998, un architetto palestinese di 40 anni, Mohammad Hannoun. Ci riceve nell’ufficio di Bolzaneto e sgrana gli occhi, quando sente dell’inchiesta che lo riguarda. Dice di non conoscere Saltana e mostra un pacco di documenti con nomi e cifre. Fondi a vedove e orfani, ospedali e scuole, 558.645 euro solo nel rendiconto 2003: «Usiamo conti correnti, tutto legale. Sappiamo dove va ogni soldo. Può sembrare brutto, ma chiediamo a ogni famiglia di firmare una ricevuta anche per un semplice pacco. È tutto documentato: gli israeliani ci diffamano perché vogliono tagliare ogni fonte d’aiuto ai palestinesi». Ma è vero o no che tra le vedove e gli orfani che aiutate ci sono anche i parenti dei kamikaze? «Noi aiutiamo chi ha bisogno. Moltissimi bambini. Anche figli di collaborazionisti degli israeliani, rimasti orfani. Che cos’è un orfano, dopotutto? Un bimbo senza genitori. E si chiede a un orfano chi era suo padre? I figli dei mafiosi devono vivere per forza in una strada, abbandonati a se stessi, per diventare come i loro padri? O è meglio che ricevano un’educazione, che siano assistiti?». Che cosa pensa dei kamikaze, architetto Hannoun? «Se voi rimaneste senza famiglia e senza casa, perché ve l’hanno distrutta; se i vostri figli fossero morti e voi non aveste più niente; se foste voi stessi vittime di violenze, disperati, che fareste? Non vi fareste saltare in aria anche voi?».

E figuriamoci se dal capo dell’associazione benefica poteva venire fuori una risposta, un sì o un no. Figuriamoci se dal capo dell’associazione benefica non veniva fuori il solito mantra vittimista. Figuriamoci se dal capo dell’associazione benefica non veniva fuori la solita infame e ipocrita assoluzione per i terroristi assassini.

barbara




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15 gennaio 2006

SUCCEDE

Avevo scritto questa cosa l’anno scorso, nell’altro blog. Poiché oggi sono vent’anni esatti, la ripropongo.

Succede che uno nasca in Iraq. Succede che diventi un giovane, brillante ingegnere, con una sfolgorante carriera davanti a sé, ma che questo non gli basti: vorrebbe qualcosa di più. Vorrebbe, per esempio, la certezza che se non uccidi, non rubi, non imbrogli, non violenti, non spacci droga, in galera non ci vai; che se ci finisci perché hai combinato qualcosa, non ti si interroghi con la fiamma ossidrica; che le leggi su cui contare siano quelle scritte: cose così, vorrebbe. Che in Iraq non ci sono, e così succede che decida di scappare. Non da solo: scappa con il suo più caro amico: l’amico di sempre, quello con cui ha diviso l’asilo, la scuola, i giochi, le prime ragazze, tutto. Decidono di andare in Iran, non perché apprezzino Khomeini, ma semplicemente perché è la frontiera più vicina, poi da lì scapperanno da qualche altra parte. Succede che lui riesca a passare, ma il suo amico no: il suo amico ci rimane, sotto le fucilate delle guardie di frontiera. E così si ritrova solo come un cane, in questo paese straniero. Succede che di lì a un po’ lo prendano, “straniero nemico”, in quanto appartenente a un paese con cui c’è una guerra in atto, e quindi automaticamente “spia”. Prigione, fame, sporcizia, torture, infine condanna a morte. Succede che padre e fratelli, scappati prima di lui e sparsi per mezzo mondo, lo vengano a sapere, riescano a mobilitare Amnesty International e che questa riesca a far sospendere l’esecuzione. Non, però, l’ultima macabra e atroce farsa: al condannato viene comunicato che è giunto il momento di eseguire la sentenza: viene portato fuori, messo al muro, bendato, mentre davanti a lui si posiziona il plotone d’esecuzione, il quale spara dieci centimetri sopra la sua testa. Il condannato torna nella sua cella, con la testa spolverata di neve. Succede che finalmente ne venga decretata l’espulsione. Scalo a Roma - dove anche l’anonimo terreno di un aeroporto diventa qualcosa da baciare, religiosamente, in ginocchio, arrivo a Londra, dove finalmente rifiorisce la speranza di costruirsi una vita degna di questo nome.
Succede che ti guardi con compatimento mentre tu ripeti come uno stupido pappagallo cose lette e sentite; e quando ti metti a cantare le lodi del tuo Cavaliere Senza Macchia E Senza Paura sbotti a dire: «Arafat? Ma sei scema? Ma davvero tu credi che le cose stiano così? Davvero pensi che si batta gratis per la causa? Ma tu da dove ti immagini che gli arrivino i soldi? E ti immagini che chi glieli dà, glieli dia in cambio di niente? Ti immagini che a quella gente freghi qualcosa dei palestinesi?» E capita così che, grazie a un arabo musulmano che conosce la storia e che non odia né gli ebrei, né Israele, le tue granitiche certezze sulla Grande E Nobile Causa Palestinese e sulla cattiveria di Israele comincino a incrinarsi.
Capita che un giorno dica: «Non mi sento tanto bene». Capita che dopo qualche tempo dica: «È leucemia».
Capita che per molto, molto tempo ancora, ogni volta che chiudi gli occhi risenti dentro il tuo corpo il movimento di quel corpo caldo, vibrante, appassionato. Vivo. Quel corpo che da vent’anni ormai si sta sfacendo sotto un metro di terra londinese.
Grazie, Jawad.



barbara




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14 gennaio 2006

E BELLA ANCHE CUBA

Intervista a Oliviero Diliberto accompagnata dai commenti dell'esule cubano portavoce per l’unione delle libertà a Cuba Joel Rodriguez.

Intervista a Oliviero Diliberto Segretario Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani
Realizzata da Marco Papacci Segretario circolo di Roma Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba

Roma 14 dicembre 2005

D): Con le dovute differenze culturali, storiche, geografiche e politiche, cosa prenderebbe del sistema cubano per adottarlo in Italia?
R): Sicuramente il sistema di protezione sociale, che è il più avanzato non soltanto di tutta l’America Latina, il che non è molto difficile visto lo stato degli altri paesi, ma anche rispetto a molti paesi occidentali, o cosiddetti occidentali. Penso al sistema sanitario, al sistema della protezione del lavoro, che sono avanzatissimi. Non è un caso che Cuba venga attaccata parlando di Diritti Umani, dimenticandosi, naturalmente sono in malafede quelli che l’attaccano, che il grande tema dei Diritti Umani inizia dal diritto alla vita, ad una vita decente, ad una vita dignitosa per tutti e non soltanto per ristretti gruppi di privilegiati come nel resto del mondo.
Joel Rodriguez commenta:
Appunto, On. Diliberto, “vita decente, ad una vita dignitosa” e soltanto questo quello che vuole il popolo cubano, il non doversi prostituire e vendere per sopravvivere; a Cuba il ristretto gruppo di privilegiati si riduce a Fidel Castro e i suoi colonnelli e generali, il resto della popolazione vive in una miseria totale. Di quale sistema di protezione sociale mi parla On. Diliberto, di quale sanità? quella cosa allo sfascio la vuole chiamare sanità? Vorrei vedere se in Italia ci fosse un sistema sanitario come quello cubano, in quale ospedale andrebbe lei e i suoi compagni caro On? Lei per caso non sa che a Cuba manca il personale medico e infermieristico negli ospedali, perché sono in “missione” umanitaria in Venezuela, costretti ad andare in Venezuela in cambio di pretodollari e per fare indottrinamento politico alla popolazione?

D): A Cuba, alcune tipologie di cittadini (tra cui, ad esempio i lavoratori di zuccherifici dimessi o in via di ristrutturazione), hanno la possibilità di scegliere tra un nuovo lavoro e frequentare l’università o corsi professionali, in questo secondo caso, ricevono comunque un salario. Sa di altri paesi nel mondo in cui si adotta questo stesso principio?
R): Ovviamente no. E’ un principio avanzatissimo. Se vogliamo è un principio che potrebbe tranquillamente trovarsi nella nostra Costituzione repubblicana che vogliono smantellare perché è il principio del diritto al lavoro, connesso con il diritto all’istruzione. In Italia ci fu negli anni ’70 dopo la grande vittoria dello Statuto dei lavoratori, un esperimento non così avanzato ovviamente, ma altrettanto interessante che era quello delle cosi dette 150 ore. Cioè 150 ore di lavoro retribuite come lavoro per quegli operai che andavano all’università o comunque volevano apprendere nelle istituzioni scolastiche italiane. Naturalmente è durato poco perché gli imprenditori non accettano l’idea che i lavoratori siano istruiti, per un motivo molto semplice che alcuni si dimenticano, che la cultura è lo strumento più formidabile per avere conoscenza, per avere consapevolezza dei propri diritti, quindi andava abolito.
Joel Rodriguez commenta:
On. Diliberto, se in Italia -o in qualunque altro posto- i lavoratori guadagnassero 15 dollari al mese e lo Stato più di mille dollari per ogni lavoratore (come nel caso delle compagnie straniere che hanno affari nell’isola), sicuramente qualunque stato si potrebbe permettere di mandare a “studiare” i lavoratori per un periodo. Se non altro, Diliberto, questo si chiama sfruttamento dei lavoratori. Oltretutto, lo studio nelle mani del regime non è altro che un continuo indottrinamento, è l’arma che usa per mantenere la popolazione schiava. Chiama lei insegnamento quello del regime cubano, dove è vietato leggere libri di Gandhi?

D): In Italia, il PDCI è l’unico partito che sostiene con coerenza il sistema di governo cubano, cos’è che vi fa mantenere questa posizione (sicuramente non troppo comoda nello scenario politico italiano) di costante rispetto nei confronti della Rivoluzione Cubana, cos’è che vi porta a non unirvi a tutti gli altri partiti- nessuno escluso- schierati contro i “sistemi” di Fidel Castro, “il dittatore che mangia i bambini”?
R): Basterebbe quello che ho detto sino adesso per giustificare la difesa di Cuba. In realtà aggiungo un’altra cosa. Noi siamo coerentemente antimperialisti, parola che non si usa più, neanche tra quelli che si dichiarano comunisti in altri partiti. E’ il punto chiave. Cuba non viene attaccata perché c’è una presunta “dittatura”, perché se fosse questo il motivo, gli Stati Uniti dovrebbero attaccare mezzo mondo. Cuba viene attaccata proprio perché è un simbolo per tutti coloro che nel mondo non si sono arresi. E quindi va difesa, vorrei dire quasi a prescindere, perché è la garanzia che si può sconfiggere l’imperialismo. Per altro il simbolo è particolarmente rilevante proprio perché è una piccola isola, a 90 miglia marine dagli Stati Uniti d’America e questi non sono riusciti a eliminarla in tutti questi anni ed è straordinario tutto quello che è successo.
Joel Rodriguez commenta:
On. Diliberto capisco, l’antimperialismo può essere la scusa di qualunque dittatore per mantenersi al potere, con la patente di antimperialista si possono violare tutti i diritti di questo mondo, incluso quelli che lei sostiene di difendere, dei lavoratori.
Forse lei ha ragione Cuba e un simbolo, un simbolo per dimostrare al mondo dove porterebbe un sistema governato con le vostre idee.
Diliberto non ci prendiamo per il culo, gli americani non hanno voluto eliminare il dittatore Fidel Castro, cosa trova di straordinario, tutte le fucilazioni, tutti gli intellettuali in esilio, la popolazione che preferisce perdere la vita in mare per arrivare negli USA piuttosto che continuare a vivere nel “paradiso socialista comunista o castrista”?

D): Alla luce della sentenza del tribunale di Atlanta che dichiara nullo il giudizio tenutosi a Miami contro i Cinque cubani con cui li si condannava a più ergastoli senza alcuna prova a sostegno delle accuse, lei crede nel sistema giudiziario statunitense? Crede che questo possa andare oltre le fortissime pressioni politiche, tutte assolutamente contro i Cinque cubani, restituendogli finalmente la libertà?
R): Io ho una scarsa fiducia nel sistema giudiziario statunitense, anche perché avendolo visto da vicino, nella vicenda della liberazione di Silvia Baraldini, come dire ho scarsa fiducia. Tuttavia è comunque un successo l’annullamento di quella sentenza. Io lessi a suo tempo le motivazioni delle condanne, erano aberranti, anche dal punto di vista della giustizia degli Stati Uniti d’America che si proclama “garantista”. Per avere un processo equo, dovrebbe tenersi lontano dalla Florida, e se fosse possibile con degli osservatori internazionali. Per quanto ci riguarda, come Partito dei Comunisti Italiani, continueremo a sostenere la causa dei Cinque patrioti, che tra l’altro avevano ricevuto delle sentenze con delle pene accessorie di cui non parla nessuno, come per esempio il divieto di incontrare i propri familiari, cosa che dovrebbe urtare la coscienza democratica di qualunque persona perbene. Adesso lasciamo stare la categoria destra o sinistra, qualunque persona perbene. Occorre che l’opinione pubblica stia bene attenta a quello che succede appunto nel prossimo processo che si farà negli Stati Uniti, in modo tale da far sentire a quel tribunale, che non sappiamo ancora quale sarà, che comunque non possono fare quello che gli pare.
Joel Rodriguez commenta:
On. Diliberto, lei ha poca fiducia nel sistema giudiziario statunitense, però è un po' contraddittorio quando poi dice della “liberazione di Silvia Baraldini”. Come mai un sistema giudiziario così poco affidabile libera un presunta terrorista? Mi dica, crede che a Cuba l’avrebbero liberata una Baraldini? Le prigioni cubane sono piene di persone per il solo fatto di pensare liberamente, o di esprimere le loro idee in maniera pacifica. E non vengono liberate anche se non ci è mai stato un processo. Ma lei difende il regime castrista è ha poca fiducia nel sistema giudiziario americano. Non ce dubbio, mi devo impegnare di più a far capire agli italiani chi è realmente lei.
On. Diliberto, perché non ha mai chiesto degli osservatori internazionali per il processo contro i dissidenti cubani? Sono esseri umani i dissidenti cubani, non meritano pure loro un processo equo?
On. Diliberto, vedo che lei segue di pari passo il regime cubano, non perde una virgola del longevo dittatore cubano (c'era qualche dubbio?) Però la differenza tra lei e il dittatore e che lui a Cuba se lo può permettere, ha il controllo sull’informazione, e al popolo cubano non è permesso di conoscere la realtà. Qui in Italia è diverso, nonostante i comunisti come lei controllino ancora l’informazione (perché così è e lo dimostra il caso cubano), la gente ha la libertà di usare internet (a Cuba no) informarsi, cercare la verità.
E proprio cercando questa verità si renderanno conto delle sue bugie prese dal regime: non sono 5 gli arrestati nella Red Avispa, bensì 14, On. Diliberto e lei lo sa bene. Sa bene che il regime parla solo di 5 perché gli altri hanno confessato, hanno riconosciuto che il loro lavoro non era solo di spiare (poi mi dica del polverone che lei stesso alzerebbe in Italia se venisse a sapere che ci sono spie americane dentro al suo paese), il loro lavoro consisteva nell’attentare contro membri dei diversi gruppi oppositori al regime di Fidel Castro radicati a Miami, erano implicati anche nell'abbattimento da parte del regime castro-comunista di un piccolo aereo civile in acque internazionali.
“Signor” Diliberto, se vuole le fornisco le identità degli altri arrestati e condannati dal sistema giudiziario americano; penso che anche loro siano innocenti, vista la sua poca fiducia in quel sistema giudiziario. Oltre ai 5 (Gerardo Hernandez; Ramon Labañino; Antonio Guerrero; Fernando Gonzalez; Rene Gonzalez), lei puo trovare anche Joseph Santos; Amarilys Silverio; Alejandro Alonso; Nilo Hernandez; Linda Hernandez. Erano anche questi parte della stessa rete.
Poi non si dimentichi anche Juan Pablo Roque, pure lui spia della stessa rete, ma è riuscito a scappare a Cuba cosi come José Rafael Brenes.
La saluto On. Diliberto, augurandomi che questa mia arrivi a quanti più italiani possibile, così potranno rendersi conto delle bugie del paladino delle libertà e dei diritti dei lavoratori, nonché sostenitore di chi i lavoratori li schiavizza e non permette un sindacato indipendente.

Joel Rodriguez

L’intervista al signor onorevole Oliviero Diliberto è stata pubblicata in questo bellissimo sito “con Fidel senza se e senza ma”. L’intervista con l’aggiunta dei commenti si trova invece qui.

barbara




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13 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 2

Tentando di “ripulire” Abu Mazen

Haggai Huberman di “Arutz-7” riporta che ufficiali governativi hanno ordinato al portavoce dell’IDF di togliere dal sito dell’IDF un’intervista con Abu Mazen in cui egli esprimeva sostegno agli attacchi terroristici contro Israele. [...] Il file è stato nel sito fino a questa mattina, ma ora non c’è più. Come riportato qui domenica, la posizione del portavoce dell’IDF sulla questione era: «I commenti di Abu Mazen esprimono chiaramente la posizione dell’Autorità Palestinese sul cessate il fuoco con Israele. Abu Mazen, così come il ministro dell’interno palestinese Hani Elhassan, giustifica la continuazione della lotta armata contro i civili israeliani in Yesha [Giudea e Samaria]. I suoi commenti implicano inoltre che i residenti israeliani di queste regioni sono ‘bersagli legittimi’ per la ‘resistenza’».
Lo scorso 3 marzo Abu Mazen ha dichiarato al quotidiano arabo
A-Sharq al-Aussat pubblicato a Londra che «tutti i mezzi» sono legittimi contro gli ebrei residenti in Yesha. Ha affermato che «l’intifada deve continuare. Il popolo palestinese ha il diritto di opporsi, usando tutti i mezzi a sua disposizione ...». [...]
Non è la prima volta che informazioni riguardanti Abu Mazen vengono censurate per ragioni politiche. Aryeh Eldad (Unione Nazionale) ha riferito ad Arutz-7 che prima della firma degli accordi di Oslo nel 1993, il ministero degli Esteri israeliano e il Dipartimento di Stato americano hanno chiesto insieme al Centro Simon Wiesenthal di nascondere gli scritti di Abu Mazen neganti l’Olocausto. Eldad ha detto che i diplomatici israeliani e americani stavano tentando di “ripulire” l’uomo in procinto di firmare lo storico accordo con Israele.
Abu Mazen – scelto da Arafat come primo ministro dell’Autorità Palestinese, e considerato da gran parte del mondo come la sua grande speranza per la moderazione e la pace in Medio Oriente – è autore di un libro in arabo intitolato “L’altro lato: le relazioni segrete fra nazismo e sionismo”. La tesi dell’autore è che l’assassinio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti è una “fantasia sionista” e una “fantastica menzogna”. Secondo Abu Mazen, solo 890.000 ebrei furono uccisi da Hitler, vittime di un complotto congiunto sionista-nazista.
«Secondo le mie informazioni – ha detto Eldad – il ministero degli Esteri israeliano ha contattato il Centro Wiesenthal con la richiesta di nascondere la traduzione [del lavoro di Abu Mazen] e di non pubblicarla. Ed è un fatto che la traduzione non è ancora stata pubblicata. [...]
(Arutz Sheva,
12 marzo 2003, traduzione mia)

barbara




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12 gennaio 2006

BELLA LA CINA

Le immagini che seguono sono estremamente dure, però riteniamo doveroso mostrarle, perché fatti così gravi non devono passare inosservati. Il mondo deve sapere, la gente deve essere informata di quanto accade in Cina, di come possa disumanamente divenire normalità il disprezzo per la vita.



Una bimba appena nata giace morta sotto il bordo del marciapiedi, nella totale indifferenza di coloro che passano.
La piccina è solo un'altra vittima della politica crudele del governo cinese che pone il limite massimo di un solo figlio nelle città (due nelle zone rurali), con aborto obbligatorio.
Nel corso della giornata, la gente passa ignorando il bebè.
Automobili e biciclette passano schizzando fango sul cadaverino.

   

Di quelli che passano, solo pochi prestano attenzione.



La neonata fa parte delle oltre 1000 bambine abbandonate appena nate ogni anno, in conseguenza della politica del governo cinese.
L'unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato:
"Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva sangue dalle narici".

Questa signora ha chiamato l'Emergenza però non è arrivato nessuno.
"Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone passavano ma nessuno faceva nulla... Ho scattato queste foto perché era una cosa terribile..."
"I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie foto che non per la piccina..."





In Cina, molti ritengono che le bambine siano spazzatura.
Il governo della Cina, il paese più popoloso del mondo con 1,3 miliardi di persone, ha imposto la sua politica di restrizione della natalità nel 1979.
I metodi usati però causano orrore e sofferenza: i cittadini, per il terrore di essere scoperti dal governo, uccidono o abbandonano i propri neonati.
Ufficialmente, il governo condanna l'uso della forza e della crudeltà per controllare le nascite; però, nella pratica quotidiana, gli incaricati del controllo subiscono tali pressioni allo scopo di limitare la natalità, che formano dei veri e propri "squadroni dell'aborto". Questi squadroni catturano le donne "illegalmente incinte" e le tengono in carcere finché non si rassegnano a sottoporsi all'aborto.
In caso contrario, i figli "nati illegalmente" non hanno diritto alle cure mediche, all'istruzione, né ad alcuna altra assistenza sociale. Molti padri vendono i propri "figli illegali" ad altre coppie, per evitare il castigo del governo cinese.
Essendo di gran lunga preferito il figlio maschio, le bambine rappresentano le principali vittime della limitazione delle nascite.
Normalmente le ragazze continuano a vivere con la famiglia dopo del matrimonio e ciò le rende un vero e proprio un peso.
Nelle regioni rurali si permette un secondo figlio, ma se anche il secondo è una femmina, la cosa rappresenta un disastro per la famiglia.
Secondo i dati delle statistiche ufficiali, il 97,5% degli aborti è rappresentato da feti femminili.
Il risultato è un forte squilibrio di proporzioni fra popolazione maschile e femminile. Milioni di uomini non possono sposarsi, da ciò consegue il traffico di donne.
L'aborto selezionato per sesso sarebbe proibito dalla legge, però è prassi comune corrompere gli addetti per ottenere un'ecografia dalla quale conoscere il sesso del nascituro.
Le bambine che sopravvivono finiscono in precari orfanatrofi.
Il governo cinese insiste con la sua politica di limitare le nascite e ignora il problema della discriminazione contro le bambine.


Non è possibile continuare a ignorare una simile tragedia!!
Che cosa possiamo fare?
- Inviare una protesta per e-mail all'ambasciata cinese del nostro paese
- inviare una protesta al Presidente della Cina: 

                Excellency President Jiang Zemin of de People's Republic of China
                                                9 Xihuang - Chenggen Beigie

                                                             Beijing 100032 
                                                                 PCR - China

- Infine, ciò che tocca a me, a te, a tutti, è divulgare queste foto. E pensare ogni giorno, ogni minuto, che tutti noi siamo responsabili di ciò che accade in questo benedetto mondo. Per omissione, per complicità, per negligenza, per indifferenza, molte cose cominciano a succedere o continuano a succedere, sotto gli sguardi indifferenti di tutti noi.


Alla fine, un uomo raccolse il corpo della bambina, lo mise in una scatola e lo gettò nel bidone della spazzatura.

barbara




permalink | inviato da il 12/1/2006 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (116) | Versione per la stampa
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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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