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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2005

GRAZIE AMNISTIE INDULTI E BLA BLA BLA

Maria Luigia Redoli: ve la ricordate? Una cinquantina d’anni, neanche tanto bella, a pensarci bene, anche se vistosa, e un amante ventenne, che le è valso il grazioso soprannome di “Circe della Versilia”. Al processo è stato “appurato” che era perfettamente plausibile che in 23 (VENTITRE) minuti fosse riuscita a uscire dal ristorante, salire in macchina, arrivare a casa, salire, parlare col marito, convincerlo a scendere nel garage, ucciderlo con 18 (DICIOTTO) coltellate trasformando il garage in un’autentica macelleria, far sparire da sé e dai propri vestiti (non li ha cambiati) ogni traccia di sangue, far sparire l’arma del delitto, risalire in macchina e arrivare in discoteca senza un capello fuori posto. Condannata all’ergastolo. Giudice di Cassazione, quello stesso che è riuscito a trovare il modo di annullare 500 (CINQUECENTO) processi di mafia mandando liberi migliaia di boss mafiosi dalle mani grondanti di sangue, che trova tutto regolare, e conferma la sentenza d’appello. Da 15 anni (circa) Maria Luigia Redoli sta in prigione. Non mi è giunta voce di proteste. Non mi è giunta voce di accorati appelli per questa donna. Non mi è giunta voce di richieste di grazia o indulto o quant’altro. Non mi è giunta voce di scioperi della fame per sensibilizzare sul suo caso. E adesso mi si viene a chiedere solidarietà per il “povero” Adriano Sofri? Ma per piacere!



barbara




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31 dicembre 2005

RICORDI DI SOMALIA 8

Il traffico

Chi ha visto Napoli, chi ha visto Tunisi, chi ha visto il Cairo, non ha visto nulla.
Il traffico, a Mogadiscio, è composto da autobus, camion, automobili, moto, vespe, asini, mucche e capre. Tutte le suddette categorie sono rigorosamente prive di marmitta, ma i camion, sembra, ne sono più privi degli altri. Del resto sono privi anche di molti altri pezzi. D'altra parte non si può neanche pretendere: a giudicare dall'aspetto, ormai dimenticato in Europa, appare probabile che siano quelli mandati da Mussolini. Gli asini sono addetti al traino dei carretti, le mucche e le capre al libero vagabondaggio. Impossibile vedere, a Mogadiscio, una donna sul sellino posteriore di una vespa. Se si chiedono spiegazioni, si ottiene questa: il Corano dice espressamente che agli uomini è proibito portarsi donne sulla vespa. Va detto che i somali, di solito, guidano malissimo ma essendo molto religiosi, godono di una speciale protezione da parte di Allah, per cui gli incidenti sono piuttosto rari. Ma anche così, chi vada a lavorare a Mogadiscio e debba servirsi dei mezzi pubblici, dovrebbe godere di una speciale "indennità infarto". Il fatto è che non esiste alcuna regola: i semafori ci sono, ma non funzionano; la polizia a volte c'è ma, oltre a fischiare, non sa cos'altro fare; i sorpassi si fanno dove c'è spazio; i sensi di marcia sono quelli che si preferiscono; la precedenza è di chi se la prende. Quando il poliziotto fischia, il fermarsi è facoltativo: tanto, un registro non esiste, gli indirizzi non esistono: come rintracciare il fuggitivo? Però può anche capitare di vedere un poliziotto zelante fermare un motociclista di passaggio, balzare sul sellino posteriore, e incitare il malcapitato all'inseguimento del fuggiasco.
L'unica regola ferreamente rispettata è quella dei 5 centimetri. Che consiste in questo: quando un automobilista ha davanti a sé 5 centimetri liberi, si affretta a guadagnarseli. Se in questo modo le macchine si incastrano, e nessuno si può più muovere, pazienza: la cosa non ci riguarda. Succede così che si creino ingorghi mostruosi e giganteschi. E da lontano, come in una comica muta, si vede il povero poliziotto, novello Charlot alle prese con le macchine, andare avanti e indietro, da una macchina all'altra, battendosi le mani sulle cosce, con l'aria sempre più affranta. Altra nota costante, nel traffico di Mogadiscio, è il clacson. Verrebbe voglia di scrivere un saggio dal titolo: "Il clacson come status symbol": chiunque si trovi alla guida di un mezzo, viaggia col dito sul clacson, e ci pigia ininterrottamente. Il che, unito alle marmitte latitanti, fa un gran bel sentire. In compenso non esistono sirene: che è già una bella consolazione.

barbara


la Baia delle Tartarughe




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30 dicembre 2005

QUANDO I BAMBINI FANNO BOH

La felicità di Davide è quasi senza limiti: finalmente il papà e la mamma sono riusciti a regalargli quel fratellino che da tanto tempo desiderava – e che anche loro, a dire il vero, da tanto tempo desideravano. Adesso è lì che se lo guarda, se lo contempla, se lo coccola, in una felicità quasi senza limiti. Quasi. Perché, con la nascita dell’adorato fratellino, Davide ha scoperto anche le incomprensibili ingiustizie del mondo: accade infatti che adesso la mamma è in maternità, e non va a lavorare. Che il papà va regolarmente a lavorare ma, in caso di necessità, potrebbe andare in paternità. E lui, invece, nonostante la nascita di quel meraviglioso fratellino, non ha alcun diritto di andare in fraternità, e gli toccherà continuare ad andare a scuola come se niente fosse. E non riesce a farsene una ragione.



barbara




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30 dicembre 2005

IL CASO DEL POMPELMO LEVIGATO

di Bruno Lauzi, Bompiani



Una trama che non è una vera trama; personaggi che non sono dei veri personaggi – uno è addirittura di carta, figuriamoci! – e meno che mai persone; un autore che, con tutta la buona volontà, riesce davvero arduo definire autore; una storia che fa acqua da tutte le parti; un caso, quello del pompelmo levigato appunto, che non è mai esistito: questo è il libro “Il caso del pompelmo levigato”. Praticamente un capolavoro. Buona lettura!

barbara




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29 dicembre 2005

RIECCOMI

Eccomi di ritorno. Vedo che gli amici fedeli sono rimasti fedeli anche in mia assenza. Vedo che sono arrivati anche nuovi amici, ai quali do il benvenuto. Vedo però, in compenso, che si continua a tirchieggiare sui preservativi a quella povera mamma degli imbecilli che, per tenersi al passo coi tempi, si è messa a sfornare imbecilli troll (grazie, preziosisismo Luigi). D'altra parte ci è sempre stato insegnato che il paradiso bisogna guadagnarselo, e noi non vogliamo correre rischi. E ora, per celebrare degnamente il mio ritorno, vi regalo - rullo di tamburi - nientemeno che una mia foto in bikini!



barbara




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22 dicembre 2005

ARRIVEDERCI

Starò via per qualche giorno, spero di ritrovarvi tutti al mio ritorno. Nel frattempo auguro a tutti buone feste e vi lascio con una mia foto nella sempre amatissima Somalia



e con un mio vecchio articolo per meditare un po'

                                                 CRITICARE ISRAELE? SI', GRAZIE!

"Criticare Israele è legittimo!" e poi "Possibile che non si possa rivolgere una legittima critica a Israele senza essere tacciati di antisemitismo?" e ancora "Perché Israele dev'essere intoccabile?" ... Alzi la mano chi non ha sentito almeno settemila miliardi di volte il fatidico lagno ... Nessuno? Lei là in fondo? Ah, si sta solo grattando un orecchio ... Bene, allora è giunto il momento di dare una franca risposta a tutti questi accorati interrogativi, e la risposta è: sì, signori, criticare Israele è legittimo. E potete farlo tutte le volte che volete senza che a nessuno passi per la testa di accusarvi di antisemitismo. Garantito. E dunque prego, accomodatevi, fate pure tutte le critiche che desiderate.
Quando avrete criticato in misura proporzionata alle rispettive colpe l'Autorità Palestinese, la Siria, l'Iran, la Libia, l'Arabia Saudita, il Sudan, la Corea, Cuba, la Cina, la Birmania e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche il terrorismo.
Quando avrete condannato in misura proporzionale l'occupazione del Tibet da parte della Cina, del Libano da parte della Siria, dell'Irlanda del Nord e delle isole Malvine da parte della Gran Bretagna, della Catalogna e dei Paesi Baschi da parte della Spagna, di alcune regioni tedesche da parte della Polonia, di alcune regioni polacche e delle isole Kurili da parte della Russia, dell'Istria da parte della Jugoslavia (oggi Croazia), dell'Alto Adige (e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche di Roma) da parte dell'Italia e ne avrete chiesto il ritiro e la restituzione ai legittimi proprietari.
Quando avrete dichiarato illegali il muro tra l'Arabia Saudita e lo Yemen, quello tra gli Stati Uniti e il Messico, quello tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, quello di Cipro, quello dell'Olanda, quello tra India e Pakistan, quello tra la Spagna e Ceuta, quello in Botswana, quello nello Zimbabwe, i sei del Marocco e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche quello del Vaticano (che non tengono fuori terroristi bensì, semplicemente, persone sgradite) e ne avrete preteso a gran voce l'immediato abbattimento.
Quando sarete insorti contro le uccisioni di palestinesi operate dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano, dal Kuwait eccetera eccetera.
Quando avrete boicottato (e invitato l'universo mondo a boicottare) tutti i prodotti, tutti i libri, tutti gli accademici, tutti gli studiosi, tutte le università, tutti i contributi, tutte le collaborazioni di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete impedito di parlare a tutti i diplomatici, a tutti i politici, a tutti i rappresentanti, ufficiali o privati di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete condannato tutti gli stati che si difendono dal terrorismo. E anche, a maggior ragione, quelli che si difendono da bagatelle come la mafia e la criminalità comune.
Quando avrete reclamato il "ritorno" di decine di milioni di profughi, e dei loro figli, e dei loro nipoti, occasionalmente anche dei loro pronipoti, negli stati originari propri e magari, se capita, anche in stati altrui.
Quando vi sarete indignati per la vergognosa mancanza di diritti degli arabi negli stati arabi.
Quando sarete scesi in piazza contro le lapidazioni (magari di bambine stuprate), contro le macellazioni sulla pubblica piazza di sospetti o presunti "collaborazionisti" palestinesi (etichetta sotto la quale si può incollare - e spesso si incolla - chiunque sia sgradito a qualcuno di coloro che contano), contro gli stupri di massa decretati dai tribunali islamici contro le mogli o sorelle o figlie di qualcuno che ha commesso qualche sgarbo a qualcuno di coloro che contano.
Quando avrete smesso di impestarci l'aria col famigerato "proprio voi che avete tanto sofferto" ("voi" chi? Gli israeliani? Non c'erano israeliani al tempo delle camere a gas: dunque, di chi state parlando, o nobili signori che non tollerate di essere presi per antisemiti?)
Quando avrete chiesto conto ad Arafat e soci dei miliardi di dollari (nostri) intascati lasciando i palestinesi nelle baracche, e di una intera generazione di bambini palestinesi mandati al macello.
Quando avrete chiesto conto ai vari Paesi arabi dei campi profughi che essi hanno voluto, costruito e riempito di palestinesi dopo averli indotti a lasciare le proprie case, per poi farveli vivere come bestie e destinarli a diventare carne da cannone.
Quando vi sarete ricordati che i vostri nonni scrivevano su per i muri di tutta Europa: "Ebrei, andate in Palestina!" riconoscendo la Palestina come unica vera patria degli ebrei e gli ebrei come popolo legittimato a risiedervi.
Fatto? Bene, allora potete cominciare a criticare Israele. E noi vi ascolteremo. Con attenzione. Con interesse. Con simpatia. Con partecipazione. E non saremo neppure sfiorati dal sospetto che possiate nutrire qualche sentimento antisemita. Garantito.

barbara




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22 dicembre 2005

IL RICCO ARAFAT E I POVERI PALESTINESI

Tutto ciò che Arafat potrebbe fare con i soldi di cui dispone

Ripropongo un articolo di un po’ più di tre anni fa, che fa i conti in tasca ad Arafat: vale la pena di dargli un’occhiata. Anche perché sui mass media nostrani queste cose fanno un po’ fatica ad arrivare.

Il presidente dell'Autorità Palestinese Yasser Arafat dispone di almeno 1,3 miliardi di dollari. Lo ha affermato il capo dei servizi di intelligence israeliani Aharon Ze'evi parlando alla commissione esteri e difesa della Knesset il 13 agosto scorso.
Ze'evi ha anche rivelato che il tesoriere di fiducia di Arafat, Muhammed Rashid, autentica eminenza grigia delle finanze palestinesi, continua a convogliare fondi a favore di Arafat nonostante si trovi ufficialmente "congelato" all'estero, sostituito dal nuovo ministro delle finanze palestinese Salem Fayad. Secondo Ze'evi, le entrate derivanti dai monopoli controllati dall'Autorità Palestinese vengono tuttora versate a favore di Arafat, mentre Fayad non è ancora riuscito ad assumere il controllo su questi flussi di denaro.
L'American Israel Public Affairs Commitee si è chiesto che cosa potrebbe fare Arafat con i soldi di cui dispone. Ecco i risultati dell'inchiesta.
- Con 1,3 miliardi di dollari si potrebbero edificare 40.625 unità abitative palestinesi da 6 famiglie ciascuna (32.000 dollari l'una).
- Oppure, con 1,3 miliardi di dollari si potrebbe dar da mangiare per un anno intero ai 3 milioni di palestinesi dell'Autorità Palestinese risparmiando 892 milioni di dollari che potrebbero essere utilizzati per 1.000 unità di terapia intensiva (a 69.900 dollari l'una), nonché per finanziare per 10 anni 10 ospedali come l'Ahli Arab Hospital di Gaza, e rimarrebbero ancora 585 milioni di dollari con i quali si potrebbero finanziare ulteriori progetti socialmente utili come ad esempio:
- compiuterizzazione di 10 ospedali (a 4,57 milioni l'uno);
- stipendi di un anno per 10.000 addetti a servizi sanitari (a 4.200 dollari l'uno);
- vaccinazione anti-epatite per i 3 milioni di abitanti dell'Autorità Palestinese (a 11,25 dollari l'una).
I costi sono stati calcolati sulla base dei dati forniti da Organizzazioni Non Governative impegnate nell'assistenza umanitaria all'Autorità Palestinese.
(israele.net, 03.09.02)

Poi, dopo la stesura di questo articolo, il signor Yasser Arafat ha continuato a intascare ancora per oltre due anni: soldi, sarà bene non dimenticarlo, rubati ai palestinesi. Mentre gli abitanti dei campi profughi, dieci anni dopo essere passati dall’occupazione israeliana all’amministrazione palestinese, si trovano ancora nei campi profughi. E nessuno sembra chiedersene il perché.

barbara

 
Fronte e retro della casa della signora Suha Arafat. Quando il fotografo l'ha ripresa, gli uomini della guardia hanno tentato di strappargli la macchina fotografica.


La casa del signor Mahmoud Abbas, nom de guerre (tanto per non dimenticarci che è un uomo di pace) Abu Mazen.




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21 dicembre 2005

PER I BAMBINI

                         

17 maggio 2001

Spettabile Save the children,
mi rivolgo a voi perché, casualmente, mi sono imbattuta nel vostro indirizzo di posta elettronica. Mi rivolgo a voi con la speranza di poter avere risposta a una domanda angosciosa che riguarda i bambini palestinesi: quei bambini mandati al macello, sulle barricate, in mezzo agli scontri. Quei bambini sottoposti al lavaggio del cervello, ai quali vengono fatti vedere filmati che inneggiano al martirio. Quei bambini che a scuola hanno l'odio come materia di studio. Quei bambini che alla televisione vedono una mamma, una dolce mamma che fa un appello per la Festa della Mamma: "Vogliamo avere tanti figli martiri. Il più bel regalo che una mamma palestinese possa desiderare è di avere un figlio martire in paradiso". La mia domanda è: si fa qualcosa per questi bambini? Voi, come organizzazione, fate qualcosa? Fra tutte le organizzazioni nazionali e internazionali che si occupano di bambini ce n'è qualcuna che faccia qualcosa?
Nella speranza di una risposta, vi saluto cordialmente
Barbara Mella



21 maggio 2001

Cara Sig.ra Mella,
Save the Children è presente e impegnata in Palestina dal 1949 e nella striscia di Gaza dal 1978 con programmi di assistenza a bambini e famiglie. Abbiamo risposto immediatamente ai bisogni dei bambini della regione, le cui vite sono peggiorate notevolmente negli ultimi mesi.
Il personale di Save the Children che lavora sul campo in Palestina ha acquistato kit di soccorso per ospedali a Nablus, Ramallah, Gerusalemme, Hebron e Gaza dove i combattimenti sono stati più intensi. Save the Children, in collaborazieone con il Ministero della Salute della Palestina, la Croce Rossa Internazionale e UNSCO (il coordinamento speciale delle Nazioni Unite per i territori occupati) ha rifornito gli ospedali con filo da sutura, plasma ed attrezzature mediche per assistere bambini ed adulti feriti durante gli scontri.
Negli ultimi quattro mesi del 2000 Save the Children ha portato avanti operazioni di pronto soccorso in collaborazione con la Croce Rossa Palestinese e ha contribuito a riaprire numerose scuole al fine di offrire un rifugio sicuro dalla violenza e dove i bambini possono esprimersi creativamente. Cibo e aiuto di tipo sanitario è stato fornito ai bambini e alle loro famiglie.
Save the Children, in collaborazione con l'organizzazione umanitaria Defence Children International segue un programma di supporto per bambini traumatizzati offrendo loro assistenza psicologica.
Tra le varie iniziative è stata lanciata una campagna televisiva finalizzata ad aiutare i genitori ad identificare e superare i problemi comportamentali dei loro bambini che hanno subito traumi legati alla guerra.
Nella primavera dello scorso anno, inoltre, Save the Children Inghilterra ha messo a punto un progetto per mettere in comunicazione diretta i bambini palestinesi di un campo profughi in Libano con i bambini di tutto il mondo. E' stato creato all'interno del sito internet dell'associazione uno spazio che consente di conoscere direttamente, attraverso numerose fotografie, i bambini del campo di Ein Hilweh in Libano. I bambini si presentano, raccontano la loro storia e mostrano le loro case. Attraverso semplici giochi i bambini che li vogliono conoscere entreranno nelle loro stanza e conosceranno la storia di questo popolo.
Tutte le 30 organizzazioni dell'Alleanza Internazionale di Save the Children hanno condannato all'unanimità l'eccessivo uso della violenza indiscriminata in Israele e Palestina che si è particolarmente inasprita dal novembre dello scorso anno, soprattutto quando questa è rivolta contro i bambini. Save the Children ha rivolto un appello affinchè questa violenza cessi immediatamente.
Save the Children supporta la Risoluzioni delle Nazioni Unite e ha richiesto un'indagine internazionale affinchè i principi della Quarta Convenzione di Ginevra e la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Bambini possano essere rispettata da tutte le parti coinvolte.
Save the Children ha stipulato partnership a tutti i livelli, dalle scuole ai ministeri, per assistere e andare incontro alle esigenze e ai bisogni dei bambini, famiglie e comunità, concentrando la sua attività in tre principali aree designate per assistere la popolazione palestinese: salute, educazione e opportunità economiche.
Oggi Save the Children è la maggiore organizzazione non governativa operante nell'area e solo lo scorso anno hanno beneficiato dei suoi programmi 150.000 persone.
Save the Children sta intensificando i suoi sforzi e il suo impegno a favore di chi, soprattutto bambini, è stato vittima di violenze.
Per maggiori informazioni, potete consultare il nostro sito www.savehtechildren.it
Cordiali saluti,
Save the Children Italia



21 maggio 2001

Spettabile Save the children,
vi ringrazio per la vostra sollecita e cortese risposta, e mi congratulo con voi per l'ampiezza e la profondità dei vostri interventi. Manca tuttavia, e mi scuso per l'insistenza, un punto, che a mio avviso è fondamentale: il sistematico lavaggio del cervello che subiscono i bambini palestinesi. Non ho il minimo dubbio che questo non accada ai bambini affidati alle cure del vostro personale, ma tutti gli altri? I vostri operatori che agiscono sul campo sicuramente vedranno la televisione palestinese, vedranno i filmati che vengono presentati ai bambini, come quello in cui il piccolo Mohammed al Dura li sollecita a raggiungerlo nel paradiso pieno di giocattoli in cui si trova, e suggerisce il martirio come via più breve per arrivarci, o quello in cui una mamma chiede un figlio martire come regalo per la festa della mamma: io, come donna, come educatrice, ma soprattutto come essere umano, sono letteralmente sconvolta da queste cose. Non per voler minimizzare, ma da una ferita d'arma da fuoco si può guarire, con una mutilazione si può imparare a convivere, ma chi guarirà quei bambini dal lavaggio del cervello, dall'istigazione all'odio, dall'insegnamento a uccidere?
Immagino che non sia facile per nessuno, in un clima di dittatura e di corruzione (ho vissuto anch'io in un simile regime, e so di che cosa parlo), in cui nessun dissenso è ammesso, inserirsi nel contesto e portare una voce contrastante, ma desidererei sapere se almeno si sta tentando di fare qualcosa.
Ringraziandovi sentitamente per l'attenzione, saluto cordialmente
Barbara Mella

                                        

22 maggio 2001

Gentile Sig.ra Barbara,
Ribadiamo quanto già descritto in precedenza. Nel caso volesse avere maggiori informazioni o commenti, La invitiamo a qualificarsi e a fornirci dei Suoi recapiti telefonici in modo da farLa contattare da un nostro addetto.
Cordiali saluti,
Save the Children Italia



Mi sono “qualificata”. Ho dato il mio indirizzo postale e il mio numero di telefono. Ho dato l’indirizzo postale e il numero di telefono della scuola in cui insegno e mi sono messa ad aspettare di essere contattata da un loro addetto per maggiori informazioni o commenti. Sono passati 55 mesi. Sto aspettando.






barbara




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20 dicembre 2005

RICORDI DI SOMALIA 7

A spasso in "baabuur"

"Baabuur", in somalo, significa automobile, ma quando si parla di "prendere un baabuur", si intende il mezzo di trasporto pubblico. Che è privato, beninteso. Si divide in due categorie: il baabuur propriamente detto, e il toyota. Il baabuur è un pullmino con 12 posti e, molto spesso, da 20 a 25 occupanti: come ci entrino, Dio solo lo sa. Fortunatamente i somali, a differenza degli europei che si accalcano sugli autobus, sudano poco, e di solito non puzzano. Il toyota è un camioncino ricoperto da un tendone, con due panche di ferro, di solito ricoperte da qualcosa atto a proteggere i poveri deretani europei -­ scarnificati da diete di ogni ordine, grado e colore politico -­ dagli inevitabili scossoni (i deretani somali, almeno quelli femminili, sono solitamente autoprotetti). Ma tale copertura non è garantita. Il baabuur non ha orario: quando c'è gente, parte. Non ha fermate: dove c'è gente che vuole salire o che vuole scendere, si ferma, anche se si era già fermato due metri prima. Per sapere se sta arrivando, non occorre guardare: quando si sente un rumore di ferraglia martoriata, è lui. Ce n'è un'infinità, non si può percorrere un metro a Mogadiscio senza vederli, quando c'è benzina. Quando questa non c'è, la musica cambia. Allora ogni viaggio diventa prezioso, non basta più che ci sia gente a farli partire; il pieno, anzi lo strapieno, deve essere garantito. Fino all'ultimo spiraglio della porta del baabuur, fino all'ultimo millimetro del paraurti del toyota, tutto deve essere riempito. Poi partono, coi colori dei garbasar che svolazzano nell'aria. Quelle decine di corpi appesi, spinti in fuori dagli altri corpi che stanno dentro, a volte appoggiati con un solo piede e tenuti con una sola mano, fanno rabbrividire noi poveri europei, convinti che la vita sia una cosa importante. Loro, i somali, non si preoccupano: intanto si parte; poi, forse, si arriverà. Insh'Allah. Se no, pazienza.
Ma quando la benzina c'è, lo spasso è garantito. E il trattamento anticellulite gratuito anche. Gratuito, o quasi: il prezzo della corsa è di 5 scellini: al cambio attuale circa 40 lire. Volendo, si può anche dirottare un baabuur e farsi portare dove si vuole, ma allora il prezzo sale: possono arrivare a chiedere anche l'equivalente di 200-300 lire a testa. Ma il trattamento anticellulite vi è sempre compreso: e poi c'è chi si lamenta.

barbara


ospiti inattesi




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19 dicembre 2005

IL VERO OBIETTIVO DEI PALESTINESI

Le negoziazioni in Medio Oriente avvengono così. I palestinesi offrono agli israeliani "merce morbida" (software), etichettata sotto il termine generico "pace", in cambio di "merce dura" (hardware), consistente in terra, armi e soldi. I palestinesi incassano subito l'hardware israeliano, ma il software "pace" diventa addirittura volatile, perché agli israeliani non arriva niente. Segue allora un periodo di inevitabili contrasti, lotte, rabbie, sofferenze che spingono gli israeliani a desiderare ancora di più il software "pace" che si trova in mano alla controparte. Al momento opportuno i palestinesi tirano fuori solo una parte della merce che avrebbero dovuto consegnare subito e la rioffrono agli israeliani a un prezzo maggiorato. A questo punto intervengono gli americani che costringono gli israeliani a convincersi che si tratta di un buon affare.
Fuor di metafora, a Oslo i palestinesi offrivano, almeno a parole, un accordo di PACE in cambio di AUTONOMIA sui territori da loro gestiti (non si parlava di Stato palestinese negli accordi di Oslo). Adesso i palestinesi offrono soltanto una HUDNA (tregua d'armi) in cambio di uno STATO PALESTINESE. Un affare eccezionale, dicono gli americani, che si offrono come mediatori e garanti.
Qui di seguito riportiamo una serie di affermazioni di leader palestinesi contenute in un articolo di Itamar Marcus comparso su Palestinian Media Watch diversi mesi fa, ma sempre attuale. (Marcello Cicchese)

1. Faisal Husseini, rappresentante dell’Autorità Palestinese per gli Affari di Gerusalemme: “Gli accordi di Oslo sono un cavallo di Troia”.
”Se gli Stati Uniti ed Israele avessero compreso, prima di Oslo, che tutto quello che rimaneva del movimento nazionale palestinese e del movimento panarabo era un cavallo di legno chiamato Arafat o OLP, non avrebbero mai aperto le porte e non l’avrebbero mai lasciato entrare nelle loro mura”.
”Questo sforzo [l’Intifada] avrebbe potuto essere molto migliore, molto più vasto e significativo, se solo ci fossimo resi conto che gli accordi di Oslo, o qualsiasi altro accordo, sono solo una procedura temporanea o un passo verso qualcosa di maggiore. Distinguiamo gli obiettivi strategici e a lungo termine, da quelli politici temporanei, che siamo costretti ad accettare per adesso a causa della pressione internazionale. [La Palestina] secondo una strategia più alta [va] “dal fiume al mare”. La Palestina nella sua totalità è una terra araba, la terra della nazione araba”.
(Al-Arabi - Egitto, 24 giugno 2001).

2. Abd El Aziz Shahian, Ministro delle Risorse dell’Autorità Palestinese: “Oslo è solo il primo passo verso la distruzione di Israele”.
”Il popolo palestinese ha accettato gli accordi di Oslo come un primo passo - e non come una soluzione permanente - basato sulla premessa che la guerra e la lotta sul posto è più efficace di una lotta da un paese distante [es: la Tunisia, dove l’OLP era stanziata prima di Oslo]. Il popolo palestinese continuerà la rivoluzione fino a che raggiungerà gli obiettivi della rivoluzione del ‘65 [Per “Rivoluzione del ‘65” l’autore intende la creazione dell’OLP e la pubblicazione della costituzione palestinese, che invoca la distruzione di Israele attraverso la lotta armata].
(Al Ayvam, 30 maggio 2000)

3. Othman Abu Arbiah, deputato di Arafat: “Lo stato palestinese è solo la prima tappa”.
"... in questa tappa introdurremo [lo Stato palestinese] nella lotta per raggiungere gli obiettivi di ciascuna tappa [del piano]. L’obiettivo di questa tappa è la fondazione dello Stato Palestinese indipendente, con capitale Gerusalemme. Quando avremo raggiunto questo obiettivo, sarà un [fatto] positivo ed avanzeremo verso la tappa seguente con altri metodi e mezzi. Tutti i palestinesi devono sapere chiaramente ed inequivocabilmente che lo Stato Palestinese indipendente, con capitale Gerusalemme, non è la fine della strada. La [nascita] dello Stato Palestinese è una tappa dopo la quale ve ne sarà un’altra, e cioè [l’estensione] dello Stato democratico in tutta la Palestina (cioè al posto di Israele)”
(Al-Hayat Al-Jadida, 25 novembre 1999)

4. Sceicco Yousuf Abu Sneina, predicatore della Moschea di Al-Aqza: “Tutto Israele è Palestina per sempre”.
”La terra islamica di Palestina è una e non può essere divisa. Non c’è differenza fra Haifa e Nablus, fra Lod e Ramallah, fra Gerusalemme e Nazareth, fra Gaza e Ashkelon. La terra di Palestina è Waqf [patrimonio religioso islamico, N.d.R.] ed appartiene ai musulmani di tutto il mondo e nessuno ha il diritto di agire liberamente né di esercitare il diritto di fare concessioni o di abbandonarla. Chiunque lo fa, tradisce una [convinzione] e non è altro che un criminale deprecabile la cui dimora è l’Inferno!”
(PATV [la televisione palestinese], 8 settembre 2000).

5. Abdullah Al-Hourani, presidente del Comitato Politico del Consiglio Nazionale Palestinese: “Il conflitto rimane eterno. Tutto Israele è Palestina”.
Intervistatore: “Come vede il futuro del processo di pace?”
Al-Hourani: “Che si ritorni o meno ai negoziati, e che si adempiano gli accordi o meno, il piano politico è un accordo provvisorio ed il conflitto sarà eterno, non si fermerà, e gli accordi di cui si parla riguardano l’attuale equilibrio delle forze. Quanto alla lotta, continuerà. Potrà a volte sospendersi, ma in ultima analisi, la Palestina è nostra dal mare [Mediterraneo] al fiume [Giordano]”.
(Al Hayat Al Jadida, 14 aprile 2000).

6. Imad Alfalugi, Ministro delle Comunicazioni dell’Autorità Palestinese: “Lo Stato occupante di Israele cesserà di esistere”.
”La nostra gente spera che in futuro lo Stato occupante cessi di esistere, non importa [quanto grande] sia la sua potenza e la sua arroganza”
(Al-Hayat Al-Jadida, 18 novembre 1999).


7. Salim Alo’adia, Abu Salam, supervisore degli Affari Politici: “L’obiettivo non è cambiato: la liberazione della Palestina”.
”Quando abbiamo preso i fucili nel ‘65 ed è iniziata la Rivoluzione Palestinese moderna, c’era un obiettivo. Quell’obiettivo non è cambiato ed è la liberazione della Palestina”.
(Al-Hayat Al-Jadida, 20 gennaio 2000).

8. Sceicco Ikrima Sabri, eletto dall’Autorità Palestinese come Mufti di Gerusalemme e di Palestina: “Non ci siamo dimenticati di Giaffa e di Acri”.
”Stiamo discutendo gli affari attuali e quando parliamo di Gerusalemme non vuol dire che ci siamo dimenticati di Hebron, di Giaffa o di Acri. Stiamo parlando dei problemi attuali che hanno la priorità in un certo periodo. Non significa che abbiamo rinunciato. Abbiamo annunciato diverse volte che da un punto di vista religioso la Palestina, dal mare al fiume, è islamica”. [Nota: Giaffa ed Acri sono città israeliane. “Dal fiume al mare” vuol dire tutto Israele].
(PATV, 11 gennaio 2001).

9. Dott. Ahmed Yousuf Abu Halbiah, leader religioso dell’Autorità Palestinese, membro del Consiglio Governativo della Sharia Palestinese (legge religiosa islamica), e rettore di Studi Avanzati dell’Università Islamica: “Tutti gli accordi sono temporanei”.
”Noi, la nazione di Palestina, il nostro fato dettato da Allah è quello di essere l’avanguardia della guerra contro gli ebrei, fino alla risurrezione dei morti, come ha detto il profeta Maometto: La risurrezione dei morti non avverrà se non dopo che avrete combattuto contro gli ebrei e li avrete uccisi. [..] Noi, i palestinesi, costituiamo l’avanguardia in questa storia, in questa battaglia, che lo vogliamo o no. Tutti gli accordi conclusi sono provvisori”.
(PATV, 28 luglio 2000).

10. Dott. Muhammad Ibrahim Madi, capo religioso dell’Autorità Palestinese: “Entreremo a Giaffa, Ramle e Lod e in tutta la Palestina, come conquistatori”.
”Siamo convinti e crediamo che Allah ci aiuterà a trionfare. E' nostra ferma fiducia che un giorno entreremo a Gerusalemme come conquistatori, entreremo a Giaffa come conquistatori, a Ramle e Lod e in tutta la Palestina, come conquistatori” (Giaffa, Ramle e Lod sono città israeliane, n.d.r.). “Se Egli [Allah] chiedesse loro [ai leader arabi] nel Giorno del Giudizio: ‘La maggior parte della Palestina è stata perduta nel ‘48, e voi che avete fatto? E il resto [della Palestina] è stato perduto nel ‘67, ed ancora subite una sconfitta?’ Che risponderemo al nostro Signore?” “La Palestina sarà il cimitero degli invasori proprio come lo è stato per i Tartari, i Crociati e i colonialisti moderni. La Tradizione ci riferisce che l’amato di Allah [Maometto] ha detto: Gli ebrei lotteranno contro di voi, ma voi signoreggerete su di loro”.
(PATV, 12 aprile 2002).

11.Dott. Muhammad Ibrahim Madi, capo religioso dell’Autorità Palestinese: “Li faremo saltare in aria ad Hadera, li faremo saltare in aria a Tel Aviv”.
”Li faremo saltare in aria ad Hadera, li faremo saltare in aria a Tel Aviv e a Netanya. Combatteremo contro di loro e domineremo su di loro finché gli ebrei si nasconderanno dietro gli alberi e le rocce, e gli alberi e le rocce diranno: ‘Musulmani! Servi di Allah, c’è un ebreo dietro me, uccidetelo’. Così entreremo a Gerusalemme come conquistatori, a Giaffa come conquistatori, ad Haifa come conquistatori e ad Ashkelon come conquistatori”.
(PATV, 3 agosto 2001).

12. Dott. Ahmed Yousuf Abu Halbiah, capo religioso dell’Autorità Palestinese: “Non dimenticheremo Haifa, Acri, Giaffa, il triangolo della Galilea e il Neghev”.
”Anche se sono stati firmati degli accordi di Gaza e della Cisgiordania, non dimenticheremo Haifa, Acre, Giaffa, il triangolo della Galilea e il Neghev [sono tutte regioni o città israeliane]. È solo una questione di tempo”.
( PATV, 13 ottobre 2000)

13.Dott. Muhammad Ibraim Madi, capo religioso dell’AP: “La Palestina ritornerà come in passato. Israele passerà”.
”Chi è responsabile della perdita della Palestina, il buon paese che i passi del prezioso Corano benedicono molte volte, e [di] averlo a torto chiamato Israele? Chi è responsabile per la perdita di Gerusalemme? Il Profeta [Maometto] ci incita con molti Hadit a far ritornare la Palestina come ai giorni antichi. Dobbiamo preparare il terreno per l’esercito di Allah che si avvicina, come dice la profezia divina. Piacendo ad Allah, questo Stato oppressivo passerà, Israele passerà.
(PATV, 8 giugno 2001).

Conclusioni
Quello che si evince chiaramente dai palestinesi è che il loro obiettivo di distruggere Israele non è mai stato abbandonato. Certamente, i messaggi provenienti dai leader israeliani e palestinesi ai rispettivi popoli sono in diretta contrapposizione l’uno all’altro.
I leader israeliani dicono:
Gli accordi permanenti di stato saranno dolorosi, ma li accetteremo perché significheranno la fine del conflitto con i palestinesi e con il mondo arabo in generale.
I leader palestinesi dicono:
Gli accordi permanenti di stato saranno dolorosi, ma li accetteremo perché non porranno fine al conflitto, ma saranno solo una tappa che condurrà alla distruzione di Israele.
(tratto da PMW Special Report, n.31 - trad. www.ilvangelo.org)

barbara




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19 dicembre 2005

E UNA SI CHIEDE:

ma come diavolo si fa ad andare a letto con uno che ha la faccia di Stefano Ricucci? Dice: ma tu mica ti scopi la faccia. Vero. Però quella faccia, a parte qualche eventuale, e magari anche sporadica, variazione sul tema, tu ce l’hai sempre davanti. E anche nel corso delle variazioni sul tema, anche se non la vedi, tu lo sai che quello che ti sta scopando ha quella faccia lì, e dunque torno a chiedere: ma come si fa?

barbara




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18 dicembre 2005

PREMIO NOBEL PER LA PACE

Dichiarazioni di Yasser Arafat

"Il nostro obiettivo è la distruzione di Israele. Non ci può essere né compromesso né moderazione. No, noi non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra e la vittoria. La pace per noi significa la distruzione di Israele e niente altro." ("Esquire", Buenos Aires, 21.3.1971). "Nulla ci fermerà fino a quando Israele non sarà distrutto. Scopo della nostra lotta è la fine di Israele. Non vi sono compromessi né mediazioni possibili. Non vogliamo la pace: vogliamo la vittoria. Per noi la pace è la distruzione di Israele e niente altro. ("New Republic", 16.11.1974).
Nel 1991 iniziano gli incontri che porteranno, nel settembre 1993, alla firma degli accordi di Oslo e alla “famosa” stretta di mano sul prato della Casa Bianca.
"E' nostro diritto avere uno Stato, e non soltanto sulla carta, perché questo Stato sarà uno Stato palestinese indipendente, che servirà come trampolino di lancio dal quale libereremo Giaffa, Akko (città israeliane, ndr.) e tutta la Palestina" (1992). "La fondazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e in Gaza sarà l'inizio della sconfitta dell'entità sionista. Nella fiducia in questa sconfitta, noi saremo in grado di portare a compimento il nostro obiettivo finale." (1992). "La marcia vittoriosa andrà avanti fino a che la bandiera palestinese sventolerà a Gerusalemme e in tutta la Palestina, dal Giordano al mare, da Rosh Hanikra fino a Eilat." (1992). "Ci sono due fasi del nostro ritorno: la prima fase fino alle frontiere del 1967, la seconda fino alle frontiere del 1948." (1992). "La riacquisizione dei nostri territori occupati è solo la prima tappa sul cammino della completa liberazione della Palestina" (1992). "Non abbiamo posato il fucile. Fatah continua ad avere gruppi armati che continueranno ad esistere. Tutto quello che sentirete [di contrario], serve solo ed esclusivamente per scopi strategici." (1992). "Il nostro primo obiettivo è il ritorno a Nablus [Cisgiordania], poi proseguiremo per Tel Aviv" (1994). "Noi aspiriamo alla fondazione di uno Stato che useremo per la liberazione dell'altra parte dello Stato palestinese." (1994). "La battaglia contro il nemico sionista non è una battaglia che riguarda i confini di Israele, ma l'esistenza di Israele." (1994). "[Il processo di pace] è soltanto una tregua d'armi fino al prossimo stadio della lotta armata. Fatah non ha mai preso la decisione di cessare la lotta armata contro l'occupazione." (1994).
Lo stesso giorno in cui Arafat firmò la "Declaration of Principles" nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana: "Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l'attacco finale contro Israele". “Allah volendo, continueremo la nostra battaglia, la nostra Jihad... e ancora una volta entreremo nella città di Gerusalemme come fecero i Musulmani la prima volta” (4 agosto 1999). “La lotta palestinese è Al Qaeda (lett.: la base). La Palestina è la vera Al Qaeda. Coloro che non sono d’accordo possono bere l’acqua del mare di Gaza. Verrà per noi il momento di liberare tutte le moschee e le chiese di Gerusalemme e far sventolare la bandiera palestinese sulla nostra capitale Gerusalemme” (27 ottobre 2001). "Combatteremo su questa terra benedetta, su questa terra benedetta, questo è il nostro messaggio e non è un caso che centoquattro anni dopo il Primo Congresso Sionista e malgrado tutti i complotti orditi e il sangue versato, questa nazione continua a camminare a testa alta e a tenere alta la bandiera, ad Allah piacendo, ad Allah piacendo. Uno dei nostri fiori e uno dei nostri giovani sventolerà la bandiera dalle mura di Gerusalemme, nelle moschee e nelle chiese." (18 dicembre 2001). Giornalista: “Signor presidente, quale messaggio vorrebbe mandare al popolo palestinese in generale e ai bambini palestinesi in particolare?”. Arafat: “Il bambino che afferra la pietra affrontando il carro armato; non è il più grande messaggio al mondo quando l’eroe diventa Shahid? Noi siamo fieri di loro” (televisione palestinese, gennaio 2002). Televisione israeliana, Channel One, 7 febbraio 2002: Arafat, rivolgendosi alla folla a Ramallah promette che prenderanno presto Gerusalemme e che “renderemo un inferno la vita degli infedeli”; quindi intona il canto “Milioni di martiri in marcia verso Gerusalemme”. “Quando Yasser Arafat voleva un cessate il fuoco, lo diceva; quando taceva, era inteso come luce verde a continuare gli attacchi terroristici” (Marwan Barghouti, 29 aprile 2002). Venerdì 11 luglio 2003 Yasser Arafat, nel suo quartier generale a Ramallah, esorta centinaia di bambini di Gerusalemme che prendevano parte ai cosiddetti "Campi estivi", a mettersi a disposizione come "Martiri" (Shadid) della causa palestinese. Il 16 marzo 2004 Yasser Arafat respinge la richiesta del suo gabinetto di usare le forze di sicurezza palestinesi contro le organizzazioni terroristiche e di sequestrare le armi illegali.

barbara




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17 dicembre 2005

PAROLE MALATE 3

Microcriminalità

Non ricordo quando sia nata questa assurda parola; quello che si può dire di sicuro è che la creatura ha avuto un rapidissimo sviluppo, fagocitando freneticamente tutto ciò che le stava intorno. Sono così caduti via via sotto il suo maglio lo scippo, il borseggio, il furto, i pestaggi, i vandalismi, gli accoltellamenti, lo spaccio di droga ... Qualche tempo fa ho letto addirittura di una rapina a mano armata qualificata, dal giornalista, come episodio di microcriminalità. Sembra, a questo punto, doversene dedurre che cose come il traffico internazionale di droga, le mafie, il terrorismo, le stragi siano fenomeni di criminalità normale.
Inutile precisare – giusto per dare un tocco di attualità a questo post - che non appartiene invece ad alcun livello della criminalità la coraggiosa azione degli eroici resistenti che con tutte le loro forze hanno tentato di impedire a milioni di stupidi iracheni di prestarsi a quella squallida farsa messa in scena dagli occupanti. Purtroppo il loro generoso tentativo è stato frustrato dalla cocciutaggine di quegli allocchi che si sono lasciati incantare dagli assassini guerrafondai e hanno creduto che si trattasse davvero di un passo avanti verso la democrazia. Peccato.

barbara




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16 dicembre 2005

RICORDI DI SOMALIA 6

Avere una macchina

La prima cosa importante da sapere è che le multe vere non esistono: vanno contrattate. La seconda è che le ricevute per le multe sono da 5 scellini. Quindi se ti sparano una multa da 10.000 scellini, non ci devi credere. Il fatto è che quello che il poliziotto guadagna non basta a
pagare l'affitto di una stanza senza luce e senz'acqua. E deve pur mangiare anche lui. Devi dunque discutere pazientemente, spiegargli che purtroppo non hai tempo di andare alla centrale, no, non importa, la ricevuta non ti serve, però 500 scellini ti sembrano una cifra eccessiva, vogliamo fare duecento? No, anche quattrocento sono troppi, sì, certo, capisci perfettamente, ma anche i professori italiani non navigano mica nell'oro, facciamo trecento e non se ne parli più. Se invece un poliziotto ti gira intorno, e non riesce a trovare alcuna
irregolarità, offrigli un caffè: è il modo più rapido per togliertelo di torno. Se dopo un po’ qualcun altro ti ferma, può servire la vecchia formula: "Abbiamo già dato". Meglio evitare l'aggressività: un sorriso di comprensione funziona molto meglio di un insulto.
Per avere la macchina a Mogadiscio, ci sono tre possibilità: spedirla dall'Italia, acquistarla sul posto da qualcuno che parte, o affittarla. In quest'ultimo caso, sarà il padrone della macchina a provvedere alle riparazioni; negli altri due ci devi pensare tu. Capita spesso di averne bisogno, per via della benzina, di pessima qualità, delle strade disastrate, ma soprattutto dell'età della maggior parte delle vetture, molte delle quali sono visibilmente reduci da violenti scontri con dinosauri, brontosauri e tirannosauri. Se la macchina si ferma, in breve tempo i meccanici te la rimettono in sesto, ma dopo due giorni torna a fermarsi.
Il giovedì c'è il rito della benzina, che viene dispensata a giorni fissi. Agli italiani tocca, appunto, il giovedì. Così alle due del pomeriggio tutti gli italiani sono in fila ai distributori. Talvolta fino alle cinque. Sotto il sole dell'equatore. E’ vero che c'è la benzina al mercato nero, disponibile in ogni momento, ma quella costa una follia: quasi settecento lire al litro! Meglio dunque rassegnarsi alla fila, alle inevitabili saune, alle altrettanto inevitabili arrabbiature, ai pomeriggi persi. Al mercato nero ci si rassegna solo quando la benzina non c'è. Ogni tanto accade, e sono momenti brutti, di grande confusione. I conducenti dei baabuur alzano i prezzi, la gente si rifiuta di pagarli, avvengono sommosse, interviene la polizia. Capita di vedere sparatorie per strada, incendi di baabuur. E i tassisti? I tassisti alzano i prezzi, ripetendo la solita formula: "Benzina non c'è”. Le contrattazioni sono molto più lunghe del consueto, ma alla fine si accetta di pagare di più ­ e nessuno si ribella. E vendono agli stranieri ettolitri di benzina. A prezzo di mercato nero, naturalmente. Non per niente la Somalia è stata colonizzata dall'Italia: hanno imparato tutto da noi!





barbara




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15 dicembre 2005

APPELLO

Se tra i visitatori di questo blog ci fosse qualche giornalista disposto a (e in grado di) tenere un mini-corso di giornalismo a una banda di delinquenti lavorando quasi gratis, è cortesemente pregato di farsi vivo. Grazie

barbara




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15 dicembre 2005

LA BEFFA

Sono andata in uno dei miei account che guardo raramente, uno che uso per le cose pubbliche. Ci ho trovato la risposta dell’ufficio del Governatore Schwarzenegger al mio appello perché concedesse la grazia a Williams. Eccola: è tutto un programma.

<noreply@governor.ca.gov>

Thank you for your email to Governor Arnold Schwarzenegger.

The Governor appreciates hearing from concerned and involved Californians, as well as from individuals all over the world who have an interest in California.

Governor Schwarzenegger is committed to restoring your confidence in state government. As the Governor has said, with hard work and your help, California will once again be the "Golden Dream by the Sea".

Due to the unprecedented number of emails sent to the Governor, there may be a delay in immediately responding to your email. Please know that the Governor's office is making every effort to respond to your inquiry and will ensure that your voice is heard by the Governor.

To help us respond to you, please include your email address when you communicate with the Governor's Office. Please note that we are unable to accept e-mail attachments because of the risk of Internet viruses. We ask that you please send your attachments via traditional mail to:

Office of the Governor
State Capitol Building
Sacramento, CA 95814

For more information about Governor Schwarzenegger and the State of California, please visit the California website at
www.ca.gov
.

Again, thank you for your email. Governor Schwarzenegger is proud to serve you and all Californians.


Devo comunque aggiungere che scrivendo al signor Berlusconi si riceve un “mailbox full” oppure niente. Ho invece sempre ricevuto risposte personali a ciò che avevo scritto tutte le volte che ho mandato un messaggio ad Ariel Sharon. E anche questo fa la differenza.

barbara




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14 dicembre 2005

PER LA STRADA

Lui suona il clarinetto, lei la fisarmonica. Non so se siano dilettanti puri o aspiranti professionisti; sicuramente sono musicisti veri. Solo, purtroppo, a metà dicembre in mezzo alle Alpi fa freddo, e non si ferma nessuno. Uno sì, però, ad un certo punto si ferma, e si stacca anche dalla mano della mamma per andare più vicino e sentire meglio: è un bambino Down. E resta lì a guardarli incantato, incurante del freddo, gli occhi fissi sulle mani che accarezzano gli strumenti, un’espressione di perfetta beatitudine dipinta sulla faccia. E mi si riempiono gli occhi di lacrime.

barbara




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14 dicembre 2005

PICCOLA RIFLESSIONE SULLA PENA DI MORTE

La pena di morte, naturalmente, va combattuta di per sé: non solo quando sussistono dubbi sulla colpevolezza; non solo quando il reo si è redento; non solo quando il crimine è commesso da un minorato psichico; non solo quando la sua personalità è stata stravolta da inenarrabili violenze subite nell’infanzia. Di fronte a casi come questi siamo tutti bravissimi a indignarci. Bisognerebbe però essere capaci di conservare l’indignazione anche quando il crimine è particolarmente efferato, il criminale straordinariamente ripugnante, la colpevolezza assolutamente certa e pentimento e redenzione completamente assenti. Bisognerebbe essere capaci di conservare l’indignazione anche quando verrebbe voglia di dire: “Ammazzarlo è ancora poco”. Bisognerebbe essere capaci di conservare l’indignazione anche quando il crimine in questione ci tocca personalmente. Detto questo, bisogna anche riconoscere che casi come quello di Tookie Williams rendono più facile smuovere le coscienze e far riflettere chi è convinto che la pena di morte abbia, tutto sommato, una sua utilità e sia qualcosa che il mondo civile può accettare. Se la sua morte, con l’ondata di indignazione che ha portato con sé, riuscisse davvero a portare qualche cambiamento significativo, forse potrei, col tempo, arrivare a farmene una ragione.
Sarebbe peraltro auspicabile, che la pena di morte non suscitasse indignazione solo quando è targata stelle e strisce, e che in futuro capitasse di vedere qualche sit-in di protesta anche di fronte a qualche altra ambasciata, soprattutto là dove le esecuzioni si sfornano a migliaia ogni anno.

barbara




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14 dicembre 2005

SCHWARZENEGGER VERGOGNATI

E non aggiungo altro.

barbara




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13 dicembre 2005

A PROPOSITO DI PROFUGHI PALESTINESI

Il quotidiano del Cairo AKHBAR EL-YOM, il 12 Ottobre 1963 ricordava: “Venne il 15 Maggio 1948… quello stesso giorno il Mùfti (leader religioso Islamico) di Gerusalemme fece appello agli Arabi di Palestina* affinché abbandonassero il Paese, in quanto gli eserciti Arabi stavano per entrare al loro posto…”

Il 6 Settembre 1948, il “Beirut Telegraph” intervistava Emile Ghoury, segretario del Supremo Comitato Arabo: “Se esistono questi profughi, è conseguenza diretta dell’azione degli Stati Arabi contro la partizione, e contro lo stato Ebràico”.

Il 19 Febbrajo 1949, il quotidiano Giordano FALASTIN scriveva. “Gli Stati Arabi che avevano incoraggiato gli Arabi di Palestina a lasciare le proprie case temporaneamente per essere fuori tiro degli eserciti d’invasione Arabi, non hanno mantenuta la promessa di ajutare questi profughi….”.

Da un rapporto della Polizia Britannica al Quartier Generale di Gerusalemme il 26 Aprile 1948: “Ogni sforzo è compiuto da parte degli Ebrei per convincere a popolazione Araba a rimanere, e a condurre insieme a loro una vita normale…..”

A Haifa il 27 Aprile 1948 il Comitato Nazionale Arabo rifiutò di firmare una tregua, comunicando ai governi della Lega Araba: “Quando la delegazione entrò nella sala delle riunioni, rifiutò con fierezza di firmare la tregua, e chiese che si facilitassero l’evacuazione della popolazione Araba, e il suo trasferimento nei Paesi Arabi circostanti…. Le autorità militari e civili e i vari esponenti degli Ebrei espressero il loro profondo rincrescimento. Il Sindaco di Haifa, Shabtai Levi, aggiornò l’incontro con un appello alla popolazione Araba affinché riconsiderasse la sua decisione….”

MANIFESTO IN ARABO E IN EBRAICO AFFISSO IL 28 APRILE 1948 dal Consiglio Ebraico dei Lavoratori di Haifa, rivolto ai cittadini Arabi, ai lavoratori, alle autorità:

Da tanti anni viviamo insieme nella nostra città, Haifa. In sicurezza, e in fratellanza e comprensione reciproche. Grazie a ciò, la nostra città è fiorita, e si è sviluppata per il bene dei residenti, sia Arabi, sia Ebrei. Così Haifa è stata di esempio per altre città della Palestina. Elementi ostili non sono riusciti a adeguarsi a questa situazione, e hanno dato origine a scontri, minando le relazioni fra voi e noi. Ma la mano della Giustizia è più forte. La nostra città ora è sgombra di questi elementi, che sono fuggiti temendo per la propria vita. Così, una volta di più, l’ordine e la sicurezza hanno il sopravvento nella città. La strada è aperta per la ripresa della cooperazione e della fratellanza fra i lavoratori, Ebrei e Arabi.
A questo punto riteniamo necessario chiarire nei termini più franchi: siamo persone amanti della Pace! Non c’è ragione per la paura che altri cercano d’instillare in voi. Non c’è odio nei nostri cuori, né astio nel nostro atteggiamento verso cittadini amanti della Pace che, come noi, sono impegnati nel lavoro, e nello sforzo di creare.
Non temete! Non distruggete le vostre case con le vostre stesse mani! Non troncate le vostre fonti di vita. Non attirate su di voi, con le vostre mani, la tragedia, mediante un’evacuazione non necessaria, e fardelli da voi stessi creati. Trasferendovi, sarete sopraffatti dalla povertà, e dall’umiliazione. Ma in questa città, vostra e nostra, Haifa, le porte sono aperte alla vita, al lavoro, alla Pace, per voi e per le vostre famiglie.

CITTADINI GIUSTI E AMANTI DELLA PACE

Il Consiglio dei Lavoratori di Haifa, e la Confederazione del Lavoro, la Histadrùth, vi consigliano, per il vostro bene, di restare nella città, e di tornare al vostro lavoro normale. Siamo pronti a venire in vostro ajuto, a ristabilire condizioni normali, a assistervi nell’approvvigionamento di cibo, e a aprire possibilità di lavoro.

LAVORATORI: LA CITTA’ CHE ABBIAMO IN COMUNE, HAIFA, FA APPELLO A VOI AFFINCHE’ VI UNIATE NELLA SUA COSTRUZIONE, NEL SUO PROGRESSO, NEL SUO SVILUPPO; NON TRADITE LA VOSTRA CITTA’, E NON TRADITE VOI STESSI. SEGUITE IL VOSTRO INTERESSE, E SEGUITE LA STRADA GIUSTA !

La Federazione Ebràica del Lavoro in Palestina

IL CONSIGLIO DEI LAVORATORI DI HAIFA

* È interessante notare come ancora alla fine del 1963 il quotidiano egiziano parli di “arabi di Palestina”: il popolo palestinese non era ancora stato inventato.

barbara




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12 dicembre 2005

VIVA L’ITALIA

Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,



l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.

Viva l’Italia, l’Italia che dopo 36 anni ancora non ha fatto giustizia,
viva l’Italia, l’Italia che si vergogna.

barbara




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12 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Quarta parte

Un'altra cosa provoca la mia agitazione.
Qualche volta sento che il mondo pensa al problema dei profughi palestinesi come all'unico problema di questo tipo.
Tragicamente, ci sono stati centinaia di milioni di profughi nella storia, probabilmente anche di più. Presto o tardi, tutti trovano una nuova casa e cominciano una nuova vita. E ci sono stati pesanti scambi di popolazione come risultato delle guerre e della ridefinizione dei confini territoriali. Milioni di persone si stavano muovendo in entrambe le direzioni, quando la Gran Bretagna spartì India e Pakistan nel 1947, e Grecia e Turchia fecero esperienze di ancora più grandi dimensioni all'inizio dello scorso secolo.
Niente di tutto questo è detto per minimizzare la tragedia della perdita di possedimenti e del luogo. Lo so. Ci sono passato anch'io. Istintivamente il mio cuore è vicino ad ogni profugo. Ma perché i palestinesi sono trattati come se fossero l'unica popolazione profuga ad aver meritato simpatia senza confini e perché così tante altrimenti ben intenzionate istituzioni ed individui continuano su questa strada?
E mentre mi sfogo, lasciami parlare di un'altra cosa che mi inquieta.
Questo accade quando i portavoce arabi si alzano, fanno un viso dall'espressione sincera ed asseriscono che non c'è antisemitismo nel mondo arabo. Alla fin dei conti, dicono che anche loro sono semiti, così per definizione loro non possono essere antisemiti. Lasciami fare una pausa. Questa asserzione dà un nuovo significato alla parola sofista. È ben noto che il vocabolo "antisemitismo" venne coniato nel 1879 da un tedesco, Wilhelm Marr, non amico degli ebrei, che descriveva un senso di odio ed ostilità unicamente verso gli ebrei e l'ebraismo.
I portavoce arabi non si fermano qui.
Loro dichiarano che gli ebrei sono stati sempre ben trattati nelle società arabe, sottolineando il fatto che l'Olocausto avvenne nella cristiana Europa. Purtroppo è vero, l'Olocausto ebbe luogo nell'Europa cristiana e, altrettanto vero, c'erano periodi di relativa quiete ed armonia nel mondo arabo, ma la discussione non può finire qui. L'assenza dell'Olocausto - mettendo da parte per un attimo l'entusiasmo incontenibile con il quale alcuni leaders arabi politici e religiosi abbracciarono la soluzione finale dei nazisti - non significa di per sé che gli ebrei vennero sempre trattati con giustizia ed equamente, è solo che il livello della discriminazione e della persecuzione non raggiunse mai gli stessi picchi raggiunti al tempo della guerra in Europa.
E, citando gli esempi degli ebrei in Andalusia sotto il governo musulmano dall'ottavo al dodicesimo secolo, oppure prendendo nota del fatto che nel dodicesimo secolo il saggio Maimonides si stabilì in Egitto, si ha il ricordo di un'era differente e molto più promettente. Ma i portavoce arabi rafforzano la povertà dei loro argomenti se hanno bisogno di andare indietro di così tanti secoli per trovare un così lodevole esempio di tolleranza ed armonia, dal momento che non sembrano in grado di trovare qualcosa di più simile in tempi più recenti.
 
Se Israele non esistesse...
Infine, essi asseriscono che se Israele non esistesse, loro non avrebbero alcun problema con gli ebrei in paesi arabi. Questo è un altro argomento quantomeno bizzarro. Con questo standard non ci dovrebbero essere un milione di arabi cittadini dello stato di Israele, ma, naturalmente ci sono. A quegli arabi che rimasero in Israele dopo il 1948 venne data la cittadinanza, il diritto di voto, libertà religiosa e l'opportunità di mandare i loro bambini a scuola con l'insegnamento della lingua araba. Quello è democrazia e pluralismo reale, anche se ci sono errori nel sistema. Mentre Israele ha affrontato guerra e terrorismo iniziati dai vicini arabi, esso non ha mai chiesto alla propria popolazione araba di pagarne il prezzo. Per contrasto, le nazioni arabe costrinsero le loro comunità ebraiche a pagare un prezzo molto alto. Io ne sono la prova vivente.

Io parlerò.
Posso essere un ebreo dimenticato, ma la mia voce non resterà in silenzio. Essa non può, perché se lo facesse, essa diverrebbe un complice storico della negazione e del revisionismo.
Io parlerò perché i miei antenati non hanno meritato niente di meno.
Io parlerò perché la mia antica tradizione lo rivendica.
Io parlerò perché io non permetterò che il conflitto arabo con Israele venga definito disonesto attraverso il prisma di una sola popolazione di profughi, i palestinesi.
Io parlerò perché l'ingiustizia che mi è stata inflitta deve, una volta per tutte, essere riconosciuta e indirizzata, qualunque tempo questo processo prenda in considerazione.
Io parlerò perché quello che mi accadde si sta ripetendo, con sgradevole familiarità, per un'altra minoranza nella regione, quella cristiana, e vedo un'altra volta il mondo voltare lo sguardo, come se negare risolvesse qualcosa.
Io parlerò, perché non voglio essere un ebreo dimenticato.
(American Jewish Committee, 28 luglio 2003 - trad. Laura Sedda)

barbara




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11 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

Di David A. Harris

Terza parte

Devo sentirmi responsabile di questo?
Forse noi ebrei dei paesi arabi abbiamo accettato il nostro fato con troppa passività. Forse abbiamo fallito nel cogliere l'occasione per parlare della nostra storia. Guarda gli ebrei d'Europa. Loro si sono espressi in articoli, libri, poesie, pezzi teatrali, dipinti e film che raccontano la loro storia. Loro seppero rappresentare i momenti di gioia e quelli di tragedia e lo fecero in una maniera che catturò l'immaginazione di molti non ebrei. Forse sono stato troppo fatalista, troppo scioccato, troppo insicuro del mio talento letterario ed artistico.
Ma quella non può essere la sola ragione per il mio non voluto stato di ebreo dimenticato. Non è che non ho provato ad attirare almeno un po' di attenzione; l'ho fatto. Ho organizzato assemblee e petizioni, allestito mostre, mandato appelli alle Nazioni Unite e ho incontrato i rappresentanti di quasi tutti i governi occidentali. Ma in qualche modo tutto questo sembra assemblarsi a meno della somma delle sue parti. No, questo è ancora troppo gentile. La verità è che, è stato come parlare ai sordi.
Conosci l'acronimo - MEGO? Significa "My eyes glazed over", cioè: "I miei occhi si appannano". Questa è l'impressione che ho avuto spesso nel tentativo di sollevare l'argomento degli ebrei provenienti dagli stati arabi con diplomatici, rappresentanti eletti e giornalisti - "I loro occhi si appannano". (Their eyes glazed over.)
No, non dovrei ritenermi responsabile, sebbene avrei sempre potuto fare di più in nome della storia e della giustizia.
Al momento c'è un fattore molto più importante che spiega tutto.
Noi ebrei provenienti dai paesi arabi raccogliemmo i pezzi dispersi qua e là della nostra esistenza dopo la nostra partenza - conseguita alla violenza, all'intimidazione e alla discriminazione - e ci trasferimmo.
La maggior parte di noi andò in Israele, dove venimmo accolti. Gli anni seguenti al nostro arrivo non furono propriamente i più facili - ricominciammo daccapo e lavorammo per risollevarci. Arrivammo con diversi livelli di istruzione e con poche risorse materiali tangibili. Ma disponevamo di qualcosa in più a sostenerci attraverso il difficile processo di acculturazione ed adattamento: il nostro incommensurabile orgoglio di essere ebrei, la nostra fede profondamente radicata, i nostri stimatissimi rabbini e i nostri usi e costumi così come il nostro impegno nella sopravvivenza e nel benessere di Israele.
Alcuni di noi - qualcosa come un terzo o un quarto di noi in totale - scelsero di andare in altri paesi.
Gli ebrei dei paesi arabi francofoni gravitarono verso la Francia ed il Quebec. Ebrei dalla Libia crearono comunità a Roma e a Milano. Ebrei egiziani e libanesi vennero dispersi tra l'Europa ed il Nord- America, un piccolo gruppo si stabilì in Brasile. Gli ebrei siriani immigrarono negli Stati Uniti, specialmente a New York, così come anche a Mexico City e Panama City. E la vita continua.
Ovunque ci stabilimmo, seguimmo la ruota della vita e creammo nuove vite. Imparammo i linguaggi locali, se già non li conoscevamo, trovammo lavoro, mandammo i nostri figli a scuola e, appena potemmo, fondammo nuove congregazioni e comunità per preservare i nostri riti e rituali come qualcosa che distingueva la nostra tradizione.
Non sta bene vantarsi, ma io penso che abbiamo fatto bene le nostre cose ovunque noi siamo andati. Non vorrei mai sottovalutare o perdere di vista coloro che per ragioni di età, di salute o di povertà non riuscirono a rimettersi, ma nella maggior parte dei casi in poco tempo facemmo passi da gigante, sia in Israele che altrove.
Ma cosa è accaduto ai palestinesi, e gli altri rifugiati del conflitto arabo con Israele? Tristemente, un destino interamente differente e in questa prospettiva io sospetto che le bugie siano il maggior fattore esplicativo per un ampio e vario discorso per trattare delle due saghe che riguardano i rifugiati.
Mentre noi essenzialmente sparimmo dallo schermo del radar mondiale in una notte - se mai ci siamo stati - quando ci imbarcammo per le nostre nuove vite, i palestinesi non fecero la stessa cosa. Al contrario, per tutta una serie di ragioni - in parte a causa del loro proprio modo di vedere, in parte per il cinismo dei leader dei paesi arabi e parzialmente anche per le azioni di terzi bene-intenzionati ma privi di lungimiranza - i palestinesi non furono messi in condizione di avere le stesse chance di ricominciare una vita nuova. Invece, vennero manipolati e strumentalizzati.
I palestinesi vennero raccolti in campi profughi ed incoraggiati a vivere lì, generazione dopo generazione. Loro beneficiarono dell'aiuto dell'UNRWA, il dipartimento delle Nazioni Unite fondato più di un secolo fa, che non li ristabilì altrove, ma che li mantenne in quei campi e provvede a tutta una serie di servizi di educazione e sociali.
Tra l'altro, la gran parte dei fondi UNRWA non veniva dai paesi arabi - molti dei quali non contribuirono nemmeno con un centesimo - ma dai paesi occidentali. Infatti tutte le nazioni arabe insieme non donarono che una minuscola percentuale di un budget annuale della UNRWA. Questo era tutto quello che venne fatto a seguito delle lacrime di coccodrillo compassionevoli e piene di empatia che noi periodicamente sentiamo dal mondo arabo.
Le Nazioni Unite comprendono anche l'Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR), responsabile per i 22 o 23 milioni di rifugiati nel mondo oggi che si trovano al di là delle frontiere dei loro paesi di nascita e non sono in grado di rientrarvi, cerca di ristabilire quei rifugiati in paesi che li ricevono come immigranti o altrimenti li aiutano ad arrangiare le loro nuove vite. Unicamente i rifugiati della popolazione palestinese sono al di fuori del campo d'azione del UNHCR. Perché?
È ovvio. Qualsiasi spiegazione ufficiale venga fornita, mantenere i campi per i rifugiati significa mantenere l'incubatrice per la guerra contro Israele. Dopo tutto, se ai rifugiati venisse veramente offerta l'occasione per cominciare una vita nuova e produttiva, come accadde a noi, forse la loro animosità verso Israele potrebbe, il cielo ce ne guardi, cominciare a dissiparsi e la loro propensione a produrre "martiri" nelle operazioni terroristiche contro Israele forse diminuirebbe.
Ho cercato dappertutto una spiegazione che avesse uno straccio di senso, non ne ho trovata alcuna. La triste verità è che i leaders del mondo arabo non hanno mai voluto risolvere il problema dei palestinesi rifugiati. Hanno preferito nutrirlo e mantenerlo da tutti lati al centro dell'attenzione per poi mantenere ben vive le loro insoddisfazioni verso Israele da dimostrare di fronte a tutto il mondo.
Dopotutto, molti nel mondo hanno ingoiato l'osso, e divennero quasi ipnoticamente preoccupati della piaga dei rifugiati palestinesi, senza essersi mai posti le difficili domande ed aver mai pensato a noi - ebrei provenienti dai paesi del mondo arabo. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, suppongo.
Se questi diplomatici, politici, giornalisti e attivisti per i diritti civili si fossero mai posti la spiacevole domanda, forse gli si sarebbe paventato il fatto, che il problema dei profughi palestinesi era il risultato del rifiuto del mondo arabo di accettare il piano di spartizione approvato dalle Nazioni Unite nel 1947 e della dichiarazione di guerra all'appena nato stato di Israele nel 1948; che soltanto la Giordania, tra gli stati arabi, professi vera preoccupazione per i palestinesi, offra loro la cittadinanza e un vero nuovo inizio; e che gli stati arabi cinicamente usino i palestinesi quando questo serve ai loro scopi, ma altrimenti li lascino da soli a combattere per se stessi (o peggio).
Inoltre, se non avessero abbandonato la loro capacità di giudizio critico molto tempo fa, questi attori internazionali potrebbero chiedersi, perché ci sono ancora campi profughi in città come Jenin.
Gli accordi di Oslo misero le basi per il ritiro israeliano dalle città principali della Cisgiordania, e le posero direttamente sotto il governo palestinese. Sorprendente, non è vero, che anche sotto completa autorità palestinese i campi non vennero smantellati? Qualcuno ha mai osato chiedere apertamente perché?
(segue)

barbara




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10 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Seconda parte

Sono un ebreo dimenticato.
Dal governatore egiziano Ptolomeo Lagos (323-282 prima dell'era comune) venni insediato in ciò che oggi è l'attuale Libia, secondo gli scritti dello storico del primo secolo Josefo. I miei antenati ed antenate vissero in modo continuativo per più di due millenni su quel territorio, il nostro numero venne incrementato dai Berberi che si convertirono all'ebraismo, dagli ebrei spagnoli e portoghesi in fuga dall'inquisizione e dagli ebrei italiani che attraversavano il mediterraneo.
Venni confrontato con la legislazione anti-ebraica dei fascisti italiani che avevano occupato il paese. Sopportai l'incarcerazione di 2.600 compagni ebrei nei campi dell'"Asse" nel 1942. Sopravvissi la deportazione di duecento fratelli in Italia in quello stesso anno. Riuscii a superare il lavoro forzato in Libia durante la guerra. Divenni testimone dei pogroms nel 1945 e nel 1948 che costò agli ebrei libici la vita di 150 fratelli, centinaia di feriti e migliaia di senza tetto.
Guardai con incertezza il divenire uno stato indipendente della Libia nel 1951. Mi chiesi cosa sarebbe avvenuto a quei 6.000 di noi che si trovavano ancora là, e che erano i resti di 39.000 ebrei che avevano formato la allora orgogliosa comunità - questo fu finché i libici mandarono via tutti a fare i bagagli e partire alla volta del nuovo stato di Israele.
La nuova buona era che vennero stabilite protezioni costituzionali per i gruppi delle minoranze viventi nel nuovo stato libico. La nuova cattiva era che vennero completamente ignorate.
Entro dieci anni di indipendenza del mio paese nativo non potei più votare, tenere uffici pubblici, servire nell'esercito, ottenere il passaporto, acquistare nuove proprietà, acquisire la maggioranza di proprietà in ogni nuovo affare o partecipare alla supervisione degli affari della nostra comunità.
Nel giugno del 1967 i dadi vennero tratti. Coloro che erano rimasti, sperando contro la speranza che le cose sarebbero migliorate in un paese al quale erano profondamente attaccati ed il quale un tempo era stato buono con noi, non ebbero altra scelta che quella di fuggire. La guerra dei sei giorni creò un'atmosfera esplosiva nelle strade. Diciotto ebrei vennero uccisi e i negozi e case di proprietà ebraica vennero dati alle fiamme fino a che non ne rimase più assolutamente nulla.
Io e 4.000 altri ebrei abbandonammo il paese con i mezzi possibili, i più con una sola valigia in mano e l'equivalente di pochi dollari.
Non ci venne mai concesso di tornare. Non ho mai recuperato i profitti perduti in Libia a dispetto delle promesse del governo. Di fatto, tutto venne rubato - le case, i mobili, i negozi, le istituzioni comunitarie. Anche peggio, non fummo mai in grado di visitare le tombe dei nostri cari. Questo ci ferì profondamente ed in maniera particolare. Per la verità mi venne detto, che sotto il colonnello Gheddafi, che prese il potere nel 1969, i cimiteri ebraici vennero invasi dai bulldozzer e le pietre tombali vennero usate per costruire strade.

Sono un ebreo dimenticato.
La mia esperienza - quella buona e quella cattiva - vivono nella mia memoria, e io faccio il possibile per tramandarla ai miei figli ed ai miei nipoti, ma quanto di essa può venire assorbita da loro? Quanto possono identificarsi con una cultura che sembra più la reliquia di un tempo passato, che appare sempre più remoto ed intangibile? È vero, due o tre libri ed articoli sono stati scritti, ma - e qui voglio essere generoso - essi sono lontani dall'essere Best-Sellers.
In ogni caso, possono questi libri competere con il tentativo dei leader del governo libico di cancellare ogni traccia della mia millenaria presenza? Possono questi libri competere con un mondo che virtualmente non pone attenzione alla fine della mia esistenza?
Dai un'occhiata all'indice del New York Times del 1967 e vedrai tu stesso come il giornale fa la cronaca della tragica scomparsa di quell'antica comunità. Posso risparmiarti la fatica di guardarci - poche righe pietose furono tutto ciò che documenta come andarono le cose.
Sono un ebreo dimenticato.
Sono una delle centinaia di migliaia di ebrei che una volta vivevano in paesi come l'Iraq e la Libia. Tutti insieme eravamo circa 900.000 persone nel 1948. Oggi siamo meno di 5.000 concentrati in due paesi moderati - Marocco e Tunisia.
Una volta eravamo vibranti comunità in Aden, in Algeria, in Egitto, in Libano, in Siria, in Yemen e altre nazioni, con radici profonde e datate letterariamente a più di duemila anni fa. Adesso siamo prossimi al nulla.
Perché nessuno parla di noi e della nostra storia? Perché il mondo parla senza pietà ed ossessivamente dei rifugiati palestinesi del 1948 e del 1967 nel medio oriente - che vennero spostati da guerre dichiarate da parte dei loro fratelli arabi - ma ignorano totalmente i rifugiati ebrei del 1948 e del 1967.
Perché il mondo è lasciato con l'impressione che ci sia solo una popolazione di rifugiati nel conflitto arabo-israeliano, o per essere più precisi, nel conflitto arabo con Israele, quando, di fatto, ci sono due popolazioni di rifugiati ed il nostro numero era di qualche misura più grande di quello dei palestinesi? Ho passato molte notti insonni, tentando di capire quest'ingiustizia.
(segue)

barbara




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9 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Prima parte

Sono un ebreo dimenticato.
Le mie radici hanno quasi duemilaseicento anni, i miei antenati contribuirono a porre pietre miliari nel processo di civilizzazione del mondo e la mia presenza venne sentita tra il nord dell'Africa fino alla terra della luna crescente - ma oggi non esiste quasi più. Vedi, io sono un ebreo del mondo arabo. No, questa definizione non è interamente accurata. Sono caduto in una trappola semantica. Io c'ero già prima della conquista araba di ognuno di questi paesi nei quali ho vissuto. Quando gli invasori arabi conquistarono il nord Africa, per esempio, io lì ci vivevo già da più di sei secoli.
Oggi, non troverai le mie tracce nella maggior parte di questa vasta regione.
Prova a trovarmi in Iraq, una nazione che probabilmente avrà un gran bel numero di visitatori stranieri molto presto.
Ricordi l'esilio babilonese dall'antica Giudea, seguendo la distruzione del primo tempio nel 586 prima dell'era comune? Ricordi la vibrante comunità ebraica che emerse là e che produsse il Talmud babilonese?
Sapevi che nel nono secolo, sotto il governo musulmano, noi ebrei eravamo costretti ad indossare una pezza di stoffa gialla sui nostri vestiti come un distintivo - un precursore dell'infame marchio nazista - e ci trovammo di fronte altre misure discriminatorie? Oppure che nell'undicesimo e nel quattordicesimo secolo affrontammo tasse onerosissime, la distruzione di molte sinagoghe e una durissima repressione?
E mi chiedo se hai mai sentito parlare del "Farhud", il capitolare della vita civile e delle leggi, a Baghdad nel 1941. Come riporta la cronaca di uno specialista del comitato ebraico americano, George Gruen:
"In uno spasmo di violenza incontrollata, tra i 170 ed i 180 ebrei vennero assassinati, più di 900 vennero feriti e 14.500 sopportarono perdite materiali durante le razzie o la distruzione dei loro negozi e delle loro case. Sebbene il governo volesse eventualmente ristabilire l'ordine pubblico... gli ebrei vennero banditi dal pubblico impiego, limitati nelle carriere scolastiche e soggetti al carcere, pesantemente multati, confiscati delle loro proprietà per il più debole sospetto di essere in contatto con gli altri due movimenti banditi (dalla vita politica irachena di quel tempo, n.d.t.). Infatti comunismo e sionismo venivano spesso equiparati per statuto. In Iraq il solo ricevere una lettera da un ebreo nella Palestina di allora (prima del 1948) era sufficiente per sottoporti all'arresto e alla perdita delle proprietà."
Al culmine (della crescita demografica, n.d.t.) eravamo in 135.000 ebrei nel 1948, eravamo un fattore vitale ed importante in ogni aspetto della società irachena. Per illustrare il nostro ruolo, ecco cosa scrisse l'enciclopedia giudaica circa l'ebraismo iracheno: "Durante il ventesimo secolo, intellettuali, autori e poeti ebrei diedero un importante contributo al linguaggio arabo e alla letteratura scrivendo libri e numerosi essays".
Nel 1950 altri ebrei iracheni ed io affrontammo la revoca della cittadinanza, la confisca delle proprietà e ancor più ominosa, l'impiccagione pubblica. Un anno prima il primo ministro arabo Nuri Sa'id parlò all'ambasciatore britannico ad Amman di un piano per espellere l'intera comunità ebraica e di piazzarla sui gradini del Giordano. L'ambasciatore raccontò l'episodio nelle sue memorie intitolate: "From the Wings: Amman Memoirs, 1947-1951".
Nel 1951 miracolosamente 100.000 tra noi lasciarono il paese grazie all'aiuto straordinario da parte di Israele, con un po' meno dei nostri vestiti addosso. Gli israeliani diedero all'operazione di salvataggio il nome di "Esdra e Nehemiah".
Quei pochi che restarono, vissero in paura perpetua - paura della violenza e di più impiccagioni pubbliche, come accadde il 27 gennaio del 1969, quando nove ebrei vennero impiccati nel centro di Baghdad sulla base di prove false, mentre centinaia di migliaia di iracheni intorno a loro incitavano selvaggiamente all'esecuzione. Il resto quindi abbandonò l'Iraq in un modo o nell'altro, inclusi alcuni miei amici che trovarono la sicurezza nell'Iran governato dallo Scià.
Adesso non ci sono più ebrei a parlare, tanto meno monumenti o musei o altre forme di ricordo per la nostra presenza sul territorio iracheno durato ventisei secoli.
I libri di testo dell'Iraq riferiscono della passata presenza ebraica in Iraq? Del nostro contributo positivo allo sviluppo della società e della cultura irachena? Neanche per sogno. Duemila e seicento anni sono stati cancellati, completamente sdradicati, come se non fossero mai esistiti. Potete mettervi al mio posto e sentire il dolore bruciante della perdita e dell'invisibilità?
(
segue)

barbara




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9 dicembre 2005

AGGIORNAMENTO

I signori visitatori sono cortesemente invitati a recarsi nuovamente a vedere il blog del punto, onde aggiornarsi sulla mia non umile e non modesta persona. E anche, per chi ancora non lo conoscesse, per scoprire un blog che vale la pena di leggere.

barbara




permalink | inviato da il 9/12/2005 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


8 dicembre 2005

UNA SOLUZIONE PER OGNI PROBLEMA, UN PROBLEMA PER OGNI SOLUZIONE

E, soprattutto, un uomo per ogni problema e per ogni soluzione. Sto parlando di quel sant’uomo (vedi post sotto) del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: dato per assodato che Israele è un problema, la soluzione è estremamente semplice: «Se Germania ed Austria si considerano colpevoli per l'Olocausto, dimostrino il loro pentimento accogliendo sul loro territorio lo stato ebraico». (Agr) Forse qualcuno dovrebbe spiegare al signor Ahmadinejad che cos’è uno stato. Forse qualcuno dovrebbe spiegargli che la Germania è uno stato, e si trova in Germania. E l’Austria è uno stato e si trova in Austria. E Israele è un altro stato e, a differenza della Germania e dell’Austria, non si trova né in Germania, né in Austria, bensì in Israele, che non è vicinissimo agli altri due. Ora, è vero che i geologi hanno formulato la teoria delle placche tettoniche e delle zolle tettoniche che si spostano e scivolano e slittano e ne fanno di tutti i colori, ma ho paura che da Israele alla Germania sia un po’ lunga. Diteglielo, per favore: si può fare, naturalmente, ma si dovrà un pochino armare di pazienza (nota a margine: ma l’Olocausto non era una balla che si erano inventati gli ebrei?).

barbara




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8 dicembre 2005

AVVISO

Chi nutrisse qualche interesse per la mia non umile e non modesta persona, è caldamente invitato ad andare qui. Chi non nutrisse alcun interesse per la mia non umile e non modesta persona, è caldamente invitato a vergognarsi.

barbara




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7 dicembre 2005

INCIDENTE. HANNO DETTO

Un bambino di sette mesi, qui in regione, è ricoverato in rianimazione con ustioni su varie parti del corpo. La mamma, hanno detto, lo aveva posato sul tavolo di cucina quando con un improvviso (improvviso?) quanto involontario (involontario?) movimento del polso (del polso?) ha rovesciato una pentola d’acqua bollente (rovesciato? Una pentola piena d’acqua? Con un movimento del polso? E la pentola d’acqua bollente stava sul tavolo? E lei ha messo il bambino proprio lì vicino?). Il bambino è in prognosi riservata. È stato un incidente, hanno detto.

barbara




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7 dicembre 2005

PICCOLA CONSIDERAZIONE CULTURAL-FILOSOFICO-CULINARIA

Purè italiano: patate, latte, sale, burro, parmigiano, noce moscata.
Purè tedesco: patate, latte, sale.
E io mi chiedo: sarà per il fatto che mangiano di schifo che il tedeschi sono così aggressivi e hanno passato la loro storia a fare guerre?

barbara




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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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