.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 ottobre 2005

MA NO, DAI, AVEVAMO SCHERZATO!

Ma davvero avevate creduto che volessimo distruggere Israele? Ma quando mai! Come al solito avete capito male. Sì, è vero che lo stiamo ripetendo da una vita, ma sempre di scherzi si trattava. Abbiamo anche fatto un po’ di guerre – con le quali ci siamo anche tagliati i cocomeri da soli, ma questa è un’altra storia – dicendo che era per ributtare i sionisti a mare, ma il problema siete voi che non sapete capire gli scherzi, non noi. E adesso vi mettete anche a fare quella pagliacciata della marcia per Israele, ma per piacere! Meno male che anche fra di voi ci sono un paio di persone con la testa sulle spalle, capaci di capire come veramente stanno le cose, Giulietto Chiesa, per esempio, che dice: «Fassino sbaglia ad aderire alla fiaccolata del Foglio. E’ il solito atteggiamento privo di ragionamento strategico. Queste manifestazioni contro l’Iran fanno parte di mille pressioni che per esempio noi eurodeputati registriamo continuamente» e se qualcuno volesse sospettare qualche oscura manovra del solito complotto ebraico, probabilmente non andrebbe troppo lontano dal vero. E infatti si sa benissimo che le dichiarazioni anti-Israele del presidente iraniano «Sono operazioni di facciata che procedono di pari passo con quelle Usa contro l’Iran» e dunque non dovreste dare tutto questo peso agli strilli degli ebrei. Anche Luca Casarini, leader dei Disobbedienti del Nord-Est, contesta la fiaccolata di Ferrara: «Che Israele venga vissuto pesantemente come un’anomalia dai Paesi arabi del Medio Oriente, è fuori di dubbio. Io sono con i palestinesi oppressi dal governo Sharon. [...] La dichiarazione iraniana su Israele? A me sembra che sia funzionale a un gioco politico internazionale. In fondo si comporta così Bush quando minaccia la Siria, o proprio l’Iran. La fiaccolata del Foglio? Strumentale, viene da chi appoggia un altro oscurantismo, quello neo-liberista e bushista». Questo sì che si chiama ragionare, signori, altro che i vostri lagni! E il manifesto: quello sì che è un giornale coi fiocchi e controfiocchi! Leggetelo, miei cari, e così finalmente saprete che Israele «da anni pratica sul campo la cancellazione dalla carta geografica del popolo palestinese e del suo Stato». C’è anche qualcuno più realista del re, come quel tale che su Aprile on line, quotidiano «per la sinistra» diretto da Aldo Garzia e Nicola Tranfaglia si chiede: «E se Ahmadinejad avesse ragione? Siamo sicuri che il fondare in Palestina uno Stato israeliano rifiutandolo ai palestinesi sia stata una cosa giusta?» Sì, più realista del re perché, come detto, quello di voler distruggere Israele era solo uno scherzo: tutto quello che noi pretendiamo è semplicemente la fine dell’occupazione e la liberazione della Palestina, nient’altro che questo, avete capito? E adesso su, da bravi, tornatevene a cuccia e smettetela di rompere, che abbiamo da lavorare, noi. E per piacere, fate diligentemente finta di non ricordare che noi, quando parliamo di Palestina, intendiamo quell’area che va dalla Galilea al mar Rosso e dal fiume Giordano al mare Mediterraneo. Perché su questo, badate bene, non siamo affatto disposti a scherzare.



barbara




permalink | inviato da il 30/10/2005 alle 22:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa


30 ottobre 2005

SHOCK. SHOCK?

La Francia è sotto shock: l’abbé Pierre, l’amatissimo abbé Pierre, il mitico, leggendario abbé Pierre ha confessato che nei suoi 93 anni di vita gli è capitato di provare desiderio sessuale. E già qui di motivi per essere scioccati ce n’è a iosa, ma, ahimé, non è ancora tutto: ha confessato anche, l’abbé Pierre, che in qualche occasione gli è capitato addirittura di cedere alla tentazione e di soddisfare tale desiderio sessuale, e a questo punto si capisce perfettamente che un’intera nazione possa essere sotto shock. E tuttavia, pur nella più totale comprensione del dramma che la Francia sta attraversando, mi viene da pormi un’impertinente domanda: nessuno shock quando il santo religioso ha sostenuto a spada tratta Roger Garaudy? Nessuno shock quando ha sposato in toto le sue posizioni? Nessuno shock quando ha appoggiato le tesi sostenute nel suo libro “I miti fondatori”, ossia che gli ebrei hanno enormemente esagerato le dimensioni dello sterminio subito, allo scopo di rubare impunemente la terra ai palestinesi? Nessuno shock quando ha avallato con la sua autorevolissima testimonianza tutte le abiette affermazioni antisemite di Garaudy, gloriosamente pubblicato, tra l’altro, nel sito di “radioislam” insieme al testamento di Hitler e a quel preziosissimo documento che sono “I protocolli dei savi anziani di Sion? Nessuno shock per queste bagatelle?

barbara




permalink | inviato da il 30/10/2005 alle 1:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


29 ottobre 2005

QUANTA IPOCRISIA!

I Paesi arabi non riconoscono lo stato di Israele. I Paesi arabi non accettano l’esistenza dello stato di Israele. I Paesi arabi aspirano alla distruzione di Israele. I Paesi arabi non si sono ancora rassegnati all’esistenza di Israele. I Paesi arabi non hanno mai accantonato la speranza di potere, un giorno, distruggere Israele. Noi (associazioni amicizia Italia-Israele, honest reporting, informazione corretta, ebraismo e dintorni, forum, gruppi privati) lo abbiamo sempre saputo. E lo abbiamo sempre detto. E abbiamo sempre diffuso i documenti che lo dimostrano, anche ai giornali. E che cosa succede adesso? Succede che il signor Ahmadinejad ridice per l’ennesima volta ciò che già mille volte era stato detto e proclamato: vogliamo distruggere Israele. E si scatena il finimondo, e tutti fingono di non avere mai sospettato simili propositi. «Rivoltanti» trova Blair le sue dichiarazioni. «Insensate e irresponsabili» le definisce Chirac. Perfino Kofi Annan, che poco più di quattro anni fa aveva sponsorizzato l’oscena fiera dell’odio antiisraeliano e antiebraico di Durban, ora sembra un tantino preoccupato. E tutti condannano «nei termini più energici» i propositi di Ahmadinejad, ma in ogni caso, spiega Franco Venturini nelle pagine del Corriere della Sera, «resterà la ferita di un “tradimento” che nemmeno il khomeinismo di Ahmadinejad aveva lasciato presagire». Eh, già: quasi sessant’anni di odio, quasi sessant’anni di dichiarazioni (comprese quelle, piuttosto recenti, da parte iraniana, di volere l’atomica allo scopo specifico di distruggere Israele), quasi sessant’anni di terrorismo e di guerre allo scopo dichiarato di distruggere Israele, la Costituzione di Hamas e quella di al-Fatah che dichiarano essere la distruzione di Israele l’unico scopo della propria esistenza, non sono state sufficienti a lasciar presagire intenzioni poco amichevoli nei confronti di Israele. E prosegue, Venturini: «Come abbiamo già scritto su queste colonne, si può dissentire anche duramente dalla politica dei governi israeliani. Ma la Storia vieta, a noi europei più che a chiunque altro, di accettare che l’esistenza dello Stato di Israele venga messa concretamente a rischio». E uno si chiede: e che cosa ha fatto l’Europa quando nel 1948 gli arabi hanno scatenato una guerra per distruggere Israele? E che cosa ha fatto quando nel 1967 gli arabi hanno scatenato una guerra per distruggere Israele? E che cosa ha fatto quando nel 1973 gli arabi hanno scatenato una guerra per distruggere Israele? Per chi non lo ricordasse, voglio ricordarlo io: nel 1948 il mondo è stato a guardare. Nel 1967, dato che Israele – unico modo per evitare la distruzione – ha anticipato gli arabi di qualche ora, il mondo ha detto che il primo colpo lo aveva sparato Israele, e dunque la colpa era di Israele. Nel 1973, quando Israele non si aspettava l’attacco ed è stato colto di sorpresa, il mondo ha detto che non ha importanza chi spara il primo colpo, e che la colpa era comunque di Israele. Questo hanno fatto l’Europa e il mondo quando “l’esistenza dello Stato di Israele” è stata “messa concretamente a rischio”. Ma ancora non è contento, il signor Venturini, no: ha bisogno di fare un’ultima aggiunta: «L’Iran ha il merito di aver chiarito i termini della questione». Perché la questione, a lui (e a quanti altri come lui?) non era ancora sufficientemente chiara. Scommettiamo che la prossima dichiarazione – fra due mesi, o fra due settimane, o fra due giorni – sulla necessità di distruggere Israele tornerà a cogliere tutti di sorpresa?



barbara




permalink | inviato da il 29/10/2005 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


28 ottobre 2005

E CI RISIAMO

Il terrorismo palestinese ha di nuovo fatto strage in Israele. E il presidente palestinese l’ha condannata: «perché danneggia la nostra causa». Non perché fare strage di innocenti sia cosa un pochino brutta. Non perché Israele sia un Paese con cui pensare di potere un giorno – forse, magari, chissà – concludere una pace e convivere da buoni vicini. No, neanche per sogno: l’unico motivo per cui la strage è da condannare, è che non porta benefici. Invita inoltre, l’ineffabile signor Mahmoud Abbas, nom de guerre (tanto per ricordarci che è un uomo di pace) Abu Mazen, tutte le fazioni a «non offrire a Israele pretesti per attaccare»: grandioso, vero? Loro, con o senza pretesti, stanno attaccando Israele da 57 anni – e prima della nascita dello stato avevano attaccato gli ebrei palestinesi (sì, per chi non lo sapesse: a quel tempo erano gli ebrei a chiamarsi palestinesi, non gli arabi che, se interpellati in proposito, sdegnosamente rifiutavano tale qualifica) per un’altra buona trentina d’anni, e ora, con una di quelle classiche giravolte che sono la loro specialità, si preoccupano che sia Israele a voler “attaccare” se solo gliene si fornisce il pretesto. E l’opinione pubblica? Sembra che, nel giro di poche settimane, abbiano già tutti dimenticato di averci raccontato per 38 anni che la causa di tutto era l’occupazione, che se solo fosse terminata quella la pace avrebbe cominciato come per incanto a regnare, che nel momento stesso in cui avessero smesso di essere oppressi dalla famigerata occupazione, i palestinesi si sarebbero trasformati all’istante in tanti angioletti, intenti a nient’altro che a costruire il tanto agognato stato di Palestina. Tutto dimenticato, e nessuno che pensi ad alzare la voce per richiamare all’ordine quei ragazzotti un po’ discoli dai divertimenti leggermente esplosivi. Qualcuno ha anche approfittato dell’occasione per far notare che la barriera di sicurezza non è poi così straordinariamente efficace, visto che i terroristi riescono a passare lo stesso. Dimenticando, come spesso accade, un piccolo dettaglio: i terroristi passano perché la barriera non è completa.
Nel frattempo il signor Ahmadinejad, presidente dell’Iran eletto con una – forse – maggioranza di quel 13% di iraniani che sono andati a votare, scegliendo fra quel paio di candidati cui gli ajatollah non avevano impedito di presentarsi, ripete per l’ennesima volta che Israele deve essere distrutto (e il Corriere dedica all’evento un trafiletto di 44 parole). Lo avevano già detto anche tutti gli altri che, da Khomeini in poi, si sono trovati ad avere un ruolo di un qualche rilievo in Iran, quindi non è che sia una grossissima novità. E il mondo come reagisce? Si stupisce, il mondo: con stupefatto stupore si stupisce. E intanto continua a trattare con l’Iran, facendo salti di gioia ogni volta che qualche interlocutore dichiara che sì, forse, chissà, se facciamo i bravi potrebbero decidere di sospendere la costruzione della bomba atomica per un paio di settimane. E l’idea di poter godere di una proroga di un paio di settimane prima che la lama della ghigliottina cali sul nostro collo, ci fa impazzire di gioia.

barbara




permalink | inviato da il 28/10/2005 alle 0:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


27 ottobre 2005

E LA CHIAMANO INFORMAZIONE

Quando si affrontano temi di politica, si sa, anche il più onesto dei giornalisti ha un cuore che batte in qualche direzione, e nessuno può ragionevolmente aspettarsi che faccia finta che non sia vero. E siamo anche abituati ad affrontare faziosità, manipolazioni, distorsioni – quando non di peggio – nel caso che il tema trattato abbia a che fare con la politica degli Stati Uniti o di Israele. Ormai siamo rassegnati e, pur continuando a indignarci e a denunciare regolarmente almeno i peggiori misfatti, abbiamo smesso da un pezzo di stupircene. Ma che dire quando le notizie distorte non dovrebbero avere alcun impatto emotivo? Che dire quando ciò viene fatto senza che serva – almeno così sembrerebbe - a tirare acqua a nessun mulino? Che dire quando ciò avviene non in un qualche oscuro giornalucolo di provincia bensì nel maggiore quotidiano nazionale? I fatti: UNA ricercatrice (?) americana, Elisabeth Marquardt, ha scritto un libro in cui sostiene che i figli soffrono meno con due genitori che litigano che con due genitori che si separano. E che cosa scrive sul Corriere della Sera la signora Federica Cavadini? Ci racconta che queste sono le conclusioni a cui sono arrivati GLI AMERICANI. Credo sia il caso di osservare, per inciso, che l’unico modo per sapere se i figli di genitori che litigano siano meno infelici, meno disperati, meno sconvolti dei figli di genitori che si separano, sia di chiederlo anche ai figli dei genitori che litigano e non si separano, cosa che la “ricercatrice” non ha fatto, limitandosi a intervistare i figli di genitori separati, il che pone una grossa ipoteca sulla serietà, e quindi sull’attedibilità, della sua ricerca. Ma ciò che mi preme notare è il fatto che una cosa affermata da UNA persona, nelle mani di una “giornalista” diventa opinione comune di quasi 300 milioni di persone. E la chiamano informazione.

barbara




permalink | inviato da il 27/10/2005 alle 0:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


25 ottobre 2005

CIAO ROSA

Non era un nome noto, quello di Rosa Parks. Eppure ha fatto qualcosa di straordinario: non avrà forse cambiato il mondo, ma ha certamente cambiato un mondo: un mondo fatto di pregiudizio, di razzismo, di segregazione. Un mondo in cui un negro non poteva restare seduto in un autobus lasciando un bianco in piedi: il regolamento gli imponeva di cedergli il posto. E Rosa, in un memorabile giorno del 1955, si rifiuta di farlo: ha pagato il biglietto, dice, e dunque ha gli stessi diritti di chiunque altro. Il passeggero bianco si rivolge al conducente, ma neanche lui riesce a “indurre alla ragione” la ribelle, e si fa dunque intervenire la polizia. La sua grave illegalità le costa un processo e la condanna a una multa di 10 dollari, più altri 4 di spese processuali. Dalla sua ribellione a una legge ingiusta e assurda nasce una rivolta generalizzata, con marce, proteste, sit-in, boicottaggi. I neri cominciano a prendere coscienza del fatto che la loro inferiorità non è una ineluttabile legge di natura; la rivolta si estende sempre più, e prosegue per oltre un anno, fino a quando la Corte Suprema impone a Montgomery di abolire le discriminazioni sugli autobus e mette fine alle leggi di segregazione in tutto il sud. Ma il prezzo da pagare, per Rosa, non si limita alla multa: dopo quell’episodio non riesce più a trovare lavoro, ed è costretta a lasciare l’Alabama. Si trasferisce a Detroit, dove continua a lavorare come sarta fino a quando diventa assistente del membro del congresso degli Stati Uniti John Convers.
Se n’è andata oggi, a 92 anni. Grazie Rosa, grande donna e grande maestra.



barbara




permalink | inviato da il 25/10/2005 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


24 ottobre 2005

VOGLIAMO CHIAMARLA RESISTENZA?

In un momento cruciale per lo stato iracheno, per il popolo iracheno, per la futura, possibile, auspicabile democrazia irachena (il referendum sulla costituzione, il processo a Saddam Hussein), i “resistenti” iracheni organizzano uno spettacolare attentato. Contro le “forze di occupazione”? No. Contro i “collaborazionisti con le forze di occupazione”? Neanche. L’attentato è diretto all’hotel Palestine, che ospita i giornalisti stranieri. Stando ad alcune fonti, sembra che volessero anche rapirne un certo numero, sembra che l’azione sia stata impedita dall’intervento della polizia irachena, che ha ingaggiato un conflitto a fuoco con gli assalitori. L’attentato ha effetti devastanti: non per gli “occupanti” bensì per gli iracheni. Aspettiamo con ansia i soliti saggi che dottamente ci spiegheranno che questo è un legittimo atto di resistenza, che anche i nostri partigiani nel combattere l’occupazione nazista non rifuggivano da questo tipo di azioni, che anche se noi non lo vogliamo capire, questi eroi si stanno sacrificando per il bene del popolo iracheno. Aspettiamo.

barbara




permalink | inviato da il 24/10/2005 alle 22:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa


23 ottobre 2005

MA NON È MICA ANTISEMITISMO!

Da un articolo pubblicato su “Il mattino dell’Alto Adige” nell’ottobre 2002:
”«Dobbiamo farla finita con questi sensi di colpa nei confronti degli ebrei per quel passato che li vede rappresentati come uniche vittime. Anche noi sudtirolesi siamo stati vittime del fascismo. E poi dove erano gli ebrei altoatesini quando c´era da discutere sul nome di piazza della Vittoria?». Un duro attacco, quello lanciato dalla segretaria generale dei Freiheitlichen, Ulli Mair, alla comunità ebraica altoatesina. L´esponente del partito vuole prendere le distanze dall’iniziativa del quotidiano «Dolomiten» e della comunità ebraica per la realizzazione di una lapide che ricordi la shoah nel cimitero di Oltrisarco.
«A Fiuggi il vicepremier Granfranco Fini si è scusato con la comunità ebraica per i crimini del fascismo prendendo le distanze dal passato - spiega Ulli Mair - quando è arrivato a Bolzano per la questione di Piazza della Vittoria ha mostrato nuovamente la il suo vero volto, rievocando fantasmi del passato. E anche in questo caso gli ebrei altoatesini sono stati zitti. Quindi non vedo perché i giusti e laboriosi sudtirolesi debbano spendere soldi per una lapide per gli ebrei. L’Alto Adige ha problemi ben più importanti da affrontare, piuttosto che continuare a dare importanza agli ebrei».
Il discorso della segretaria generale Mair si porta poi sulla situazione politica internazionale, puntando il dito contro gli ebrei e associandoli ai problemi in Palestina: «Tutti gli ebrei rivestono incarichi di potere, in particolare negli Stati Uniti - spiega - hanno imparato dalla storia? O siamo noi che dovremmo imparare qualcosa? Un esempio è la Palestina. È anche per questo che ritengo che i sudtirolesi non debbano spendere soldi per questa lapide».
La comunità ebraica, intanto, vive con sgomento queste affermazioni: «No comment - ha dichiarato il rabbino Beniamino Goldstein - non voglio neppure replicare in merito». Un silenzio che la dice lunga”.
Qualche nota, per chi non è al corrente delle vicende locali. Piazza della Vittoria ricorda la vittoria della prima guerra mondiale, che ha privato gli altoatesini della propria madrepatria austriaca. Qualche mese prima dell’episodio riportato in questo articolo, il sindaco di Bolzano (italiano) aveva deciso di cambiare il nome e chiamarla Piazza della Pace. Immediatamente i fascisti hanno indetto un referendum, e la quasi totalità degli italiani hanno votato per il ripristino del vecchio nome, e oggi la piazza si chiama di nuovo Piazza della Vittoria. Quello che la signora Mair dimenticava di dire è che però discussione e referendum hanno riguardato esclusivamente il comune di Bolzano, nel quale vivono non più di un paio di ebrei, mentre in tutta la regione sono poche decine. Prima della guerra erano oltre un migliaio; poi la regione si è trasformata in una specie di piccola Polonia, con una vera e propria caccia all'ebreo, e non è rimasto più quasi nessuno. A Bolzano c'era anche un campo di concentramento - e questo lo sanno più o meno tutti - ma forse non tutti sanno che quel campo aveva anche numerosi campi-satellite sparsi per tutta la regione, dei cui lavoratori-schiavi moltissimi «giusti e laboriosi sudtirolesi» si sono serviti. Per queste sue dichiarazioni Ulli Mair fu denunciata; nel settembre 2004 il gup di Bolzano Carla Sheidle dichiarò il «non luogo a procedere». Ora l’avvocato della Procura generale Silvio Costa ha impugnato la sentenza, e Ulli Mair dovrà tornare davanti ai giudici. Nell’occasione sia l’interessata che l’avvocato hanno ribadito che in quelle affermazioni non c’era niente che potesse configurarsi come antisemitismo («tipico linguaggio goliardico» lo ha definito l’avvocato). Si spera che questa volta l’antisemitismo della consigliera venga affrontato in modo un po’ più serio della volta precedente.



barbara




permalink | inviato da il 23/10/2005 alle 23:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


22 ottobre 2005

MA QUALE SCANDALO?

Dice il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che la latitanza di Provenzano ha goduto di autorevoli coperture: «Rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, forze di polizia», e immediatamente si scatena la bagarre. Immediatamente si insorge. Immediatamente si grida allo scandalo. Sembra che questi professionisti dell’insorgenza godano di cospicui vuoti di memoria. Sembra che si siano dimenticati di quando Tommaso Buscetta fece a Giovanni Falcone il nome del capo della polizia, e immediatamente dopo Falcone venne ucciso. Sembra che abbiano dimenticato che poi Buscetta fece lo stesso nome a Paolo Borsellino, e immediatamente dopo Borsellino venne ucciso. Sembra che abbiano dimenticato che, come poi risultò, in tutti gli anni in cui quel signore fu a capo della polizia non ci fu un solo arresto di boss mafiosi; che ogni volta che veniva organizzato un agguato, i poliziotti arrivavano e trovavano che gli uccelli avevano già preso il volo; che l’unica volta che vi fu una bella operazione di polizia contro la mafia, fu quando il vice di quel signore organizzò tutto a sua insaputa, assicurandosi che nessuno degli agenti coinvolti si lasciasse sfuggire una sillaba su quanto si stava preparando; che a partire dal momento in cui quel signore fu arrestato, la polizia riprese ad arrestare mafiosi. Sembra che si siano anche dimenticati di quando un giudice di Cassazione andò avanti per anni ad annullare processi di mafia – cinquecento riuscì ad annullarne – con motivazioni quali: era stato impresso a un documento un timbro a inchiostro invece che il regolamentare timbro a secco; dei tre avvocati di un unico studio forense, solo due erano stati personalmente informati sulla data dell’udienza, e altre simili amenità. Cinquecento processi annullati, migliaia di boss mafiosi dalle mani grondanti di sangue mandati liberi. Sembrano anche ignorare, i suddetti insorgenti, che se un giudice può permettersi di condurre per anni consimili giochetti, si può non del tutto irragionevolmente ipotizzare che a sua volta disponga di discrete coperture da parte di chi sta più in alto di lui e ha sufficiente autorità e competenza in materia. Ci si dichiara inorriditi, dunque. Non dal re che oscenamente gira nudo, bensì dal bambino che punta il dito su di lui. Vergogna, signori, vergogna a tutti voi.

barbara




permalink | inviato da il 22/10/2005 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


21 ottobre 2005

MA DAVVERO DAVVERO?

Davvero ci abbiamo creduto che l’America è il cane da guardia di Israele? Che gli interessi di Israele sono il primo pensiero dell’amministrazione americana? Che qualunque iniziativa israeliana può sempre e comunque contare sul sostegno americano? Sentiamo un po’ che cosa ci racconta Swissinfo - e che i nostri giornali non ci hanno raccontato:
«Israele ha dovuto rinunciare a un'importante fornitura militare al Venezuela in seguito a forti pressioni degli Stati Uniti. Secondo quanto ha riferito oggi con ampio rilievo la stampa locale, lo Stato Ebraico ha dovuto rinunciare a una commessa del valore stimato di 100 milioni di dollari, che includeva l'ammodernamento di aerei da combattimento venezuelani F-16, in seguito a pressanti richieste degli Stati Uniti contrari a ogni collaborazione militare col regime del presidente venezuelano Hugo Chavez, severo critico dell'amministrazione del presidente Usa George W. Bush. Fonti dell'industria militare israeliana, citate dalla stampa locale, hanno espresso il timore che gli Stati Uniti stiano in effetti cercando di emarginare Israele - tra i maggiori esportatori d'armi - da tutti i mercati potenziali nel campo degli armamenti e delle tecnologie militari. Alcuni anni fa Israele era stato costretto ad annullare un contratto per la vendita alla Cina di aerei spia, rinunciando a una commessa di oltre un miliardo di dollari, e aveva pure dovuto pagare al governo di Pechino una forte penale. Gli Stati Uniti sono pure intervenuti per impedire a Israele di ammodernare aerei spia senza pilota che aveva venduto alla Cina alcuni anni prima. Tra i ministeri della difesa dei due paesi i contrasti sulle esportazioni belliche israeliane sono stati al centro di forti tensioni, apparentemente superate solo di recente dopo un accordo che dovrebbe ora disciplinare la questione. Gli Stati Uniti si oppongono soprattutto a forniture belliche ad alto contenuto tecnologico alla Cina».

Nel frattempo il Corriere della Sera ci informa che «il presidente Bush ha ieri evitato di appoggiare il premier israeliano Ariel Sharon sull’esclusione di Hamas dalle elezioni parlamentari di dicembre in Palestina» perché la lotta mondiale al terrorismo va bene, ma se si tratta di terrorismo che colpisce unicamente Israele, che problema c’è? Lasciamolo competere, perché no? E se vince le elezioni e diventa “legittimo” padrone della scena, cosa sarà mai? Anzi, per farla completa, «Bush [...] ha elogiato Abu Mazen come “un uomo di pace”. L’uomo – vale forse la pena di ricordarlo – che ha organizzato e finanziato la strage di Monaco del 1972. L’uomo che ha sempre condiviso tutta la politica e tutte le battaglie di Arafat. L’uomo che ha criticato l’uso del terrorismo “perché si è rivelato controproducente”, non perché non sia di per sé uno strumento legittimo e accettabile. L’uomo che continua a farsi chiamare Abu Mazen, ossia col nome di battaglia. L’uomo che ancora non ha cancellato, come non li aveva mai cancellati Arafat, dalla costituzione di al-Fatah (vedi link a lato) gli articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile. L’uomo che ha fatto campagna elettorale andando ad abbracciare i capi terroristi e promettendo loro che li avrebbe difesi dal nemico sionista – promessa che finora ha mantenuto. Non contento di ciò, Bush ha anche «richiamato Israele alla osservanza della road map: “Non deve violarne gli obblighi, se lo facesse ne verrebbe ritenuto responsabile”», mentre non risulta che abbia dichiarato di ritenere responsabile l’Autorità Palestinese del fatto di continuare a sponsorizzare il terrorismo. E Abu Mazen? Frigna, tanto per cambiare, e lamenta «”le difficoltà e le umiliazioni” create ai palestinesi dai posti di blocco, le restrizioni ai loro movimenti e la costruzione del muro israeliano, di cui ha invocato il blocco, “tutte cose che ritardano la attuazione della road map”». Il terrorismo invece no, quello, a quanto pare, non è un problema. Non quando i brandelli di carne spiaccicati su per i muri sono di ebrei israeliani.

barbara




permalink | inviato da il 21/10/2005 alle 23:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


20 ottobre 2005

CREATE PONTI, NON MURI!

Il muro della vergogna, il muro dell’odio, il muro dell’apartheid ... quante ne abbiamo sentite, contro la barriera – che per circa il 5% è anche muro, che Israele è stato costretto ad erigere per salvare la vita dei propri cittadini dal terrorismo suicida! Le abbiamo sentite dalla gente comune, da istituzioni accademiche, da eminenti politici, da una corte internazionale, e anche da un signore biancovestito che dal sicuro riparo di mura fra le più poderose del mondo, lanciava moniti e inviti a costruire ponti e non muri. Adesso, almeno per quest’ultimo, conosciamo le vere motivazioni di tanta ostilità nei confronti della barriera.
«Il Vaticano – ci informa Haaretz - ha chiesto di includere dalla parte israeliana il più possibile di istituti e terreni appartenenti alla Chiesa, e Israele ha risposto favorevolmente alla maggior parte delle richieste.
In qualche caso il tracciato del muro è stato modificato e dei quartieri arabi di Gerusalemme che Israele aveva previsto di situare fuori della barriera sono “rimasti dentro” per evitare di nuocere ai cristiani. E questo in risposta alle pressioni del Vaticano.
Il caso più eclatante è quello che ha avuto luogo nel quartiere di Dahyat El Barid (quartiere degli impiegati della posta giordana), situato non lontano dal quartiere A Ram, al nord del quartiere di Neve Yaacov. Il quartiere di El Barid è in effetti vicino al campo militare che comanda la regione militare centro e comprende numerosi centri cristiani e internazionali.
Il primo progetto della Difesa prevedeva di lasciare questo quartiere dalla parte palestinese, ma la pressione del Vaticano e di numerose istanze internazionali ha fatto sì che si decidesse di mantenere dalla parte israeliana alcune zone di questo quartiere».
Ma come, la colpa più grave della barriera non era quella di non rispettare la cosiddetta “linea verde”? Non era quella di “rubare” territorio palestinese “con la scusa” della sicurezza? E, d’altra parte, i cristiani di Palestina non sono arabi palestinesi? Il Vaticano non dovrebbe fare il possibile per assicurare che vengano rispettati i loro diritti sulla loro terra? Non dovrebbe prodigarsi per fare cessare “un’occupazione che si fa sterminio” e che “ha messo a ferro e fuoco la terra del Risorto”? Ma il Vaticano, a quanto pare, ha delle ragioni che la ragione non conosce. Tanto è vero che, informa sempre Haaretz,
«Due volte, nel passato, i responsabili cristiani di Betlemme hanno tentato di far sì che la città sia posta sotto la tutela israeliana. La prima volta è stata subito dopo la guerra dei sei giorni, quando sono state fissate le frontiere di Gerusalemme. La seconda volta è stata quando, al tempo degli accordi di Oslo, Ytzhak Rabin ha deciso di far passare Betlemme sotto la tutela palestinese». E la popolazione cristiana di Betlemme, sotto la “tutela” palestinese, in dieci anni è passata dal 60% al 12%. Chissà come mai.

barbara




permalink | inviato da il 20/10/2005 alle 23:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


19 ottobre 2005

RIFLESSIONE

Ancora una volta un ragazzino ha ammazzato i genitori. E ancora una volta, come tutte le volte, mi viene da chiedermi una sola cosa: bastardi maledetti, quanta sofferenza devono avergli inflitto per costringerlo a giocarsi tutto intero il proprio futuro, pur di uscire dall’inferno?

barbara




permalink | inviato da il 19/10/2005 alle 19:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (44) | Versione per la stampa


18 ottobre 2005

CALCOLI

Il giorno che è nato suo figlio, il signor R. ha comprato un quaderno, e su di esso ha cominciato a segnare, diligentemente, tutte le spese compiute per il suo mantenimento: culla, carrozzina, vestitini, scarpette, cuffiette, pannolini, pomata per il culetto arrossato, medicine, giocattoli. E più avanti scarpe, vestiti, la sua parte di cibo, di sapone, di carta igienica, dottore, barbiere, torte di compleanno e relative candeline, regali di Natale. Più avanti ancora libri, quaderni, penne, dentista, la festa per la prima comunione e per la cresima, bicicletta, tasse scolastiche. Poi, alla fine di ogni anno, calcolava il tasso di inflazione e lo aggiungeva al totale degli anni precedenti, calcolava gli interessi che quei soldi gli avrebbero reso se fossero stati depositati in banca e sommava anche quelli. «Sì, ma perché?» ha chiesto mio padre allibito, la volta che lo ha sorpreso immerso in questi calcoli che riempivano ormai due quaderni e mezzo. «Perché poi quando andrà a lavorare me li dovrà restituire». «...? Sta scherzando, vero?» «No, perché? Non vorrà mica che lo mantenga gratis, no? Se io adesso tiro fuori i soldi, perché non dovrebbe poi restituirmeli? Da quando in qua i debiti non si pagano?» Gli anni sono passati. Il figlio del signor R. ha finito le medie, si è iscritto a ragioneria, a diciannove anni si è diplomato, qualche mese dopo è partito per il militare, e il signor R. si è messo all’opera per trovargli un impiego, affinché, appena tornato dal militare, potesse subito cominciare a guadagnare e a ripagare il suo debito. E l’ha trovato, infatti: un ottimo posto in banca, che il ragazzo è andato immediatamente ad occupare. Il 27 del mese ha ritirato il suo primo stipendio. Due ore dopo il signor R. ha fatto un infarto e ci è rimasto secco.
È in queste situazioni che l’ombra di un dubbio, anche nell’ateo più convinto, riesce ad insinuarsi.

barbara




permalink | inviato da il 18/10/2005 alle 22:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


17 ottobre 2005

UN NUOVO GENOCIDIO?

Non amo i post lunghi e di solito non li faccio, ma di questo articolo, pubblicato sul Corriere di oggi, ogni frase è essenziale e non mi sento di tagliare neppure una riga.
barbara

«Noi boscimani, cacciati come belve nella savana»

Questa che segue non è una testimonianza sulla tortura nel Medioevo. E’ una testimonianza su fatti accaduti nel giugno scorso in Botswana, Africa meridionale. «Mi chiamo Letshwao Nagayame, ho 57 anni, sono il più anziano dei sette arrestati per aver cacciato nella riserva. Le guardie ci hanno torturati. Io sono vecchio ormai, ma loro non hanno avuto pietà: mi hanno ammanettato e appeso per i piedi a una corda tesa tra due pali, con la testa ciondolante, le gambe per aria e le nocche delle mani appoggiate sul pavimento di cemento. Le guardie mi schiacciavano i testicoli e il pene colpendoli con pugni e calci, mentre una mi spezzava le dita pestandole con le sue grosse scarpe. Io gridavo e loro mi hanno riempito di benzina dall’ano. Uno dei miei compagni, Selelo Tshiamo, è stato picchiato duramente al petto, fino a sputare sangue ed è morto dopo settimane di agonia. Io non ho potuto urinare per tre giorni, poi ho versato sangue e ora cammino a fatica».
Letshwao Nagayame e i suoi sventurati compagni sono boscimani che fino al 2002 vivevano con le loro famiglie nella Central Kalahari Game Reserve, in Botswana, dove si procuravano il cibo cacciando piccole prede, raccogliendo radici e bevendo acqua nelle pozze. Furono trasferiti insieme ad altri 7/800 individui delle tribù Gana e Gwi, e dei loro vicini Bakgalagadi, nel «campo di reinsediamento» di Kaudwane, fuori dalla riserva. I boscimani parlano di deportazione in «luoghi di morte», ma il governo sostiene che si spostarono di loro volontà, attratti da una vita meno primitiva.
Inoltre, dice ancora il governo del Botswana, quando i boscimani vivevano all’interno della riserva danneggiavano l’ambiente naturale perché cacciavano antilopi e raccoglievano erbe e tuberi per mangiare. E proprio per fermare questo «scempio della natura», il governo fece piantare nella savana una quantità di cartelli con disegnato un boscimane che tende l’arco, sbarrato da una «X» di divieto facilmente decifrabile anche da chi non sa leggere; per i più letterati, una scritta in inglese e in setswana, la lingua ufficiale del Botswana, avverte: «Divieto di caccia e raccolta di piante»; cioè divieto di mangiare. Il governo - sempre in difesa della natura - ha fatto anche murare i pozzi e quando le autobotti portano l’acqua alle pozze per l’abbeverata degli animali, guardie armate impediscono ai boscimani di bere. Le autorità sostengono che rifornire d’acqua i boscimani costa troppo: tre euro e mezzo per dissetare una persona per una settimana. L’Unione Europea e Survival International - l’organizzazione per la difesa dei diritti dei popoli tribali alla quale dobbiamo tutte le informazioni contenute in questo articolo - si sono offerte di finanziare i rifornimenti ma il governo del Botswana non ha mai risposto. Perché in Botswana si dice che i boscimani valgono meno dei cani.
I boscimani non amano i «campi di reinsediamento», anche se teoricamente dovrebbero trovarvi una vita migliore, con cibo, acqua, cure mediche, scuole e tutti gli altri vantaggi della civiltà. In realtà, nei lugubri insediamenti perdono ogni identità culturale, diventano dipendenti dai sussidi governativi e trovano disperazione, violenze, alcolismo, prostituzione e Aids.
Alla grande deportazione del 2002 sfuggirono solo 35 individui, ai quali negli ultimi tre anni si sono uniti circa altri 150, scappati dai campi camminando giorno e notte, nascondendosi tra le erbe, dormendo in buche nel terreno coperti di sabbia, spremendo un po’ d’acqua dai tuberi, catturando qualche animale per sfamarsi.
Ma sempre guardandosi alle spalle, in fuga, braccati come bestie dalle guardie armate del parco. Che alla fine li hanno ripresi quasi tutti e riportati nei campi. Oggi, secondo Survival International sono meno di una decina i fuggiaschi che si nascondono ancora tra le sterpaglie della riserva, ma alcuni sono già stati individuati dalle guardie che li seguono passo passo, impedendo loro di raccogliere qualcosa da mangiare o da bere. Pena l’arresto basato su un beffardo rispetto delle regole, che riporta nei campi solo i boscimani che infrangono il divieto di caccia e raccolta. Le regole sono regole.
«Il governo del Botswana sta perdendo completamente il lume della ragione - ha dichiarato Rafael Runco, segretario generale di Survival International -. La breve distanza che separa le azioni governative dal genocidio si sta assottigliando e da oggi nessuno potrà più negare che il governo stia tentando di annientare un gruppo etnico».
Ma, mentre nella savana si sta consumando l’ultimo atto di una tragedia annunciata, i boscimani hanno aperto un altro fronte di resistenza con il supporto legale di Survival International. Hanno citato in giudizio il governo accusandolo di avere attuato una vera e propria deportazione contravvenendo così al cosiddetto comma 14 della Costituzione che garantisce ai boscimani il diritto di vivere nelle loro terre ancestrali. Il governo nega, sostenendo che si è trattato di un trasferimento spontaneo. In tribunale si va avanti tra continui rinvii mentre in Parlamento il governo lavora a tappe forzate per l’abolizione del comma 14.
«La deportazione dei boscimani, iniziata già alla fine degli anni Novanta, è dovuta al fatto che i loro territori nella riserva si sono rivelati un’immensa miniera di diamanti - spiega Francesca Casella, responsabile di Survival Italia -. Proprietaria di gran parte di queste concessioni è una società composta al 50 per cento dalla famosa De Beers e da una società di cui fanno parte diversi ministri del governo. Ovviamente gli interessati smentiscono che l’allontanamento dei boscimani dipenda dai diamanti e fanno notare che non c’è neppure una miniera aperta. Ma ormai le concessioni minerarie coprono praticamente tutta la riserva».
«Tutto sembra perduto - ammette Francesca Casella - ma non è così. Noi ci batteremo fino all’ultimo per salvare questo popolo, anche invitando al boicottaggio dei diamanti e del turismo in Botswana. Questo possiamo farlo tutti, i media e i politici dovrebbero far pressioni su Festus Mogae, presidente del Botswana che proprio in questi giorni è a Roma. Un diamante è per sempre, ma i boscimani muoiono».
Viviano Domenici




permalink | inviato da il 17/10/2005 alle 23:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


16 ottobre 2005

16 OTTOBRE 1943

«[...] La notte tra il 15 e il 16 ottobre si udirono numerosi spari provenienti da più parti; non era un fatto insolito dato il coprifuoco, ma l’intensità degli stessi mise la famiglia in allarme. Ai primi chiarori del giorno scorgemmo pattuglie di soldati tedeschi lungo le strade, e sentinelle armate di guardia davanti ai portoni. Un automezzo stazionava all’angolo di piazza Cairoli vicinissimo a un’edicola di giornali che ora non esiste più. Un altro camion era fermo in via Arenula, a cento metri oltre piazza Cairoli.
Di lì a poco si udì una grande animazione che proveniva dal ghetto: voci ed urla di uomini, di donne, di bambini.
Si videro uscire dalle case di via S.M. del Pianto gruppi di persone sospinti coi fucili nelle strade, dove dei graduati davano disposizioni.
Molti portavano borse, pacchi, valigie e qualche coperta. Lo spettacolo era agghiacciante, il cielo umido e piovoso rendeva ancora più lugubre la scena.
Nel nostro edificio regnava il silenzio: le famiglie ebree che prima vi abitavano avevano da qualche tempo cercato rifugio altrove.
[...] La stessa operazione che si era svolta all’alba nelle viuzze del ghetto si ripeteva ora in via Arenula e nelle strade che si diramano da piazza Cairoli. Dall’edificio che fa angolo appunto tra piazza Cairoli e via Arenula, dal lato di largo Argentina veniva trascinato fuori un gruppo di uomini e di donne, tra i quali una signora anziana strappata dalla sedia a rotelle, e brutalmente caricata su un camion.
Numerosi passanti osservavano inebetiti.
Giunta l’ora di andare a scuola scesi nell’androne. La portiera dello stabile mi corse incontro e con gi occhi gonfi di pianto mi fece cenno di rientrare a casa. Il portone era semichiuso e due SS. montavano la guardia. Solo dopo che i tedeschi ebbero ultimato il controllo dell’edificio, dopo le dodici, fu possibile uscire in strada. Il quartiere era avvolto in una triste cappa di silenzio. Piccoli gruppi di persone commentavano increduli e attoniti l’accaduto. Su molti volti scorrevano lacrime silenziose. E, in mezzo a tanta tragedia, una motocicletta con due fascisti con indosso una lugubre divisa “repubblichina” percorreva le strade lentamente; i due figuri esibivano un’aria spavalda, , visibilmente soddisfatti. Assomigliavano a una coppia di avvoltoi in cerca di preda, sul luogo di un eccidio. Corsero molte voci nel pomeriggio sulla destinazione dei deportati, poi la notizia certa; il Collegio Militare».
(Gianni Campus – Il treno di Piazza Giudia – L’Arciere)

Tutto questo avveniva sotto le finestre del papa. Non furono deportati subito, gli ebrei razziati nel ghetto di Roma: li lasciarono per due giorni interi al Collegio Militare, per vedere se il papa avrebbe reagito. Per potere, nel caso lo avesse fatto, avere ancora il tempo di rimediare, di dire - ah, no, scusate tanto, c’è stato un malinteso – e rimandarli a casa. Sua Santità non reagì. Sua Santità non intervenne. Sua Santità non disse una parola. Sua Santità non mosse un dito, né ufficialmente, né per una qualsiasi delle tante vie traverse che la diplomazia vaticana da sempre conosce e utilizza. Due giorni dopo, il 18 ottobre 1943, i 1022 ebrei strappati alle loro case furono deportati ad Auschwitz. Tornarono in diciassette, sedici uomini e una donna.



barbara




permalink | inviato da il 16/10/2005 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa


15 ottobre 2005

ANTICONFORMISTA?

ZINGARELLI: anticonformismo: atteggiamento di opposizione verso le idee e le abitudini predominanti in un dato ambiente sociale.

DE MAURO: anticonformismo: atteggiamento caratterizzato dal rifiuto di idee o comportamenti convenzionali e di massa.

Ora, io non l’ho letto, e non so se come letterato il Nobel lo abbia meritato o no. Ma qualcuno mi può spiegare in quale modo si possa etichettare come anticonformista un antiamericano viscerale? Uno che odia l’America sia che governi la destra, sia che governi la sinistra? Un pacifista senza se e senza ma, di quelli che partecipano alle adunate oceaniche? Uno che pensa esattamente quello che pensano le masse e si comporta esattamente come si comportano le masse? Uno che pensa e dice esattamente ciò che pensano e dicono la maggioranza degli occidentali? Capisco che un giornalista che è pagato per scrivere, qualcosa debba pur dire, ma dal momento che, per l’appunto, lo pagano, potrebbe anche inventarsi qualcosa di meglio, e non imitare quel collega che, quando Letizia Moratti è diventata ministro, l’ha definita: «una bella signora sulla quarantina». Perché anche alla nostra capacità di berci qualunque panzana c’è un limite, ogni tanto.

barbara




permalink | inviato da il 15/10/2005 alle 23:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


14 ottobre 2005

IO NON LE AVREI VOTATE

Le quote rosa, intendo. Perché se mi metto in politica voglio che mi votino perché sono brava, non perché sono sprovvista di pendagli. E voglio avere la certezza che sia SOLO per quello che mi hanno scelta, e non perché mancava ancora un numero per completare il paniere.

barbara




permalink | inviato da il 14/10/2005 alle 22:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


13 ottobre 2005

LE MADONNE

Tutti conoscono, credo, il famoso detto “chi sa fa, chi non sa insegna”. E se qualcuno è talmente brocco da non sapere neanche insegnare? Niente paura, la soluzione c’è: lo si manda a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare. Capita così che persone che per trent’anni sono state, come insegnanti, la barzelletta di un’intera vallata, si riciclino come esperte, consulenti, tutrici. Capita che persone che quando facevano lezione impedivano ad almeno dieci classi di fare altrettanto perché le loro urla arrivavano, per l’appunto, fino a dieci classi più in là, ora sussurrino con vocina flautata: «Non si deve alzare la voce: non serve a niente!». Capita che persone che in tutta la loro carriera non sono mai riuscite né a far imparare qualcosa ai propri alunni, né a mantenere un minimo di disciplina, abbiano oggi la soluzione in pronta consegna per tutti i problemi che a un insegnante possa accadere di incontrare. Capita che insegnanti le cui lezioni venivano filmate e usate nei corsi di aggiornamento come campionario completo degli errori che un insegnante deve assolutamente evitare, siano adesso le autorità assolute in materia di insegnamento. Costoro sono le madonne dell’Istituto Pedagogico. Caratteristica peculiare di tutte le madonne, maiuscole o minuscole che siano, è la presenza di stretti rapporti con il Messia (rigorosamente maiuscolo). E infatti le mie personali madonne, di Messia ne incontrano a bizzeffe: tutte le volte che leggono un nuovo libro, tutte le volte che vanno a un aggiornamento, tutte le volte che hanno l’occasione di parlare con un qualsiasi “esperto” o sedicente tale, non hanno dubbi: hanno incontrato il Messia. Caratteristica peculiare del Messia, come tutti sanno, è che quando lo si incontra bisogna precipitosamente abbandonare tutto e seguirlo. Il “tutto” in questione è tutto ciò che si è appreso fino a un secondo prima. Per esempio: ci hanno fatto, per decenni, una testa così con la necessità di gratificare l’alunno lodandolo ad ogni occasione? Ci hanno spiegato e ripetuto fino alla nausea che la lode rappresenta l’indispensabile rinforzo in ogni fase dell’apprendimento? Ebbene, contrordine compagni! L’ultimo Messia ha detto che non si deve fare, e dunque non si farà mai più. Vi scappa di dire «bravo!» a uno scolaro che ha dato la risposta corretta a una domanda difficile? Sarete severamente rimproverati. Ma non preoccupatevi più di tanto: anche se non commetteste questo errore, qualche buon motivo per rimproverarvi si troverebbe lo stesso, perché questa è un’altra caratteristica delle madonne – per lo meno delle mie: qualunque cosa facciate, è sempre quella sbagliata. E non illudetevi di cavarvela facendo il contrario di quello che ho fatto io: sarà sbagliato lo stesso. E qualunque cosa accada, sappiatelo, sarà sempre colpa vostra: se uno scolaro è indisciplinato è colpa vostra; se uno scolaro vi manca di rispetto è colpa vostra; se uno scolaro se ne frega della scuola è colpa vostra; se uno scolaro dimentica sempre tutto è colpa vostra. E se uno scolaro si mette a fare l’imbecille? È chiaro: vi sta imitando! Se uno scolaro vi provoca? Dovete dargli affetto. E soprattutto, mi raccomando: se uno scolaro sbaglia, non ditegli mai che ha sbagliato: sarebbe per lui una frustrazione. E non pronunciate mai la parola «no»: chi sente la parola «no» si blocca e poi non parla più. Neanche alla madonna dovete mai dire no, perché anche lei, che ha imparato bene la lezione, si blocca e si frustra. Infine un ultimo avvertimento: non fatevi mai venire la pessima idea di contraddire ciò che ha detto uno scolaro: se le due affermazioni sono contrastanti, non c’è il minimo dubbio che ciò che ha detto lo scolaro è la verità – verità di Vangelo, oserei dire – e che voi state mentendo spudoratamente. Senza ombra di dubbio – perché i dubbi non fanno parte delle caratteristiche delle madonne.

barbara




permalink | inviato da il 13/10/2005 alle 23:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


13 ottobre 2005

E POI CHE ALTRO?

Oggi, come lettura, ho portato a scuola l’articolo di Guido Olimpio che illustrava le regole del calcio ad uso del buon musulmano secondo una fatwa emessa dallo sceicco Abdallah Al Najdi.
Alla base c'è un principio tratto dai testi sacri dell'Islam che proibisce ai musulmani di imitare cristiani ed ebrei. Queste sono dunque le regole: non devono esserci le linee bianche che compongono il rettangolo, perché sono un'invenzione dei non-credenti. Per la stessa ragione non si devono pronunciare le parole «fallo», «goal», «corner», «fuorigioco», «rigore». Se un giocatore si lascia sfuggire il termine proibito deve essere espulso e rimproverato in pubblico. L'arbitro non ci deve essere. Se un calciatore commette una scorrettezza non serve l'ammonizione con il cartellino giallo o l'espulsione, bensì una sanzione tratta dalla Sharia. Le squadre non devono avere undici giocatori, ma un numero maggiore o inferiore. Le squadre che si affrontano devono essere tre, oppure una sola, ma mai due. E quando scendono in campo i giocatori devono indossare abiti normali o tradizionali (le lunghe vesti bianche), senza numeri sulle spalle. La porta deve avere solo due pali senza traversa. I due tempi da 45 minuti non vanno rispettati. Se l'incontro dovesse finire in parità, lo sceicco ha la soluzione: lasciate perdere i supplementari e i rigori, ma andatevene a casa. Quando un calciatore «infila la palla tra i due pali» (traduzione: goal) ed esulta cercando l'abbraccio dei compagni — «come capita in America o in Francia» — merita una punizione. Stessa sorte tocca a quanti, finita la gara, cincischiano con «io ho giocato così...Lui ha fatto quel passaggio...La nostra difesa ha sbagliato…». Tutto, per il teologo, passa in secondo piano: perché l'unico obiettivo delle squadre è quello di accrescere la propria forza in vista della Jihad. E niente pubblico alle partite, perché non conta guardare, bensì partecipare.
Appena finito di leggere, i miei bimbi (tredici anni, qualcuno ancora da compiere) hanno cominciato a commentare: «Ma non possono giocare gli uomini – ha obiettato Hagen – perché quello si fa da noi!» E Kuno: «E la palla che forma dovrà avere? Non rotonda, naturalmente!» Lukas si è posto un altro problema: «La porta potrà avere la rete?» «E quante porte ci dovranno essere? – è intervenuto Florian – Sicuramente non due, e neanche una per ogni squadra». Mi sono sembrate osservazioni molto ragionevoli, e poiché non vorrei che, per troppa superficialità di chi emana le regole, qualche buon musulmano si trovasse a violare inconsapevolmente il precetto coranico, invito anche i miei ospiti a segnalare altre eventuali caratteristiche delle partite di calcio da correggere al più presto.

barbara




permalink | inviato da il 13/10/2005 alle 0:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa


12 ottobre 2005

RAMALLAH, 12 OTTOBRE 2000

Il ventinovenne fotografo britannico Mark Seager stava lavorando ad un reportage fotografico sui profughi palestinesi quando si è ritrovato testimone dell'orribile linciaggio di due riservisti israeliani avvenuto a Ramallah l'11 ottobre. Questa testimonianza, preziosa in quanto Mark è stato l'unico giornalista ad essere testimone del linciaggio, è stata pubblicata dal Jerusalem Post il 27 ottobre 2000, che a sua volta riprende l'intervista originale apparsa sul giornale inglese "Sunday Telegraph". Si avvisano i lettori che l'articolo contiene descrizioni molto forti.
''Ero arrivato a Ramallah alle 10 e 30 circa - racconta Mark - e stavo andando in taxi verso Nablus, dove doveva tenersi un funerale che volevo fotografare, quando all'improvviso vidi una folla di palestinesi urlare e correre verso la stazione di polizia.
Scesi dal taxi per vedere che cosa stava succedendo e vidi che stavano trascinando qualcosa dietro a loro. Nel giro di pochi secondi il gruppo giunse di fronte a me e, con mio orrore, vidi che era un corpo, un uomo trascinato per i piedi. La parte inferiore del corpo era in fiamme e la parte superiore era stata colpita da proiettili ed era stata pestata così furiosamente che era come polpa rossa, come gelatina rossa.
Ho pensato che fosse un soldato perché potevo vedere quel che rimaneva dei calzoni kaki e degli stivali. Mio Dio, ho pensato, hanno ucciso quest'uomo. Era morto, doveva essere morto, ma stavano ancora pestandolo, come ossessi, calciando la sua testa. Erano come bestie.
Tutto si svolgeva a pochi metri da me, potevo vedere tutto. Istintivamente, presi la macchina fotografica e stavo sistemando l'inquadratura quando sono stato colpito in faccia da un palestinese. Un altro palestinese mi puntò minacciosamente un dito verso di me ed urlò "no foto, no foto!" mentre un altro mi colpì di nuovo in faccia dicendomi "dammi il rullino!"
Cercai di tirare fuori il rullino ma più persone mi stavano strattonando ed uno di loro mi strappò la macchina fotografica di mano e la scaraventò per terra. Sapevo che avevo perso l'occasione di fare una foto che mi avrebbe reso famoso, e avevo anche perso il mio obiettivo preferito che avevo usato in tante parti del mondo, ma non mi importava. Iniziavo a temere per la mia vita.
Nello stesso momento, l'uomo che sembrava un soldato continuava ad essere massacrato e la folla diventava sempre più esaltata, gridando "Allah Akhbar” (Dio è grande). Stavano trascinando il corpo dell'uomo sulla strada come un gatto che gioca con un topo. E' stata la cosa più orribile che io abbia mai visto, e io sono stato in posti come Congo, Kosovo.
In Kosovo, ho visto dei serbi picchiare un albanese, ma non era così. C'era così tanto odio, un odio così profondo e tanta rabbia che distorceva le facce dei palestinesi.
Improvvisamente mi resi conto che stavano iniziando a rivolgere verso di me lo stesso odio che avevano verso il soldato prima di trascinarlo fuori dalla stazione di polizia ed ucciderlo. In qualche modo mi liberai dalla loro presa ed iniziai a correre via, senza ben sapere dove stessi andando. Non ho visto l'altro uomo ucciso, quello che hanno filmato mentre veniva buttato fuori dalla finestra.
Pensavo di conoscere ormai bene i palestinesi - continua Mark. Avevo fatto sei viaggi già quest'anno in Cisgiordania ed ero andato a Ramallah ogni giorno negli ultimi 16 giorni. Pensavo fossero persone gentili ed ospitali. So che non sono tutti così, ed io sono una persona che perdona, ma non dimenticherò mai più quello che ho visto. E' stato omicidio nel modo più barbaro concepibile. Quando ci penso, rivedo la testa di quell'uomo, fatta a pezzi, so che avrò incubi per il resto della mia vita.
Quella notte, quando rientrai a Gerusalemme, scoprii che ero stato l'unico fotografo presente, e la gente continuava a chiedermi se avevo le foto, dicendomi che mi avrebbero reso celebre.
Fui così scioccato dall'esperienza che per la prima sera non chiamai la mia ragazza che era a casa a Londra, incinta di 5 mesi con il nostro primo figlio. Naturalmente lei era preoccupata, perché aveva visto quello che era successo in televisione e sapeva che ero a Ramallah e che non avevo chiamato.
Era sconvolta anche lei, e quando le parlai il giorno dopo mi chiese se avevo visto. Le risposi semplicemente "sì", ma non riuscivo a parlarne.
Successivamente, ho sentito dettagli ancora più raccapriccianti, come il fatto che la moglie del soldato lo aveva chiamato al cellulare per sentire se stava bene e le hanno risposto dicendo che lo stavano uccidendo. Da quello che ho visto, posso credere che abbiano fatto una cosa del genere.
Amo questo paese, e la cosa che desidererei sopra ogni altra è vedere israeliani e palestinesi condividere un narghilè, ma dopo l'odio che ho visto negli ultimi giorni, non penso che questo avverrà nel corso della mia vita. Non ho scattato la foto che mi avrebbe reso famoso, ma almeno sono vivo per vedere la nascita di mio figlio.
(Jerusalem Post, 27.10.00)
Ripreso e tradotto da israele.net

                                           

Quattro giorni più tardi il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:

Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.
Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.
Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.
Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.
Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri.
Riccardo Cristiano
Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina

Non meravigliamoci se poi la gente, dopo avere letto o guardato le “notizie” dei nostri corrispondenti, scende in piazza a gridare “morte a Israele”. Non chiediamocene il perché.

barbara




permalink | inviato da il 12/10/2005 alle 0:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


11 ottobre 2005

TRADUZIONI

Sull’etichetta di una confezione di tè alla frutta: «Per tazza si prende un cucchiaio da té ammucchiato di té alla frutta, versare acqua bollente e si lascia tirare per 10 minuti. Per dolcificare consigliamo il miele – zucchero normale. Tanti ragioni parlano per gustare il té alla frutta. Via dall’alcool, via dai stimolanti, via dai caricamenti generali, ma al di là, a guzstare le tante varietà della frutta, bevuto caldo o freddo. Una bevanda dissetante, rinfrescante, gustosa e vitale».

barbara

P.S.: Scusate. Lo so che questo post è una puttanata, ma non si può parlare sempre solo di morti e tragedie. E non ho nessuna voglia di dedicare il mio tempo ai drogati di lusso.




permalink | inviato da il 11/10/2005 alle 2:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


10 ottobre 2005

SFOGLIANDO I GIORNALI

Fra le notizie riguardanti le numerose vittime del terremoto (meglio non azzardare cifre: dopo le migliaia di Jenin, dopo le decine di migliaia di New Orleans, è preferibile usare qualche cautela), una notiziola piccola piccola, non più di tre righe: «In serata il premier indiano Manmohan Singh ha chiamato il presidente pachistano Pervez Musharraf, offrendogli l’aiuto del suo Paese». Se veramente tutti questi morti potessero aiutare ad aprire una strada che porti a risparmiare altri morti in futuro, sarebbe davvero un grosso conforto.
Leggo poi che Franco Battiato ci dà un’informazione molto importate: alcune delle bombe che fanno strage di civili in Iraq sono gli americani a metterle. Lui lo sa, gliel’hanno detto degli amici. Ed è bello avere dei cantanti che a vederli sembrerebbero degli imbecillini qualsiasi con faccina grigia, vocetta miagolante e canzoncine insulse, e scoprire invece in essi la fonte della VERITÀ.
Leggo inoltre che Elio Maraone, su Avvenire, definisce poco, coraggiosa, prevedibile e anche piuttosto sconsolante la scelta del comitato del Nobel per la pace. Perchè «se si voleva ricordare una delle più grandi tragedie del secolo scorso (le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ndr ) il premio doveva andare per esempio all’organizzazione che raccoglie i superstiti che da oltre mezzo secolo si batte per la messa al bando di tutte le armi nucleari». Questa sarebbe stata una «scelta pertinente e soprattutto coraggiosa». Il Nobel all’Aiea assume invece il «sapore di una polemica anti-americana»: davvero sconfortante che a darci una lezione di civiltà debba essere il giornale dei vescovi.
Leggo infine che il giornalista turco di origine armena Hrant Dink è stato condannato a sei mesi di reclusione con la condizionale, in base a una legge che punisce «le offese all'identità turca», per aver scritto sul genocidio degli armeni (e sull’inimicizia con i turchi che «avvelena il sangue», la frase incriminata). Il giornalista ha già annunciato che ricorrerà anche alla Corte europea dei diritti umani, denunciando la persistenza nel codice penale turco di norme che criminalizzano le opinioni. E mi raccomando: fate entrare la Turchia in Europa, che sta sempre più dimostrando di essere una nazione ormai matura.

barbara




permalink | inviato da il 10/10/2005 alle 0:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


9 ottobre 2005

9 OTTOBRE 1982

Sono le 11,55 di sabato mattina 9 ottobre 1982. È Sheminì Azeret, ultimo giorno della festa di Sukkot (delle Capanne). I fedeli escono dalla Sinagoga Maggiore di Roma attraverso il piccolo cancello di ferro annerito su Via Catalana. Il mediorientale che sosta sul marciapiede opposto infila la mano destra nella sacca, sorride, guarda negli occhi chi sta uscendo. Lancia una granata. I fedeli cadono a terra. Poi arrivano le sventagliate di mitra. Gli attentatori sono una decina, si mettono in fuga: l’unico nome noto, il giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar, sarà condannato all’ergastolo solo dopo essere svanito su un volo dell’Olimpyc Airways Atene-Tripoli a fine 1988. Nell’attentato, ufficialmente organizzato per vendicare l’invasione israeliana del Libano (dopo 12 anni di attentati terroristici in territorio israeliano compiuti dai palestinesi con base in Libano), viene ucciso il fanatico sionista Stefano Tachè, ebreo romano di anni due. Trentacinque persone vengono ferite, alcune in modo molto grave, fra cui Emanuele Pacifici, figlio del rabbino di Genova Riccardo Pacifici, deportato ad Auschwitz con la moglie, e non ritornato.
Neanche due ore dopo l’attentato viene distribuito un volantino redatto frettolosamente dagli studenti ebrei, intitolato ironicamente "Grazie!". È un atto d’accusa contro Giulio Andreotti e Bettino Craxi che flirtano con Yasser Arafat; contro il Pci filo-sovietico schierato dalla parte degli arabi; contro quotidiani e settimanali dove fioccano i paragoni fra sionismo e nazismo confusi fra le critiche all’invasione israeliana del Libano; contro gli autonomi romani che avevano affisso lo striscione "Bruceremo i covi sionisti" sulla piccola Sinagoga di Via Garfagnana; contro i sindacati che avevano deposto una bara di fronte alla Sinagoga Maggiore fra sventolii di bandiere rosse; contro Sandro Pertini, capo dello Stato ed attento alle ragioni di tutti ma non degli ebrei.
Sono passati 23 anni da allora: è cambiato qualcosa?

barbara




permalink | inviato da il 9/10/2005 alle 0:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


8 ottobre 2005

DONNE CORAGGIOSE, UN FARO PER TUTTI NOI

Prima era così.

                            
 
Poi un giorno le è venuta l’idea di andare a trovare la cognata, al piano di sopra, senza chiedere il permesso al marito – a proposito, guardate che bel bamboccione!

                                  

E il marito si è un pelino irritato: l’ha immobilizzata in ginocchio e ha cominciato a colpirla al viso con pugni e schiaffi, l’ha presa per i capelli e le ha sbattuto la testa contro il pavimento, l’ha inseguita quando lei è riuscita ad alzarsi e le ha sbattuto la faccia contro il muro, le ha stretto le mani intorno al collo e poi ancora l’ha picchiata, riducendola così:

                               

Infine, credendola morta, ha fatto una doccia, si è cambiato ed è andato a scaricare il “cadavere” davanti a un ospedale, dicendo che c’era stato un incidente stradale e che andava a prendere gli altri feriti. Non era morta, invece, Rania al Baz, e con l’ultimo fiato che le rimaneva ha detto la cosa più sorprendente e incredibile che il personale ospedaliero potesse aspettarsi: «Avvertite i giornali». Per la prima volta una donna saudita ha avuto il coraggio di denunciare i disumani abusi che le mogli devono sopportare dai mariti. E solo lei poteva farlo: la bellissima annunciatrice televisiva, conosciuta e amata da tutto il Paese; solo per lei i giornalisti potevano essere disposti a muoversi. Ma ha fatto anche qualcosa di più – e di più temerario e inaudito – Rania: ha denunciato il marito. Ora, dopo dodici operazioni, dopo avere ottenuto il divorzio dal marito e la sua condanna a 300 frustate e sei mesi di carcere, ha rocambolescamente lasciato l’Arabia Saudita e da Parigi, dove è arrivata, continuerà la sua battaglia per i diritti umani. Chissà se leggeranno queste notizie quelli che “è la loro cultura: come possiamo permetterci di giudicarla?” e che “dobbiamo smetterla con la nostra arroganza in stile coloniale: tutte le culture hanno pari dignità” e che “le donne arabe sono abituate così e a loro va bene così” ... Chissà se le leggeranno.

barbara




permalink | inviato da il 8/10/2005 alle 0:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


7 ottobre 2005

7 OTTOBRE 2004

Il 16 settembre 2004 l’inglese Kenneth Bigley, ingegnere edile, viene rapito in Iraq dal gruppo Tawhid wa al Jihad (Monoteismo e guerra santa). È un uomo ormai quasi vecchio, un uomo che potrebbe ragionevolmente aspettarsi di morire di vecchiaia, serenamente, nel proprio letto. Ma per i guerrieri della fede è solo un nemico, e pertanto merita solo la morte. Vediamo le foto, vediamo il video di quest’uomo disperato, terrorizzato: se è vero che tutti, prima o poi, dobbiamo morire, c’è però modo e modo di morire, e lui sa che quello riservato a lui sarà il più orribile. Viene infatti decapitato, il 7 ottobre di un anno fa, con un coltello. Davanti a una telecamera, affinché tutti possano ammirare il coraggio, l’abilità, il sangue freddo di questi eroici combattenti per la fede e per la giustizia mentre tagliano diligentemente la testa a un uomo di 62 anni, tremante e disperato.


barbara




permalink | inviato da il 7/10/2005 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


6 ottobre 2005

E PER COMINCIARE BENE

Per cominciare bene vi regalo un altro tramonto sul Nilo. Sperando che quel disgraziato di Mauro non mi svuoti anche questo ...



barbara




permalink | inviato da il 6/10/2005 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


6 ottobre 2005

ECCOMI QUI

Eccomi qui. Sono barbara, prima scrivevo su Shockandawe, adesso scrivo qui. Spero che mi leggerete in tanti come prima.
barbara




permalink | inviato da il 6/10/2005 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa
sfoglia            novembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA