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Diario


4 maggio 2006

LA SICILIA ONESTA AVANZA

Un articolo interessante, una notizia che allarga il cuore.

Non è solo una coincidenza se, proprio nel giorno dell’esordio processuale di Bernardo Provenzano, più di cento commercianti si lasciano prendere per mano dai ragazzi di «Addiopizzo», sbucano fuori da un sito Internet e con nomi e cognomi, insegne e vetrine, dicono no alla mafia e al racket. Come fece Libero Grassi, il commerciante ucciso per dare l’esempio. Ucciso dai «corleonesi» dello stesso Provenzano.
Non è affatto una coincidenza perché nel pomeriggio, come parte civile contro il padrino arrestato l’11 aprile, compare in tribunale la vedova, Pina Grassi, arrivando dall’assemblea di quel gruppo di giovani con le magliette nere e il logo di «Addiopizzo», un anello spezzato con una X al centro e due parole, «consumo critico».
Scanzonati e allegri, questi ragazzi che hanno meno di trent’anni, fatta eccezione per due sessantottini sempreterni, lavorando anche accanto a Pina Grassi e ai figli Davide e Alice, sono riusciti a convincere già più di 7 mila palermitani a prendere un caffè, a comprare pasta, camicie o libri solo nei bar o nei negozi che esporranno sulle vetrine quel loro logo circolare. Come succede per le carte di credito. O per quelle dei circuiti con sconti garantiti ai soci.
Stavolta non si guadagna niente. In moneta. Perché lo slogan di questi carbonari antipizzo nati due anni fa incollando adesivi nottetempo è sintetizzato da una frase che già fa storia: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità».
Se ne è convinto Manfredi Lombardo, che nel centro storico gestisce il Blow up, il pub dei giovani. Una «scelta dovuta» per Piero Onorato della libreria Broadway. Ed è così per la famiglia Di Bella, padre, madre e figlio, tutti al lavoro nella loro edicola davanti alla Posta centrale. Per loro ha lavorato con un sorriso solare uno dei ragazzi che strappa adesioni, Francesco Galante: «Si guadagna in dignità perché chi compra non finanzia indirettamente la mafia...».
Un modo per premiare la pattuglia dei primi cento commercianti che, con l’ausilio di alcuni avvocati, hanno stilato una sorta di protocollo d’onore. E ieri sera i «punti vendita» erano già saliti a 120, mentre a migliaia ogni giorno continuano a collegarsi incuriositi via Internet cliccando sui motori di ricerca. Una escalation in vista della gran festa prevista per venerdì in piazza Magione quando i commercianti si presenteranno per una kermesse con studenti, gruppi musicali, comici, attori e intellettuali.
In una città dove i magistrati ritengono che l’80 per cento dei negozianti paghi il pizzo monta la curiosità su questi giovani che si sono precipitati in questura per la cattura di Provenzano gridandogli in faccia «Bastardo, la Sicilia siamo noi». E tutti a chiedersi chi sono, a leggere la storia degli «attacchini» che la mattina del 29 giugno di due anni fa costrinsero il prefetto a convocare d’urgenza il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Con carabinieri, polizia e Guardia di finanza a caccia dell’anonimo che nella notte aveva affisso centinaia di piccoli adesivi listati a lutto per le strade del centro: «Un intero popolo...».
Poi, la scoperta che c’era dietro l’utopia giovanile di sei, sette irriducibili decisi a cambiare se non il mondo un pezzo di Palermo. E piano piano cominciano a farcela, lavorando su due fronti. Quello dei commercianti che trovano il coraggio di dire no. E quello dei consumatori pronti a sostenerli facendo spesa da loro.
Un passo a volte drammatico per chi ha un negozio e resta esposto alle vendette, come ha capito la fondatrice Barbara Giangradè invitando i giornalisti ad evitare di trasformare il singolo esercente in un simbolo: «Non abbiamo bisogno di eroi e sovraesposizione. Vogliamo solo vivere in una città normale».
E lo dice ad una assemblea tenuta in pompa magna nell’aula più grande e bella dell’ateneo, perché è stato lo stesso rettore Giuseppe Silvestri a volerlo, felice di questa ventata d’aria fresca che parte dalle austere mura di Palazzo Steri. Sembra di tornare al ’68, o al ’77. E fra i giovanissimi di questo pianeta antiracket c’è pure chi quei movimenti li ha vissuti in prima persona. Come Enrico Colajanni, il più piccolo dei figli di un partigiano rimasto nella storia, Pompeo, allevato a Resistenza: «L’adesione dei commercianti ha il valore di una denuncia preventiva». E la pensa allo stesso modo Carlo Madonia, un insegnante soddisfatto quando dai temi in classe viene fuori quello di una bimba di otto anni, quarta elementare: «Ho capito che, andando a comprare da quelli che non pagano, non si aiuta la mafia e si aiutano quelli che pagano a non pagare più»
(Felice Cavallaro).

Sto continuando a rileggerlo e ogni volta piango: di commozione. Di emozione. Di dolore per ciò che potrebbe essere e invece non è in una terra tanto bella e tento devastata. Adesso speriamo che non vengano lasciati soli, come è stato lasciato solo Carlo Alberto Dalla Chiesa, come è stato lasciato solo Giovanni Falcone, come è stato lasciato solo Paolo Borsellino, come sono stati lasciati soli tutti gli altri. Speriamo, anche, che non salti fuori qualche altro scrittorello a cianciare di professionisti dell’antimafia, aprendo la strada a quella delegittimazione e a quell’isolamento che segneranno la loro condanna a morte.


barbara




permalink | inviato da il 4/5/2006 alle 19:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
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