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Diario


4 marzo 2006

OGNI VELENO È BUONO

Spesso le neonate sono uccise con minime dosi di lattice di oleandro (velenosissimo), pula di riso (che taglia le mucose), alcol (che induce diarrea), pesticidi o sonniferi. Oppure sono immerse in acqua fredda o avvolte in un panno bagnato perché prendano la polmonite. Metodi questi molto usati oggi per ragioni legali: i genitori vanno dal medico il quale rilascia un certificato di malattia che poi spiega la morte, quando intanto alla piccola sono stati negati i rimedi prescritti.

Aisha deve la vita a un sonnifero. Quello che, quando era appena nata, la madre Lalithaa metteva ogni giorno nel tè del padre Yadav, deciso a eliminare la figlia macchiata dal peccato originale di essere femmina. Un peso cioè per i genitori – operaio avventizio lui e donna di servizio lei – che vivevano in un appartamento di 15 metri quadri nella baraccopoli di Mahim, a Bombay. Quando dopo una settimana Yadav prese a sospettare degli improvvisi colpi di sonno e la suocera sembrava pronta a entrare in azione (di solito è la madre dello sposo a incaricarsi della soppressione della nipote indesiderata), Lalithaa fuggì rifugiandosi a casa di Amrita D’Silva, cattolica originaria di Goa e amica della famiglia preso cui la giovane madre lavorava, nell’elegante quartiere di Cuffe Parade. Tornata a Mahim dopo oltre un mese, Lalithaa dovette difendere con le unghie la piccola, racconta scuotendo il capo la signora D'Silva, «sopportando l’assedio dei suoceri e le botte del marito, che però alla fine gettò la spugna», sebbene per lui la figlia rimanesse un peso, perché una femmina è da sempre un investimento a perdere in India. In quella rurale della tradizione come in quella urbana che da un quarto di secolo cresce con tassi annui del 5-6 per cento. Una femmina trova lavoro meno facilmente e, quando lo trova, guadagna assai meno. L'erede dei beni di famiglia è sempre maschio: solo lo scorso agosto il Parlamento ha approvato la legge che dà pari diritti in materia alla donna, che comunque si sposa e se ne va di casa per sempre. Prima se ne va, dunque, meglio è: secondo il settimanale Sahara Time, nel paese una donna su tre si sposa minorenne per volere dei genitori, mentre nello stato del Rajastan la media sale a una su due. Ma per potersi sposare, a una ragazza serve la dote prescritta dal costume indù - ormai diffuso anche fra i musulmani - messo al bando nel 1961 e tuttavia, sottolinea un recente servizio della rete via cavo Ndtv, rimasta "legge non scritta". Con l'aiuto di D'Silva, Aisha ha studiato e oggi lavora in un hotel del quartiere di Colaba. Guadagna l'equivalente di quasi 70 euro al mese con cui può mantenere la famiglia e sperare in un buon partito. A 23 anni si vuole sposare, «Ma non accetterò mai di sottostare a pretese di dote» dice sicura. Seppure a lieto fine, la sua storia conferma una tragica regola: secondo statistiche mediche, ogni anno 16 neonate su mille vengono uccise, ma in realtà "centinaia" in ogni villaggio (l’India ha 175 mila villaggi) semplicemente "scompaiono”, soppresse o vendute, sostiene in un saggio l'attivista per i diritti della donna Gita Aravamudan. «In Rajastan ci sono villaggi in cui ufficialmente da decenni non nascono bambine» dice. Mentre la rivista medica britannica Lancet calcola che almeno dieci milioni di feti di bambina siano stati abortiti negli ultimi vent'anni, da quando cioè esiste l'ecografia. Di fronte a tali numeri - paragonabili solo a quelli della Cina - dalla fine anni Novanta la legge impone ai medici il segreto sui risultati dell'ecografia (un ginecologo su due ha l'attrezzatura in studio) ma la cronaca abbonda di violazioni della norma.
Rimane così un fatto che, mentre l'Unicef registra una maggior incidenza di nascite di bambine in quasi tutti i paesi - con una media mondiale di 105 femmine ogni 100 maschi, - l’Indian medical association registra una media nazionale di 92,7 bambine ogni cento maschi, con picchi negativi di 79,3 femmine in aree del Punjab e dell’Haryana.
Stando all'Unicef poi, nella fascia di età fra zero e sei anni, l'incidenza di decessi di femmine supera del 50 per cento quella dei maschi. Le ragioni: le bambine soffrono in misura maggiore di malnutrizione e malattie relative, perché vengono nutrite meno (un indiano su tre vive al di sotto della soglia di povertà) e quando si ammalano arrivano dal medico in ritardo rispetto ai maschi più curati. Differenza fra i sessi «vuol dire soprattutto disparità economica e di diritti» ragiona Ritu Dewan, docente di economia della Bombay University. «Nell'usanza della dote sta la chiave di ogni disparità». Perché una ragazza non si sposa se non ha una dote sufficiente, o sposa un uomo di una famiglia più povera perdendo status sociale. Tecnicamente la parola dote in hindi - dahej - significa dono. «Ma in realtà è il prezzo che una famiglia paga per disfarsi della figlia. Dopotutto, i matrimoni continuano a essere decisi dai genitori che, sulla base di interessi materiali o di status, trovano l'accordo alla fine di serrati negoziati» insiste Dewan. Un tempo dote, per i poveri, voleva dire biancheria, un pugno di soldi e, dove possibile, una cassapanca. «Oggi la gente per la dote vuole televisori e frigoriferi, a volte persino un'automobile» spiega Joyiti Chaudhary, vice direttore della sezione femminile del carcere di Tihari a New Delhi, noto per il suo "braccio delle suocere".
Se non è lo sposo in prima persona, è quasi sempre la suocera a farsi carico di esigere, anche con la violenza, il "dono", reclamato non di rado a nozze fatte e a dispetto degli accordi prematrimoniali, o concordato in rate suscettibili di incrementi arbitrari. Secondo la tradizione indù, la sposa entra in tutto e per tutto a far parte della famiglia del marito, che può vantare su di lei ogni potere. E se la nuora non produce la dote richiesta, si espone a ogni sorta di angherie: percosse, stupri e vere torture. Può essere sfigurata con l’acido muriatico o segregata a vita, ma rischia anche la morte. Negli anni dal 2000 al 2003 nel paese sono stati denunciati ogni anno oltre 150 mila casi di violenza e oltre settemila omicidi. Le cifre però, lamentano le organizzazioni civili, non contemplano i casi di donne confinate in una stanza senza cibo e lasciate morire di malnutrizione. O date alle fiamme dopo essere state cosparse di kerosene, il combustibile domestico più diffuso: è il cosiddetto "incidente da cucina", il metodo più comune per eliminare le nuore "insolventi". Nel totale delle violenze familiari contro le donne, per il quotidiano Times of lndia, il 92 percento è legato alla dote. E negli anni Novanta l’incidenza di simili violenze e omicidi è triplicata rispetto agli anni Ottanta, perché «il benessere non migliora le cose. Anzi! Rende la gente più avida» dice Ranjana Kumari del center for Social Research. O forse si può anche supporre che ad aumentare siano i casi usciti dai confini dell’omertà grazie proprio a un progresso che, suggerisce la professoressa Dewan, «apre comunque spazi alle donne. Dando loro il coraggio della denuncia. (di Paolino Accolla, pubblicato su “Io donna”)

E anche questa, immagino, è una “cultura”.


barbara




permalink | inviato da il 4/3/2006 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (66) | Versione per la stampa
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