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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 febbraio 2006

IO E IL CHE

Me la ricordo bene, la mia prima volta: ero nella sala di studio dell’università, e vicino a me sedeva S., che era stata mia compagna anche al liceo. Ad un tratto S. mi chiede: «Ti piace Che Guevara?». «Chi è?» chiedo. «Non lo conosci?» chiede sgomenta. S. era di quelli che avevano “fatto il Sessantotto” e che facevano la rivoluzione. Vale a dire dei compagni ricchi: le ragazze con la pelliccia, i ragazzi con la Kawasaki, e tutti luglio in montagna, agosto al mare, settembre qualche viaggio all’estero. Il resto dell’anno a fare la rivoluzione. Io no. Ero di sinistra anch’io, naturalmente, ma i miei si cavavano il pane di bocca per farmi studiare, e io ero occupata a tempo pieno a farmi il culo a studiare e, nel poco tempo libero che mi rimaneva, a fare la baby sitter, a tradurre, a correggere tesi di laurea, scrivere indirizzi, fare l’impiegata, l’operaia, la donna di servizio per comprarmi i libri. Niente tempo per fare il Sessantotto e la rivoluzione. E dunque non sapevo chi fosse Che Guevara, mai sentito nominare. Non sapevo neanche chi fosse Pietro Ingrao, del resto. Lo ricordo qui perché è stato più o meno nello stesso periodo che un altro compagno – compagno in tutti i sensi – ha reagito con la stessa inorridita incredulità alla scoperta che il nome di Ingrao non mi diceva assolutamente niente. D’altra parte come avrebbe potuto? In casa mia non sono mai entrati né libri né giornali, alla televisione si guardavano varietà e film comici o western: impensabile poter vedere “quel cretino di Fellini” o “quello sporco ebreo di Charlie Chaplin”, per non parlare di “quel finocchio schifoso di Visconti”. La musica era Claudio Villa – a “quella boiata” che era la musica classica mi ha accostata la mia compagna D. quando abbiamo preparato insieme l’esame di riparazione di greco; il teatro non esisteva. Erano molte, perciò, le cose che non sapevo, e dunque i primi lumi sullo sconosciuto Che Guevara me li ha dati S. Pare, tuttavia, che la troppa passione nuoccia alle cause, e così il traboccante entusiasmo di S. per il Che l’ha portata a fare un discorso piuttosto confuso su questo tale, definito “un rivoluzionario”, tanto che alla fine ho concluso che il tipo non mi interessava, e non ci ho pensato mai più. Ed è così che non sono diventata una fan del famoso nonché fighissimo rivoluzionario. La lotta per i propri ideali, mi si dice ora. Anche la purezza della razza per i nazisti era un ideale, si potrebbe obiettare. Ideale orrendo, immorale e criminale, mi si ribatterà. Vero, ma per altri è altrettanto immorale e criminale l’obiettivo di instaurare il comunismo, in un’epoca in cui gli orrori del comunismo reale erano già ben noti. La coerenza, mi si dice poi. Anche Goebbels, fedele fino all’ultimo all’ideale nazionalsocialista, che alla fine ha avvelenato i suoi sei figli e poi si è ucciso con la moglie, è stato coerente. La coerenza non può essere considerata una virtù di per sé. E lascio dunque, ad ammirare il Che, i rivoluzionari con la kawasaki, i pacifisti con la keffià, i radical-chic miliardari. Io, che pacifista non sono e che ho dovuto fare un mutuo per pagare il dentista, come ideali mi tengo madre Teresa e Simon Wiesenthal.

barbara




permalink | inviato da il 12/2/2006 alle 1:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa
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