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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


19 novembre 2006

ADDIO SHUNY

                                  

Non so, ad essere sincera, se apprezzeresti questo post, ma il fatto è che loro, vedi, non ti conoscono, e bisogna che ti conoscano, invece. Bisogna che sappiano che eri qualcosa di unico. Devono sapere della tua profonda spiritualità, che la maschera di un apparente cinismo non sempre riusciva a nascondere. Devono conoscere le tue asprezze di sabra, bizzarramente mischiate a morbidezze sudamericane. E devono sapere che avevi la voce più bella del mondo, calda, vibrante, con quel curioso accento, un po’ ebraico e un po’ spagnolo. La tua voce che mi dice della nonna russa, scappata dai pogrom. La tua voce che mi racconta le tue mille avventure in giro per tutto il mondo. La tua voce che si intenerisce quando parli dei tuoi gatti; che si vena di orgoglio per i figli (“Eh, sì, sono venuti su bene”); che si vela di rimpianto per i sogni sfumati (“Sì, ero nella IAF. Avrei voluto diventare pilota ma avevo un problema a un occhio, mi sono dovuto accontentare di fare il meccanico. Però sono bravo, sai, come meccanico. Quella volta che sono rimasto in panne di notte al Brennero in pieno inverno …”). La tua voce che mi parla, fin quasi alla fine. “Sono abbastanza sereno”, dici. Poi per un istante ti lasci andare: “Un po’ mi dispiace, però, andarmene. Avrei preferito restare ancora un po’”. Lo dici in tono sommesso; poi ti riprendi e parli d’altro. Non conoscono la tua passionalità che ti ha portato, per amore di una donna, a varcare un oceano e a lasciare, senza ripensamenti e senza rimpianti, un continente e una lingua e tutti i tuoi ricchissimi affari per rintanarti in un angolo di Sardegna. E non sanno, loro, la tua generosità senza limiti. Mi manchi, Shuny, e mi mancherai. Al punto da avere l’impressione che non potrò mai più tornare a ridere, o a sorridere. Non sarà così, lo so, ma il vuoto che hai lasciato è talmente immenso da far sembrare impossibile di poterlo mai colmare. E la prossima volta – ci pensi? – la prossima volta che mi accadrà di scomparire non ci sarai più tu a muovere mari e monti per venirmi a scovare. Non ci sarai più. Mai più. Fanno impazzire queste due parole. Te ne accorgi quando non si tratta di dire cose come “non voglio vederti mai più” o “non andrò mai più in quel posto”, ma di qualcosa che non hai scelto e che davvero non potrà essere mai più, neanche per caso, neanche per sbaglio, niente: mai più. Sto ascoltando per la millesima volta il “nostro” kol nidrei, quello che mi hai regalato a kippur e che mi accompagnerà, d’ora in poi, per sempre: sarà il legame eterno tra te e me. Te l’ho detto, e tu hai approvato: ci aiuterà, hai detto. Lo spero, Shuny, lo spero davvero, ma per adesso non posso che piangere, senza freni, tutta la mia disperazione. Per questa perdita immensa. Per questo tuo andartene sempre più, giorno dopo giorno, e questa sofferenza cresciuta di giorno in giorno in queste ultime, atroci settimane. Che però ci hanno dato modo, almeno, di dire ciò che non era stato detto mai. Sono riuscita a dirti che ti voglio bene. E tu mi hai lanciato il tuo assurdo, struggente, disperato, dolcissimo, straziante “mi mancherai”. Ti ho augurato buona fortuna, e tu hai capito, e hai detto “anche a te”. Tante cose siamo riusciti a dirci, tante davvero, mentre la tua voce a poco a poco si spegneva fino a ridursi nell’ultima telefonata, a pochi giorni dalla fine, a un penoso sussurro. E si spegneva, atrocemente, il tuo splendido cervello, interamente divorato dalla bestia – quella a cui non troppo tempo fa ho dedicato ben due post chiamandola per nome e che ora non riesco più a nominare, non oso più nominare perché non è più la mia, bensì la tua, ed è riuscita ad annientarti. E la tua lotta disperata, estenuante per non lasciarlo spegnere del tutto, per ricordare le parole giuste, per ricordare le cose e i fatti. Il tuo ultimo messaggio “al mondo”, un testo che hai dettato in inglese a tua figlia – perché tu a scrivere non riuscivi più – perché io lo traducessi: una riflessione sull’aggressione a Gianpaolo Pansa, corredata da dati storico-politici. Tutti precisi, tutti puntuali, strappati alla famelica distruzione della bestia. “Mandalo a Ostellino” hai detto. Gliel’ho mandato. Ha risposto. Spero che sia stata, per te, una goccia di conforto.
Guardo le tue foto, qui davanti a me. Quella di sette mesi fa, quando la bestia sembrava sconfitta e in fuga: sorridente, disteso, felice. E quelle di due mesi dopo, quando si è rifatta viva con inaudita violenza, quando da un giorno all’altro hai dovuto realizzare che non avevi più scampo, quando hai capito che era finita, quando anche il viaggio a New York alla disperata ricerca di uno spiraglio si è rivelato inutile: guardo il tuo corpo stanco, distrutto dalla malattia, dai ripetuti cicli di chemio e dalle altre devastanti terapie; guardo il tuo viso di colpo invecchiato, i capelli improvvisamente ingrigiti, e quella smorfia come di disappunto, di fastidio, di insofferenza che turba la tua espressione, e con il tuo fascino, tuttavia, ancora quasi intatto. E non mi so dare pace. E dover assistere, disperata e impotente, anche alla incommensurabile perfidia di chi ti ha negato il conforto che ti avrebbe permesso di morire in pace e con lucida determinazione ti ha inferto colpo su colpo fino alla disfatta totale.
Le tue ultime preoccupazioni sono state per le tue creature: quella che abbiamo messo al mondo insieme, tu e io, e tutte le altre. Quando hai capito che era finita mi hai chiesto di occuparmene da sola.
Non preoccuparti, angelo mio: continueranno a vivere. Gli amici mi aiuteranno, la tua opera non sarà abbandonata: te l’ho promesso, e manterrò. E chissà che lavorare per mantenere l’impegno preso con te e per far vivere le tue creature non mi aiuti a mitigare un po’ questa sofferenza che mi squarcia le viscere e che sembra non doversi placare mai.

barbara




permalink | inviato da il 19/11/2006 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (53) | Versione per la stampa
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