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Diario


28 giugno 2006

COME SI FABBRICA UN TERRORISTA 2

Il sogno delle 72 vergini
Per capire conviene cominciare dalle vergini. Dalle 72 vergini che attendono il kamikaze nell’aldilà. Di loro, chi aspira a diventare uno shaid, cioé un «testimone di Dio», sa tutto. Per mesi, a volte per anni, gli imam che anche nelle moschee italiane preparano i ragazzi alla guerra contro i nemici di Allah, spiegano con dovizia di particolari chi sono e cosa fanno. In arabo classico, parlando con voce bassa e monocorde, gli imam chiedono ai discepoli di immaginare il paradiso, dove il martire siederà dietro a Dio su poltrone d’oro e diamanti, e le sue donne. Poi ne descrivono le figure. Dicono che le ragazze «hanno una bellezza araba, sono alte tra un metro e 65 e il metro e 70, pesano dai 70 agli 85 chili, hanno i seni all'insù sodi, la pelle bianca, indossano abiti arabi eleganti e lunghi, hanno il naso piccolo, la bocca piccola, grandi occhi neri, capelli lunghi, guance rosse, il collo lungo e un culo rotondo e ben fatto». E aggiungono: «In paradiso la bellezza dello shaid è tale che una vergine quando lo vede sviene. Il giorno in paradiso dura settantamila anni. Tu hai tutto il tempo per scopare. Passi dieci anni con una, cento con l'altra e così via».
Eros e Thanaros, amore e morte. O, se preferite, sesso (negato in vita) e morte. C’è tutto questo nella psiche di chi decide a vent’anni di caricarsi di tritolo e farsi saltare in aria. Diventare una bomba umana non è semplicemente una scelta politica o religiosa. È qualcosa di più. È l'esito di un percorso iniziatico comune a molte sette. È il risultato di un’abile «manipolazione psicologica» che in Europa, come in Oriente e in Nord Africa, viene effettuata da decine di cattivi maestri.
È questa, forse, la scoperta più sorprendente contenuta nelle 109 pagine di una consulenza tecnico-pischiatrica disposta dal pm di Milano Elio Ramondini su Rihad Jelassi, il primo pentito italiano di Al Qaeda. Dopo 17 sedute lo psico-criminologo Nico Zanovello ha stabilito che davvero Jelassi, come aveva sostenuto nei suoi primi verbali, ha subito una sorta di « lavaggio del cervello» da parte di alcuni imam delle moschee milanesi di viale Jenner e via Quaranta. Un incessante lavorio basato su consolidate pratiche di «comunicazione persuasiva», del tutto simili a quelle descritte in Germania dal collaboratore di giustizia giordano Shadi Abdalla. E, con tutta probabilità, uguali a quelle sperimentate anche dai quattro giovani musulmani inglesi che giovedì 7 luglio si sono fatti saltare nella metropolitana di Londra. In Gran Bretagna i genitori del più vecchio del gruppo, Mahammed Sidique Khan, 30 anni e padre di famiglia, hanno esplicitamente parlato di «lavaggio del cervello». E il 15 luglio il quotidiano “Guardian”, citando le testimonianze degli amici, ha rivelato che i componenti più giovani del commando di kamikaze guardavano proprio al più anziano Khan come una «figura paterna».
Pure Riadh Jelassi vedeva il suo imam come un padre. Quando nel 1997 era fuggito dalla Tunisia aveva lasciato dietro di sé una storia di violenze casalinghe e angherie. Il padre vero, un ex militare che aveva riscoperto la religione a 40 anni, non voleva che studiasse al conservatorio, perché la musica era vista come «l’arte del diavolo». Lo picchiava con cinghie e ciabatte. Lo umiliava davanti a tutti. Uccideva i suoi animali. Riadh, però aveva un amico: Zied, il figlio di un medico, col quale passava più tempo possibile. Con Susan, la sorella di Zied, c’era anche una storia d’amore. La sua prima storia dopo la scoperta del sesso avvenuta a l6 anni grazie a una cugina. Così, a fronte delle vessazioni del padre, Zied finì per rappresentare la normalità. E infatti sarà lui a portare Jelassi in Italia come clandestino. A Milano i due vivono alla grande. Grazie agli insegnamenti di Zuhair, un fratello di Zied, si mettono a spacciare soldi falsi e arrivano a guadagnare fino a «un milione di lire al giorno».
Nel 1998 la situazione precipita. In Tunisia Susan muore d’infarto. I tre ragazzi cadono nella disperazione. Nel giro di una settimana Zuhair, che fino ad allora vestiva e viveva all’occidentale, cambia radicalmente. Trasforma la sua casa in una moschea, indossa una lunga tunica e si fa crescere la barba. Poi presenta all’amico e al fratello il suo mentore: l’imam del centro culturale islamico di viale Jenner, Abu Imad. «Lui è uno sceicco», spiega Jelassi, «una persona molto saggia, che merita rispetto. È molto colto, si è laureato all'università egiziana di Lazar. Al Cairo è stato coinvolto nell’uccisione di Sadat. In Afghanistan ha fatto una decina di anni d’indottrinamento, non è stato un aiuto medico come dice lui. Abu Imad ci affascinava perché era una cosa nuova sentire dal vivo parlare di pensieri estremisti. Noi fino a quel momento eravamo abituati a vedere solo videocassette e faceva effetto sentire quelle cose dette di fronte a noi in arabo classico. Questo tipo di cassette egiziane in Tunisia le guardavamo di nascosto perché la loro vendita era assolutamente proibita. Invece in quella prima occasione l’imam ci parlò personalmente dei nemici di Dio, della Jiadh, del dovere di conoscere la religione, e del motivo per cui si è nati: combattere».
I tre amici cominciano a frequentare stabilmente viale Jenner: «Non uscivamo mai dalla moschea perché volevamo vedere queste cassette proibite. Volevamo vedere queste persone che parlavano liberamente contro i governi». L’imam intanto continuava a insegnare: «Il suo ruolo era quello di trovare persone disponibili, disperate, disposte ad andare in Afghanistan. Persone che avevano lottato per la sopravvivenza per tre o quattro anni che, trovandosi di fronte a una persona colta, non potevano dire di no. Io all'epoca mi trovavo in quelle condizioni. Se avessi avuto degli affetti, una persona da amare, non avrei mai fatto una scelta del genere, ma essendo solo e senza affetti è facile diventare schiavi di una persona che ti ascolta, che ti parla, che ti fa credere che ti vuole tanto, tanto, tanto bene, quasi amore». Abu lmad preparava il terreno con sapienza. «Lui», racconta Jelassi, «ti fa sempre sognare. Ma non ti chiede niente. Sarai tu, raggiunto il livello di cottura, a chiedere di fare il viaggio del kamikaze. Il compito di Abu Imad è quello di farti il lavaggio del cervello, di farti diventare mentalmente spirito e spiritualmente shaid. In moschea l'ultima cosa che fai alla sera prima di tornare a casa è sentire i suoi discorsi. Poi a casa, non avendo la tv (satellitare), mettevamo su un’altra cassetta videoregistrata di un altro sceicco e lo ascoltavamo mentre diceva le stesse cose. Eravamo tutti d’accordo. Davamo ragione ad Abu lmad e io mi addormentavo sognando il paradiso. Non vedevo l'ora di andarci. Quando mi alzavo ero incazzato perché ero ancora vivo, passavo la giornata con la speranza che il giorno successivo me ne sarei andato». Jelassi, spiega Nico Zanovello, comincia a vivere «l’irrealtà come una realtà nitida».
Ascoltando Ahu Imad ripetere sempre gli stessi discorsi comincia a percepire «il paradiso come un punto essenziale da raggiungere e l’inferno come una realtà di gran terrore». Vuole vivere tra le colline d’oro dell’aldilà, i fiumi di latte e miele che, secondo gli lmam, delimitano il paradiso. Vuole le vergini «e soprattutto reincontrare Susan e trascorrere con lei l’eternità. Susan era stata l’unica vergine con cui aveva fatto l’amore».
A casa lui e i suoi amici discutono solo di quello che hanno imparato e di quanto sarà bello il dopo. In moschea, invece, sono tenuti a stecchetto: per fiaccarne la resistenza fisica e favorire la manipolazione psicologica la dieta è ricca di zuccheri, ma poverissima di proteine. Ricorda ancora il pentito: «Gli imam ci ripetevano di non preoccuparci perché le vergini in paradiso godono del piacere della creazione, dicono parolacce durante i rapporti sessuali per aumentare il godimento del maschio, e ti stanno aspettando. Gli imam dicono che in paradiso torneremo in carne ed ossa. In paradiso non ci sono lacrime, i corpi non puzzano ma profumano. Anche la vacca è profumata. Noi giovani, che non avevamo nessun rapporto sessuale, ci addormentavamo con la mano attaccata al cazzo aspettando il giorno in cui si sarebbero realizzati tutti questi sogni. Quando a una persona affamata parli di cibo, lui soffre di più. Noi, non essendoci spogliati davanti a una donna per anni, quando ci parlavano di sesso impazzivamo».
Tutto assumeva i contorni da dimensione magica. «Quando tu hai 120 giorni, nel grembo materno», spiega ancora Jelassi, «Dio ti manda l’addetto alla vita che ti dà il tuo cibo, il bere, lo scopare e tutto il resto. Finiti questi doni arriva l’addetto alla morte a toglierti la vita. L’addetto alla morte si chiama lsdrael (“Israele”, ndr). Quando hai superato i 12 anni, alla prima polluzione notturna per i maschi e al menarca per le donne, tu nasci. Allora Dio ti manda due nuovi addetti: uno scrive le cose buone che hai fatto, l’altro le cattive. Questi non ti lasceranno mai e non li vedrai mai, così tu non potrai corromperli. Quando i due addetti vedono l’addetto alla morte arrivare, sigillano i fascicoli e li consegnano a Isdrael. Nel momento del giudizio i fascicoli verranno aperti davanti a Dio».
Ma c'è un sistema per evitare il tribunale di Allah. Diventare uno shaid, un testimone di Dio: un martire, un kamikaze. In paradiso (come all’inferno) esiste infatti una scala di sette gradini. "Al +7 ci vanno quelli che pregano, che fanno cose buone e muoiono normalmente. Loro però non vedono Dio. Lui, infatti, è oltre il +7. Il massimo del piacere è vedere Dio. I professori della moschea di viale Jenner insegnano questo: oltre il gradino +7 si trovano i profeti, circa 4 o 5 mila, e gli shaid . Al -7, all'inferno, ci sono i faraoni e i loro simili, cioè tutti i presidenti delle Repubbliche, tutti i famosi, le ballerine, i giocatori di calcio e quelli che non fanno le guerre. Tutti i ricchi, i politici in particolare, e con loro ci sono anche quelli che come me hanno conosciuto la verità ma non hanno portato a termine il loro compito. In sostanza si deve passare la propria vita a trascinare all’inferno i nemici di Dio. Tutti quelli che si sono ammazzati erano convinti di questo». La morte, per il kamikaze, di fatto non esiste. «Quando lo shaid si fa esplodere c’è l’uscita dell'anima dal corpo. Il dolore che si prova è come quello di una puntura di una zanzara. La prima cosa che appare, sono le vergini: due di loro vengono a consolarti e ti riempiono di baci. Poi scendono gli angeli vestiti di bianco, profumatissimi. Non vedono l’ora di vederti, ti accompagnano in paradiso e salgono la scala, parlando bene di te gradino dopo gradino. Oltrepassato il settimo, Dio ordina agli addetti di mostrare allo shaid il suo posto. Così lui potrà ritornare contento nel luogo dove è morto per aspettare il giorno del giudizio. Infatti mentre lo shaid vede i suoi familiari ed altri piangere, lui ride; perchè quando nasci tu piangi, e quando muori tu ridi e gli altri piangono». «Questa», accusa Jelassi, «è la filosofia degli imam». (Peter Gomez, L'Espresso, 22 luglio 2005)
[
Abu Imad è lo storico imam della moschea di viale Jenner a Milano. Rifugiato politico, sempre sotto inchiesta a partire dal 2000, non è mai stato in carcere in Italia e, negli ultimi mesi, sembra aver ammorbidito le proprie posizioni. Si è espresso apertamente per il rilascio degli ostaggi italiani in Iraq e ha collaborato con i pm nel corso delle indagini sul sequestro di Abu Omar, l'Imam della moschea di via Quaranta rapito nel 2003 dalla Cia. Rihad Jelassi lo indica però come l'uomo che negli anni Novanta selezionava e preparava i combattenti per l'Afghanistan. E usa parole dure (tutte da verificare): «Lui ha un debole terribile per i soldi. Nel periodo del ramadan i ricchi arabi di Milano gli consegnavano denaro per dare da mangiare ai poveri. Invece lui vendeva i pasti a 5 euro. Ogni volta che entravo nel suo studio lo vedevo contare i soldi. Importava tutto dall'Egitto e rivendeva con un guadagno del mille per cento. Oggi se incontrassi un kamikaze gli direi di stare attento agli interessi personali di quelli che si fanno chiamare sceicchi»].

Ora, d’accordo, saranno anche bravi gli imam, per carità, nessuno lo nega, ma questi qui sono gonzi forte però (altro che certi topi di nostra conoscenza!). Non che qualcuno avesse dubbi, del resto … (Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è palestinese. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è nato e cresciuto in un campo profughi. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non è vissuto sotto lo spietato tallone di ferro dell’infame occupante sionista. Ci si permette per inciso di far notare che questo signore non si è visto ammazzare padre madre fratello moglie figlio dai perfidi giudei. Così, giusto per inciso).
Qui, per i più smemorati, la prima parte.


barbara




permalink | inviato da il 28/6/2006 alle 0:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa
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