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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


2 febbraio 2009

MA NON CHIAMATELA VIOLENZA SESSUALE

Perché le cose hanno un nome, e i nomi hanno un significato. O almeno dovrebbero averlo. E usare le parole a sproposito non porta mai niente di buono: chiamare il cancro “male incurabile”, per esempio, non è il modo migliore per affrontarlo; meno che mai per guarirlo.
Violenza sessuale, dunque. Un’espressione di questo tipo potrebbe far pensare a un incontenibile desiderio sessuale che, nell’indisponibilità della persona oggetto del desiderio stesso a soddisfarlo spontaneamente, viene soddisfatto con modalità violente. Ma il fatto è che in natura non esistono desideri sessuali incontenibili: se esistessero, ne sarebbero in primo luogo titolari gli animali, fra i quali invece non avviene accoppiamento se la femmina non è consenziente. O potrebbe forse ricondurre a uno straripante impulso sessuale da soddisfare qui e ora, in qualunque modo possibile. In realtà neanche di questo si tratta, ché per soddisfare un impulso sessuale esistono sempre mezzi e modi che non implicano alcuna violenza su chicchessia, anche in mancanza di partner disponibile. E dunque non di violenza sessuale si tratta, bensì di violenza nuda e cruda. Violenza senza aggettivi. Violenza che col sesso ha a che fare quanto il lancio di un motorino dagli spalti di uno stadio ha a che fare con lo sport, o l’incendio di una sinagoga con la difesa dei diritti umani, cioè zero. Violenza e basta, dunque. Violenza il cui fine è unicamente quello di soddisfare il desiderio di fare del male. Violenza che per esplicarsi sceglie i soggetti più deboli – non risulta sia mai accaduto che vittima di un tentativo di stupro sia stata una campionessa di body building, o uno scaricatore di porto – donne, dunque, prevalentemente, a volte anche vecchie, ottantenni, novantenni, bambini, persone handicappate. Colpite, perché la violenza raggiunga il massimo effetto, nella parte più delicata, sensibile, vulnerabile del corpo – e non a caso una delle torture più gettonate presso tutti i regimi è l’applicazione di elettrodi agli organi genitali. E chiariamo anche un ultimo equivoco: a provocare l’orgasmo finale non è lo strofinamento di genitali su genitali, ma unicamente la consapevolezza di star provocando una infinita sofferenza. Una sofferenza che non si ferma all’esterno del corpo ma penetra all’interno. E vi lascia il marchio del proprio imbrattamento. E l’umiliazione. E la vergogna. E il ricordo, che più niente al mondo potrà cancellare.
E dunque, per favore, non chiamatela violenza sessuale, perché quello del sesso è un alibi che non siamo più disposte ad offrire ai nostri stupratori. E che non offriremo mai più.

barbara


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9 ottobre 2008

DELITTI SENZA ONORE

Lei, la chiameremo Selma, non ne poteva più. Sposata a sedici anni, si era ritrovata fra le mani di un marito che la "offriva" ai suoi amici, obbligandola a prestazioni sessuali inusuali. Dopo due mesi era scappata. Ma in Giordania, senza un padre o un marito alle spalle, si va poco lontano, e Selma, dopo una settimana, si era arresa all'idea di tornare a Wadi Amoun, dalla famiglia. Il padre l'ha accolta con una scarica di bastonate, poi ha chiamato il fratello di 15 anni che l'ha legata con un filo elettrico immerso nel lavello della cucina. Hanno inserito la spina, sono usciti per quindici minuti, e poi con molta calma sono tornati a controllare che fosse morta. Poi il padre è andato dalla polizia, ha consegnato il filo elettrico e ha dichiarato di aver lavato l'onore della famiglia. Durante il processo, i soliti argomenti: Selma aveva abbandonato il tetto coniugale, Selma voleva farsi la sua vita, Selma aveva certamente un amante ed era tornata dal padre per provocarlo. E il povero genitore, nel sentirsi urlare di farsi i fatti suoi, non ci aveva visto più. Sentenza: la condanna per omicidio premeditato viene ridotta a un solo anno di detenzione in base all'articolo 98 del Codice penale giordano, per il quale l'imputato gode di attenuanti se ha agito in base a un accesso d'ira provocato dalla vittima. L'anno viene poi ridotto a sei mesi perché la famiglia, nella persona della madre, rifiuta di accusare l'imputato. Risultato: quando, il 17 agosto, la Corte di cassazione ha confermato la sentenza, il padre di Selma era già un uomo libero. Diversa è la storia di Noura, altro nome di fantasia. Si era consegnata alla polizia chiedendo di essere incarcerata per proteggersi dalla famiglia, dalla quale era fuggita per 35 giorni. In Giordania una donna non potrebbe neanche affittare una stanza d'albergo senza l'autorizzazione dei familiari, figuriamoci fuggire. Il padre, dopo aver garantito alla polizia di non farle del male e dopo una cauzione di 5mila euro, se l'era riportata a casa. Dove il fratello, il 3 luglio, l'ha accoltellata. Per le autorità, stessa storia: Noura aveva provocato il fratello, Noura era sparita chissà dove per 35 giorni, Noura aveva un amante e disonorava la famiglia. Ed ecco invocato l'articolo 98 del Codice penale. Per la polizia, che ha l'obbligo di confermare la verginità delle ragazze quando si costituiscono, Noura non aveva avuto nessun rapporto. Per l'amica che l'aveva ospitata per 35 giorni, era scappata dopo che la famiglia le aveva scoperto un cellulare comprato di nascosto. Poco importa: tra qualche mese suo fratello sarà un cittadino libero.
Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove la facciata della famiglia dipende dalla purezza delle donne che ne fanno parte. L'onore degli uomini (sharaf) si misura sul pudore ('irdh) delle sorelle e delle figlie. Basta un sospetto per rovinare per sempre la reputazione di una donna, e trascinarne nel fango anche sorelle e fratelli. Quando le famiglie di Selma e Noura, sono uscite dalla stazione di polizia, i vicini potevano essere certi di una cosa: il loro onore era "lavato", la famiglia frequentabile, le sue donne maritabili. Di storie come queste ce ne sono una ventina all'anno, in Giordania. Rana Hussein, reporter giudiziaria del Jordan Times, che sui delitti d'onore ha costruito una pluripremiata carriera, non ama stigmatizzare il fenomeno, e se avvicinata da un occidentale sull'argomento può addirittura farsi difensiva: "Succede in Italia, succede ovunque. Nel mondo ci sono almeno 5mila casi all'anno". Perché sottolineare in particolare il caso della Giordania? In questo paese però il problema è anche giuridico oltre che sociale. E imbarazza l'occidentalissima coppia regale, che della Giordania vorrebbe fare un modello di democrazia, anche attraverso le associazioni in difesa dei diritti delle donne patrocinate dai monarchi hashemiti e gli appelli della regina Rania. Ma le donne restano cittadine di serie b, che non possono muoversi da casa e che per scappare possono soltanto andare a vivere in carcere, perché, in caso di morte, ci sarà sempre un giudice pronto ad applicare l'attenuante generica dell'accesso d'ira, previsto dall'articolo 98 del Codice penale. E i parenti responsabili saranno sempre sicuri di potersela cavare con qualche mese di carcere e uscirne da eroi, perché l'onore, per la tribù, è un affare di famiglia. Mentre il resto degli omicidi in Giordania è punito con la morte.
Il problema è anche politico. Il ministro della Giustizia, recentemente, ha visto ancora una volta fallire in Parlamento la propria richiesta di estendere a un minimo di 5 anni la detenzione in caso di omicidio di familiare, che attualmente è pari a sei mesi. Il motivo risiede nella composizione stessa del Parlamento giordano: tribale. Da un lato, infatti, la Camera bassa (il ramo elettivo) paga il prezzo di quasi trent'anni di legislazioni d'emergenza, che hanno proibito l'affiliazione partitica fino agli anni Ottanta; la conseguenza è che tutt'ora, in Giordania, si vota non per un'idea ma per l'amico di famiglia, o meglio per il candidato scelto dalla tribù di appartenenza. Dall'altro lato, l'isola filoamericana del Medio Oriente non può permettere un'ascesa dei partiti islamisti, fortissimi in una società impoverita e iperconservatrice come quella giordana, né dei partiti progressisti legati alla componente palestinese, in un Paese in cui i palestinesi costituiscono i due terzi della popolazione ma è l'identità beduina a sancire il carattere e la legittimità della casa regnante. E quindi i seggi giordani sono designati in modo da garantire la maggioranza ai leader tribali che, naturalmente, si preoccupano anzitutto di impedire che i diritti civili delle donne facciano crollare il loro millenario ordine sociale. Certo, la regina Rania Hussein ha ragione quando sottolinea che la Giordania è solo uno dei tanti Paesi in cui si uccide ancora per onore. Ben lontano dalle centinaia, fra omicidi e suicidi forzati, di morti registrate in Turchia ogni anno, dalle morti anonime della Palestina, dove la guerra ha la precedenza e le ragazze muoiono per l'onore silenziosamente. Ben lontano dalle percentuali di violenza domestica israeliane e da quelle di regimi fondamentalisti come l'Arabia Saudita, in cui le donne stuprate le giustizia direttamente lo Stato. Ma il delitto d'onore resta in Giordania un caso sociale, politico e giuridico, in un Paese in cui la società tribale si regola e si autoconserva sanzionando il comportamento delle proprie donne.
Welcome to Jordan, si legge ovunque in Giordania. E poi sempre le stesse due immagini: da un lato, deserto e tramonto e la sagoma di un anziano sheikh che fa ritorno verso la propria tenda. Dall'altro, il sorriso tutto british del re Abdullah II, mezzo inglese, buttato sul divano insieme ai tre pargoli e alla smagliante, emancipata moglie: un quadretto da sitcom americana. Per le contraddizioni, tranquilli. Quelle le pagano una ventina di Selma e Nouria ogni anno. (Annalena Di Giovanni, Left-Avvenimenti)

Lasciano un po’ perplessi quelle “percentuali di violenza domestica israeliane” evidentemente superiori, per la giornalista, a quelle dell’India dove è abbastanza normale bruciare viva la moglie se suo padre non riesce a pagare la dote pattuita – ma sarebbe più corretto dire pretesa ed estorta – e assassinare le neonate. Rimane tuttavia notevole il fatto che una testata dichiaratamente e decisamente di sinistra dedichi un servizio ai delitti d’onore che quotidianamente si consumano nel mondo arabo-islamico. (E grazie a Davide per la segnalazione)
(Certo che a soffermarsi anche un solo momento a pensare a quanta sofferenza c’è nel mondo – e inflitta soprattutto alle donne – c’è davvero da restare annichiliti)



barbara


15 maggio 2008

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO, MACCHINA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE CONTRO LE DONNE

Il sito delle donne iraniane è sempre una miniera di notizie che, chissà perché, ai nostri mass media non arrivano mai. Per questo ritengo giusto pubblicare questo articolo, questa ennesima denuncia dell’inaudita violenza perpetrata contro le donne nel regno degli ajatollah.

14 maggio 2008

ICNnews.com
2008-05-11 ROMA
Da Karimi Davood riceviamo e pubblichiamo:
DUE DOLOROSE STORIE DI VIOLENZA FAMILIARE, EFFETTO DEL MALIGNO REGNO DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO DEI MULLAH

La signora Akram, condannata a morte per aver ucciso suo marito, piu grande di lei di 50 anni.
Ha una figlia di 17 anni che ha lanciato un grido di aiuto per salvare la vita della mamma. I familiari del marito hanno chiesta 50 mila euro per amnistiare la nuora! Ho già raccolto il grido di aiuto della figlia e ho lanciato una campagna di raccolta per salvare la vita della signora Akram Mahdavi.

Nella scorsa settimana sono avvenuti in Iran due episodi assai dolorosi che hanno scosso fortemente la coscienza degli iraniani. Il primo riguarda una ragazza tossicodipendente di 22 anni, picchiata violentemente dal padre e seppellita viva sotto una montagna di macerie. Salva per miracolo perché alcuni cacciatori che passavano da quelle parti hanno sentito le strani voce provenienti dalle macerie. Hanno rimosso le pietre e hanno trovato una ragazza ridotta in fin di vita dalle violenze del padre. I cacciatori hanno subito chiamato i soccorritori che hanno immediatamente trasferito la ragazza all'ospedale. Secondo i medici la ragazza si sta riprendendo e si salverà. Una lacrima di gioia è un segno di amore e sensibilità umana. Una merce, di cui il regno del regime di Khomeini nei suoi trent'anni di leggi discriminatori misogini, non ha lasciato Più alcun traccia nella mente dei padri che una volta amavano la figlia Più della loro vita e dei loro occhi. Sarebbero stati disposti a difenderle fino alla morte.
Sì questo era la società iraniana. Non voglio generalizzare ancora oggi ci sono dei genitori che fanno altrettanto. Ma le leggi discriminatorie dei mullah autorizzano l'uccisione dei figli da parte del padre senza rischiare nulla perché è il padrone del sangue dei figli E poi se esiste anche una forte giustificazione la cosa va molto liscio e il padre non rischia nemmeno un impreco da parte della "ingiustizia della teocrazia iraniana". Come un padre ho pianto per la salvezza di questa amatissima figlia e sono contento che ha avuto l'amore di altri uomini anche se le è venuto mancare quello del "padre-assassino". Tantissimi auguri per questa ragazza.

Il secondo episodio è doloroso altrettanto ma purtroppo ha avuto una fine tragica per una ragazza di 17 anni vittima dell'ignoranza del padre e dell'amore della ragazza verso il pudore della famiglia. La storia. Città di Isfahan. Il centro della cultura e della tessitura dei Più belli tappeti persiani.
In una famiglia normale, il genero si invaghisce della sorella 17enne della moglie e in giorno qualsiasi sequestra la ragazza e la porta via. Dopo due settimane grazie all'intervento delle forze dell'ordine la ragazza viene liberata e consegnata alla famiglia.
I genitori della ragazza essendo trovati dentro una storia molto complicata con dei protagonisti principali la figlia Più grande , il consorte e la figlia Più piccola appunto quella che alla fine ci ha messo la pelle in un rito incredibile tra amore e la voglia di cancellare il segno della vergogna.
In seguito alla liberazione della ragazza, lei si rinchiude dentro la casa e per la vergogna non vuole Più incontrare nessuno.
Ma dal momento che la magistratura si era messa in macchina per la causa del rapimento, i familiari dell'accusato hanno iniziato a infangare presso l'opinione pubblica la famiglia di questa povera ragazza. Il padre 53enne e la figlia di 17 anni si consultano per il da farsi. Alla fine arrivano alla conclusione che uno dei due deve morire. Tra il padre e la figlia si infittisce la consultazione e le proposte e alla fine la povera ragazza riesce a convincere il padre che sarebbe meglio che se ne vada lei anche perché lei è stata la causa di questa tragedia familiare.
Una notte, quando la ragazza si addormenta, il padre chiama la figlia maggiore e insieme vanno a commettere l'omicidio concordato della amatissima figliola di 17 anni. La ragazza si sveglia e guarda negli occhi del padre e in segno dell'amore dà il suo benessere e il via libera. Ma volle stringere la mano della sorella. Il padre, cresciuto in un paese in cui il valore della donna è nulla, stringe le sue mani intorno al collo della figliola e la fa addormentare in un lungo sonno che diventerà poi un ennesimo caso della violenza familiare per cancellare il disonore colpito la famiglia.

Questa è la cultura del fondamentalismo islamico che da trent'anni sta mangiucchiando la cultura e la mentalità di un popolo libero e laico. Questo è il segno tangibile del tumore del fondamentalismo islamico che a migliaia di distanza agisce allo stesso modo.
A Bergamo la famiglia pakistana sgozza la figlia, ad Ahwaz sempre in Iran colpito dal tumore maligno del fondamentalismo islamico di matrice khomeinista, quasi un mese fa un padre uccide con la lapidazione la figlia di 14 anni, a Teheran, nella capitale, 4 anni fa un padre sgozza la figlia di 8 anni sospettata di essere stata violentata dallo zio (in questo caso a detta del padre la ragazzina per non far svegliare il fratellino Più piccolo che lo amava tanto non fece nessun segno di grido). Vi risparmio il tempo e mi fermo a questi due episodi recenti.
Secondo me finché regna il fondamentalismo islamico in Iran non devono stupire l'avvenuta di casi del genere.
Il fondamentalismo è una macchina di produzione della violenza e della discriminazione contro le donne. Del fondamentalismo islamico e dei suoi sintomi e pecularietà ed effetti devastanti sociali e umani scriverò ancora.
karimi davood

Mi auguro che qualcuno non avrà la geniale idea di venirmi a dire che le violenze sulle donne avvengono dappertutto e quindi non ci sono differenze fra qui e lì.

barbara


14 dicembre 2007

TI STUPRANO? CAZZI TUOI

E si perdoni ciò che può apparire un volgare gioco di parole. E purtroppo non lo è.

"Io, violentata nel paradiso dei turisti"
Il dramma di un'italiana alle Maldive


ROMA - Ultima notte di quiete nel paradiso dei turisti tra spiagge bianche, acque limpide e barriere coralline. Poi all'improvviso la violenza. "Sento ancora le sue mani addosso, il cuscino premuto sulla bocca fino a togliermi il fiato per non farmi gridare, mentre quell'uomo mi schiaccia, mi imprigiona col suo peso e mi stupra".
Per una giovane architetta bolognese in vacanza in barca alle Maldive con un gruppo di dieci subacquei il sogno pagato 1300 euro con un biglietto last minute si è trasformato in un inferno. Violentata da un marinaio dell'equipaggio, trattata come una che "ha avuto un brutto sogno", guardata con "indifferenza dalla polizia di Malé tanto lì la violenza contro le donne non è neppure considerato un reato".
Elena, nome, città e mestiere di fantasia per proteggere chi ha già subito troppo, parla con tono pacato ma la rabbia è profonda come la ferita di chi ha subito una doppia violenza. E si sente trattato come una cosa, come un oggetto neppure degno di essere protetto dalla legge, che punisce i ladri ma non gli stupratori. "La violenza mi poteva capitare ovunque, a Milano come a Roma, ma almeno da noi è reato". Un delitto contro la persona dal '96, prima era solo contro la pubblica morale.
Parla, racconta, rivive cercando di mettere una barriera di distacco, senza enfasi, con la lucidità di chi vuole giustizia. Con la concretezza di chi è abituato a girare il mondo, di chi ha viaggiato dall'Africa all'oriente, conosce mondi e tradizioni diverse e non metterebbe mai in imbarazzo chi ha culture opposte. "Tanto che sapendo di essere in un paese musulmano non stavo in costume anche perché facendo quattro immersioni al giorno si viveva praticamente con la muta", dice. Quasi ci fosse bisogno di sottolineare che lei non ha messo in tentazione nessuno, che non cercava avventure. Come se dovesse giustificarsi per aver subito violenza.
"Siamo partiti a fine novembre, ci siamo ritrovati a Malé con la comitiva italiana, tutti appassionati di fondali, e il giorno dopo siamo partiti per la crociera". Ogni giorno un atollo diverso, una barriera nuova accompagnati dal doney, la piccola imbarcazione per le gite con le bombole, oltre alla barca dove dormivano turisti e nove persone di equipaggio.
Una settimana da sogno. Poi la violenza. "Quella notte l'equipaggio maldiviano deve aver bevuto, non ci sono abituati. Verso le quattro di notte mi sveglio, c'è qualcuno nella mia stanza, mi si getta addosso mi preme il cuscino sulla faccia mi violenta senza che riesca a gridare. Quando ce la faccio a divincolarmi scappa nel buio e io finalmente chiamo aiuto".
Accorrono gli altri turisti, ma l'atteggiamento del capitano è ambiguo. "Mi dice: è stato solo un brutto sogno, però si scusa a nome dell'equipaggio e mi chiede di non chiamare la polizia". Ma Elena ha già parlato col console italiano che le ha consigliato di fare la denuncia e con un carabiniere che era in barca si fa portare dalla police a Malè. "Raccolgono la mia versione, mi dicono che tanto lì non c'è una legge per la violenza alle donne, ma io non mi fermo. Voglio giustizia, voglio che tutti sappiano come sono le leggi in certi paesi, cosa può accadere se un tour operator organizza le cose in modo superficiale". (Caterina Pasolini, la Repubblica 14 dicembre 2007)

Grazie al Coon per la segnalazione.


barbara


30 novembre 2007

A PROPOSITO DI DONNE E DI VIOLENZA

Oggi sono andata a ripescare questo post di circa un anno, fa, per mandarlo all’amica bippì. Nel rileggere i commenti ho trovato – me n’ero dimenticata – che nell’ottantunesimo mi veniva suggerito di farne un post, e nell’ottantaduesimo promettevo di pensarci su. Adesso non ho tempo di tirare fuori i commenti e farne un post fatto bene, quindi vi lascio solo il link e vi invito ad andarlo a leggere, o a rileggere, per gli amici di più antica data. Mentre i commenti procedevano ho avuto l’esatta percezione che stava accadendo qualcosa di “magico”, e oggi, rileggendoli, ho ritrovato la stessa sensazione. Buona lettura.

barbara

AGGIORNAMENTO: la Corte Suprema turca ha stabilito che lo stupro da parte del marito non è reato, e che se la moglie fa resistenza e in conseguenza di ciò il marito la uccide, la pena gli deve essere ridotta a causa della “grave provocazione” (qui, grazie a m.acca).


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 30/11/2007 alle 23:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (62) | Versione per la stampa


19 novembre 2007

SEGNALAZIONE

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza alle Donne 2007 la Cooperativa Sociale “Cerchi d’Acqua” che si occupa di violenza alle donne all’interno della famiglia in collaborazione con il teatro Ciak per l’ultima serata nella sua storica sede presenta

UN PUGNO DI ARTISTI PER UNA CAREZZA – 4

con Debora Villa e Lucia Vasini, Elena Santarelli, Enrico Bertolino, Claudio Batta (“l'enigmista”), Stefano Chiodaroli (“il fornaio”), Max Pisu, Bove e Limardi ed altre fantastiche sorprese.

Per il quarto anno, Debora Villa animerà una serata durante la quale si avvicenderanno numerosi artisti televisivi, teatrali e cabarettisti per sorridere, ridere, ma anche per denunciare un fenomeno tanto diffuso quanto sottostimato e tenuto nascosto: la violenza alle donne.

Lunedì 26 novembre 2007 ore 21
Teatro Ciak
Via Sangallo 33 Milano

Ingresso ad offerta libera (a partire da € 15). I proventi saranno devoluti interamente a “Cerchi d’Acqua” per sostenere i progetti a favore delle donne che subiscono violenza.

Per informazioni 02/58430117;
info@cerchidacqua.org - www.cerchidacqua.org

Grazie a lui. (Con l’occasione avevo pensato di pubblicizzare anche la manifestazione contro la violenza sulle donne di sabato 24 novembre, ma quando sono andata nel sito controviolenza per cercare orari e percorsi, ci ho trovato due cose che non mi sono piaciute neanche un po’. La prima è la precisazione che si tratta di una manifestazione di sole donne, e la cosa non mi sta bene per niente, per molti motivi: perché nega all’intero universo maschile in blocco la possibilità e la capacità di rendersi conto di questo dramma, perché viene negato a quegli uomini – che esistono! – che ne sono pienamente consapevoli - il diritto di portare la propria solidarietà e di combattere al nostro fianco, e perché ci priva di un aiuto senza il quale non potremo mai vincere la nostra battaglia. La seconda è una pesante politicizzazione della manifestazione, con inoltre l’invito a manifestare, oltre che contro la violenza sulle donne, anche per altre cose, vale a dire che viene offerto il pacchetto completo, prendere o lasciare. E io, in questi casi, lascio. Sempre. Quindi chi vorrà partecipare le informazioni se le vada a cercare da sola).

barbara

AGGIORNAMENTO: al notiziario regionale: un marocchino teneva la moglie segregata in casa, la picchiava e la violentava sistematicamente. Poi un giorno finalmente lei è riuscita a scappare e lo ha denunciato. Oggi la sentenza del processo: è stato condannato per violenza sessuale MA NON PER I MALTRATTAMENTI (chi mai oserebbe pensare, infatti, che sequestrare una persona e riempirla di botte significhi maltrattarla! Ma quando mai!). Non sconterà la pena.


1 novembre 2007

GIOVANNA È MORTA

(*)Non intendo aprire – e credo che sarò anche poco propensa a tollerare nei commenti – polemiche che in questo momento somiglierebbero molto più a uno sciacallaggio che a una seria analisi della situazione. Quello che voglio fare, invece, è una domanda, una sola: se al posto di Giovanna ci fosse stato un uomo, diciamo della sua stessa età, stessa statura, stessa corporatura, stessa muscolatura, quante probabilità ci sono che a qualcuno sarebbe venuta la voglia di aggredire quest’uomo, violentarlo, selvaggiamente seviziarlo come lo è stata Giovanna?

barbara

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