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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 dicembre 2008

PER LE VITTIME, NESSUNA PIETÀ

Carmela, 13 anni, uccisa 2 volte

in Lifestyle

Stuprata dal branco, giudicata psichicamente instabile, internata e imbottita di psicofarmaci. Poi il suicidio. Mentre i suoi aguzzini, minorenni all'epoca dei fatti, evitano il processo. La loro pena? Un programma di rieducazione

Nel novembre 2006 Carmela, una 13enne di Taranto, si allontana di casa. Quattro giorni dopo Alfonso Frassanito, suo padre, la ritrova in un vicolo della città vecchia. È stata drogata con anfetamine e violentata. Più volte. Hanno abusato di lei più persone. Carmela denuncia i suoi aggressori. In seguito gli inquirenti troveranno il suo diario, dove racconta la violenza subìto da due minorenni e un’altra subita qualche giorno prima da tre maggiorenni. La discesa all’inferno di Carmela è appena iniziata.

Prima di quell’incubo, Carmela aveva denunciato le molestie subite da un giovane sottoufficiale della Marina. «Lui aveva ammesso di averla incontrata diverse volte – racconta papà Alfonso – Salvo poi ritrattare in sede di interrogatorio. Lo vedevamo davanti alla scuola media Frascolla, sempre accanto a ragazzini. Continuava a passare sotto casa nostra... In città era conosciuto come "il pedofilo di San Vito"». Ma la polizia non trova riscontri e non avvia nessun procedimento penale. Carmela, dicevano, a volte s'inventa le cose, non ha la completa padronanza di sé. Carmela non ci sta con la testa. È un "soggetto disturbato con capacità compromesse”, risulta dalla perizia psichiatrica.

Così, mentre i suoi stupratori restano a piede libero, lei viene internata
nel centro “L’Aurora” di Lecce. I genitori sono contrari ma alla fine si lasciano convincere. Forse è meglio così, la loro bambina sarà in buone mani, seguita e assistita da professionisti. Ma in breve tempo si accorgono che c’è qualcosa di strano. Carmela non ci vuole restare a Lecce. I medici dicono che va tutto bene, però poi si scopre che, all’insaputa dei familiari, la ragazzina era sottoposta a una cura di psicofarmaci, e che aveva tentato la fuga due volte. Così viene trasferita al centro “Il sipario” di Gravina di Puglia, dove le cose sembrano migliorare. Qui viene confermato che era stata sottoposta a un pesante trattamento a base di psicofarmaci, una cura che non si poteva interrompere di punto in bianco ma in maniera graduale. «Nel fine settimana la portavamo a casa – raccontò il padre – ero io stesso a darle i farmaci: En e Haldol».

Il 15 aprile 2007 Carmela dice: «Vado in bagno». E invece vola dal settimo piano di un condominio del quartiere Paolo VI.

Devastati dal dolore, i genitori continuano a vedere gli aggressori della ragazzina girare liberamente. Addirittura c’è chi accusa il signor Frassanito di nefandezze, non essendo lui il padre naturale di Carmela, morto quando lei aveva solo un anno. Così i coniugi lasciano la città insieme alle altre due figlie. Fondano l’associazione IoSòCarmela, per non arrendersi al dolore e neppure all’ingiustizia.

Nel frattempo i due aguzzini minorenni (all’epoca dei fatti avevano 16 anni) confessano, ed evitano il processo. Il giudice del tribunale dei minorenni di Taranto Laura Picaro li ritiene meritevoli della "messa in prova". In pratica per 15 mesi saranno messi sotto osservazione: seguiranno un programma di rieducazione e offriranno assistenza agli anziani. Se faranno i bravi il dibattimento verrà cancellato. Non solo: in Tribunale l'avvocato di uno dei due stupratori ha chiamato Carmela "prostituta". Insomma, era quella che "ci stava", era consenziente. E da vittima si trasforma nell’unica vera imputata. (Grazie ad Alessandra per la segnalazione)

E chissà se mai un giorno qualcuno avrà la straordinaria, eroica, rivoluzionaria idea di fondare un’associazione che si chiami “Nessuno tocchi Abele”. Chissà se mai un giorno qualcuno sarà colto dallo spiazzante sospetto che anche le vittime, oltre agli assassini e ai terroristi, siano degne di qualche briciola di pietà. Chissà se mai un giorno a qualcuno, oltre a fornire agli autori di stragi adeguata assistenza da parte di sensibili psicologi che raccomandano di non separare due poveri coniugi, non sia mai che decidessero davvero di mettere in atto i loro sconvolgenti propositi suicidi, verrà in mente che possa essere il caso di offrire una goccia di conforto anche a chi già ha subito tutto il male che un essere umano può subire. Chissà.


barbara


28 ottobre 2008

TIMORATO DI DIO

Questa storia mi è stata raccontata alcuni anni fa dall’amico A. L’ho ripescata e ve la propongo, così come mi è stata donata.

Kuala Lumpur
I miei figli andavano alla scuola internazionale assieme a ragazzi di varie etnie. Come sai la gente odia le etnie della porta accanto. Così come i pisani odiano i livornesi e non i trevigiani, i malay odiano i cinesi e disprezzano gli indiani (esempio di felice convivenza multireligiosa-multirazziale) e lottano per le tribù dell'amazzonia. Un mattino due bambini indiani dell'età di C. e M., 7 e 9 anni, e nella stessa squadra di calcio, non c'erano nel pulmino e nemmeno a scuola. Il giorno dopo tutti a scuola erano disperati. Erano stati trovati dalla loro mamma uccisi assieme alla donna di servizio (filippina) in una cisterna della casa. Titoloni e foto nei giornali. Ad ucciderli era stato il guardiano della villa, un buon Malay mussulmano timorato di dio, che aveva cercato di importunare la serva e di fronte al rifiuto di lei si era fatto scappare la mano e poi aveva dovuto uccidere anche i due piccoli testimoni. Commento della Rohayah (la segretaria malay, musulmana, di A., ndb): "Se il Malay ha fatto così è perché la famiglia indiana lo trattava male perché le famiglie indiane ricche trattano sempre male i loro collaboratori". Ti giuro che ancora adesso mi viene da piangere quando penso a quello che ha detto. E anche quando ripenso a loro e alla loro mamma quando assieme guardavamo le partite di calcio.

E dunque, se vi ammazzano due figli bambini, prima di puntare l’indice fatevi un esame di coscienza: sicuramente in qualche occasione avete trattato male il povero assassino, che è pertanto legittimato a tentare di trombarsi la vostra donna di servizio e far fuori i vostri bambini (e d’altra parte lo sappiamo da sempre, no? che torto e ragione non stanno mica da una parte sola).

barbara


10 ottobre 2008

NON MI MUOVO, NON URLO, SONO SENZA VOCE

Un vecchio documento …

C'è una radio che suona. Ma solo dopo un po' la sento. Solo dopo un po' mi rendo conto che qualcuno canta. Sì, è una radio. Musica leggera: amore cielo stelle cuore dolore amore …
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena, come se chi mi sta dietro tenesse l'altro appoggiato per terra.
Con le mani tiene le mie, forte, girandomele all'incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce ... la parola.
Dio che confusione!
Come sono salita su questo camioncino? Ci sono venuta da sola, muovendo le gambe una dopo l'altra dietro la loro spinta, o mi hanno caricata loro sollevandomi di peso? Non lo so.
È il cuore che mi batte così forte contro le costole ad impedirmi di ragionare. E il dolore alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la torcono tanto?
Io non tento nessun movimento. Sono come ... congelata.
Ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S'è messo più comodo ... s'è seduto, e mi tiene tra le sue gambe, da di dietro, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini ...
L'unica immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringe tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce ...
Perché la musica? Perché ora l'hanno abbassata? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo.
Non c'è molta luce, neanche molto spazio, forse è per quello che mi tengono semidistesa.
Li sento calmi. Sicurissimi. Si stanno accendendo una sigaretta. Ma cos'è? Fumano? Adesso? E perché mi tengono così? Sta per succedere qualche cosa ... lo sento ...
Respiro fondo, due, tre volte. No, non mi snebbio, non capisco, ho solo paura. Ho il cuore che mi esce.
Ora uno si muove, mi si avvicina, un altro si siede sul lato sinistro, il terzo si accuccia alla mia destra. Vedo il rosso delle sigarette, stanno aspirando fortemente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa ... lo sento.
Il primo che si era mosso mi si mette in ginocchio tra le gambe, me le divarica. È un movimento preciso che pare concordato con quello che mi sta dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra le mie gambe aperte per tenermele ferme.
Io ho i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento così a disagio ... peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae un qualcosa che subito non riesco ad individuare ... è un calore, prima tenue, poi più forte, sempre più forte, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore ...
Le sigarette! ... le sigarette sopra il golf, fino ad arrivare alla pelle.
Io non so cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni.
Io non riesco a fare niente, né gridare, né piangere. Mi sento come proiettata fuori, affacciata ad una finestra e costretta a guardare qualcosa di orribile.
Una sigaretta dietro l'altra, una sigaretta dietro l'altra ...
Il puzzo della lana bruciata deve disturbarli; con una lametta mi tagliano il golf davanti, per il lungo, mi tagliano anche il reggiseno. Mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventuno centimetri.
Quello che mi sta inginocchiato tra le gambe ora mi prende i seni a piene mani; le sento gelide sulle bruciature.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, lo sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora tutti si danno da fare per spogliarmi. Una scarpa sola, una gamba sola.
Adesso uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, mi concentro sulle parole delle canzoni.
"Muoviti puttana, devi farmi godere".
Non voglio capire niente. Non so più nessuna parola, non conosco nessuna lingua. Sono come di pietra.
Una sigaretta dietro l'altra. "Muoviti puttana, devi farmi godere". È il turno del secondo. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. "Muoviti puttana, devi farmi godere".
Il sangue mi cola dalle guance fin sulle orecchie. Ora è il turno del terzo. E' orribile sentirti godere dentro delle bestie orrende.
"Sto morendo - riesco a dire - soffro di cuore. Fatemi scendere".
Ci credono, non ci credono ... "Facciamola scendere ... no ... sì ..."
Vola un ceffone tra di loro, poi, lentamente, mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, fino a spegnerla.
Ecco, io ... io, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Sento che mi stanno rivestendo. Io servo a poco. Quello che mi teneva alle spalle mi riveste con movimenti precisi, come fossi un bambino. Si lamenta perché è l'unico che non abbia fatto ... che non si sia aperto i pantaloni. Non sa come metterla con il mio golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni, alza la cerniera, mi mette la giacca ... spacca i miei occhiali.
Il camioncino ferma giusto il tempo per farmi scendere ... e se ne va ...
Mi tengo la giacca chiusa sui seni nudi. È quasi scuro. Dove sono? Piante, verde, prati. Sono al parco. Mi sento male, nel senso che mi sento svenire ... non solo per il dolore fisico, ma per lo schifo .. per la rabbia ... per l'umiliazione ... per le mille sputate che mi sono presa nel cervello ... per lo sperma che mi sento uscire.
Appoggio la testa ad un albero ... mi fanno male anche i capelli. Certo, me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia ... è sporca di sangue. Alzo il bavero della giacca e cammino. Non so dove sbattere, non so dove andare. Cammino, non so per quanto tempo. Poi, senza accorgermi, mi trovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro della casa di fronte ... guardo quel portone, vedo la gente che va e che viene ... poliziotti in borghese, poliziotti in divisa ...
Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso alle loro domande. Penso alle loro facce ... ai loro mezzi sorrisi ...
Penso e ci ripenso.
Poi mi decido.
Torno a casa.
Li denuncerò domani.

Franca Rame



… per ricordare ciò che centinaia di migliaia di donne nel mondo ogni giorno devono subire. Per ricordare che non tutte ne escono vive. Per ricordare che solo a una sparuta minoranza di privilegiate è data la facoltà di denunciare. Per ricordare che a milioni di donne nel mondo non è neppure concesso, dopo un’esperienza come questa, di scrivere una testimonianza come questa, perché la famiglia provvede a “lavare l’onore” togliendole di mezzo prima che abbiano avuto il tempo di farlo. Per ricordare un marchio che troppe donne devono portare nella carne e nell’anima, e troppo poco ancora si fa per difenderle e per rendere loro giustizia.

barbara


NOTA per chi è troppo giovane per ricordare: questo NON è un pezzo teatrale, questo è il racconto di ciò che le è REALMENTE capitato!


17 novembre 2007

LIEVE ENTITÀ

Lei era minorenne, e aveva disturbi psichici. Lui aveva il compito di accompagnarla a scuola. Approfittando del delicato compito che gli era stato assegnato, per due mesi di fila l’ha violentata. Poi, finalmente, lei è riuscita a raccontare ai genitori quello che stava succedendo. E l’uomo viene condannato: a tre anni e otto mesi. Che a me sinceramente sembrano un po’ pochini ma vabbè, coi tempi che corrono accontentiamoci, sempre meglio che niente. E infatti i tre anni e otto mesi sarebbero stati meglio che niente, se li avesse fatti. Perché adesso è arrivata la sentenza d’appello: condanna ridotta a due anni e sospensione della pena: l’uomo – se uomo si può ancora chiamare – non farà neanche un giorno di galera. Motivo della riduzione? «Il fatto è di lieve entità». E non commento, perché non ho parole sufficienti per commentare un simile abominio; dico solo: donne, altro che manifestazioni in piazza a gridare l’utero è mio e me lo gestisco io del buon tempo andato, qui è arrivato il momento di spaccare tutto.

barbara

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