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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


29 dicembre 2011

E POI

E poi hanno annunciato che il treno sarebbe partito con quindici minuti di ritardo a causa di un guasto alla stazione successiva, e poi dopo venti minuti hanno annunciato che fra cinque massimo dieci minuti si parte e poi dopo un quarto d’ora siamo partiti, con trentacinque minuti di ritardo. E poi alla terza stazione non partiva e non partiva, e quando finalmente siamo partiti abbiamo capito, nel vedere per terra sul marciapiede una donna assistita dal personale dell’ambulanza: si era sentita male, e naturalmente nessuno ha osato spostarla fino all’arrivo dei soccorsi, sia per non rischiare di fare danni con interventi sbagliati, sia per non rischiare un’incriminazione per intervento non autorizzato. E poi a un’altra stazione non partiva e non partiva e poi finalmente hanno spiegato che bisognava aspettare che passasse l’eurostar. Perché su quelli in caso di ritardo devono pagare un risarcimento, e quindi pista, largo, lasciate passare. E poi alla fine il treno è arrivato con un’ora piena di ritardo, coincidenza saltata, e allora volevo fare supplemento e prenotazione per l’eurostar che partiva di lì a tre quarti d’ora ma quello era della Deutsche Bahn per cui il mio biglietto non valeva e avrei dovuto rifarlo tutto e quindi niente, un’ora e tre quarti di attesa per il treno successivo. E poi anche lì c’è stato ritardo, con una coincidenza ad appena sei minuti ma questa volta per fortuna il treno ha aspettato, e con una corsa a rotta di collo – facile per me, con una valigia da alzare con un dito, un po’ meno per la romena col bagaglio per un’intera stagione – siamo riusciti a prenderlo tutti (e poi il ghiaccio da grattare via dai vetri della macchina eccetera ma insomma adesso sono qui, e salvo imprevisti mi dovrete tenere per altri due giorni).



barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 29/12/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 ottobre 2011

SPIGOLATURE 2

I viaggi coi mezzi pubblici. Non ne avevo mai fatti, le prime due volte perché avevo le zampe rotte e mi potevo spostare solo in taxi, le altre due perché erano viaggi organizzati. Questa volta invece li ho fatti, in autobus (Tel Aviv-Eilat e ritorno, Tel Aviv-Rehovot, Tel Aviv-Gerusalemme e ritorno), con lo sherut (da Netanya a Tel Aviv), in treno (da Tel Aviv a Naharia e da Kiryat Motzkin all’aeroporto Ben Gurion) e gli autobus urbani e il tram. La maggior parte di questi viaggi per fortuna li ho fatti con E. perché io ho un così prodigioso senso dell’orientamento che sono capace di perdermi nel corridoio di un bilocale, e infatti l’unica volta che mi sono dovuta districare da sola alla stazione degli autobus di Tel Aviv mi sono persa – poi mi sono trovata, per vostra disgrazia, ma questa è un’altra storia. Questo comunque è uno dei motivi per cui amo immensamente aeroporti e metropolitane, perché sono organizzati in modo tale che perfino per una come me è impossibile perdersi. Lo sherut a Netanya comunque me lo sono preso da sola; è vero che uscita dalla casa della persona che mi aveva generosamente ospitata per la notte dovevo solo andare dritta, ma per una col mio orientamento è un’impresa anche quella, credetemi. Bellissime esperienze, comunque, e bellissimo il sistema, che mi viene da definire da kibbuz, dello sherut, che uno sale, va a sistemarsi dove trova un posto libero, dopodiché allunga i soldi che passano di mano in mano fino all’autista che fa il biglietto e poi allunga all’indietro la mano con il resto, il più vicino lo prende e lo passa di mano in mano fino al destinatario.

Il treno per Naharia. Credo ci saranno state su almeno sei sette miliardi di persone quando è arrivato, e altrettante aspettavano insieme a me alla stazione per salire. La mia valigia non era grande, ma insomma c’era, e da qualche parte bisognava pure infilarla, e oltre ai miliardi di persone, siccome c’erano un bel po’ di ortodossi, c’erano i passeggini, tutte questa famiglie con un passeggino singolo e uno doppio e i bambini in braccio e i bambini per mano e i bambini in braccio ai fratelli più grandi e quelli che con passeggini e tutto l’armamentario erano andati al piano superiore e al momento di scendere dovevano far passare il tutto in mezzo a questi corpi fra i quali non c’era lo spazio di un ago e io fino a metà del viaggio in piedi, con un piede appoggiato di traverso e uno solo con la punta e come unico sostegno, due dita appoggiate a un palo. Poi finalmente si è liberato mezzo gradino e mi sono seduta lì, mentre sull’altro mezzo gradino c’era seduto un soldato, il cui mitra mi sfiorava le ginocchia. “Condizioni disumane” mi è venuto a un certo momento da pensare. Poi mi è venuto in mente questo



e mi sono vergognata di quello che avevo pensato.

La sicurezza. L’attenzione di tutti, sempre all’erta per il bene di tutti, l’ho potuta verificare, meglio che negli altri viaggi, in quei giorni di attentati a raffica. Al momento di lasciare Gerusalemme E. doveva ancora fare degli acquisti, e io l’ho aspettata alla fermata del tram: mi sono seduta su una panchina e ho posato per terra, di fianco a me, la borsa da viaggio. Tempo dieci secondi, e il titolare di uno dei negozi alle mie spalle è venuto a chiedermi se la borsa fosse mia. Poco dopo, dall’altra parte della strada, si è fermato il tram, e una signora seduta vicino al finestrino si è messa a fare gesti frenetici indicando nella direzione della panchina e facendo con le mani il disegno di qualcosa di tondeggiante. Alla fine ho capito che stava cercando di segnalare la mia borsa, e solo quando ho indicato che era mia si è calmata. E già la sera prima quando E., Anna e io abbiamo visto passare degli amici, in Ben Yehuda, e Anna ha posato su una panchina il suo portatile per andarli a salutare, non sono passati che pochi secondi prima che qualcuno si fermasse a guardarlo con sospetto. Per fortuna E. se n’è accorta e si è precipitata lì a rassicurarlo che non era un oggetto abbandonato e non c’era bisogno di prendere iniziative di emergenza. Ed è bello e rassicurante vedersi circondati da gente che, pur senza ansie o paranoie, ha però occhi e orecchie sempre pronti a cogliere il minimo segnale, e se ha l’impressione che ci sia qualcosa di sospetto non provvede a mettersi in salvo scappando a gambe levate bensì si ferma, per segnalare il pericolo e mettere in salvo gli altri. Ed è anche da queste cose che si vede la grandezza di un popolo e di una nazione.

barbara


6 ottobre 2011

SPIGOLATURE 1

Il ragazzo che era in fila con me al check in, alla partenza: giovane, caruccio, dalla morbida parlata emiliana. Dopo mezz’ora che ci parlavo, a causa di qualcosa che ha detto mi è venuto il sospetto che potesse non essere italiano. Infatti era arabo israeliano, di Nazaret. Poi in aereo era dietro di me e l’ho sentito parlare molto disinvoltamente in ebraico coi suoi vicini. Ad ogni buon conto, una volta diventato di pubblico dominio che era arabo, ha provveduto a tenere bene in vista sopra la maglietta la croce che portava al collo.

Polizia e carabinieri. Una mezza dozzina, col mitra spianato, a proteggere la nostra fila, quella del volo per Tel Aviv: penso, in quell’ora notturna, almeno la metà di quelli che erano in servizio nel piccolo aeroporto di Verona. E solo per quel volo. Poi vengono a dire che Israele deve essere trattato come qualunque altro stato; e a dirlo, beninteso, sono proprio quelli che rendono necessario tutto quell’eccezionale apparato di sicurezza.

I colori. Non li ho potuti fotografare perché quando apparivano ero sempre in movimento, però bisogna che ne parli. Nelle città come in mezzo al deserto, lungo una strada o in mezzo al nulla improvvisamente compare un cespuglio pieno di fiori, un’esplosione di colori che riempiono gli occhi e l’anima, un’orgia di rossi e di gialli e di blu e di arancione e di rosa e di viola col verde delle foglie, un verde smeraldo intenso, quasi abbacinante. E ogni volta mi protendevo a guardare, col fiato sospeso, ammutolita da tanta bellezza, da tanta proprompente vitalità creata dalla dura cervice di coloro che hanno fatto fiorire persino il deserto. E quando l’esplosione di colore era passata mi riadagiavo contro lo schienale e dicevo, convinta: “Ah, come sono contenta di essere in Israele!”

E i colori dei pesci. C’era una grande vasca rotonda all’aperto, nel grande spazio dell’acquario di Eilat, con i pesci rossi. Proprio mentre ero lì vicino una bambina si è messa a buttare in acqua del cibo, e i pesci naturalmente sono accorsi tutti lì, così me ne sono trovata a disposizione una bella ammucchiata e anche loro facevano una gran bella macchia di colore, anche se, certo, non proprio come i fiori.



La bandiera giordana. Quando siamo arrivate in spiaggia e l’ho vista, ho detto: la fotografo e la metto nel blog col titolo “A un tiro di schioppo”. Un’ora dopo sono arrivate le prime notizie sugli attentati. Non dalla Giordania, d’accordo, ma rimane ugualmente valido il fatto che i nemici, quelli che vogliono la distruzione di Israele e la morte degli ebrei tutti, sono sempre a un tiro di schioppo. (L’immagine è parecchio sfocata perché poi la foto l’ho fatta che era quasi sera)



barbara


30 settembre 2011

QUESTIONE DI CULO – CON RISPETTO PARLANDO

Il progetto originario, quando la mattina del mio arrivo ci siamo incontrate alla stazione degli autobus di Tel Aviv, era di andare sul mar Morto, fermarci un giorno, poi andare a Mitzpè Ramon per un altro giorno, e poi due giorni a Eilat. Poi è successo che gli orari degli autobus per il mar Morto non ci andavano bene, più un paio di altri dettagli, e in tre secondi abbiamo deciso di andare direttamente a Eilat e fermarci lì tutti i quattro giorni. Poi il giorno dopo ci sono stati gli attentati e la strada è stata chiusa: se fossimo andate sul mar Morto saremmo rimaste bloccate lì.



Ho già detto della interminabile ricerca di un alloggio. Ad un certo punto un albergo con stanze libere lo avremmo trovato, ma costava quasi quanto avevamo programmato di spendere per tutti i quattro giorni. Io, sfinita per il viaggio notturno e tutto il resto, ero quasi pronta ad arrendermi: ci fermiamo qui, domani ci facciamo l’intera mattinata in spiaggia e il pomeriggio rientriamo a Tel Aviv. Lei no, ha continuato testardamente a cercare fino a quando non ha trovato la meraviglia che vi ho mostrato. La mattina dopo ci sono stati gli attentati; verso l’una e mezza, di ritorno dalla spiaggia, ci siamo fermate alla stazione per chiedere un’informazione, e ci abbiamo trovato il caos più totale: centinaia di ragazzi seduti per terra coi loro bagagli, tutti i passaggi intasati, personale esausto... Era successo che a causa degli attentati, poiché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, oltre a chiudere la strada avevano anche annullato una o più (non abbiamo potuto avere notizie precise) corse. Se lei non avesse rifiutato di arrendersi e avesse accettato la mia opzione, saremmo rimaste bloccate lì.



La telenovela del tram di Gerusalemme la conoscete tutti: polemiche a non finire quando si è deciso di farlo, difficoltà tecniche in sede di realizzazione, una mostruosa quantità di soldi investiti, tempi biblici per portare a termine i lavori, e quando finalmente si sono conclusi, il tram ha continuato a girare vuoto e a vuoto per mesi e mesi e mesi e mesi... Poi evidentemente dev’essere giunta la notizia che stavo arrivando io e finalmente lo hanno messo in funzione. Gratis, oltretutto, per un paio di settimane. E con simpatici ragazzi alle fermate che distribuivano opuscoli informativi e gadgets.

Avevamo deciso, a Gerusalemme, di andare a visitare la tomba di Ilan; pensavamo, ingenuamente, che fosse sufficiente sapere in quale cimitero è sepolto. Per fortuna succede che prima di andarci incontriamo lui, che provvede a toglierci tale pericolosa illusione (abbiamo appreso in seguito che nel cimitero di Givat Shaul ci sono oltre un milione di tombe); ci siamo così messe alla ricerca di chi potesse darci informazioni, senza esito, ma almeno con le idee un po’ più chiare su come muoverci. Poi, arrivate al cimitero, abbiamo avuto la fortuna di trovare un tizio che sapeva esattamente dove si trovava la tomba e ci ha offerto di portarci lì in macchina (il cimitero è abbarbicato su una collina, con strade stradine biforcazioni e tornanti che si snodano per parecchi chilometri). È vero che ha preteso di essere pagato e probabilmente quello era il suo mestiere e quindi non avrebbe dovuto, ma insomma con un euro a testa ce la siamo cavata. Gli avremmo dovuto dare altrettanto se gli fosse capitato di ritrovarsi da quelle parti quando avessimo deciso di trornare, e ci avesse riportate alla base, ma non lo abbiamo visto: così ci siamo avviate a piedi, e quasi subito è passato un furgone: abbiamo fatto autostop e siamo così arrivate alla fermata dell’autobus in tempo per poter usufruire ancora del biglietto fatto all’andata, senza doverlo rifare (in Israele i trasporti, sia in treno che in taxi e in autobus extraurbani, sono decisamente economici, ma gli autobus urbani sono relativamente cari). E così ci è andata bene anche su quel fronte.



A Naharia ci sono andata in treno, da Tel Aviv, e anche questa, del viaggio in treno, è stata un’esperienza nuova. La data di questo viaggio per l’ultima tappa del mio soggiorno l’ho decisa in corso d’opera, dopo avere combinato tutti gli incastri di visite, incontri eccetera. Poi ho saputo che quello era l’ultimo giorno di funzionamento: a partire dal giorno dopo l’ultimo tratto di ferrovia è stato chiuso, per lavori di manutenzione, per dieci giorni.



Questione di culo, appunto, che ha fatto il suo dovere per tutto il viaggio.

barbara


17 settembre 2011

VERSO NORD

Gli ultimi giorni li ho trascorsi a Nahariya, all’estremo nord di Israele, verso il confine con il Libano, grazie alla generosa ospitalità di Sandra, che oltre a ospitarmi ha anche provveduto a scarrozzarmi in quella parte di Israele che ancora non conoscevo, in particolare la costa mediterranea, da Ein Zara, alla periferia sud di Naharia, da cui, lungo la spiaggia







parte un percorso di chilometri di strutture sportive e ricreative











che arriva fino a Kiryat Yam e Kiryat Haim a sud, verso Haifa






Haifa da Kiryat Yam, con piccolo disturbo visivo


dove, nonostante il divieto di balneazione (perché non c’è sorveglianza e quindi non è garantita la sicurezza in mare)



non ho rinunciato a mettere le zampe in acqua.

barbara


12 settembre 2011

IL MATRIMONIO

È stato quello il centro, oltre che il motivo, del viaggio: il matrimonio dell’amico David. È cosa banale dire, di un matrimonio, che è stato bellissimo? OK, sarò banale: è stato bellissimo. Prima però devo dire come ci sono arrivata, al matrimonio, perché non vi immaginerete mica che uno dice prendo e vado e poi va, ma neanche per sogno, se si tratta di me. Perché io ci dovevo andare con E., che a sua volta ci doveva andare con la figlia di suo cugino che poi si è scoperto che una volta, qualche era geologica fa, aveva un blog, e che non solo io lo conoscevo, ma che una volta ha anche pubblicato un mio articolo. Vabbè. Dunque parto da casa di Ester che per l’ennesimissima volta mi aveva ospitata, davanti a casa sua prendo un taxi e gli do l’indirizzo di E. – che, piccolo promemoria che non fa mai male, non è Ester bensì l’amica Esperimento – via tal dei tali numero 6. Vicino a via talaltra, preciso, dato che è una via piccola e magari non la conosce. Sì sì, dice, la conosco. Io, visto che non avrei dovuto camminare, nonostante le zampe fracassate mi ero messa un paio di sandali carini, con un paio di centimetri di tacco. Arriviamo dunque in via talaltra, prende una laterale, arriva fino in fondo, dice che numero? Sei, dico, no dice, il sei non c’è, qui c’è il sette. Dico no guardi, al sei abita la persona da cui devo andare quindi si fidi, il sei c’è. Allora gira a destra, poi gira ancora a destra e di nuovo a destra, torna nella via talaltra, gira ancora a destra prendendo la parallela successiva alla via dove era prima, si ferma davanti a un piccolo passaggio pieno di sabbia sassi e calcinacci che congiunge la via in cui siamo con la parallela in cui eravamo prima e dice ecco, il sei è lì, con la macchina non si passa. Vabbè, pago, scendo, arranco tra sabbia sassi eccetera, arrivo al sei e non trovo il cognome che dovrei trovare. Chiamo E., descrivo il posto in cui mi trovo, e con gioia apprendo che non assomiglia neanche lontanamente al posto in cui mi dovrei trovare. E per giunta né io né lei abbiamo la minima idea di dove mi trovi. Vedo un tizio che arriva trasportando delle cose sulle spalle, mi avvicino, gli schiaffo in mano il cellulare e gli intimo: le spieghi dove siamo. Glielo spiega, ma la spiegazione non le dice niente e dunque mi avvio, chiedo a qualcuno, arranco su passaggi sterrati, affondo in mezzo alla sabbia, descrivendo al cellulare quello che vedevo fino a quando comincia a raccapezzarsi e insomma, per farla breve, ho camminato per una buona mezz’ora, sotto il sole a picco di Tel Aviv, con le zampe dolenti, con i tacchi, con la borsa da viaggio in spalla perché poi dovevo dormire fuori e il giorno dopo andare a Gerusalemme e alla fine sono approdata. E torniamo al matrimonio.
Si prevedeva – giusto per iniziare con una nota a margine – che gli invitati italiani (e soprattutto le invitate italiane) si sarebbero presentati eleganti mentre quelli israeliani sarebbero stati piuttosto casual, e più o meno la previsione si è avverata. Quello che invece non si era previsto è stata l’abbagliante eleganza degli invitati marocchini, e soprattutto delle invitate marocchine, tutte uno scintillio di sete e paillettes, abiti lunghi, fruscianti, sfolgoranti, dal taglio impeccabile, esaltati dal portamento regale delle signore, giovani o vecchie che fossero, che li indossavano. E poi tonnellate di cibo e poi lo sposo emozionatissimo e la sposa bellissima e la nonna dello sposo in pianto irrefrenabile e il rabbino marocchino in jellaba con la voce stupenda e tonante e lo shofar magistralmente suonato e le decine di colombe bianche liberate al momento della rottura del bicchiere e la cena con la musica a palla – e a quanto pare è stato proprio per via della musica a palla che nessuno di noi si è accorto dei tre missili sparati proprio lì, ad Ashkelon, mentre stavamo festeggiando il matrimonio.








Foto scattate da E.

barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


6 settembre 2011

E IL GIORNO DOPO L’ATTENTATO

a pochi chilometri dal luogo dell’attentato, loro non smettono di danzare.



Questa foto è stata scattata da E. con il cellulare (in quel momento eravamo entrambe sprovviste di macchina fotografica) nella piazzetta compresa tra Ha Palmach e Derech Paamei ha Shalom, di fronte alla spiaggia, la sera del 20 agosto. Stavano già ballando alle nove di sera, quando abbiamo lasciato la spiaggia, e hanno continuato, infaticabilmente, a ballare, fino all’una di notte.

barbara


6 settembre 2011

18 AGOSTO

Eravamo spaparanzate al sole quando ha squillato il cellulare della signora vicino a noi. Subito ha cominciato ad alzare la voce, i toni si sono fatti concitati, le persone intorno hanno cominciato a guardarla. Finita la telefonata ha spiegato: c’era stato un attentato lì vicino (per fortuna l’amica Esperimento – d’ora in avanti E. – se la cava bene con l’ebraico, e ha potuto tradurmi tutto), l’aveva chiamata il figlio per rassicurarla, avevano assaltato un autobus, doveva prenderlo anche lui ma poi non lo aveva preso. Immediatamente la ragazzina bionda in bikini leopardato che prendeva il sole sulla riva si fionda sul cellulare. La signora capisce che vuole chiamare i suoi per rassicurarli e le dice no, state tutti tranquilli, quelli coinvolti erano tutti soldati, ma io SONO un soldato, risponde la ragazzina bionda. Poi, nel giro di un’ora, arrivano le notizie di altri due attentati, sempre sulla stessa strada: quella che avevamo percorso noi il giorno prima, sulla stessa linea di autobus. Ancora più impressionante vedere poi alla televisione le immagini dell’attentato, con un grosso foro di proiettile esattamente nel punto in cui, meno di 24 ore prima, ero stata seduta io.
Quello che qui, probabilmente, nessuna televisione ha dato modo di vedere, è ciò che è successo dopo. Noi, che eravamo lì, possiamo dirlo con piena cognizione di causa: non è successo niente, assolutamente niente. Nessuna isteria, nessun panico, nessuna variazione alle abitudini di sempre. Sono un po’ aumentate le misure di sicurezza perché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, è stata chiusa la strada in cui erano avvenuti gli attentati, nei grandi magazzini e centri commerciali alla persona che all’ingresso controlla le borse si è aggiunto un poliziotto fuori della porta che guardava bene chi entrava, e questo è stato tutto. Vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine - ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente. In Israele no, in Israele gli attentati VERAMENTE non cambiano la vita delle persone. Raccolgono i loro morti, li piangono, li seppelliscono, e poi si rimettono in marcia.
D.o benedica Israele e il suo popolo meraviglioso. Am Israel chai ve chaiam.

barbara


3 settembre 2011

EILAT

È stata lei alla fine a trovare l’albergo. Io ad un certo punto ero allo stremo perché avevo viaggiato di notte, ero arrivata la mattina e ci eravamo messe subito in viaggio, per cui ero in piedi da oltre 30 ore, e in più avevo le zampe ancora parecchio malconce (anche adesso sono parecchio malconce, piene di bitorzoli di legamenti non so se ancora rotti o male aggiustati, edemi sparsi ecc.). All’aeroporto poi pensavo di prendere uno sherut (taxi collettivo, molto pratico ed economico), e ho scoperto che in Israele ci sono sherut praticamente da e per tutte le destinazioni, tranne che dall’aeroporto a Tel Aviv, e quindi ho dovuto prendere un taxi, il che non è un gran problema perché i taxi in Israele costano pochissimo, però prima di scoprirlo sono andata un bel po’ avanti e indietro alla ricerca di questo sherut che non esisteva. Vabbè. Alla fermata dei taxi comunque ho avuto la gradevolissima sorpresa (non so se sia una novità o se sono io a non averlo notato le altre volte) di vedere un grande tabellone luminoso con tutte le tariffe fisse per le varie destinazioni, in modo che i turisti non rischino di farsi fregare, e poi mentre ero in fila una poliziotta è passata consegnando a ognuno un foglietto in ebraico e in inglese in cui era scritto: il tassista è tenuto per legge a fare questo questo e quest’altro: pretendilo, è un tuo diritto! Mi è piaciuto un casino. Vabbè. Poi sono andata a casa dell’amica Ester a farmi fare un buon caffè, poi alla stazione degli autobus dove mi sono incontrata con la mia compagna di viaggio e siamo partite, attraversando il paesaggio incantato del deserto del Negev, una delle tante meraviglie di questo meraviglioso Paese che qualcuno in una lettera a informazione corretta, rivolgendosi a “quell’essere di nome Ugo Volli” ha definito “un foruncolo nel culo” ma a me, se devo essere sincera, non dispiace neanche un po’ che certa gente abbia i foruncoli nel culo.
Avevamo ingenuamente pensato che non dovesse essere poi così difficile trovare un posto da dormire, e in effetti magari i posti si potevano anche trovare, ma solo dai 100 euro in su, cifra lontanissima da quella che ci potevamo permettere, e così abbiamo continuato a battere per ore mezza Eilat, strada per strada, sotto il sole implacabile. Alla fine sono crollata su un muretto, e ha continuato la ricerca lei da sola. Poi, quando ormai mi vedevo condannata a dormire sotto un ponte, l’ho vista ricomparire con un sorriso da un orecchio all’altro: aveva scovato una meraviglia che per quaranta euro a testa, colazione (ricchissima) compresa, ci offriva una stanza doppia con questa strepitosissima vista:







e oltretutto, come si può vedere nelle prime due foto, con una sola strada da attraversare per raggiungere la stazione degli autobus, dettaglio di non secondaria importanza.
Lì abbiamo fatto ricchi bagni (lei di più: mi sa che potrebbe attraversare l’Atlantico a nuoto e poi dire ah, già arrivata? E adesso dove si va di bello?) durante i quali mi sono ustionata le spalle, e abbiamo visitato lo straordinario acquario – una di quelle cose che davvero non si possono fare in un viaggio organizzato, perché per vedere tutto siamo rimaste dentro cinque ore e mezzo. E così, oltre a vedere le vasche esterne coi pesci rossi e dorati, con le tartarughe ecc., siamo state nell’edificio con i grandi oblò sott’acqua











e quello con le decine di acquari con i pesci rari,



e abbiamo fatto un giro di una mezz’ora sulla barca con la sala sott’acqua per vedere la natura marina anche un po’ più al largo, e abbiamo visto perfino la vasca dove il Mossad addestra gli squali da mandare in missione oltre le linee nemiche.



E infine, l’ultima sera, dopo un ricchissimo bagno e con il vento caldo che ci accarezzava la pelle, abbiamo visto il più mozzafiato dei tramonti su Eilat



e su Aqaba.









barbara


31 agosto 2011

E SIAMO A CINQUE

È stato un viaggio faidate noalpitour (in parte insieme a lei, che a differenza di me non è esibizionista narcisista megalomane e non ci tiene minimamente a comparire, come potete constatare



e senza la quale in più di una circostanza mi sarei davvero trovata in difficoltà). Il fatto di non avere un programma prestabilito, o di averlo e poterlo cambiare in qualunque momento, pur con tutte le difficoltà del caso (camminare per tre ore sotto il sole che picchia da queste parti qui



per esempio, tirandosi dietro tutti i bagagli, alla – all’inizio fiduciosa, poi disperata, infine disperatissima - ricerca di un alloggio, non è esattamente uno scherzo) ci ha permesso sia di fare e vedere cose che nessun viaggio organizzato potrà mai offrire, sia di prendere decisioni in tre secondi che all’inizio potevano sembrare avventate e che poi, invece, alla luce di quanto successo in questi giorni, si sono rivelate le uniche compatibili con la felice prosecuzione del viaggio stesso (ve ne beccherete la spietata narrazione dall’inizio alla fine, non fatevi illusioni). Per ora (sono rimasta in piedi 45 ore filate, ed essendo una vecchia signora non sono bastate le quattro ore di sonno di stanotte per recuperare del tutto, quindi per oggi non mi dilungo) mi limito a rendervi partecipi della constatazione che mentre in Inghilterra (e in tanti altri posti) si protesta così



o così



in Israele si protesta così


Tel Aviv


Gerusalemme

barbara


27 giugno 2011

EPPOI

Eppoi mi sono risfracellata sulle scale e mi sono ritranciata i legamenti a destra e mi sono rimacellata i legamenti a sinistra e mi sono rimartellata tutte le ossa eccetera eccetera (tenerissimi i bambini dei vicini che sentendo tutto quello sfracello sulle scale sono corsi a vedere cosa succedeva e naturalmente si sono resi conto che avevo bisogno di aiuto solo che, piccinini di quattro cinque anni, loro non lo potevano fare, e restavano lì a guardarmi, sgomenti e impotenti). Poi il giorno dopo dovevo andare a Milano e naturalmente, dato che siamo giovani e forti e gagliardi e pimpanti e carini e simpatici eccetera eccetera, ci sono andata, tre piani e mezzo di scale fino al garage con bastone e trolley e poi in macchina fino alla stazione e poi cinque ore di treno con due cambi e sottopassaggi con scale ecc. e altrettanto al ritorno con annessi e connessi ma insomma sono qua, con le zampe fasciate strette stese e coperte di ghiaccio, di tanto in tanto un po’ dolorante ma sempre in posizione di combattimento. Alla faccia di chi mi vuole male: come si suol dire, mi sfracello ma non mi piego. E neanche naufrago, ché non sempre il naufragar è dolce, né in questo né in altri mari.
E non dimentichiamo Gilad. Non dimentichiamo Gilad.

barbara


8 gennaio 2011

E QUATTRO (1)

Perché come dice il proverbio e come tutti i saggi sanno perché se non sapessero che razza di saggi sarebbero, non c’è tre senza quattro e dunque eccomi qui alla tornata numero quattro. Che vi racconterò un po’ alla volta perché tra una cosa e l’altra con la storia che sto qui in questo buco fuori dal mondo per rientrare ho praticamente viaggiato due giorni e sono appena arrivata e non sono proprio proprio freschissima e d’altra parte le cose da raccontare sono davvero tante e dovrò parlarvi di tutte le cose che ho visto e sentito e vissuto e bisognerà che vi racconti di Itzik perché per lui è proprio il caso di rispolverare il fatidico Ho visto cose che voi umani neanche vi immaginate, e di quando abbiamo dovuto lanciare l’SOS (“Siamo al cesso, venite a salvarci!”) e di bambini destinati al macero ridonati alla vita e alla società grazie alla testardaggine del popolo dalla dura cervice e dei tubi che fanno fiorire il deserto e di una senzazionale botta di vita che ci siamo regalati tutti insieme appassionatamente in una notte di cupa follia e dell’addetta alla sicurezza piegata in due dal ridere mentre inseguiva un passeggero e nonostante fosse molto più veloce di lui parevano Achille e la tartaruga e non vi parlerò delle centinaia di migliaia di milioni di miliardi di gatti grassi e pasciuti che sembrano vitelli perché ve ne ho già parlato la prima volta quando grazie a una cervice non meno dura di quella del popolo dalla dura cervice ho attraversato tutta la Terra d’Israele con due zampe rotte però voglio comunque rassicurarvi che sono sempre tutti lì, non uno di meno anzi forse forse anche qualcuno di più e dunque abbiate pazienza, e un po’ alla volta saprete tutto. Per adesso, dopo un doveroso ringraziamento ai miei splendidi compagni di viaggio, a Chicca infaticabile organizzatrice di viaggi unici e indimenticabili e ad Angela, guida appassionata come pochi altri, aggiungo ancora solo il meraviglioso regalo d’addio che mi ha fatto Israele al momento della partenza.









(Sì, lo so che dall’aereo è vietato fotografare, ma come tutti sapete il Mossad mi vuole bene e per me chiude sempre un occhio)

barbara


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26 dicembre 2010

VADO



Mi raccomando, aspettatemi lì.

barbara


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9 agosto 2009

NO PERCHÉ QUANDO MI METTO IN VIAGGIO IO RAGAZZI VERAMENTE

Dunque succede che ad un certo momento mi accorgo che la mia macchina beve olio come una puttana. La prima volta che ho occasione di portarla dal meccanico glielo dico, e gli chiedo di dare un’occhiata, ma lui se ne dimentica. Torno a ricordarglielo la volta dopo e quella dopo ancora; torno a ricordarglielo ogni volta che gliela porto, per tre anni, facendogli ogni volta presente che beve sempre di più. L’ultima volta, a giugno, mi garantisce che ci guarderà; poi quando la vado a riprendere lui non c’è quindi non posso chiedere se lo ha fatto, ma mi sento relativamente tranquilla. Parto dunque per il mare, col serbatoio dell’olio pienopienopieno, faccio 550 chilometri, all’arrivo controllo: è al di sotto del minimo. Per fortuna viaggio sempre con la mia scorta di olio, torno a riempire il serbatoio, alla fine della vacanza riparto; per sicurezza e per curiosità dopo 300 chilometri mi fermo e controllo: è al di sotto del minimo.
Arrivata a casa chiamo il meccanico e gliene dico di tutti i colori sulla faccenda che per tre anni gliel’ho detto ogni volta che gliel’ho portata e lui non ha mai fatto uno stramaledetto cazzo di niente e io nel frattempo ho consumato decine di litri di olio, ossia speso centinaia di euro più di ciò che avrei dovuto, e in che condizioni mi ritrovo a viaggiare, col rischio di finire ogni momento col motore abbrustolito ecc. ecc.. Con la sua bella vocetta pacata mi dice: “Ma signora, se consuma troppo olio non c’è niente che si possa fare! L’unica a questo punto è revisionare tutto il motore”. Chiestogli il costo, realizzo che la cosa mi costerà tutta la tredicesima (prossima ventura) più quattro mesi a pane e acqua più il rinvio sine die della cura della carie sull’incisivo, ma non ho alternative. Gliela porto, il venerdì pomeriggio, facendogli presente che il giovedì mattina devo partire, e quindi per il mercoledì pomeriggio mi serve. Dice, non si preoccupi. Il mercoledì chiamo nel primo pomeriggio per sentire come siamo messi. Dice: “Per sicurezza ho ordinato delle fascette elastiche, mi arriveranno domani pomeriggio verso le quattro e mezza: per lei va bene?” No, dico, NON mi va bene proprio per niente perché io parto domani mattina, come le ho RIPETUTAMENTE ricordato. Dice, ma non si preoccupi, gliene do un’altra. La cosa, sinceramente, non mi entusiasma: ho sempre guidato ogni tipo di macchine, ma un conto è fare qualche giro, o andare a scuola, altro è fare centinaia di chilometri con una macchina che non conosco. Dice, ma non si preoccupi, gliene do una uguale alla sua. Per che ora le serve? Dico, mi sarebbe comodo averla verso le cinque, così farei in tempo ad andare dal dottore. Dice, adesso chiamo il cliente che ce l’ha adesso e chiedo, richiami fra mezz’ora che glielo so dire. Richiamo, dice che la riceverà alle sei e mezza. Cancello il dottore dal programma e dico va bene, anche perché a questo punto mi deve andare bene per forza. Alle cinque e tre quarti mi sto pettinando per uscire quando mi suona il cellulare. È lui, dice che il cliente ha chiamato che c’è tanto traffico e arriverà in ritardo. Alle sette mi informa che no, per quella sera non ce la fa, comunque domani mattina me la porta lui, alle otto è a casa mia con la macchina, garantito. Io ovviamente alle sette mi sveglio (andata a letto alle quattro e mezza) e aspetto il meccanico con la macchina. Alle dieci meno cinque chiama per informarmi che sta arrivando, cinque minuti ed è qui. E alle dieci e un quarto arriva. Con una Fiat Punto al posto di un’Alfa 147 (e grigina al posto di rossa, non so se mi spiego).
Parto, dunque, e al posto delle solite tre ore ne impiego quattro e mezzo, sia perché la differenza di cilindrata si sente, sia perché con un’auto che non conosco e che non è mia più di tanto non mi fido a correre. Vabbè, dopo queste quattro ore e mezza arrivo a duecento metri dall’albergo, e qui inizia la gimkana – e meno male che il Checco me l’ha spiegata e disegnata – perché quei duecento metri sono a senso unico e non ci posso andare, e quindi devo girare a destra, fare un mezzo chilometro, girare a sinistra, fare un centinaio di metri, girare a destra, arrivare alla rotatoria, andare a sinistra, fare circa un chilometro fino al bivio, lì prendere a sinistra, fare alcune centinaia di metri, girare intorno a Porta Pontecorvo andando a sinistra, poi subito andare a destra, passare il ponte, andare a sinistra e costeggiare tutto il Santo, e sono arrivata. Senonché adesso succede che arrivata a Porta Pontecorvo trovo lavori in corso e il cartello “Deviazione” che mi manda a infilarmi in una stradina. Farà il giro del Santo dall’altra parte, penso, uscirà all’orto botanico. E dunque infilo la stradina, la seguo tutta diligentemente e arrivo … nel culo di un vicolo cieco. E qua mi viene quasi quasi da ringraziare di avere la Punto, perché girarsi nel culo di un vicolo sono cazzi acidi, e con la mia garantito che come minimo mi ci volevano otto manovre. Con questa invece con due me la cavo. Finito di girarmi faccio segno a un ragazzino in moto che sta esattamente di fronte a me di avvicinarsi, per chiedergli come cavolo si esce da lì. Lui mi si mette di fianco alla macchina e comincia a spiegarmi quando un altro tizio, che non si è mica capito che cavolo di manovra stesse facendo, parte sparato in retromarcia senza guardare dietro, centra in pieno il ragazzino e lo stende secco. Bontà sua non è un pirata e non scappa – anche perché con me ferma alla sua sinistra, una macchina parcheggiata alla sua destra, un cancello chiuso davanti e il ragazzino con la moto dietro per terra, la vedo dura davvero riuscire a scappare. E dunque spegne il motore, apre la porta, balza fuori e si precipita dietro - a controllare se l’impatto con la moto gli ha graffiato la carrozzeria. Poco prima di partire avevo aperto il cassettino e tirato fuori gli amuleti di viaggio da mettermi al collo. Come in altra occasione ho avuto modo di spiegare, non è che ci creda, naturalmente, ma dato che una volta che ero partita in fretta e li avevo dimenticati è capitato letteralmente di tutto, dal decollo con due ore di ritardo all’atterraggio con un motore in fiamme a un miliardo di altre cose, visto che niente mi costa da allora ho sempre provveduto a prenderli. E dunque li prendo e mi cadono per terra. Non sono superstiziosa, ma mi fa una brutta impressione. Poco dopo apro lo sportello della credenza per cercare dei tovaglioli di carta per i tramezzini, urto un bicchiere che cade per terra e va in mille pezzi. E il prossimo cosa sarà? mi chiedo. Il prossimo è il Cristo del Corcovado di legno che mi è stato portato dal Brasile e che da ventotto anni se ne sta lì, sopra la credenza, senza che mai gli sia venuto in mente di cadere. A questo punto mi metto tranquilla: a tre siamo arrivati, quindi siamo a posto. E invece no, mancava ancora il ragazzino. Che si è rialzato da solo e mi ha assicurato di non essersi fatto male, ma è stato uno shock non da poco lo stesso, sia per lui che per me – per quello della macchina non so. Uscita dal labirinto, ho trovato che l’unica strada percorribile era quella da cui ero arrivata. Per fortuna ho trovato un buco da fermarmi, ho chiamato l’albergo, e lì mi hanno spiegato che bisogna fare la strada che normalmente non si può fare e che per la durata dei lavori è stata ripristinata come strada a doppio senso di marcia.
E stamattina partenza per il rientro, con traffico mostruoso, un’ora e mezza da Verona a Rovereto, una sessantina di chilometri, e cinque ore per tutto il viaggio. E ad un certo momento, mentre ero lì in coda, un metro e ferma, due metri e ferma, finito di ascoltare per la quinta volta il concerto di Central Park, decido di cambiare CD. Sfilo dunque quello che è inserito, e automaticamente si attiva la radio. Dalla quale mi arriva “… sinagoghe incendiate … massacri di ebrei …”. Era un ebreo libico, e io lì, per tutto il tempo che ha parlato, ad ascoltarlo con una pelle d’oca che mi ha poi accompagnata per tutto il resto del viaggio, e con in mano il CD che avrei dovuto inserire: un CD di Dalidà, cacciata dall’Egitto insieme a migliaia di italiani e migliaia di ebrei, molti dei quali vivono ora fra di noi.
Quanto alla mia macchina che giovedì scorso era sicuramente pronta, prima di partire ho detto al meccanico: “Io torno domenica, quindi lunedì gliela porto e riprendo la mia”. Ha risposto: “Sì, ma se non è pronta può tranquillamente tenere questa”. Dico: “Ma io martedì pomeriggio devo andare a Bressanone!” E lui: “Sì sì, può andarci con questa, non ci sono mica problemi” … (Ma se domani non è pronta gli rifaccio vedere i sorci verdi, giuro).

barbara


11 gennaio 2009

COSÌ FU COSÌ PASSÒ IL MIO TERZO AMORE

Era una canzone di quando ero ragazzina. L’ho sentita solo poche volte, perché non ha mai avuto un grande successo, ma me la ricordo bene perché mi ha sempre colpita per la sua originalità, dopo secoli di retorica sul primo amore.
Questo è stato il mio terzo viaggio in Israele, ed è stato un viaggio assolutamente speciale, da tutti i punti di vista; un terzo amore, che resterà nella memoria e accarezzerà la mente nei giorni e negli anni che verranno. E dunque vi racconterò ora come fu il mio terzo amore.
I miei tre viaggi in Israele si sono svolti tutti nel giro di un anno; la prima cosa che colpisce chi si reca con frequenza in Israele è che ogni volta vi si trova un pezzetto di deserto in meno e una piantagione in più, anche se, come nel mio caso, dalla visita precedente non sono passati che pochi mesi. Vale la pena di ricordare che nella spartizione di quel 22% della Palestina mandataria originaria rimasto dopo lo scippo del 78% per fabbricare lo stato di Transgiordania – oggi Giordania – Israele ha sì avuto una fetta un po’ più grande, ma che il 60% di quella fetta era desertico: inimmaginabile, se così fosse stato lasciato, che avrebbe potuto ospitare e nutrire i circa sette milioni di abitanti che costituiscono oggi la popolazione di Israele. Israele non ha però l’abitudine di frignare contro il destino cinico e baro: Israele, quando è in difficoltà, si rimbocca le maniche, alza le chiappe e si mette al lavoro. Anche perché sa perfettamente che nessun altro, quel lavoro, lo farà al posto suo. Ed è così che gli israeliani hanno spianato dune, prosciugato paludi, dissodato pietraie, coltivato il deserto, trasformando una buona parte di quella terra desolata in città e giardini e prati e campi e piantagioni e cambiando, in questo modo, anche il microclima, il che favorisce ulteriori trasformazioni del deserto in terreno abitabile e coltivabile.
Dopo l’incredibile serie di disavventure occorsemi nel viaggio di andata, e dopo tre giorni di riposo trascorsi sul mar Morto, sono tornata a Tel Aviv per unirmi a un gruppo in arrivo dall’Italia e compiere, insieme a questo, un giro organizzato. È stato il tassista che era venuto a prendermi ad annunciarmi: “Army in Gaza!” e io ho fatto un salto di esultanza: finalmente! Finalmente dopo anni di attacchi terroristici, dopo migliaia di missili sulle città israeliane, dopo i morti e i feriti e i traumatizzati e le distruzioni e il terrore e i rapimenti e le incursioni, aumentati in misura esponenziale dopo il famigerato ritiro del 15 agosto 2005, finalmente Israele si è deciso a compiere il dovere che ogni stato ha nei confronti dei propri cittadini, ossia proteggerli, finalmente Israele si è deciso a compiere il gesto che da anni si stava aspettando. Poi, lungo la strada dal mar Morto a Tel Aviv, abbiamo incrociato alcuni camion che trasportavano, due per ciascuno, i carri armati al fronte, e la cosa ha avuto su di me un effetto tranquillizzante: si stavano facendo le cose per bene, non in maniera improvvisata e pasticciata come nel Libano. Questa volta ce la faremo, ne sono sicura.

barbara

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9 gennaio 2009

E IL RITORNO? VI CHIEDERETE VOI

No? Non se lo chiede nessuno? E vabbè, chi se ne frega, io ve lo racconto lo stesso.
Al ritorno niente bizze con l’Alitalia, niente scioperi, niente agitazioni niente “problemi operativi”, e dunque si parte regolari. Quasi. Perché qualcuno ha pensato bene di imbarcare le valigie e poi sparire, per cui, constatato che i ripetuti appelli per l’imbarco immediato risultavano vani, alla fine, per ovvi motivi di sicurezza, non è rimasto che riaprire la stiva e andare alla ricerca dei bagagli dei latitanti per scaricarli, e così siamo partiti in ritardo. Poi però l’aereo ha corso come un matto e alla fine siamo atterrati puntuali. Dopo un’ora abbondante di attesa davanti al nastro che continuava a girare vuoto e desolato, io, un signore israeliano e un ragazzo americano siamo andati a uno sportello informazioni per chiedere come mai i bagagli non arrivassero; indirizzati al banco dell’Alitalia, l’operatrice, dopo una mezza dozzina di telefonate, ci ha gentilmente spiegato che non avevano ancora cominciato a scaricarli perché non c’erano carrelli da mandare sotto l’aereo: per tutti gli altri voli c’erano, ma per il nostro no. Alla richiesta di quanto, prevedibilmente, ci fosse ancora da aspettare, ci è stato risposto che se di lì a mezz’ora non fossero ancora arrivati dovevamo tornare lì a segnalarlo. Vabbè, poi alla fine sono arrivati.
Con l’aiuto della preziosa Giacomina vado a prendere il treno per Termini, che doveva arrivare alle 10.37, teoricamente in tempo per prendere l’eurostar delle 10.50. Solo che la porta a cui ero più vicina non si è aperta e tutti quelli che erano da quella parte sono dovuti tornare indietro attraversando tutta la carrozza, e trovandosi ovviamente in coda. Alla fine sono arrivata alla biglietteria alle 11.05, e altri venti minuti mi sono occorsi per arrivare a fare il biglietto. Che ho dovuto prendere di prima, perché la seconda era tutta occupata, mentre sul treno precedente, quello che avevo perso, non c’era più posto neanche in prima. Avrei potuto anche prendere un biglietto di seconda, mi ha spiegato l’impiegata, però senza garanzia di potermi sedere, e dato che ero sostanzialmente in piedi da ventotto ore, ho scelto di spendere venti euro in più e prendere la prima. Che, come si vedrà più avanti, è stata decisamente un’ottima scelta.
Il treno sarebbe dovuto partire alle 12.50, ma è partito con mezz’ora di ritardo, che poi non ha recuperato e così a Bologna ho perso la coincidenza. Cosa piuttosto tragica, perché col treno successivo non avevo più treni per l’ultimo tratto del viaggio, il che mi costringeva a prendere un taxi, che mi sarebbe costato una fortuna. Ero sicura di avere ancora soldi a sufficienza, ma per ulteriore sicurezza ho voluto controllare. Ed è stato così che ho scoperto che mi avevano rubato il portafogli, che oltre ai soldi conteneva anche patente, carta d’identità, carta di credito, due bancomat, tessera e libretto sanitari, indirizzi, numeri di telefono ecc. ecc.
(La notte eravamo partiti dall’albergo alle due e mezza, e quindi non ero andata a letto, mi ero solo stesa qualche momento, vestita, e ad un certo punto mi sono assopita per qualche minuto. E ho avuto uno dei miei tipici e frequenti incubi di viaggio. Ho sognato che ero alla stazione coi miei genitori, e ho chiesto loro di guardarmi la valigia mentre andavo a fare il biglietto, e mi sono avviata, ma la biglietteria non c’era, camminavo e camminavo, giravo e giravo, ma non si trovava proprio, e poi ero di nuovo dentro ma lontano, e poi di nuovo fuori, e i miei genitori non li vedevo più, e poi ho trovato una porta aperta e sono entrata e c’era una tizia che teneva una specie di comizio e appena sono entrata mi ha gridato: “Tu come ti permetti di venire qui dentro per criticare?” e allora sono uscita, sempre più angosciata perché si avvicinava sempre più l’ora della partenza del treno e rischiavo ormai seriamente di perderlo, e poi uno mi ha urtata, e poco dopo ho messo la mano in tasca per prendere il portafogli, ma quello che mi sono ritrovata in mano non era il mio, era un altro e per giunta era vuoto, e ho capito che il mio doveva avermelo rubato quello che mi aveva urtata. Mi sono svegliata con la gola secca e un grande senso di sgomento)
Poi, giusto perché non manchi il tocco di grottesco, capita che hai bisogno di andare al cesso e ti rendi conto che se ti hanno fregato i soldi non ti è consentito pisciare. Mi è toccato chiamare il tizio che stava dall’altra parte, spiegargli tutta la faccenda e infine mostrargli la denuncia della polizia ferroviaria per indurlo ad aprirmi e scroccare una pisciata aggratis.
Poi per fortuna la cosa dell’ultimo tratto di viaggio l’ho potuta risolvere perché avevo nel cellulare il numero della signora che mi ha fatto assistenza a domicilio quando avevo le gambe rotte; l’ho chiamata, le ho spiegato la situazione, e lei non ha esitato un momento ad accettare di venirmi a prendere. Poi in treno un tizio passando mi ha scaraventato sul cranio uno spigolo durissimo dello zaino, che mi ha fatto cacciare un urlo belluino. La zona, dopo tre giorni, è ancora tumefatta, e a toccarla fa parecchio male, ma il tipo si è subito tranquillizzato constatando che non c’era sangue. Poi – ciliegina sulla torta - arrivata a casa, ho constatato che nonostante tutti gli strapazzi e levatacce e marce e arrampicate e chi più ne ha più ne metta, sono ingrassata di quattro chili.
Ma questa è un’altra storia.

barbara


8 gennaio 2009

AGGIUNGO UN’OLIVETTA E UN PAIO DI BAGIGI

E dunque la nostra eroina è lì, alle quattro e mezza di mattina, in piedi ormai da quasi ventiquattr’ore, tredici delle quali trascorse in aeroporto, stravolta dalla stanchezza e dal sonno, confusa, smarrita, nelle mani di un losco figuro: che cosa succederà dunque adesso? Ma è chiaro ragazzi: quando la situazione si fa brutta davvero e la tragedia incombe, ARRIVANO I NOSTRI! Ed è arrivata infatti una poliziotta, probabilmente in agguato proprio per sventare questo genere di truffe. Non l’avevo vista arrivare, per cui è sembrata proprio cadere come la manna dal cielo, ha agguantato il tizio e si è messa a fargli domande su domande, e io mi sono accinta a scendere dall’auto. Lui ha detto: “Sit down”, e allora sono scesa più in fretta. Ha ripetuto sit down, e a questo punto (sit down lo dici a tua sorella, se è disposta a farselo dire, brutto pezzo di merda) gli ho ordinato con tutta la mia residua energia di ridarmi la valigia, che aveva già caricato nel bagagliaio. Poi c’è stata tutta una scena che adesso non sto a descrivere, con lei che incalza, lui che, come se non bastasse, tenta di indurmi a sostenere le sue balle, io che completo lo smascheramento, e insomma alla fine sono stata portata in salvo dalla poliziotta che prima ha chiamato la centrale dei taxi per chiedere il prezzo normale per il mar Morto, che è risultato molto inferiore a quello che mi aveva chiesto il losco figuro – e naturalmente non è detto che poi lo spennamento sarebbe finito lì - e poi ha provveduto a trovarmi un taxi regolare. E così finalmente alle cinque si parte verso il mar Morto. Dopo trecento metri abbiamo forato. Segue svuotamento del bagagliaio perché il vano della ruota di scorta e degli attrezzi si trova di sotto, segue cambiamento della ruota sotto pioggia battente, segue viaggio tutto sotto la pioggia, durante il quale mi sono addormentata e ogni tanto mi svegliavo, vedevo l’asfalto della strada e dicevo ah, stiamo già atterrando. Infine siamo arrivati al mar Morto, verso le sette e mezza di mattina: cielo nuvoloso, vento, qualche spruzzatina di pioggia.
Poi, comunque, il viaggio è andato tutto benissimo, a parte la rovinosa – ma molto molto spettacolare, dovete credermi – caduta dentro l’autobus l’ultima sera.
Ma questa è un’altra storia.

barbara


7 gennaio 2009

DUE SALATINI E UN APERITIVO

in attesa del pasto vero, che arriverà, naturalmente, ma richiede un po’ di preparazione.
Dunque, il 23 pomeriggio, subito dopo la scuola, sono andata a Milano, dove ho dormito, e la mattina dopo sono andata all’aeroporto, con qualche apprensione, naturalmente. E invece il mio volo Alitalia era lì che faceva bella mostra di sé sul cartellone. Per sicurezza alla consegna della valigia chiedo all’operatrice, che mi conferma che è tutto regolare. Faccio qualche giro, passo al controllo bagagli a mano, vado alla sala d’imbarco … e a dieci minuti dall’ora prevista per il decollo veniamo informati che “per motivi operativi” il volo è stato cancellato. Ma niente paura, ci dicono, perché una parte di noi riuscirà a trovare posto sul volo serale della ElAl; gli altri partiranno il giorno dopo. Io sono tra i fortunati che riescono a partire la sera, e la fila per i controlli viene allietata dalla comparsa di un tizio che avevo già notato la mattina: un fighetta braghetta-bianca, chiappetta-moscia, ray ban ventiquattr’ore su ventiquattro, ciuffotto malandrino sulla fronte, passo saltellante di chi è abituato a camminare con scarpe da ginnastica molto molleggiate, percorre la fila con aria leggermente smarrita e poi, col classico accento del bauscia chiede: “Ma … c’è solo questa fila quii?” Noi lo guardiamo un po’ come un marziano: di imbarchi su ElAl per Tel Aviv nell’immediato futuro ce n’è uno, quante file dovrebbero esserci? E lui: “No, è perché noi siamo in bisness, e allora pensavo …” Spero che la sghignazzata gli sia arrivata forte e chiara. Vabbè, con un’ora di ritardo perché l’aereo è lo stesso che aveva fatto anche il volo della mattina, finalmente, dopo tredici ore di aeroporto, parto. A Tel Aviv mi era stato segnalato un servizio per i trasporti, sia con auto privata che collettiva, a prezzi ragionevoli, che si trova in aeroporto, funzionante 24 ore su 24. E dunque alle quattro di mattina, passato come al solito il controllo praticamente senza controlli – sì, certo, è perché il Mossad mi conosce e sa che di me si può fidare – attraverso la sala della fontana, prendo la scala mobile con valigia zaino borsa gigante e borsa-dispensa, arrivo su e vedo il banco in questione: spento e vuoto. Chiedo all’impiegata della Hertz, che è in funzione, mi dice che l’ufficio principale è giù, vado giù, armi e bagagli, non vedo nessun ufficio, né principale né di altro genere, chiedo all’ufficio informazioni, mi dicono che è di sopra, torno di sopra, aspetto un quarto d’ora, e alla fine mi rassegno a ridiscendere, esausta per sonno e stanchezza, confusa per non avere trovato ciò che ero sicura di trovare, smarrita perché non so cosa fare, per cercarmi un qualche mezzo di trasporto che mi porti al mar Morto. Ed è allora che vengo adescata da un tassista illegale, che con l’occhio allenato ha individuato a colpo sicuro la preda perfetta. Ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di lucidità da rendermi conto che ci sono troppe cose che non quadrano, ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di energia per opporre resistenza, ma troppo sfinita per riuscire a resistere fino in fondo. (continua)

barbara


30 gennaio 2008

SCAMPOLI RITAGLI FRATTAGLIE

La donna che, vedendomi uscire con passo incerto e faccia dolente dalla farmacia, mi ha fermata per chiedermi che cosa mi era successo, se ero caduta, se mi ero fatta molto male. Lo ha scritto anche Fiamma Nirenstein nel libro di cui ho parlato recentemente: gli israeliani si interessano di te. Si preoccupano. Ti fanno sentire la loro presenza, la loro sollecitudine. Mica tutti, certo, però più di qui sì.
Il deserto: ogni volta che, durante qualche spostamento, me lo trovavo davanti, mi veniva inevitabilmente da pensare che “prima” era più o meno tutto così



e loro lo hanno fatto diventare così



e così



e così.



La Morgantini: l’ho vista al ritiro bagagli, la faccia schifata, l’espressione come se avesse la bocca piena di cacca, all’idea di dover passare, per poter andare dai suoi amatissimi amici terroristi, da quel posto orrendissimo. All’idea di avere viaggiato con lei mi sono venuti i brividi.
L’arrivo in aeroporto. Il pensiero di essere in Terra d’Israele e non potervi posare i piedi. Per entrambe le cose, oltretutto combinate insieme, mi sono venute le lacrime agli occhi – e la gigantesca bandiera appesa, e il pensiero che quella nessuno la brucerà.
I soldati: forse sarà stato un caso, sicuramente sarà stato un caso, ma tutti quelli che ho visto erano di una fighitudine pazzesca (sì, Sharon, anche tuo fratello).
L’espressione dei genitori di Sharon quando, dopo avermi accolta e salutata come se fossi una Barbara qualsiasi, hanno improvvisamente scoperto che invece ero “quella” Barbara.
E infine due parole sull’assistenza negli aeroporti. Malpensa, Ben Gurion (in arrivo e poi in partenza), Fiumicino, Bolzano: è stata fantastica, dappertutto. Pronta, competente, cortese. Da valere quasi quasi la pena di farsi male per sperimentarla. E con questo passo e – per il momento – chiudo.



barbara


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3 gennaio 2008

TAXI

Essendo impossibilitata a camminare, portare bagagli eccetera, tutti gli spostamenti inizialmente previsti in treno o in autobus, li ho dovuti fare in taxi. Mi ci sono mangiata praticamente tutta la tredicesima e ho perso esperienze importanti, ma anche questi lunghi percorsi a stretto contatto con persone che oltre che tassisti sono, per l’appunto, anche persone, sono stati un’esperienza notevole. Ho viaggiato con un rarissimo esemplare di israeliano che non sapeva una parola di inglese e non era neanche in grado di leggere i caratteri latini e, di conseguenza, di capire l’indirizzo che avevo scritto per non rischiare equivoci dovuti a un’eventuale cattiva pronuncia. Ho viaggiato con un ortodosso – sempre in camicia con le mezze maniche, estate e inverno - a cui si era avuta qualche remora a rivolgersi perché, nelle mie condizioni, per salire e scendere avevo bisogno di essere aiutata, vale a dire toccata, ma quando gli è stata spiegata la situazione ha risposto, con una grossa risata, che aiutare le persone è una mitzvah, e che se per farlo è necessario toccarle, questo non è un problema. Ho viaggiato con un affascinantissimo quaranta-cinquantenne, avvolto in un delizioso alone di profumo di tabacco dolce, di cui era impregnata anche la macchina. Ogni tanto mi assopivo e al risveglio lo sorprendevo a guardarmi un po’ intenerito, un po’ divertito, un po’ ironico, un po’ sornione. Ho fatto un lungo viaggio con una quarantottenne magrissima a vita bassa, un lontano divorzio, quattro figli, un po’ di dita in meno alla mano destra, ridotta a un quasi informe ammasso di ossa e cicatrici. Ad un certo momento mi ha chiesto l’età. Gliel’ho detta. Ha detto: non ho capito. Gliel’ho ripetuta. Con aria incredula ha disegnato il numero con le dita nell’aria, ho detto sì. Ma non hai rughe, ha detto, come fai? Ho detto che forse è perché non ho mai avuto un marito tra i piedi, con entusiasmo ha risposto che sì, è sicuramente per quello. Non so in quanti altri posti al mondo succeda che le corse si concludano con baci e abbracci tra tassista e cliente; in Terra d’Israele succede. E poi ho viaggiato con uno splendido esemplare di sabra, ho viaggiato con un arabo disperato perché c’era un traffico mostruoso e il tassametro correva e correva e lui era costretto a farmi pagare un sacco di soldi, ho viaggiato con il tassista prediletto e quasi personale di Fiamma Nirenstein (“Big Fiamma! Very very very very big!!”).
E ho visto, in queste corse da nord a sud e viceversa, da est a ovest e viceversa, paesaggi di ogni sorta, mari e montagne, deserti e giardini, sassi e piante e ho visto il mare e la montagna e le palme di Haifa, e mi si è stretto il cuore. Verremo, sai, un giorno. Verremo insieme, lei e io, e tu sarai contento di vederci insieme, e poi proveremo a ripartire. Verremo, ma non ancora: ancora non è giunto il momento. E tante, tante altre cose ho visto: prima o poi ve le racconterò.


Il deserto di Giudea, uno scorcio del mar Morto, il confine di Giordania e una tigre azzoppata

barbara


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1 gennaio 2008

QUEST’ANNO A GERUSALEMME … IN SEDIA A ROTELLE

Perché, come dice il saggio, se una cosa può andare male, stai pure tranquillo che prima o poi lo farà. E, se può scegliere, molto meglio prima che poi. Il motivo vero, comunque, lo so, e l’ho anche raccontato, una volta, nel blog del mio ex cognato. Perché io ho un’antica moneta cinese che mi porta fortuna in tutto ciò che riguarda i viaggi, e naturalmente non è che io ci creda a queste puttanate, però una volta che sono partita in fretta e l’ho dimenticata a casa è successo letteralmente di tutto, dalla partenza con due ore di ritardo all’atterraggio con un motore in fiamme, dalla valigia con la serratura bloccata che ho dovuto aprire con martello e scalpello alla perdita dell’accompagnatore a metà viaggio … così ho deciso che non l’avrei dimenticata mai più. E in effetti non l’avevo dimenticata questa volta, solo che per questioni di incompatibilità estetica tra la moneta con cordoncino di cuoio e la deliziosa collana a doppio filo con fiori e foglie di pietre dure e cristalli che avevo al collo, invece che addosso l’ho tenuta nella tasca della borsa. Ed è stato così che la mattina, uscendo dall’albergo alle sei e mezza di mattina, rincoglionita di sonno, con valigia in mano, zaino sulla schiena, borsa gigante e borsa della macchina fotografica sulla spalla, non ho visto il basso gradino che stava in fondo all’ingresso, e sono finita lunga distesa, con piedi e gambe allineati a 180°. Risultato: legamenti strappati, capillari frantumati, edemi giganteschi dappertutto, insomma, in breve, mi sono spaccata tutte e due le zampe, con conseguente impossibilità di camminare. Naturalmente se mi conoscete appena appena un po’, di sicuro non vi immaginerete che sia tornata a casa, o che mi sia fatta portare in qualche ospedale. E fate benissimo, perché infatti sono partita ugualmente. Poi a Malpensa quando, dopo un’ora che ero lì, si sono accorti che non ero neppure in grado di stare in piedi, mi hanno fatto portare una sedia a rotelle, e hanno richiesto assistenza anche a Tel Aviv e dunque il mio ingresso in Terra d’Israele l’ho fatto per l’appunto così: in sedia a rotelle. Il resto alle prossime puntate.



barbara

AGGIORNAMENTO: a sinistra ho tutti i legamenti rotti e mi hanno steccata, a destra ho una frattura piuttosto brutta e leggermente scomposta e mi hanno ingessata. Volevano operarmi ma mi sono rifiutata, hanno detto che così la caviglia non potrà tornare perfetta e ho detto che tanto con tutti i casini capitati in precedenza, perfetta non lo era neanche prima. Comunque se tutto va bene, verso la metà di febbraio potrò tornare a camminare. Nel frattempo dovrò farmi tutti i giorni le iniezioni sulla pancia per ridurre il rischio di embolia (e avreste dovuto vedermi, al ritorno dall'ospedale, farmi due piani e mezzo col culo, e le facce dei vicini!) (bello, comunque, vedere sullo schermo luminoso un osso spaccato in due e pensare che sono riuscita a camminarci sopra per undici giorni)


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 1/1/2008 alle 23:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (46) | Versione per la stampa
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