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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


22 novembre 2010

IN QUESTA TERRA DI POETI DI NAVIGATORI E DI SANTI

Riporto integralmente un articoletto di Claudio Sabelli Fioretti pubblicato sull’ultimo numero di Io donna.

Il Califfo vuole il vitalizio per vivere come prima

CARO MINISTRO BONDI, C'È UN PROBLEMA che bisogna risolvere. Franco Califano è diventato povero. Ha 72 anni. È malato, vecchio e senza una lira.
Dopo aver vissuto una vita allegramente, dedito a una se­rie infinita di vizi, adesso chiede aiuto allo Stato. Guadagna quasi duemila euro al mese di diritti d'autore. Ma come si può vivere con così poco, dopo avere pazziato per tutta la vita? Quindi vorrebbe fare ricorso alla legge Bacchelli, che consente alle persone che abbiano dato lustro alla cultura italiana di ricevere un vitalizio a spese dei contribuenti. «A me sembra di avere tutti i requisiti» dice Califano. Lei, ministro Bondi, dovrà decidere. E non vorrei essere al suo posto. Franco Califano ha dato lustro? La sua è una situazione di indigenza? Sostenitore dei problemi del cantautore si è fatto il senatore del Pdl Domenico Gramazio. Il quale ha detto al giornalista del Corriere della Sera Mario Luttazzo Fegiz: «Molte persone famose hanno realizzato miliardi e poi, per una serie di ragioni, si sono ritrovate in difficoltà». Be', certo. La serie di ragioni è che questi soldi se li sono sputtanati. «Lo ammetto» ha detto Califano. «Quando le cose andavano bene non badavo a spese. Quando avevo sto­rie con attrici importanti abitavo all'Excelsior o al Grand Hotel. Avevo sempre come minimo tre macchine, una Mer­cedes, una Jaguar decappottabile e una Maserati. Ora, comunque, sono con le spalle al muro». No, ministro Bondi, non sarà facile decidere.

A Califano, ma vaffanculo, va’.

barbara


21 dicembre 2007

RICORDO DI NATALE

Dev’essere stato quando avevo quattordici anni. Mi hanno detto quest’anno niente regali, non ci sono soldi. E va bene, se non ci sono non ci sono, sono sempre stata una bimba ragionevole, io, e le cose le capivo. E quindi, per non rischiare delusioni, ho cominciato da subito a prepararmi. Forse, ho pensato, troverò solo un sacchettino di caramelle. O forse no, un sacchettino è troppo, forse sarà un pacchetto di Charme’s da cinquanta lire. O forse mi prenderanno qualcosa che mi serve e che mi dovrebbero comprare comunque, per esempio un paio di calzettoni, che quelli che ho sono tutti rattoppati. O qualcosa per la scuola, che tanto prima o poi dovranno comprarmelo lo stesso. Un quaderno, per esempio. O una penna. O una matita, che costa anche meno. L’ultima notte l’ho passata a ripetermi non aspettarti regali non aspettarti sorprese non aspettarti regali non aspettarti sorprese … per non rischiare una dolorosa delusione la mattina. Quando dalle persiane ha cominciato a filtrare la prima luce, incapace di resistere ancora, mi sono alzata e piano piano sono andata a vedere sotto l’albero. Non c’era niente. Non un sacchettino di caramelle, non un pacchetto di Charme’s da cinquanta lire, non un paio di calzettoni da portare al posto di quelli rattoppati, non un quaderno, non una penna, non una matita. Niente. Ho pianto per una settimana intera. Quando poi, a distanza di anni, si riflette e ci si ricorda che i soldi per il vino invece c’erano sempre … Comunque no, non è per questo che odio il natale: fosse tutto qui ci andrei a nozze, col natale.

Con questo vi saluto, ci rivediamo l’anno prossimo.

barbara


20 novembre 2007

VI RACCONTO UNA FIABA

C’era una volta … “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Sì, c’era una volta un re. Anzi no, partiamo da prima. C’era una volta una famiglia. Passata alla storia per non avere mai terminato una guerra dalla stessa parte dalla quale l’aveva cominciata. Tranne qualche caso di guerre particolarmente lunghe che hanno dato il tempo di cambiare fronte due volte. Bene, questa famiglia un bel giorno si è trovata casualmente sul trono d’Italia. Casualmente, sì, perché tutte le battaglie che ha fatto per arrivarci le ha regolarmente perse, mentre le battaglie fatte dagli stati con cui si era di volta in volta alleata sono state regolarmente vinte, e così per la differenza reti si sono ritrovati a fare i re d’Italia. E qui io farei un inciso: Magdi Allam dice che chi pretende di venire a stare in Italia dovrebbe conoscere l’italiano, e io naturalmente sono d’accordo. E allora, mi chiedo, perché non si dovrebbe pretendere altrettanto con chi in Italia viene per comandare, sia pure “per grazia di Dio e volontà della nazione” anche se poi a me non risulta mica che alla nazione sia stato chiesto se lo voleva o no? E invece no: a fare il re d’Italia è venuto uno che in famiglia parlava il dialetto piemontese e come lingua colta il francese, perché l’italiano non lo sapeva. Vabbè, facciamocene una ragione. Diventano dunque re d’Italia, questa banda di fessi, e cominciano a farne una dietro l’altra, sfracelli in Sicilia, premi a Bava Beccaris e roba così. Facevano tutti uguale a quel tempo? Sì, vabbè, ma non è mica una buona ragione per applaudire, scusate. Insomma, passa un po’ di tempo e arriva la prima guerra mondiale. Noi si voleva redimere Trento e Trieste, dice. Vero. Era roba nostra e ce l’avevano fregata. Quello che invece non dice, e io però lo so perché ci ho fatto la tesi, è che sia la Triplice Intesa che la Triplice Alleanza ci avrebbero dato, in cambio della neutralità, parecchio di più di quello che abbiamo ottenuto con l’intervento. Sì, ma coi morti fa più fico, dice. E dunque, guerra. E poi arriva la consegna dell’Italia al fascismo, e poi arriva la guerra d’Etiopia con la scusa che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta, e che all’epoca in cui si cantava se potessi avere mille lire al mese ci è costata quaranta miliardi, e poi arrivano le leggi razziali, e poi arriva l’alleanza con Hitler, e poi arriva l’ingresso in guerra, a fare la quale, oltretutto, non eravamo neanche preparati perché ci eravamo dissanguati, in tutti i sensi, in Etiopia – e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re nanerottolo la cui moglie scodella uno splendido figlio alto quasi due metri – come un corazziere, diciamo; e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re notoriamente impotente la cui moglie scodella quattro splendidi figli … eccetera eccetera. Insomma, finalmente da quell’inferno in qualche maniera si esce, e si invitano questi signori a togliersi una buona volta dalle palle. E si tolgono, sì, anche perché non è che avessero granché di alternative. Se ne vanno, portandosi dietro quanto basta per vivere nel superlusso per tutta la vita a venire nei secoli dei secoli amen (l’imperatrice Zita d’Asburgo, per dire, se n’è andata portandosi dietro un paio di bauli, e per far studiare i figli si è messa ad allevare galline). E dunque stiamo arrivando all’epilogo della fiaba: dopo avere dissanguato e depredato l’Italia in lungo e in largo, dopo avere scorrazzato su e giù per i nostri mari a far fuori turisti tedeschi e reclamizzare cetrioli, che cosa fanno i nostri baldi giovani? Ci chiedono il risarcimento danni: duecentosessanta milioni di euro, nientemeno. E pensare che ci scandalizziamo quando i risarcimenti ce li chiede la Libia dove, in fin dei conti, tra noi e l’Inghilterra abbiamo lasciato 15 milioni di mine. E dunque, arrivata alla fine della favola, credo di poter dire una cosa sola: a Emanuè, ma vaffanculo, va!

barbara


14 settembre 2007

LETTERA APERTA AL FASCISTA BEPPE GRILLO

Poiché questa “lettera aperta” dell’amico Devarim è una delle cose più belle che abbia letto da molto tempo a questa parte – paragonabile ai migliori post indignati di codadilupo – desidero farla conoscere anche agli amici che non conoscono o non frequentano quello splendido blog.

“Caro” Signor Giuseppe Grillo, detto Beppe,
Lei sbaglia. E non sbaglia per il semplice motivo che il suo moto di protesta, abilmente orchestrato, possa configurarsi come qualunquismo e antipolitica. Nel merito, alcune delle sue opinioni sono condivisibili, e sono patrimonio di molti che avvertono il problema che la transizione della nostra Repubblica nella cosiddetta “seconda”, dopo gli anni ’90, ha comportato. Lei è convinto che basti il richiamo al popolo, che lei chiama “cittadini”. Ma lei non sa cosa sono i cittadini.
I padri di questa Repubblica ritennero che, i cittadini, per le loro garanzie democratiche, si dovessero organizzare in partiti. E lo sa perché? Perché si usciva da un regime in cui vigeva il partito unico, e un duce che incarnava in sé il destino del popolo. Ora io ritengo che una frase detta da Lei ieri sia fortemente incostituzionale, e sia fautrice di un profondo attacco alla nostra democrazia. Sa qual è? È questa:

“Noi i partiti li vogliamo distruggere, sono il tumore della democrazia”. Lei forse non si rende conto della profonda forza eversiva di quest’ asserzione.

Legga l’articolo 49 della Costituzione repubblicana : Art. 49.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Lei si è anche permesso di far abbassare una bandiera rossa di un ragazzo che, ingenuo e sprovveduto eppure latore di una storia carica di libertà (parlo dell'Italia, non della Russia) alzava: Lei gli ha detto “abbassa quella bandiera, porta sfiga”. Ma come si è permesso? Sa che dietro quella bandiera, che altrove è stata causa di massacri, ci sono il sacrificio di migliaia di donne e uomini che si alzarono “per libertà non per destino “ (Calamandrei) contro un totalitarismo che aveva fatto strame dell’Italia? Lei non si rende conto di quanto l’Italia abbia, nei suoi cromosomi, il gene del totalitarismo. La rimando a un libro meraviglioso, “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Vi si parla di come sia nato il fascismo. Lei forse non sa che il fascismo, in Italia, si scatenò proprio nella stessa piazza i cui Lei ha tenuto il suo comizio (Legga un qualunque libro di storia serio): Palazzo d’Accursio. Ha, inoltre, scelto l’8 settembre come data della sua manifestazione. Sostenendo, con un’ignoranza storica imperdonabile che “ Dall’8 settembre ’43 a oggi nulla è mutato in Italia”. Si dovrebbe vergognare.
Lei è un pericolo per la democrazia, signor Grillo Si limiti a sparare cazzate sul suo blog (talvolta ci azzecca, ma anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta”) e a sponsorizzare i suoi libri da acquistare. Lasci ai cittadini uniti in partiti la democrazia. Essa è una cosa seria. Ben più seria di quanto pensi uno che si erge su un palco a sproloquiare i suoi proclami su tutto e su tutti.
Noi, democratici e liberali, appena vediamo un uomo su un balcone, su un palco, o su un monte, siamo presi da un rigurgito di paura. Sappiamo come andrà a finire. Chi si erge su un balcone a testa in su, alla fine, inevitabilmente penzolerà a testa in giù da un distributore di benzina. In un qualunque Piazzale Loreto.

Un cordialeVaffanculo a Lei.

Viva la democrazia, viva la Costituzione repubblicana, viva la libertà.

Devarim

(per la serie “condivido anche le virgole”)

barbara

AGGIORNAMENTO: dopo averlo riletto, mi sono convinta che dovete assolutamente vedere anche questo: altra prospettiva, altro tipo di critica, ma altrettanta profondità di riflessione - e altrettanto nobile indignazione.


16 agosto 2007

LETTERA APERTA A VALENTINO ROSSI

A Valentino, ma vaffanculo, va’.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/8/2007 alle 4:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
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