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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 febbraio 2012

ILAN, SEI ANNI FA

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male... La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo - o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»... Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. (Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp.86-87)

Ilan Halimi, ebreo francese, ventitrè anni: selezionato in quanto ebreo, adescato, rapito, selvaggiamente torturato, perché ebreo. Infine bruciato vivo, perché ebreo. E in tutti quegli interminabili ventiquattro giorni del suo sequestro la polizia francese ha impiegato tutte le proprie risorse per evitare di riconoscere la matrice antisemita del crimine, per evitare di arrivare a scoprire dove Ilan fosse nascosto, per evitare di mettere le mani sui suoi torturatori finché Ilan era ancora vivo. E oggi? Oggi tanto impegno profuso mentre Ilan era ancora vivo ha raggiunto il suo massimo coronamento, negandogli giustizia anche da morto.

barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


4 dicembre 2010

TORCERE IL MALE VERSO IL BENE

Mi sembra la cosa più giusta da mettere, dopo il ricordo di Jacques Stroumsa.

EVIN, CARCERE IRANIANO, non è famoso come Guantanamo. È molto peggio, però. Chi ci è passato racconta il puro orro­re. Come Marina Nemat: due anni, lì, dai 16 ai 18. Torture, stupri, e la minaccia costante della morte. Marina non è finita a Evin perché era una militante politica. Era solo una ragazzina cui piaceva studiare. Ma dopo la rivoluzio­ne khomeinista anche questo, che tu vo­lessi imparare il teorema di Euclide invece che sorbirti il catechismo delle Guardie della Rivoluzione, diventò un crimine. Due anni in cella, i piedi maciullati dalle vergate e tutto il resto. La sua storia, e quella di molti altri ragazzi come lei, Marina Nemat l'ha raccontata in Prigioniera di Teheran, bestseller tradotto in 25 lingue. Nel suo nuovo libro Dopo Tehe­ran (Cairo editore) Nemat, che oggi vive in Canada, parla della necessità di raccontare per guarire. Ci sono voluti anni per ricor­dare l'Inferno, passando attraverso il lim­bo della rimozione. «La sera in cui mi rilasciarono» racconta «i miei organizzarono una cena. C'erano due loro amici e Andre, il mio futuro ma­rito. Si è parlato solo del tempo e di altre stupidaggini. Nessuno mi ha chiesto nul­la. Nessuno ha voluto sapere che cosa mi fosse capitato. Più facile tacere e guardare altrove».
Perché? Per paura? Per vergogna? Per un malinteso senso dell'onore?
Molti anni dopo l'ho chiesto a mio padre. Io non ero pronta a dire, ma sarebbe sta­to importante sapere che qualcuno era pronto ad ascoltare. Lui mi ha risposto: sapevamo che avevi avuto esperienze ter­ribili, ma abbiamo taciuto perché parlar­ne ci avrebbe fatto solo male e non sareb­be servito.
Dopo Evin, la prigione del silenzio.
Quella non era più la mia casa. Era un posto sconosciuto dove le persone non si parlavano e fuggivano l'una dall'altra. Suc­cede sempre così: per le vittime dell'Olo­causto, del genocidio in Rwanda, per le donne stuprate del Congo. Nessuno vuole sapere. Si ha paura di doversi assumere delle responsabilità. Di doversi chiedere: dov'ero io quando stava capitando? Perché non ho fatto niente per prevenirlo?
Si poteva prevenire la rivoluzione di Khomeini?
Anche una rivoluzione ha bisogno di tem­po. Non capita tutto subito. Prima la chiu­sura di giornali e riviste. Poi Jane Austen fuori legge. La poesia. Gli abiti dai colori sgargianti. Il ballo. Il canto. Ogni forma d'arte, sublime ed estrema forma di liber­tà. Tutto quello che fa l'umanità, in poche parole, viene bandito. Se di volta in volta avessimo parlato, se ci fossimo opposti, non saremmo arrivati a quel punto. Quan­do ci siamo resi conto della gravità della situazione, ormai era troppo tardi. E ribel­larsi sarebbe stato uguale a morire.
Non soltanto la sua famiglia ha rimosso il
passato...
Tutto l'Iran si è comportato allo stesso modo. I giovani arrestati, torturati e uccisi sono stati migliaia. Evin sembrava un orri­do liceo, ed è ancora così. Ma il Paese ha voltato la faccia. E continua a non voler sa­pere. La memoria esiste, ma nessuno vuo­le accedervi. Oggi se vai in Iran ti sembra che le cose siano cambiate. Ci sono aiuole per le strade, la metropolitana funziona, il Paese è ricco ed efficiente. Anche la tor­tura è più efficiente. Ma è solo cosmesi. L'Iran è tale e quale. Che il presidente sia Ahmadinejad o Mousavi cambia poco. Il leader supremo resta l'ayatollah Khamenei. Questo è il problema.
Il ricordo è stato una dolorosissima con­
quista anche per lei.
Quando il nodo ha cominciato a sciogliersi ho sofferto di sintomi psicotici. Lancinan­ti flashback che mi facevano gridare. La terapia è stata la narrazione. E il perdono.
Chi ha dovuto perdonare?
La mia famiglia. E Ali, il mio primo mari­to: una guardia della Rivoluzione che ho sposato in carcere in cambio della vita... "Lo amavi o lo odiavi?" mi hanno chiesto in molti. Né una cosa né l'altra: lo capivo. Era un torturatore, il suo mestiere era uc­cidere. E mi ha stuprata legalmente a 17 anni. Ma a sua volta era stato torturato sotto il regime dello scià. Un ciclo infinito di odio in cui la vittima diventa carnefice. Perdonare Ali ha voluto dire interrompe­re la catena. Darmi il potere di tenermi fuori da questo destino di dolore. Quando vivi un terribile trauma, com'è capitato a me, non puoi cambiare quello che è stato. L'unica cosa che puoi fare è cercare di tra­sformare tutto questo male in qualcosa di buono. Torcere il male verso il bene.
(Marina Terragni, Io donna, 4.12.10)

Carcere, tortura, violenze di ogni sorta, infine condannata a morte, per un paio di articoletti scritti nel giornalino del liceo, salvata in extremis dal carceriere-innamorato-marito-stupratore, e ancora con la voglia e la forza di sorridere, di “trasformare tutto questo male in qualcosa di buono”. E davvero non si sa se stupirsi di più per l’abiezione di una parte della specie umana, o per l’incredibile coraggio, per la straordinaria forza, per l’incommensurabile grandezza di almeno una parte delle vittime. Come Jacques Stroumsa. O come Marina Nemat. Alla quale auguriamo di vivere a lungo almeno quanto Jacques, per potere, egoisticamente, godere di tutto il bene che una donna come lei sarà capace di tirare fuori da tutto il male subito.



barbara


4 agosto 2009

APPELLO DI “LILIT” DALL’IRAN

Cara Barbara, perdonami se mi intrufolo nel tuo blog con questo commento proprio in queste belle e pigre giornate di un Agosto italiano. Neanche le mie più care amiche sarebbero disposte ad ascoltarmi in questi giorni.
Ma abbiamo un disperato bisogno di aiuto. So che da un lato potete fare molto, anche solo con il vostro "essere a conoscenza", e so anche che per voi in pratica è impossibile fare qualcosa. Ti prego di prendere questo mio commento come un confuso tentativo di domandare semplicemente la cosa più naturale del mondo in questi casi: AIUTO!
Signore e Signori mi sento impotente e basterebbe solo che questa sofferenza venisse capita nella sua essenza. Questa è una lotta che riguarda i valori per cui voi stessi in occidente avete lottato molti anni fa, questi valori sono tutto ciò che vi ha permesso di essere quello che oggi siete! E tutto quello che sarete domani se riuscite a mantenerli questi valori.
Scrivo solo ora dopo tanto silenzio perché i miei connazionali in questi ultimi tempi sono riusciti in pieno a coprire le notizie, rischiando la vita. Ma oggi, 3 Agosto 2009, ho sentito, visto e letto: IL SILENZIO MEDIATICO! Ovunque!
Oggi, a Teheran ho visto occhi spalancati, sguardi che urlavano impotenza e rabbia. Non sapevo però ancora, cosa stesse accadendo in altri quartieri. Cara Barbara, il Sangue, gli Arresti e i Mostri hanno invaso i luoghi e il polso delle proteste, in migliaia (non esagero) armati fino ai denti.
Credo di dover scrivere a questo punto. Siamo disarmati, e i ragazzi si stanno in pratica suicidando.
Infine ti chiedo qualcosa di più concreto, vorrei riaprire il mio blog e gentilmente se tu, mia cara, o i tuoi gentili lettori mi potete dire se corro il rischio di essere rintracciata attraverso l'IP dai post! E altrimenti come potrei fare per evitarlo!
Tutti quelli che conosco e quelli che incontro per caso, appena sanno che sono un'italiana di adozione mi chiedono di RINGRAZIARVI IMMENSAMENTE! Per quello che ha fatto la città di Firenze, e per tutto il supporto durante le manifestazioni e per averci permesso di dire la nostra nelle vostre piazze! Grazie Italia, di cuore.
Lilit

Lilit carissima, ci credi che sto piangendo di commozione e di emozione? Non immagini quante email ti ho inviato per sapere se eri viva, se stavi bene, e mi tornavano tutte indietro! Non immagini quante volte mi sono chiesta con angoscia che cosa ne fosse di te in quell’inferno che si stava scatenando, in quell’orgia di violenza e di sangue! E non immagini quale sollievo sto provando nel constatare che sei viva.
Per quanto riguarda la tua domanda, non credo che tu possa essere rintracciata dall’IP, ma dato che in questo campo sono un’analfabeta pressoché totale, giro a mia volta la domanda a chi ne sa più di me. Nel caso ci fosse qualche rischio, credo che la cosa migliore sia che tu mi mandi i tuoi pezzi per email e io li metterò nel mio blog, e sicuramente altri amici li riprenderanno. L’importante è che tu possa, in un modo o nell’altro, far sentire la tua voce. L’importante è che da quell’inferno riescano ad uscire notizie vere. L’importante è che gli assassini non possano godere, oltre che dell’impunità, anche del beneficio del silenzio.
A presto, carissima, e che il Cielo protegga te e tutti gli innocenti di quel tuo bellissimo e martoriato Paese.


barbara

AGGIORNAMENTO

4 agosto 2009
Il regime di Ahmadinejad ritira fuori il Gran Torturatore
Lo specialista della tortura “illimitata” era caduto in disgrazia dieci anni fa, ma ora è tornato al lavoro

Si fa chiamare di volta in volta Abbasi, Kanguri, Kangevari, Amoli e Azadeh. Di certo, forse, c’è soltanto il nome, Javad. Ma la sua flessibilità si ferma alla scelta delle generalità. Mano sicura e ideali granitici, Javad è un torturatore tutto d’un pezzo di quelli che non conoscono cedimenti né improvvide empatie. In questa burrascosa estate iraniana il suo nome viaggia come un presagio funereo sulle bocche dei prigionieri. Il metodo Javad non conosce fallimenti. Mohammed Khatami l’ha descritto come “un sistema di tortura medievale”. Lui preferisce ricordare il suo motto: “Prima o poi la verità emerge” e armato di questa convinzione ha trionfato dove i suoi predecessori hanno fallito. Tra le sue mani, “prima o poi” sono crollati 007, mullah e ribelli. Nessun temperamento, neanche il più coriaceo, sembra in grado di resistergli.
Le confessioni si moltiplicano e la stella di Javad brilla nel Pantheon degli esempi di fedeltà rivoluzionaria. Questa è la sua seconda grande occasione e il torturatore modello non ha alcuna intenzione di giocare male le sue carte. Il suo primo grande exploit risale a dieci anni fa. Nel 1998 l’Iran fu scosso da una serie di omicidi seriali che colpirono artisti, giornalisti e intellettuali, “contro-rivoluzionari di velluto” agli occhi del regime. La brutalità degli assassinii costrinse il regime a una farsesca caccia ai colpevoli. Said Emami (anche noto come Eslami) fu il capro espiatorio. Ingegnere aerospaziale laureato all’università dell’Oklahoma, nei primi anni Ottanta diventò un agente della Repubblica islamica. Al ministero dell’Intelligence occupò la poltrona di direttore del dipartimento Usa-Europa, fu analista di controspionaggio e negli anni di Khatami consigliere per la Sicurezza nazionale. Per fargli ammettere di essere la mente dietro gli omicidi serviva un uomo capace di piegarlo, qualcuno che conoscesse i suoi tic e le sue paure, uno come lui, più forte di lui. Javad non ebbe dubbi a prestarsi all’impresa. Emami e quattro suoi colleghi ammisero tutti gli addebiti, i legami con i nemici esterni e le pratiche sessuali deviate. Khamenei ne fu molto soddisfatto. Con l’eliminazione delle mele marce il buon nome del ministero e del regime poteva essere recuperato. Nel frattempo Emami morì in carcere. Suicidio si disse. “Nonostante i nostri sforzi per garantire la sua sicurezza ha ingerito una bottiglia di disinfettante nel bagno” spiegò un inquirente. Lo 007 cattivo se ne era andato insieme ai suoi segreti. Ma piuttosto che contentarsi dei suoi successi, Javad fu sopraffatto dal furore giustizialista. Per avvalorare le sue indagini prelevò da casa la moglie di Emami, Fahimeh Dori Noghoorani e la sottopose al metodo Javad. I reni della signora collassarono e fu ricoverata all’ospedale di Baghiolah. Dal centro di detenzione del ministero dell’Intelligence fuoriuscì un video molto crudo che documentava le fasi principali dell’interrogatorio della moglie di Emami. Copie della cassetta furono inviate al Parlamento e alle altre agenzie di sicurezza iraniane. Il responsabile della diffusione del video si difese dall’accusa di avere manipolato le immagini: il filmato era cruento, ma le torture di Javad potevano essere ancora più spinte, nessuna eccezione per le indiziate di sesso femminile. Fu la pietra dello scandalo. Gli amici di Emami al ministero si mobilitarono, i riformisti lo condannarono, i conservatori lo abbandonarono.
Nel bel mezzo della tempesta Javad pubblicò un documento lungo 80 pagine in cui descriveva le pratiche con cui aveva estorto le confessioni. Khatami insorse e persino l’Ayatollah Shahroudi certamente non un uomo dalla commozione facile, pretese la testa di Javad. Sembrava la fine di una carriera perfetta. Poi è arrivata l’era Ahmadinejad e il destino è tornato a sorridere al teorico della “tortura illimitata”. Uscito da un grigio purgatorio al ministero del Commercio, sotto l’ala protettiva di Ahmad Salek, rappresentante di Khamenei all’Ufficio per la sicurezza e le informazioni dei pasdaran (e membro del “comitato indipendente” scelto dal Consiglio dei guardiani per il riconteggio parziale dei voti), Javad è tornato a fare quel che gli riesce meglio.


Mentre i suoi ex colleghi navigavano tra mezze verità e timidi farfugliamenti, Javad ha ottenuto dichiarazioni inequivocabili. E’ stato lui ad assicurare al regime le “rivelazioni” di Mostafa Tajzadeh, Behzad Nabavi, Feizollah Arabsorkhi, Mohsen Aminzadeh e Abdollah Ramezan. Parole su parole che appesantiscono i faldoni dell’accusa documentano “la natura esterna della macchinazione responsabile dei disordini post elettorali”. Un trionfo che lo ripaga dalla lunga pausa nelle retrovie e lo rilancia tra i più affidabili difensori dell’ortodossia rivoluzionaria. Del resto quando, a sua volta inquisito gli fu chiesto di giustificare la sua metodologia, lui rispose: “Quando il leader dice che questi assassinii sono certamente opera di agenti stranieri, è evidente che il mio dovere religioso è dimostrare la verità già svelata dal rahbar, persuadere i colpevoli ad ammettere i loro crimini con qualsiasi mezzo”. E ammise candidamente: “ Sì picchiammo duro quando servì, non ci saremmo fermati prima di ottenere un’ammissione, non avremmo mai potuto ottenere una confessione contraria all’intuizione della Guida Suprema”. Tanta devozione inorgoglisce Khamenei, ma preoccupa non pochi conservatori. Javad ha molti nemici dai giorni dell’interrogatorio a Said Emami. Al ministero, la seconda ascesa di Javad è vissuta con profondo fastidio se non addirittura con inquietudine.
L’entusiasmo con cui ha determinato la fine del collega ha sconvolto molti falchi. C’è chi considera Emami un “martire”e medita vendetta contro il traditore. Alcuni insider dicono al Foglio che il fatto che la presenza di Javad nella stanza della tortura “squalifica le confessioni, apparirà tutto ridicolo e questo è un danno per il sistema ”. Ma i conservatori non sono mai stati più divisi. Finché Javad continuerà a interpretare i sogni di Khamenei il suo futuro sarà al sicuro.

di Tatiana Boutourline

(grazie a Stella per la segnalazione)


8 giugno 2009

SE QUESTO È UN EBREO

Per non urtare la "sensibilità" della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso.
Decine di persone sapevano che stavano torturando un ragazzo ebreo francese
Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”

di Giulio Meotti

Roma. “Se questo è un ebreo”, recita il titolo del bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni” (Seuil edizioni). Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla Shoah”. Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso, ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto: “Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois”. E’ il giorno in cui il corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”. La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. Sei anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel, che gli ha tagliato la gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue e urlando: “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”.

Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano. Erano i prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze. Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto. Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”. I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di Halimi avrebbe pagato il riscatto. Non sapevano che la madre era una centralinista. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio di telefoni cellulari. Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato all’ottanta per cento, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des-Bois. Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale. Ruth nel suo libro denuncia che, per non urtare la sensibilità della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare la rete di famiglie che proteggeva la gang. Decine di persone sapevano delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo che sognava di vivere in Israele.

Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in questa storia è il coinvolgimento di parenti e vicini, al di là del circolo della gang, a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si precipitarono a partecipare alla tortura”. Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di Hamas e del Palestinian Charity Committee. Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc” che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola “offensiva”. Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia di sette anni fa con Daniel Pearl, il corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in Pakistan. Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è senz’altro il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi. Si è parlato poi della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento fatto in casa”.

Il reporter francese Guy Millière scrive che “le grida venivano sentite dai vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”. La madre di Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi e di Ruth Halimi. Sono ebreo. E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth. Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi. “Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”. Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa ritualmente di esorcizzare. Ilan non portava un lungo caffettano nero, un cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una preda. E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere ebreo in questo paese”.

La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. Come se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei morti, trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto ciò che, nella vita, li espone all’odio. C’è una relazione sinistra tra la morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha seguita. La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla violenza”. Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo tentativo di riscatto.

Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo. Fofana è arrivato nel profondo della notte. Quando Ilan è riuscito a guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola, alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il combustibile e gli ha dato fuoco.

Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva: “Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.

http://www.ilfoglio.it/zakor/61

Dedicato a quelli che un giorno all’anno versano la loro compunta lacrimuccia sui poveri ebrei morti e gli altri 364 deprecano che “le vittime di ieri siano diventate i carnefici di oggi”.
Dedicato a quelli che “non siamo antisemiti, siamo solo antisionisti”.
Dedicato a quelli che “la colpa è tutta della criminale politica di Israele”.
Con la speranza che una qualche sorta di inferno, dopotutto, esista, e che vi sprofondino per l’eternità.



barbara


6 ottobre 2008

LA VOCE CHE RICORDA

                                 

Prefazione del XIV Dalai Lama
Questo libro è una commovente testimonianza della sof­ferenza e dell'eroismo del popolo tibetano. In particolare, è la storia di Ama Adhe, che passò ventisette anni della sua vita nelle prigioni cinesi. Lei e i membri della sua fa­miglia furono imprigionati per aver partecipato al movi­mento di resistenza tibetano sorto nei primi anni Cinquan­ta. Sono persone come loro che hanno conferito alla lotta tibetana la forza e la durata che la contraddistinguono.
Sono felice che la vicenda di Ama Adhe possa essere co­nosciuta e che lei sia sopravvissuta per raccontarla. La sua è la storia di tutti i tibetani che hanno sofferto sotto l'oc­cupazione comunista cinese. È anche la storia delle donne tibetane che si sono sacrificate e hanno partecipato quan­to gli uomini alla lotta per la giustizia e la libertà. Come sostiene lei stessa, la sua è «la voce che ricorda i molti che non sono sopravvissuti».
Sono convinto che i lettori di questo libro si renderan­no conto della reale dimensione delle sofferenze del popo­lo tibetano e dei tentativi che sono stati fatti per cancella­re la sua cultura e la sua identità. Spero dunque che tale consapevolezza possa far nascere, almeno in qualcuno, il desiderio di sostenere la giusta causa del popolo tibetano.

TENZIN GYATSO
Sua Santità il XIV Dalai Lama

                                                       ……………………………………………..

[…] Nella primavera del 1990, quando tornai a Dharamsala, il funzionario per i diritti umani del governo tibetano in esilio, Ngawang Drakmargyapon, mi presentò a una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto: Adhe Tapontsang.
Sin dal primo incontro, ci sentimmo unite da un grande affetto e da un inesplicabile legame che si approfondì con il passare degli anni. Adhe ora mi considera la sua figlia adottiva. Da parte mia, io mi rivolgo a lei con il termine affettuoso e rispettoso di «Ama», madre, come lei viene chiamata in tutta la comunità tibetana. In quel primo in­contro mi chiese di scrivere la sua storia senza fretta, con particolare attenzione ai dettagli che mi avrebbe riferito. Non si trattava solo di descrivere le ferite della sua terra assediata, ma anche di salvare dall'oblio i preziosi ricordi di quella antica cultura che aveva avuto modo di conosce­re prima dell'arresto. Commossa dalla forza e dall'integri­tà che emanavano dalla sua persona e dalla terribile storia, mi sono impegnata a farne un resoconto scritto, che partisse dalla sua infanzia idilliaca, attraversasse la lunga prigionia e le torture fino al momento del rilascio.
Durante le prime interviste, Ama Adhe e io sedevamo su due letti in un'austera stanza nel centro di accoglienza dei rifugiati di Dharamsala, insieme con il funzionario per i diritti umani Ngawang, che ci faceva da interprete. A mano a mano che la storia procedeva, ascoltavo attonita. Quando parlava della sua giovinezza, Ama Adhe chiudeva gli occhi e il suo volto si trasformava in quello di una bambina ridente e spensierata. Quando invece ricordava le sue incredibili sofferenze, il volto non tradiva alcuna emozione. Io facevo fatica a mantenere lo stesso distacco quando, per esempio, mi mostrava un dito straziato dall'inserimento di bastoncini di bambù sotto le unghie.
Nel corso delle interviste, le uniche volte in cui Ama Adhe pianse furono quelle in cui tornava con la memoria alla sofferenza degli altri, i numerosi membri della sua famiglia, gli amici e gli estranei delle cui torture e orribili morti era stata testimone.
Il tono neutro con cui Ama Adhe racconta le sue terrificanti esperienze è a tratti quasi sconcertante. Tuttavia il lettore deve capire che questo atteggiamento riflette la lingua e la cultura tibetana. È stato spesso notato dagli stranieri che i tibetani non amano parlare della loro vita con accenti drammatici o tragici. Questo forse dipende dal fatto che soffermarsi sulle proprie sventure personali significa essere concentrati su se stessi, cosa poco apprezzata nella prospettiva buddista di cui è permeata l'intera società tibetana. Può darsi che proprio questo atteggiamento impersonale, che riscontriamo nel tono straordinariamente pacato e fermo di Ama Adhe, sia quello che le ha permesso di sopravvivere agli eventi terribili riferiti in questo libro.

Al di là di ciò che sappiamo. Al di là di ciò che pensiamo. Al di là di ogni nostra più sfrenata fantasia. Il Tibet raccontato dal di dentro, da chi l’occupazione l’ha vissuta sulla propria pelle e nella propria carne, oltre che nella propria anima. Vicende inimmaginabili anche per chi si ritiene informato, raccontate senza retorica, senza enfasi, senza odio e senza rabbia, neppure quando rievoca episodi come l’esecuzione del cognato di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza, coi brandelli di cervello che le schizzano addosso. E con questa sua narrazione pacata sciorina davanti a noi il sistematico annientamento di una cultura, di una civiltà, di una lingua, di un popolo, condotto con spietata determinazione giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in un crescendo che dà le vertigini. «Ho fede che non esista sulla Terra nulla di più potente della verità. E presto o tardi la verità deve essere conosciuta». Sono le ultime parole di Ama Adhe, e le condivido totalmente: per questo sono qui a scriverne. E dunque tu adesso vai a comprarti il libro e te lo leggi. Subito. E non voglio sentire storie. (E qui puoi sentire la sua voce)

Ama Adhe, La voce che ricorda, Sperling&Kupfer Editori



barbara


26 giugno 2007

UN PO' IN RITARDO

perché tra un casino e l'altro avevo finito per dimenticarmene, ricordiamo due atti efferati, accaduti entrambi un 23 giugno: questo e questo.

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo (solo per chi ha abbastanza stomaco).

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