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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


31 gennaio 2012

BESTIE A QUATTRO ZAMPE VERSUS BESTIE A DUE ZAMPE


 

Una femmina di leopardo uccide una femmina di babuino, per nutrirsi, ma nel momento stesso in cui termina di ucciderla e sta per cominciare a mangiarla, si accorge che attaccato al suo corpo c’è un piccolo appena partorito. E di colpo la belva a quattro zampe dimentica la preda, dimentica la fame, dimentica ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: un piccolo indifeso, da lei reso orfano, da accudire, da proteggere dai nemici, da scaldare nel freddo della notte.
Due maschi di umani entrano in una casa e uccidono, con efferata ferocia, due genitori, per il gusto di uccidere. Ne uccidono anche, con efferata ferocia, due cuccioli, per il gusto di uccidere. Terminata la mattanza stanno per andarsene, quando l’ultima nata, una bambina di tre mesi, comincia a piangere, e di colpo le belve a due zampe dimenticano il pericolo di essere sorpresi, dimenticano la necessità di allontanarsi il più in fretta possibile, dimenticano ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: una neonata, da loro resa orfana, da sgozzare.

E poi c’è qualcuno che festeggia il lieto evento dello sgozzamento, e qualcuno che chiama queste belve a due zampe eroi di cui essere fieri. E poi c’è qualcun altro che saggiamente e pacatamente ci spiega che con loro si deve fare la pace. E sicuramente ci sarà qualcun altro ancora che ci racconterà che questa, però, è un’altra storia.

barbara


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


9 ottobre 2011

STEFANO

«Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gay Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l'Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma».
«Nel Ghetto che aveva già conosciuto la vergogna della deportazione degli ebrei portati ad Auschwitz il 16 ottobre del '43. In uno slargo tra via del Tempio e via Catalana che la giunta di Veltroni, accogliendo la richiesta della comunità ebraica romana, decise di intestare a Stefano Gay Taché, bambino romano, italiano, ebreo».
Gadiel Taché oggi ha trentatré anni, si è laureato in Lettere, lavora come broker assicurativo, fa il musicista e per onorare la memoria del suo fratellino strappato via dalla pioggia di granate e mitragliate degli assassini antisemiti di ventinove anni fa ha composto una canzone intitolata «Little Angel». Per anni si è difeso dietro una corazza di riserbo, di timidezza, di silenzio. Per anni lo hanno invitato a parlare alle commemorazioni: «Ma io non ho mai voluto salire su un palco e ogni volta, finita la celebrazione, tornavo a casa più triste e desolato». Anche quando, nel gennaio del 2010, papa Benedetto XVI, prima di fare il suo ingresso nella Sinagoga romana, venne a stringere la mano a lui e ai suoi genitori nei pressi della targa commemorativa dedicata a Stefano, il suo «silenzio» non si spezzò. «Il dolore me lo sono sempre portato dentro, sempre, sempre», dice Gadi: «dolore morale, ma anche fisico. Io ero accanto a Stefano quando scoppiò la bomba a frammentazione che uccise mio fratello ma devastò, oltre a me, mia madre e mio padre che insieme a tante altre famiglie, avevano portato i loro figli a celebrare una festa ebraica.
Quel giorno, subito dopo l'attentato, i soccorritori mi trasportarono in elicottero al San Camillo. L'unico vago ricordo che ho di quelle ore terribili: un elicottero, e il suo rumore assordante. Dopo fui sottoposto a trenta interventi chirurgici nel corso di un anno e mezzo, alla testa, all'occhio, all'arteria femorale che doveva essere riallacciata, dappertutto. Poi, mica è finita, un'altra ventina di interventi negli anni successivi. Non sono mai guarito. Ancora adesso mi fa male sempre qualcosa. I medici mi dicono che dalle radiografie appare l'interno del mio corpo che sembra un cielo stellato, dove le stelle però non sono proprio una poesia, ma le schegge infinite che si sono conficcate dentro di me e non andranno mai via». Oggi però c'è qualcosa di nuovo che ha scosso sotterraneamente la routine dolorosa della vita di Gadiel: «È come se mi fossi risvegliato da un lungo sonno, da uno stato di torpore che mi ha sempre impedito di afferrare il significato profondo dello strazio che ha distrutto la mia famiglia con la morte di Stefano. Oggi voglio capire, informarmi, spiegarmi quello che è successo, gli eventi che lo hanno preceduto, la giustizia che non è ancora arrivata».
Con il «risveglio», una voglia febbrile di informarsi, di ricostruire l'atmosfera intossicata di odio antiebraico di quel tempo, di chiarire i dettagli ancora in ombra di quella tragedia. Ora Gadiel legge con avidità i giornali dell'82, anche quelli precedenti al 9 ottobre. Legge che in Europa, da Parigi ad Anversa a Vienna, il nuovo antisemitismo, eccitato dalle proteste per l'intervento israeliano in Libano, aveva preso di mira i cimiteri e le scuole israelitiche, i luoghi di culto degli ebrei. Legge che sul muro della piccola sinagoga romana di Via Garfagnana era stato affisso nell'82 uno striscione con su scritto «Bruceremo i covi sionisti». Legge che l'antisionismo stava diventando, nell'indifferenza generale, nuovo odio per gli ebrei, anche per i bambini ebrei, come Stefano, che uscivano dal Tempio dopo aver celebrato una festa della comunità. Legge che proprio a Roma, nel mezzo di un corteo sindacale, si staccò un gruppo che depose vicino alla Sinagoga una bara in segno di oltraggio e di disprezzo e che il comunicato con cui la Cgil chiese scusa alla comunità ebraica per quell'efferatezza antisemita fu imbarazzato e reticente. Legge che, per i funerali di suo fratello Stefano, il rabbino Toaff, per evitare incidenti e contestazioni, supplicò il presidente Pertini di non presenziare alla cerimonia dopo che il Quirinale aveva accolto come un eroe dell'umanità Arafat, applaudito pochi giorni prima dell'attentato da tutte le istituzioni italiane, tranne che dall'allora presidente del Consiglio Spadolini, dai Repubblicani e dal Partito radicale di Pannella.
Si chiede che cos'è quel cosiddetto «Lodo Moro» di cui parlava Cossiga: un patto con i terroristi palestinesi perché potessero agire indisturbati in Italia in cambio dell'«immunità» italiana. Legge che quel 9 ottobre, incredibilmente, nessuna camionetta, tra polizia e carabinieri, era lì a difendere la Sinagoga e gli ebrei romani.
Legge tutto questo e si chiede se, «sebbene nessuna sentenza terrena mi possa ridare indietro mio fratello Stefano, sia stata fatta giustizia con la punizione di chi faceva parte del commando di assassini». E a questa domanda Gadiel Taché si risponde: «No, non è stata fatta». L'assassino Abdel Al Zomar, condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana, ha vissuto indisturbato nella Libia di Gheddafi dopo essere stato consegnato ai libici dalla Grecia a metà degli anni Ottanta: «So che in tutti questi anni l'Italia è stata molto blanda nel chiedere l'estradizione di Al Zomar. Adesso si trincerano dietro cavilli formali. Con Gheddafi al potere, fino all'ultimo nessuno ha preteso che gli assassini di mio fratello fossero assicurati all'Italia. Ma ora so che la comunità ebraica romana chiede formalmente al ministro Frattini di rivolgersi al nuovo governo di Tripoli per ottenere l'estradizione di Al Zomar e degli altri componenti del commando che stanno in Libia. Ovviamente faccio mia questa richiesta». E chiede qualcos'altro, Gadiel Taché: che abbia termine la «rimozione psicologica e storica» di quell'attentato terroristico da parte dell'Italia. «So per esempio», dice Gadi, «che il presidente Napolitano non è insensibile alle proteste degli ebrei romani affinché il nome di Stefano sia incluso nel triste elenco delle vittime del terrorismo in Italia che ogni anno, il 9 di maggio, vengono solennemente ricordate al Quirinale. Credo che qualcosa si stia muovendo. Voglio sperare che questa ferita della memoria italiana possa essere sanata».
Ed effettivamente non si comprende perché un bambino romano, italiano ed ebreo ucciso dai terroristi non sia considerato e onorato come «vittima» del terrorismo che ha insanguinato l'Italia. Non si capisce perché debba essere solo la comunità ebraica a Roma , guidata da Riccardo Pacifici, figlio di un uomo che in quell'attentato del 9 ottobre fu ferito e riportato in vita quasi per miracolo, a intestare vie, fondazioni, scuole, premi, sinagoghe con il nome di Stefano Gay Taché. «Oggi tocca a me salvare Stefano dall'oblio collettivo, tocca a me impedire che quella tragedia sia rimossa e considerata un episodio minore della violenza che ha insanguinato il nostro Paese», promette il fratello. Per questo ha deciso di rompere il silenzio. Dopo ventinove anni. Con dentro un dolore immenso e un «cielo stellato» di schegge assassine. (Pierluigi Battista)

No, Gadiel, non tocca a te, tocca a noi: a tutti noi. A noi che ci consideriamo esseri umani. A noi che ci riteniamo persone civili. A noi che aspiriamo ad essere persone decenti. Tutti noi abbiamo il dovere di sottrarre tuo fratello, NOSTRO FRATELLO Stefano, assassinato all’età di due anni da mani terroriste che di troppe complicità hanno goduto, a quell’oblio che lo ucciderebbe per la seconda volta. Pierluigi Battista lo ha fatto con questo bellissimo e toccante articolo; io l’ho fatto qui e qui, e torno a farlo ora; e anche loro lo hanno fatto. E spero, voglio con tutte le mie forze sperare, che non saremo i soli.



barbara


30 agosto 2011

CON DUE GIORNI DI RITARDO

Buon compleanno, Gilad!



(Ho incontrato suo padre,



ma forse dovrei dire il fantasma di suo padre: gelide le mani, inespressiva la voce, vuoto il viso quando al nostro “veniamo dall’Italia” ha risposto “ah, buon giorno” per poi volgersi ad altro. O meglio, al nulla).

barbara


22 maggio 2011

COME TI SMONTO DARWIN IN DIECI MOSSE

Da un po' di tempo circola una teoria a proposito dell'evoluzione della specie umana, che riscuote un certo successo fra gli atei, i libri di scuola, Marx ed Engels. È di un certo Darwin. Il cognome non me lo ricordo.
Per chi non legge i giornali, è forse il caso di fare un riassunto imparziale e il più possibile obiettivo di questa strampalata dottrina.
Tanto tempo fa la terra era popolata perlopiù da scimmie. Anche da qualche dinosauro e un paio di zanzare giganti, ma perlopiù da scimmie e, quello che è più importante, senza alcuna traccia di vita umana. Già questo è abbastanza fantasioso: come ci si può immaginare un mondo fatto tutto di scimmie? Impiegati scimmia, partite di calcio fra scimmie, cellulari a forma di scimmia... assurdo. Ma la sfrenata fantasia del signor Darwin non si ferma qui.
Ogni tanto, dice la sua teoria, nasce qualche scimmia disabile. Di solito si tratta di creature sfortunate, ridotte su una sedia a rotelle a sperare che qualcuno gli costruisca degli scivoli per salire e scendere dagli alberi. Naturalmente nessuno vuole riprodursi con loro e la cosa finisce lì.
Ma di tanto in tanto succede che una particolare malformazione renda la scimmia più brava a prendere le banane. Che ne so, un giorno una scimmia nasce col pollice opponibile, raccoglie due quintali di banane in mezza giornata e tutti fanno la fila per riprodursi con lei. Il giorno dopo tutte le scimmie hanno il pollice opponibile.
In questo modo, malformazione dopo malformazione, un giorno il pollice, un altro la posizione eretta, un altro ancora gli occhiali infrangibili, alla fine ti ritrovi con la terra piena di esseri umani.
Secondo Darwin, in definitiva, l'uomo non è altro che una scimmia handicappata. Questa in sintesi la teoria.
Mi rendo conto che non è difficile smontare una simile accozzaglia di panzane, ma siccome al giorno d'oggi la gente crede un po' a tutto, mi sembra giusto dedicare qualche riga alla sua confutazione.
1.
L'obiezione più ovvia. Se tutto questo è vero, perché oggi le scimmie non si trasformano più in uomini? Curioso vero? Quando non esisteva la televisione e tutto il resto, le scimmie facevano a gara a trasformarsi in qualcos'altro, ora che gli scienziati le tengono d'occhio giorno e notte se ne restano scimmie e basta. Troppo comodo.
2.
Perché non tutte le scimmie sono diventate esseri umani? Perché qualcuna sì e qualcun'altra no? È come dire che c'erano in giro delle scimmie che si sono dette: "Però! Essere uomini sembra una cosa eccezionale! Beh, sai che ti dico? Io quasi quasi resto scimmia".
3.
Se gli uomini sono solo delle scimmie disabili, come mai l'uomo è palesemente migliore della scimmia? Prendiamo il biliardino, per esempio. In un'ipotetica partita a biliardino chi pensate che vincerebbe? Si è mai visto un handicappato battere uno normale dieci a zero? Va bene che adesso si chiamano "diversamente abili" e forse un giorno si chiameranno "ulteriormente abili", "straordinariamente abili", "ammazza quanto so' abbili", però resta il fatto che a biliardino non vanno fortissimo.
4.
Dove sarebbero finiti tutti i peli?
5.
Ammettendo per assurdo che Darwin abbia ragione, resta un problema: da che cosa si sarebbero evolute le scimmie? Scommetto che ora Darwin avrebbe una risposta anche per questo, magari direbbe che si sono evolute dalle cozze o dai cappelli di paglia. Purtroppo doveva pensarci prima.
6.
Chiunque sia stato allo zoo può confermarlo: nessuna scimmia assomiglia neanche lontanamente a un essere umano. Al massimo lo scimmiottano, ma questo non va certamente a loro merito.
7.
Da questa teoria seguirebbe necessariamente che la Bibbia è un libro di fiction, cosa che farebbe sicuramente comodo a un sacco di gente (tipo quelli che si vogliono sposare con gli omosessuali o che pensano di poter fare quello che gli pare quando sono in bagno), ma che nessuna persona intelligente potrebbe prendere seriamente in considerazione. Nella Bibbia ci sono solo proposizioni vere, e se ogni tanto è un po' incoerente è solo colpa di Gödel.
Ero sicuro di avere altre tre prove. Appena mi vengono in mente le scrivo.


scritto da Smeriglia, qui: http://comablog.splinder.com/post/11603754

Io, sia ben chiaro, non è che sposi in toto le posizioni del signor Smeriglia, ci sono cose che, diciamolo, mi convincono solo fino a un certo punto, ma poiché, come ha scritto recentemente qualcuno su questi schermi, fare informazione significa dare tutte le versioni, ecco, per essere corretti bisogna dire che secondo qualcuno l’11 settembre lo hanno fatto gli americani, oppure gli israeliani o perfidi giudei che dir si voglia, oppure le torri sono collassate perché precedentemente – forse, chissà, addirittura in fase di costruzione in attesa che a qualcuno venisse l’idea di atterrarci senza passare dall’aeroporto – minate all’interno. E che qualcuno ritiene che Arrigoni è morto per colpa degli ebrei, che se non lo hanno fatto fuori di persona sono sicuramente responsabili come mandanti – tanto lo sanno tutti che gli ebrei sono tutti ricchissimi e figurati se non potevano pagare qualcuno invece di mettersi in gioco direttamente. E che è opinione di qualche illustre storico che quelle che noi impropriamente chiamiamo “camere a gas” erano in realtà luoghi adibiti alla disinfezione. E, naturalmente, che un folle di nome Darwin – il cognome non me lo ricordo neanche io – si è messo in testa che noi discenderemmo dalle scimmie. Vabbè, io il mio dovere l’ho fatto, adesso vedete un po’ voi.
Se invece non siete in vena di dedicarvi al cazzeggio con le teorie alternative perché avete problemi molto più seri, tipo la mancanza di un lavoro, allora vi suggerisco di andare qui, dove troverete la più brillante delle soluzioni a tutti i vostri problemi.

barbara


19 aprile 2011

ADESSO NON SO

Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito, però adesso non so. C’è quel ragazzino, Daniel Wiplich, quello che tornava da scuola su quell’autobus centrato da un missile palestinese. Un missile teleguidato, arrivato sull’autobus che fino alla fermata prima era stato pieno di ragazzini perché programmato per centrare l’autobus pieno di ragazzini. Un missile da 280.000 dollari arrivato da quella che chiamano prigione a cielo aperto, quella da cui ci arrivano quotidiani frignamenti, quella che ci raccontano essere costantemente sull’orlo della catastrofe umanitaria, morte per fame, mancanza di tutto e chi più ne ha più ne metta. Daniel aveva 16 anni. È rimasto in coma una settimana, poi il suo cuore si è fermato. I giornali non ne parlano, perché hanno troppo da fare ad esaltare le gesta dell’eroe, del martire, di quello che, esattamente come i nazisti,invitava quanti avessero in casa dei cani a ''sguinzagliare le bestie eroiche contro i coloni''. I giornali non hanno tempo di occuparsi degli ebrei assassinati oggi: è molto più redditizio piangere, se proprio tocca, su quelli di ieri. E rimettere, oggi, sugli altari quelli che provvedono a toglierli dai piedi.
Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito. Poi alla fine ho deciso di no. C’è da parlare di quel ragazzino, Daniel, che aveva 16 anni e che stava tornando da scuola e che aveva la vita davanti e qualcuno ha deciso di chiuderla, quella vita, con cinquanta, sessanta, settanta anni di anticipo perché Daniel era ebreo e i seguaci della religione di pace e i pacifisti di professione non possono aspettare tutti quegli anni che uno sporco ebreo crepi di morte naturale. E allora si comprano missili da 280.000 dollari. O si sguinzagliano cani, come i nazisti. C’è da parlare di quel ragazzino perché i giornali non lo fanno e la televisione non lo fa e la radio non lo fa, e qualcuno bisognerà pure che lo faccia. E dunque al diavolo gli auguri. Riposa in pace, piccolo Daniel, e possa non riposare mai chi ha voluto la tua morte e chi l’ha esaltata.

barbara


8 aprile 2011

E NEL FRATTEMPO

apprendiamo che un missile ha centrato uno scuolabus in Israele (“Israele Israele”, non territori cosiddetti occupati, nel caso qualcuno avesse voglia di tentare di specularci sopra). Apprendiamo che un ragazzino è rimasto gravemente ferito ed è in condizioni critiche, e ferito, anche se in modo meno grave, è anche l’autista. Apprendiamo che la strage in grande stile, evidentemente cercata, non è avvenuta unicamente per il fatto che alla fermata prima erano scesi tutti gli altri studenti, una trentina. E constatiamo che il Corriere della Sera nell’articoletto relativo all’attentato dedica DIECI righe a questo attacco e a un riassunto di altri attacchi recenti e recentissimi, e VENTOTTO righe alla risposta israeliana. E molte altre testate sono riuscite a fare anche di peggio. Perché il sangue giudeo è molto ma molto ma molto meno rosso di qualunque altro sangue, ma soprattutto del sangue palestinese – e li pagano per informare, questo branco di impuniti!















barbara


20 marzo 2011

IL VILLAGGIO DI ITAMAR



Questo è il villaggio di Itamar, teatro dell’ultima mattanza di ebrei: esseri che non qualifico, perché nessuna lingua possiede aggettivi atti a qualificarli, dediti ai sacrifici umani in onore di un dio di morte e di un “profeta” assassino e pedofilo, hanno sterminato la famiglia Fogel, sgozzando o pugnalando al cuore padre, madre, un bambino di undici anni, uno di quattro e una neonata di tre mesi. Scarsissima l’attenzione dedicata dai mass media a questo orrendo massacro, e quella poca, spesso, vergognosamente distorta. Quest’altra notizia invece è stata proprio ignorata del tutto, e per questo ve la faccio leggere io.

Forze di Difesa israeliane e paramedici del posto hanno contribuito a salvare la vita di una donna palestinese e della sua neonata, mercoledì, nell’insediamento dove si trovavano anche dei parenti della famiglia Fogel in lutto per i cinque membri della famiglia ferocemente assassinati la scorsa settimana.
Proprio nelle ore in cui il capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz arrivava a Neve Tzuf per porgere le sue condoglianze, un taxista palestinese sopraggiungeva di corsa all’ingresso della comunità. All’interno, soldati e paramedici trovavano una palestinese poco più che ventenne in avanzato travaglio: il cordone ombelicale era avvolto attorno al collo della piccola nascitura mettendo a rischio la vita sia della madre che della figlia. Il rapido intervento dei paramedici dell’insediamento e dei militari in servizio nella zona hanno salvato la vita di entrambe, suscitando grande emozione in un luogo dove la gente è ancora prostrata per il massacro a sangue freddo della famiglia Fogel.
Il caporale Haim Levin, di 19 anni, paramedico in servizio nelle Forze di Difesa israeliane, è stato il primo membro della squadra medica ad arrivare sul posto, e racconta la scena: “Quando sono arrivato ho visto una donna coperta da una coperta, dentro a un minivan giallo palestinese. Mi sono avvicinato e ho visto la testa e la parte alta del corpo della bambina. Il cordone ombelicale era attorno al collo della piccola, che era grigia e non si muoveva. Ho rimosso il cordone dal collo e allo stesso tempo ho chiesto ai paramedici di preparare il kit di rianimazione per neonati. Ho pizzicato la piccola per vedere se reagiva e lei ha iniziato a strillare”. La squadra di paramedici si è presa cura anche della madre che a quel punto, dice Levin, era in buone condizioni generali.
Nel frattempo accorreva la conducente d’ambulanza Orly Shlomo. “Abbiamo affiancato il paramedico militare – racconta – e lo abbiamo aiutato a recidere il cordone ombelicale. Senza il trattamento medico, il feto e la madre avrebbero corso un serio pericolo. È stato toccante, ma non ho potuto fare a meno di pensare che a pochi metri da lì c’erano persone in lutto per un altro bambino, che è stato assassinato. Ero commossa nel vedere il viso della neonata, ma pensavo anche al viso del bambini uccisi”.
Gadi Amitun, che guida la squadra del Magen David Adom (Stella Rossa di Davide) di Neve Tzuf, spiega che non è la prima volta che gli abitanti dell’insediamento aiutano palestinesi in difficoltà. “Sanno che abbiamo un team medico ben preparato – dice – e quando capita un incidente o un infortunio arrivano, e noi li aiutiamo”.
Il paramedico ricorda che il giorno del massacro della famiglia Fogel gli abitanti dell’insediamento hanno visto festeggiamenti e fuochi d’artificio nei vicini villaggi palestinesi, ma aggiunge che, indipendentemente da tutto, la squadra medica locale è impegnata ad aiutare chiunque abbia bisogno. “Due anni fa – racconta – ci siamo dati da fare per curare un terrorista che aveva cercato di piazzare un ordigno ed era stato ferito dai soldati”.
Palestinesi del vicino villaggio di Nabi Salah, insieme alla neo nonna, si sono riuniti attorno alla squadra paramedica e non potevano nascondere la loro gioia. “Ci hanno ringraziato e ci hanno detto che hanno chiamato la bambina Jude – dice il caporale Levin – Sono volontario del Magen David Adom da quando avevo 15 anni e questa è la prima volta che assisto un parto. È stata una sensazione incredibile tenere fra le braccia quella bambina appena nata, e sapere che in questo posto così complicato abbiamo fatto qualcosa di buono”.
(Da: YnetNews, 17.3.11)


Haim Levin con la neonata

Con la speranza che la mamma della neonata salvata non se ne esca, come la palestinese cui gli israeliani avevano salvato da morte sicura il figlio neonato qualche mese fa, a dire che spera tanto che da grande diventi un martire e vada in paradiso facendo fuori una bella carrettata di ebrei. (Già, perché solo in Israele...)


barbara


17 marzo 2011

PER FORTUNA HA PREVALSO IL BUON SENSO

Fanatismo

In questi giorni ha tenuto banco la notizia della pornostar israeliana, morsa al seno da un boa constrictor durante una serie di scatti fotografici effettuati al silicone della ragazza - i serpenti non usano silicone. Tra gli animalisti di tutto il mondo c'è grande preoccupazione per la sorte del boa che è sparito. La notizia ha rischiato di essere oscurata con la scusa che a Itamar erano stati sgozzati nel sonno un padre, una madre, due bambini e un neonato colono. Per fortuna ha prevalso il buonsenso e la stampa mondiale si è occupata solo del serpente.  

Il Tizio della Sera

E poi vai a leggere qui, qui e qui.

barbara


14 marzo 2011

DEDICATO AGLI ULTIMI MARTIRI EBREI



Shabat shalom Yoav. Shabat shalom Elad.
Shabat shalom Hadas. Buonanotte miei piccoli bimbi. Tra poche ore ci ritroveremo in un posto migliore. Dove gli uomini non verranno a coglierci nel cuore della notte con un pugnale in mano. Spinti dalla sete di sangue ebraico. Fatevi dare l’ultimo bacio della buonanotte Tamar, Roy e Shai. Mamma Ruth e e papà Udi continueranno a guardarvi da lassù. E a cercare di proteggervi. Dalla crudeltà umana che si accanisce contro un neonato. Dall’ipocrisia di un mondo che non ci rispetta nemmeno da morti. Chiamandoci coloni. E non israeliani. Coloni. E non esseri umani. Perché viviamo in territori conquistati col sangue dei nostri fratelli. Durante guerre di difesa dai propri nemici. Territori messi in discussione da stati che non rispettano i diritti umani. Ma si permettono di dichiarare che le nostre guerre non valgono come quelle del mondo. Stati che impiccano, lapidano, frustano. Ma che vengono ascoltati e ossequiati quando vogliono decidere del futuro dello Stato di Israele. Spero che capiate la nostra scelta. Che ci ha portato a vivere lontano dai comfort e in costante pericolo. Che ci ha tolto l’onore di passare alla cronaca come “vittime” e ha dato il privilegio al nostro assassino di non venire chiamato come tale. E’ stata una scelta di guerra. Combattuta con armi che si chiamano case, giardini, scuole e bambini. E’ stata una scelta ideologica. Una scelta valoriale. Una scelta di vita. E di morte. Dettata dal fatto che riteniamo che questa terra appartenga al popolo ebraico. E a nessun altro. Fondata sulla consapevolezza che quando D-o dà miracolosamente al popolo di Israele un pezzo della sua storia, non vuole che questa venga regalata ai nemici. Buonanotte bimbi miei. Addio miei adorati. Continuate a portare alto l’onore del vostro popolo. Non gridate vendetta. Non maledite i nostri assassini. Costruite altre case, piantate nuovi alberi, riempite le scuole con i vostri bambini. Questo è il modo di combattere di un vero ebreo. O chiamatelo pure colono. Quassù, sotto al Trono Celeste, sono semplicemente un’anima ebraica. E nessun giornalista, nessun politico, nessun fanatico, nessun assassino, mi potrà privare di questo eterno onore.

Gheula Canarutto Nemni

I macellai di carne umana ci sono sempre stati, certo, nessuna novità su questo fronte, e tuttavia qualche cosa di nuovo, in questa orrida vicenda, lo possiamo trovare. Nuovo, e sconvolgente, è l’accordo di tutti i mass media nel rifiutarsi di scrivere che sono state assassinate delle persone: gli agnelli macellati sono tutti “coloni”, compresa la neonata. Dimostrando oltretutto una abissale ignoranza sul significato dei termini “colonia” e “colono”. E fornendo, se non proprio una giustificazione, almeno cospicue attenuanti ai macellai di carne umana. E un’altra cosa va detta: i tedeschi erano ben contenti di sbarazzarsi degli ebrei, ma non scendevano in piazza a festeggiare ad ogni massacro di neonati.





 (qui)

E non si possono non condividere le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi...e se un giorno riusciranno a "realizzarsi", noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi....».
Le immagini del massacro, dopo lunga riflessione, ho deciso di non postarle: sono convinta di non avere il diritto di sbattere tanto orrore in faccia a chi entra qui, senza tenere in alcun conto la sensibilità di ognuno. Chi ancora non le avesse viste e desiderasse avere le idee un po’ più precise sulla bestialità – e chiedo scusa alle bestie – di questi esseri, le può trovare qui. Vi invito invece a guardare le immagini dei funerali, in cui il disumano dolore dei partecipanti non fa venire meno la consueta compostezza. E a ricordare, visto che “loro” non perdono occasione per ricordarlo, che dopo il sabato viene la domenica. Sempre.


barbara


25 giugno 2010

ANGELA LANO

Lei, la pasionaria dell’odio antisemita. Lei, schierata anima e corpo coi terroristi palestinesi perché la “causa palestinese” le permette di fare finta di non essere antisemita – che poi ovviamente non se la beve nessuno, ma questa è un’altra storia. Lei, che scrive per un sito talmente antisemita da essere denunciato perfino da Paola Canarutto, una delle persone più visceralmente antiisraeliane – e, a guardar bene, anche discretamente antisemita - che mai abbiano calcato l’italico suolo. Lei, che è andata a tentare di sfondare il blocco navale a bordo di una nave che non trasportava né un’aspirina né un tozzo di pane (mentre le altre cinque navi, tra tutte insieme, trasportavano di aiuti umanitari circa un quarto di quello che Israele trasporta QUOTIDIANAMENTE a Gaza - ma solo pugnali e coltelli e bastoni e spranghe di ferro e biglie d’acciaio e fionde e asce e granate con le quali hanno selvaggiamente aggredito i soldati israeliani scesi praticamente a mani nude a controllare la nave, come il diritto internazionale consente, e dopo che dal governo turco era arrivata l’assicurazione che vi sarebbe stata unicamente resistenza passiva. Lei che, tornata in Italia, si è presentata davanti alle telecamere fresca come una rosa a raccontare di bestiali maltrattamenti da parte dei perfidissimi giudei, novelli nazisti con la stella di David (do you remember Cicciobello Agnoletto che raccontava delle terrificanti sevizie subite da parte dei suddetti perfidissimi senza riuscire ad esibire neanche un lividino grande come cinque lire?). Lei. Beh, tenetevi forte, gente: LEI mi conosce. LEI parla di me. LEI mi cita, o yes. Perché ha deciso di protestare contro il sindaco di Torino per il fatto che ha concesso lo spegnimento della Mole Antonelliana per ricordare Gilad Shalit (concessione accordata con questo ignobile comunicato). E sapete che cosa fa per portare argomenti alla sua santissima (santa quasi come il jihad) protesta? Linka un mio post. Quello, per la precisione in cui denunciavo il vergognoso RIFIUTO del sindaco di Torino di accogliere la richiesta della comunità ebraica di spegnere per un quarto d’ora la Mole Antonelliana. Perché lei è una ragazza studiata e sa perfettamente leggere e scrivere, o yes. Scommetto che ha già imparato quasi tutte le lettere dell’alfabeto, perché oltre che studiata lei è anche tanto tanto intelligente, o yes. Ecco. Qui potete trovare il suo straordinario pezzo di bravura. Che, se non fosse una mastodontica pisciata su migliaia di cadaveri, da una parte come dall’altra, sarebbe perfino esilarante.

barbara


20 aprile 2010

DUE PESI, DUE MISURE

Le guerre al terrorismo non sono tutte uguali

di Michael Freund

Qual è la differenza fra lo Sri Lanka e Israele? La domanda può sembrare bizzarra, e invece è assai pertinente, e molto più significativa di quanto non si possa pensare. Giacché infatti, a parte tutte le altre risposte più ovvie come le rispettive dimensioni dei due paesi, la loro posizione geografica, la loro struttura sociale, la topografia e il clima, c'è in particolare una differenza che è emersa in modo evidente nei mesi scorsi.
Si consideri la seguente notizia. Lo scorso dicembre truppe governative hanno lanciato una campagna militare coordinata, con migliaia di soldati pesantemente armati all'attacco di roccheforti terroristiche nello sforzo di infliggere un duro colpo decisivo a nemici estremisti. Dopo aver sopportato per anni attacchi suicidi e dopo parecchi cessate il fuoco falliti, le autorità hanno deciso che non avevano altra scelta che quella di ricorrere a una forza schiacciante per ribaltare l'equazione strategica sul terreno: si sono convinte che andasse fatto qualcosa di decisivo per mettere finalmente in ginocchio i terroristi.
Sebbene questa descrizione di eventi possa suonare familiare, non si cada nell'errore di pensare che riguardi soltanto il nostro piccolo angolo di Medio Oriente. Infatti, mentre le Forze di Difesa israeliane entravano nella striscia di Gaza per colpire Hamas, un'analoga serie di eventi aveva luogo circa 5.400 km più a est, nello Sri Lanka, dove l'esercito veniva lanciato alle calcagna delle Tigri Tamil.
Eventi analoghi, sì, ma con una cruciale differenza: mentre Israele veniva universalmente condannato per aver osato difendersi, non si sentiva levarsi neanche un pigolio sulla versione data dallo Sri Lanka della sua guerra al terrorismo.
Per anni le Tigri Tamil, che l'FBI ha definito "la più spietata ed efficiente organizzazione terroristica del mondo", si sono battute per ritagliarsi una regione autonoma nella parte settentrionale dell'isola. Scalpitanti sotto il dominio della maggioranza cingalese, le Tigri hanno terrorizzato il resto del paese per quasi tre decenni montando temerari attentati terroristici contro obiettivi civili e militari nella speranza di riuscire a staccarsi, formando uno stato etnico Tamil indipendente. E sono risusciti a creare una enclave in stile striscia di Gaza, dove hanno imposto un pesante regime di brutalità e ferocia. Esattamente come Hamas, le Tigri, note anche con l'acronimo LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), hanno usato i civili come scudi umani contro l'esercito dello Sri Lanka e hanno sottomesso i loro oppositori interni con l'intimidazione e l'assassinio.
Nel 2005 i cittadini dello Sri Lanka eleggevano alla presidenza Mahinda Rajapaksa, che escludeva ogni autonomia Tamil ripromettendosi di riconsiderare il processo di pace alla luce dell'intransigenza delle Tigri. Quando i terroristi violarono un cessate il fuoco mediato dai norvegesi (qualche eco del fallito processo di Oslo?), l'anno scorso il governo decideva di tentare la strada di una vittoria sul campo anziché continuare a perseguire una pace instabile.
"Abbiamo dato chiare istruzioni - dichiarava domenica scorsa il ministro della difesa sri-lankese Gotabhaya Rajapaksa al Washington Post - niente cessate il fuoco e niente negoziati finché non avremo completamente sconfitto le LTTE. Le LTTE userebbero cessate il fuoco e colloqui di pace per riorganizzarsi e rifornirsi di armi. Ci sono già state decine di negoziati e più di dieci cessate il fuoco, tutti falliti. Dopo ogni periodo di negoziati, tornano alla carica più forti di prima. Abbiamo deciso che quando è troppo è troppo".
Dopo aver approntato la risposta militare e aver raccolto dietro ad essa il sostegno del grosso della popolazione, il governo è passato all'offensiva prendendo il controllo della penisola di Jaffna, nel nord, per poi procedere alla conquista di diversi altri avamposti delle Tigri. Allo stato attuale sembra che una sconfitta definitiva dei ribelli sia prossima.
Eppure il conflitto nello Sri Lanka, che è già costato il doppio di vite umane della controffensiva israeliana a Gaza, viene a mala pena registrato dal radar dell'opinione internazionale. Evidentemente le guerre al terrorismo non sono tutte uguali.
Certo, i gruppi per i diritti umani hanno severamente criticato sia il governo dello Sri Lanka che le Tigri Tamil per il trattamento dei civili. Ma la crisi non si può certo dire che figuri nella lista delle priorità internazionali: non si è visto nessun appello nelle università occidentali per il boicottaggio dello Sri Lanka; non si è letto quasi nessun editoriale sui maggiori organi di stampa che denunciasse con parole vibranti l'operazione anti-terrorismo nell'isola; le televisioni non aprono tutte le sere i loro notiziari con le immagini di quel conflitto né con l'aggiornamento in tempo reale della conta dei morti; nessun leader europeo è accorso nella regione a fare pressione sul governo affinché richiami le sue truppe cessando i combattimenti senza condizioni.
Si tratta di pura e semplice ipocrisia senza vergogna. Giacché, oltretutto, lo Sri Lanka si batte per impedire un'insurrezione secessionista e non - come Israele - contro un movimento terrorista votato alla sua distruzione (dopo il completo ritiro israeliano dall'enclave di Gaza). Eppure lo Sri Lanka può procedere praticamente indisturbato, mentre Israele deve subire una costante e martellante condanna internazionale.
Il conflitto nello Sri Lanka, naturalmente, non è che uno dei tanti conflitti che attirano molta meno attenzione di Israele. Quando è stata l'ultima volta che avete visto un diplomatico o un dimostrante scatenarsi furibondo in televisione per crisi come quelle in Somalia, in Birmania o nella Repubblica Democratica del Congo? Dal momento che i mass-media ignorano queste crisi, la maggior parte della gente non ricorda nemmeno che esistono: molti probabilmente non saprebbero nemmeno indicare questi luoghi sulla carta geografica. Chi invece può dire di non aver sentito praticamente ogni giorno della crisi israelo-palestinese?
Ecco dov'è la tragedia dell'atteggiamento ipocrita della comunità internazionale: prendendosela costantemente e solamente con Israele non solo si comporta in modo ingiusto verso lo stato ebraico, ma per di più ignora una serie innumerevole di altre crisi in giro per il mondo, lasciandole marcire praticamente all'infinito.
Qual è dunque la vera differenza fra lo Sri Lanka e Israele? Per quanto concerne la comunità internazionale, è tutta qui: c'è la (cattiva) notizia quando ci sono di mezzo gli ebrei; non c'è nessuna notizia quando si tratta di Tamil e di cingalesi. (Jerusalem Post, 25 febbraio 2009 - da israele.net)

E di due pesi e due misure parla anche lui che, emulo di Dustin Hoffman, non sbaglia una cartolina.


barbara


5 novembre 2009

UNO SPIRAGLIO DI LUCE IN PROVINCIA

Schönberg in Israele: «Siamo sotto i razzi»
L’assessore sta visitando la città di Sderot. Riunioni di giunta nel bunker



BOLZANO—L'assessore bolzanino
alla cultura Primo Schönsberg si trova in questi giorni in Israele, per un viag­gio privato, volto ad approfondire la conoscenza di quel Paese. Si tratta di un viaggio organizzato dall'Associa­zione Amici di Israele, che ha in pro­gramma anche diversi incontri con le autorità locali. Ieri Schönsberg si tro­vava a Sderot, una città nel distretto sud di Israele, distante appena un chi­lometro dalla Striscia di Gaza.
La città è stata, nel recente passato, un continuo bersaglio di attacchi di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza. Nel marzo 2008, la popolazione era scesa del 10% e molte famiglie avevano abbandonato la zona per dispera­zione. Basti pensare che dalla metà di giugno 2007 a metà febbraio 2008, contro Sderot e il Negev occidentale sono stati sparati razzi con una media di tre o quattro al giorno. «Abbiamo terminato ora un incontro con la giun­ta muncipale - fa sapere Schönsberg - di questa cittadina di 13 mila abi­tanti più 10 mila ex coloni sfollati da Sharon dalla striscia di Gaza. Per ragio­ni di sicurezza l'incontro si è svolto in un bunker a due piani ricavato sotto il municipio perché, nonostante la stam­pa internazionale non ne parli quasi più dopo l'operazione "Piombo fuso” i razzi Qassam continuano a cadere su case e luoghi di lavoro israeliani. Tra quello che si vede in tv e la realtà - commenta Primo Schönsberg - c'è purtroppo una bella differenza».
Un altro politico bolzanino da sem­pre sensibile alla questione mediorien­tale è il radicale Achille Chilomento. Nel novembre di due anni fa Chiomento, assieme ad altri due altoatesini, fu costretto a rifugiarsi in un bunker per un attacco missilistico proprio sul confine di Gaza. I tre altoatesini face­vano parte di una vasta delegazione italiana dell'associazione filo-israelia­na Keren Hayesod. (Corriere del Trentino Alto Adige)

Qualcuno, nel frattempo, continua a chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i sionisti nel mare davanti a Gaza, e siccome siamo di una bontà smisurata gli vogliamo fornire un’adeguata risposta. Qui, invece potrete ammirare l’ineffabile giudice Goldstone in una delle sue migliori interpretazioni mentre qui trovate il solito incommensurabile Ugo Volli.


barbara


31 ottobre 2009

GENERAZIONE SDEROT

Il sud d’Israele viene bombardato ogni giorno dai qassam. Ma all’Onu c’è un rapporto che equipara vittime e terroristi

L’incubo di Sderot iniziò sugli schermi della rete televisiva americana Cbs. Il 24 gennaio 2002 la celebre rubrica “60 Minutes” trasmise l’intervista a un leader di Hamas, Moussa Abu Marzook, che minacciava di usare missili Qassam per colpire le città israeliane. Il nome, Qassam, deriva da un imam fondamentalista che negli anni Venti incitò ai pogrom contro gli ebrei. Nel giugno 2004 un razzo colpì una scuola materna e uccise un uomo e un bambino. Le prime di una lunga serie di vittime israeliane a Sderot. Dodicimila razzi palestinesi sono caduti sulle città di Sderot e Ashkelon. Ogni giorno, per nove anni. Dalla fine dell’operazione israeliana a Gaza sono caduti quasi trecento missili. Uno al giorno. A Sderot in auto si deve tenere sempre il finestrino abbassato, la cintura slacciata e la radio spenta. Altrimenti non si sente la sirena. “C’è un solo esempio nella storia in cui migliaia di razzi vennero sparati su una popolazione civile”, ha detto il premier israeliano Netanyahu alle Nazioni Unite.

“Fu quando i nazisti lanciarono razzi sulle città inglesi durante la Seconda Guerra mondiale. In quella guerra gli Alleati rasero al suolo le città tedesche, facendo centinaia di migliaia di morti. Israele decise di comportarsi diversamente”.
Oggi un nuovo rapporto delle Nazioni Unite redatto dal giudice Richard Goldstone accusa Israele e Hamas di “crimini di guerra”. L’azione dell’esercito israeliano a Gaza fu lanciata proprio per fermare i razzi su Sderot. Il rapporto arriverà all’Assemblea Generale il 4 novembre. “Il rapporto Goldstone ha il mio sostegno”, ha detto ieri il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon. Per la prima volta una grande democrazia potrebbe essere accusata formalmente di “crimini di guerra”, alla stregua dei Genocidaires Hutu in Ruanda e delle milizie serbo-bosniache di Karadzic.
Già a due settimane dalla fine delle operazioni israeliane a Gaza, Hamas aveva ripreso a sparare su Sderot. In città si hanno venti secondi per mettersi al riparo non appena suona l’allarme: “Tzeva Adom”, colore rosso. Sderot è una città malata. Inchieste mediche indipendenti rilevano che un abitante su due soffre di danni psichici. Tra il 74 e il 95 per cento dei bambini ha disabilità psichica. Sderot è decisiva per capire il rapporto Goldstone. Abbiamo intervistato gli israeliani che sono andati a Ginevra per testimoniare di fronte alla commissione dell’Onu. Abbiamo parlato con i medici che curano i feriti nel “triangolo della paura” Ashkelon-Sderot-Netivot.

Ogni giorno a decine bussano alla porta del Trauma Center di Sderot, dove si offre sostegno psicologico a chi soffre del trauma dei bombardamenti. La direttrice è la dottoressa Adriana Katz, impegnata a lenire le sofferenze psichiche di Sderot. “Questo è un paese di morti viventi”, ci dice Adriana mentre si fa la conta degli ultimi attacchi missilistici di Hamas. La gente a Sderot non è afflitta dalla sindrome “Ptsd”: disordine da stress post traumatico. I sintomi sono gli stessi (insonnia, ansia, apatia, dolori psicosomatici), solo che a Sderot il post non arriva mai. Per questo si parla di “generazione Sderot”. Una cittadina nata nei primi anni Sessanta come centro di transito per i nuovi immigrati provenienti da Marocco, Kurdistan e Iran.
Gli abitanti di Sderot hanno presentato al segretario generale dell’Onu una lettera di denuncia dei crimini di Hamas. La lettera è stata firmata da 90mila persone di cinquanta diversi paesi, su iniziativa dell’organizzazione Take A Pen. “Il 79 per cento della popolazione di Sderot è psicologicamente invalida”, ci dice Batya Katar, leader dell’Associazione dei genitori di Sderot e promotrice della lettera all’Onu. “Ogni giorno, per nove anni, abbiamo ricevuto attacchi da Hamas. Il giudice Goldstone avrebbe dovuto vivere qui per una settimana con i suoi figli. Ogni minuto e ogni secondo, giusto per una settimana. Un qassam è caduto vicinissimo alla mia abitazione. Mio figlio dorme con me da cinque anni per la paura di attacchi missilistici. Abbiamo venti secondi per metterci al riparo. Possiamo morire in ogni istante, è con questo pensiero che vive la gente di Sderot. Qui bambini e genitori dormono assieme, quando si va al bagno ci si sveglia tutti perché i bambini hanno paura di andare da soli”.

“Sderot è l’unica città al mondo dove il terrorismo colpisce la popolazione civile nel XXI secolo giorno dopo giorno, senza tregua”, ci dice Noam Bedein, direttore dello Sderot Media Center e fra i testimoni della commissione Goldstone. “E’ inaccettabile per qualsiasi paese. Il novanta per cento dei qassam è stato lanciato da zone palestinesi civili, perché Hamas sapeva che Israele avrebbe avuto le mani legate. Quale altro paese avrebbe accettato una simile condizione? Ci sono stati venti attacchi con i qassam in due mesi, da settembre a ottobre. Duecentosessanta missili sono stati lanciati da Gaza sul Negev da quando è finita l’operazione dello scorso gennaio da parte d’Israele. Dopo il rapporto Goldstone, ci aspettiamo un’escalation terroristica. Secondo quel rapporto, Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini. Un milione di israeliani saranno a breve sotto la minaccia del lancio dei missili palestinesi. L’equipaggiamento arriva tutto dall’Iran”.

Noam è andato a Ginevra per parlare alla commissione dell’Onu. “Fu penoso venire a sapere che fra i giudici sedeva l’inglese Christine Chinkin, la stessa che in un articolo pubblicato sul Sunday Times aveva già sostenuto la tesi secondo cui ‘il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra’. In mezz’ora ho dovuto esporre otto anni di missili e attacchi terroristici. Durante la mia presentazione, Goldstone si addormentava spesso o si distraeva. Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Dobbiamo aspettare che venga colpito un asilo affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.

“Quello che odio di più è l’impossibilità di trasmettere l’invalidità dell’anima e della mente, perché questo lo si conosce ma non si può fotografare, né trasmettere in televisione”, ci dice la dottoressa Adriana Katz, 59 anni, direttrice della clinica per la salute mentale di Sderot e il Trauma Center per il trattamento immediato delle vittime da shock. Di origini romene, Adriana è giunta in Israele con il marito dopo aver trascorso sedici anni in Italia.
Nel caso di attacco, Adriana si mette in moto, anche di notte. E’ sempre reperibile. “E’ il mio guaio non poter trasmettere quel che accade qui”, dice Katz fra una sigaretta e l’altra. Si dice che Sderot sia il posto peggiore al mondo per chi vuole smettere di fumare. “Durante la guerra a Gaza, il ministero degli Affari esteri d’Israele ha voluto mandarmi al Parlamento europeo per parlare di Sderot. Ho rifiutato, perché non avevo possibilità di trasmettere la gravità e la tragedia della popolazione di Sderot. Chi non lo vive non lo può capire. Io abito ad Ashkelon, da nove anni sto curando seimila persone, vittime del lancio dei missili. Sono direttrice di clinica psichiatrica e del centro di emergenza. Non siamo riusciti a guarire tutte queste anime martoriate, che continuano in gran parte a non funzionare come prima. Famiglie distrutte, bambini con tutti gli effetti del post trauma, perché quasi ogni giorno c’è ancora l’allarme dei missili. Questi missili sembrano giocattoli, rispetto ai Katyusha. Ma quando abbiamo capito che questo ‘giocattolo’ uccide, quando un giorno è stato ucciso un bambino, poi un nonno, poi una donna è rimasta senza gambe, allora abbiamo incominciato a capire. Non hanno smesso un solo giorno di sparare Qassam, nonostante il cessate il fuoco. Voi europei dovreste vivere qui una settimana. Abbiamo avuto morti, invalidi, case distrutte, è una roulette russa, non si sa mai a chi tocca. La vita normale è finita. La vita è stata spezzata. Esci di casa e non sai mai se arrivi, in qualsiasi momento suona l’allarme, devi stenderti per strada, è umiliante. E’ un trauma tremendo, la gente guarda la televisione o sta mangiando quando di colpo arriva il ‘colore rosso’. Da psichiatra so che la paura non ha gusto né colore né odore, ma qui a Sderot la paura è di ‘colore rosso’”.

Adriana Katz è fiera di appartenere al campo del compromesso con i palestinesi. “Sono contro le guerre, vengo dall’Europa, ma quando vivi qui capisci le cose in maniera diversa. Ci sono bambini invalidi a Sderot, senza gambe, anche adulti, ma più di tutto è una intera popolazione esposta alla paura, sradicata dalla propria vita normale, tanta gente che ha smesso di andare a lavorare, che non esce di casa, bambini che fanno pipì a letto ad età avanzate. Niente somiglia più a quello che era. Attacchi di panico per un rumore più forte diventa fonte di terrore. E’ una società invalida. Mi domando se è meno grave delle bombe su Gaza. Il trauma non diminuisce, non è passeggero, è una malattia cronica, secondo me è una specie di silenzio, un falso silenzio, tutti qui si aspettano di nuovo al lancio di missili, tutto è cambiato. Non programmiamo nulla, è una vita scialba, senza entusiasmi. Anche se si fanno figli, li si fa con paura. Non è più una popolazione sana. Ci fa tornare in mente quello che i sopravvissuti all’Olocausto hanno vissuto. I bambini appartengono già a una ‘generazione del qassam’, i bambini di Sderot sono come gli anziani sopravvissuti alla Shoah, non giocano fuori, hanno paura, i parchi giochi sono rifugi, è una sensazione orribile. I bambini sono nati e vissuti con il terrore, hanno paura di uscire alla luce del sole, hanno paura di dormire soli in casa, alcuni sono in totale regressione, non riescono a separarsi dai genitori. C’è nell’aria la sensazione che tutto stia per scoppiare, ogni giorno arriva un missile su Sderot. Non ho alcuna speranza. La grande tristezza è che il mondo non capisce quel che sta accadendo qui”.

La dottoressa Katz ha scritto una lettera al giudice Goldstone contestando i risultati delle indagini. “Amo il mio lavoro, ho studiato medicina per diventare psichiatra, però negli ultimi anni è diventato sempre più difficile. Che cosa sa il giudice Goldstone delle migliaia di israeliani vittime da trauma e le cui vite sono diventate un inferno in terra? Chi aiuterà i quattromila bambini a tornare alla vita quotidiana? Anni e anni di riabilitazione attendono la popolazione che vive qui. Non è più un lavoro da psichiatra, quanta forza d’animo bisogna avere per poter continare a curare le persone senza pensare a casa tua, non sapere se è ancora in piedi?”.

Dalia Yosef ha diretto lo Sderot Resilience Center, specializzato nella cura dei bambini. “I bambini di ogni età, da uno a diciotto anni, a Sderot presentano traumi gravissimi”, ci spiega la dottoressa. “E’ una invalidità invisibile. In ogni comportamento mostrano regressioni. Gran parte di loro ha incubi, non mangia bene, non va fuori da sola, non vuole che le madri vadano al lavoro, non gioca, a scuola ha numerosi problemi. Moltissimi di questi bambini sono nati sotto i qassam. Non hanno conosciuto altra condizione. Non è come perdere un familiare in un incidente stradale, a Sderot c’è un trauma collettivo. Due settimane dopo la fine delle operazioni a Gaza, hanno iniziato a sparare di nuovo. A Sderot i bambini reagiscono a ogni rumore forte come a un allarme qassam. Il settanta per cento di bambini nel Negev mostra sintomi da trauma e queste statistiche sono frutto di ricerche indipendenti. Migliaia di bambini hanno anche disabilità fisiche a seguito delle bombe palestinesi. Ho visto a lungo gli effetti del terrorismo sui bambini di Sderot e il rapporto Goldstone elimina il diritto dei nostri bambini di crescere in un ambiente non traumatizzato. Ci sono bambini che vogliono restare dentro ai bunker o nelle stanze-sicure nelle proprie case. Ci sono bambini che non sono più scesi dal proprio letto. Non sappiamo cosa sarà di questa generazione nata e cresciuta sotto i qassam”.

Mirela Siderer è il simbolo di quanto è successo alle città israeliane sotto bombardamento di Hamas. “Ho sentito come una palla di fuoco turbinare dentro di me, tutti i miei denti sono volati via. Ancora oggi ho un pezzo di scheggia di quattro centimetri impiantata sul lato sinistro della schiena, troppo vicina al midollo spinale per potere essere rimossa”. Siderer è stata ferita da un razzo palestinese che ha centrato il suo ambulatorio ad Ashkelon, dove le fermate dei bus sono scudi di cemento e i parchi giochi hanno la campana d’emergenza. E’ volata a Ginevra per parlare davanti alla commissione dell’Onu. Con lei c’era Noam Shalit, il padre del soldato rapito tre anni fa da Hamas a Gaza. “Tutta la mia pacifica vita è stata stravolta in un secondo, quando, senza alcun preavviso, un razzo si è abbattuto sul mio ambulatorio”, dice Siderer. “In una frazione di secondo il posto è stato completamente distrutto. Mi sono ritrovata sotto le macerie, ma ho continuato a parlare alla mia paziente, anch’ella gravemente ferita: il suo addome era squarciato, con i visceri all’esterno. Qual era la mia colpa? Che sono un’ebrea che vive ad Ashkelon? Ho studiato medicina per aiutare la gente in tutto il mondo, e ho aiutato anche tante donne di Gaza. Sono un semplice civile che non ha mai avuto a che fare con alcun atto di guerra. E mi rincresce per tutte le vittime, anche per le vittime innocenti dell’altra parte. Basta sangue e sofferenze, è ora di finirla”.
“Per capire meglio la guerra d’Israele contro il terrorismo,vorrei prima spiegare la nozione di terrorismo”, dice sempre al Foglio Mirela Siderer. “Il terrorismo è il regime di violenza da parte di un gruppo organizzato di appartenenza varia, che ha vari scopi, politici, religiosi, e che rivolge la violenza alla popolazione civile che non ha alcuna possibilità di difendersi. C’è una grande differenza tra le guerre che si svolgono fra due paesi e gli attacchi terroristici. Sono stata ferita durante un attacco simile, mentre svolgevo il mio lavoro di medico. Nel 2005 Israele si è ritirato dalla striscia di Gaza, quindi non si parla di territori occupati, ma questo conflitto è diventato oltre che geopolitico anche religioso. Con grande dispiacere mi rendo conto che si tratta di fondamentalisti islamici che non fanno altro che istigare contro lo stato d’Israele e il popolo ebraico”.

Infine una parola sul rapporto delle Nazioni Unite. “Come medico e cittadino non posso accettare questo terrorismo e tanto meno la unilateralità del rapporto Goldstone. Ho testimoniato di fronte alla commissione Goldstone, ma le mie parole non sono state prese in considerazione. Nel sud d’Israele siamo nel terrore da nove anni. Immaginate di vivere in una qualsiasi città italiana bombardata ogni giorno. Voi potreste andare avanti così?”. Eppure Sderot non è una “città fantasma”, come viene spesso descritta. Il numero di abitanti non è mai sceso. C’è chi dorme ancora con i vestiti addosso, si vive con le finestre socchiuse e si parla sottovoce, nel timore che il segnale di emergenza sfugga all’attenzione. Ma gli israeliani non sono mai fuggiti. (Giulio Meotti)



E contemporaneamente a questo splendido articolo compare, sul Corriere, un immondo servizio di Francesco Battistini – quello che in risposta a un lettore che lo rimproverava per avere parlato del “massacro di Gaza”, ha spiegato che lui fa da una vita il corrispondente di guerra e che quando vede un massacro è in grado di riconoscerlo e “quello che ho visto a Gaza è stato un massacro” – in cui qualifica ugualmente – e sarcasticamente - come “danni collaterali” una bambina palestinese disgraziatamente colpita da un missile israeliano nella guerra di difesa contro il terrorismo e un bambino israeliano colpito da uno delle migliaia di missili palestinesi diretti selettivamente contro la popolazione civile all’unico scopo di fare strage di civili, come da ottant’anni, ininterrottamente, stanno facendo.
Poi, per apprezzare ulteriormente l’ottimo Meotti andate a guardare anche questo, e naturalmente, anche per tirarvi su il morale con un po’ di sane risate, andate anche da lui.


barbara


25 ottobre 2009

NON SMETTEREMO DI DANZARE

Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.

I resti delle vittime, come le carcasse degli auto­bus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuo­la, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, fo­to di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.

Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.


Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stes­so fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e ame­ricana. L'ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La fe­sta olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e corre­re. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandie­ra con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono di­strutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato ara­bo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell'ar­rivo delle salme all'aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad acco­glierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il gran­de Moshe Dayan, con l'aspetto di un kibutznik che aveva interrot­to il lavoro per piangere i suoi figli. C'era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell'esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dove­vano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un'altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tom­be, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Ca­podanno ebraico, ma non c'era posto per la gioia. Quel nuovo an­no si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d'Israele.

E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.

Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau



(E poi, molto in tema, vai a vederti questo, con trascrizione anche in italiano per chi se la cava male con l’inglese)


barbara


12 ottobre 2009

ANTISEMITISMO STALINIANO

Primi segnali di antisemitismo

Queste interferenze nelle sfere di influenza di Beria potevano di per sé sembrare poco rilevanti e tutto sommato controllabili, ma nel­l'autunno del 1946 andò delineandosi un'altra situazione che per Beria avrebbe avuto conseguenze più profonde e durature: si tratta­va dell'elusiva ma inequivocabile campagna contro gli ebrei. Duran­te la guerra, la dirigenza sovietica aveva tollerato moderate espres­sioni di sentimenti nazionalisti allo scopo di mantenere unito il popolo sovietico nella lotta contro i tedeschi. Una volta sconfitta la Germania, tuttavia, l'implacabile battaglia contro tutte le forme di «deviazione nazionalista» riprese con forza, e Zdanov ne fu il prin­cipale sostenitore. Sebbene la campagna non fosse esplicitamente di­retta contro gli ebrei, le implicazioni antisemite erano evidenti. Ver­so la metà del 1946, sulla stampa sovietica cominciarono ad apparire diversi articoli che attaccavano scrittori, poeti e drammaturghi ebrei, che venivano accusati di essere apolitici e di esaltare la storia e lo stile di vita ebraici. Una simultanea campagna contro il «cosmopoliti­smo», ovvero l'influenza dell'Occidente in vari campi della lettera­tura e della ricerca, veniva anch'essa implicitamente diretta contro gli ebrei in quanto numericamente assai ben rappresentati tra gli in­tellettuali e gli studiosi; molti di loro furono personalmente fatti og­getto di critica.
Venne inoltre attivato un processo di epurazione del comitato an­tifascista ebraico dell'Unione Sovietica (AEKSS), struttura ufficial­mente organizzata durante la guerra con lo scopo di raccogliere il sostegno della comunità ebraica allo sforzo bellico. Il 12 ottobre del 1946, non molto tempo dopo la nomina di Abakumov a capo dell'mgb, questa organizzazione presentò alla dirigenza del partito e al consiglio dei ministri una nota «Sulle manifestazioni nazionalistiche di alcuni lavoratori del comitato antifascista ebraico». Poche setti­mane più tardi da parte della segreteria del comitato centrale venne presentata a Stalin una proposta nella quale si raccomandava lo scioglimento dell'AEKSS. Sotto la direzione di Abakumov, l'MGB co­minciò a raccogliere prove incriminanti contro i membri del AEKSS, che vennero accuratamente trasmesse alla segreteria. Il segretario del cc, Zdanov, ebbe un ruolo chiave, almeno inizialmente, in questa campagna: poiché Malenkov, che si trovava in Asia centrale, era in discredito, la maggior parte delle informazioni raccolte tra il 1946 e l'inizio del 1948 sull' AEKSS furono indirizzate a Zdanov.
Le tendenze antisemite dell'apparato dirigente del Cremlino di­vennero minacciosamente chiare nel gennaio del 1948 con l'assassi­nio di Solomon Mihoels, direttore del teatro yiddish di Mosca e pre­sidente del comitato. Più di qualsiasi altro Mihoels simboleggiava, in Unione Sovietica, la causa ebraica. Si era recato a Minsk, in Bielo­russia, insieme al critico teatrale ebreo V.I. Golubov-Potapov; secon­do il rapporto ufficiale i due erano stati fatti uscire dall'albergo per partecipare a una riunione urgente ed erano stati uccisi in strada da un camion, che si era poi eclissato. Dopo la morte di Stalin, tutta­via, Beria riuscì a scoprire la verità e la riferì in una lettera a Malenkov. Durante l'interrogatorio di Abakumov, che nel 1951 era stato arrestato, Beria aveva appreso che era stato proprio Stalin a or­dinare di uccidere Mihoels: l'incarico era stato condotto a termine dal viceministro per la sicurezza dello stato, S.I. Ogol'cev, e dal capo dell'MGB locale, Canava. Mihoels e il suo compagno erano stati cari­cati su un'automobile e condotti alla dacia di Canava fuori Minsk dove erano stati assassinati; i loro corpi erano stati poi gettati sul bordo di una strada. Quando Beria venne a sapere della complicità di Canava, ordinò che quest'ultimo venisse tratto in arresto insieme a Ogol'cev.
Molti ritennero Beria responsabile dell'omicidio in quanto capo dell'apparato di polizia, ma la sua lettera dimostra che il complotto era stato portato avanti a sua insaputa. Di fatto aveva ben poco da guadagnare da quell'azione; nel 1942 aveva appoggiato l'idea di isti­tuire il comitato antifascista ebraico con lo scopo di controllare i con­tributi per lo sforzo bellico che provenivano dagli ebrei sovietici an­cora in patria e da quelli all'estero e, anche in seguito, aveva mantenuto contatti diretti con l'AEKSS. In realtà sembra che fosse addirittura favorevole alla loro causa; nel maggio del 1944 Mihoels aveva scritto a Molotov una lettera lamentando discriminazioni con­tro gli ebrei nell'Ucraina liberata. Ricevutane una copia, Beria inviò al capo del partito ucraino Kruscev istruzioni perché «prendesse le misure necessarie per migliorare le condizioni di vita e di lavoro de­gli ebrei nelle zone liberate di recente».
Le descrizioni dell'aspetto fisico di Beria concordano spesso sul fatto che egli presentasse caratteristiche somatiche ebraiche e corse anche voce che egli fosse effettivamente ebreo. Benché tali dicerie sembrino prive di fondamento, il fatto stesso che circolassero può indicare che nella mentalità popolare Beria fosse in qualche modo associato agli ebrei. Vi è anche motivo di credere che aiutasse gli ebrei georgiani. Il giornalista americano Harrison Salisbury, che aveva visitato la Georgia dopo la guerra, aveva scoperto che Beria, come capo del partito locale, aveva suggerito un programma di ria­bilitazione per gli ebrei georgiani; il programma comprendeva la creazione a Tiflis di una società di assistenza e di un museo etnologico ebraici. Possiamo aggiungere inoltre che il marito di sua sorella era ebreo e che Beria aveva avuto nelle sue file vari rappre­sentanti di quel popolo: Mil'stejn, Rajhman, Mamulov, Sumbatov-Topuridze e N.I. Ejtingon, per citarne soltanto alcuni. Alla fine degli anni Quaranta, come conseguenza della campagna antisemita, mol­ti ebrei persero il proprio lavoro, mentre questi uomini riuscirono a cavarsela.
Questo non significa che Beria si sia sempre dato molto da fare in difesa degli ebrei: dopotutto, in ottemperanza agli ordini di Stalin aveva fatto deportare diecimila ebrei polacchi e ucraini in Siberia tra il 1940 e il 1941. Non evitava neppure commenti di carattere antisemita nei confronti dei colleghi ebrei. Secondo Molotov, Beria defini­va Kaganovic a sua insaputa: «Quell'israelita di Lazar'». Tuttavia, forse per motivi di calcolato opportunismo, aveva mantenuto una politica nei confronti degli ebrei che, rispetto a quella di Zdanov, poteva essere considerata moderata. (Da “Beria”, di Amy Knight, pp. 174-177)

Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda che solo il fascismo sarebbe antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda di una sinistra naturaliter antirazzista, antidiscriminatoria, anti-antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che favoleggiano di una sinistra immacolata, monda di ogni peccato. Oggi è il 12 ottobre, il giorno giusto per ricordare l’inizio di una campagna che avrebbe travolto l’intero ebraismo sovietico e si sarebbe attenuata (attenuata, non spenta) solo con la morte di Stalin.


Lapide commemorativa di Solomon Mihoels nella casa in cui era nato il 16 marzo 1890, a Daugavpils

Sempre in tema di antisemitismo, più o meno esplicito o più o meno mascherato, c’è da leggere come sempre lui e poi

MEMENTO: +42.

barbara


10 ottobre 2009

NOI, POPOLO DI ISRAELE

Oggi, 10 ottobre 2009, 22 di tishrì secondo il calendario ebraico, è il giorno di Sheminì Atzeret. È il ventisettesimo anniversario religioso (quello civile è stato ieri) dell’attentato alla sinagoga di Roma, ferita ancora viva nella carne e nell’anima di ogni ebreo e di ogni essere umano degno di questo nome. Quello che segue è il testo del discorso pronunciato l’11 Ottobre 1982 in Campidoglio da Bruno Zevi, a nome della Comunità ebraica romana.

Noi, popolo di Israele, protestiamo e accusiamo

L’antisemitismo ha una storia millenaria, ma quello culminato nella strage di sabato scorso alla nostra sinagoga ne ha anche una specifica, le cui componenti furono denunciate qui in Campidoglio nell’ottobre 1976, esattamente sei anni fa. Qualcuno di voi forse ricorda quell’avvenimento.
Giulio Carlo Argan era stato eletto da poche settimane sindaco di Roma. Si avvicinava il 16 ottobre, trentatreesimo anniversario del giorno in cui i nazisti accerchiarono il ghetto e 1.259 ebrei furono deportati. Argan volle che la ricorrenza fosse celebrata in Campidoglio, e questo costituì l’occasione per esaminare le cause di un nascente antisemitismo, manifestatosi poco tempo prima con il lancio di bottiglie incendiarie contro la sinagoga, in strumentale concomitanza con un comizio di sinistra.
Furono spregiudicatamente individuate tre cause, dirette e indirette, di questo nuovo antisemitismo.
La prima riguardava lo Stato d’Israele, la campagna antisionista, già allora estesasi in maniera abnorme e velenosa. Avvertimmo che l’antisionismo non era altro che una mascheratura dell’antisemitismo, com’era e come è divenuto sempre più evidente dai paesi arabi all’Unione Sovietica.
La seconda causa poggiava sul secolare antisemitismo cattolico, che il Concilio Vaticano non era riuscito a debellare, pur sollevando finalmente gli ebrei dalla turpe condanna di popolo deicida. Rilevammo allora come fosse urgente, per l’indipendenza e il carattere laico della repubblica italiana, procedere ad una profonda revisione del Concordato firmato dal fascismo e dei relativi Patti Lateranensi.
Terza causa la posizione marxista sulla questione ebraica, posizione inquinata dall’«odio ebraico di sé» di Carlo Marx, dall’ostilità di Lenin nei confronti del bund ebraico, e dall’atteggiamento illuministicamente antisemita di molti leaders che si richiamavano al marxismo. Chiedemmo allora che, alla luce del pensiero di Gramsci, si pervenisse ad una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica.
Sono trascorsi sei anni, e queste tre cause dell’antisemitismo, già allora evidenti, non sono state rimosse. Anzi si sono aggravate a tutti i livelli, dalle scuole elementari all’università. Dalle fabbriche ai palazzi del potere economico condizionati dai petrodollari.
Se gli ebrei romani, l’altro giorno e ieri, hanno scelto di vivere il loro lutto da soli, rifiutando lo spettacolo di una passerella di uomini politici, di giornalisti e di intellettuali, che si offrivano di venire in ghetto per esprimere il loro sdegno e la loro solidarietà, è perché ritengono che non sia oltre accettabile una solidarietà che si concreta soltanto quando ci sono ebrei morti, bambini di due anni assassinati.
E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso, ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo.
Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga.

Non può quindi meravigliare che, dopo un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspore, dopo gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti «olocausti», stermini ed eccidi che gli israeliani avrebbero compiuto, gli ebrei di Roma si siano chiusi per due giorni in un silenzio peraltro politicamente significativo.
In questi mesi, hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive.
E’ inutile affermare che In Italia, che a Roma non c’è antisemitismo. Al massimo, si può dire che non c’era mai in questa forma virulenta, perché neppure durante il fascismo, neppure durante l’occupazione nazista, furono attaccate le sinagoghe come è accaduto a Milano e a Roma. Ma chi di voi ha ascoltato le radio e le televisioni private nelle scorse settimane è rabbrividito di fronte alla incredibile quantità di testimonianze d’odio antisemita. Ancor più inquietante il fatto che, a parte la radio e la televisione dei radicali, ben poche trasmittenti private ribattevano e combattevano questo livore.
Dopo la tragedia dell’altro ieri, i giornali, le radio — e teletrasmissioni — le dichiarazioni di uomini politici sono unanimemente solidali con gli ebrei, ma non c’è giornale, né radio, né televisione, né uomo politico che abbia detto: «Una parte, sia pur minima e indiretta, della responsabilità di quanto è accaduto ce l’ho anch’io!».
Perciò noi accusiamo:
1) II Ministero degli Interni e i dirigenti delle forze dell’ordine per non aver apprestato dispositivi difensivi nel ghetto e intorno alla sinagoga, malgrado fossero stati insistentemente richiesti, a seguito delle continue minacce dirette agli ebrei. (Durante una cerimonia in sinagoga) è stato osservato che l’Italia manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani;
2) il mondo cattolico per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat in Vaticano e per aver quasi ignorato che il massacro nei campi palestinesi è stato compiuto da cristiani, mentre all’esercito di Israele può essere ascritta, se provata la sola colpa di una corresponsabilità morale,
3) la classe politica e sindacale, con ben poche eccezioni, da alcune delle massime autorità dello Stato ai leaders di molti partiti e a numerosi amministratori locali, per il comportamento tenuto durante la visita di Arafat a Roma, per la gara di strette di mano, di abbracci, di baci, di relative accoglienze fraterne verso il capo di un’organizzazione che, se oggi si presenta con un ramoscello d’ulivo, nel passato ha perpetrato innumeri stragi terroristiche contro Israele e contro gli ebrei, e non ha ancora riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, anzi anche ultimamente ha confermato di volere non la pace, ma una «guerra santa»;
4) la stampa e la radiotelevisione che, salvo rare eccezioni, hanno distorto fatti e opinioni, confondendo volutamente lo Stato di Israele con la politica del suo attuale governo, con il popolo e le comunità ebraiche, determinando un clima incandescente, entro il quale si è inserita la strage dell’altro giorno;
5) i molti, moltissimi intellettuali, giornalisti o meno, che in questi mesi si sono divertiti ad esaminare i risvolti psicologici, le «malattie» di Israele, i moventi segreti della politica di Begin e di quella dei suoi oppositori, facendo sfoggio di elucubrazioni e sofismi tutti adducenti, magari contro il loro proposito, all’antisemitismo.
Noi accusiamo. In un mondo sconvolto dalla violenza, con 30.000 persone al giorno che muoiono per fame, i nostri mezzi di informazione di massa hanno dato il massimo rilievo solo alle azioni dell’esercito israeliano. I morti in Afganistan, i morti in Iran, i morti in Siria, le decine di migliaia di morti in Libano dopo l’arrivo dei palestinesi, i bambini della Galilea bombardati, questi morti non valgono, e anche i terroristi palestinesi sono considerati mansueti, pacifici: avevano immensi arsenali di armi in Libano, ma solo per giocare. Signori consiglieri regionali, provinciali e comunali; noi siamo sinceramente commossi dalle manifestazioni di solidarietà emerse in quest’aula. Lo siamo come ebrei romani, e lo siamo ancor più in quanto cittadini italiani che sanno come l’antisemitismo sia un preciso sismografo della civiltà di un paese.
Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo di Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo di Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi. Inoltre, lo Stato di Israele, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo governo, vale per un’altra ragione: perché è uno Stato democratico esemplare.
In quale altro Stato sarebbe ammesso che militari, anche di alto grado, rifiutassero di combattere una guerra di cui non condividono le finalità e, invece di essere processati e fucilati per tradimento, sono tranquillamente mandati a casa?
In quale democrazia in stato di guerra si istituirebbe una commissione d’inchiesta sul comportamento dell’esercito?
In quale democrazia in stato di guerra si potrebbe svolgere una manifestazione di 400.000 persone che protestano contro la guerra, senza alcun atto repressivo da parte del potere?
E concludo. L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini.
Abbiamo espresso con franchezza la nostre accuse. Siamo preoccupati, allarmati come ebrei, come antifascisti, come democratici, come uomini della sinistra. L’antisemitismo, come tutti avete affermato, è un segnale inequivocabile di corrosione democratica. Ebbene, in Italia, a Roma l’antisemitismo emerge in forme inedite nella storia del nostro paese. Era un segnale già chiaro sei anni fa, ma oggi esplosivo. Insieme, teniamone conto e corriamo ai ripari. (Fonte: Il Tempo, 11 Ottobre 1982, grazie a lui)

Invito a rileggere anche questo mio vecchio post e soprattutto a vedere questo, con la riproposizione di un bellissimo articolo di Ariela Piattelli e del toccante video dei notiziari di allora. E invito, soprattutto, a ricordare che l’odio è sempre vivo, con o senza motivazioni, con o senza pretesti, con o senza alibi. E che l’odio antiebraico non è un problema degli ebrei: è un problema di ogni essere umano.



barbara


2 agosto 2008

CHE COSA VOGLIONO VERAMENTE I PALESTINESI?

Un articolo di un mese fa, utile per uno spunto di riflessione.

Naturale come il terrorismo palestinese

da un articolo di Bradley Burston

Ma cosa dovrebbe pensare una persona decente?
In una chiara e tranquilla mattina di Gerusalemme una donna sta guidando verso il cuore della città con accanto la sua piccola di 5 mesi. Non c'è nulla di cui aver paura. Non è una zona militare, non è un'area dell'occupazione, non è un insediamento. Ebrei vivono e lavorano in questa zona della città da più di cento anni (da quando l'hanno edificata, a ovest delle mura). Qui medici e infermieri ebrei si prendono cura di bambini e donne, anziani e infermi arabi sin dal 1902, quando sull'altro lato di questa strada venne aperto l'ospedale Shaare Tzedek.
Non c'è nulla di cui avere paura. Salvo per quell'uomo al volante di un bulldozer che ha deciso di uccidere degli ebrei. Non membri della sicurezza israeliana, non truppe d'occupazione, non uomini dei servizi segreti. Ebrei. Donne e bambini, anziani e infermi. Ebrei che potrebbero essere a favore di uno stato palestinese indipendente. Ebrei che non hanno nulla contro gli arabi. Ebrei che potrebbero essere attivamente impegnati contro l'occupazione. Semplicemente ebrei.
Quando inizia la mattanza, la donna al volante della propria auto fa ciò che gli ebrei hanno imparato a fare dalla Shoà, e da duemila anni prima della Shoà: mettere in salvo i propri bambini. A qualunque costo. Riesce a buttare la piccola fuori dall'auto attraverso il finestrino appena prima che l'Eroe di Palestina diriga la sua scavatrice da 10 tonnellate dritta sulla sua auto, schiacciandola completamente.
Non c'è voluto molto tempo – dopo che l'Eroe di Palestina aveva finito di ribaltare autobus pieni di ebrei, nonché di arabi, e di passare sopra ad altre auto, persino tornando indietro a schiacciarne una per la seconda volta – perché il dipartimento marketing e pubbliche relazioni di Hamas formulasse il suo elogio dell'attentato. "Lo consideriamo una reazione naturale alla quotidiana aggressione e ai crimini commessi contro il nostro popolo in Cisgiordania e in tutte le terre occupate", ha dichiarato alla stampa il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri. Naturale.
Semplicemente naturale.
L'attentato è giunto appena dopo l'ultima serie di tentativi, ad opera di vari gruppi laici, islamici ed ebraici, di fare pressione su chiese protestanti e stimate università affinché disinvestano dalla Caterpillar per via del fatto che le Forze di Difesa israeliane usano talvolta i suoi bulldozer per demolire delle case palestinesi. Vorrei sentirli ora. Almeno una volta.
Vorrei che disinvestissero dal terrorismo, anziché giustificarlo come un "naturale" prodotto dell'occupazione. Per una volta, vorrei che i miei fratelli e sorelle pacifisti fossero duri con i loro compagni palestinesi per aver preso un bulldozer e aver schiacciato degli ebrei, almeno quanto lo sono con Israele per la demolizione di edifici. Scrivete lettere a Ismail Haniyeh, a Mahmoud Zahar, a Sami Anu Zuhri. Protestate nelle vostre comunità, definendo per una volta il terrorismo per quello che è: intenzionale, spietato, premeditato, immorale. Assassino.
Cosa dovrebbe pensare una persona decente? Che va bene lanciare razzi su zone abitate durante un cessate il fuoco perché l'occupazione non è ancora finita? Che va bene schiacciare con un bulldozer civili ebrei perché l'occupazione non è stata ancora fermata e i coloni continuano a costruire delle case?
Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando gruppi palestinesi fanno a gara nel rivendicare l'attentato col bulldozer? E quando uno di questi gruppi sono le Brigate Martiri di Al-Aqsa, che fa capo a Fatah?
Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando l'uomo che guidava il bulldozer, lui stesso padre di due figli, un operaio edile di Gerusalemme est, era animato da un desiderio talmente grande di uccidere ebrei – per inciso, danneggiando e infangando la causa e il nome della Palestina – da superare i suoi sentimenti verso quella madre costretta a gettare il bambino dal finestrino pur di salvarlo?
Per quanto mi riguarda, vorrei chiedere una prova di che cosa i palestinesi vogliono veramente. Non credo più che si tratti semplicemente di uno stato indipendente. Ecco cosa ancora non mi va di ammettere: che per tutti questi anni, nel 2008 non meno che nel 1902, ciò che una massa critica di palestinesi brama sopra ogni altra, forse anche più di uno stato indipendente, potrebbe essere il semplice e vile brivido della vendetta: niente di più chiaro e netto che vedere ebrei morti e sepolti. (Ha'aretz, 2 luglio 2008 - da israele.net)

Non che ci si illuda che certuni davvero rifletteranno ma, come l’uccellino che porta nel becco la sua gocciolina d’acqua da andare a buttare sull’incendio, anch’io faccio la mia parte.



barbara


12 giugno 2008

GIORNALETTISMO: PEGGIO LE BOMBE FINTE CHE LE BOMBE VERE

Comunicato Honest Reporting Italia 12 giugno 2008

Giornalettismo è un sito che raccoglie contributi da numerosi giornalisti o aspiranti tali. A volte rende un buon servizio all'informazione, a volte no. Questa volta è una delle volte no. Non ci soffermeremo a commentare ogni singola affermazione dell'articolo: seguendo il link troverete l'articolo originale, corredato di foto, e i numerosi commenti dei lettori, alcuni dei quali contengono interessanti osservazioni tecniche che potranno aiutare i nostri lettori a formulare le lettere da inviare al sito. Come accompagnamento di questo comunicato ci limiteremo pertanto a sottolineare che l'autore dedica tutta la sua appassionata attenzione alle "bombe soniche" che tormentano i palestinesi di Gaza, senza spendere una sola parola per i razzi veri che seminano morte e distruzione in Israele: tutto ciò che i palestinesi in generale e gli abitanti di Gaza in particolare devono subire, a quanto pare, è dovuto unicamente alla gratuita perfidia di Israele.

“Le bombe delle sei non fanno male”

di Alessandro Bernardini

Riflessi derivati e reazioni incontrollate del corpo umano quando gli capita di finire sotto un bombardamento. Fatto di screamers, bombe sonore che colpiscono l’apparato uditivo e causano un gran numero di danni collaterali

Quando il militare dell’IDF - vestito a festa per affrontare i soliti manifestanti del villaggio di Bil’In – lancia lo screamer, un rumore assordante lacera l’aria. La folla trasale e da riottosa diventa un mucchio di formiche che affoga nell’acqua. In fuga senza una meta precisa. Lacrimogeni e pallottole di gomma ad altezza testa fanno il resto. Il panico è servito. Anche il 6 giugno scorso è accaduto, come tutti i venerdì da tre anni a questa parte.
BUM BUM BANG BANG! - Screamer, sembra il titolo di un polpettone b-movie in uscita in tutte le sale dal prossimo autunno. Invece è una bomba. Una bomba sonora. Il primo gesto automatico, il riflesso condizionato, è quello di portarsi le mani a tappare le orecchie, ma non serve a nulla. L’unica cosa da fare è allontanarsi dalla fonte del suono e aspettare che passi. Quando incontro la prima volta H., un medico di Gaza City, dopo mezz’ora che parliamo mi dice: “Qui a Gaza l’esperimento è diverso rispetto a Bil’in. Dopo il disimpegno da Gaza dei coloni siamo diventati delle cavie“. “In che senso?“, chiedo, un pò innervosito dalla mia mancanza di comprensione. “L’infrasuoni a bassa potenza implica sensazioni di malessere generale, mal di testa e nausea”. Penso: sono in questa cella a cielo aperto, nella Striscia di Gaza, con la sensazione di essere un corpo estraneo e mi ritrovo a parlare di infrasuoni! “E questo è il minimo” - continua il dottor H. - “Qui si parla di bombe soniche che simulano un attacco missilistico, sai che significa?mi chiede esasperato conoscendo già la risposta. “No. non sono mai stato sotto un bombardamento” (ironia della sorte, il giorno dopo…). “Ti faccio un piccolo schema” - dice lui - “Abbiamo già parlato di infrasuoni a bassa potenza. Quelli a media potenza causano vomito, spasmi intestinali, defecazione incontrollata” - le sue mani lentamente disegnano delle onde su un grafico che rappresentano i flussi sonori. “Poi arriviamo alla tortura vera e propria“, continua il medico. Rimango in attesa. “Gli infrasuoni ad alta potenza” - lo dice e poi prende una lunga pausa - “Questi ultimi sono i peggiori. Causano disgregazione delle viscere, tutti gli organi interni rischiano praticamente di fondersi“. Lo interrompo. “Ma allora la storia degli aborti?..

ABORTI - Avevo sentito dire che a Gaza negli ultimi anni si era registrato un aumento spropositato degli aborti spontanei. “Certo“- dice lui - gli aerei israeliani volano a bassa quota infrangendo la barriera del suono. In quel momento è come se un terremoto entrasse nella tua casa, spaccando i vetri, e tutto quello che c’è dentro. Lo spostamento d’aria e la bomba sonora causano dei danni spesso permanenti. Dall’estate del 2005 ad oggi sono aumentati del 40% gli aborti e del 45% gli infarti“. Rimango a guardare il foglio e le sue mani. “Ma…perchè?“, mi sento stupido appena pronuncio l’ultima sillaba. “Perché? Vogliono punirci. E’ una sorta di tortura. Tu non sai mai se quello che senti è un bombardamento vero o se è “solo” sonoro. Non sai dove andare, non sai a cosa aggrapparti. Non sai dove rifugiarti. E poi quando arrivano anche le bombe vere e allora devi sono sperare che cadano un pò più in là“. Il dottor H. mi fa segno di aspettare, che in Palestina somiglia al nostro “ma che vuoi?”, la mano chiusa con il pollice che tocca le altre quattro dita. Gira il foglio e ricomincia a disegnare, “Guarda qua” – mi dice – “Ci sono poi i suoni acuti a bassa, media e alta potenza che vanno ad intaccare direttamente l’udito. Possono causare perdite temporanee della soglia di udibilità, oppure permanenti”.

RUMORI - Comincio a guardare fuori della finestra in attesa di qualche aereo in arrivo. “I suoni acuti ad alta potenza causano ustioni localizzate oltre che il rischio di perdita dell’udito”. Lascia da parte il foglio e si sistema gli occhiali. “Sai che dicono gli ufficiali israeliani?” – mi chiede sapendo nuovamente che non potrò rispondere – “Incoraggiamo i palestinesi a fare qualcosa per combattere il terrorismo nella Striscia!” Le sonic bombs sarebbero solo un avvertimento che in fondo non fa male a nessuno. Il problema è che quest’ammonimento è una vera e propria tortura psicologica oltre che fisica.
Saluto il dottor H. e appena esco dall’ospedale guardo il cielo e allungo il passo. Arrivato in albergo accendo il computer e cerco un po’ di materiale sulle bombe sonore. Scopro che:
l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi ha affermato che una maggioranza dei pazienti ricoverati per le conseguenze dei boom sonici è costituita da minori di 16 anni che soffrono di sintomi come attacchi d’ansia, enuresi, spasmi muscolari, temporanea perdita dell’udito e difficoltà respiratorie.

BAMBINI - Mi vengono in mente proprio i bambini di Gaza che escono dal nulla e nel nulla scompaiono come i gatti. Molti di loro imparano a vivere nella rabbia e nella vendetta. Mi sento così stupido a pensare di arrivare da Roma e parlare di pace, in una sorta d’incarico divino, esportando la “mia” visione” di democrazia con l’atteggiamento di chi ha la ragione dalla sua parte. Basta stare un giorno lì e si capisce che le cose sono molto più complicate. Troppo.

Oltre a commentare nel sito, si possono inviare messaggi a giornalettismo@gmail.com. Cogliamo l'occasione per suggerire ai nostri lettori di prendere visione di una interessante riflessione inserita nel nostro sito.


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Interessante, anche se a volte un tantino delirante, la discussione che si è sviluppata nei commenti in coda all’articolo. Se avete un po’ di tempo vi consiglio di dare un’occhiata.


(questa la metto per bellezza, visto che gli amici di Giornalettismo non hanno avuto tempo di cercare anche qualche documento su questi bambini palestinesi)


barbara


8 novembre 2007

BOTTA E RISPOSTA

“Il mio messaggio ai maledetti ebrei è che non vi è altro Dio all’infuori di Allah, vi daremo la caccia ovunque! Noi siamo una nazione che beve sangue, e sappiamo che non vi è sangue migliore del sangue degli ebrei. Non vi lasceremo in pace fintanto che non avremo saziato la nostra sete col vostro sangue, e la sete dei nostri bambini col vostro sangue.”
“Nel nome di Allah noi vi distruggeremo, vi faremo saltare in aria, ci vendicheremo su di voi e purificheremo la nostra terra che voi maiali avete insozzato”.

Questi messaggi video di due terroristi suicidi palestinesi, ripresi da Palestine Media Watch, sono stati diffusi lo scorso febbraio dal sito di Hamas (l’azione suicida fu commessa il 7 dicembre 2004, ma il video è stato inserito nel sito solamente dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi). Uno dei due terroristi dice, mentre la madre lo veste per l’azione suicida:

“Io dedico questo matrimonio (la morte per Allah) a tutti coloro che hanno scelto Allah come fine ultimo, il Corano come costituzione ed il Profeta come loro modello...Mia cara madre, tu che ti sei presa cura di me, oggi sacrifico la mia vita per intercedere a tuo nome (nel giorno del giudizio). O mio amore e mia anima, asciuga le tue lacrime, non essere triste...Non farti vedere triste nel giorno del mio matrimonio con le Vergini del Paradiso...”.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

“Non ho proprio neppure un briciolo di paura di andare in qualunque posto in autobus, o in un centro commerciale.
Non ho cambiato o abbandonato neppure una delle mie abitudini e faccio tutto come prima che cominciasse questo pasticcio.
La gente dimentica facilmente che sulle strade muore il doppio delle persone uccise dal terrorismo! C’è più gente che muore a causa di attacchi cardiaci, cancro, o altro: semplicemente non ce li fanno vedere in televisione.
Non fraintendete quel che penso, C’E’ una guerra, e non è piacevole, ma guardiamo le cose come sono:
Sono solo la televisione e gli altri media che fanno credere alla gente che sta per venire la fine del mondo.
Solo 60 anni fa portavano gli ebrei a morire come pecore al macello!
Nessuna patria, nessun esercito.
55 anni fa sette paesi arabi hanno dichiarato guerra al piccolo stato ebraico, che aveva solo poche ore di vita!
Eravamo, a quel tempo, 650.000 ebrei! Contro tutto il mondo arabo!
Non avevamo un esercito, non una potente aviazione, solo gente tosta che non aveva un altro posto in cui andare.
Libano, Siria, Iraq, Giordania, Egitto, Libia, Arabia Saudita ci hanno attaccati tutti insieme.
Il paese che l’ONU ci aveva “regalato” era per il 65% deserto.
Il paese ha cominciato dal nulla 35 anni fa!
Abbiamo combattuto contro i tre più potenti eserciti del Medio Oriente e li abbiamo cancellati in sei giorni.
Abbiamo combattuto contro diverse coalizioni di stati arabi che avevano eserciti moderni ed armi moderne, e grandi quantità di armi sovietiche, ed abbiamo nuovamente vinto!
Oggi abbiamo un paese, un esercito, una potente aviazione, un’economia hi-tech che esporta per milioni. Intel, Microsoft, IBM fanno qui le loro ricerche e produzioni.
I nostri medici vincono premi mondiali per il progresso medico.
Abbiamo fatto fiorire il deserto, e vendiamo arance e verdure al mondo.
Israele ha mandato nello spazio un suo satellite! 3 satelliti!
Stiamo orgogliosamente al fianco degli Stati Uniti, che hanno 250 milioni di abitanti, della Russia, che ha 200 milioni di abitanti, della Cina, che ha 1100 milioni di abitanti, degli europei (Francia Inghilterra e Germania) che hanno 350 milioni di abitanti, gli unici paesi al mondo ad aver sparato qualcosa nello spazio!
Oggi Israele è nella famiglia delle potenze nucleari con gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India, la Francia, l’Inghilterra.
E pensare che solo 60 anni fa ci conducevano alla morte, pieni di vergogna, senza speranza!
Siamo emersi dalle ceneri infuocate d’Europa, abbiamo vinto le nostre guerre con meno di nulla nelle nostre mani, e dal nulla abbiamo edificato un impero.
Chi diavolo era Arafat per spaventarmi? Per terrorizzarmi? Non fatemi ridere!
Abbiamo celebrato la Pasqua, non dimentichiamoci di quella storia.
Abbiamo sconfitto il Faraone, abbiamo sconfitto i Greci, siamo sopravvissuti ai Romani, siamo sopravvissuti all’Inquisizione Spagnola, siamo sopravvissuti ai pogrom in Russia, siamo sopravvissuti a Hitler, siamo sopravvissuti ai Tedeschi, siamo sopravvissuti alla Shoah, abbiamo sconfitto gli eserciti di 7 stati arabi, siamo sopravvissuti a Saddam.
Prendetevela comoda, gente, sopravviveremo anche ai nemici di oggi.
Pensate a tutto ciò, per noi ebrei la situazione non è mai stata migliore! Teniamo alta la testa, e ricordiamo: ogni nazione e cultura che ha tentato di metterci nei pasticci è stata distrutta – e noi siamo andati avanti!
L’Egitto? C’è chi si ricorda di dove è andato a finire il loro impero? I Greci? Alessandro il Macedone? I Romani? Chi parla latino oggi? Il Terzo Reich? Nessuno ne ha sentito parlare ultimamente?
E guardate noi, la Nazione della Bibbia, dopo la schiavitù in Egitto noi siamo sempre qui, e parliamo la medesima lingua!
Qui, ora.
Gli arabi non lo sanno ancora, ma impareranno che c’è un solo Dio.
Fintanto che conserveremo intatta la nostra identità noi siamo eterni.
E allora scusateci se non siamo preoccupati, se non urliamo, se non siamo terrorizzati. Qui le cose sono OK.
Potrebbero andare meglio, certamente, ma ciò non di meno non abbattetevi per la spazzatura dei media, loro non ti diranno che qui ci sono dei festival, che la gente continua a vivere la sua vita, che la gente esce la sera, che ci si incontra con gli amici.
Certo, il nostro morale è basso – e allora? E’ solo perché noi piangiamo i nostri morti, mentre loro sono felici per il sangue versato. E questa è precisamente la ragione per la quale saremo noi a vincere, dopo tutto.
Arrivederci l’anno prossimo a Gerusalemme!”.

Sì, credo proprio che i nemici di Israele dovranno aspettare un pochino, prima di vederne l’annientamento …

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/11/2007 alle 17:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (76) | Versione per la stampa


4 ottobre 2007

A ROMA

 A 25 anni dall’attentato del 9 ottobre 1982 dove ha perso la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè, il Comune di Roma ha deciso di inaugurare in sua memoria

"Largo Stefano Gaj Tachè"

Domenica 7 ottobre

Ore 16.30
Scopertura della targa “Largo Stefano Gaj Tachè”

(Via del Tempio angolo Via Catalana)

Intervengono:

Walter Veltroni - Sindaco di Roma

Rav Riccardo Di Segni- Rabbino capo di Roma
Leone Paserman - Presidente Comunità ebraica di Roma

Ore 17.00
Proiezione Filmati dell’epoca riguardanti l'attentato al Tempio

Maggiore del 9 ottobre 1982

Aula Magna Liceo Renzo Levi

Partecipano:
Rabbino Capo Emerito prof. Elio Toaff
On. Maria Coscia - Assessore alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma
Rav Riccardo di Segni - Rabbino Capo di Roma
Leone Paserman – Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Alan Naccache - Presidente Benè Berith "Stefano Gaj Tachè"
Raffaele Pace – Ebraismo e dintorni

Sarà presente la famiglia

Giovedì 4 Ottobre alle 17.15 al Tempio Maggiore si terrà un Limud in
ricordo di Stefano Gaj Tachè, un'ora prima dell'inizio delle celebrazioni
di Simchàt Torà

Credo non sia necessario essere ebrei per provare sentimenti di solidarietà. E magari decidere di partecipare.

barbara


23 giugno 2007

NIPOTINI DI ARAFAT

Da un editoriale del Wall Street Journal

Decine e decine di palestinesi sono stati uccisi la scorsa settimana a Gaza nel quadro degli scontri armati intestini fra lealisti del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), di Fatah, e lealisti del primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, di Hamas. Come per un riflesso condizionato, ci sono volute solo 24 ore perché gli esperti di mezzo mondo decidessero di addossare tutta la colpa di queste violenze a Israele e al presidente Bush.
Stiamo parlando di quell'Israele che ha smantellato tutti i suoi insediamenti dalla striscia di Gaza nell'agosto 2005: una concessione unilaterale per la quale non ha chiesto, né avuto, nulla in cambio. E stiamo parlando di quel presidente americano che, in un discorso storico tenuto esattamente cinque anni fa, chiedeva ai palestinesi di "eleggere nuovi leader che non siano compromessi col terrorismo". Se i palestinesi l'avessero fatto, oggi potrebbero vivere in un loro stato pacifico e indipendente. Invece, con le elezioni parlamentari del gennaio 2006, hanno liberamente consegnato le redini del governo a Hamas. Quello che accade oggi è la conseguenza di quella scelta: una loro scelta.
Quel risultato elettorale, tuttavia, non veniva fuori dal niente. Era la conseguenza del culto della violenza che ha caratterizzato il movimento palestinese per grandissima parte della sua storia e che è stato tollerato e spesso celebrato dalla stessa comunità internazionale. Se oggi i palestinesi sono convinti di poter perseguire i loro interessi interni con la violenza, nessuno dovrebbe sorprendersi. È da quarant'anni che ottengono risultati ricorrendo al fucile.
Nel 1972, terroristi palestinesi massacrarono gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Eppure, solo due anni dopo Yasser Arafat veniva invitato a parlare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: il primo leader non governativo insignito di tale onore.
Nel 1970 lo stesso Arafat aveva tentato di rovesciare re Hussein di Giordania e pochi anni dopo tentò di fare la stessa cosa in Libano. Eppure, nel 1980, con la Dichiarazione di Venezia la Comunità Europea riconosceva l'Olp di Arafat come legittimo interlocutore negoziale (mentre abbandonava al suo destino, senza una parola di solidarietà, il presidente egiziano Sadat che aveva fatto la pace con Israele ottenendo la restituzione del Sinai).
Nel 1973 la National Security Agency americana aveva intercettato la telefonata con cui Arafat ordinava ai terroristi dell'Olp di assassinare Cleo Noel, ambasciatore Usa in Sudan, e il suo vice George Curtis Moore, presi in ostaggio. Eppure, nel 1993, Arafat venne ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca per la firma degli Accordi di Oslo con Israele.
Quello stesso anno, il National Criminal Intelligence Service britannico riferiva che l'Olp si era arricchita con "estorsioni, ricatti, traffico illegale d'armi e droga, frodi e riciclaggio di denaro sporco". Eppure, negli anni immediatamente successivi, l'Autorità Palestinese divenne il maggior beneficiario al mondo pro capite di aiuti finanziari internazionali.
Nel 1996, dopo che aveva formalmente rinunciato al terrorismo con gli Accordi di Oslo, durante un comizio a Gaza Arafat dichiarò: "Noi ci sentiamo obbligati verso tutti i martiri che sono morti per la causa di Gerusalemme, a partire da Ahmed Musa fino all'ultimo martire, Yihye Ayyash". Per la cronaca, Ahmed Musa è considerato il primo terrorista Olp caduto nel 1965; Yihye Ayyash, di Hamas, è stato la mente di una serie di attentati suicidi che hanno mietuto decine di vittime fra i civili israeliani nei primi anni '90. Eppure l'amministrazione Clinton continuò a fingere che Arafat fosse un alleato nella lotta contro Hamas. Poi, nel 2000, Arafat respinse l'offerta israeliana di uno stato indipendente patrocinata dal presidente Clinton, scatenando invece una sanguinosa intifada che provocò 1.000 morti israeliani e 3.000 palestinesi.
Nel 2005, pochi mesi dopo la morte di Arafat, Israele sgomberò tutti i suoi insediamenti e ritirò tutte le sue forze armate dalla striscia di Gaza. I palestinesi hanno sfruttato questa opportunità per intensificare i lanci di razzi su bersagli civili all'interno di Israele.
Il mese scorso, i servizi di sicurezza israeliani hanno arrestato due donne di Gaza, una delle quali incinta, che avevano progettato di entrare in Israele col pretesto di cure mediche per farsi esplodere nelle città israeliane. Eppure, quello stesso mese, la Banca Mondiale diffondeva un rapporto in cui accusa Israele di limitare troppo la libertà di movimento dei palestinesi.
Oggi, a quanto pare, Hamas ha preso con la forza il pieno controllo della striscia di Gaza e del confine con l'Egitto. E, secondo i testimoni, si abbandona a violente vendette contro il personale della Sicurezza Preventiva palestinese. (…) Noi non pretendiamo di sapere come tutto questo andrà finire. Giovedì scorso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha sciolto il governo palestinese e dichiarato lo stato d'emergenza, anche se non sembra che sia in grado di modificare il corso degli eventi a Gaza. Israele in teoria potrebbe intervenire, così come l'Egitto, ed entrambi avrebbero forti ragioni per impedire l'emergere ai loro confini di un Hamastan strettamente legato all'Iran. Ma nessuno dei due desidera restare invischiato nei fanatismi e nelle lotte fra clan della striscia di Gaza.
Nello stesso tempo, aumenteranno le pressioni su Israele e sugli Stati Uniti perché accettino il dominio di Hamas e avviino negoziati con i suoi leader. Secondo questo modo di ragionare, l'amministrazione Bush non può invocare la democrazia per i palestinesi e poi rifiutarsi di riconoscere i risultati di elezioni democratiche. A parte il fatto che Bush non aveva semplicemente chiesto elezioni (aveva chiesto ai palestinesi di eleggere leader non compromessi col terrorismo), ma poi: ha senso negoziare con un gruppo che si dà all'assassinio dei suoi stessi fratelli palestinesi quasi con la stessa facilità con cui si dà all'assassinio di civili israeliani? E che cosa si dovrebbe negoziare? Lo scenario migliore – una sospensione delle ostilità in cambio della ripresa dei finanziamenti internazionali – non farebbe altro che dare a Hamas tempo e denaro per consolidare il suo controllo e ricostituire i suoi arsenali in vista di futuri attacchi terroristici.
Ma soprattutto, l'ultima cosa di cui hanno bisogno i palestinesi è un'ulteriore conferma da parte del resto del mondo che la violenza, che essi oggi usano in modo così indiscriminato, funziona.
La lezione più importante, qui, è che una società che ha passato gli ultimi dieci anni a glorificare gli attentati suicidi non può che diventare vittima dei propri stessi impulsi di morte. Questo non è frutto dell'appello di Bush per una responsabilità democratica. È piuttosto l'amaro frutto dei decenni di dittatura e di terrorismo intesi come arte di governo che Yasser Arafat ha inculcato nella società palestinese.
(Wall Street Journal, 16 giugno 2007 - da israele.net)

Riusciranno questi dati di fatto ad aprire gli occhi a qualcuno dei ciechi sostenitori della Grande E Nobile Causa Palestinese? Di coloro che da quarant’anni stanno dalla parte di chi massacra i palestinesi? Dalla parte di chi li deruba? Dalla parte di chi li tiene nell’ignoranza e nella miseria? Dalla parte di chi li ha stipati nei campi profughi per farne carne da cannone? Ne dubito, ma poiché la speranza è l’ultima a morire …
A chi se la cava con l’inglese suggerisco di leggere anche questo e di guardare questo e questo.


barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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