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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


21 dicembre 2011

ISRAELE E IL TERRORISMO: DOPO 25 ANNI EX TESTA DI CUOIO RACCONTA

di Anna Rolli

Un vecchio articolo, tanto per non perdere l’abitudine.

"In quegli anni, in tanti kibbutz, i bambini non vivevano con i genitori, vivevano nel centro dell'abitato, nella bet ayeladim: la casette dei bambini e a Misgav Am, quella notte, nella casetta stavano dormendo 15 bambini e bambine, i più grandicelli di 4 o 5 anni gli altri piccoli, piccoli. Quando i terroristi sono entrati li hanno chiusi tutti in una stanza, poi hanno rotto la lampadina sulla porta d'ingresso....
Il mio gruppo, quel sabato, era di turno e verso l'una di notte è scattato l'allarme. Ci hanno ordinato di prendere le armi e di andare fuori ad aspettare gli elicotteri che stavano arrivando. Dopo un'oretta è arrivato il contrordine e ci hanno rimandati a dormire, però senza spogliarci. Dopo un'altra ora e mezza ci hanno richiamati e questa volta gli elicotteri erano già atterrati e ci stavano aspettando...".

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Yehuda abita in un kibbutz, in una piccola casa in Galilea, oggi il suo lavoro è quello di educatore dei giovani ma nell'esercito, per anni, ha fatto parte delle teste di cuoio, il corpo più prestigioso, quello addestrato per i compiti più difficili. Mi ha ripetuto più volte che del suo lavoro non può raccontarmi proprio niente e mentre io lo guardo con malcelato disappunto mi coinvolge in una risata.
- "Se vuoi ti racconto tutto, però dopo dovrò ammazzarti. Sei d'accordo?"

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"Certamente" gli rispondo "Perché no! Mi sembra un vero gentlemen's agreement! Vai pure avanti.
- "Uno dei nostri compiti consisteva nel combattere il terrorismo, quello conosciuto e quello ancora sconosciuto. Dovevamo essere preparati per qualsiasi evenienza e in qualsiasi momento. Per esempio, poco prima del mio arruolamento tre o quattro terroristi hanno sequestrato un autobus lungo la strada principale del paese tra Haifa e Tel Aviv. C'erano 50 persone e lo hanno fatto saltare.
È stato un momento molto difficile. Abbiamo avuto moltissimi morti e moltissimi feriti. Una delle cause è stata il fatto che i soldati dell'esercito non erano addestrati per fronteggiare un attacco del genere. Si trattava della prima volta e non sapevano che cosa fare.
Un'altra volta hanno rapito e preso in ostaggio dei ragazzini che dormivano nella scuola di Maalot. Erano ragazzini di Safed, la città santa dove è nata la cabalà, erano in gita scolastica qui in Galilea e allora si usava molto che gli scolari, per una notte, dormissero nelle classi delle scuole con i sacchi a pelo per poi, la mattina dopo, continuare la gita.
Non so se i terroristi lo sapessero, forse hanno visto le luci nella scuola e sono entrati. Li hanno presi come ostaggi e siccome non era mai accaduto prima nessuno sapeva cosa fare... ognuno tentava di inventare qualcosa... cercavano di salvare i ragazzini però alla fine ci sono stati tanti morti e tanti feriti. Sono stati uccisi anche i terroristi però è costato tanto, davvero tanto.
Così, in seguito, quando hanno formato le squadre antiterrorismo ci hanno insegnato tutto ciò che si era imparato dall'esperienza passata. Prima seguivamo i corsi e poi ci allenavamo".

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Io ho già saputo dagli altri del kibbutz quello che Yehuda ha fatto tanti anni fa, quando era una giovane testa di cuoio. Di Misgav Am si può  parlare, dopo 25 anni non è più un segreto militare, per questo lo incalzo con le mie domande.
- Il Kibbutz di Misgav Am si trova all'estremo Nord e la sua recinzione corre lungo il confine con il Libano, i terroristi avevano scavato sotto e l'allarme non ha funzionato e così sono entrati all'interno. Era un sabato sera e si teneva l'assemblea del kibbutz. Verso mezzanotte finita l'assemblea, il segretario ha visto da lontano che c'era buio sulla porta della casetta ed è andato per cambiare la lampadina. Appena arrivato lo hanno ucciso a coltellate, probabilmente non volevano far sentire rumore. La moglie che lo aspettava, dopo un po', ha chiamato il fratello e gli ha chiesto se lo aveva visto e lui è andato a cercarlo e per fortuna non lo hanno ammazzato, lo hanno legato e messo in un angolo come ostaggio.
La moglie visto che anche lui non tornava ha chiamato il responsabile della sicurezza che è andato verso la casetta chiamando ad alta voce e i terroristi gli hanno risposto un po' in arabo e un po' in inglese. Hanno dichiarato di aver preso i bambini in ostaggio, di non avvicinarsi e di chiamare l'ambasciatore spagnolo. Il responsabile ha immediatamente informato l'esercito. Quando siamo atterrati, c'erano tantissime persone e tantissimi soldati e tutti cercavano una soluzione.
Un'altra squadra arrivata prima di noi non era stata in grado di risolvere il problema. Avevano cercato di entrare ma i terroristi avevano ucciso un soldato costringendoli a ripiegare. Non sapevamo ancora quanti fossero i terroristi perché avevano coperto tutte le finestre. Abbiamo discusso su come agire e ci siamo preparati molto velocemente.
In mezz'ora, 40 minuti, eravamo pronti e abbiamo circondato la casa, mentre delle persone specializzate nelle trattative cercavano di parlamentare con i terroristi per capire che cosa volessero e per mandare un po' di latte e di cibo ai bambini. I terroristi hanno accettato di prendere il latte e intanto noi cercavamo di guardare dentro perché ogni tanto qualcuno si avvicinava alle finestre per osservare fuori. Ci eravamo divisi in tre o quattro gruppi per poter entrare contemporaneamente attraverso tutte le aperture dell'edificio, sapevamo di dover entrare molto velocemente altrimenti avrebbero avuto il tempo per  ammazzarci oppure per far saltare in aria la casetta, con dentro noi, loro e i bambini, una cosa del genere richiede solo un attimo ed è un rischio grandissimo.

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Ma cosa volevano?
- Volevano che venissero liberati 150 terroristi in prigione in Israele, poi un pullman che li portasse tutti insieme all'aeroporto per fuggire all'estero. Volevano anche l'ambasciatore spagnolo come copertura politica. Questa era la loro richiesta e ci hanno consegnato la lista. Siccome era sabato i mediatori hanno iniziato una discussione lunghissima sostenendo che l'ambasciatore non si trovava da nessuna parte.

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Era vero?
- No, non credo, probabilmente non lo avevano neppure contattato. Israele aveva già capito una cosa molto importante: se si cede ai terroristi non ci sarà più modo di fermarli. Oggi lo ha capito tutto il mondo, cedere a una loro richiesta significherebbe incentivarli, il terrorismo aumenterebbe sempre di più perché diventerebbe una buona strada per ottenere ciò che vogliono.
Durante la trattativa cercavano di capire in quanti erano e poi di convincerli a venire fuori con la promessa di non colpirli. Noi eravamo pronti dalla mattina alle sei e carichi di peso. Il solo giubbotto antiproiettile, all'epoca, era di ceramica speciale e pesava 25 chili, era come l'armatura dei cavalieri antichi, noi eravamo pronti ad indossarlo perché un terrorista può colpirti anche da vicino quindi mettevamo volentieri qualsiasi cosa potesse proteggerci ma non eravamo robot, la tensione era così alta e la paura così grande che ci tremavano le gambe e le mani.
Siamo rimasti quattro ore senza muoverci, tremando e aspettando. Pensavamo soltanto che se la decisione fosse stata quella di entrare, sarebbe stato meglio farlo il prima possibile. All'improvviso i terroristi hanno iniziato ad urlare, "Mandate via tutti. Sappiamo che ci sono i soldati, mandateli via, altrimenti facciamo esplodere tutto".
I soldati non si vedevano, eravamo nascosti, e quindi ci siamo molto spaventati e preoccupati che qualcuno da fuori li informasse con una ricetrasmittente e la nostra tensione è aumentata a dismisura. Verso le 10 del mattino si sono visti, di nuovo,  alcuni terroristi alle finestre, oramai sapevamo che erano 5 o 6 e quindi abbiamo deciso di tentare di entrare con la forza pensando che fosse l'alternativa meno rischiosa. Il comandante del mio gruppo si è lanciato per aprire la porta ma ha preso un colpo nella mano e non è riuscito, ha tentato il secondo e dietro la porta c'era un terrorista davanti ad una grande mitragliatrice.
Per fortuna avevamo dei cani addestrati a saltare addosso a chi spara, uno di loro si è slanciato ed è morto con 150 proiettili in corpo salvando il mio amico che è stato il primo ad entrare e che è riuscito appena in tempo ad uccidere il terrorista. Poi è andato subito nella stanza dove erano i bambini e ha iniziato a portarli fuori perché la nostra paura più grande era che tutto saltasse per aria.
Non sapevamo quanto tempo avessimo. Io ero forse il quinto nella fila e mentre passavamo sotto le finestre, prima di aprire la porta, ci hanno buttato una bomba a mano con delle schegge piccole ma di una energia micidiale e l'amico che mi precedeva è stato ferito abbastanza gravemente, era pieno di schegge nelle gambe, nel viso, nella schiena, è caduto e noi di corsa lo abbiamo sollevato e passato dietro in modo che lo portassero dal medico poi abbiamo iniziato ad entrare cercando di salvare i bambini.
Ancora mi ricordo che arrivato alla porta mi hanno passato un bambino piccolo piccolo e sono andato di corsa a darlo a qualcuno, poi sono tornato indietro e mi hanno dato un altro bambino e poi quando sono tornato indietro di nuovo il comandante urlava "Uscite, uscite, uscite" perché aveva paura che tutto potesse esplodere. Questo è accaduto nell'angolo dov'ero io con il mio gruppetto.
Ho visto tutto con i miei occhi e ricordo anche che quando hanno buttato la bomba a mano e il mio amico che stava proprio davanti a me è caduto ferito, io istintivamente stavo per sparare per difendermi, per paura che mi lanciassero un'altra bomba e in un attimo ho realizzato che c'erano dei bambini e che era meglio non sparare.
Si corrono rischi grandissimi quando si combatte contro terroristi che hanno ostaggi, si rischia di provocare un danno tremendo! Dall'altro lato della casa, dalla porta sul retro era entrato un altro gruppo e anche lì il comandante mentre cercava di aprire la porta ha sentito all'improvviso un colpo nella pancia e si è reso conto che il suo fucile non funzionava più e allora si è spostato ed è entrato il secondo. Aveva ricevuto un colpo sul caricatore del fucile e per fortuna non gli era successo niente di peggio.
I soldati del terzo gruppo passando dal tetto erano penetrati velocemente da una finestra per ritrovarsi in una  stanza vuota dove c'era il signore preso in ostaggio, legato in un angolo. Erano i soldati arrivati prima di noi che, durante la notte, avevano subito un colpo terribile per la morte del loro compagno e, per fortuna, non hanno dovuto fronteggiare una situazione troppo difficile.
Tutto è avvenuto in un minuto, al massimo in un minuto e mezzo, alla fine i bambini erano fuori, soltanto uno era morto e non sappiamo di preciso come sia successo, se lo avessero ucciso durante la notte perché piangeva oppure al momento dell'attacco. Anche i terroristi erano morti, quattro erano stati colpiti alle finestre e il quinto, quello con la mitragliatrice, sulla porta principale.
Subito dopo sono entrati gli artificieri per controllare la casa e si sono assicurati che non ci fossero esplosivi. Poi nel kibbutz ci hanno invitati per passare una serata insieme e per conoscerci perché per loro era stata una esperienza davvero scioccante.
Erano morti un uomo e un bambino, però tutti gli altri erano sani e salvi e questo sembrava un miracolo. Una cosa incredibile! Poi non se ne è più parlato, non ne hanno parlato né i politici, né la stampa ed è stato dimenticato.
Due anni fa è caduto il 25º anniversario di quell'attentato e per l'occasione al kibbutz hanno invitato tutte le persone coinvolte. Io purtroppo non ho potuto partecipare perché ero all'estero ma mi hanno detto che l'incontro è stato molto, molto commovente. C'erano tante persone che hanno raccontato tutta la storia come la ricordavano e c'erano anche i bambini, oramai uomini e donne, ma da quello che mi hanno detto non ricordavano nulla perché al tempo dei fatti erano tutti molto piccoli. Probabilmente per loro era stato un trauma tremendo e lo avevano cancellato dalla memoria.

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Erano terroristi vicini al movimento di Arafat?
- Certo, erano terroristi di Al Fatah e chiedevano la liberazione di altri terroristi di Al Fatah in prigione da noi.

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I cinque terroristi sono stati tutti ammazzati?
- Erano tutti armati quindi non c'era scelta, dovevamo ucciderli altrimenti avrebbero ucciso qualcuno di noi. I mediatori, durante i negoziati, avevano cercato di convincerli ad arrendersi ma non c'era stato nulla da fare. Non volevano neppure sentirne parlare anzi si arrabbiavano di più. Si capiva che erano pronti a veder soddisfatte le proprie richieste oppure  ad uccidere. Non c'era una via di mezzo.

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Perché non puoi raccontare della vostra attività nelle teste di cuoio?
- I fatti, anche se sono passati tanti anni, rimangono segreti militari. Del corpo di cui facevo parte non si può raccontare assolutamente nulla. Né il dove, né il come, né il quando, né la motivazione.
Sarebbe sbagliato parlare del nostro lavoro, potrebbe avere conseguenze negative sulla sicurezza d'Israele perché è molto difficile inventare nuovi metodi  per combattere.
Per esempio, prima di Misgav Am nessuno sapeva della possibilità di utilizzare cani addestrati contro chi spara, dopo è stato riportato dalla stampa e quindi oggi i terroristi ne sono informati. Ci sono dei fatti che è meglio non raccontare perché se il nemico ne viene a conoscenza può organizzarsi meglio contro di noi.
Noi speriamo che nel futuro non ci siano più terroristi però oggi, purtroppo, ancora ci sono e agiscono contro Israele e contro i civili. Non si tratta di una guerra normale, di forze armate contro forze armate, qui tutto il paese è frontiera e tutte le persone sono in pericolo, sempre.
Prima della barriera di sicurezza c'erano attentati tutti i giorni, nei luoghi più impensabili: nei centri commerciali, nei pullman, nelle scuole, nei cinema, in qualsiasi posto dove ci fosse gente.
Voi lo chiamate il Muro perché ci sono 8 km di muro di cemento costruito nelle località dove si sparava. Vicino a Gerusalemme, per esempio, ci sono due colline una di fronte all'altra e da lì si sparava. Quando alcune famiglie hanno ricevuto dei colpi dentro casa gli israeliani hanno costruito il muro lungo la strada per bloccare i proiettili.
I terroristi non sparavano mai da casa propria, entravano in case dove vivevano famiglie arabe e sparavano pur sapendo che l'esercito avrebbe colpito i civili innocenti e le loro case perché ovviamente noi rispondevamo verso la direzione dalla quale provenivano i colpi e invece magari i terroristi erano già andati via. Hanno fatto così moltissime volte.
Nelle località da dove non si sparava, invece, abbiamo messo una recinzione metallica, con le pattuglie e le telecamere per dare l'allarme. Quando una persona esce chiude a chiave la porta di casa perché non vuole che qualcuno entri senza permesso. È normale! Oggi, in Israele non si permette più a nessuno di entrare senza permesso. E come se avessimo chiuso a chiave la porta d'Israele. È un atto di difesa ed era proprio necessario!  

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L'Alta Corte di Giustizia, per venire incontro alle legittime esigenze degli arabi, in alcuni posti, ha ordinato all'esercito di spostare la barriera. Per esempio a Ma'aleh Adumim, lo scorso agosto.  
- Sì, ovviamente, quando lo decide la magistratura non c'è alcun problema a fare spostamenti . In Europa fanno il paragone con il muro di Berlino, il che è una assurdità, il muro di Berlino era stato costruito dal governo fascista della Germania dell'Est per impedire alla gente di fuggire, un governo che si definiva comunista ma era più fascista che comunista perché era una dittatura. In Israele non serve per impedire alla gente di passare ma per impedire gli attentati e non c'era altra soluzione.

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Perché a diciotto anni hai scelto di entrare nelle teste di cuoio?
- Prima dell'arruolamento vieni chiamato per essere sottoposto a tutti i controlli. C'è anche un'intervista e gli psicologi ti domandano che cosa pensi del servizio militare, cosa vorresti fare e perché vuoi entrare nell'esercito. Io risposi che non "volevo" entrare nell'esercito, che anzi mi avrebbe fatto molto piacere non doverci entrare, mi avrebbe fatto molto piacere viaggiare per il mondo, andare all'università, o restare nel mio kibbutz! Io non ero per niente contento di entrare nell'esercito! Però, siccome è un obbligo civile per tutti quelli che vivono in Israele, siccome nella sicurezza la situazione è sempre molto difficile, poiché era il mio turno, anch'io ero disposto ad andare a difendere la mia famiglia e i miei amici.
In quel momento toccava a me fare per gli altri ciò che gli altri, fino ad allora, avevano fatto per me. E dato che ero obbligato ad entrare nell'esercito volevo farlo nel modo migliore possibile per cui ho scelto un corpo speciale dove avrei potuto dare il meglio di me stesso.

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L'addestramento ti è piaciuto?
- L'addestramento è stato molto lungo e difficile, però molto interessante perché mi piace studiare e ho imparato tante cose che mi sono servite per tutta la vita. Per esempio, devi imparare ad orientarti di notte in posti che non conosci, dove non c'è niente: né strade, né sentieri, né illuminazione. È una cosa molto difficile però in seguito ti rimane una sensazione molto forte di sicurezza personale.
Ho imparato molto bene a scalare le rocce con le corde e questo può essere utile per salvare la vita di qualcuno e ho anche seguito un corso di pronto soccorso. Altre cose mi sono servite moltissimo, in seguito, per organizzare le gite e i campeggi con i ragazzi, in tutto il mio lavoro di educatore che consiste tra l'altro nel saper creare un gruppo unito, capace di "fare insieme".
Si tratta di una formazione personale molto importante per chiunque. Se decidi qualcosa sai come raggiungere il tuo obiettivo. In ogni campo, nello studio, nel commercio, nell'amicizia ... Quando decidi sai come arrivare. Cercano di addestrare persone che siano capaci di sopravvivere ma anche di portare a termine una missione nonostante le tante difficoltà da fronteggiare, capaci di trovare una soluzione anche nei momenti più difficili.  

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Nella formazione del soldato come viene affrontata la dimensione etica?
- Durante l'addestramento si parla moltissimo di quello che può succedere e di come bisogna comportarsi. Per esempio, in Libano durante la prima guerra, cioè nell'82, molte volte è accaduto che avanzava una donna incinta oppure un uomo con una bandiera bianca allora abbassavamo le armi e invece dietro di loro si nascondeva qualcuno armato che li stava usando come scudo e che ci colpiva. Come comportarsi in questi casi?
Per esempio, da riservisti nella striscia di Gaza si facevano dei controlli, si andava sui tetti delle case e si stava lì a guardare se succedeva qualcosa. I giovani arabi lo sapevano e quando uscivano da scuola, nel primo pomeriggio, iniziavano a tirare sassi molto grandi con delle piccole balestre, erano molto pericolosi perché potevano ucciderti o romperti una gamba o un braccio, usavano anche delle fionde per lanciare biglie di acciaio che se ti colpiscono sono quasi come un colpo di fucile.
Con la mia pattuglia una volta ci siamo ritrovati sotto una valanga di sassi e di mattoni ed eravamo molto nervosi per il pericolo, se ci fossero stati ragazzi più giovani, con meno esperienza e meno pazienza, sicuramente avrebbero iniziato a sparare e avrebbero ucciso qualcuno.
È stato un momento di grande pericolo e non un gioco da bambini. In certi casi ci vuole moltissima forza interiore per non reagire. Altre volte, quando arrestavamo dei palestinesi e li portavamo alla base, con le mani legate, succedeva che dei giovani soldati di unità non combattenti iniziassero a molestarli, non è che li colpissero o li maltrattassero, cercavano di infastidirli con le parole ma noi li allontanavamo e l'abbiamo sempre impedito.
Nel corso dell'addestramento si parla moltissimo di casi come questi, di come bisogna comportarsi e di cosa sia giusto fare, sia tra i soldati che tra i comandanti è un argomento molto vivo, il discorso è sempre aperto e molto discusso. Non dico che ogni tanto qualcuno non si comporti male ma c'è sempre qualcun altro che glielo impedisce e lo rimprovera, non passa mai inosservato.

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In Italia la stampa, specialmente quella dell'estrema sinistra, spesso non è tenera con Israele e il suo modo di fare lotta al terrorismo. I soldati di Tsahal vengono descritti come cinici militari che uccidono freddamente donne e bambini.
- Sono cose assurde, se un soldato fa qualcosa contro la legge lo arrestano e lo mettono sotto processo. Niente passa sotto silenzio, qualsiasi infrazione viene trattata molto severamente e molto seriamente..

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L'anno passato qui in Israele è scoppiata una polemica quando alla facoltà di Storia dell'Università di Gerusalemme è stata premiata una studentessa per una ricerca sul comportamento di Tsahal. Per spiegare il perché i soldati israeliani non abbiano mai stuprato le donne arabe si avanzava l'ipotesi  che fosse per una attitudine razzista.
- Ho sentito parlare di quello studio. È proprio un'assurdità! Qualsiasi cosa facciano i soldati non va bene! In tutta la mia vita non ho mai sentito che sia stata stuprata una sola donna araba. Non c'è una sola testimonianza neppure da parte degli arabi che sono stati mandati via e che sono nostri nemici. Nell'esercito israeliano è molto chiaro che ci sono delle cose che non si fanno. Non si fanno in nessun caso. Non si fanno e basta!
Sin da quando è nato lo Stato e anche da prima, quando c'era l'Haganà, l'esercito israeliano è stato fondato come esercito del popolo, non da professionisti che fanno la carriera militare, ma dal popolo stesso che voleva difendere il popolo. Per questo il primo discorso che si fa alle reclute è quello etico e morale. Ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficile essere un soldato attento alla dimensione etica, si pone quasi una contraddizione in termini, ma nonostante sia molto difficile non si è mai rinunciato. È importantissimo e tutti ne parlano. Dal primo sottufficiale fino al capo dell'esercito è un argomento di cui si discute continuamente.

-
Posso chiederti  che rapporti umani si stabilivano tra voi Teste di Cuoio?
- Questa è una domanda molto interessante perché si attraversano talmente tante difficoltà insieme che dopo non hai più nulla da nascondere, si stabilisce una tale vicinanza, una tale apertura fisica e mentale... Sai tutto dei tuoi compagni e loro sanno tutto di te.
Durante le azioni ci difendiamo l'uno con l'altro, quindi tutto il tempo sai che puoi contare sugli altri e questo fa nascere un'amicizia molto profonda che dura per tutta la vita. Io posso chiamare uno qualsiasi della mia squadra, in qualsiasi momento e so che tutti farebbero il massimo possibile per aiutarmi come il viceversa.
Anche se sono passati già 25 o 30 anni da quando ci siamo conosciuti. Nella mia squadra siamo in 14, alcuni sono sposati e hanno figli e altri no. Ci incontriamo tre o quattro volte l'anno per fare delle gite nei fine settimana insieme alle mogli e ai figli, cerchiamo un posto per dormire all'aperto con le tende o in un piccolo ostello, nel deserto, in Galilea, per tutta Israele. Una volta all'anno invece facciamo un incontro di soli uomini.
Quando si rischia la vita insieme nasce un rapporto molto, molto profondo e vedo che anche i miei figli nell'esercito hanno stabilito amicizie molto profonde. Certamente ci sono anche gli amici che incontri all'università o nel lavoro ma quelli dell'esercito rimangono speciali.
Ora per esempio, capisco una cosa che non avrei creduto. Qui in kibbutz sono cresciuto insieme agli altri ragazzi e ragazze, abitavamo insieme, giocavamo insieme, mangiavamo insieme, stavamo sempre insieme, dalla nascita fino a 18 anni, eravamo molto vicini e avevamo una grande amicizia, comunque quello che ho vissuto in tre anni con gli amici dell'esercito è stato ancora più profondo. È una cosa difficile da spiegare e che non ti aspetteresti, anche in kibbutz  eravamo molto vicini però con gli altri ho rischiato la vita insieme e quindi abbiamo raggiunto una profondità dell'anima e un'apertura totali.

-
Cosa si prova quando si uccide?
- È una cosa molto difficile, io non credo che esista una persona che possa uccidere a sangue freddo. Certo ci sono gli psicopatici ma i soldati israeliani non sono psicopatici quindi provano dolore, paura, tristezza, tante sensazioni. Se uccidi qualcuno che è armato e che ucciderebbe te oppure dei civili non hai nessuna possibilità di scelta, si tratta di un momento tragico nel quale da una parte c'è la sua vita e dall'altra la vita tua e quella degli altri.
È la tragicità di chi deve difendere il popolo, le persone. A volte non hai un altro mezzo per fermare un terrorista che ucciderlo. Che cosa fai?

-
Come in Italia per i partigiani che combattevano i nazifascisti. Avrei voluto chiedere a mio padre se durante la guerra avesse ucciso qualcuno, avrei voluto ma non ne sono mai stata capace. Sentivo che si trattava di una domanda terribile.
- È proprio una sensazione tragica. Che poi ti peserà per tutta la vita. Ci sono studi sui soldati che presentano la sindrome  post-traumatica da combattimento. Israele è il posto al mondo dove si studia di più quello che la gente prova dopo la guerra, quando non si riesce più a lavorare, a dormire... sicuramente si tratta di uno shock tremendo.

-
Forse la prima volta è la peggiore.
- Non penso che la seconda volta sia meno grave dalla prima. L'unica differenza, forse, è che sai già cosa stai vedendo. La prima, la seconda, la terza, la quarta..... è sempre una cosa tremenda, tremenda.

-
Molte volte ho ascoltato il racconto dei partigiani e ho sempre considerato una grande fortuna il non essere stata costretta nella mia vita ad uccidere qualcuno.
- Certamente. Certamente.

-
Ho visto una tale disperazione sul viso di alcuni soldati al ritorno da una missione.
- L'esperienza dell'esercito non è facile e ti matura moltissimo, ti fa vedere il mondo da un altro punto di vista che certo non è bello. I giovani in Italia non vivono neppure la metà delle esperienze dei giovani israeliani. Rispetto a un ragazzo italiano di 22 anni, un ragazzo israeliano della stessa età è come se avesse vissuto 10 o 15 anni in più di esperienze personali.
Le responsabilità che i nostri ragazzi prendono sulle spalle sono responsabilità che altrove tanti uomini adulti non hanno mai portato. Responsabilità enormi. Una cosa molto difficile.

(Agenzia Radicale, 29 dicembre 2008)

Purtroppo nella dirigenza israeliana non tutti la pensano come questo signore, e qualcuno, ad un certo punto, ha scelto di trattare coi terroristi, di cedere ai loro ricatti, di scendere a compromessi persino sulla sicurezza nazionale. La storia non si fa con i se, certo, ma forse non è tanto peregrino immaginare che se la linea seguita fosse stata quella indicata dall’intervistato, forse i terroristi non avrebbero messo in atto la catena di rapimenti che conosciamo. E forse non sarebbe stato rapito neppure Gilad. E non avremmo adesso oltre un migliaio di irriducibili terroristi in circolazione, e non avremmo quel povero ragazzo nelle condizioni in cui è, e non avremmo sceicchi che mettono a disposizione milioni di dollari per il rapimento di altri israeliani. Forse.


barbara


14 novembre 2011

ITALIA SUDTIROLO: DUE POPOLI DUE STATI

di Giorgio Israel

L’Austria è ormai da tempo in totale sfacelo politico e preda di fazioni armate in conflitto tra di loro, ma unite da un solo obbiettivo: rivendicare il Sudtirolo, abusivamente occupato 
dall’Italia. Per conseguire questo obbiettivo esse chiedono la distruzione totale dell’entità statale razzista italiota. Nel corso di un anno, dopo che l’Italia ha ceduto alcune zone di confine, sono piovuti più di mille missili tra Rovereto e Trento (alcuni hanno raggiunto Verona) e alcuni militari italiani sono stati uccisi o rapiti. Nel frattempo, il braccio militare di un partito al potere in Croazia, in solidarietà con le fazioni austriache ha rapito anch’esso alcuni militari e ha scatenato un lancio di razzi katiusha su Trieste.
Il governo italiano ha perso la pazienza e ha posto in atto una dura risposta militare. Con l’eccezione dei soliti imperialisti americani, tale risposta è stata generalmente deprecata. Il ministro degli esteri francese, noto per il suo costante sforzo di essere amico di tutti, ha deplorato il rapimento dei soldati, glissando sui lanci missilistici, e ha condannato la risposta italiana come “sproporzionata” e capace soltanto di suscitare altro odio anti-italiano. Negli ambienti italiani, o nei pochi ambienti vicini all’Italia, si manifesta sorpresa, in quanto il ministro aveva dichiarato di essere un fervente un amico dell’Italia e, a proposito di alcune sue precedenti dichiarazioni che erano apparse duramente critiche (aveva parlato dell’Italia come di uno stato terrorista), aveva commentato con humour di essere tutt’al più un “amico che 
sbaglia”. A proposito di tale dichiarazione, alcuni commentatori hanno riportato all’attenzione una domanda rimasta in sospeso, e cioè se il ministro andasse considerato come un pentito o un irriducibile. Qualche scalmanato ha chiesto perché non ci si chiedesse quanto odio provocasse nella popolazione italiana il lancio di missili sulla popolazione civile, i rapimenti e gli attentati; ma è stato prontamente zittito. Altri commentatori hanno saggiamente rilevato che era meglio accontentarsi della condanna del ministro, perché alcuni partiti della coalizione di governo francese avevano espresso una condanna nei confronti dell’entità italiota ben 
altrimenti dura. Si è notato che alcuni gruppi (per ora disarmati) di militanti di questi partiti, o di simpatizzanti, hanno accusato lo stato razzista italiota di comportarsi come i nazisti hitleriani e hanno osservato che il mondo non può subire il fatto che la “razza italiota mieta morte” soltanto perché è protetta dai criminali di Washington e che è giunto il momento di boicottare e stroncare i razzisti di Viterbo. Si noti, al riguardo, che Roma non è riconosciuta come capitale dell’Italia, ed è rivendicata dai discendenti di coloro che la occuparono dopo il crollo dell’Impero Romano.
Il governo di Viterbo ha pertanto deciso di affidarsi alle cure del ministro degli esteri francese, ed ha promesso che nel futuro non sparerà più di una cannonata per ogni trecento missili e non muoverà un dito se la quota di rapimenti si manterrà entro i dieci l’anno. Tale proporzione è stata comunque ritenuta sproporzionata e il detto ministro ha promesso di operare affinché il G8 indichi una soglia di reazione equa al disotto della quale lo stato terrorista italiota non correrà il rischio di essere condannato dal Consiglio di Sicurezza. S’intende che una siffatta garanzia non pregiudica tutte le legittime rivendicazioni a risarcimento dell’operato criminale 
dello stato italiota che discende dalla sua natura razzista e dall’errore strutturale consistente nel fatto stesso di essere nato.
Nel frattempo, il governo di Viterbo, per dar prova di buona volontà, ha deciso di accedere alla richiesta della madre di un noto calciatore di origini austro-croate di ricevere su un piatto 
d’argento i testicoli del calciatore italiota Cuscini.

Non è recente, questo articolo, come si può chiaramente capire dalle ultime frasi. Non è recente ma, purtroppo, sempre drammaticamente attuale.


 

barbara


5 novembre 2011

I FIGLI DI OSLO

Grazie Rabin. Grazie Peres. Grazie a tutti voi, gentili colombe, che avete venduto il sangue dei vostri figli in cambio di un premio Nobel o di un titolo sui giornali.



barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


31 ottobre 2011

DA GAZA CON AMORE

Mi è arrivata questa foto,



con la seguente spiegazione:
Questa è una foto della casa colpita questa sera da un missile palestinese sparato da Gaza, due strade da casa mia.
Fate sapere al mondo cosa succede veramente....
Ariel


Ecco, io l’ho fatto; se qualcun altro vorrà raccogliere il testimone, farà una cosa buona. La casa si trova a Gan Yavne, qui:



In “Israele Israele”, come potete vedere, non in “territorio occupato”, non in una “colonia”; a voler essere proprio proprio pignoli non sarebbe territorio occupato neanche quello da cui il missile è stato sparato per cui, se qualcuno per caso si trovasse in possesso di un paio di occhi, o magari anche uno solo, e qualche frammento di neurone più o meno funzionante, potrebbe anche concepire il sospetto che non si tratti di un’azione finalizzata alla liberazione, e che coloro che l’hanno intrapresa non siano membri di un esercito di liberazione nazionale.

barbara

AGGIORNAMENTO: è arrivata un’altra foto.



Questa è una "biglia" di ferro, 6-7 millimetri di paura concentrata. Una di migliaia che riempiono i missili che sparano i palestinesi, e con lo scoppio volano e uccidono ognuno che sta nella vicinanza.
Questa è stata fotografata nella stessa casa che ho mandato due giorni fa.
Ariel


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24 ottobre 2011

UN VECCHIO ARTICOLO PER RIFLETTERE

Lo Tsunami dell'Onu

A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”.
Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]).
L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’.
Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina.
Francesco Lucrezi, storico


Poi invece non è successo niente, la bolla di sapone si è gonfiata e gonfiata e alla fine è scoppiata (fatto male i calcoli con la tensione di superficie?), rivelando il nulla che c’era all’interno. Perché la pretesa di farsi riconoscere uno stato che da quasi ottant’anni si è pervicacemente rifiutato nelle parole e nei fatti, di uno stato che non si è mai tentato di costruire, di uno stato che non esiste, non poteva essere altro che una bolla di sapone destinata a scoppiare. Quello che è invece successo concretamente è stata la prosecuzione del lancio dei razzi, le grandi feste per quei bravi ragazzi usciti dalle galere sioniste e mandati a riprendersi qui, e due accoltellamenti in due giorni (sì, lo so, lo so, era sulle prime pagine di tutti i giornali, vagonate di articoli e foto e commenti nelle pagine interne, notizie di apertura nei TG, ne avete ormai le palle piene di questi due accoltellamenti, lo so, ma io sono sadica e voglio rincarare la dose, ecco).
Che cosa ne dobbiamo dunque concludere? Che abbiamo a che fare con personaggi che non sanno e non vogliono costruire, ma solo distruggere, che non sanno e non vogliono vivere e lasciar vivere ma solo morire e far morire, perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro. Farebbero però bene a ricordarsi di quel giorno, poco meno di una settantina d’anni fa, che si è detto mai più. E voleva dire MAI PIÙ.


barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


10 ottobre 2011

LUIGI E GLI ALTRI

Luigi Calabresi, fatto oggetto di un’ossessiva, martellante campagna di odio, continuata anche dopo che tutte le prove scientifiche hanno dimostrato che Pinelli non era stato ucciso e che, soprattutto, in quel momento Calabresi si trovava da tutt’altra parte. Campagna di odio sfociata infine nell’assassinio del commissario da parte degli adepti di una religione che è tornata alla pratica dei sacrifici umani. E insieme ai familiari di Luigi calabresi trovano voce i familiari di altre vittime sacrificali: Guido Rossa, Antonio Custra, Ezio Tarantelli, Marco Biagi...
E trova spazio, soprattutto, l’unica possibile risposta ai cultori della morte: “Bisogna scommettere tutto sull’amore per la vita”.

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Mondadori



barbara


26 settembre 2011

LES LIAISONS DANGEREUSES

Le relazioni pericolose, per quei quattro gatti che, oltre a non masticare il francese, non conoscessero neppure il famoso libro. Sapete qual è la caratteristica delle relazioni pericolose? No? Allora ve lo dico io: sono pericolose. Dite che ho scoperto l’acqua calda? Vero, però con l’acqua calda, se non sai che è calda e non prendi le tue precauzioni, ti scotti, e poi vieni ancora a dirmi che sono banale e dico cose banali.
Prendete Burhanuddin Rabbani, per esempio: trattava coi talebani, perché i talebani sono parte del tessuto sociale, perché si tratta con chi c’è, perché se si vuole arrivare alla pace non si possono operare esclusioni aprioristiche e dunque ci sono i talebani? Bene, si tratta coi talebani. Com’è andata a finire? Che i talebani lo hanno fatto fuori.
O Vittorio Arrigoni: si era messo a servizio a tempo pieno dei terroristi di Hamas, perché quelli di Hamas hanno il grande merito di combattere per l’annientamento di quei topi di fogna che sono gli ebrei, perché la storia è un optional, e i fatti non contano, e “occupazione” riempie la bocca molto meglio che democrazia e diritti umani, e dunque si sta dalla parte di Hamas, ci si mette al servizio di Hamas, si odia per conto di Hamas, si mente per conto di Hamas, si inganna per conto di Hamas. Com’è andata a finire? Che gli eroi di Hamas lo hanno fatto fuori, e neanche in maniera troppo misericordiosa, sembra.
E Giuliana Sgrena? È andata a Baghdad per servire la jihad islamica, “denunciando” tutti gli abusi perpetrati dagli occupanti americani e guardandosi bene dal dire mezza parola su quanto operato dalla controparte (tutte le donne stuprate, per dirne una, sono state stuprate unicamente da americani). Com’è andata a finire? Stando alla sua versione, sembrerebbe che sia stata rapita da quelli della jihad islamica al cui servizio a 90° si era volenterosamente posta (anche se va detto che quelli sono stati cortesissimi e le davano frutta e dolci e le hanno anche regalato un collier che poi i perfidi yankee le hanno rubato, ma questa è un’altra storia. O no? Poi un onesto servitore dello stato, per andare a liberare la gallinella, ci ha rimesso la pelle, e quella no, non è un’altra storia).
E stendiamo un velo pietoso sulle due Simone.
Eccetera.
Cioè, quello che voglio dire è: ma la gente ha occhi e orecchie? Ha qualche quarto di neurone sparso in giro per la scatola cranica? È capace di imparare? No, eh? No. Si sbaglia e si continua a risbagliare, sempre allo stesso modo, all’infinito, come ci ricorda Barry Rubin. E mentre all’Onu si discute, in Israele si muore.


Asher Palmer e il figlio Yehonatan, vittime dell'ultimo attentato

barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


11 settembre 2011

DIECI ANNI DOPO

11 SETTEMBRE Terrore e speranza, come allora

CHIEDONO: «Bisognerebbe scrivere qualcosa sull'anniversario dell'attacco alle torri gemelle». «Va bene» dico. Poi vado al computer, meccanicamente clicco su google, e inizio a cercare un'idea, un frammento di memoria: ma sulla rete il mio viaggio dura pochi minuti.
Trovo subito un sito. Entro. C'è scritto: «La visione delle immagini è sconsigliata alle persone facilmente impressionabili». Decido di continuare. Vado a vedere. Che cosa c’è, di quel giorno, che ancora non abbiamo visto?
Sono foto. Le foto della torre settentrionale, che crollò, alle 10.28, dopo un incendio di 102 minuti.
Però sono foto ingrandite. Immagini spaventosamente ravvicinate. Adesso posso osservare, in primo piano, ciò che, finora, avevo solo immaginato.
C'è un'impiegata in piedi sul davanzale della finestra al 75° piano. Le fiamme, evidentemente, l'hanno spinta fin lì. Riesco persino a intravederne il volto: nella smorfia di terrore, mentre guarda in basso, c'è ancora un guizzo di speranza.
Nel fotogramma successivo, l'impiegata precipita nel vuoto. Tra il fumo e l'aria, devono aver deciso i polmoni.
Non certo la ragione.
Mi chiedo checosa può aver pensato durante il volo. Ha pregato? Ha creduto di essere in un incubo, uno di quelli da cui poi ti svegli?
Spengo il computer.
Sì, dieci anni dopo, sono ancora americano.
Fabrizio Roncone

Sì.



barbara


6 settembre 2011

E IL GIORNO DOPO L’ATTENTATO

a pochi chilometri dal luogo dell’attentato, loro non smettono di danzare.



Questa foto è stata scattata da E. con il cellulare (in quel momento eravamo entrambe sprovviste di macchina fotografica) nella piazzetta compresa tra Ha Palmach e Derech Paamei ha Shalom, di fronte alla spiaggia, la sera del 20 agosto. Stavano già ballando alle nove di sera, quando abbiamo lasciato la spiaggia, e hanno continuato, infaticabilmente, a ballare, fino all’una di notte.

barbara


6 settembre 2011

18 AGOSTO

Eravamo spaparanzate al sole quando ha squillato il cellulare della signora vicino a noi. Subito ha cominciato ad alzare la voce, i toni si sono fatti concitati, le persone intorno hanno cominciato a guardarla. Finita la telefonata ha spiegato: c’era stato un attentato lì vicino (per fortuna l’amica Esperimento – d’ora in avanti E. – se la cava bene con l’ebraico, e ha potuto tradurmi tutto), l’aveva chiamata il figlio per rassicurarla, avevano assaltato un autobus, doveva prenderlo anche lui ma poi non lo aveva preso. Immediatamente la ragazzina bionda in bikini leopardato che prendeva il sole sulla riva si fionda sul cellulare. La signora capisce che vuole chiamare i suoi per rassicurarli e le dice no, state tutti tranquilli, quelli coinvolti erano tutti soldati, ma io SONO un soldato, risponde la ragazzina bionda. Poi, nel giro di un’ora, arrivano le notizie di altri due attentati, sempre sulla stessa strada: quella che avevamo percorso noi il giorno prima, sulla stessa linea di autobus. Ancora più impressionante vedere poi alla televisione le immagini dell’attentato, con un grosso foro di proiettile esattamente nel punto in cui, meno di 24 ore prima, ero stata seduta io.
Quello che qui, probabilmente, nessuna televisione ha dato modo di vedere, è ciò che è successo dopo. Noi, che eravamo lì, possiamo dirlo con piena cognizione di causa: non è successo niente, assolutamente niente. Nessuna isteria, nessun panico, nessuna variazione alle abitudini di sempre. Sono un po’ aumentate le misure di sicurezza perché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, è stata chiusa la strada in cui erano avvenuti gli attentati, nei grandi magazzini e centri commerciali alla persona che all’ingresso controlla le borse si è aggiunto un poliziotto fuori della porta che guardava bene chi entrava, e questo è stato tutto. Vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine - ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente. In Israele no, in Israele gli attentati VERAMENTE non cambiano la vita delle persone. Raccolgono i loro morti, li piangono, li seppelliscono, e poi si rimettono in marcia.
D.o benedica Israele e il suo popolo meraviglioso. Am Israel chai ve chaiam.

barbara


7 agosto 2011

IO CI HO PROVATO

Sul serio, ce l’ho messa tutta. Ho provato a ripetermi come un mantra lento è bello lento è bello lento è bello lento è... Ho provato a raccontarmi quanti aspetti positivi ha la lentezza: non ti stanchi, non sudi, non ti stressi, hai tutto il tempo di guardarti intorno, di vedere miliardi di cose che andando in fretta ti sfuggirebbero... Niente, non sono riuscita a darmela a bere. Quelle tre settimane a camminare col bastone e con le caviglie strette nelle bende elastiche, a sudare freddo per fare qualche gradino, a studiare strategie per scendere dal marciapiede, e poi avventurarmi senza bastone, unicamente con gli zoccoli perché i piedi non tolleravano – e a stento tuttora tollerano – scarpe e sandali, tre passi all’ora, a gambe larghe e bascullando come una papera per mantenere l’equilibrio, ecco, l’unica cosa che riesco a pensare è: se scoppia un incendio non posso scappare. Se qualcuno vuole farmi del male non posso scappare. Se mi trovo in un qualunque pericolo non posso scappare. Per non parlare di quando, fra pochissimo, sarò a ridosso della striscia di Gaza, a portata di Qassam – che anche se i giornali non ne parlano - perché non è politicamente corretto tentare di propinarci la storiella che il problema è l’occupazione e contemporaneamente raccontare che da un territorio non più occupato continuano a piovere missili - continuano a cadere quotidianamente, ventisei nel solo mese di luglio (sì, riparto. Vado a ritrovare la terra della memoria. La terra della speranza. La terra dell’amore)

barbara


31 luglio 2011

INSCIALLAH

Il libro della Fallaci, intendo. Quello uscito più di vent’anni fa e immediatamente diventato un bestseller. Quello che dovevi assolutamente aver letto, un “must”, un imperativo categorico, il capolavoro assoluto. Noo, davvero tu non l’hai letto?! Non ci posso credere! No, non l’avevo letto: non amo le mode, in nessun campo, e i “libri del momento” non li leggo mai. L’ho fatto adesso, perché qualche mese fa era in vendita col Corriere a pochi euro.
Sono quasi 850 pagine, ma per fortuna non sono da leggere tutte, perché certi brani sono talmente inutili, insulsi e noiosi che puoi tranquillamente saltarli. Pagine intere. Mezze dozzine di pagine, a volte. Cioè, non è che puoi saltarle, è che devi proprio, perché sono di una tale pallosità che non riesci mica ad andare avanti.
E i dialoghi. In inglese, in francese, in tutti i possibili dialetti italiani. Con traduzione simultanea: due tre parole in lingua o in dialetto, traduzione, due tre parole, traduzione... Che uno si chiede: ma in un’Italia in cui il dialetto ormai non lo parlano quasi più neanche i contadini, com’è che dentro a questo libro ci sono finiti tutti quei quattro gatti che ancora lo parlano? E non solo lo parlano: pensano, anche, in dialetto, laureati compresi. Addirittura ci pregano. No, dico, ma tu hai mai sentito qualcuno recitare il Salve Regina dicendo el to fiol, i to oci? Fatto sta che pagine intere a suon di prima ciame lou i perché, prima gli chiedi i perché, peui’t vole nen scoutelou e lou insulte. Poi ti rifiuti di ascoltarlo e lo insulti. A l’è nen giust, non è giusto, è come fare una corsa dei sacchi su un sentiero di montagna, con salite discese cunette bitorzoli radici che emergono sassi spuntoni: non si può andare avanti, e quindi via, si salta. Le bestemmie invece sono tutte rigorosamente in italiano. Già, perché da brava toscana non si lascia scappare un’occasione per rovesciare sulla pagine carrettate di bestemmie.
Poi ci sono gli approfondimenti psicologici: quello che è diventato guerrafondaio perché il papà era pacifista e pescava le trote nei laghetti di montagna, quello che è diventato generale perché a quattro anni gli hanno insegnato che deve sempre essere il primo, quello che va a Beirut per scoprire la formula della vita, quello che ci va perché vuole diventare un uomo, quello che vuole mettersi alla prova, quello che cerca di nascondere a se stesso di essere frocio... E tu leggi e dici ah ecco, è arrivato il Freud dei poveri. Per non parlare delle caratterizzazioni, talmente spinte da trasformare i personaggi in penose macchiette, dal ragazzotto che si innamora follemente della bambola gonfiabile e piange e soffre per lei al capo di stato maggiore che anche sotto il peggiore bombardamento si esprime unicamente per citazioni latine e minaccia di sfidare a duello all’arma bianca chiunque non gli si rivolga col dovuto rispetto formale, all’ufficiale che non sa dire altro che icché tu vòi icché tu fai merdaiolo bucaiolo, compreso quando parla con gli arabi – che naturalmente capiscono alla perfezione mentre noi comuni mortali italiani abbiamo bisogno dell’interprete anche per il anca me del romagnolo e per e muorte del napoletano.
Poi c’è da dire delle imprecisioni storiche. Non moltissime, a dire la verità, però piuttosto pesanti. Il che per un libro che all’introduzione dice: “I personaggi di questo romanzo sono immaginari. Immaginarie le loro storie. Immaginaria la trama. Gli avvenimenti da cui essa prende l’avvio sono veri” è parecchio grave. Arriva addirittura a inventarsi un Libano pre-guerra civile con un paesaggio urbano fatto di chiese moschee sinagoghe, in cui cristiani ebrei e musulmani convivono in pace, ignorando, o fingendo di ignorare, che dal ’48 in poi degli ebrei, in Libano, non era rimasto neanche il ricordo. E stendiamo un velo pietoso sul finale del romanzo che, nei confronti della Storia, rappresenta un vero e proprio stupro con scasso, con l’aggravante dei futili motivi.
E poi c’è l’antipatia acida, livida, palese, verso Israele e gli israeliani. Meno che per i palestinesi, certo, ma a carico dei palestinesi c’è il fatto che avere trasformato il Libano, la più bella e ricca nazione del Medio Oriente, e l’unica democratica insieme a Israele, in un ammasso di macerie, di avere scatenato una guerra civile che ha fatto 160.000 morti, di averne distrutto l’economia e annientato il tessuto sociale, di avere cancellato decine di comunità cristiane, di avere aperto le porte all’estremismo islamico, di avere costretto l’intera popolazione a vivere in un terrore che ancora oggi, dopo quattro decenni, continua a dominare sovrano, di aver provocato l’occupazione siriana sul 95% del territorio (occupazione contro cui nessuno ha mai protestato, mentre l’occupazione israeliana, per motivi di sicurezza, sul restante 5%, ha scatenato proteste planetarie). Insomma, di motivi concreti per non scoppiare di simpatia per questa gente ce ne sono. E per Israele, invece? Boh, non si sa, a parte un po’ di falsificazioni storiche non troviamo molto, mentre troviamo, ad ogni piè sospinto, insinuazioni, battute, punzecchiature, frecciatine. “L’insaziabile sete di vendetta dei figli di Abramo”. I figli di Abramo? Tutti? Siamo sicuri di essere ancora entro i limiti della “legittima critica alla politica del governo di Israele”? E che dire di quel “i suoi rancori di ebreo educato nel rancore” riferito a un ebreo napoletano? Non ci troviamo nel bel mezzo dei più beceri e squallidi pregiudizi del più becero e squallido antisemitismo?
E poi il gusto sadico, il tangibile piacere perverso con cui indugia nella minuziosissima descrizione dei più macabri e raccapriccianti dettagli dei corpi smembrati e spappolati dalle esplosioni.
E infine la pesantezza barocca delle ripetizioni, delle ridondanze, delle aggettivazioni straripanti, la volta che si mette a fare l’elenco delle cose che funzionano col computer e ne riempie una paginata intera; non un barocco bello e sanguigno, come questo, per esempio, no, ma proprio quel barocchismo greve, insopportabile che a un certo momento ti fa dire ebbasta maccheppalle l’hai già detto 150 volte, non se ne può più!
Mi ricordo le interviste, quando il libro stava per uscire: sono incinta di un libro, diceva, devo partorire un libro... Beh, avrebbe fatto molto meglio a risparmiarsi il fastidio della gravidanza, i dolori delle doglie, la sofferenza del parto. E io avrei fatto meglio a risparmiarmi i soldi dell’acquisto e il tempo della lettura perché, per rubare le parole a quel famoso saggio, questo libro è una cagata pazzesca.

P.S.: Sapete perché il libro si chiama Insciallah? Perché quella è la Formula Della Vita. Sì. Perché dopo esserci sorbiti decine e decine di pagine di formule e di calcoli sulla velocità di una goccia di pioggia e sulla dimostrazione che uno è maggiore di zero, di costanti e di variabili, di seni e coseni, di logaritmi e integrali allo scopo di trovare la formula della vita, alla fine veniamo informati che sì, la Formula Della Vita esiste, ed è rappresentata da una parola: insciallah, appunto.

barbara


4 luglio 2011

4 LUGLIO 1976

Trentacinque anni fa, il 4 luglio 1976, si concludeva l’operazione Entebbe e si consumava il sacrificio di Yoni Netanyahu: ricordiamo questa pagina tragica e tuttavia gloriosa della storia di Israele. Qui una ricostruzione virtuale dell’operazione e qui il video originale del ritorno.
Aggiungo, perché mi sembra molto significativa, una lettera scritta da Yoni ai genitori il 2 dicembre 1972:

“We are preparing for war and it’s hard to know what to expect. What I am positive of is that there will be a next round and others after that. But, I would rather opt for living here in continual battle than for becoming part of the wandering Jewish people. Any compromise will simply hasten the end. As I don’t intend to tell my grandchildren about the Jewish State in the twentieth century as a mere brief and transient episode amid thousands of years of wandering, I intend to hold on here with all my might.”



barbara


6 giugno 2011

OGGI VI REGALO UN SERGIO ROMANO D’ANNATA

Ho ripescato dalla cartella dei post dell’altro blog questo pezzo di oltre sei anni fa. Poiché, nonostante la non verdissima età, il Romano continua a imperversare un giorno sì e uno no, e temi e toni sono sempre gli stessi, trovo interessante riproporlo.

EVVIVA IL TERRORISMO!

Riporto una parte della risposta data a un lettore dal nostro Grande Sergio Romano sul Corriere di Oggi, meritevole, a mio avviso, di un commento.

Dove io e lei, caro Pasquino, siamo in disaccordo è sulla vicenda di Sigonella. Come lei ricorda, Craxi, negli anni precedenti, aveva coltivato

“coltivare”! Quale deliziosa e sana attività! Quale profumo di terra e frumento ne emana!
i rapporti con il movimento palestinese
movimento? Ohibò, e che sarà mai questo movimento? Forse quello, un po’ licenzioso, delle anche di qualche signorina non troppo per bene? O forse un movimento intellettuale, come quello dei veristi? O saggio Romano, se solo volesse illuminarci, sì che anche noi potessimo abbeverarci alla Sua infinita sapienza!
e con Arafat.
Grand’uomo! Lasciatemelo dire, che questa proprio mi sgorga dal cuore, grand’uomo!
Quando scoppiò la crisi dell’Achille Lauro,
Crisi? Come quelle della mia mamma, povera donna, ottantenne acciaccata che ogni tanto le vengono di quelle crisi, poveraccia, da farci prendere degli spaventi che non vi dico! Crisi così?
sequestrata da un gruppo di terroristi nelle acque egiziane il 7 ottobre 1985, quei rapporti dettero buoni frutti e il governo a riuscì a ottenere la liberazione della nave.
Scusi, signor Romano, ma se avevamo rapporti tanto buoni con quei signori del “movimento”, perché ci hanno fatto sta porcata di sequestrarci la nave? O che non lo sapevano che era cosa nostra? Forse hanno qualcosa a che fare queste misteriose e fantomatiche “acque egiziane”? Lei sa qualcosa che noi poveri comuni mortali non sappiamo? La prego, carissimo, non ci tenga all’oscuro, non ci lasci penare così!
Ma l’assassinio di un ebreo americano riaprì la crisi
E figuriamoci se non saltava fuori il solito rompicoglioni di ebreo, che pare proprio che lo facciano apposta a ficcarsi sempre in mezzo a rovinare tutto, sti ebrei del cavolo! E notiamo che, giustamente, il Nostro non perde tempo a spendere parole di pietà nei confronti di chi, con la sua improvvida presenza sulla nave, ha mandato all’aria un così idillico rapporto fra noi e quei signori. Né, altrettanto giustamente, di condanna nei confronti di chi, dopotutto, ha solo fatto il suo onesto mestiere di terrorista
e la trasformò in un braccio di ferro tra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli americani, che già avevano dato segni d’impazienza,
e perché mai?
decisero di intervenire per impadronirsi dei terroristi.
Ma tu guarda che razza di pretese! Come se i terroristi fossero cosa loro, e non cosa nostra!
Craxi resistette alle loro pressioni e affrontò spavaldamente
figo, il nostro Craxi, eh?
nei giorni seguenti la crisi provocata dal partito repubblicano.
Aahhh!!!! Ecco di chi era la colpa: dei repubblicani fetenti, che gli venisse un accidente!
Abu Abbas, il terrorista che il leader socialista rifiutò di consegnare, era certamente il regista dell’operazione. Ma l’incendiario, nel corso della vicenda, era diventato pompiere e occorreva, a mio avviso, trattarlo come tale.
Giusto! E’ così che si fa! Tipo: io tiro un calcio sui cocomeri al signor Romano – con rispetto parlando – poi gli do una bella pomatina ed è da infermiera che devo essere trattata, eccimancherebbe altro, ci mancherebbe!
Non basta.
Giusto, non deve bastare.
Se Craxi, in quel momento, avesse ceduto alle pressioni degli americani, avrebbe disperso tutto il patrimonio accumulato per sé e per l’Italia nel mondo arabo.
Ma che meraviglia, che meraviglia! Guardi, sono senza parole, Romano, dico sul serio: senza parole, di fronte a tanta acutezza e a tanta profondità. Anzi, per essere sicura che il concetto sia chiaro, glielo ripeto: sono senza parole, ecco.
Che la sua scelta fosse giusta per il Paese venne confermato del resto indirettamente dalla rapidità con cui il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, dimenticò l’incidente.
Ecco, questo è un argomento. Riconosciamolo, signori: questo è un signor argomento.
L’episodio rappresentò per Craxi una doppia vittoria. Dimostrò che la sua politica palestinese aveva dato buoni frutti. E dimostrò che l’Italia poteva, quando erano in gioco i suoi interessi, dire no all’America.

Ecco. Riconoscendo la giustezza delle argomentazioni del Grande ex Diplomatico Sergio Romano, per il bene della Nazione propongo di sbattere in galera tutti quei fessi di giudici che combattono contro la mafia; di sospendere dal servizio tutti i poliziotti, carabinieri, guardie di finanza che tentano di disperdere tutto il patrimonio che abbiamo accumulato nell’Onorata Società (che sia anche lei un movimento?), di liberare immediatamente il signor Salvatore Riina che a me personalmente non ha mai fatto niente di male e dopotutto è un onesto padre di famiglia, e chissà che bravo pompiere diventerebbe se solo gliene dessimo l’opportunità, e infine di nominare senatori a vita tutti i capi riconosciuti di Cosa Nostra. E quanto all’America, mandiamola affanculo. E non parliamone più.

E dopo questo tuffo nel passato torniamo al presente, leggendo questo e questo e poi anche questa notizia che non mi sembra avere campeggiato nelle prime pagine dei nostri giornali.

barbara


31 maggio 2011

VOLONTÀ DI PACE E DINTORNI

Le mammole e gli sputi

Cari amici, ogni tanto anche i migliori eurarabi parlano dei palestinesi senza troppo rispetto, come se fossero mammolette, pacifisti da sciopero della fame, comparse da film di buona volontà. E invece no, è gente tosta, con le idee precise. Prendete per esempio questa recente intervista di Yasser Qashlaq, un giornalista di origine palestinese che è anche membro del Movimento Free Palestine, che è stato il finanziatore della (fallita) flottiglia libanese per Gaza, naturalmente concessa ad Al-Manar TV, la bellissima e obiettivissima emittente di Hamas. Vi prego, leggete fino in fondo, perché da queste  dichiarazioni viene fuori tutta la nobiltà d'animo, l'eroismo e anche il non antisemitismo di questo grand'uomo. Ha dichiarato dunque:

"Il luogo naturale per [Ehud] Barak è la Polonia, e il luogo naturale per quell'idiota di Netanyahu, è Mosca, mentre il luogo naturale per me è Safed. Vorrei dire a Ben-Gurion: Tu,  deficiente: sappi che un giorno mio figlio piccolo sputerà sulla tua tomba. Faremo deportare i tuoi resti al tuo vero paese in Europa, e torneremo. [...] Come ha detto l'Imam Khomeini, a suo tempo, se ognuno di noi si mettesse a sputare, potremmo soffocare tutti e cinque milioni di loro: il numero di ebrei - quei pezzi di merda umana - nella mia terra è uguale a un terzo degli abitanti del quartiere Nasr City al Cairo. [...] Netanyahu, che dice che il diritto al ritorno deve essere risolto al di fuori di Israele, dovrebbe risolvere il suo problema con il ritorno in patria a Mosca. Si tratta di pezzi di merda umana. Anche Balfour, quando ha dato la mia terra a quei Giudei, disse che stava facendo in modo di sbarazzarsi di loro. Ci hanno portato quei pezzi di merda, e noi adesso dobbiamo gettarli indietro ai loro paesi ".

Non è la prima volta che Qashlaq fa delle dichiarazioni – diciamo - un po' forti. Nel giugno, 2010 diede un' altra intervista, anche questa su Al-Manar TV, dicendo gentilmente agli israeliani, "Salite sulla nave che vi abbiamo mandato, e ritornate ai vostri Paesi. Non fatevi trarre in inganno dai leader arabi del campo moderato. Non sarete mai in grado di fare la pace con noi. I nostri figli torneranno [in Palestina]. Non c'è ragione per la coesistenza. Anche se alcuni dei nostri leader firmassero [la pace] con voi – noi non firmeremo mai. Non lasciatevi ingannare da questi leader. Ritornate ai vostri paesi".

Non ci credete? Vi sembra una macchietta come la vecchia strega di Washington cara amica di Obama che ha detto cose analoghe un anno fa, nel bel mezzo dei luoghi sacri della politica americana? No, vi assicuro, è tutto vero. Guardate qui (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5310.htm) l'intervista filmata e anche la trascrizione del testo. Vi auguro buon divertimento. Spero solo che abbiate superato l'età in cui si crede a Babbo Natale (e alla befana) e che non mi rimproveriate di turbare la vostra fede innocente nella volontà di pace dei bravi palestinesi.

Ugo Volli

A coloro che continuano a ripetere che la pace si fa coi nemici, mi permetto di suggerire di andare loro a trattare con questi nemici (e non si illudano di cavarsela col fatto che per loro non sono affatto nemici bensì amici amatissimi: anche Juliano Mer-Khamis e Arrigoni gli avevano venduto il corpo e l’anima, e non gli è andata meglio che a qualsiasi sionista colono invasore occupante predatore estremista eccetera eccetera.
Per completare il quadro vi mando a leggere queste altre riflessioni, sempre di Ugo Volli, e a dare un’occhiata a come funzionano le scuole in Egitto.


barbara


21 maggio 2011

MBÈ, COS’HAI DA GUARDARE?



E voi invece guardate qui.

barbara


18 maggio 2011

VOGLIAMO FARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE?

Nakba e Nakba bis

Le esili, ingenue speranze (“spes contra spem”, avrebbe detto Sant’Agostino) che la cosiddetta “primavera araba” avrebbe finalmente aperto uno spiraglio di luce anche sull’impervio terreno delle prospettive di pace in Medio Oriente, dunque, sono durate il breve spazio di un mattino. Le dotte argomentazioni costruite, per esempio, sul piccolo dato di fatto che nelle piazze non si sarebbero viste bruciare le bandiere israeliane (che evento eccezionale!) si sgonfiano come palloncini; le tristi, facili profezie delle varie Cassandre, che temevano che si sarebbero presto rimpiante le plumbee dittature vitalizie dei vari Mubarak e Ben Alì, sembrano avere colto nel segno. Lo spettacolo delle marce “spontanee” dei cosidetti “profughi palestinesi”, mosse nei giorni scorsi contro i confini dell’odiatissimo Israele, sembrano infatti seppellire anche la più azzardata, la più estrema e irrealistica delle illusioni, frantumando qualsiasi miraggio di pace, la più pallida ipotesi di una pur minima possibilità di ragionamento, di dialogo.
Coloro che sono andati a premere contro i confini di Israele, cercando di entrarvi con la forza (non importa su suggerimento di chi, seguendo quali impulsi o strategie), non chiedevano allo stato ebraico di smantellare qualche colonia, di modificare qualche comportamento o di spostare qualche linea di demarcazione. Chiedevano a Israele, semplicemente, di non esistere, ribadendo il semplice, elementare messaggio espresso dalle annuali celebrazioni della “Nakba”, la “catastrofe”. Su quanto sia piacevole vivere fianco a fianco con qualcuno che considera la tua esistenza la più grande sciagura della storia, tanto da eleggere il tuo compleanno a giorno di lutto disperato, c’è poco da dire. Così come siamo tristemente abituati all’interpretazione di tali gesti (tristi e sgradevoli quanto si vuole, ma tutt’altro che ermetici) da parte dei mass media e dei commentatori politici, che sembrano ridurli a meri umori o stati d’animo, spesso dimostrando aperta simpatia di fondo per i manifestanti, che agirebbero in risposta a sopraffazioni subite, o sarebbero mossi da ideali di libertà, giustizia, pace, autodeterminazione ecc. Ci sarebbe, forse, bisogno di ripetere che il 14 maggio del 1948, il giorno della Nakba, era il giorno in cui avrebbe dovuto nascere anche lo Stato palestinese, soffocato sul nascere dagli eserciti di cinque nazioni arabe? Chi celebra la Nakba, in realtà, non maledice soltanto la nascita di Israele, ma anche la stessa idea dell’eventuale nascita di una Palestina libera, indipendente e sovrana.
Eppure, i palestinesi dicono di desiderare ardentemente di “nascere”, come stato sovrano. Sono talmente impazienti che hanno detto alla loro ‘madre’ designata, l’Assemblea Generale dell’ONU - che, per ora, custodisce amorevolmente in grembo l’embrione - che, a settembre, comunque vada, senza stare a sentire nessun medico e nessuna ostetrica, “nasceranno”. Ma già si sa, purtroppo, che sarà una nascita mancata, impedita: una “non nascita”, proprio come quella del 1948. A tutti gli effetti, una “Nakba bis”. 

Francesco Lucrezi, storico


Ecco, io di speranze no, non ne ho nutrite neanche per un attimo, neanche esili, perché troppo chiari erano i segni, fin dal primo istante.
Restando in tema di “nakba” mi sembra interessante una riflessione di Marcello Cicchese.



La "Nakba", ovvero il fallimento di un massacro annunciato

«
Dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania al popolo palestinese che vive nella diaspora: tutti si stanno preparando per celebrare il 63o anniversario della Nakba, la "Catastrofe" palestinese», così annuncia un sito che fa propaganda al movimento terroristico Hamas. Certo, è un giorno di lutto per persone di quel tipo.
Il 15 maggio 1948, il giorno seguente la dichiarazione di fondazione dello Stato d'Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo stato fu attaccato dagli eserciti di cinque stati arabi: Egitto, Siria, Giordania, Libano e un contingente dall' Iraq. L'allora segretario della Lega Araba, Azzam Pascià, avvertì solennemente dicendo che sarebbe stata

«una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei mongoli e delle crociate».


Per questo si fa cordoglio: perché è fallito il tentativo di prolungare l'olocausto nazista massacrando anche gli ebrei che dopo secoli di persecuzioni e peregrinazioni avevano fondato il loro Stato sulla loro terra.

Marcello Cicchese

(Notizie su Israele, 15 maggio 2011)

Nel frattempo i palestinesi tosti rimpiangono i tempi in cui si massacravano gli ebrei a tutto spiano e si augurano di poter presto riprendere la simpatica usanza; quelli buoni invece aspettano che Israele sparisca da solo, mentre quelli furbi si organizzano dei begli attentati contro se stessi per provocare una robusta carneficina di arabi di cui incolpare i perfidi giudei. E l’ANSA, tanto per non smentirsi mai, spaccia per incidente stradale un attentato terroristico in cui un camionista arabo travolge una bella botta di ebrei al grido di “Allahu akhbar” e “Morte agli ebrei”. Così, giusto per gradire...

barbara


14 maggio 2011

LORO SÌ CHE SONO UOMINI VERI

Avevano promesso che avrebbero vendicato la morte dell’amatissimo e veneratissimo Osama Bin Laden vigliaccamente assassinato dagli odiatissimi americani, e sono immediatamente passati dalle parole ai fatti. E che cosa hanno fatto? Hanno fatto fuori una carrettata di americani? Beh, no, non proprio. Hanno fatto fuori una carrettata di cani infedeli occidentali? Beh, no, non proprio. Loro, gli uomini veri pachistani, amanti dell’eroico combattente per la guerra santa, il Venerando Santo Martire Osama Bin Laden, hanno fatto fuori una carrettata di ragazzi pachistani. E adesso sì che – sia lode ad Allah - giustizia è fatta.



barbara


11 maggio 2011

BELLISSIME IMMAGINI DA MARTE









Troppa fantasia? Guarda un po' qui.

barbara


10 maggio 2011

KABUL? RIYAD? TEHERAN?



No: Londra, venerdì scorso. Sono quelli che per le anime belle dobbiamo sforzarci di integrare e se non si integrano siamo noi che abbiamo mancato in qualche cosa. Quelli che per le anime belle tutte le religioni sono uguali e tutte le culture hanno pari dignità e meritano rispetto. Quelli per cui le anime belle imbastiscono storielle su padri con tre figli un po’ diversi l’uno dall’altro ma tutti e tre belli e buoni e cari e sommamente amati. Quelli che sgozzano in nome di Dio quando i cristiani hanno smesso di farlo da almeno tre secoli e mezzo. Quelli che lapidano le adultere quando gli ebrei hanno smesso da un buon paio di millenni. Quelli. In casa nostra.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui il video.


7 maggio 2011

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo  Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo  dirlo, con un po' di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è  stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del  mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero  bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li  criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione - e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l'unico vero, eterno  nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan - pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani - ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l'entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: "Non sapevo che fosse ebreo", pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei  è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere  anche Lei.


 
Barbara Mella
Emanuel  Segre Amar


6 maggio 2011

A TUTTE LE CORNACCHIE MALEAUGURANTI

Quando gli israeliani hanno ammazzato Yassin avete detto: questo non farà che esacerbare gli animi e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno ammazzato Rantisi avete detto: questo non farà che fomentare l’odio e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno costruito la barriera di difesa avete detto: questo non farà che accrescere la rabbia e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è drasticamente diminuito.
Quando gli americani hanno iniziato la guerra in Afghanistan e in Iraq avete detto: questo non farà che acuire il risentimento e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo in generale non è aumentato, e il terrorismo antiamericano è scomparso del tutto.

In compenso...

Avete detto: cercate un accordo coi palestinesi e avrete la pace. Israele coglione – sì, coglione, e non mi si venga a dire che non critico mai Israele – ha cercato un accordo coi palestinesi ed è immediatamente esploso un terrorismo di proporzioni mai viste prima.
Avete detto: ritiratevi dal Libano e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato dal Libano e il terrorismo è aumentato.
Avete detto: ritiratevi da Gaza e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato da Gaza e il terrorismo è aumentato a dismisura.

Adesso, care cornacchie maleauguranti, vi state spolmonando a gracchiare che morto un binladen se ne fa un altro, vi state spolmonando a gracchiare che di terroristi è pieno il pianeta e che quindi eliminando Bin Laden non è cambiato niente, non si è risolto niente, non è servito a niente, anzi! Ebbene, care cornacchie gracchianti e maleauguranti, non perdo a tempo a chiedervi da che parte state, perché è da quel dì che abbiamo capito che state facendo un tifo sfegatato per il terrore e che state continuando a mettere in campo il vostro spietato wishful thinking. Quello che voglio dirvi, care cornacchie gracchianti, è che finora con le vostre previsioni iettatorie non ne avete mai azzeccata una. Mai. E non ci azzeccherete neanche stavolta: fatevene una ragione.

barbara


2 maggio 2011

OGGI È UN GRANDE GIORNO

In agosto tornammo in Arabia Saudita. Un giorno, per sfuggire al caldo soffocante, alcuni fratelli Bin Laden organizzarono una gita alla casa di villeggiatura della famiglia, situata a Taef, in montagna, a circa due ore d'auto da Jeddah. Costruita negli anni Cinquanta o Sessanta, la casa era enorme e dozzinale, ma lassù faceva un po' più fresco. Ed era una variante alla solita routine. Noi donne ci sistemammo nell'ala femminile, con i bambini.
La mia piccola Najia aveva pochi mesi, come Abdallah, il figlio che Osama aveva avuto da Najwah, la giovane siriana nipote della madre di lui.
Il bambino di Osama pianse per ore. Aveva sete. Najwah tentava di dargli l'acqua con un cucchiaino, ma il bambino era troppo piccolo per bere in quel modo. Offrii a Najwah il biberon dal quale la mia bambina succhiava acqua tutto il giorno.
«Prendilo, Abdallah ha sete» dissi. Ma lei, nonostante stesse per scoppiare in lacrime, rifiutò il biberon. «Non vuole l’acqua» continuava a ripetere. «Non vuole usare il cucchiaio.»
Fu Om Yeslam a spiegarmi che Osama non voleva che il bambino usasse il biberon. La povera Najwah non poteva opporsi. Era infelice e impotente, una figura patetica, così giovane, con quel bambino in braccio che piangeva disperato. Io non credevo ai miei occhi.
Il caldo era spaventoso, intorno ai quaranta gradi. Un neonato si disidrata in poche ore a quelle temperature. Non riuscivo a credere che si potesse far soffrire il proprio figlio per qualche ridicolo dogma su una tettarella di gomma. Non potevo stare a guardare senza fare nulla.
Sicuramente Yeslam poteva intervenire. Purtroppo, io non ero autorizzata ad andare da lui per pregarlo di intercedere: in quanto cognata non potevo entrate nella, zona maschile a viso scoperto. Però una sorella, cresciuta senza velo tra i fratelli, aveva il permesso di farlo. Quindi pregai una delle sorelle di Yeslam di andare a chiamarlo. Quando arrivò, lo aggredii. «Di' a tuo fratello che suo figlio sta male. Il bambino deve bere dal biberon. Non può continuare a piangere.» Yeslam tornò scuotendo il capo. «È inutile. Osama è fatto così.»
Ero esterrefatta. Nel viaggio di ritorno non riuscivo a pensare ad altro. Osama poteva disporre a suo piacimento della moglie e del figlio: questo era un dato di fatto. Sua moglie non osava disubbidirgli: anche questo era un dato di fatto. Peggio ancora, nessuno avrebbe avuto l'ardire di intervenire. Persino Yeslam pareva condividere il principio che faceva di Osama il padrone assoluto della sua famiglia. La forza e l'autorità che avevo tanto ammirato in mio marito cominciarono a dileguarsi nell’incandescente aria del deserto.
Mentre Yeslam guidava in direzione di Jeddah, io stringevo i pugni e guardavo dal finestrino il mondo squallido che mi circondava. Mi sentivo mancare l’aria sotto il velo.
Sono sicura che Osama non intendeva nuocere al figlio, ma per lui la sofferenza del bambino contava meno di un principio che probabilmente si fondava su un verso del Corano. La famiglia era intimidita dal suo zelo religioso. Nessuno lo avrebbe mai criticato. Per i Bin Laden, come per molti sauditi, il rispetto delle norme religiose non è mai eccessivo. (Carmen Bin Laden, Il velo strappato, pp. 86-88)

Ieri, 27 di Nissan, era Yom haShoah: tutto Israele alle 10 in punto si è fermato per due minuti al suono delle sirene per ricordare i sei milioni di ebrei annientati – con molte complicità – dalla furia nazista. Sei milioni di ebrei sono stati annientati ma non è stato annientato l’ebraismo che, anzi, è più vivo che mai e continua ad offrire al mondo cultura e scienza e tecnologia e arte e spettacolo e molto altro ancora. Totalmente annientato è stato invece il nazismo, a partire dal suo profeta, così come fin dalla notte dei tempi sono stati annientati tutti coloro che hanno tentato di annientare gli ebrei.
Oggi è stato il turno di un altro profeta dello sterminio, ebraico innanzitutto, ma estendibile e spesso esteso anche a tutti coloro che non si uniformano al suo delirio di morte. È stato eliminato Osama Bin Laden, e possiamo considerarlo come un supremo atto di giustizia universale. Cambierà concretamente qualcosa? Non lo so. La rete terroristica si è talmente estesa e ramificata che sicuramente non finirà con la sua morte. Ma d’altra parte è un fatto che il terrorismo in generale e il terrorismo islamico in particolare si nutre di simboli, al punto che una vera o presunta profanazione del Corano è ritenuta motivo sufficiente per uccidere decine di persone del tutto estranee ai fatti in questione, e devastare e distruggere senza limiti. E Osama Bin Laden, con la sua dichiarazione di guerra al mondo intero, era indubbiamente un simbolo dei più potenti. Qualunque direzione possano prendere adesso gli eventi, una cosa comunque possiamo dire con certezza: oggi il mondo è un posto migliore.

barbara


16 aprile 2011

NOTA DI SERVIZIO

Normalmente gli insulti e i commenti antisemiti vengono eliminati. Questa volta ho deciso di fare un’eccezione, ho lasciato tutto. Affinché anche voi che vivete in castelli inargentati possiate avere un’idea di ciò che chi cerca di fare informazione su Israele e sul terrorismo si trova QUOTIDIANAMENTE ad affrontare. Affinché possiate avere un’idea dello spessore culturale e morale delle argomentazioni. Affinché possiate avere un’idea dell’intensità dell’odio di cui sono impregnati fino al midollo. Affinché possiate avere un’idea della violenza verbale a cui possono arrivare – solo verbale, nel mio caso, perché non mi hanno fisicamente a tiro, ma chi si è trovato a incontrare faccia a faccia questi adepti dell’amore universale sa fin troppo bene che non esitano un solo secondo, se appena ne hanno l’opportunità, a passare a ben altro tipo di violenza. Vittorio Arrigoni era uno di loro. Anzi, era il migliore di tutti loro, il modello da imitare, l’ideale a cui ispirarsi, il duce da seguire. Queste erano le cose che piacevano a quell’eroico costruttore di pace. Chi poi avesse qualche dubbio sugli stretti legami fra ISM e terrorismo vada a leggere questo documento, anche se in realtà dovrebbero bastare i fatti che tutti noi abbiamo sotto gli occhi: qualcuno ha mai visto questi volontari costruttori di pace distrarsi un momento dal compito di impedire all’esercito israeliano di combattere il terrorismo per provare a impedire ai palestinesi di mandare al macello i propri figli, per occuparsi dei programmi televisivi per i più piccoli che istigano al “martirio” e dei programmi scolastici che indottrinano all’odio e al terrorismo, per buttare un occhio ai campi militari in cui a bambini di dieci anni o meno si insegna a usare le armi e a sgozzare? No, vero? Proviamo un po’ a immaginare perché non ne abbiamo mai visti...
E vi lascio con l’immagine di un’altra adepta della benemerita associazione, la costruttrice di pace Rachel Corrie fotografata due settimane prima della morte mentre, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi come si fa a costruire concretamente la pace, bruciando le bandiere.



(Avviso per i costruttori di pace nonché cultori dell’amore universale: la sagra è finita, da oggi si torna a bannare)

barbara


15 aprile 2011

RESTIAMO UMANI

Era lo slogan della sua banda. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuto freddo. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuta prepotentemente alla memoria la frase di quel pezzo grosso nazista – non ricordo quale – che aveva detto (cito a memoria): “Il miracolo è che abbiamo potuto fare questo e restare umani”. Il “questo” erano gli stermini di massa, uomini e donne, vecchi e bambini strappati a migliaia dalle loro case, portati sul bordo di una fossa comune, fatti spogliare e ammazzati a colpi di mitra, fila dopo fila, ogni fila a cadere sui cadaveri della fila precedente, continuando a sparare col sangue alle ginocchia, e ricoprendo poi tutto di terra, quelli completamente morti con quelli ancora vivi da far morire poi soffocati. Restiamo umani. Chi conosce Arrigoni e la sua banda SA che il suo concetto di umanità era esattamente lo stesso: odio antiebraico senza limiti, desiderio di sterminio, complicità attiva coi prosecutori dell’opera di Hitler. Pietà perché è stato ammazzato dai suoi stessi complici? Non siamo ridicoli, per favore.

barbara


7 aprile 2011

CHI VUOLE DAVVERO LA PACE



in quel di Palestina, finisce male



molto male.



(E in un sito filo palestinese ho letto che “Secondo le prime ricostruzioni un commando lo ha freddato come in un regolamento di conti. Le prime voci, in città, parlano di estremisti palestinesi. L’unica certezza, per ora, è la morte di uomo che ha fatto della cultura la sua arma di resistenza.”. Chissà, forse aveva messo gli occhi addosso alla moglie del vicino di casa e quello si è vendicato...)

barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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