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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


8 gennaio 2009

AGGIUNGO UN’OLIVETTA E UN PAIO DI BAGIGI

E dunque la nostra eroina è lì, alle quattro e mezza di mattina, in piedi ormai da quasi ventiquattr’ore, tredici delle quali trascorse in aeroporto, stravolta dalla stanchezza e dal sonno, confusa, smarrita, nelle mani di un losco figuro: che cosa succederà dunque adesso? Ma è chiaro ragazzi: quando la situazione si fa brutta davvero e la tragedia incombe, ARRIVANO I NOSTRI! Ed è arrivata infatti una poliziotta, probabilmente in agguato proprio per sventare questo genere di truffe. Non l’avevo vista arrivare, per cui è sembrata proprio cadere come la manna dal cielo, ha agguantato il tizio e si è messa a fargli domande su domande, e io mi sono accinta a scendere dall’auto. Lui ha detto: “Sit down”, e allora sono scesa più in fretta. Ha ripetuto sit down, e a questo punto (sit down lo dici a tua sorella, se è disposta a farselo dire, brutto pezzo di merda) gli ho ordinato con tutta la mia residua energia di ridarmi la valigia, che aveva già caricato nel bagagliaio. Poi c’è stata tutta una scena che adesso non sto a descrivere, con lei che incalza, lui che, come se non bastasse, tenta di indurmi a sostenere le sue balle, io che completo lo smascheramento, e insomma alla fine sono stata portata in salvo dalla poliziotta che prima ha chiamato la centrale dei taxi per chiedere il prezzo normale per il mar Morto, che è risultato molto inferiore a quello che mi aveva chiesto il losco figuro – e naturalmente non è detto che poi lo spennamento sarebbe finito lì - e poi ha provveduto a trovarmi un taxi regolare. E così finalmente alle cinque si parte verso il mar Morto. Dopo trecento metri abbiamo forato. Segue svuotamento del bagagliaio perché il vano della ruota di scorta e degli attrezzi si trova di sotto, segue cambiamento della ruota sotto pioggia battente, segue viaggio tutto sotto la pioggia, durante il quale mi sono addormentata e ogni tanto mi svegliavo, vedevo l’asfalto della strada e dicevo ah, stiamo già atterrando. Infine siamo arrivati al mar Morto, verso le sette e mezza di mattina: cielo nuvoloso, vento, qualche spruzzatina di pioggia.
Poi, comunque, il viaggio è andato tutto benissimo, a parte la rovinosa – ma molto molto spettacolare, dovete credermi – caduta dentro l’autobus l’ultima sera.
Ma questa è un’altra storia.

barbara


7 gennaio 2009

DUE SALATINI E UN APERITIVO

in attesa del pasto vero, che arriverà, naturalmente, ma richiede un po’ di preparazione.
Dunque, il 23 pomeriggio, subito dopo la scuola, sono andata a Milano, dove ho dormito, e la mattina dopo sono andata all’aeroporto, con qualche apprensione, naturalmente. E invece il mio volo Alitalia era lì che faceva bella mostra di sé sul cartellone. Per sicurezza alla consegna della valigia chiedo all’operatrice, che mi conferma che è tutto regolare. Faccio qualche giro, passo al controllo bagagli a mano, vado alla sala d’imbarco … e a dieci minuti dall’ora prevista per il decollo veniamo informati che “per motivi operativi” il volo è stato cancellato. Ma niente paura, ci dicono, perché una parte di noi riuscirà a trovare posto sul volo serale della ElAl; gli altri partiranno il giorno dopo. Io sono tra i fortunati che riescono a partire la sera, e la fila per i controlli viene allietata dalla comparsa di un tizio che avevo già notato la mattina: un fighetta braghetta-bianca, chiappetta-moscia, ray ban ventiquattr’ore su ventiquattro, ciuffotto malandrino sulla fronte, passo saltellante di chi è abituato a camminare con scarpe da ginnastica molto molleggiate, percorre la fila con aria leggermente smarrita e poi, col classico accento del bauscia chiede: “Ma … c’è solo questa fila quii?” Noi lo guardiamo un po’ come un marziano: di imbarchi su ElAl per Tel Aviv nell’immediato futuro ce n’è uno, quante file dovrebbero esserci? E lui: “No, è perché noi siamo in bisness, e allora pensavo …” Spero che la sghignazzata gli sia arrivata forte e chiara. Vabbè, con un’ora di ritardo perché l’aereo è lo stesso che aveva fatto anche il volo della mattina, finalmente, dopo tredici ore di aeroporto, parto. A Tel Aviv mi era stato segnalato un servizio per i trasporti, sia con auto privata che collettiva, a prezzi ragionevoli, che si trova in aeroporto, funzionante 24 ore su 24. E dunque alle quattro di mattina, passato come al solito il controllo praticamente senza controlli – sì, certo, è perché il Mossad mi conosce e sa che di me si può fidare – attraverso la sala della fontana, prendo la scala mobile con valigia zaino borsa gigante e borsa-dispensa, arrivo su e vedo il banco in questione: spento e vuoto. Chiedo all’impiegata della Hertz, che è in funzione, mi dice che l’ufficio principale è giù, vado giù, armi e bagagli, non vedo nessun ufficio, né principale né di altro genere, chiedo all’ufficio informazioni, mi dicono che è di sopra, torno di sopra, aspetto un quarto d’ora, e alla fine mi rassegno a ridiscendere, esausta per sonno e stanchezza, confusa per non avere trovato ciò che ero sicura di trovare, smarrita perché non so cosa fare, per cercarmi un qualche mezzo di trasporto che mi porti al mar Morto. Ed è allora che vengo adescata da un tassista illegale, che con l’occhio allenato ha individuato a colpo sicuro la preda perfetta. Ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di lucidità da rendermi conto che ci sono troppe cose che non quadrano, ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di energia per opporre resistenza, ma troppo sfinita per riuscire a resistere fino in fondo. (continua)

barbara


3 gennaio 2008

TAXI

Essendo impossibilitata a camminare, portare bagagli eccetera, tutti gli spostamenti inizialmente previsti in treno o in autobus, li ho dovuti fare in taxi. Mi ci sono mangiata praticamente tutta la tredicesima e ho perso esperienze importanti, ma anche questi lunghi percorsi a stretto contatto con persone che oltre che tassisti sono, per l’appunto, anche persone, sono stati un’esperienza notevole. Ho viaggiato con un rarissimo esemplare di israeliano che non sapeva una parola di inglese e non era neanche in grado di leggere i caratteri latini e, di conseguenza, di capire l’indirizzo che avevo scritto per non rischiare equivoci dovuti a un’eventuale cattiva pronuncia. Ho viaggiato con un ortodosso – sempre in camicia con le mezze maniche, estate e inverno - a cui si era avuta qualche remora a rivolgersi perché, nelle mie condizioni, per salire e scendere avevo bisogno di essere aiutata, vale a dire toccata, ma quando gli è stata spiegata la situazione ha risposto, con una grossa risata, che aiutare le persone è una mitzvah, e che se per farlo è necessario toccarle, questo non è un problema. Ho viaggiato con un affascinantissimo quaranta-cinquantenne, avvolto in un delizioso alone di profumo di tabacco dolce, di cui era impregnata anche la macchina. Ogni tanto mi assopivo e al risveglio lo sorprendevo a guardarmi un po’ intenerito, un po’ divertito, un po’ ironico, un po’ sornione. Ho fatto un lungo viaggio con una quarantottenne magrissima a vita bassa, un lontano divorzio, quattro figli, un po’ di dita in meno alla mano destra, ridotta a un quasi informe ammasso di ossa e cicatrici. Ad un certo momento mi ha chiesto l’età. Gliel’ho detta. Ha detto: non ho capito. Gliel’ho ripetuta. Con aria incredula ha disegnato il numero con le dita nell’aria, ho detto sì. Ma non hai rughe, ha detto, come fai? Ho detto che forse è perché non ho mai avuto un marito tra i piedi, con entusiasmo ha risposto che sì, è sicuramente per quello. Non so in quanti altri posti al mondo succeda che le corse si concludano con baci e abbracci tra tassista e cliente; in Terra d’Israele succede. E poi ho viaggiato con uno splendido esemplare di sabra, ho viaggiato con un arabo disperato perché c’era un traffico mostruoso e il tassametro correva e correva e lui era costretto a farmi pagare un sacco di soldi, ho viaggiato con il tassista prediletto e quasi personale di Fiamma Nirenstein (“Big Fiamma! Very very very very big!!”).
E ho visto, in queste corse da nord a sud e viceversa, da est a ovest e viceversa, paesaggi di ogni sorta, mari e montagne, deserti e giardini, sassi e piante e ho visto il mare e la montagna e le palme di Haifa, e mi si è stretto il cuore. Verremo, sai, un giorno. Verremo insieme, lei e io, e tu sarai contento di vederci insieme, e poi proveremo a ripartire. Verremo, ma non ancora: ancora non è giunto il momento. E tante, tante altre cose ho visto: prima o poi ve le racconterò.


Il deserto di Giudea, uno scorcio del mar Morto, il confine di Giordania e una tigre azzoppata

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 3/1/2008 alle 18:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
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