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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


20 marzo 2010

PER CONOSCERE BENE QUELL’ISLAM MODERATO …

di cui tanti amano parlare …

Il Decalogo dell’islàm “moderato”

1. Non solo i musulmani, ma anche gli “islamocristiani” oggettivamente promuovono e incoraggiano la linea propagandistica che maschera la jihad (la cui presenza può essere riscontrata dappertutto) e ingannano sia su ciò che causa questa jihad (non la “povertà” o la “politica estera” ma i precetti del sistema ideologico totalitario dell’islàm) che su ciò che potrà appagarla (non il Kashmir, non la Cecenia, non l’assurda “soluzione di due Stati”, non la continua condiscendenza di Francia e Olanda – non c’è nulla che possa saziarla o appagarla fino a quando una parte del globo continuerà a resistere al dominio dell’islàm). “Cristiani” come Fawaz Gerges o Rami Khoury, o qualcuno nato Cristiano, come Edward Said, sono Arabi la cui visione è influenzata da questa auto-percezione. La loro lealtà alla comunità e alla storia degli Arabi li obbliga ad essere leali alla visione islamica del mondo come se fossero essi stessi nati musulmani. Difendono risolutamente l’islàm contro ogni interpretazione dottrinale occidentale (come in Orientalism di Edwar Said) o distolgono l’attenzione dall’islàm e continuano ad affermare, contrariamente ad ogni evidenza, da Bali a Beslan e Madrid, che il “problema Israele/Palestina” – l’ultima e più sinistra formulazione della jihad contro Israele – è la fons et origo dell’ostilità musulmana e della sua aggressione assassina in tutto il mondo. Ad eccezione dei Copti e dei Maroniti, che non si considerano Arabi, ma solo “utilizzatori” della lingua Araba (rifiutando l’idea che tali “utilizzatori” siano in effetti Arabi) molti Arabi Cristiani hanno assurdamente abbracciato il programma islamico; proprio il programma di chi, in Medio Oriente, ha reso la vita dei Cristiani così incerta, difficile e a volte addirittura “a rischio”. Il tentativo di essere "plus islamiste que les islamistes" – la posizione di Rami Khoury e Hanan Ashrawi – semplicemente non funziona, perché non ha mai funzionato. È stato Habib Malik, ed altri Maroniti, in Libano ad aver analizzato il problema dell’islàm in un modo estremamente chiaro. Per cui, il miglior libro sulla condizione dei non-musulmani sotto l’islàm è quello dello studioso Libanese (Maronita) Antoine Fattal.
Ogni Arabo “islamo-cristiano” che promuova il programma islamico, partecipando a una campagna che può solo ingannare gl’infedeli ed impedire la loro comprensione della jihad e i suoi vari strumenti, è oggettivamente parte del problema, esattamente come i musulmani che consciamente praticano la taqiyya per eliminare i sospetti dei non-musulmani. Chiunque agisca con lo scopo di mantenere l’incauto infedele nella sua sconsideratezza, sta aiutando il nemico. Basta pensare un attimo a Oskar Schindler. Un membro del Partito Nazista, ma qualcuno che, certamente non seguiva il programma nazista. Ma che pensare se per caso Schindler avesse incontrato degli occidentali, e avesse continuato a negare che i Nazisti erano impegnati in un genocidio, anche se lui lo deplorava e avrebbe poi agito attivamente contro di esso? Lo avremmo considerato un “moderato”? O come qualcuno che aiutava la coalizione anti-Nazista a capire cosa stava macchinando?
Un altro esempio: pensate a Ilya Ehrenburg, che, circa nel 1951 fu inviato all’estero da Stalin per mentire circa le condizioni degli intellettuali Ebrei di lingua Yiddish che Stalin aveva massacrato da poco. Ehrenburg andò in Francia, poi in Italia. Fece ciò che gli era stato ordinato. "Peretz? Markish? Oh, sì, ho visto Peretz il mese scorso nella sua dacia, con suo nipote. Che tipo simpatico! Markish – è stato grande l’anno scorso in Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk – avreste dovuto vedere come riusciva bene col suo gergo, Yiddish …”. E andava avanti così. Eherenburg mentiva, e poi mentiva ancora. Non era uno Stalinista. Odiava Stalin. E odiava anche l’eliminazione di Peretz Markish e di molti altri che erano già stati eliminati mesi prima, come Eherenburg sapeva molto bene. Quando si recò all’estero e mentì agli editori di Nouvelle Revue Francaise, cos’era? In effetti, stava promuovendo gli interessi di Giuseppe Stalin, dell’Armata Rossa e del Politburo. Non dobbiamo interrogarci sui motivi. Dobbiamo solo vedere quali furono i risultati ottenuti con queste menzogne. E la stessa cosa vale per quegli Arabi Cristiani che mentono nell’interesse dell’islàm – alcuni per paura, altri per una identificazione etnocentrica così forte che li porta a difendere l’islàm, la religione di coloro che hanno perseguitati gli Arabi Cristiani del Medio Oriente, altri per interesse (se diplomatici e giornalisti occidentali sono sul libro paga degli Arabi, perché non lo possono essere anche gli stessi Arabi?), altri ancora per carrierismo. Se vuoi avere successo nella graduatoria accademica, e la tua materia è il Medio Oriente, a meno che tu sia un vero luminare – un Cook o una Crone o un Lewis – è meglio ripetere le idee politicamente corrette, che non ti costano nulla, ma ti garantiscono una continuità di amici – per premi, concessione di finanziamenti, buone referenze, buone critiche e buone recensioni. C’è almeno un esempio, tra quelli ricordati, in una situazione in cui un Cristiano di lingua Araba, cercando di sfuggire a una persecuzione musulmana, aveva bisogno della testimonianza di un “esperto” – il quale “esperto”, invece di offrila gratuitamente con una azione da buon Samaritano, ha chiesto, per farsi coinvolgere, una somma di denaro tale (in una stupefacente esibizione di cupidigia) che la stessa idea di solidarietà tra Arabi Cristiani è stata messa permanentemente in discussione.
2. La definizione “moderato” non può essere applicata ragionevolmente a quei musulmani che continuano a negare i contenuti – i contenuti reali, non i contenuti ripuliti o truccati – di Corano, ahadith e Sira. Che questo diniego sia dovuto ad ignoranza, o ad imbarazzo, o a pietà filiale (o alla riluttanza a lavare i panni sporchi ideologici davanti agli infedeli) non ha alcuna rilevanza. Tutti questi musulmani, anche se sembra che deplorino ogni aspetto dell’aggressività musulmana, chiaramente basata su fonti testuali contenute nel Corano e negli ahadith, o nell’esempio di Maometto, come descritti e accettati nella Sira – Maometto, questo “modello” di comportamento – si stanno semplicemente comportando, oggettivamente, in modo da ingannare gl’infedeli. E ogni musulmano che aiuta ad ingannare gl’infedeli a proposito della vera natura dell’islàm non può essere definito un “moderato”. Questo epiteto è semplicemente distribuito un po’ troppo rapidamente per chi ha buon senso.
3. Come considerare poi un musulmano che dice: “Ci sono cose terribili nella sira e negli ahadith e bisogna trovare una via di uscita, in modo che questo sistema di credenze religiose si possa focalizzare unicamente sui rituali del culto individuale e possa offrire un sostegno come una semplice fede per gente comune”? Ciò richiede di dover ammettere che la gran parte delle azioni di Maometto debbano essere o negate o gli deve essere data una interpretazione allegorica o addirittura devono essere eliminati come parte del suo “modello” di vita. Per quanto riguarda gli ahadith, qualcuno dovrebbe affermare che Bukhari, e Muslim, e tutti gli altri rispettabili muhaddithin non hanno esaminato con la giusta meticolosità quelle catene di isnad (trasmissione) e che molti degli ahadith considerati “autentici” devono essere declassati allo stato di “non autentici”. E, seguendo Goldziher, si dovrebbe dubitare di tutti gli ahadith e considerarli elaborazioni fantasiose tratte dal Corano senza alcuna reale esistenza indipendente.
4. Questo ci lascia solo il Corano. Ma ogni “moderato” che cerchi di bloccare ogni inchiesta sulle origini del Corano – sia che che possa essere il prodotto di una setta Cristiana, o una setta Ebraica, o degli Arabi pagani che decisero di farsi un libro sacro, fatto di materiale Cristiano e materiale Ebraico mescolati a un pizzico di folclore Arabo risalente al tempo della Jahiliya – o di impedire ogni studio filologico (per esempio, sull’Aramaico o su parole mutuate da altre lingue) – chiunque impedisca l’iniziativa di sottoporre il Corano al tipo di inchieste storiche a cui fu sottoposta la Bibbia di Cristiani ed Ebrei negli ultimi 200 anni di esegesi, ebbene costui non è un “moderato”, ma un fervente Difensore della Fede. E ancora, chiunque sia contrario a favorire questo studio – che può soltanto condurre all’allontanamento dal letteralismo di alcuni tra i Credenti – non è un “moderato”.
5. La conclusione che si deve trarre è che ci sono veramente pochi “moderati”. Perché se si considera il reale significato del Corano, degli ahadith e della sira e se si considera come questi testi hanno influenzato il comportamento dei musulmani sia durante i 1400 anni di conquiste e di sottomissione dei non-musulmani, sia nel bloccare la crescita e lo sviluppo – politico, economico e culturale – dei musulmani in tutto il mondo, è impossibile non concludere che questo imponente edificio non è in alcun senso moderato né suscettibile di moderazione.
Cosa dovrebbe cominciare a pensare dell’islàm un musulmano intelligente che viva nell’inferno della Repubblica islamica dell’Iran? O quel miliardario Kuwaitiano, con case in St. James Place e in Avenue Foch e a Vevey, così come il quartier generale della famiglia e della ditta a kuwait City, che manda i figli alla scuola Americana del Kuwait, e che si vanta che parlano meglio l’Inglese dell’Arabo, e che contribuisce ad ospita Fouad Ajami quando visita il Kuwait, è veramente affranto nel vedere la crescente islamizzazione del Kuwait? Oserebbe ripetere ciò che conosce molto bene in pubblico o di fronte ai suoi fratellastri o ai suoi amici, ben sapendo che, sul più bello, potrebbero mostrarsi scandalizzati dal suo modo di pensare anti-convenzionale e che, per questo, potrebbe perdere il suo posto nella graduatoria della divisione degli utili della famiglia o, peggio, il suo rango negli affari della famiglia?
Il solo fatto che il numero dei musulmani nel modo occidentale può aumentare, rappresenta una permanente minaccia per gl’infedeli. Ciò è vero anche se alcuni, o molti, di questi musulmani sono dei “moderati” – cioé non credono che l’islàm possieda qualche diritto soprannaturale e la necessità di espandersi in tutto il mondo, conquistando ed inglobando il dar al-harb. Perché, se costoro devono essere ancora annoverati nell’Esercito dell’islàm, e non come Disertori (Apostati) di questo Esercito, la loro mera presenza nel Bilad al-kufr contribuisce ad impinguare i ranghi dei musulmani e quindi la percezione del potere musulmano. E anche un padre “moderato” può generare figli, o nipoti non moderati (questo, in effetti, era il tema del film, quasi comico, ma politicamente acuto, “Mio figlio, il fanatico”, di Hanif Kureishi). Che sia per la Da'wa che per le famiglie numerose, ogni crescita della popolazione musulmana inibirà la libertà di espressione (vedi il destino di Pim Fortuyn e Theo van Gogh, e le minacce fatte a Geert Wilders, Carl Hagen, Ayaan Hirsi Ali, e molti altri), perché politici bramosi di guadagnarsi il voto musulmano si sdegneranno per ogni oltraggio ai musulmani e si batteranno per spingere lo Stato a cedere alle richieste musulmane, solo per un immediato interesse personale. E i numeri dei musulmani, includendo anche i “moderati”, aumenta il numero dei missionari musulmani – poiché ogni musulmano è un missionario – sia compiendo una Campagna propagandistica tipo “Condividiamo il Ramadan” nelle scuole (dove una donna Pachistana dalla voce suadente è la tranquillizzante propagandista di scelta), o facendo Da'wa in carcere. Più musulmani ci sono, più ce ne saranno e nessuno sa quanti “moderati” diventeranno chiaramente non-moderati nelle loro idee e nelle loro azioni. E questi ci riporta al problema più importante: la temporaneità dell’atteggiamento “moderato”. Che cosa ci fa ritenere che qualcuno, che questa settimana o questo mese ha decisamente voltato le spalle alla jihad, che non ha nulla a che spartire con quelli che lui chiama “fanatici”, se non si separa nettamente dall’islàm e non diventa un “rinnegato” o un apostata, ad un certo punto non possa ritornare, non all’islàm, che non ha mai lasciato, ma ad una forma più devota, per cui ora accetta tutti i suoi dogmi, e non solamente quei pochi che interessano esclusivamente i riti della devozione individuale?
6. Gli esempi riguardano sia individui che intere comunità. Per quanto riguarda gli individui, alcuni musulmani cominciarono come persone molto tranquille e largamente indifferenti all’islàm, fino a quando non ebbero una crisi e si rivolsero a una variante molto più fanatica di islàm. Questo fu il caso dell’urbanista Mohammad Atta, a seguito del suo disorientante incontro con le abitudini del mondo occidentale ad Amburgo, Germania, la Reeperbahn e tutto il resto. Questo fu anche il caso di "Mike" Hawash, il tecnico informatico che guadagnava $360,000 all’anno, che sembrava completamente integrato (una moglie Americana, la Little League per i bambini, numerosi amici tra i colleghi dirigenti della Intel che avrebbero messo la mano sul fuoco per la sua innocenza), finché un bel giorno, dopo gli attacchi al World Trade Center, fece testamento, lasciò la casa alla moglie e partì per combattere con i Talebani e Al Qaeda in Afganistan (arrivando fino in Cina) contro i suoi concittadini Americani. In altre parole, se ci sono musulmani fanatici, questo non significa che tutti siano stati “fanatici” fin dall’inizio. L’islam è il punto di inizio necessario, ma ciò che fa esplodere un “moderato” può non avere alcuna relazione con quanto fanno gl’infedeli o con problemi di politica estera – può essere semplicemente una crisi nella vita personale di un musulmano, per la quale cerca una risposta, non sorprendentemente, in … più islàm.
7. Lo stesso insegnamento può essere tratto dall’esperienza di intere società. Per inciso, possiamo ricordare che la condizione degl’infedeli sotto il regime dei Pahlavi era migliore di quanto fosse stata per secoli – e sotto il regime che seguì, quello della Repubblica Islamica dell’Iran, la posizione degli infedeli diventò peggiore di quanto era stata per secoli. Nei paesi islamici il “Secolarismo” non è mai permanente; il peso e la minaccia dell’islàm è sempre presente.
L’esempio migliore è la Turchia, fin dal 1924, quando Ataturk iniziò le sue riforme. Si impegnò in ogni modo possibile – mediate la Legge del Cappello (che vietava l’uso del fez, adatto alla salat), ordinando una traduzione in Turco del Corano accompagnata da un tafsir (commento coranico) in Turco; eliminando l’uso dell’alfabeto Arabo per il Turco; stabilendo un controllo governativo sulle moschee (anche colpendo gli imam recalcitranti e distruggendo le loro moschee); dando alle donne il diritto di voto; stabilendo regole che scoraggiassero l’uso del hijab; incoraggiando gli abiti occidentali; e scoraggiando, nell’esercito, le promozioni di ogni militare che mostrasse un interesse troppo grande per la religione. Questo tentativo di limitare l’islàm ebbe successo e fu rinforzato dal culto della nazione per Ataturk. Ma le poche decadi passate ci hanno mostrato che l’islàm non muore; continua a ritornare. Dalla Turchia, in realtà, non se ne era mai andato; non ostante la creazione di un ceto sociale secolarizzato ammontante a circa un 25% della popolazione, con un altro 25% tentennante e un 50% ancora certamente musulmani tradizionali. Contemporaneamente, i Turchi in Germania non diminuirono il fervore per la loro fede, ma incrementarono. E sembra che, in Turchia, quei Turchi che seguono Erdogan, da un momento all’altro, possono vincere e prendere il potere e lentamente (molto lentamente fino a quando la domanda di ammissione alla EU non sia stata decisa, in un modo o nell’altro) possono annullare quanto fatto da Ataturk. Lui è provvisorio; l’islàm è per sempre.
8. Ecco perché definire qualche musulmano come “moderato” in ultima analisi non ha alcun significato. Essi gonfiano il numero dei musulmani e la percezione del loro potere; i “moderati” possono anche contribuire a trarre in inganno, ad essere, in effetti, i più efficaci agenti della taqiyya/kitman, anche se la loro motivazione può essere semplicemente la lealtà per gli antenati o l’imbarazzo, e non necessariamente il desiderio di ingannare gl’infedeli per disarmarli e alla fine distruggerli.
9. Per questi motivi bisogna sempre osservare obiettivamente la situazione. Cosa potrebbe rendere gl’infedeli più sicuri di fronte ad un sistema ideologico che si dimostra nemico dell’arte, della scienza e di ogni spirito critico, che blocca lo sviluppo della mente e che si basa su di una crudele divisione manichea del mondo tra Infedeli e Credenti? La risposta è: limitare il potere – militare, politico, diplomatico, economico – di tutti i sistemi politici musulmani e delle popolazioni musulmane, diminuendo anche, il più possibile, la presenza musulmana in tutte le terre degli Infedeli, per quanto amabile, accettabile e apparentemente rassicurante una parte di questa presenza possa sembrare. Ciò deve essere fatto non per spirito di inimicizia, ma semplicemente come un atto di minima auto-protezione – e per lealtà e gratitudine per coloro che hanno prodotto questa civiltà che, per quanto sia stata recentemente svalutata dai suoi stessi eredi, scomparirebbe del tutto se i musulmano avessero successo nell’islamizzare l’Europa e poi, se possibile, anche altre parti del mondo.
10. “Ci sono musulmani moderati. L’islàm non è moderato” è la lapidaria enunciazione di Ibn Warraq. A questo dobbiamo aggiungere: noi infedeli non abbiamo un metodo sicuro per distinguere il musulmano “moderato” vero da quello falso. Non possiamo sprecare tempo per perfezionare i metodi per fare questa distinzione. Inoltre, in ultima analisi, queste distinzioni possono perdere ogni significato se anche i “veri” moderati ci nascondono ciò che l’islàm è in realtà, e non per qualche recondito sinistro motivo, ma solo per una umanamente comprensibile ignoranza (specialmente tra i musulmani occidentali di seconda o terza generazione) o per imbarazzo, o per pietà filiale. E alla fine, il “moderato” di ieri si può trasformare improvvisamente nel “fanatico” di oggi, o in quello di domani.
Dobbiamo affidare la nostra sicurezza al sogno consolatorio della frase “musulmano moderato” e al proteiforme concetto che lo sostiene e che si può trasformare in qualcos’altro in un istante?

Hugh Fitzgerald
25 Novembre 2004
Pubblicato originariamente su: http://www.jihadwatch.org/2004/11/hugh-fitzgerald-ten-things-to-think-when-thinking-of-muslim-moderates.html
Tradotto e illustrato da Paolo Mantellini (parte prima e parte seconda)
Hugh Fitzgerald è il Vice Presidente del Consiglio Direttivo di Jihad Watch
Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale.

   

    

Tutto quanto scritto da Hugh Fitzgerald, che riguarda cose che stanno davanti agli occhi di tutti noi, ma che troppi di noi continuano a rifiutarsi di vedere, dovrebbero almeno fornire qualche spunto di riflessione.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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