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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 maggio 2011

LA PRIMAVERA ARABA

Quella che adesso loro vogliono voltare pagina e noi gli dobbiamo dare fiducia.
Quella che loro stanno chiedendo democrazia.
Quella che loro combattono in nome della libertà.
Quella che finalmente sul pianeta si respira una nuova aria.
Quella che il passato è ormai è alle spalle e una nuova era sta sorgendo.
Quella che davvero non si capisce perché Israele si ostini nella sua ottusa diffidenza invece di partecipare al tripudio comune.
Quella.




qui

Mentre le donne protestano così:



E nel frattempo si fa a gara per coprire i criminali che hanno messo in atto il brutale stupro di massa di Lara Logan. E poiché io, a differenza dei mass media, non intendo rendermi complice di un branco di assassini, vi mando a leggere qui.

barbara


29 marzo 2011

AUX ARMES CITOYENS

Perché non c’è scelta. Perché se non vogliamo finire come questa donna non possiamo fare altro che combattere e far sentire alta la nostra voce – e magari riascoltiamola anche dalla splendida voce di questa coraggiosa cantante che, incurante di boicottaggi e indifferente a pressioni, il prossimo 9 aprile andrà a cantare a Tel Aviv.



barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


12 ottobre 2010

E BISOGNERÀ PARLARE DI SARAH

Perché subito no, non potevo, non si può parlare a botta calda di una cosa così, non si può parlare a botta calda di una ragazzina assassinata e stuprata da morta – anche il mostro di Firenze lo faceva, ricordate? – e fatto scempio del suo cadavere e reggere la commedia giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, davvero non si può. Eppure bisogna parlarne. Bisogna parlare di questi mostri, padri nonni zii, che si annidano in famiglia, o nei pressi della famiglia, professori presidi parroci allenatori sportivi capi scout, di questi mostri che vivono in mezzo a noi e che noi ci rifiutiamo ostinatamente di vedere. Bisogna parlare di queste mogli madri sorelle che hanno l’inferno – carnefici e vittime – sotto gli occhi, giorno dopo giorno, e impiegano, giorno dopo giorno, ogni propria energia nell’indefesso impegno a guardare altrove. Bisogna parlare di questi giornalisti che si buttano anima e corpo a frugare ogni angolo della vita dei protagonisti, dalle carezze mancate alle lacrime rifiutate, stando ben attenti a frugare solo là dove niente c’è da scoprire, ma solo chiacchiere vane da buttare in pasto al pubblico e qualche innocuo panno un po’ sporco che qualcuno si è dimenticato di lavare. Bisogna parlarne perché succede ogni giorno, anche se ci piace far finta di credere che succeda solo una volta ogni tanto. Bisogna parlarne perché succede in mezzo a noi, anche se preferiamo raccontarci che è altrove che succede. Bisogna parlarne perché sono milioni le famiglie che sono un inferno senza via di scampo, anche se a noi piace di più la favola della famiglia nido d’amore. Bisogna parlarne perché ogni volta che noi scegliamo il silenzio, un bambino muore. E lo abbiamo sulla coscienza noi.



barbara


11 aprile 2010

YOM HA SHOAH

Oggi, 11 aprile, giorno 27 del mese di Nissan, è Yom ha Shoah, e lo voglio celebrare con le parole di Ugo Volli.

Davar Acher - Yom ha Shoà, il nostro modo di ricordare

Questa sera, nel mondo ebraico, inizia Yom ha Shoà. Non la cerimonia civile europea del Giorno della Memoria, con tutta la sua popolarità pubblica e l’importanza rispetto al sentire comune della società italiana che sappiamo, ma anche con tutte le ambiguità che sono progressivamente emerse negli ultimi anni: paragoni impropri con altre stragi, col trattamento attuale degli immigrati o addirittura con la politica difensiva dello Stato di Israele, dibattiti viziati da volontà propagandistica sul ruolo di soggetti terzi come la Chiesa, un certo generale buonismo che rischia di occultare i meccanismi veri della distruzione dell’ebraismo orientale.
Yom ha Shoà è invece una ricorrenza nostra, una cerimonia che rappresenta forse la prima cellula della elaborazione storico-religiosa della grande tragedia che il nostro popolo deve ancora metabolizzare secondo i tempi lunghi e i modi caratteristici del pensiero ebraico. Una linea di riflessione non banale può essere suggerita dal nome ebraico della ricorrenza, che non è semplicemente Yom ha Shoà, il ricordo del “disastro” che l’Europa ha inferto al nostro popolo con responsabilità differenziate, ma certo non tutte riconducibili alla persona di Adolf Hitler o all’azione del suo partito. La ricorrenza è chiamata in Israele Yom ha Shoà Vegvurà, giornata della sciagura e dell’eroismo (o, se vogliamo risalire un po’ più indietro nell’etimologia, addirittura della forza). Gvurà è un termine che appartiene alla nostra tradizione religiosa, che per esempio compare fra le benedizioni del mattino (“Tu che cingi Israele di eroismo”).
Rispetto all’immagine comune della Shoà, quella per intenderci che si celebra comunemente nel Giorno della Memoria, c’è un’evidente incongruenza. Non potrebbe esserci accostamento più stridente col paradigma della vittima non solo innocente ma quasi inconsapevole che è diventata in Europa la lente dominante dell’interpretazione popolare della Shoà. È chiaro che durante la Shoà ci sono stati degli eroi, nel senso comune del termine, i Giusti delle nazioni, innanzitutto, ma anche i resistenti che si sono ribellati a Varsavia come altrove. Si può notare come costoro, nell’immaginario popolare rappresentato dai film di successo, abbiano di recente preso un’immagine un po’ gaglioffa, da avventurieri o vendicatori da strapazzo. Anche se questa non è certo la verità storica, sappiamo dagli scritti dei sopravvissuti, per esempio di Primo Levi, come l’esperienza della Shoà non sia stata per lo più affatto eroica in questo senso, perché i deportati erano costretti dentro una macchina costruita per umiliarli e toglier loro la dignità prima di ucciderli e certo non in condizione di opporsi con la forza fisica ai loro aguzzini.
Eppure è importante pensare che vi sia stata gvurà nel popolo ebraico perseguitato, vi sia stata cioè la capacità di opporre l’ebraismo alla barbarie. È quel che tante testimonianze riferiscono. È importante farlo per onorare la memoria delle vittime, per restituire loro una faccia e un comportamento ebraico (anche questo vuol dire Iad vashem); ma anche per contrapporsi all’idea che l’ebreo buono sia la vittima, l’agnello sacrificale, come in fondo ci vorrebbe ancora oggi l’Europa civile e progressista, che ci ama come vittime e ci rimprovera oggi di difenderci. La Shoà, come la vediamo noi, è un momento di lutto, ma anche di gvurà, di sciagura e di eroismo. Come tanti altri episodi nella nostra storia, disastri riscattati dalla volontà, dalla capacità, dalla fede necessaria per non lasciarsi abbattere e continuare la nostra strada. Questo dice la nostra memoria storica in formazione e non dobbiamo certo meravigliarci che sia diverso da quel che dice agli europei il loro Giorno della Memoria.

Ugo Volli

Legenda


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Non so se quella che segue sia una storia vera ma, per quello che so di Israele e per quello che so di un buon numero di sopravvissuti, può benissimo esserlo. In ogni caso mi sembra molto adatta a completare la celebrazione di questa ricorrenza nello spirito giusto.

Istantanee - Perach la-nizzol ("Un fiore per il sopravvissuto")


"Stasera ho il 'fiore': non torno per cena", aveva comunicato lapidariamente Itamar alla madre, chiudendo il telefono.
"Fiore?!" fece eco perplessa la madre, ma lui aveva già chiuso la comunicazione. Aveva indossato una divisa stirata; il fiore l'avrebbe portato Noa, una soldatessa bruttina, ma che un po' gli piaceva. Si trovarono sotto l'edificio dove abitava la sopravvissuta dalla Shoah, con cui avevano appuntamento quella sera; l'esercito aveva organizzato incontri tra soldati e sopravvissuti, all'insegna del motto: "un fiore per il sopravvissuto".
La loro sopravvissuta li aveva già bidonati due volte, ma loro non si tiravano indietro.
Mentre salivano le scale, fianco a fianco, i loro occhi si incrociarono imbarazzati: da quando erano nati avevano nelle orecchie il suono delle sirene che commemoravano il giorno della Shoah; avevano letto sui libri di scuola la testimonianza degli orrori più atroci; avevano sentito i discorsi degli insegnanti e del direttore e seguito le interviste alla televisione, ma un sopravvissuto non lo avevano mai affrontato a tu per tu.
Le loro famiglie erano venute dall'Europa prima delle persecuzioni: la famiglia di Itamar si era installata nel primo quartiere ebraico di Tel Aviv, i genitori di Noa si erano incontrati in kibbutz. "…mah! Non so cosa proprio cosa dirle…" fece a bassa voce Noa, come parlando tra sé. Il piccolo grugnito di assenso che le venne dalla parte di Itamar la rincuorò un poco. Itamar era lungo lungo e magro, sembrava proprio un palo del telefono conficcato di fronte alla porta, pensò Noa, prendendo coraggio dal suo impaccio per decidersi a suonare. La sopravvissuta aprì la porta con un sorriso gioviale, recuperò con destrezza il fiore che pendeva malinconicamente dalla mano di Noa e fece accomodare gli ospiti in salotto. Un "salotto polacco" , con pesanti poltrone di velluto color senape col poggiatesta di trine all'uncinetto e fiori di stoffa nei vasi. Alle pareti erano appesi quadri a olio, con boschi, laghetti e cigni; un gatto grasso e rossiccio li sorvegliava dal divano. La sopravvissuta sparì svelta in cucina, riemergendone subito con un vassoio di metallo argentato con i bicchieri per il tè e una torta di cioccolata.
"Osem!" annunciò con una risatina confidenziale, lei non aveva tempo per fare i dolci, li comprava al supermercato - del resto, le torte della "Osem" erano decisamente più buone delle sue… Era piccola e rotondetta, con un viso dorato di cipria e le labbra tinte di rosa vivace. Mentre i due soldati sorbivano il tè, lanciando furtive occhiatine intorno, lei se li guardava ben bene; alla fine del rapido, ma accurato esame, emise un sospiro complice e, alzatasi con slancio dalla poltrona, corse via. La sentirono frugare in un'altra stanza: "Adesso arriva con le foto di famiglia", sussurrò Noa e Itamar annuì in fretta, mettendosi un dito sulle labbra: "Occhio, non è sorda!!", diceva l'indice di Itamar.
Il gatto sbadigliò, accigliato, poi salto giù dal divano e andò incontro alla padrona, mettendosi alle sue calcagna. Lei tornò con due barattolini, si risedette, assestandoseli in grembo, e entrò subito in argomento: "Sei proprio carina - fece, rivolta a Noa - però, la pelle…Hmm! La pelle bisogna curarla di più, con questo clima!"
"…ma io sono nata qui!" - protestò Noa. "E meno male!!" tagliò corto la sopravvissuta, "ma la pelle è una cosa delicatissima! Pensa, una cosa tanto fragile ci difende da quando siamo nati: non bisogna aiutarla un po'?". Si guardò intorno un attimo, in cerca di ispirazione, poi spedì Itamar a dar da mangiare al gatto. Approfittando di essere sole per un momento, spiegò a Noa come curare i foruncoli e come rendere la pelle luminosa. Aveva certe ricette di creme che faceva sua nonna a Cracovia, altro che Helena Rubinstein. Una volta arrivata in Palestina, dopo il lager e dopo il campo a Cipro, aveva subito capito che bisognava aggiornarsi ed era andata a studiare da estetista, era stanca di avere la pelle bruciata dall'aria calda del Paese. "E, poi, sciogliti i capelli, vedrai che figurone fai", disse col tono più naturale del mondo; Noa si rese conto all'istante che non le restava che ubbidire. "Krasavitza! Bellissima!- fece la sopravvissuta gioiosamente - voi due mi chiamate signora Fleiszman, ma il mio nome è Eva: cara bambina, dammi retta". Si chinò in avanti, confidenziale, e spiegò che il suo problema era la pelle troppo bianca: "Ce l'avevano tutte le donne di famiglia, mia madre e sei sorelle…: in Polonia era una gran bella cosa, ma, quando sono arrivata qui, mi chiamavano "faccia da morta", "saponetta", ma per il bucato, capisci?".
"Saponetta?", fece Noa, non troppo sicura di aver capito. "Be', 'saponetta' erano tutti i reduci dai campi di concentramento agli occhi degli ebrei di qui, ma…'saponetta da bucato' ero solo io: un bel guaio!", spiegò Eva e fece un piccolo gesto con la mano: "Così va la vita, bambina mia, ognuno è affezionato a quello che conosce, mica bisogna prendersela…Quando verrà il Messia, capiremo anche questo. Io, lo vedi?, metto la cipria scura così questo biancore lo vedo solo io, al mattino, e sai che? Sono contenta della mia pelle di latte - l'orgoglio delle donne di casa mia, in Polonia, però".
Tornò Itamar, scortato dal gatto che miagolava penosamente : "Gli ho dato da mangiare, come mi aveva detto lei, ma mi sembra scontento", osservò , un po' avvilito, perché gli piaceva il diversivo del gatto per rompere il ghiaccio della Shoah.
"Ah, Mitzi! Che gatto simpatico! – esclamò Eva - è come gli uomini, quando stanno bene, si lamentano! Non ci fare caso… Quando stavamo laggiù , chi si lamentava? Eravamo troppo occupati con tutte le tzures, chi aveva la forza di lamentarsi?" e, indirizzandosi in particolare a Noa, enunciò: "Mio marito - di benedetta memoria - cominciava la giornata così: Eva?! Perché non hai ancora acceso la stufa: si gela! Eva?!, Il gatto miagola che mi ha fatto diventare sordo, ma gli darai da mangiare una buona volta? Eva dove sei? …Già fuori a spettegolare con la vicina - e io son qua che muoio di fame… Eva! Accidenti a te! Fatti vedere almeno, così dico 'buongiorno' alla mia disgrazia…".
Di fronte alla faccia dei due ospiti, la signora Fleiszman si sentì in dovere di aggiungere: "Vediamo di capirci, ragazzi. Ho incontrato mio marito nel campo a Cipro, era lo stesso Dov Baer che mi faceva il filo, quando eravamo ragazzini a Cracovia, un miracolo! Il nostro è stato un matrimonio proprio d'amore, abbiamo fatto tre splendidi figli insieme, e ci siamo adorati sino all'ultimo, quando il mio Dov è morto schiacciato da un torpedone - riposi in pace! Ma la vita è la vita e gli uomini son fatti così".
Poi fece vedere le foto dei tre splendidi, che avevano studiato tutti all'università, e della relativa prole. Fuori era già buio: "Ragazzi - disse la signora Fleiszman - è ora che torniate alla base. Della Shoah avete già sentito parlare abbastanza a scuola, ma… è sulla vita che avete ancora un po' da imparare. Per conto mio, io adesso devo andare: vado a spiegare come curare la pelle alle donne del 'rifugio per le mogli picchiate', e mi sa che ne hanno bisogno". Mentre li accompagnava alla porta, tese a Noa il sacchetto di plastica con i barattoli di crema: "La pelle è proprio un miracolo, così delicata e così forte. Ricordati! … e dalle una mano a proteggerti, perché da quando sei viva ti porti dietro un miracolo - e magari te lo scordi".
Già mentre scendevano le scale, Itamar si accorse che Noa gli sembrava proprio carina.

Marina Arbib

                                                       

Ecco, è una bella storia, è una storia bella, a me è piaciuta e la voglio regalare anche a voi.
(Poi, certo, occorre ricordare che al mondo c’è anche tanta brutta gente, rinnegati e traditori come questa qui, che tradisce il proprio Paese e ne mette a repentaglio la sicurezza per aiutare questa gente qua, che condivide la stessa cultura di questi altri qui. Mah …


barbara


15 marzo 2010

QUEGLI STERMINI CHE NON SUSCITANO PROTESTE

PAKISTAN 12 ANNI CRISTIANA violentata, torturata e uccisa. Il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.

Dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano


nella FOTO: il corpo senza vita della giovanetta Shazia Bashir

ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La violenza contro i cristiani in Pakistan non risparmia neanche i bambini. Shazia Bashir, di 12 anni, è stata infatti torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano di Lahore.
La ragazzina, riferisce l'agenzia Fides, era nata in una famiglia cattolica molto povera e lavorava da otto mesi come domestica in casa dell'avvocato Chaudry Muhammad Neem. Il 22 gennaio è stata picchiata, violentata e assassinata.
Al suo funerale, svoltosi questo lunedì a Lahore, hanno partecipato migliaia di persone, tra cui i Vescovi cristiani di tutte le confessioni. Anche molti musulmani hanno espresso solidarietà per l'accaduto.
Quello di cui è stata vittima Shazia è solo “uno dei tanti episodi di maltrattamenti e sevizie che i cristiani subiscono – specie quelli più poveri – quando sono impiegati come lavoratori (per servizi spesso molto umili) nelle case di musulmani”, ricorda Fides.
La ragazzina riceveva 1.000 rupie al mese (circa 12 dollari statunitensi) per aiutare la famiglia, composta dai genitori, due sorelle sposate e un fratellino di otto anni.
I genitori hanno raccontato che da giorni non era loro permesso di vedere la figlia. Dopo molte richieste, è stata restituita con segni evidenti di violenze e torture. E' stata immediatamente portata all’ospedale Jinnah di Lahore, ma i medici non hanno potuto fare nulla per salvarla.
L’avvocato ha cercato di comprare il silenzio dei genitori, offrendo 20.000 rupie (circa 250 dollari), ma loro hanno denunciato la vicenda.
In un primo momento la polizia non voleva registrare l’accaduto, ma le proteste dei cristiani hanno portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica.
Il Presidente del Pakistan, Ali Zardari, ha stanziato un risarcimento di 500.000 rupie (circa 6.000 dollari) per la famiglia di Shazia, mentre il Ministro per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti, ha assicurato che “i colpevoli saranno condotti dinanzi alla giustizia”.


Situazione insostenibile”

Francis Mehboob Sada, cattolico, Direttore del Christian Study Center di Rawalpindi, ha dichiarato a Fides che “il tragico caso di Shazia non sarà l’ultimo. E’ molto triste. La ragazza è stata torturata e uccisa senza alcun motivo”.
“Era giovane, debole, e cristiana, dunque una vittima perfetta. Proviamo sdegno per una situazione che è insostenibile”, ha aggiunto.
Il Christian Study Center è un luogo ecumenico di documentazione, studio e riflessione, molto apprezzato per la sua opera di monitoraggio e informazione sulla condizione dei cristiani in Pakistan.
“I cristiani sono perseguitati e non sono trattati come gli altri cittadini. Siamo discriminati. Nella società i cristiani, specialmente delle famiglie povere, subiscono ogni forma di violenza e vessazioni. Abbiamo documentato una sequela di casi che lo testimoniano. La polizia e il Governo non fanno molto per proteggerci e spesso molti casi finiscono con l’impunità”, ha denunciato.
Secondo Mehboob Sada, ultimamente “i cristiani hanno rischiato la pulizia etnica” e vivono “tempi di insicurezza e precarietà”.
“I colpevoli si conoscono – ammette –: sono i militanti di un’organizzazione estremista già bandita dal Governo”.
La vicenda di Shazia è stata condannata anche dalla Commissione Nazionale per i Diritti umani e da altre organizzazioni attive nella società civile, mentre alcune associazioni di avvocati hanno difeso Chaudry Muhammad Neem.

Chi continua a rifiutarsi di credere che dopo il sabato viene la domenica, farebbe molto meglio a ricordarsene, invece.

barbara


29 settembre 2009

NO IO SUL SERIO QUESTA COSA QUI NON LA CAPISCO MICA

Cioè, dite che è un genio? Ok, è un genio, io ho visto solo Chinatown e non ho nessun problema a riconoscere che è un capolavoro. Dite che sono passati più di trent’anni e lui è cambiato? E questo non lo so, il tempo passato di per sé non sono tanto convinta che sia un argomento – che sarebbe come dire, dal momento che sei riuscito a mettercelo in quel posto per tutto questo tempo allora ti meriti un bel premio alla carriera – e se sia cambiato davvero non so: generalmente uno che cambia magari si rende conto che drogare e stuprare una tredicenne non è proprio proprio tanto una bella cosa, e non mi pare che abbia fatto molto per mostrare di essersene reso conto, ma diamo pure per buono che sia cambiato. Dite che uno che ha passato una parte dell’infanzia in un ghetto e ha perso la madre ad Auschwitz ha avuto la vita talmente segnata da meritare qualche attenuante? Non so, ma facciamo finta di dare per buona anche questa. Ma quello che davvero non arrivo a capire è: perché un sacco di “personalità”, donne comprese, si mobilitano in difesa di uno che a quarant’anni suonati ha stuprato una bambina di tredici? Che cazzo ha a che fare il possedere doti artistiche con lo stupro di una bambina? Se ad essere stuprate da un ultraquarantenne fossero state le figlie di questi emeriti pezzi di merda, sarebbero pronti a chiudere un occhio perché eh, cazzo, quello che ha stuprato mia figlia è un genio, mica un troglodita, un grande regista, mica un calzolaio, un artista eccelso, mica un manovale! Ma andate tutti affanculo, va’. E naturalmente, cari artisti mobilitati per la Grande E Nobile Causa, naturalmente non mi auguro che vengano violentate le vostre figlie, questo davvero no, ma un gran cazzo in culo a tutti voi, quello sì che ve lo auguro, e con tutto il cuore, credetemi.

E poi naturalmente lui, e poi
MEMENTO: +29.

barbara


8 marzo 2009

PUÒ ESSERE UTILE

Ho trovato questa cosa tempo fa in internet. Non so se la fonte sia realmente quella dichiarata, ma i suggerimenti mi sembrano sensati e utili, e perciò ve li propongo.

Un gruppo di violentatori in prigione è stato intervistato per sapere ciò che cercano in una potenziale vittima. Ecco qui alcuni elementi interessanti:

1) La prima cosa che i violentatori notano in una potenziale vittima è la pettinatura. E' più probabile che attacchino una donna con una pettinatura tipo coda di cavallo, trecce o qualunque altra pettinatura che si possa strattonare facilmente. E' probabile anche che attacchino donne con i capelli lunghi. Donne con i capelli corti non sono vittime usuali.

2) La seconda cosa che essi notano è l'abbigliamento. Osservano le donne che vestono abiti che si possano togliere o eliminare rapidamente. E' solito anche che attacchino donne che parlano al telefono o che stanno facendo altre cose mentre camminano: questo indica che sono disattente e disarmate e possono essere facilmente attaccate.

3) Le ore del giorno in cui i violentatori attaccano maggiormente le donne è a prima mattina, tra le 5:00 e le 8:30, e dopo le 22:30

4) Questi uomini attaccano in modo e in luoghi in cui possano portare la donna rapidamente in altri luoghi, dove non si debbano preoccupare di essere visti o arrestati. Se Lei tenta qualunque reazione alla lotta, i violentatori solitamente desistono approssimativamente in due minuti: credono che non ne valga la pena, che è una perdita di tempo.

5) Hanno dichiarato che non attaccano donne che portino con loro ombrelli o altri oggetti che possano essere usati come arma a una certa distanza (le chiavi non li intimidiscono perché per essere usate come armi, la vittima deve far avvicinare molto l'aggressore).

6) Donna, se qualcuno ti seguisse in una strada, vicolo o garage, o se stessi con qualcuno con fare sospetto in un ascensore o in una scala, guardalo direttamente in faccia e chiedigli qualcosa, tipo 'Che ore sono?'. Se fosse un violentatore, avrà paura di essere successivamente identificato e perderà l'interesse di averla come vittima. L'idea è convincerlo che non vale la pena scegliere te.

7) Se qualcuno si presenta improvvisamente e ti afferra, grida! La maggior parte dei violentatori ha detto che lascerebbe andare una donna che grida o che non avesse paura di lottare con lui. Ripeto: Essi cercano la VITTIMA FACILE. Se gridi, potrai mantenerlo a distanza ed è probabile che scappi.

8) Stai sempre attenta a quello che succede dietro di te. Nel caso in cui percepisci qualsiasi comportamento strano, non lo ignorare. Segui il tuo istinto. E' meglio scoprire che ti sei sbagliata e prenderti solo paura al momento, ma hai la certezza che sarebbe stato molto peggio se il soggetto ti avesse attaccato realmente.

9) In qualunque situazione di pericolo, nel caso in cui tu debba gridare, grida sempre 'AL FUOCO! AL FUOCO!' e molte persone arriveranno (curiosi). Nel caso in cui gridassi AIUTO!, la maggior parte delle persone si asterrebbero per paura.

Di mio aggiungo ancora una cosa: donne, ragazze, non abbiate paura di fare la figura di “quella che se la tira”: se vi propone di accompagnarvi qualcuno che d’istinto, a naso, a pelle non vi ispira fiducia, rifiutate. Meglio rischiare di essere considerata una stronzetta con la puzza al naso che se la tira piuttosto che rischiare di finire come troppe donne finiscono.

Mi sembra la cosa più adatta da postare oggi: di “festeggiare” davvero non ho alcuna voglia, non solo perché sto malissimo ma anche, o meglio soprattutto, perché non ci tengo minimamente ad essere festeggiata un giorno e offesa per gli altri 364: io voglio essere rispettata 365 giorni all’anno, punto e basta. Sto ancora aspettando, per dirne una, le scuse di quello che là sotto ha avuto l’improntitudine di accusarmi di “mettere i manifesti di solidarietà per gli stupratori di pura razza italiana”, e mi sa che dovrò aspettare fino al giorno del giudizio. Per non parlare di quello che più di un anno fa mi ha scaraventata nella vasca del fango, e ancora non sembra dare segni di resipiscenza – e pensare che l’avevo creduto un amico.
Chi volesse comunque celebrare la ricorrenza può andarsi a rileggere questo.


barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/3/2009 alle 2:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


25 febbraio 2009

ULTIME DA NAPOLI

Mi riferisco al bambino di dodici anni attirato con un pretesto e poi stuprato. Hanno trovato lo stupratore. Che per inciso è un operaio, per la precisione un addetto alla pulizia delle fogne, e immagino che con l’attenuante di una condizione sociale così miserabile, per qualcuno che gira da queste parti il soggetto sia meritevole di ogni riguardo – ma non è di questo che voglio parlare. La notizia su cui voglio soffermare l’attenzione è che il tipo tempo fa era stato arrestato per violenze su una bambina, ma il GIP non aveva confermato l’incidente probatorio, e quindi era tornato in libertà. La mia domanda è: sono troppo cattiva se propongo di prendere il signor GIP, appenderlo per i coglioni, e lasciarlo lì fino a quando gli avvoltoi non ne abbiano lucidato per bene le ossa?
NOTA: prima di rispondere, guardate bene negli occhi i vostri bambini.

barbara


2 febbraio 2009

MA NON CHIAMATELA VIOLENZA SESSUALE

Perché le cose hanno un nome, e i nomi hanno un significato. O almeno dovrebbero averlo. E usare le parole a sproposito non porta mai niente di buono: chiamare il cancro “male incurabile”, per esempio, non è il modo migliore per affrontarlo; meno che mai per guarirlo.
Violenza sessuale, dunque. Un’espressione di questo tipo potrebbe far pensare a un incontenibile desiderio sessuale che, nell’indisponibilità della persona oggetto del desiderio stesso a soddisfarlo spontaneamente, viene soddisfatto con modalità violente. Ma il fatto è che in natura non esistono desideri sessuali incontenibili: se esistessero, ne sarebbero in primo luogo titolari gli animali, fra i quali invece non avviene accoppiamento se la femmina non è consenziente. O potrebbe forse ricondurre a uno straripante impulso sessuale da soddisfare qui e ora, in qualunque modo possibile. In realtà neanche di questo si tratta, ché per soddisfare un impulso sessuale esistono sempre mezzi e modi che non implicano alcuna violenza su chicchessia, anche in mancanza di partner disponibile. E dunque non di violenza sessuale si tratta, bensì di violenza nuda e cruda. Violenza senza aggettivi. Violenza che col sesso ha a che fare quanto il lancio di un motorino dagli spalti di uno stadio ha a che fare con lo sport, o l’incendio di una sinagoga con la difesa dei diritti umani, cioè zero. Violenza e basta, dunque. Violenza il cui fine è unicamente quello di soddisfare il desiderio di fare del male. Violenza che per esplicarsi sceglie i soggetti più deboli – non risulta sia mai accaduto che vittima di un tentativo di stupro sia stata una campionessa di body building, o uno scaricatore di porto – donne, dunque, prevalentemente, a volte anche vecchie, ottantenni, novantenni, bambini, persone handicappate. Colpite, perché la violenza raggiunga il massimo effetto, nella parte più delicata, sensibile, vulnerabile del corpo – e non a caso una delle torture più gettonate presso tutti i regimi è l’applicazione di elettrodi agli organi genitali. E chiariamo anche un ultimo equivoco: a provocare l’orgasmo finale non è lo strofinamento di genitali su genitali, ma unicamente la consapevolezza di star provocando una infinita sofferenza. Una sofferenza che non si ferma all’esterno del corpo ma penetra all’interno. E vi lascia il marchio del proprio imbrattamento. E l’umiliazione. E la vergogna. E il ricordo, che più niente al mondo potrà cancellare.
E dunque, per favore, non chiamatela violenza sessuale, perché quello del sesso è un alibi che non siamo più disposte ad offrire ai nostri stupratori. E che non offriremo mai più.

barbara


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10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara


10 ottobre 2008

NON MI MUOVO, NON URLO, SONO SENZA VOCE

Un vecchio documento …

C'è una radio che suona. Ma solo dopo un po' la sento. Solo dopo un po' mi rendo conto che qualcuno canta. Sì, è una radio. Musica leggera: amore cielo stelle cuore dolore amore …
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena, come se chi mi sta dietro tenesse l'altro appoggiato per terra.
Con le mani tiene le mie, forte, girandomele all'incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce ... la parola.
Dio che confusione!
Come sono salita su questo camioncino? Ci sono venuta da sola, muovendo le gambe una dopo l'altra dietro la loro spinta, o mi hanno caricata loro sollevandomi di peso? Non lo so.
È il cuore che mi batte così forte contro le costole ad impedirmi di ragionare. E il dolore alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la torcono tanto?
Io non tento nessun movimento. Sono come ... congelata.
Ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S'è messo più comodo ... s'è seduto, e mi tiene tra le sue gambe, da di dietro, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini ...
L'unica immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringe tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce ...
Perché la musica? Perché ora l'hanno abbassata? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo.
Non c'è molta luce, neanche molto spazio, forse è per quello che mi tengono semidistesa.
Li sento calmi. Sicurissimi. Si stanno accendendo una sigaretta. Ma cos'è? Fumano? Adesso? E perché mi tengono così? Sta per succedere qualche cosa ... lo sento ...
Respiro fondo, due, tre volte. No, non mi snebbio, non capisco, ho solo paura. Ho il cuore che mi esce.
Ora uno si muove, mi si avvicina, un altro si siede sul lato sinistro, il terzo si accuccia alla mia destra. Vedo il rosso delle sigarette, stanno aspirando fortemente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa ... lo sento.
Il primo che si era mosso mi si mette in ginocchio tra le gambe, me le divarica. È un movimento preciso che pare concordato con quello che mi sta dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra le mie gambe aperte per tenermele ferme.
Io ho i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento così a disagio ... peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae un qualcosa che subito non riesco ad individuare ... è un calore, prima tenue, poi più forte, sempre più forte, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore ...
Le sigarette! ... le sigarette sopra il golf, fino ad arrivare alla pelle.
Io non so cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni.
Io non riesco a fare niente, né gridare, né piangere. Mi sento come proiettata fuori, affacciata ad una finestra e costretta a guardare qualcosa di orribile.
Una sigaretta dietro l'altra, una sigaretta dietro l'altra ...
Il puzzo della lana bruciata deve disturbarli; con una lametta mi tagliano il golf davanti, per il lungo, mi tagliano anche il reggiseno. Mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventuno centimetri.
Quello che mi sta inginocchiato tra le gambe ora mi prende i seni a piene mani; le sento gelide sulle bruciature.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, lo sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora tutti si danno da fare per spogliarmi. Una scarpa sola, una gamba sola.
Adesso uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, mi concentro sulle parole delle canzoni.
"Muoviti puttana, devi farmi godere".
Non voglio capire niente. Non so più nessuna parola, non conosco nessuna lingua. Sono come di pietra.
Una sigaretta dietro l'altra. "Muoviti puttana, devi farmi godere". È il turno del secondo. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. "Muoviti puttana, devi farmi godere".
Il sangue mi cola dalle guance fin sulle orecchie. Ora è il turno del terzo. E' orribile sentirti godere dentro delle bestie orrende.
"Sto morendo - riesco a dire - soffro di cuore. Fatemi scendere".
Ci credono, non ci credono ... "Facciamola scendere ... no ... sì ..."
Vola un ceffone tra di loro, poi, lentamente, mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, fino a spegnerla.
Ecco, io ... io, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Sento che mi stanno rivestendo. Io servo a poco. Quello che mi teneva alle spalle mi riveste con movimenti precisi, come fossi un bambino. Si lamenta perché è l'unico che non abbia fatto ... che non si sia aperto i pantaloni. Non sa come metterla con il mio golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni, alza la cerniera, mi mette la giacca ... spacca i miei occhiali.
Il camioncino ferma giusto il tempo per farmi scendere ... e se ne va ...
Mi tengo la giacca chiusa sui seni nudi. È quasi scuro. Dove sono? Piante, verde, prati. Sono al parco. Mi sento male, nel senso che mi sento svenire ... non solo per il dolore fisico, ma per lo schifo .. per la rabbia ... per l'umiliazione ... per le mille sputate che mi sono presa nel cervello ... per lo sperma che mi sento uscire.
Appoggio la testa ad un albero ... mi fanno male anche i capelli. Certo, me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia ... è sporca di sangue. Alzo il bavero della giacca e cammino. Non so dove sbattere, non so dove andare. Cammino, non so per quanto tempo. Poi, senza accorgermi, mi trovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro della casa di fronte ... guardo quel portone, vedo la gente che va e che viene ... poliziotti in borghese, poliziotti in divisa ...
Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso alle loro domande. Penso alle loro facce ... ai loro mezzi sorrisi ...
Penso e ci ripenso.
Poi mi decido.
Torno a casa.
Li denuncerò domani.

Franca Rame



… per ricordare ciò che centinaia di migliaia di donne nel mondo ogni giorno devono subire. Per ricordare che non tutte ne escono vive. Per ricordare che solo a una sparuta minoranza di privilegiate è data la facoltà di denunciare. Per ricordare che a milioni di donne nel mondo non è neppure concesso, dopo un’esperienza come questa, di scrivere una testimonianza come questa, perché la famiglia provvede a “lavare l’onore” togliendole di mezzo prima che abbiano avuto il tempo di farlo. Per ricordare un marchio che troppe donne devono portare nella carne e nell’anima, e troppo poco ancora si fa per difenderle e per rendere loro giustizia.

barbara


NOTA per chi è troppo giovane per ricordare: questo NON è un pezzo teatrale, questo è il racconto di ciò che le è REALMENTE capitato!


14 dicembre 2007

TI STUPRANO? CAZZI TUOI

E si perdoni ciò che può apparire un volgare gioco di parole. E purtroppo non lo è.

"Io, violentata nel paradiso dei turisti"
Il dramma di un'italiana alle Maldive


ROMA - Ultima notte di quiete nel paradiso dei turisti tra spiagge bianche, acque limpide e barriere coralline. Poi all'improvviso la violenza. "Sento ancora le sue mani addosso, il cuscino premuto sulla bocca fino a togliermi il fiato per non farmi gridare, mentre quell'uomo mi schiaccia, mi imprigiona col suo peso e mi stupra".
Per una giovane architetta bolognese in vacanza in barca alle Maldive con un gruppo di dieci subacquei il sogno pagato 1300 euro con un biglietto last minute si è trasformato in un inferno. Violentata da un marinaio dell'equipaggio, trattata come una che "ha avuto un brutto sogno", guardata con "indifferenza dalla polizia di Malé tanto lì la violenza contro le donne non è neppure considerato un reato".
Elena, nome, città e mestiere di fantasia per proteggere chi ha già subito troppo, parla con tono pacato ma la rabbia è profonda come la ferita di chi ha subito una doppia violenza. E si sente trattato come una cosa, come un oggetto neppure degno di essere protetto dalla legge, che punisce i ladri ma non gli stupratori. "La violenza mi poteva capitare ovunque, a Milano come a Roma, ma almeno da noi è reato". Un delitto contro la persona dal '96, prima era solo contro la pubblica morale.
Parla, racconta, rivive cercando di mettere una barriera di distacco, senza enfasi, con la lucidità di chi vuole giustizia. Con la concretezza di chi è abituato a girare il mondo, di chi ha viaggiato dall'Africa all'oriente, conosce mondi e tradizioni diverse e non metterebbe mai in imbarazzo chi ha culture opposte. "Tanto che sapendo di essere in un paese musulmano non stavo in costume anche perché facendo quattro immersioni al giorno si viveva praticamente con la muta", dice. Quasi ci fosse bisogno di sottolineare che lei non ha messo in tentazione nessuno, che non cercava avventure. Come se dovesse giustificarsi per aver subito violenza.
"Siamo partiti a fine novembre, ci siamo ritrovati a Malé con la comitiva italiana, tutti appassionati di fondali, e il giorno dopo siamo partiti per la crociera". Ogni giorno un atollo diverso, una barriera nuova accompagnati dal doney, la piccola imbarcazione per le gite con le bombole, oltre alla barca dove dormivano turisti e nove persone di equipaggio.
Una settimana da sogno. Poi la violenza. "Quella notte l'equipaggio maldiviano deve aver bevuto, non ci sono abituati. Verso le quattro di notte mi sveglio, c'è qualcuno nella mia stanza, mi si getta addosso mi preme il cuscino sulla faccia mi violenta senza che riesca a gridare. Quando ce la faccio a divincolarmi scappa nel buio e io finalmente chiamo aiuto".
Accorrono gli altri turisti, ma l'atteggiamento del capitano è ambiguo. "Mi dice: è stato solo un brutto sogno, però si scusa a nome dell'equipaggio e mi chiede di non chiamare la polizia". Ma Elena ha già parlato col console italiano che le ha consigliato di fare la denuncia e con un carabiniere che era in barca si fa portare dalla police a Malè. "Raccolgono la mia versione, mi dicono che tanto lì non c'è una legge per la violenza alle donne, ma io non mi fermo. Voglio giustizia, voglio che tutti sappiano come sono le leggi in certi paesi, cosa può accadere se un tour operator organizza le cose in modo superficiale". (Caterina Pasolini, la Repubblica 14 dicembre 2007)

Grazie al Coon per la segnalazione.


barbara

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