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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 agosto 2010

IL LIBRAIO DI KABUL

Potete bruciare i miei libri, potete rendermi la vita difficile, potete anche uccidermi, ma non riuscirete mai a cancellare la storia dell’Afghanistan.

abababab

È un uomo colto, il libraio di Kabul, che per quasi un anno accoglie nella propria casa, insieme alla numerosa famiglia, la giovane giornalista norvegese Åsne Seierstad, offrendole così un’esauriente visione dall’interno dell’Afghanistan post-talebano. È colto, intelligente, aperto, liberale, ha viaggiato, visto, imparato... e tuttavia è davvero difficile provare simpatia per questo despota intransigente, per questo tiranno spietato, per questo padrone assoluto della vita delle sue mogli (una delle quali appena adolescente, e lui potrebbe esserle nonno), dei suoi figli, fratelli, nipoti, e persino della vecchia madre. E se la figlia di un uomo come questo, scolarizzata, così padrona della lingua inglese – al pari di altri familiari, del resto – da poter comunicare direttamente con la giornalista ospite senza bisogno di intermediari, non è neppure in grado di chiedersi se ami o no un certo ragazzo, tanto è assuefatta all’idea di non avere diritto a una propria opinione, quali saranno, viene da chiedersi, le condizioni di vita delle figlie di genitori analfabeti nei villaggi lontano dalle città? Se persone istruite, religiose ma non fanatiche, trovano giusto che una ragazza venga selvaggiamente frustata per essersi fermata a parlare con un ragazzo per strada, quale sarà il comportamento dei fanatici “veri”? Se il figlio di un uomo istruito, a dodici anni deve sgobbare dodici ore al giorno per fare soldi per il padre e non gli è consentito di andare a scuola, come vivranno gli altri?
Ogni volta che si legge un nuovo libro sull’Afghanistan si resta terribilmente sconvolti dalla realtà che si va scoprendo, e ogni volta, di fronte all’orrore infinito che si apre davanti ai nostri occhi (approfittare della fame di una mendicante bambina, per esempio, per scoparsela di santa ragione. E poi offrirla generosamente agli amici) viene da pensare: “Adesso ho visto proprio tutto”. Salvo essere smentiti al libro successivo.

Åsne Seierstad, Il libraio di Kabul, BUR



barbara


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara


26 novembre 2007

GIÙ I VELI!

Ho portato dieci anni il velo. Era il velo o la morte. So di cosa parlo.
Dopo il disastro storico del 1979, l'islam e le sue derive occupano un posto eminente nel sistema educativo in Iran. Il sistema educativo nel suo insieme è radicalmente islamizzato. Le sure del Corano e le sue esegesi, gli hadìth, la shari'a, i dogmi islamici, la morale islamica, i doveri islamici, l'ideologia islamica, la società islamica, la visione del mondo islamica sono altrettanti soggetti inesauribili, tutti obbligatori dalla scuola elementare fino all'università, quali che siano le specializzazioni. «A che serve la scienza se non è al servizio dell'islam!» è lo slogan scandito durante l'anno. Da buona allieva, ci fu un tempo in cui avrei potuto diventare imam o ayatollah se, in queste materie, ci fosse stato posto per le donne.
Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita.
Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. Avrei meritato, come qualsiasi essere umano, di essere nata in un Paese democratico, non ho avuto questa fortuna, allora sono nata ribelle.

Presso i musulmani, una ragazza, dalla sua nascita, è un'onta da nascondere poiché non è un figlio maschio. Essa è in sé l'insufficienza, l'impotenza, l'inferiorità... Essa è il potenziale oggetto del reato. Ogni tentativo di atto sessuale da parte dell'uomo prima del matrimonio è colpa sua. Essa è l'oggetto potenziale dello stupro, del peccato, dell'incesto e anche del furto dal momento che gli uomini possono rubarle il pudore con un semplice sguardo. In breve, essa è la colpevolezza in persona, giacché essa crea il desiderio, esso stesso colpevole, nell'uomo. Una ragazza è una minaccia permanente per i dogmi e la morale islamici. Essa è l'oggetto potenziale del crimine, sgozzata dal padre o dai fratelli per lavare l'onore macchiato. Perché l'onore degli uomini musulmani si lava con il sangue delle ragazze! Chi non ha udito delle donne urlare la loro disperazione nella sala parto dove hanno appena messo al mondo una figlia invece del figlio desiderato, chi non ha sentito alcune di loro supplicare, invocare la morte sulla loro figlia o su loro stesse, chi non ha visto la disperazione di una madre che ha appena messo al mondo la sua simile, che le rinfaccerà le sue proprie sofferenze, chi non ha sentito delle madri dire: «Gettatela nella pattumiera, soffocatela se è femmina», per paura di essere pestate o ripudiate, non può comprendere l'umiliazione di essere donna nei Paesi musulmani.

Nei Paesi musulmani, malgrado il velo delle donne, lo stupro e la prostituzione fanno danni. La pedofilia è molto diffusa perché, se la relazione sessuale, non coniugale, tra due adulti consenzienti è proibita e severamente punita dalle leggi islamiche, nessuna legge protegge i bambini. Ci sono abbastanza bambini abbandonati a se stessi, in questi Paesi, per fare le spese degli impellenti bisogni sessuali degli uomini.

“Giù i veli!” è un libretto smilzo ma ricco: ricco di informazioni, ricco di riflessioni, ricco di esperienza dall’altra parte: da dietro il velo; scritto in una prosa asciutta, a tratti anche aspra, perché aspra è la realtà di cui si occupa. Ed è anche un duro e severissimo atto d’accusa nei confronti di certi intellettuali occidentali che insistono, firmano, presentano petizioni, che parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto, che non smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri, pronti a tutto per avere il loro nome in fondo a un articolo di giornale.
E adesso che ve l’ho detto, andate a comprarlo e sbrigatevi a leggerlo.

Chahdortt Djavann, Giù i veli!, Lindau



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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