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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


22 marzo 2011

E SONO PASSATA DI EMOZIONE IN EMOZIONE (2)

La Mole eccetera

Mi sto innamorando di Torino, mi sa. È stata la seconda tappa del mio vagabondaggio, e ancora una volta sono stata catturata dal fascino discreto di questa nobile città. Dove, mi è stato detto, dovevo assolutamente visitare la Mole, e il museo del cinema in essa ospitato, cosa che, da quella bimba diligente che sono, ho prontamente fatto.
La Mole, come immagino tutti sappiano, era stata in origine progettata come sinagoga – come si può tuttora verificare dalle decorazioni del pavimento -



quando Carlo Alberto aveva concesso la libertà di culto alle religioni non cattoliche, solo che ad un certo momento sono finiti i soldi (no, un momento, come sarebbe che sono finiti i soldi? Gli ebrei non sono tutti mostruosamente ricchi? Non controllano l’intera finanza mondiale l’intero mercato mondiale l’intera economia mondiale l’industria le banche la borsa eccetera eccetera? E allora che storia sarebbe che finiscono i soldi? Boh) – soprattutto per colpa dell’architetto Antonelli che in un folle attacco di megalomania aveva pesantemente deviato dal progetto iniziale, provocando un insostenibile aumento dei costi - e hanno ceduto il monumento incompleto alla città.
Il museo del cinema è una cosa davvero emozionante, dalla preistoria, con le immagini in movimento, le scatole con le lenti in cui vedere le immagini in prospettiva, i marchingegni che fabbricano gli effetti speciali, gli esperimenti di ogni sorta, e poi tutti i macchinari, le prime gigantesche macchine per la proiezione con le pellicole che fanno un miliardo di giri prima di infilarsi, e il separé in velluto rosso con un letto rotondo in velluto rosso e cuscini in velluto rosso su cui mi sono distesa per capire a cosa servisse e mi sono ritrovata a contemplare proiettata sul soffitto una mastodontica trombata di Ultimo tango a Parigi, e le bottiglie e gli alambicchi e le foto di tutti gli attori di tutte le epoche e gli spazi ricostruiti e le chaise longue del salone centrale da cui seguire in contemporanea due maxischermi con film d’epoca e vedere lo splendore della cupola



- e peccato che da questa distanza non si possano vedere i meravigliosi intarsi del legno – e i film muti e i film in bianco e nero e i costumi e lo stanzino in cui si diventa fosforescenti e lo schermo in cui si vedono i visitatori anche se poi, fotografandomi, sono diventata questa specie di ectoplasma



e la galleria a spirale tutto intorno al salone centrale



(peccato che non fosse accessibile perché vi era una mostra in allestimento) e la vista mozzafiato dall’alto dopo trequarti d’ora di coda per accedere all’ascensore però ne valeva la pena, oh se ne valeva la pena.

E poi Lieberman, ministro degli esteri israeliano in missione diplomatica, che le oche starnazzanti continuano a definire uomo di estrema destra, fanatico, estremista, fascista e chi più ne ha più ne metta, ma naturalmente tutto ciò è assolutamente falso, come sempre lo sono le affermazioni delle oche starnazzanti (io a dire la verità non sarei stata fra gli aventi diritto ad accedere, ma con i miei potentissimi mezzi ho potuto farlo lo stesso). Non sono invece andata – per mia scelta, anche se si è trattato di una scelta praticamente obbligata – a un secondo incontro nel quale, a quanto mi è stato riferito, sembrerebbe avere ripreso quanto scritto da Emanuel e da me. Il che significa che o il ministro ci copia, oppure le nostre considerazioni sono condivise dall’alta diplomazia. Peccato solo che, come troppo spesso succede in queste circostanze, coloro che avrebbero dovuto unicamente presentare il ministro sono andati avanti talmente a lungo a sbrodolarsi di parole, che poi il ministro è stato costretto a tagliare il suo discorso perché di tempo non ce n’era più. Certo, come già detto nel post precedente, non si può avere tutto dalla vita, ma in questo caso la cosa appare decisamente più sgradevole. Ma voglio concludere questo scritto con un appunto personale fatto da Lieberman: nato in Russia, immigrato in Israele all’età di vent’anni, per guadagnarsi da vivere ha iniziato a lavorare come facchino all’aeroporto; oggi, a poco più di cinquant’anni, è ministro degli esteri. E una cosa simile non accade in nessun’altra parte del mondo, neppure negli Stati Uniti. Anche in questo, come in mille altre cose, Israele è davvero qualcosa di unico.

barbara


18 marzo 2011

E SONO PASSATA DI EMOZIONE IN EMOZIONE (1)

I tesori

La prima tappa del mio vagabondaggio è stata Milano, dove ho ritrovato visi amici e incontrato visi nuovi. Fra cui il delizioso tassista che mi ha portata a destinazione, con cui ho fatto una lunga e piacevolissima chiacchierata e ci siamo trovati d’accordo su tutto, come ci siamo abituati a sentir dire da Berlusconi alla conclusione dei suoi incontri con Bush e con Blair, con Sharon e con Arafat, con Montecchi e con Capuleti, con Romolo e con Remo, con Caino e con Abele. Io invece ho parlato solo con lui, ed è stato molto piacevole, ma naturalmente non è di questo che voglio parlare, e non è il tassista il tesoro del titolo.
È successo, per puro caso, che mi trovavo a Milano proprio il giorno in cui c’è stata la cerimonia di reinsediamento dei tesori rubati alla sinagoga di via Guastalla, e ho quindi avuto modo di assistervi.



Ho così appreso, tra l’altro, tutto ciò che ai mass media non era potuto arrivare: che provvidenziale è stata l’intuizione di rav Shunnach, scopritore del furto, di avvertire immediatamente i collezionisti, fornendo una dettagliata descrizione degli oggetti rubati. Grazie a questo il collezionista a cui sono stati offerti ha potuto riconoscerli e farli ritrovare. E con la fattiva collaborazione di collezionisti, carabinieri, interpol e polizia israeliana, a poche ore dalla scoperta del furto i gioielli erano già al sicuro nelle mani di quest’ultima. A questo punto il presidente della comunità, Roberto Jarach, ha potuto tirare un respiro di sollievo ma ha dovuto farlo da solo perché, su richiesta della polizia israeliana, non ha potuto comunicare a nessuno la buona notizia per non mettere a repentaglio la ricerca dei responsabili.
La cerimonia è stata molto emozionante, discorsi brevi ma intensi, gli interminabili applausi agli efficientissimi carabinieri, i bambini chiamati a rimettere i rimmonim e le corone sui rotoli della Torah,



portati poi in processione in giro per il Tempio, stretti amorosamente fra le braccia dai rabbini e accarezzati e baciati dai presenti.




Poi - certo, non si può avere tutto nella vita – mi è toccato vedere Gad Lerner dal vivo – e per rispetto alla sacralità dell’evento mi asterrò dalle battute che quel “dal vivo” renderebbe spontanee – con una enorme luccicante berretta, ché chiamarla kippà sarebbe davvero improprio, di un bel verde islam. Talmente brutto, talmente insulso, talmente rozzo, talmente sgraziato che sembra disegnato da Prada. E detto questo è anche necessario aggiungere, rubando la battuta a Vittorio Sgarbi che tanto lo ha già fatto Berlusconi che oltretutto l’ha anche spacciata per sua, che è più bello che intelligente. Ed è più intelligente che simpatico. Ed è più simpatico che onesto. Ma, come detto, non si può avere tutto dalla vita.

barbara


5 giugno 2010

ECCO, LUI PER ESEMPIO

L’amico Max



Che non è israeliano, e non è nemmeno ebreo, ma ha scelto di dedicare un pezzetto dei suoi vent’anni al Paese più meraviglioso del mondo.
E poi loro, per esempio, semplicemente geniali.
E poi c’è Emanuele Ottolenghi che ha anche lui da dire la sua su Gad Lerner.
E poi c’è chi ha le idee mooooolto chiare su che cosa dovrebbero, anzi, tassativamente DEVONO fare gli ebrei.
E poi c’è la CGIL che dopo 28 anni ci riprova: forse il loro slogan, il loro grido di battaglia potrebbe essere dieci cento mille Stefano Tachè.
E anche Torino prova a fare la sua parte, anche se, stando alle ultime notizie, alla sinagoga pare che poi non siano arrivati.
Poi, visto che il nome del momento è Rachel (Corrie) può essere opportuno ricordare anche le altre.
E per concludere un capolavoro assoluto, già postato in questo blog, ma che vale la pena, ogni tanto, di riascoltare.

barbara


16 marzo 2010

THE CIRCLE OF LIFE

A proposito di settimane del boicottaggio e giornate dell’odio e decenni della vendetta anche se non si sa bene di che e dintorni e affini e annessi e connessi.

Tu sei più forte di me ma io un pugno te lo do lo stesso perché ti odio. Ma non ti faccio molto male. Tu magari alzi il braccio per non prendere il mio pugno e non sei cristiano e non porgi l'altra guancia. Al decimo mio pugno ti stufi e mi rifili uno sganassone che mi fai un male bestia. Perdo qualche dente che mostro incazzato e un po' piangente alla telecamera politically correct a cui dico che sei cattivo cattivo. Se il mio dente è da latte fa ancora più impressione soprattutto al pubblico dello Zecchino d'Oro e delle telenovela.
Porto il dente in processione.
Dichiaro una giornata dell'odio.
Durante la giornata dell'odio ci riprovo e perdo un altro dente.
Ri-dichiaro un'altra giornata dell'odio.
Rimango così senza denti.
Smettiamo per un po' fino a quando i miei amici e i telespettatori mi danno un po' di soldi per comprare una dentiera nuova: alcuni lo fanno perché io possa mangiare, altri perché hanno bisogno di processioni.
Poi ricominciamo.
The circle of life direbbe il re leone.

Scritta un po’ più di nove anni fa dallo straordinario, insuperabile, mitico Toni. Come si suol dire: il tempo passa e neanche te ne accorgi che sia passato. Poi, sempre in tema, leggi anche questo.

barbara


21 gennaio 2010

I VOLTI DELLA MEMORIA

Gli articoli di Gian Antonio Stella sono sempre stupendi. Qualche volta sono anche qualcosa di più che stupendi.Questa è una di quelle volte.

L’ossario digitale dei bimbi ebrei. Rastrellati in 288, uno solo tornò

C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».
Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» o i proclami nel «Mein Kampf» di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria, il Cdec, il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, ha deciso di metterle on line.
È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.
Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato Ricerche Deportati Ebrei che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...» Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore.
Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne «Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini», è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.
Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec.
Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne «Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia» quella Liliana Picciotto di cui è in uscita «L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944», vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio.
Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli.
Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità.
Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria/. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne «La notte» lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».
Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

E poiché, come purtroppo sappiamo fin troppo bene, l’antisemitismo non è nato col Mein Kampf e non è rimasto sepolto fra le ceneri di Auschwitz, Ugo volli ci ricorda che ai giorni nostri succede anche questo.








Foto pubblicate qui.


barbara


9 novembre 2008

KRISTALLNACHT

Era un mattino freddo e nebbioso il 10 novembre 1938; il nostro maestro entrò di corsa in classe, senza fiato, lui, che era sempre calmo e tanto gentile, aveva il viso tutto rosso per l'agitazione e con le mani tremanti fece segno verso la porta gridando: «Bambini, per l’amor del cielo, presto, correte a casa vostra!». Non ricordo come uscii dalla scuola; tutti spingevano e tiravano affollandosi sul portone d'uscita, poi via di corsa. Rimasi ferma lì, in mezzo alla strada, ipnotizzata da quello che vidi: ragazzi della Hitlerjugend nelle loro divise assalivano con bastoni e sassi la nostra scuola, prima rompevano i vetri delle finestre e poi tutto quello che c'era da rompere nelle aule e negli uffici.
Piangevo per il terrore: la mia casa era lontana, non ero mai andata a casa da sola, non sapevo nemmeno come tornare. Poi, non riuscivo a capire cosa volessero quei ragazzi da noi e dalla nostra scuola. Anche loro non erano altro che ragazzi … sì, più grandi di me, ma ragazzi come ero io: che cosa gli avevamo fatto?
Improvvisamente mi sentii afferrare per la mano. A passi veloci, a me sembrava di correre, entrammo in un negozio. Non conoscevo l'uomo che mi aveva trascinata con sé, ma il mio istinto mi disse che voleva aiutarmi, allontanandomi da quei ragazzi impazziti e dalla folla di curiosi. Il negozio era una calzoleria e lo sconosciuto che mi aveva portato lì, un calzolaio tedesco; con l'aiuto della moglie cercò di tranquillizzarmi, ma io, scossa dal gran piangere, non riuscii a tirar fuori una sola parola. Fra i miei quaderni trovarono il mio indirizzo e dopo un'infinità di tempo l'uomo tornò insieme a mio padre: mi calmai solamente fra le sue braccia. Ringraziando quelle brave persone, papà mi prese per mano e mi disse con voce solenne: «Ricordati bene di questo giorno, bambina mia: sembra incredibile fino a che punto un popolo civile come quello tedesco sia potuto arrivare! La mia gioventù l'ho passata a Lipsia; nella guerra mondiale 1914-1918 ho combattuto in prima linea per l'Austria e la Germania sul fronte italiano, sono stato ferito e ho quattro medaglie e adesso, dopo ventisette anni di vita qui a Lipsia, devo vedere questo spettacolo crudele... Dov'è la giustizia?».
Mio padre chiuse la mia manina fredda nella sua grande mano calda e rassicurante e così camminammo per lungo tempo per strade che sembravano bruciare per le fiamme che uscivano da case, negozi e grandi magazzini ebrei, mentre i pompieri cercavano di salvare con le loro pompe d'acqua le case e i negozi non ebrei!
Vandalismo dappertutto: spaccavano con i sassi le vetrine dei negozi; vidi perfino che dalle finestre o dalle vetrine buttavano di tutto, mobili, quadri e altro. Distruzione, furti e disperazione; donne e bambini piangenti... perfino tanti uomini avevano lacrime d'umiliazione negli occhi, non capivano il perché.
Passammo sopra un ponte e vedemmo che sulle due sponde del canale alcune SS costringevano degli ebrei anziani con lunghe barbe a saltare da una riva all'altra. Il canale non era molto largo, ma per gli anziani era uno sforzo eccessivo: tanti cadevano nell'acqua gelata, svenivano; allora venivano rianimati dalle SS e costretti a continuare, ancora e ancora...
Passammo vicino alla grande sinagoga, dove mio padre aveva l'abitudine di andare a pregare, ma che terribile spettacolo ci aspettava lì! Dalla sinagoga uscivano fumo e fiamme; uomini con i vestiti stracciati o bruciati e il volto nero per il fumo uscivano di corsa da quell'inferno, stringendo tra le braccia i libri della Torà: cercavano di salvare quello che avevano di più caro e di più santo, i rotoli scritti a mano, detti libri del Pentateuco. Vedemmo che anche il nostro rabbino correva fra le fiamme. Sembrava che le SS si divertissero, ridevano rumorosamente.
Non riuscivo a capire come degli esseri umani potessero trasformarsi in belve feroci. Era proprio vero quello che era scritto nelle fiabe: c'erano una volta maghi e streghe cattive che trasformavano le persone a loro volontà. Ma dov'erano le buone fate, che venivano a salvare i poveri innocenti? (Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti, pp. 35-37)

La notte dei cristalli non è più tornata, ma le sinagoghe incendiate sì, i cimiteri ebraici profanati e devastati sì, gli ebrei aggrediti, picchiati, assassinati per strada, o rapiti e torturati a morte, sì. È accaduto, dunque può accadere, ha detto qualcuno, e infatti continua ad accadere. Cerchiamo almeno di non raccontare a noi stessi che si tratta di storie vecchie. E cerchiamo di non inventarci “buoni motivi” per giustificare gli aggressori: nel 1938 non c’era Israele, e non c’era una causa palestinese, e ciononostante è accaduto.







  
(guardate se non sembrano quelle di Gaza ...)





barbara


4 ottobre 2007

A ROMA

 A 25 anni dall’attentato del 9 ottobre 1982 dove ha perso la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè, il Comune di Roma ha deciso di inaugurare in sua memoria

"Largo Stefano Gaj Tachè"

Domenica 7 ottobre

Ore 16.30
Scopertura della targa “Largo Stefano Gaj Tachè”

(Via del Tempio angolo Via Catalana)

Intervengono:

Walter Veltroni - Sindaco di Roma

Rav Riccardo Di Segni- Rabbino capo di Roma
Leone Paserman - Presidente Comunità ebraica di Roma

Ore 17.00
Proiezione Filmati dell’epoca riguardanti l'attentato al Tempio

Maggiore del 9 ottobre 1982

Aula Magna Liceo Renzo Levi

Partecipano:
Rabbino Capo Emerito prof. Elio Toaff
On. Maria Coscia - Assessore alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma
Rav Riccardo di Segni - Rabbino Capo di Roma
Leone Paserman – Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Alan Naccache - Presidente Benè Berith "Stefano Gaj Tachè"
Raffaele Pace – Ebraismo e dintorni

Sarà presente la famiglia

Giovedì 4 Ottobre alle 17.15 al Tempio Maggiore si terrà un Limud in
ricordo di Stefano Gaj Tachè, un'ora prima dell'inizio delle celebrazioni
di Simchàt Torà

Credo non sia necessario essere ebrei per provare sentimenti di solidarietà. E magari decidere di partecipare.

barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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