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Diario


28 maggio 2008

SERGIO ROMANO, OVVERO L’ARTE DELLA DISINFORMAZIONE

Comunicato Honest Reporting Italia 28 maggio 2008

Si è sempre nel dubbio, quando si leggono le ricostruzioni storiche di Sergio Romano, se sia più grande l'ignoranza o la malafede. Quello che è certo ed evidente è che massicce dosi di disinformazione non mancano mai. E non mancano neppure in questa sua risposta a un lettore che chiede chiarimenti sulla strage di Sabra e Chatila, pubblicata sul Corriere della Sera di martedì 27 maggio.

I CAMPI DI SABRA E SHATILA LA TRAGEDIA E I SUOI EFFETTI
Grazie a un recente film è tornato alla ribalta, dopo 26 anni, il massacro degli arabi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila alla periferia di Beirut. Contrastanti sembrano essere le opinioni sulle effettive responsabilità dell’accaduto, ma comunque non convincenti: può aiutarmi a capire come andarono realmente le cose?
Michele Toriaco, Torremaggiore (Fg),

Caro Toriaco, L’esercito israeliano invase il Libano nel giugno 1982 mentre da sette anni infuriava in quel Paese la guerra civile.
Guerra civile scatenata dai palestinesi scampati al massacro messo in atto dall'esercito giordano nel Settembre Nero (oltre diecimila morti, secondo le stime più attendibili), che avevano qui trovato rifugio: perché non ricordarlo? Guerra civile che ha provocato circa 160.000 morti, la cancellazione di intere comunità cristiane e la distruzione di uno dei più ricchi, belli e civili Paesi del Medio Oriente: perché non ricordarlo?

Israele voleva impedire alle formazioni palestinesi di utilizzare il territorio libanese per operazioni di guerriglia,
Israele voleva impedire alle formazioni TERRORISTICHE palestinesi di CONTINUARE A UTILIZZARE il territorio libanese per incursioni armate e attacchi terroristici in territorio israeliano, come stavano facendo da anni

ma si proponeva altresì uno scopo meno confessabile: la tutela di un piccolo Stato vassallo, nel Libano meridionale, governato per procura dalle milizie cristiane del maggiore Saad Haddad.
più che altro la creazione di un cuscinetto che proteggesse Israele dai continui assalti terroristici. Cuscinetto corrispondente al 5% del territorio libanese, mentre il restante 95% era occupato dalla Siria, fatto che non sembra però turbare troppo il signor Romano.

Vi fu quindi, sin dall’inizio dell’operazione, una sorta di collusione tra forze israeliane e gruppi cristiani.
Che cosa significa esattamente "gruppi cristiani"? Non sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza, tanto perché si sappia di che cosa si sta parlando?

Dopo avere sconfitto rapidamente le forze siriane e palestinesi schierate alla frontiera, i 75.000 uomini del corpo di spedizione israeliano puntarono sui campi profughi, vivaio delle reclute che Yasser Arafat arruolava tra le famiglie di coloro che avevano abbandonato la Palestina nel 1948 e nel 1967.
Forse, più che "vivaio di reclute" sarebbe più corretto chiamarli "covi di terroristi", considerando che al momento dell'evacuazione dei campi furono trovati 5630 tonnellate di munizioni, 1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352 armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione, 215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo, fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).

Gli invasori speravano che l’operazione avrebbe permesso l’annientamento dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina)
organizzazione nata nel 1964, quando NON c'erano i "territori occupati", ma il signor Romano si guarda bene dal precisarlo, poiché tale precisazione rende lampante il fatto che questa organizzazione non è nata allo scopo di creare uno stato di Palestina, ma unicamente per quello di distruggere Israele essendo, all'epoca, lo stato di Israele l'unico territorio occupato da Israele.

e la cattura, «vivo o morto», di Arafat. Ma dovettero accontentarsi di un accordo, negoziato grazie alla mediazione degli Stati Uniti, che avrebbe permesso a una parte delle milizie palestinesi (circa 15.000 uomini) di lasciare il Paese verso la fine di agosto.
Detto in altri termini, ancora una volta il mondo intero - Stati Uniti compresi - si è mobilitato per salvare i terroristi, per impedire a Israele di averne ragione e di chiudere finalmente una volta per tutte la partita, e per perpetuare quindi questa guerra che sembra ormai non poter avere fine.

In quegli stessi giorni il Libano ebbe finalmente un nuovo presidente nella persona di Bashar Gemayel,
Bashir Gemayel

leader delle Falangi cristiane. Ma la sua presidenza durò soltanto sino al 14 settembre quando il capo dello Stato morì con venticinque uomini in un attentato organizzato forse dai siriani.
Forse? Come mai quando si tratta della Siria sono sempre d'obbligo le formule dubitative?

Fu quello il momento in cui il governo Begin e il suo ministro della Difesa Ariel Sharon decisero di occupare nuovamente Beirut per espellere i palestinesi rimasti nella città.
Per espellere i terroristi palestinesi rimasti nella città.

L’operazione sarebbe stata condotta dalle milizie cristiane, ma gli israeliani, installati a 200 metri da Shatila, crearono una cinta intorno ai campi e fornirono i mezzi necessari all’operazione.
Il massacro durò due giorni e provocò, secondo stime difficilmente verificabili, circa 3.000 vittime.
"Secondo il rapporto del Procuratore Generale libanese, nei due campi non ci sarebbe stato un massacro di inermi contro armati, ma una vera e propria battaglia che ha coinvolto l'intera popolazione. «... Furono i terroristi palestinesi - riferirà un maggiore dell'esercito danese, Joern Mehedon - a cominciare la sparatoria ... Sapevamo che i guerriglieri si facevano normalmente scudo di donne e bambini. ...»." (Fausto Coen, Israele: 50 anni di speranza, Marietti, p. 160). Naturalmente non abbiamo modo di sapere se questa testimonianza sia attendibile e se questa ricostruzione dei fatti sia corretta, ma in presenza di versioni contrastanti ci si aspetterebbe che un giornalista degno di questo nome le fornisse entrambe. Quanto alle vittime, secondo la Procura Generale della Repubblica libanese sarebbero state 470, per la Croce Rossa 663, mentre la Commissione di inchiesta israeliana - la più severa - in base a sopralluoghi, riprese aeree e testimonianze ha calcolato che le vittime siano state fra le 700 e le 800. La cifra di 3000 vittime non risulta da alcuna "stima": è solo la cifra spacciata dalla propaganda palestinese, ma per qualcuno, evidentemente, è di gran lunga preferibile alle stime vere.

In Israele vi fu una grande manifestazione di protesta, a cui parteciparono quattrocentomila persone,
ossia il 10% dell'intera popolazione israeliana, mentre non si ha notizia di proteste, in altri Paesi, contro gli autori della strage

e venne costituita una commissione d’inchiesta che attribuì a Sharon la responsabilità del massacro e lo costrinse a dimettersi.
che attribuì a Sharon la responsabilità INDIRETTA del massacro, ossia per non averlo saputo prevedere e impedire, scagionandolo invece da quella diretta, appannaggio di Eli Hobeika che aveva guidato le milizie che lo avevano perpetrato. Operazione per la quale fu ricompensato dai suoi padroni siriani - padroni anche dell'intero Libano - con un ministero.

L’operazione non impedì ai palestinesi di riorganizzarsi ed espose Israele alle critiche della società internazionale.
Difficile che Israele non sia esposta alle critiche, finché l'informazione è in mano a personaggi come il signor Romano!

Ma la maggiore e più grave ricaduta politica del massacro fu l’apparizione di un nuovo nemico: un movimento politico e religioso che si chiamò Hezbollah, «partito di Dio», e riunì i gruppi di militanti sciiti che avevano sino ad allora partecipato in ordine sparso alla guerra civile.
Il movimento Hezbollah nasce nel giugno 1982: un po' difficile attribuirne la nascita alla strage di Sabra e Chatila avvenuta fra il 16 e il 17 settembre dello stesso anno.

Fu quello il momento in cui la lotta contro Israele smise di essere prevalentemente laica per divenire anche e soprattutto religiosa.
Le dice qualcosa, signor Romano, il nome Damour? È una cittadina a venti chilometri da Beirut. Quasi seicento cristiani massacrati, donne stuprate, cadaveri smembrati, uomini trovati evirati e coi genitali in bocca, il cimitero devastato, le tombe scoperchiate e le ossa sparse per tutto il campo. L'assalto, ad opera degli uomini di Arafat, era avvenuto al grido di "Allahu akhbar". Era il gennaio 1976 (giusto per fare un esempio. Se ne potrebbero fare molti altri, volendo, magari partendo dal Gran Mufti Haji Amin al Husseini che nel 1948 incitava al jihad contro il neonato stato di Israele).

E fu quello infine il momento in cui l’Iran, dove gli Ayatollah avevano conquistato il potere poco più di tre anni prima, poterono contare su un amico libanese di cui si sarebbero serviti, da allora, per influire sugli avvenimenti della regione.
Cioè, l'Iran ha aspettato Sabra e Chatila per decidere di influire sugli avvenimenti della regione? Ma per piacere, signor Romano!

Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
lettere@corriere.it oppure sromano@rcs.it



Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

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Per chi desiderasse saperne di più, suggerisco la lettura dei miei post su Damour, sulla strage di Tell al Zatar e sull’altra Sabra e Chatila (sì, ce n’è stata anche un’altra: lo sapevate?) utili anche, per chi è più giovane e non ha vissuto quegli avvenimenti in diretta, per capire un po’ meglio le dinamiche di ciò che è accaduto e sta tuttora accadendo in Libano.

barbara


30 giugno 2007

CHI HA UCCISO LA PALESTINA?

Un fallimento dai mille padri

Di Bret Stephens, membro del comitato editoriale del The Wall Street Journal.
La sua rubrica appare su The Wall Street Journal il martedì.

26 giugno 2007 – Opinion Journal

Bill Clinton è colpevole. Arafat è colpevole. Anche George W. Bush, Yitzhak Rabin, Hosni Mubarak, Ariel Sharon, Al-Jazeera e la BBC sono colpevoli.
La lista di colpevoli nel giallo "Chi ha ucciso la Palestina?" non è né breve né mutualmente esclusiva.
Ma siccome gli storici del futuro avranno a che fare con questa domanda, giochiamo d'anticipo suggerendo già alcune risposte.
Per cominciare, bando agli equivoci: non importa quanto ossigeno, sotto forma di supporto diplomatico, aiuti miliari o economici, verrà fornito all'Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, perché è come tentare di fare respirare un cadavere. La nozione di uno Stato nazionale è sempre stato un concetto altamente idealizzato, un sogno che apparteneva solo a coloro che sapevano come mantenerlo in vita. Gli israeliani sono riusciti a realizzare il loro Stato perché sono stati in grado di sviluppare le istituzioni politiche, militari ed economiche necessarie affinché un'entità nazionale sopravviva, a partire dal monopolio sull'uso legittimo della forza. Ormai vicina al compimento dei 14 anni come entità autonoma, l'Autorità Palestinese non è riuscita a fare niente di tutto ciò, sebbene sia stata il destinatario di uno sforzo finanziario e diplomatico senza precedenti.
La presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas il mese scorso - e la conseguente scissione dell'Autorità Palestinese in due campi ostili e separati geograficamente - è solo l'ultimo di una serie di eventi iniziati nel settembre 1993, quando Israele accettò di considerare Arafat e l'OLP come i soli legittimi rappresentanti del popolo palestinese.
Un primo indicatore di quello che sarebbe successo si ebbe il primo luglio del 1994, quando Arafat fece il suo ingresso trionfale a Gaza trasportando, nella sua Mercedes, quattro fra i più violenti sostenitori della causa palestinese. Fra di loro c'erano gli organizzatori del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e del massacro avvenuto nel 1974 alla scuola di Ma'alot. Non si potrebbe trovare miglior metafora, se mai se ne volesse una, per illustrare che cosa avrebbe portato il regime di Arafat.
Arafat era determinato ad usare Gaza e la Cisgiordania come base per lanciare attacchi contro Israele, e lo dichiarò pubblicamente più volte: "O Haifa, o Gerusalemme, state per tornare, state per tornare" (1995); "Renderemo la vita impossibile agli ebrei, impiegando la guerra psicologica e la bomba demografica" (1996); "Con il sangue e con la volontà ti redimeremo, o Palestina" (1997). Con altrettanta determinazione, l'amministrazione Clinton e i governi israeliani di Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak continuarono a considerare le dichiarazioni di Arafat come un semplice eccesso retorico. Clinton voleva disperatamente un Nobel per la Pace, mentre gli israeliani volevano liberarsi dal fardello dell'occupazione quasi ad ogni costo. Ambedue questi obiettivi erano molto rispettabili, ma nessuno di questi aveva come intento principale la creazione di uno stato palestinese rispettabile.
Più tardi, quando la seconda intifada scoppiò in tutta la sua follia suicida, l'ex negoziatore americano Dennis Ross ammise che l'amministrazione Clinton era diventata troppo ossessionata dal processo di pace, perdendone di vista la sostanza. Forse non avrebbe dovuto essere così severo con sé stesso. La decisione di legittimare Arafat fu di Israele, non degli Stati Uniti; una volta che fu ammesso nella proverbiale tenda, era inevitabile che le avrebbe dato fuoco. Nonostante tutto ciò, l'amministrazione Clinton continuò a dare credito ad Arafat durante gli anni 90, come mai aveva fatto con altri leader. Se il rais arrivò a definirsi il secondo Saladino, l'adulazione di cui era oggetto durante i ricevimenti alla Casa Bianca senz'altro vi giocò un ruolo.
Anche i media internazionali fecero la loro parte nell'esaltare Arafat. Uno dopo l'altro, i media svilupparono una comoda e semplice storia che aveva il merito di apparire obiettiva, una storia che dipingeva i moderati di ciascuna parte in lotta con gli estremisti di ciascuna parte - una storia nella quale Arafat era il "moderato" e Ariel Sharon "l'estremista". Quando Sharon fece la famosa passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme nel settembre 2000, fu molto facile quindi metterlo nel ruolo del cattivo mentre coloro che giustamente si sentivano offesi erano i manifestanti palestinesi (prima) e gli attentatori suicidi palestinesi (poi). A fare il tifo per i palestinesi c'erano i media arabi e i loro padroni, i governi arabi, ben felici di indirizzare il malcontento domestico su di un dramma internazionale.
Come avviene per le singole persone, le nazioni in genere traggono beneficio da una certa dose di auto-critica, e a volte anche dalla critica di altri. Nessun popolo nella storia moderna è stato così immune da entrambe le forme di critica come i palestinesi. Nel 1999, Abdel Sattar Kassem, un professore di Scienze Politiche nella città palestinese di Nablus, firmò la "petizione dei 20" scritta per "opporsi alla tirannia e alla corruzione di Arafat". Arafat lo mise in prigione; il resto del mondo guardò dall'altra parte. La popolarità di Arafat raggiunse il suo apogeo nella primavera del 2002, esattamente nello stesso momento in cui le vittime civili del terrorismo palestinese raggiunsero il picco massimo.


Numero di israeliani uccisi in attacchi terroristici


Numero di israeliani feriti in attacchi terroristici


Numero di attentati terroristici suicidi


Numero di israeliani uccisi in attentati terroristici suicidi (qui)

Eppure, quello che era utile per gli interessi di Arafat non lo era per i palestinesi. Arafat imparò dalla sua esperienza con Clinton che si poteva menare per il naso un presidente americano e non pagarne le conseguenze. George W. Bush adottò un punto di vista diverso, e a tutti gli effetti pratici escluse la questione palestinese dal suo programma di governo. Arafat imparò dalla "comunità internazionale" che nessuno sarebbe andato a verificare come gli aiuti internazionali venivano spesi. Ma la reputazione di corruzione è stata la causa del declino di Fatah. Arafat pensò di poter imbrigliare per i suoi scopi il potere religioso del "martirio". Ma al centro di ogni attentato suicida c'è un atto di auto-distruzione, e osannare uno vuol dire inevitabilmente tirarsi dietro anche l'altro.
Soprattutto, Arafat identificò territorio con potere. Ma quello che una Striscia di Gaza non occupata ha dimostrato al mondo intero è stata l'incapacità palestinese di gestirsi una sovranità politica. Non ci sono più coloni ebrei da incolpare, non ci sono più soldati israeliani da filmare mentre demoliscono case palestinesi. La destra israeliana, che arrivò a detestare Sharon proprio per il ritiro da Gaza, dovrebbe riconsiderare il suo giudizio sull'uomo e sul ritiro. Niente ha contribuito di più ad alienare il mondo dall'idea di uno stato palestinese quanto la sua realizzazione a Gaza.
Cosa ci si può aspettare dal futuro? Nell'incontro di ieri in Egitto, il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re giordano Abdullah hanno steso un tappeto di petali di rose ai piedi di Abbas. Ma i potentati del medio oriente non si presteranno a fare da balia ad uno stato il cui principale movimento politico si dichiara da una parte democratico e dall'altra islamico. Gli Stati Uniti ed Israele non daranno mai il loro beneplacito all'Hamastan di Gaza (anche se l'Unione Europea o l'ONU dovessero farlo), e possono fare ben poco per Abbas. La "Palestina", così come la conosciamo oggi, tornerà ad essere quella di sempre - un terreno d'ombra tra Israele e i suoi vicini - e i palestinesi, così come li conosciamo oggi, torneranno ad essere quello che sono sempre stati: arabi.
Se questo sia un esito positivo o negativo, è troppo presto per dirlo. Ma il sogno che fu la Palestina è definitivamente morto.

Ho deciso di postare questo articolo, anche se non rivela alcun fatto nuovo, perché fa alcune considerazioni che mi sembrano interessanti e penso possa fornire buoni spunti di riflessione (e grazie al solito Paolo T per la traduzione).

barbara

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