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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


14 giugno 2009

GLI ARABI SÌ CHE AMANO LE DONNE!

E le stimano. E le rispettano. E si fidano di loro. Totalmente. Ciecamente. Teneramente. Prendete Nezar Nawwaf al-Mansur al-Hindawi, per esempio. Lo sapete chi è? No? Lo immaginavo: è per questo che sono qui a parlarvi di lui. Dunque questo tizio parte facendo il giornalista, poi cambia idea e decide di andare a fare il terrorista che, diciamolo una buona volta, non solo è molto più gratificante, ma è anche socialmente utile, soprattutto se ci toglie dai piedi un po’ di perfidi giudei che, come giustamente ricordava il buon Herbert Pagani, come ti volti ce n’è uno e non finisce mai. E qual è la cosa migliore da fare per un terrorista? Far saltare un aereo della ElAl, ovviamente. Ecco, è qui che viene il punto. Un altro direbbe: è un compito delicato! È una cosa di responsabilità! Bisogna stare attenti e saperci fare! E mai mai mai si fiderebbe di affidare un simile compito a qualcun altro, mai! Ma il nostro Nezar no, lui non è mica come gli uomini occidentali, tanto liberali a parole ma poi, quando si arriva alla prova dei fatti, sempre pronti a trattarci da bimbette ritardate buone al massimo per la cucina e per il letto! Che cosa fa invece lui? Va a Londra, si mette con una brava ragazza irlandese, ci si fidanza, la mette incinta, e poi le infila nella valigia, insieme all’abito da sposa, una bella botta di esplosivo e la imbarca su un volo ElAl. Senza dirle niente, beninteso, non sia mai che si impressioni e la cosa faccia male al bambino. Si fida talmente tanto di lei che non sente neanche il bisogno di imbarcarsi con lei per controllarla da vicino: lui la seguirà qualche giorno dopo, con un altro volo. Peccato che ci si mettano di mezzo gli israeliani che non sono arabi, loro, no, anzi, sono addirittura ebrei, che di peggio davvero non si potrebbe immaginare. E loro, pensate un po’, di quella ragazza incinta non si fidano ciecamente come l’arabo, neanche per sogno: le perquisiscono il bagaglio e mandano a monte tutto, questi ebrei malfidenti.
Tutto questo accadeva un po’ più di una ventina d’anni fa all’aeroporto di Heathrow. Qui trovate tutti i dettagli (e grazie al grande Toni che mi ha ricordato questa storia dimenticata).



barbara


22 maggio 2009

FABBRICARE VITTIME: UN AFFARE REDDITIZIO

Gaza: uno sguardo dall’interno.

Wall Street Journal - Marzo 2009

Questo mese dei donatori da tutto il mondo hanno investito 4,5 miliardi di dollari per l’aiuto a Gaza. Mi ha molto addolorata assistere alla degradazione della situazione umanitaria in questi ultimi anni in quella stretta striscia di terra in cui ho trascorso la mia infanzia negli anni Cinquanta.
I media attribuiscono sistematicamente il declino di Gaza alle azioni militari ed economiche israeliane contro Hamas. È un’analisi miope che ignora il problema d’origine che ne è alla base: 60 anni di politica araba hanno cristallizzato lo status del popolo palestinese in quello di rifugiati senza terra per utilizzare la loro sofferenza come arma anti-israeliana.
Bambina a Gaza, sono stata personalmente vittima dei primi frutti di questa politica. L’Egitto, che amministrava all’epoca questo territorio, conduceva delle operazioni di guerriglia contro Israele partendo da Gaza. Mio padre comandava queste operazioni, perpetrate dai fedayin palestinesi (è il termine arabo per «sacrificare la propria vita») e Gaza era già il fronte della Jihad araba contro Israele. Mio padre fu assassinato dalle forze israeliane nel 1956. In quegli stessi anni, la Lega araba ha lanciato la sua politica dei rifugiati palestinesi. I paesi arabi hanno messo in atto delle leggi finalizzate a rendere impossibile l’integrazione dei rifugiati palestinesi della guerra condotta nel 1948 contro Israele. Al punto che i discendenti di questi rifugiati, nati in altri paesi arabi in cui hanno trascorso tutta la loro vita, non hanno mai potuto ottenere il passaporto di questo paese. Persino quando sono sposati a un cittadino di un paese arabo, non possono diventare cittadini del paese del loro congiunto.
Resteranno «Palestinesi» anche senza avere mai messo piede in Giudea-Samaria o a Gaza. Questa politica che li costringe a mantenere l’identità palestinese per l’eternità condannandoli a una vita miserabile nei campi profughi, è stata concepita per perpetuare ed esacerbare la crisi dei rifugiati palestinesi.
Lo stesso vale per la sovrappopolazione di Gaza. L’UNRWA, sostenuta politicamente dai paesi arabi, incoraggia il tasso di natalità ricompensando le famiglie numerose. Yasser Arafat era solito dire: «Le nostre armi migliori sono i ventri delle nostre donne»! I paesi arabi fanno pressione affinché il maggior numero possibile di palestinesi siano registrati come «rifugiati». Ne consegue che quasi un terzo dei palestinesi di Gaza vivono ancora in campi di transito.
Da 60 anni i palestinesi vengono usati e sfruttati dai regimi arabi così come dai terroristi palestinesi per combattere contro Israele.
Adesso è l’organizzazione islamista terrorista Hamas – sostenuta dall’Iran – che utilizza e sfrutta i palestinesi con il medesimo obiettivo. Quando i leaders di Hamas si nascondevano nei bunker e nei tunnel che avevano accuratamente preparato prima di provocare Israele attaccandolo, erano loro, i civili palestinesi, ad essere esposti in prima linea al fuoco incrociato fra Hamas e i soldati israeliani.
Risultato di 60 anni di questa politica araba, Gaza è diventata un campo di prigionia per un milione e mezzo di palestinesi. Sia Israele che l’Egitto temono le infiltrazioni terroristiche da Gaza, soprattutto dopo la presa di potere di Hamas, e mantengono stretti legami per controllo ferreo della loro frontiera comune con Gaza.
I palestinesi continuano a sopportare disagi perché Gaza continua a servire da rampa di lancio per sferrare attacchi terroristici contro i cittadini israeliani. Questi attacchi orchestrati da Hamas prendono la forma di missili puntati indifferentemente su asili infantili, case o aziende.
E Hamas continua i suoi attacchi due anni dopo il ritiro da Gaza, che avrebbe dovuto condurre al processo di costruzione di uno stato palestinese e favorire una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese. Non c’era alcun segno di «ciclo di violenza», allora, alcuna giustificazione per altro che non fosse la pace e la prosperità. Ma al posto di queste Hamas ha scelto la Jihad islamica. La speranza degli abitanti di Gaza e degli israeliani si è trasformata in miseria per i palestinesi e in missili per gli israeliani.
Hamas, sostenuto dall’Iran, è diventato un pericolo non solo per Israele, ma anche per i palestinesi così come per i loro vicini arabi degli altri stati, che temono che l’espansione dell’islam radicale destabilizzi i loro paesi.
Gli arabi proclamano il loro sostegno e la loro passione per il popolo palestinese, ma sembrano più interessati al loro sacrificio! Se amassero davvero i loro fratelli palestinesi, farebbero pressione su Hamas affinché smetta di lanciare missili contro Israele. A più lungo termine, il mondo arabo deve porre fine allo statuto di rifugiato dei palestinesi e di conseguenza il loro desiderio di nuocere a Israele. Sarebbe ora che i 22 paesi arabi aprissero le loro frontiere e assorbissero i palestinesi di Gaza che desiderano rifarsi una vita. È ora che il mondo arabo aiuti realmente i palestinesi piuttosto che utilizzarli …

Noonie Darwish, cresciuta a Gaza e poi al Cairo, ha appena pubblicato “Cruel and Usual Punishment”, Thomas Nelson, 2009. (Traduzione mia)

Anche così, va da sé la colpa resta sempre di Israele: come ci ha insegnato la storia, nel ’67 la colpa è stata di Israele perché “Israele ha sparato il primo colpo” e nel ’73 la colpa è stata di Israele perché “non importa chi ha sparato il primo colpo”. Superior stabat lupus, ma è impossibile che la colpa sia sua, neanche per la cacca che sta proprio proprio sotto il suo didietro. E tuttavia la speranza è sempre l’ultima a morire, e dunque si continua a tentare di far passare qualche po’ di informazione, vedi mai che qualche spiraglio di luce non riesca a raggiungere qualcuno non ancora del tutto accecato.



barbara


13 agosto 2007

UNA STORIA

Lineamenti eleganti, pelle di porcellana, altezza da modella. Non fosse per il caschetto di un biondo sfrontato, Ana sembrerebbe una diciottenne qualunque. Più infantile, con l'orsacchiotto sul letto, le pantofole grandi di peluche e il cuscino stretto al ventre mentre in italiano impeccabile parla di sé, per la prima volta, con un'estranea. Lei che diffidava di tutti, a cominciare dai carabinieri che l'avevano ammanettata insieme ai suoi "ragazzi". «Faccio la badante, li ho conosciuti stasera in discoteca» ripeteva nell'interrogatorio dopo la retata. Finché qualcosa si è rotto. Il pensiero di quei venti uomini al giorno, «me li mandavano vecchi perché i giovani potevano innamorarsi e farmi scappare». E i vecchi offrono 50 euro con il preservativo e 200 senza, non domandano l'età e si bevono la storia che è una sua scelta starsene lì in vestaglia ad aspettare loro, così potrà comprarsi dei bei vestiti. Suonano il campanello, fanno veloce, per fortuna non picchiano e non chiedono servizi strani. I vicini di casa sentono, giorno e notte: «Non li ho mai visti, nessuno ha mai protestato. Non ti pare strano?». È moldava, Ana (il nome è falso, lei rischia la vita). Ha vissuto mesi, non sa dire quanti, in un appartamento di provincia, segregata da una prostituta albanese che si vende in strada e là procaccia clienti per lei, bambolina minorenne. «Credimi, quando ero in Moldavia non sapevo nemmeno che esistesse la prostituzione». Lo ripete. Troppe volte l'hanno scambiata per una che voleva i soldi facili. Invece ha solo creduto a due albanesi che in Moldavia battevano paesini di campagna come il suo, dove non tutti hanno il televisore e l'acqua calda arriva da una pentola sul fuoco. Facile procurarsi ragazze belle e ignoranti da cedere per 10, 15 mila euro alle organizzazioni di stanza in Italia. Lei viveva con i nonni (la madre non ce l'ha, il padre è alcolizzato): è bastato prometterle un lavoro in una pizzeria. «Quei ragazzi erano così normali». Un falso passaporto romeno, un viaggio in macchina con due sconosciuti. Le guardie di frontiera intascano denaro e non controllano. Si arriva a Bologna, «le spese ce le rimborserai dopo». Ana impiega giorni a capire. Viene venduta ad altri albanesi e ad altri ancora, in una giostra che la intontisce: è merce che scotta, le minorenni fanno rischiare pene doppie agli sfruttatori. Gli ultimi ad acquistarla sono pesci grossi, gestiscono un giro di prostituzione in appartamenti di mezza Italia. La piazzano a casa di un'albanese che ha cominciato presto e ora è una caporale. «Uno di loro mi ha detto: "lo sono il tuo ragazzo”». Veniva una volta a settimana a prendere i soldi, dormiva con la pistola sotto al cuscino. lo non uscivo mai se non con quella donna: è stata lei a insegnarmi come fare..». Ana non accenna a botte, stupri, pianti. Racconta con un gelo sinistro che fa intuire una sofferenza densa, resistente. Da un anno vive in una comunità protetta. Per altre come lei questi luoghi sono altre gabbie: scappano e si rituffano nel buco nero. Lei no. Ha studiato da estetista e oggi avrà il primo colloquio di lavoro. Sorride. Sgela, per un attimo. «Non posso tornare in Moldavia. I miei non devono sapere. Sanno che qui lavoro». La psicoterapeuta che raccoglie i cocci di questa giovane, ricorda che all'inizio il suo schermo al dolore era il vanto: Ana raccontava che i ragazzi la portavano in locali alla moda, sniffavano coca e vivevano a mille. È crollata un brandello alla volta, quando ha rilassato i nervi. Presto li rivedrà in tribunale, "i ragazzi", al processo di cui è testimone chiave. La sua denuncia ha scoperchiato un milionario commercio di droga e armi. Quelle come lei erano spiccioli da reinvestire in prodotti più redditizi. Ragazze nulla. «Così mi sentivo: una che non esiste». Per questo hai denunciato? «Sì. Qui esisto per qualcuno. Ho paura, so che i miei sfruttatori mi faranno del male. Ma ora voglio che paghino». Il caschetto biondo è un travestimento. Ana spera che basti.

Una storia come tante. Una storia come troppe. Una storia di quelle che succedono ogni giorno sotto i nostri occhi, e noi non vediamo e non sentiamo. L’ho lasciata lì per qualche mese, adesso è ora che la leggiate anche voi.

barbara

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