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Diario


26 marzo 2010

I PALESTINESI DANNEGGIATI DAI LORO AMICI ARABI

di Gianni Pardo

C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica. (Affaritaliani, 25 marzo 2010)

E ci si chiede: perché le cose più evidenti sono così difficili da vedere? Perché il più semplice buon senso è così difficile da mettere in pratica? Sempre in tema di disastri da quelle parti, da leggere anche questo.


barbara


3 novembre 2008

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

Il silenzio del sesso

È nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. È lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell'uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza.
La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.
Il rapporto sessuale è rigorosamente diviso in tre parti: i preliminari, il rapporto vero e proprio con penetrazione e successivo immancabile orgasmo e il "dopo". La parte più importante viene ritenuta quella che va dalla penetrazione all'acme dell'orgasmo: dura da uno a due minuti, tralasciando di considerare il fenomeno diffusissimo e deludente per l'uomo e per la donna, chiamato "eiaculazione precoce", nel qual caso si parla di secondi. Che stupidaggine attribuire la massima importanza a un avvenimento che dura tanto poco, a un fenomeno meccanico di sfregamento che si potrebbe produrre in mille altri modi e che, proprio per l'intensità con cui ognuno dei due tenta di perseguirlo per conto proprio, esclude ogni comunicazione tra i due, riducendosi a un meccanismo solitario che conduce inevitabilmente a un risveglio carico di delusione.
È tanto vero che la parte importante del rapporto è considerata il cosiddetto coito, che quella antecedente viene battezzata col nome di preliminari: agli eccelsi, estatici due minuti successivi. Di cui di regola non si ricorda molto, se non una specie di corsa solitaria a un piacere tenuto come sommo, al di là e al di sopra non è possibile andare e figuriamoci allora quale fallimento rappresenta il fatto che non si riesce neppure sempre a raggiungerlo. Nei preliminari c'è l'incontro, o almeno dovrebbe esserci, tra due esseri che dovrebbero avere qualcosa da comunicare l'uno all'altro. O, nella peggiore delle ipotesi, tra due corpi rivestiti di un involucro chiamato pelle, sensibilissimo alle stimolazioni più varie, nel quale si affacciano orifizi importantissimi, organi disparati con funzioni multiple, cavità, protuberanze, sporgenze, pieghe recondite, e un organo chiamato bocca che, tra le tante funzioni alle quali adempie, ha anche quella di parlare e parlare significa, o dovrebbe significare, comunicare.
Ma se un rapporto sessuale medio dura dieci minuti, come pare, che si riducono a otto se si tolgono i due minuti, che vanno dal momento della penetrazione a quello della eiaculazione, e se se ne tolgono altri tre che vanno dalla eiaculazione alla estrazione del pene dalla vagina, ai preliminari, per bene che vada, ne rimangono cinque. Cinque minuti per qualcosa che dovrebbe differenziare una solitaria masturbazione da una comunicazione tra due esseri umani. Boh. Senza voler considerare che i preliminari sono strettamente strumentali all'eccitazione dell'altro perché divenga atto al penetrare e all'essere penetrato, con passaggi obbligati che vanno dal bacio sulla bocca alla contemporanea manipolazione del seno, dei capezzoli, del pene, della vulva, una specie di percorso coatto verso un piacere sempre uguale, che esclude l'invenzione, il gioco, il riso, le pause, il fare altro, lo smettere e il riprendere, il divagare, il raccontare. Preliminari finalizzati, non vissuti e goduti per se stessi, ma galoppati, accelerati, scavalcati per i due minuti che verranno dopo. La regia dei preliminari, come quella di tutto il rapporto, è nelle mani dell'uomo: sua l'iniziativa, i modi, i tempi, secondo le sue esigenze. Deve essere invece della donna la capacità e l'abilità di adeguarvisi, cioè di costringere se stessa, dopo un tirocinio più o meno lungo e più o meno riuscito, a misurare i propri desideri su quelli dell'uomo, restringendoli o dilatandoli secondo quelli di lui. Poi c'è il "dopo". Per molti uomini consiste ancora nel girarsi dall'altra parte e addormentarsi repentinamente, oppure nello stare svegli, ma nel mutismo più assoluto, in atteggiamento inerte ed escludente, senza manifestazioni di desiderio di ulteriore contatto, o nel parlare del più e del meno. Non si sa che cosa sia peggio. Ci sono quelli che si alzano a precipizio per andare a lavarsi e in questa urgenza insultante di cancellare dal proprio corpo i segni dell'intimità tradiscono le proprie difficoltà nei confronti del corpo della donna, vissuto come sporco, impuro, diverso dal proprio. Rivela anche quanto il rapporto sessuale nel profondo venga vissuto come il "peccato" e l'acqua il mezzo simbolico per lavarlo. Insomma, il disgusto per il corpo della donna, cancellato dal momento del desiderio sessuale, riaffiora non appena il desiderio è stato soddisfatto. In via di estinzione invece l'uomo che dopo il rapporto sessuale si accende una sigaretta.
Da quando le donne hanno cominciato a parlare della propria sessualità, i giovani maschi che hanno letto, discusso e capito che le cose sono cambiate e che rischiano insulti e contestazioni anche in posizione orizzontale, sorvegliano maggiormente sia il rapporto stesso per rendere partecipe la compagna, sia la fase finale di separazione dei corpi per renderla graduale e accettabile e riempiono il vuoto minaccioso con una ripresa di contatto, con carezze leggere e ripetute, rassicuranti, cioè con le manifestazioni gestuali della tenerezza che suppliscono all'incapacità di mettere in moto la tenerezza autentica. Hanno imparato e ripetono la lezione con diligenza non tanto perché questo sia fonte di piacere per loro, ma perché sanno che lo è per la compagna. Il corpo però tradisce la non spontaneità dell'operazione: da un'inchiesta non vasta ma sufficiente per delineare un atteggiamento tipo, l'uomo, nella fase del "dopo" sta a occhi chiusi e a pancia all'aria, la faccia rivolta al soffitto e non alla compagna, un braccio passato intorno alle spalle di lei e una mano che accarezza. La donna invece sta stesa su un fianco e adatta il suo corpo a quello dell'uomo, la faccia rivolta verso il profilo di lui, una mano che l'accarezza, in atteggiamento esplicito di ricerca di contatto. Due corpi in posizione così diversa evidentemente fanno richieste diverse: l'uomo elude la comunicazione, che prevede il "faccia a faccia", evitando la posizione frontale, perché il suo copione di rapporto sessuale non lo contempla. La donna continua a provare un gran bisogno di comunicazione e di contatto, tanto più intenso quanto più è stato deluso dallo svolgersi del rapporto in tempi e modi diversi dai suoi: inappagata dalla pura soddisfazione genitale, quand'anche si sia prodotta, ricerca una comunicazione più profonda che passa per la pelle e il corpo, ma non esclude le parole. Questo bisogno così vivo nella donna si manifesta solo a rapporto concluso non perché non fosse presente prima, ma perché si è impedita di manifestarlo per non correre il rischio di far miseramente naufragare e spegnere il desiderio sessuale dell'uomo, cosciente della fragilità del suo meccanismo. La richiesta di cambiamento dello schema di rapporto può provocare la temuta impotenza, vissuta dall'uomo in maniera drammatica perché condizionato a esibire e dimostrare la propria efficienza sempre e comunque e la donna, di riflesso, teme l'umiliazione del rifiuto sessuale, altrettanto dura a digerirsi. La consapevolezza della fragilità maschile induce le donne a tacere sui propri desideri, accettando quelli dell'uomo che reputano irrinunciabili e a rimandare le richieste emotive alla fine del rapporto. Scomparso nell'uomo il violento e immediato bisogno sessuale e sperando che non ricompaia subito, nella fase di tranquillità in cui tutto sembra possibile, la donna tenta di recuperare la comunicazione intima e profonda, corporea e verbale che le è mancata. Ma se i bisogni dell'uno e dell'altra sono così differenziati, se l'uomo sembra aver bisogno di uno sfogo genitale intenso e rapido e la donna di sensazioni tattili prolungate e di tenerezza, i due sono destinati, nonostante la reciproca buona volontà, a non incontrarsi mai veramente.
Molte donne confessano che per loro è meno importante il rapporto sessuale vero e proprio che quello che viene prima e dopo, che ritengono più significativo perché le coinvolge di più. È più forte il desiderio dell'abbraccio e della tenerezza che quello sessuale. Avviene però che questi bisogni, se espressi da una persona adulta, vengano accettati e soddisfatti, sia pure malamente, solo se manifestati come una componente del rapporto sessuale, mentre vengono giudicati infantili e imbarazzanti al di fuori di esso. Molte donne quindi sono costrette a convertire il bisogno di tenerezza in richieste di tipo sessuale, mentre quello che desidererebbero sarebbe solo di essere tenute tra le braccia. Molte inducono addirittura l'uomo al rapporto perché è l'unico modo per ottenere l'abbraccio.

È di qualche conforto ritrovare nero su bianco, e scritto da persona competente, che allo studio dei rapporti tra uomini e donne ha dedicato una vita intera, ciò che si è sempre percepito e saputo e sempre più lucidamente - col passare degli anni – pensato. È un vecchio libro, ma non, purtroppo, un libro vecchio, questo di Elena Gianini Belotti, e vale la pena di leggerlo o rileggerlo. Per tutti, uomini e donne. E se qualcuno è convinto di sapere, in questo campo, tutto ciò che c’è da sapere, lo legga lo stesso: ne varrà comunque la pena, per la bellezza della scrittura e per lo strepitoso senso dell’umorismo di questa meravigliosa giovane vecchia signora.

Elena Gianini Belotti, Prima le donne e i bambini, BUR



barbara

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