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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 gennaio 2012

DEMOCRAZIA

C’era da decidere se l’anno prossimo si manterrà in sistema attuale o si introdurrà la settimana corta, con due rientri pomeridiani e il sabato libero, e dato che siamo una democrazia avanzata, per poter decidere nel modo migliore sono stati consultati tutti gli interessati, ossia scolari e insegnanti. Circa il 99% degli scolari hanno optato per il mantenimento del sistema attuale (“Per avere libero il sabato mattina che poi non saprei neanche cosa farmene dovrei passare a scuola due pomeriggi alla settimana? Ma siamo matti?!”). Noi insegnanti abbiamo già cinque giorni di insegnamento alla settimana; la differenza fra il sistema attuale e la settimana corta è che adesso il giorno libero ce lo scegliamo noi mentre con la settimana corta ci viene imposto. E con in più i rientri pomeridiani a cui va aggiunto, a turno, l’obbligo di sorveglianza in mensa (con diritto, però, a un piatto di pastasciutta e un bicchiere d’acqua. Io lo so perché me lo sono beccato diverse volte l’anno scorso come ora di supplenza. Volendo però si può avere anche qualcosa di più: basta pagarlo di tasca propria). E avendo già uno o due pomeriggi di attività a scuola, potremmo trovarci ad avere anche tre o quattro pomeriggi a scuola, restando poi, a casa tutte le altre cose da fare: preparazione, correzioni, aggiornamento registro, compilazione di verbali e scartoffie varie. Per tutte queste ragioni la percentuale di insegnanti che hanno optato per il mantenimento del sistema attuale è stata anche più alta di quella degli scolari.
QUINDI nelle alte sfere è stato democraticamente deciso che dal prossimo anno scolastico verrà introdotta la settimana corta. (E le scuole che non hanno la mensa? C&##i loro)

barbara


4 dicembre 2011

E DOPO LA PAUSA DOMENICALE

Domani si torna al lavoro!

 

barbara


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28 ottobre 2011

VOGLIA DI GENTILEZZA

Avevo preso due diverse insalate e le avevo messe nella stessa borsa, perché detesto sprecare plastica, e qualunque materiale in genere. Arrivata alla cassa, la cassiera si è accorta che ne avevo pesata una sola, l’altra l’avevo dimenticata. Di solito non ho questo tipo di distrazioni, ma con una dozzina di minuti di sonno alle spalle e una intera mattinata di scuola sulle spalle capita che lucidità e attenzione non siano al loro meglio. Così ho preso il radicchio spadone, sono corsa alla bilancia, l’ho pesato, ho preso lo scontrino e sono tornata, sempre di corsa, alla cassa, mi sono infilata tra le persone che aspettavano in coda e, passando, ho detto: “Scusate”. Tutti, ma proprio tutti nessuno escluso, hanno fatto un gran sorriso, e un gesto con la mano come per dire “Non importa”: quasi che il solo fatto di essermi scusata fosse sufficiente a compensarli per il tempo perso per colpa mia (anche quella prima di me si era dimenticata di pesare una cosa, e non si era scusata). A volte si ha l’impressione di vivere in un mondo talmente privo di cortesia che un sacco di gente sembrerebbe disposta anche a sopportare qualche fastidio pur di riceverne in cambio un piccolo gesto di gentilezza.

       

barbara


5 settembre 2011

A PENSAR MALE...

Quando in questa lettera al preside ho scritto “E infine la cosa più pazzesca: come ultima "spiegazione" mi ha raccontato che anche (anche?) M. le ha chiesto di cambiare sezione. E mi chiedo: perché mi racconta questa storia? Che cosa ha a che fare con me e con la mia richiesta? Avrebbe per caso intenzione di togliermi un'altra volta le mie classi per darle a lei e sbattere me da qualche altra parte?” avevo semplicemente fatto una sparata per puro spirito polemico. Oggi ho scoperto che avevo centrato in pieno: la collega M. non aveva semplicemente chiesto di cambiare sezione (e diciamo, per inciso, che le sue classi sono oggettivamente parecchio sgradevoli, ma che tutti noi abbiamo avuto classi non solo sgradevoli, ma anche classi impossibili, classi da neurodeliri, classi da essere seriamente tentati di suicidarsi, e non ho mai sentito nessuno che abbia chiesto di cambiare con questa motivazione): aveva proprio chiesto che le fosse data la mia sezione. E il preside pare proprio che avesse intenzione di dargliela. A lei, con quasi vent’anni di età meno di me. A lei, l’ultima arrivata, su otto insegnanti di italiano, nella scuola. A lei che ha preso il posto – provvisorio – solo perché un’altra collega è andata in maternità. Come si può vedere, una giusta dose di aggressività è sempre la soluzione migliore (è servita anche, qualche mese fa, a liberarmi del gemello ebreo di Bin Laden, che da allora ha smesso non solo di frequentare questo blog, ma anche di asfissiarmi privatamente con i suoi deliri).



barbara


1 settembre 2011

VITTORIA!

Totale. (La collega di matematica, consulente privilegiata di tutti noi, e a cui anche lui si era rivolto, mi ha detto che ci era rimasto male per la durezza dei miei toni, ma lei gli ha detto che riteneva tale durezza pienamente giustificata. Stanotte, lo confesso, sono stata parecchio inquieta e praticamente non ho dormito, ma poi è arrivata l’alba...)

barbara


10 giugno 2011

A SCUOLA

Quella che segue è la lettera che ho inviato al mio preside.

Egregio signor preside,
(e cara V. per conoscenza),
vorrei brevemente ricordare quello che è successo negli ultimi due anni.
L'anno scorso mi è stata tolta la mia terza, è stata data a un'altra persona e io sono stata messa in un'altra classe. Per amor di quieto vivere non ho chiesto spiegazioni, né tanto meno protestato per questa scelta insensata, assolutamente priva di logica, di motivo, di scopo, e ho sopportato senza fiatare il disagio di inserirmi in una classe nuova che aveva lavorato con altre persone, altri metodi, altri programmi ecc., e il maggiore lavoro provocato dal fatto di trovarmi in due sezioni diverse, con conferenze in giorni diversi, tempi morti e altro. 
Quest'anno di nuovo mi è stata tolta la mia terza, è stata data a un'altra persona e io sono stata messa in un'altra classe. Diciamo pure che questa volta nel cambio ci ho guadagnato (l'anno scorso no davvero), ma resta lo stesso una cosa assolutamente incomprensibile e priva di logica.
Due settimane fa le ho chiesto di lasciarmi le mie classi per il prossimo anno, e lei ha detto che non sa se potrà farlo, e già questo, mi permetta di dirlo, lo trovo cosa di estrema gravità: da che mondo è mondo, gli scolari cambiano insegnante unicamente quando quello che hanno va in pensione o si trasferisce, quando mai si è sentito che cambino insegnante perché i loro vengono spostati d'autorità? Ma ancora più gravi sono state le "spiegazioni" che mi ha dato. Ha avuto il coraggio di tirarmi fuori il principio della continuità didattica, quando la continuità didattica è precisamente ciò che IO le sto chiedendo e che LEI sta continuando a fare a pezzi e mettersi sotto i piedi. Poi mi ha raccontato la storia che dovete cercare di omogeneizzare le sezioni in modo da ridurre il più possibile i problemi di incastri in occasione delle conferenze, e sembrerebbe avere dimenticato che per sedici anni ho insegnato in una sola sezione, come hanno sempre insegnato quelli che hanno tre classi, e che LEI ha improvvisamente deciso d'autorità, senza degnarmi di una spiegazione e quindi, per quanto mi riguarda, senza una sola ragione al mondo, di farmi lavorare in due sezioni diverse. E infine la cosa più pazzesca: come ultima "spiegazione" mi ha raccontato che anche (anche?) M. le ha chiesto di cambiare sezione. E mi chiedo: perché mi racconta questa storia? Che cosa ha a che fare con me e con la mia richiesta? Avrebbe per caso intenzione di togliermi un'altra volta le mie classi per darle a lei e sbattere me da qualche altra parte? Distruggendo tutti i progetti cominciati con E. e con M. e con R.? E soprattutto fregandosene della tanto decantata continuità didattica?
A questo punto mi vedo costretta a dirle nel modo più chiaro e franco che ne ho abbastanza. Devo dirle nel modo più chiaro e franco che la mia pazienza è arrivata al limite. Che la mia disponibilità a sopportare in silenzio, per amore di pace, ogni sorta di prepotenza, di arbitrio, di prevaricazione, di sopruso è arrivata al limite. Che non sono più disposta, con sessant'anni di età e trentacinque di anzianità, a lasciarmi sbattere da una parte all'altra secondo il capriccio di non si sa chi. Che non sono più disposta a farmi trattare come una marionetta. In queste ultime due settimane, in tutte e tre le classi, non ho praticamente lavorato, perché non saprei davvero dove trovare la voglia e l'interesse di fare cose che non so se, e da chi, potranno essere portate avanti. Quindi la mia richiesta, a questo punto, è ultimativa: l'anno prossimo o insegnerò nelle mie classi, o mi rifiuterò di insegnare. A lei la scelta. E mi auguro, per il bene di tutti, che sarà una scelta ragionevole.

Il motivo per cui ho scelto di scriverle anziché parlarle, oltre al fatto che è più facile ottenere udienza dal papa che trovare lei con un quarto d'ora a disposizione, è che purtroppo sono di un'emotività al limite del patologico, e quando sono furibonda, rabbiosa e frustrata come sono in questo momento, accade facilmente che mi blocchi o diventi aggressiva: cose entrambe che - ne converrà - è preferibile evitare.


31 maggio 2011

VOLONTÀ DI PACE E DINTORNI

Le mammole e gli sputi

Cari amici, ogni tanto anche i migliori eurarabi parlano dei palestinesi senza troppo rispetto, come se fossero mammolette, pacifisti da sciopero della fame, comparse da film di buona volontà. E invece no, è gente tosta, con le idee precise. Prendete per esempio questa recente intervista di Yasser Qashlaq, un giornalista di origine palestinese che è anche membro del Movimento Free Palestine, che è stato il finanziatore della (fallita) flottiglia libanese per Gaza, naturalmente concessa ad Al-Manar TV, la bellissima e obiettivissima emittente di Hamas. Vi prego, leggete fino in fondo, perché da queste  dichiarazioni viene fuori tutta la nobiltà d'animo, l'eroismo e anche il non antisemitismo di questo grand'uomo. Ha dichiarato dunque:

"Il luogo naturale per [Ehud] Barak è la Polonia, e il luogo naturale per quell'idiota di Netanyahu, è Mosca, mentre il luogo naturale per me è Safed. Vorrei dire a Ben-Gurion: Tu,  deficiente: sappi che un giorno mio figlio piccolo sputerà sulla tua tomba. Faremo deportare i tuoi resti al tuo vero paese in Europa, e torneremo. [...] Come ha detto l'Imam Khomeini, a suo tempo, se ognuno di noi si mettesse a sputare, potremmo soffocare tutti e cinque milioni di loro: il numero di ebrei - quei pezzi di merda umana - nella mia terra è uguale a un terzo degli abitanti del quartiere Nasr City al Cairo. [...] Netanyahu, che dice che il diritto al ritorno deve essere risolto al di fuori di Israele, dovrebbe risolvere il suo problema con il ritorno in patria a Mosca. Si tratta di pezzi di merda umana. Anche Balfour, quando ha dato la mia terra a quei Giudei, disse che stava facendo in modo di sbarazzarsi di loro. Ci hanno portato quei pezzi di merda, e noi adesso dobbiamo gettarli indietro ai loro paesi ".

Non è la prima volta che Qashlaq fa delle dichiarazioni – diciamo - un po' forti. Nel giugno, 2010 diede un' altra intervista, anche questa su Al-Manar TV, dicendo gentilmente agli israeliani, "Salite sulla nave che vi abbiamo mandato, e ritornate ai vostri Paesi. Non fatevi trarre in inganno dai leader arabi del campo moderato. Non sarete mai in grado di fare la pace con noi. I nostri figli torneranno [in Palestina]. Non c'è ragione per la coesistenza. Anche se alcuni dei nostri leader firmassero [la pace] con voi – noi non firmeremo mai. Non lasciatevi ingannare da questi leader. Ritornate ai vostri paesi".

Non ci credete? Vi sembra una macchietta come la vecchia strega di Washington cara amica di Obama che ha detto cose analoghe un anno fa, nel bel mezzo dei luoghi sacri della politica americana? No, vi assicuro, è tutto vero. Guardate qui (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5310.htm) l'intervista filmata e anche la trascrizione del testo. Vi auguro buon divertimento. Spero solo che abbiate superato l'età in cui si crede a Babbo Natale (e alla befana) e che non mi rimproveriate di turbare la vostra fede innocente nella volontà di pace dei bravi palestinesi.

Ugo Volli

A coloro che continuano a ripetere che la pace si fa coi nemici, mi permetto di suggerire di andare loro a trattare con questi nemici (e non si illudano di cavarsela col fatto che per loro non sono affatto nemici bensì amici amatissimi: anche Juliano Mer-Khamis e Arrigoni gli avevano venduto il corpo e l’anima, e non gli è andata meglio che a qualsiasi sionista colono invasore occupante predatore estremista eccetera eccetera.
Per completare il quadro vi mando a leggere queste altre riflessioni, sempre di Ugo Volli, e a dare un’occhiata a come funzionano le scuole in Egitto.


barbara


14 aprile 2011

PRIVILEGI

Il primo di aprile, alla seconda ora, sono entrata in prima A. Ho posato la borsa, ho tirato fuori la sedia che era parzialmente sotto la cattedra – senza prestare attenzione al fatto che era, appunto, parzialmente sotto la cattedra mentre di solito è completamente fuori – e mi sono seduta. Ho sentito qualcosa di duro sotto il sedere: era una cacca di plastica. Sapendo che alla prima ora avevano avuto matematica, ho chiesto se avessero fatto lo scherzo anche l’ora prima. Guardandomi tra l’inorridito e il terrorizzato, tutti insieme hanno gridato: “Noooooooo!!!” Mi sono sentita molto molto privilegiata. (Quando poi l’ho raccontato in prima B, con aria schifata hanno commentato: “Una cacca di plaasticaaa?!” Ho detto embè, cosa dovevano mettermi, una cacca vera?)

barbara


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28 novembre 2010

CATTIVA

Era la mia vicina di tavolo nell’albergo al mare, una ventina d’anni fa. Sessantasettenne. Zitella. Vergine (me l’ha detto lei). Maestra in pensione. Un giorno si è messa a raccontarmi di quando frequentava l’istituto magistrale, e aveva una professoressa “cattiva, ma cattiva, ma cattiva guardi che neanche se lo può immaginare. Un’ebrea. Infatti poi l’hanno eliminata”.
Da cui si deduce che
a) l’appartenenza all’ebraismo (alla razza ebraica?) è esauriente spiegazione per la sua disumana cattiveria
b) l’eliminazione ne è stata la giusta punizione
E mi chiedo: in quarant’anni di cattedra, quante generazioni di bambini avrà “formato” quella donna?

barbara


23 novembre 2010

SE TI BECCO

Il mio armadietto a scuola è grigio. Non perché qualcuno che mi vuole male me lo abbia fatto grigio per dispetto, ma perché gli armadietti sono grigi: è così, è una legge di natura, come l’acqua che a livello del mare a 100° bolle o l’accelerazione di gravità che, sempre a livello del mare, è di 9 metri al secondo per secondo o gli angoli interni di un triangolo che assommano a 180°. Non c’è niente da fare, è così, ti piaccia o no, e devi fartene una ragione. Grigio, di metallo. Grigio dentro e grigio lo sportello. In un corridoio grigio, lungo, con un’unica finestra in fondo, dalla luce frequentemente ridotta a causa dei colleghi che vi si affollano perché è l’unico angolo di tutta la scuola, che sta proprio sotto una montagna, in cui i cellulari riescono a prendere. La collega V, per vivacizzarlo, ci ha messo una sua foto. La collega U l’ha riempito di smiley. Il collega N, che è l’unico della scuola ad essere più vecchio di me e quindi, oltre al bisogno di vivacizzare l’armadietto (e a una moglie leggermente folle che quando ingrassa troppo si mette a dieta e per solidarietà mette a dieta anche il gatto, oltre ovviamente al marito), ha anche una dignità da difendere, ci ha messo una signorina abbondantemente discinta. Io ci ho messo tre foto piene di colori, fra cui questa.



L’ho stampata, plastificata, e infine attaccata allo sportello col nastro biadesivo attaccato dietro.
Chiunque abbia trafficato col nastro biadesivo sa quanto questa cosa sia micidiale. Se cambi idea e decidi di togliere la cosa che avevi attaccato, devi lavorare di unghie peggio di uno scoiattolo che scava il terreno semigelato per nasconderci ghiande e noci. E quindi deve averci lavorato davvero parecchio il/la collega che ha provveduto a farmela trovare, questa mattina, con un angolo interamente staccato e scorticato.
Adesso la foto è di nuovo a posto, con l’angolo riattaccato e protetta da un foglio adesivo. E sotto le tre foto campeggia un messaggio che riempie un intero A4:

Avviso per il/la gentile collega che si diverte a usare le unghie per rovinare le mie cose: se ti becco finisci all’ospedale. E bada che non scherzo.

Perché quell’area della scuola, questo va precisato, non è accessibile agli scolari. Non nel senso che sia semplicemente vietato – cosa che sarebbe del tutto secondaria e ininfluente – ma nel senso che proprio non hanno modo di arrivarci.

barbara


28 settembre 2010

SCUSI PROFESSORESSA

- ma come si chiama Dio nelle altre religioni?
- Nelle religioni monoteiste non ha dei nomi, si dice Dio e basta. I musulmani per esempio dicono Allah ma non è un altro nome, è solo Dio in arabo. Poi si dice anche che ha 99 nomi, ma in realtà non sono veri nomi, sono attributi: l’Onnipotente, il Misericordioso eccetera. Gli ebrei invece non pronunciano il nome di Dio perché
- Sì, lo so, me lo ha detto mio padre, perché è troppo sacro per poterlo pronunciare.
- Sì, esatto, e si scrive con un tetragramma, così (e lo scrivo alla lavagna), che non si può leggere perché non ci sono le vocali, nessuno sa quali debbano essere le vocali.
- Però c’è anche un altro tetragramma.
- Ma no, ce n’è uno solo!
- Il mio papà me ne ha insegnato un altro. Posso venire a scriverlo?
- Va bene, vieni.
(Viene alla lavagna, e riscrive lo stesso tetragramma, solo… in caratteri ebraici! All’uscita, dato che è l’ultima ora, mi insegue per le scale per continuare la discussione)
- Scusi, ma non è vero che non si sa come si dice: si dice Geova.
- Sono i testimoni di Geova che dicono così, solo loro, ma nessuno sa se le vocali siano davvero quelle, e oltretutto il suono g in ebraico non c’è, quindi almeno quello siamo sicuri che non è così.
- Sì, ma se il nome di Dio è troppo sacro per poterlo pronunciare, perché gli ebrei non riconoscono Gesù che è il figlio di Dio? (Il nesso non mi è molto chiaro, ma per fortuna mi ricordo in tempo che sto discutendo con un bambino di undici anni, ed evito di fargli notare il salto logico)
- Ma, vedi, sono solo i cristiani che credono che Gesù è il figlio di Dio, tutti gli altri no. I musulmani per esempio riconoscono Gesù, ma lo considerano un profeta musulmano.
- Però una cosa non l’ho mica capita: se Gesù è il Messia, perché gli ebrei stanno ancora aspettando che il Messia arrivi?
- Beh, anche questa, che Gesù è il Messia, è una cosa che credono solo i cristiani e tutti gli altri no. E quindi gli ebrei non lo credono. Se lo credessero sarebbero cristiani e non ebrei, no?
- Eh già...
(Ho idea che prima o poi, al primo appiglio, la discussione riprenderà. È un mestiere stressante, il mio, e spesso frustrante. Ma la soddisfazione che può dare l’incontrare una mente sveglia è una discreta ricompensa per tutte le frustrazioni)

barbara


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29 agosto 2010

“VOI EBREI”

È stato a un corso di aggiornamento, un po’ di anni fa.
Qualunque insegnante sa che quelli per i corsi di aggiornamento sono in assoluto i soldi peggio spesi nel campo dell’istruzione: quelli che vanno a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare, normalmente, sono o insegnanti che hanno smesso di insegnare perché non sono capaci di farlo, o persone che non hanno mai insegnato e non hanno la più pallida idea di che cosa sia l’insegnamento, di che cosa sia una classe. Dal che si può facilmente immaginare l’utilità e l’efficacia di questi corsi, ma siccome fino a pochi anni fa era obbligatorio, anche se era una colossale perdita di tempo mi toccava andarci lo stesso. Una volta è venuto un noto psicoterapeuta e docente di una nota università italiana, a insegnarci come si gestiscono i bulli e i casi difficili in generale. A parte il fatto che lui era abituato a trattare i casi singoli ed è rapidamente emerso che non aveva la più pallida idea di che cosa siano le dinamiche di classe; a parte il fatto che il suo mantra preferito era “qualunque cosa vi dica il bambino, mai scandalizzarsi, mai criticarlo, mai colpevolizzarlo, mai dirgli che ha sbagliato, mai giudicarlo”, e ogni volta che un insegnante diceva “mi è capitato così, ho fatto cosà e non ha funzionato”, evidentemente nella speranza di sentirsi suggerire dall’esperto un’idea migliore di quella che aveva avuto lui, la risposta è stata regolarmente “e ci credo che non ha funzionato, non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata” e non c’è stata una sola volta, in sedici ore di incontro, che abbia dato un solo suggerimento; a parte tutto questo, lo scopo principale del corso era quello di insegnarci – affinché noi potessimo poi insegnarlo ai nostri alunni – come si controllano le emozioni, e in questo campo il mantra era “non esiste niente al mondo per cui valga la pena di perdere la calma” (e anche: “Quando un bambino mi dice questo non lo sopporto, questo è insopportabile, gli rispondo non è vero, se sei vivo vuol dire che si può sopportare”. Quindi, secondo la sua ferrea logica, dato che quasi tutti sopravvivono a uno stupro, anche da bambini, ciò significa che gli stupri sono una cosa sopportabilissima). Beh, sono bastate un paio di provocazioni ben piazzate da parte di una collega per farlo sbarellare alla grande e scatenargli una vera e propria crisi isterica, con strilli da gallina nevrastenica. Ma non è di lui che voglio parlare, bensì di un’ochetta che tanto per cominciare è venuta a raccontarci che circa un terzo dei nostri scolari avrebbero problemi di apprendimento: evidentemente deve avere osservato la propria famiglia e pensato che quello che osservava lì fosse la regola. Vabbè. In compenso aveva idee formidabili per vivacizzare l’insegnamento. Ad un certo punto, per esempio (ricordo, per chi non lo sapesse, che io insegno italiano come seconda lingua a scolari di madrelingua tedesca), ha detto: “Se dovete far esercitare gli aggettivi, perché fare serie di noiosissimi esercizi? Si può ottenere lo stesso risultato facendo dei divertenti indovinelli in cui si usano, appunto, degli aggettivi. Per esempio dico: è rotonda, è di gomma, serve per giocare: che cos’è?” E io, tutta contenta di avere la risposta, ho subito cominciato ad agitarmi sulla sedia e sventolando il braccio ho gridato: “Io lo so! Io lo so! È una tetta al silicone!” Hanno riso tutti tranne lei, non ho capito perché. Ma la cosa che più mi ha disturbato di tutto ciò che è avvenuto in quei due giorni di pseudoaggiornamento, è stato il suo continuo ripetere: poi vi dico, adesso vi spiego, dopo vi faccio vedere... Era un senso di fastidio intenso, epidermico, come quando il gesso stride sulla lavagna, e ci ho dovuto riflettere per mettere esattamente a fuoco quale fosse il problema. E alla fine ho capito che era proprio l’uso del voi. E mi sono resa conto che io in classe non lo uso quasi mai; normalmente dico noi: adesso leggiamo, vediamo, facciamo, impariamo, proviamo... Perché noi, io e loro, stiamo perseguendo uno scopo comune, il loro apprendere, ed è solo lavorando insieme che lo possiamo raggiungere. Il voi lo uso unicamente quando sono arrabbiata; lo uso, per esempio, quando dopo un test andato male gli faccio la lavata di capo: voi credete di essere furbi, voi vi immaginate di poter andare avanti senza studiare, beh, vi garantisco che vi sbagliate, e di grosso, anche. Perché il voi serve unicamente a prendere, anzi, a marcare, le distanze. Il voi serve a tirare su barricate. Il voi serve a stabilire la superiorità dell’io sulla controparte. Il voi serve a manifestare ostilità. È stato in quel preciso momento che mi sono improvvisamente, per la prima volta, resa conto di che cosa realmente significhi l’espressione “voi ebrei”. Ed è stato in quello stesso momento che ho capito perché, non per ragionamento ma per istinto, io non l’ho mai usata.

barbara


26 maggio 2010

POST PERSONALE E UN PO' INTIMISTICO

Oggi vi faccio vedere il mio collega di sostegno, la seconda B (tutti vestiti a festa), il mio preside, e i due angioletti di cui il collega si occupa, qui.

barbara


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4 maggio 2010

BANDANA

Ne siamo stati informati all’inizio dell’anno. Perché all’interno dell’edificio scolastico non è consentito portare né berretti, né cappucci, né alcuna altra sorta di copricapo. E quindi, per non rischiare situazioni spiacevoli e imparazzanti, eravamo stati avvertiti che lui, la bandana, era autorizzato a tenerla. La scoperchiatura subita la primavera scorsa non era bastata, le radiazioni che gli avevano devastato collo e spalle non erano bastate, e quindi non si era potuta evitare la chemio, che si era portata via i capelli.
Ieri, passando davanti alle finestre della sua classe, dalle quali la bandana rossa sopra il suo viso dolcissimo spiccava sempre tra le teste bionde o brune dei compagni, mi sono improvvisamente resa conto che era una vita che non la vedevo, la bandana rossa. E che non vedevo il suo gigantesco e dolcissimo papà che veniva a prenderlo all’una. Così oggi ho chiesto alla collega. È da febbraio, mi ha detto, che manca. Non stava andando bene, gli hanno dovuto fare altre radiazioni, non sono bastate, adesso sta facendo un altro ciclo di chemio, ed è troppo debole per riuscire a venire a scuola.
Con tanti figli di puttana che infestano e impestano il pianeta, e non si decidono a togliersi di torno, viene da pensare.

barbara


30 aprile 2010

SI VA A SCUOLA PER IMPARARE (O NO?)

Dal libro di lettura “Parole per pensare” per la prima media, sezione “poesie”.

HO FATTO UN SOGNO

«Ho fatto un sogno:
un giorno gli uomini
si alzeranno tutti in piedi
e si renderanno conto
che sono nati
per vivere insieme
come fratelli,
senza distinzione
di razza e di pelle.
E tutti parleranno
un’unica lingua:
quella dell’amore»

Martin Luther King

Il poeta negro Martin Luther King è nato ad Atlanta (Stati Uniti d’America) nel 1929.

Devo aggiungere commenti? No, ditemi voi se ci sono commenti da aggiungere.

barbara

AGGIORNAMENTO: secondo il nostro libro di lettura la perfetta esemplificazione dell'immagine dell'avaro è questa:



E no digo altro, come dice l'amico Sagredo.


4 aprile 2010

COMPITO IN CLASSE IN III A (2)

Tema: Inventa una storia

Titolo: Inventatevelo voi!

C’era una volta un mondo piatto e infelice. In questo mondo vivevano linee diritte e forme geometriche. Gli uomini erano semplici segmenti o al massimo semplici triangoli, quadrati e rettangoli. Le donne invece erano raggi o complicati ottagoni o dodecagoni. Tutto questo esisteva su una enorme linea retta, senza inizio, né fine. Non esistevano case, boschi, prati, ma solo il nulla. Chi era fortunato possedeva un quadrato piatto da aprire e così passava in un’altra dimensione, fatta anch’essa di cose piatte, dalla quale si poteva passare in un’altra dimensione piatta e così all’infinito.
In pratica un crudele labirinto senza fine.
C’era una volta un mondo troppo profondo e infelice. In questo mondo vivevano corpi e linee curve. Gli uomini erano semplici birilli pronti ad essere buttati giù dalle donne, le sfere, condannate a rotolare in eterno. Tutto questo esisteva su un’enorme sfera, troppo grande per percorrerla tutta. Non esistevano case, boschi, prati, ma solo il nulla. Chi era fortunato possedeva una sfera, dalla quale si poteva passare in un’altra dimensione troppo profonda, come la precedente, e così all’infinito.
In pratica un crudele labirinto senza uscita.
In questi due mondi regnava l’infelicità e dopo un po’ si impazziva.
Un giorno i due mondi decisero di unirsi. E così: C’era una volta un mondo felice, armonioso, con un giusto equilibrio.
Si potrebbe continuare la storia all’infinito con molti esempi: bianco e nero, dolcezza e odio, uomini e donne, destra e sinistra...
Ma è il “mix giusto” a fare la differenza.
Molte volte bisogna vedere la via di mezzo per essere completamente felici e non fare la scelta sbagliata.
Veronica K.

Ecco, ve lo lascio così, senza aggiungere commenti, perché non ne servono, vero?

barbara


24 febbraio 2010

PENSIERO INDECENTE …

Stamattina a scuola ho assistito a una scazzottata. Una scazzottata di quelle di una volta: del tempo, intendo dire, in cui gli insegnanti non rischiavano un processo penale se un ragazzo posto sotto la loro responsabilità tornava a casa con un graffio. Del tempo in cui i ragazzi, qualunque questione sorgesse tra di loro, se la sbrigavano da soli. Del tempo in cui avere qualche livido sul corpo non era una tragedia paragonabile alle piaghe d’Egitto. Pensate che c’è stato un collega, qualche anno fa, che per non sapere né leggere né scrivere aveva proposto che si inserisse nel regolamento scolastico il divieto di qualunque contatto fisico. Neanche una bottarellina per scherzo. Neanche un buffetto. Neanche un braccio sulle spalle. Neanche tenersi per mano. Neanche una carezza sulla guancia per consolare l’amica del cuore che ha preso un’insufficienza nel compito di matematica. Così non si rischia di non accorgersi in tempo che due stanno per menarsi e quelli arrivano a menarsi sul serio. Ho detto per far passare una vaccata simile dovrai passare sul mio cadavere. Poi non è passata, in effetti, ma tocca star lì come gufi, o come carabinieri, o come carabigufi, ché se qualcuno si fa mezza briciola di male si rischia davvero grosso. E di conseguenza i rapporti fra ragazzi sono come anestetizzati. Disumanizzati, oserei dire. E stamattina, improvvisamente, il miracolo di quei due che si sono messi a pestarsi. Erano lì per terra, davanti alla porta della classe, che se le davano di santa ragione, con tutta la forza, con tutta la rabbia, con tutta la determinazione che avevano in corpo. Sono arrivata io, è arrivata la collega di sostegno, quella si è messa a chiamarli gridando e loro niente, indifferenti a tutto e a tutti continuavano a tirarsi botte da orbi. Beh, volete che ve lo dica? Mi sono piaciuti un sacco. Sono stata contenta che alla fine a separarli tirandoli su di peso abbia provveduto la collega. E sono stata contenta che abbia deciso di non prendere nessun provvedimento, neanche una notarellina sul registro, neanche una comunicazione a casa sul diario, niente. Avevano una questione da chiarire e se la sono chiarita, poi ognuno per la sua strada.

barbara


5 febbraio 2010

LEZIONE IN SECONDA B

Personaggi ed interpreti:
Professoressa (P)
Scolari (S)

S 1: Che cosa vuol dire “beccare”?
P: Da dove viene la parola “beccare”?
S 2, 3, 4, 5 (vari tentativi, tutti falliti, di individuare la parola madre da cui deriva “beccare”)
S 6: Viene da becco.
P: Bene. E che cosa significa “becco”? Che cos’è il becco?
S 7: (agitando il braccio alzato, tutto contento di poter fare bella figura): Io lo so! È la punta dell’uccello!



(P.S.: per ragioni di – immagino evidente – opportunità, Ugo Volli lo linkerò domani)

barbara


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25 gennaio 2010

LA SCUOLA ADESSO FUNZIONA COSÌ

O almeno la mia. Le note sul registro non si possono dare per cavolatine, tipo che uno chiacchiera, tipo che uno legge il giornalino mentre tu fai lezione, tipo che uno disturba eccetera (per cose tipo che uno non fa in compiti, invece, fosse pure per 93968705142 volte, è già da una vita che le note non si possono dare). Però se uno non ha almeno una nota nel registro non gli si può dare otto in condotta. Anche se ha passato ogni singolo minuto di ogni ora dell’intero quadrimestre a chiacchierare, a non stare attento, a leggersi i giornalini, non di nascosto sotto il banco bensì ostentatamente, guardandoti con aria di sfida ogni volta che lo richiami.

Poi si chiedono come mai la scuola italiana, un tempo fra le prime nel mondo, sta pian piano scivolando verso gli ultimi posti in Europa.

barbara


2 dicembre 2009

ECCO QUA IL MISFATTO



(no cioè ditemi voi ...)

barbara


28 novembre 2009

E DOPO VERONICA, ECCO A VOI LEA





E dopo Lea, naturalmente, lui, visto che oltretutto anche lui si occupa oggi di buoni sentimenti.

barbara


23 novembre 2009

SARÀ UN CASO?

La mia seconda è una classe che si può tranquillamente definire catastrofica: livello di conoscenze bassissimo in tutte le materie, voglia di lavorare saltami addosso, interessi prossimi allo zero, disciplina meglio non parlarne … Questo per dire che se salta fuori che c’è una cosa che sanno in parecchi, vuol dire che è proprio una cosa che “si sa”. Bene, oggi viene fuori una cosa relativa ai campi di concentramento, e prima di procedere ho bisogno di capire se sanno di che cosa si sta parlando. E dunque chiedo se hanno sentito parlare di campi di concentramento, e in parecchi dicono di sì; chiedo chi li ha fatti, rispondono: la Germania (“rispondono” significa che uno ha risposto e probabilmente anche qualcun altro lo sapeva, e infatti le varie risposte sono state date da scolari in parte diversi); chiedo chi ci finiva, rispondono: gli ebrei; chiedo quanti ne hanno ammazzati, rispondono: milioni; chiedo come, rispondono: con il gas; chiedo se conoscono il nome di qualche campo di concentramento, uno dice Auschwitz, uno dice Buchenwald, uno dice Dachau, uno dice Mauthausen, uno dice Augsburg, il musulmano dice Gerusalemme.

(E poi, come al solito, andate a leggere lui, che tutto sommato c’entra, ma anche se non c’entrasse sarebbe da leggere lo stesso, perché i geni vanno letti sempre)

barbara


20 novembre 2009

NO CIOÈ DITEMI VOI

La mia scolara Veronica mi ha fatto un ritratto. La sua compagna di banco, con perfido sadismo – o con sadica perfidia, fate un po’ voi – glielo ha sottratto e me lo ha fatto vedere. Sul foglio c’era un mostro. Sul serio, proprio un mostro. E lei si è giustificata dicendo che è tutta colpa mia perché non sto mai ferma, e che poi me lo aveva detto che lei non sa disegnare, e che comunque secondo lei non è poi così male. No, cioè, ditemi voi.
La cosa sconvolgente, va da sé, è il fatto che quel ritratto mi somiglia maledettamente …
(Veronica è quella stessa scolara che la settimana scorsa, non avendo fatto alcun errore, non doveva fare la correzione, e allora le ho detto di fare un qualsiasi esercizio a sua scelta, preso dal libro o di sua fantasia. Con l’occhietto eccitato mi fa: “Posso fare quello che voglio?” “Sì”, dico, e non faccio caso al ghigno satanico che le si dipinge sulla faccia. Il giorno dopo mi consegna il foglio e leggo: “Affermazioni divertenti fatte dalla professoressa Mella”. C’era anche – sob! – la battuta sugli uccelli. Senza precisare, la perfida, che la mia battuta era in risposta a una battuta sua. No, cioè, ditemi voi).

barbara


9 giugno 2009

WALLISCH ISCH SCHEISSE, WALLISCH ISCH DRECK

 

L’italiano è merda, l’italiano è luridume, in dialetto tirolese.
Sabato ho fatto un’ora di supplenza in una classe non mia. Appena entrata hanno attaccato con la litania che è stata il cavallo di battaglia di Eva Klotz, figlia del terrorista Georg, durante la campagna elettorale per le amministrative, cui partecipava col partito da lei fondato, “Südtirol Freiheit”, libertà per il Sudtirolo (territorio occupato da potenza straniera): “Südtirol ist nicht Italien”. Ho detto: “Magari, che così i tre miliardi e passa di euro che ogni anno vi dà lo stato italiano, ce li terremmo noi, e invece ci tocca continuare a darli a voi!” Allora hanno cambiato canzone: “Berlusconi mafia”. Ho detto: “Vero, ma non è stato Berlusconi a italianizzare l’Alto Adige, quindi non c’entra niente”. Così hanno smesso. Quando alla fine della mattinata siamo usciti e stavo andando al parcheggio, ad un certo momento ho sentito dietro di me due ragazzi, della classe in cui avevo fatto supplenza, che parlavano delle cose da fare: “… wallisch … englisch …” Siccome camminavano più veloci di me, ad un certo punto mi hanno raggiunta; nel momento in cui mi stavano affiancando, mi hanno dato un’occhiata per accertarsi della mia identità e, una volta constatato che ero proprio quella che gli era sembrato, alzando la voce per essere certi che li sentissi bene, e continuando ad alzarla ulteriormente man mano che si allontanavano, hanno attaccato a snocciolare una serie di “Wallisch isch Scheisse, wallisch isch Dreck, do isch Südtirol, ett Wallisch …” (“wallisch”, per inciso, è il termine che si usa al posto di italienisch quando si vuole essere offensivi, come dire culattone al posto di omosessuale, tanto per intenderci, o terrone al posto di meridionale).
L’odio anti italiano in Alto Adige non è mai morto, e periodicamente subisce delle forti recrudescenze, in particolare in occasione di elezioni in cui tutta una serie di politici locali fanno dell’odio anti italiano un vero e proprio programma politico. Poi c’è il film “Verkaufte Heimat”, la patria venduta, che tutti i colleghi di lettere fanno vedere in terza, teoricamente film storico per informare, in realtà autentica istigazione all’odio anti italiano, che davvero non ha molto da invidiare alle tecniche di propaganda antisemita di Goebbels e soci – oltre al fatto che non so quanto possa essere educativo un film in cui si bestemmia, come se i nostri scolari non bestemmiassero già più che a sufficienza per conto loro. E tutti gli anni, in tutte le terze, si capisce immediatamente quando hanno visto il film per via di un’inequivocabile impennata degli atti di ostilità da parte degli scolari.
Ritorno a sabato mattina, io che dopo cinque ore di scuola mi avvio al parcheggio, questi due che alzando la voce per essere sicuri che possa sentire bene, snocciolano i loro “l’italiano è merda, l’italiano è luridume, qui è Sudtirolo, non Italia”. Rabbia. Umiliazione. Impotenza.
Gli ebrei lo stanno sopportando da millenni, e qualcuno blatera che la dovrebbero smettere di giocare a fare le vittime.

barbara


10 maggio 2009

LA SCUOLA CAMBIA ...


(grazie a Pitti)

barbara


19 dicembre 2008

MA DICO IO

Giocare a palla avvelenata con la keffiya al collo! (Poi c’era anche quella che giocava con le mani in tasca, e quella con fisico e atteggiamento e abbigliamento da modella, che più che giocare a palla avvelenata pareva che fosse in posa per un servizio fotografico, e quello che ad ogni tiro centrava infallibilmente la lavagna … sì insomma, vabbè …)

barbara


1 dicembre 2008

CRONACA DI UNA MATTINATA LEGGERMENTE DI MERDA

Mi sveglio di colpo, un bel po’ prima della sveglia, con la sensazione di qualcosa di strano. Poi, dopo un momento, “percepisco” il buio: è andata via la corrente. Evidentemente questa ennesima nevicata assolutamente abnorme deve aver fatto danni. Poi, quando la sveglia suona, cerco di affrettarmi, perché le strade sicuramente non saranno in condizioni tali da poter correre. Solo quando mi trovo davanti al portone del garage realizzo che senza corrente non lo posso aprire. Così busso a tutte le porte del condominio – anzi, dei due condomini gemelli siamesi – in cerca di qualcuno che abbia la chiave per sbloccare la maniglia dell’apertura manuale, ma non ce l’ha nessuno. Nel frattempo provo a chiamare la scuola per avvertire che ho questo contrattempo, ma il telefono della scuola non funziona. Continuo a provare ogni cinque minuti finché alle undici finalmente torna la corrente e torna a funzionare anche il telefono della scuola, chiamo e dico che adesso arrivo. A metà della rampa, ancora pesantemente innevata, la macchina non ce la fa più e si ferma. Riscivolo indietro fino a metà garage e riparto più decisa. Stavolta la rampa riesco a farla tutta, ma va da sé che se in quel momento arrivasse una macchina ci faremmo una bellissima frittata. Non ci sono macchine in arrivo, per fortuna, e con un paio di manovre fra i due muri di neve che costeggiano la strada riesco a mettermi diritta, e a tre chilometri all’ora arrivo a scuola. Vado in terza per fare le ultime due ore – dalla seconda, dove avrei dovuto fare lezione io, vedo uscire la bidella, la mitica Brigitte che se mancasse lei la scuola crollerebbe, garantito, perché sono stati talmente tanti a non riuscire a raggiungere la scuola che quelli con l’ora a disposizione, quelli con la ventunesima ora, insegnanti di sostegno mandati in classe, insegnanti di copresenza mandati da soli, insegnanti con un’ora buca precettati, ancora non sono bastati a coprire tutto. E vado dunque in terza. Oggi c’è ora doppia, e si fa lettura. Indico dunque la lettura da leggere da soli per poi vedere di capirla insieme. Finito di leggere comincio a fare domande per verificare la comprensione quando mi arriva un rumore che a tutta prima non riesco a decifrare. Poi realizzo: è N. che sta russando di santa ragione, con la testa appoggiata sul banco. Fosse stato mentre facevo lezione mi sarei sentita offesa, sinceramente, ma visto che non è così, un po’ mi intenerisco e un po’ mi diverto. Il compagno di banco lo sveglia, e ci mette un bel po’, si guarda intorno frastornato, lo mando a darsi una rinfrescata alla faccia con l’acqua fresca, qualcuno ridacchia, io cerco di contenermi, poi finisce per uscirmi una incontenibile sghignazzata spernacchiante, e si ricomincia a ridere tutti. La lezione riparte, ma la concentrazione ormai è andata. Finisce la scuola, torno a casa, la rampa del garage è stata ripulita per bene, ma i due muri di neve ai lati della strada non mi lasciano abbastanza spazio per fare la manovra necessaria ad imboccarla. E la macchina deve restare fuori, nel piazzale del condominio vicino che quando se ne accorgeranno mi fanno un culo così. E fra un po’ la rampa ghiaccerà.

barbara


27 novembre 2008

QUINTA ORA IN SECONDA B

Personaggi ed interpreti:

D, maschio, kosovaro, musulmano, ultraripetente, quindicenne, alto circa uno e settantacinque.
A, femmina, kosovara, musulmana.
Io, la prof.
La classe, nelle vesti del Coro.

D: Professoressa, professoressa, A non la smette di picchiarmi!
Io: E fa bene!
Il Coro: Sghignazza sgangheratamente.
A: Continua a menare diligentemente, senza lasciarsi distrarre.

(Ma sì, dai, che a volte, dopotutto, è anche un bel mestiere, il mio).

barbara


2 novembre 2008

POI TI PAGHIAMO

Così mi aveva detto la madonna: “Poi ti paghiamo. Poco, ma paghiamo”.
Avevo costruito dei meravigliosi materiali didattici, inventati da me, messi a punto da me, costruiti da me, una cosa davvero strepitosa, credetemi: nessuno, in tutta la regione, aveva mai visto qualcosa di simile. Trecento ore di lavoro, ci avevo dedicato: me ne erano state pagate sessanta sotto la voce di “attività amministrativa”, ossia a 11 euro netti all’ora, ma non è di questo che voglio parlare. Ciò di cui voglio parlare è di quando, in luglio, ero lì spaparanzata al sole quando mi squilla il cellulare. È una delle madonne, che mi dice che ha pensato di chiedermi di andare al convegno di didattica che si tiene a fine agosto per mostrare a tutti i colleghi della regione i miei meravigliosi materiali, in modo che possano trarne spunto e fare anche loro qualcosa di analogo. Ed è in quell’occasione che mi dice, appunto: “Poi ti paghiamo. Poco, ma paghiamo”. Accetto, anche perché mi dice che mi ci porterà in macchina l’altra madonna, dato che io non ho idea di dove sia il posto in cui si tiene il convegno. Invece succede che all’ultimo momento quella, per problemi familiari, non può, quindi mi tocca fare diverse telefonate – a spese mie, savasandir – per trovare qualcun altro con cui andare. E insomma, alla fine si sistema e ci vado. Dalle sette e mezza di mattina alle sei e mezza del pomeriggio. Partendo però da casa alle sei e tornandoci alle otto di sera. Più il quarto d’ora impiegato per trasportare i materiali dal bagagliaio della mia macchina, in garage, a quello della macchina della collega, e altrettanto per l’operazione inversa, la sera. Più i tre quarti d’ora impiegati per andare a scuola il giorno prima, cercare una bidella che mi apra gli archivi dove i materiali sono stati depositati per il periodo di vacanza e mi aiuti a portarli in macchina e poi tornare a casa, e altrettanto il giorno dopo per riportarli. In tutto sedici ore di attività.
Poi mi hanno pagata, in effetti. Due anni dopo. Quarantadue euro. Lordi, beninteso. Ossia ventisette netti, cui vanno detratti i circa due euro spesi per benzina e telefono. Vale a dire che l’intensa nonché fruttuosa attività esplicata è stata ritenuta degna di essere ricompensata con la stratosferica cifra di 1,5625 euro all’ora. (Poi lì tutti sono stati entusiasti di questi miei materiali, e sei colleghe mi hanno dato il loro indirizzo email affinché inviassi loro tutta la parte scritta, che ho qui in archivio, in modo da poter costruire anche loro dei materiali risparmiando tutto il lavoro di invenzione e ideazione e messa a punto e scrittura. Poi, dopo che ho inviato tutto, una delle sei mi ha mandato un’email per dirmi grazie).

barbara


1 novembre 2008

ALTRI DUE BEGLI ARTICOLI

Entrambi di Luca Ricolfi

Il mito della scuola elementare
25-09-2008

Ci sono, nelle politiche governative in materia di istruzione, parecchie cose che mi lasciano perplesso. Ad esempio la mancanza di una diagnosi convincente dei mali della nostra scuola e della nostra università. Il vuoto di iniziative forti per aumentare il numero di asili nido, specialmente nel Mezzogiorno (uno dei cosiddetti obiettivi di Lisbona: portare la copertura al 33% entro il 2010, contro l’11% attuale). Soprattutto non mi piace per niente il fatto che all’Università (dove lavoro) i tagli della manovra finanziaria 2009-2011 siano uguali per tutti gli Atenei, quando da anni - grazie ad una serie di ottime ricerche - si sa con precisione quali sono gli atenei che spendono (relativamente) bene i loro fondi e quali li dilapidano in una corsa senza senso all’aumento del personale e agli avanzamenti di carriera.
E tuttavia, nonostante queste riserve, stento a capire l’incredibile pioggia di critiche, insulti, manifestazioni, sceneggiate, lezioni di pedagogia (e talora di democrazia) che sono state riversate sul neo-ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non appena ha cominciato a occuparsi di scuola, e in particolare di quella elementare (per una rassegna consiglio di vistare il sito del Partito democratico e quello della Cgil-scuola, ora ridenominata Flc).
Il mio stupore nasce da due ragioni distinte. La prima è che, andando a controllare le cifre (DL 112, art. 64, comma 6), si scopre che la maggior parte dei numeri spaventa-famiglie che sono stati agitati sono semplicemente falsi. Non è vero che il bilancio della scuola subirà tagli per 8 miliardi: il taglio del prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (1% del budget), i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 sono pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Non è vero che saranno licenziati 87 mila insegnanti: la riduzione del numero di cattedre avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87 mila insegnati in meno si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate da Prodi (circa 20 mila unità, a suo tempo giudicate insufficienti nel Quaderno bianco sulla scuola pubblicato giusto un anno fa dal precedente governo). Non è vero che, nelle scuole elementari, sparirà il tempo pieno e tutti i bambini dovranno tornare a casa alle 12,30: l’introduzione del maestro unico, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno eventualmente richieste dalle famiglie. Né si vede su quali basi l’opposizione agiti lo spettro di una riduzione degli insegnanti di sostegno, o della chiusura delle scuole di montagna (nessuna norma della Finanziaria lo prevede, e il ministro ha esplicitamente escluso tale eventualità).
Ma c’è un secondo motivo per cui mi è incomprensibile lo tsunami anti-Gelmini di queste settimane: i critici danno per scontato che la scuola elementare così com’è vada bene, e che l’introduzione del maestro unico sia una scelta didatticamente sbagliata. Può darsi, ma non ne sarei così sicuro, e vorrei spiegare perché. Se la scuola elementare italiana fosse così ben congegnata come ripetono i suoi paladini, forse non osserveremmo quotidianamente quel che invece osserviamo. E cioè che sia nelle scuole medie sia (incredibilmente) all’università tantissimi ragazzi, oltre a fare errori di grammatica e ortografia con cui un tempo nessuno avrebbe preso la licenza elementare, non sanno organizzare un discorso né a voce né per iscritto, non sono in grado di progettare una tesi o una tesina, non conoscono il significato esatto delle parole, fanno sistematicamente errori logici, non sanno spiegare un concetto né costruire un’argomentazione, insomma non capiscono e non riescono a farsi capire se non in situazioni ultra-semplici (in una parola sono «ignoranti», secondo la bella definizione del libro di Floris uscito in questi giorni: La fabbrica degli ignoranti, Rizzoli). In breve i ragazzi spesso sono debolissimi proprio nell’organizzazione del pensiero e nella padronanza del linguaggio, ossia precisamente in ciò che avrebbero dovuto acquisire nei cinque anni di scuola elementare. Il sospetto è che la scuola elementare di oggi, pur essendo perfetta come luogo di socializzazione e di ricreazione, sia ben poco capace di trasmettere conoscenze e formare capacità, ivi compresa la capacità di concentrarsi, di ordinare le idee, di autovalutarsi, di mettere impegno in attività non immediatamente gratificanti.
A questa osservazione si potrebbe obiettare, e certamente qualcuno obietterà, che sia i test nazionali (Invalsi) sia i test internazionali (Pirls, Timss, Pisa) ci restituiscono un’immagine ben più ottimistica della scuola elementare italiana. Ma questo è vero solo in parte. I test internazionali condotti sui bambini in quarta elementare danno risultati opposti a seconda degli ambiti considerati (l’Italia è ai primi posti nei test di lettura, ma precipita agli ultimi sia in quelli di matematica sia in quelli di scienze). Quanto ai test nazionali essi indicano che il declino dei livelli di apprendimento fra i 7 e i 16 anni è costante e inizia già nelle elementari (in quarta i bambini vanno sensibilmente peggio che in seconda). Forse la cattiva fama della scuola media inferiore e dei suoi insegnanti è in parte immeritata: è vero, i risultati dei ragazzi delle medie sono pessimi, ma forse lo sono proprio perché la scuola elementare - con la sua impostazione ludica - non li prepara alle prove che dovranno affrontare quando entreranno in un mondo vero, meno protetto, in cui ci sono anche frustrazioni e si deve essere capaci di studiare da soli (cosa che molti bambini non imparano mai a fare: un effetto perverso del tempo pieno?).

Conclusione? Nessuna, solo una preghiera: anziché fare dello spirito sul grembiulino e del terrorismo sul tempo pieno, proviamo a riflettere seriamente - ossia senza preconcetti ideologici - sui vizi e le virtù della nostra scuola elementare.

Due patti scellerati
30/10/2008

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.
Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?
Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.
Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.
La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).
Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.
Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.
Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.
E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

Per quanto riguarda il disastro della scuola elementare posso, come già ho detto altrove, confermare tutto per esperienza personale. Il resto lo confermo perché possiedo due occhi, due orecchie, e perfino un paio di neuroni residui (Grazie a Pitti che mi ha inviato gli articoli e a Nick che aveva lanciato l’input).

barbara

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