.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


17 febbraio 2012

BISPENSIERO E ISLAM

Come il relativismo spiana la strada al totalitarismo

" Nel tuo diario scrivesti che libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.".
"Sì."
"E se il Partito dice che due più due fa cinque, allora quanto fa?"

Con queste parole il torturatore O' Brien inculca a Winston Smith, il protagonista del capolavoro di George Orwell 1984, il concetto di bispensiero.
Oggi questo termine ci ricorda appunto il maestro indiscusso della fantapolitica, forse in assoluto l'autore più imponente del Novecento, ma non ci sembra avere alcun riscontro con la realtà dei fatti né ci sembra che lo possa mai acquisire. Non è così: a ben vedere l'esperienza ci dimostra proprio il contrario, non solo il ricordo dei totalitarismi più brutali e pervasivi della storia, ma anche, in una certa misura, la realtà che viviamo nelle democrazie occidentali.
Il meccanismo del bispensiero è al medesimo tempo contorto ed immediato nel suo spaventoso automatismo. Un individuo assiste ad un evento, ne è testimone, conosce una determinata realtà derivata da fatti per lui inconfutabili. D'un tratto la comunità in cui vive afferma che quella realtà non esiste, distrugge i documenti e le prove materiali dei fatti che il soggetto in questione ricorda in virtù di quanto ha visto, udito o appreso. Si dirà che, nonostante tutto, niente e nessuno possa sottrarre all'individuo la sua memoria. Al contrario: è proprio a questo punto che interviene il bispensiero. Sarebbe semplicistico e fuorviante affermare che l'individuo si limiti a mentire, a negare l'evidenza al fine di evitare la persecuzione e di ingraziarsi il favore della sua comunità pur sovvenendosi perfettamente di quanto viene negato. Il soggetto non mente: egli crede, sa che le cose sono andate diversamente rispetto a quanto sapeva anche solo il giorno prima. Ciò non significa che crede di essersi sbagliato perché sa anche di aver sempre saputo quella che ora considera la verità. Egli sa ciò che tutti gli altri naturalmente sanno. Il meccanismo mentale cui va incontro è complesso perché presuppone due momenti: un primo momento in cui ci si dimentica di ciò che si sapeva in precedenza e un secondo in cui si acquisisce la conoscenza di ciò che si sa allo stato attuale. Per farlo il soggetto non si limita a dimenticare, cosa che porterebbe ad una non conoscenza, ma compie una vera e propria ricostruzione di una realtà alternativa, attività necessariamente consapevole in quanto coincidente con le istruzioni impartite dalla comunità che lo circonda, e subito dopo si dimentica della stessa operazione effettuata. Il risultato è una convinzione cieca e assoluta nelle menzogne professate e l'assenza di ogni possibile rimorso di carattere morale. È una questione di allenamento: una volta ripetuta più volte l'operazione il processo diventa automatico e indolore, ogni remora mentale o morale svanisce, il soggetto acquisisce il controllo totale della sua mente e lo pone a disposizione della collettività. Tramite il bispensiero l'individuo può arrivare a negare l'evidenza, può accettare e professare a sua volta nozioni che contrastano con la sua logica, col suo buonsenso e con la sua stessa esperienza. Basta che gli si dica in cosa credere.

"Sei lento a imparare, Winston" disse O'Brien, con dolcezza.
"Ma come posso fare a meno…" borbottò Winston "come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.".
"Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.".

Il bispensiero altro non è che l'estrema applicazione pratica del relativismo novecentesco, contrapposto al realismo gnoseologico che ha dominato la mentalità occidentale dai Greci fino al XIX secolo. Per l'uomo del Novecento non esiste una realtà strutturata ed autonoma al di fuori di sé. Per i realisti l'uomo può percepire e conoscere questa realtà tramite i suoi sensi e, una volta apprese le sue regole, può accettarle e sfruttarle a suo favore, ma non può pensare di modificarle. Viceversa per i relativisti non esiste realtà al di fuori di quella creata dal pensiero umano. Ammesso che la realtà creata dal singolo uomo è destinata a perire con esso l'unica possibile verità che sia eterna ed immutabile è quella creata e accettata dalla collettività.

"Se io credo di volare, Winston, e tu credi che io voli, io volo davvero."
"Il singolo è solo una cellula. La verità non è nella mente del singolo, ma in quella del Partito, che è collettiva ed immortale.".

Se questa realtà è immortale è anche immutabile? Così come la collettività crea la realtà, la può disfare e ricreare a suo piacimento, ma ognuna delle realtà che crea è eterna perché come tale viene pensata.
Jean-Pierre Vernant in Mito e pensiero presso i Greci (Einaudi 2001) sottolinea come per i Greci, i primi realisti gnoseologici, Mnemosyne, ovvero la Memoria, fosse una dea degna del massimo culto. Questo soprattutto nella società arcaica, ben prima che Aristotele la declassasse a semplice funzione mentale, in un tempo in cui all'oralità era affidato il ricordo del passato e in cui il rapsodo, l'aedo, il poeta era visto come un privilegiato dagli dei, un essere superiore. Il poeta per gli antichi non ha ricordi sbiaditi, grazie ad un superlativo esercizio della memoria riporta vivide alla sua mente le immagini del passato, del presente e anche del futuro. Egli può avere memoria dell'aldilà e del suo ritorno nel mondo, può espiare le colpe di tutte le sue vite precedenti e rompere il ciclo tirannico dell'Essere. La Memoria permette così di conquistare l'eternità superando la paura ancestrale di ogni essere umano: la soggezione al mutamento, al dolore e alla morte. L'analisi di Vernant trova riscontro, fra gli altri, nella filosofia di Empedocle ("io fui fanciullo e fanciulla, fui muto pesce del mare"), di Pitagora, per gli adepti del quale la memoria aveva proprio la funzione di espiazione e fuga descritta, di Platone, che racconta come anche l'ultimo degli schiavi possa, tramite l'anamnesi, sovvenirsi delle idee eterne ed immortali che gli hanno fatto compagnia nel mondo dell'Iperuranio, dal quale ogni uomo proviene. Nel mondo rovesciato di 1984, in cui il relativismo spiana la via al totalitarismo, non la memoria bensì l'oblio esercita la funzione di garantire l'immortalità, non al singolo uomo, bensì alla collettività, al Partito.

"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.".

Che cosa ha però il bispensiero a che fare con il nostro mondo? Qualche tempo fa mi è stato segnalato un numero di una rivista femminile settimanale, A, pubblicata da Rizzoli-Corriere della Sera, del 3 settembre 2009. Un giornale femminile di gossip e moda non è per definizione una raccolta di saggi e articoli dal contenuto particolarmente brillante, innovativo e trasgressivo. Si può dire, con buona approssimazione, che se un articolo capita su un settimanale del genere deve per forza riflettere la dottrina comune del popolino incolto e pigramente appiattito su posizioni intellettuali mediocri e ripetitive, l'equivalente di ciò che un tempo era rappresentato dai panegirici del Duce e della sua presunta lungimiranza. In una delle prime pagine era pubblicata, con tutti gli onori e con tanto di foto dell'autrice, una lettera indirizzata al direttore da una lettrice dal titolo E se alla fine tanga e burkini fossero la stessa cosa? La lettrice descriveva una sua giornata in piscina traendone alcune conclusioni, brillanti quanto quelle che avrebbe potuto ponderare un vaso da fiori. Raccontava di aver provato ammirazione per due giovani donne musulmane, che descriveva come belle e, dato che rappresenta per le lettrici di quel giornale la qualità in assoluto più meritevole, snelle. Le due indossano un costume da bagno che ricorda uno chador, comunemente chiamato con un nome che denota leggerezza, per non dire stupidità, e pessimo gusto in chi lo ha coniato: burkini. Alle splendide ragazze che "sembrano delle nuotatrici con la supertuta indossata ai Campionati del mondo di Roma" la lettrice contrappone un'immagine descritta con disprezzo. "Poco lontano- scrive - spiaggiata come una megattera, c'è una signora italiana ispirata dal Vanna Marchi style. I suoi cinquant'anni abbondanti trovano insufficiente rifugio in un tanga marrone, che lotta intrepido contro la straripante cellulite". Le islamiche, belle, snelle e anche pudiche, si qualificano così come l'essere superiore per eccellenza, quello che in altri tempi sarebbe stato l'ariano alto, biondo e muscoloso, mentre la signora italiana è non troppo implicitamente presentata come il simbolo di un'abiezione morale e di una stupidità arrogante e grottesca che si riflette anche sul piano fisico, come un tempo (ma in realtà sempre di più anche oggi) l'ebreo gobbo dal naso adunco e bitorzoluto e dal ghigno malefico. La lettera si chiude con una conclusione mellifluamente buonista, che appare conciliante ma che è in verità il punto più insidioso del pezzo: "Aspettando l'autobus per tornare a casa ho pensato all'orchessa - notare l'uso dei termini - in tanga e alle ragazze in burkini. Forse sono solo la dimostrazione che esistono modi molto diversi per sentirsi liberi. Anzi libere".
Ecco che compare, sommesso eppure devastante nei suoi effetti, il bispensiero. Quest'ultima considerazione della lettrice della rivista non è un'osservazione innocua e non è isolata, come si evince dalla posizione che le è stata riservata sul settimanale e dall'assenza di contestazioni in merito. Il fenomeno non è limitato a quella rivista, ma è riscontrabile sempre più frequentemente in vari articoli, interviste di donne convertite all'Islam (come qualche anno fa la moglie dell'ex Imam di Carmagnola), trasmissioni, talk-show, telegiornali. Grazie al bispensiero la realtà viene ribaltata e nessuno si oppone. Al contrario, tutti professano allegramente la stessa tesi, forti del sostegno della collettività, del Partito. Un barbaro strumento di oppressione della donna, quale è il velo, burqa, niqab, hijab o chador che sia, è esaltato come simbolo di libertà. È irragionevole ritenere che qualcuno nel pieno uso delle sue facoltà mentali possa avere una simile convinzione. Il fatto che questa signora lo credesse davvero e fosse anche intimamente orgogliosa dell'espressione del suo aberrante parere denota l'uso del bispensiero. Così la realtà viene negata e rimpiazzata col suo esatto opposto, come nei più ridicoli e terrificanti slogan orwelliani:

"la guerra è pace"
"la libertà è schiavitù"
"l'ignoranza è forza"

e, aggiungiamo,

"il velo è libertà"

Valerio Salvatori
20 settembre 2009

Niente da aggiungere.
Shabbat shalom  


barbara


2 febbraio 2012

QUELLA SCHIAVITÙ DI CUI NESSUNO PARLA

E che dura ancora oggi.



barbara 


2 giugno 2011

VERGOGNA

Sulla scia del post precedente, sono andata a ripescare questo vecchio post che avevo messo, sei anni fa, nell’altro blog.

Sono arrivati alla fermata, dove anch’io aspettavo l’autobus. Hanno cominciato a parlare: una lingua slava, credo, non so quale, lei in tono lamentoso, lui in tono duro. Poi lei in ginocchio, in tono ancora più lamentoso, lui ancora più duro. Arriva l’autobus, lui con uno strattone la rimette in piedi, saliamo, io davanti, loro dietro. Alla fermata dell’aeroporto l’autista, a quanto pare, vede qualcosa dallo specchietto. Schizza in piedi, corre dietro gridando: «Lasciala stare! Lasciala stare! Lasciala qui se non vuole venire!» Poi si rivolge a lei: «Non andare se non vuoi, non andare! Vieni davanti con me». Lei lo guarda, due occhi di gazzella terrorizzata. Sa che quell’uomo dal cuore grande e generoso non può salvarla. Sa che qualunque cosa faccia, ovunque la porti, l’altro la troverà. Conosce, sicuramente, il castigo riservato a chi tenta di sfuggire al proprio destino: per averne avuto la dettagliata descrizione, o per averlo già provato nella propria carne. Scuote la testa, sconsolata, e scende. L’autista ritorna al suo posto, lentamente, la testa bassa, i pugni serrati, l’espressione sconfitta, le labbra strette per la rabbia impotente, mentre i due si allontanano, lui sicuro, lei col suo passo un po’ sgangherato da ragazza di campagna montata su tacchi troppo alti. Da bambina, forse, non aveva sognato di andare a raccattare clienti in un piccolo aeroporto di provincia. I passeggeri dell’autobus, nel frattempo, ridacchiano divertiti.


barbara


19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


3 novembre 2007

LA VOCE DELLE SCHIAVE

Perché la schiavitù non è un ricordo del passato …

La schiavitù è dura. Per le donne è dura due volte: «Quando voleva fare sesso con me il padrone veniva in cucina» dice Halima, libera da due mesi, raggiunta in Niger da un'inchiesta della tv pubblica australiana. «Lo facevamo lì perché a me era proibito entrare in camera sua». Sole e sabbia, sabbia e sole nel deserto tra Sahara e Sahel. Fuori soffia l'harmattan con il suo carico di polvere infuocata, dentro un tetto di fango basta a creare un po' d'ombra, sciogliere la lingua e impastare di nuova vergogna una parola che sa di buon tempo antico: «Sono nata schiava, e a far capire a tutti la miseria del mio status c'erano gli stracci che ero costretta a indossare». Halima e le altre, le parole e i numeri di una piaga che brucia di illegalità e tradizione: in Niger, nella piana desertica che si stende a nord della capitale Nyamey, a migliaia si passano di generazione in generazione la fedeltà alla famiglia del padrone. Si eredita la schiavitù e si ereditano gli schiavi. Difficile sapere quanti siano: le autorità locali parlano di poche unità, Anti slavery international, storica ong con base a Londra, li stima in quarantamila, Timidria, l'associazione nigerina che ha infranto il tabù sul problema, sostiene che ce ne sono oltre ottocentomila. In Niger il 55 per cento dei bambini non viene registrato alla nascita, tra gli schiavi ce ne sono molti che non sanno nemmeno di esserlo, tra i padroni solo in pochi chiamano le cose con il loro vero nome: logico che i numeri balbettino incertezza. Per capire cosa sia la schiavitù africana del XXI secolo, molto meglio partire dalle voci sicure dei protagonisti.
Ai ricercatori dell'Onu Azara, venticinque anni, racconta la sua storia di schiava, figlia e nipote di schiavi, fino al 2003 proprietà esclusiva di una famiglia di Tuareg che attraversava il deserto con il suo piccolo patrimonio di servitù, capre e cammelli: «Non ricordo un periodo particolarmente brutto. È stato orribile sempre, sempre a disposizione del padrone per triturare miglio, trasportare acqua, badare alle capre e spostare la tenda per mantenere la famiglia all'ombra». In cambio niente botte, un po' d'acqua, farina, latte, e quando va male il padrone che viene a trovarti ai fornelli. Sabila ha quindici anni, vive a pochi chilometri dalla città di Tahoua e al contrario di Azara e Halima è ancora schiava come tutta la sua famiglia.
All'agenzia Irin, che l'ha incontrata al riparo dagli sguardi di padroni e "colleghi", racconta una storia con pochissime variazioni sul tema: «Raccolgo legna, lavoro al pozzo, e il padrone mi violenta da quando avevo sette anni. Fortunatamente mi ha lasciata andare a scuola, e in classe ho imparato che la schiavitù è stata abolita tanto tempo fa». Non per lei però: in realtà sono spariti solo i mercati che per secoli hanno punteggiato la via della tratta dall'Africa nera su su, fino alla costa mediterranea. Oggi non si compra, non si vende, non si parla. Ma nella famiglia di Sabila si continua a nascere con un carico di lavoro senza salario, di prigionia senza ragione, di umiliazioni senza riscatto. In Niger dal 2003 una legge vieta la schiavitù, e punisce chi la pratica con pene che vanno dai dieci ai trent'anni, multe dai duemila ai diecimila dollari. Secondo il codice nigerino si ha schiavitù qualora «un individuo sia sottoposto a diritto di proprietà. Schiavitù è lo stato che riduce un essere umano a oggetto altrui». Sulla carta può costare carissimo. Nella realtà per il governo di Nyamey il problema è residuale, inventato, inesistente; per i padroni non è proprio un problema: «Ho ereditato venti lavoratori da mio padre» fa un Tuareg del Teneré. «Ma non ho mai pensato che fosse schiavitù. Per me questa gente è un patrimonio e una responsabilità». La schiavitù è finita, oggi si chiama responsabilità: forse intendeva questo il maestro di Sabila. Secondo le Nazioni Unite il Niger è il secondo paese più povero del mondo, al primo posto per tasso di natalità, al secondo per mortalità infantile, con un'aspettativa di vita di 43 anni e un livello di analfabetismo che supera abbondantemente la soglia del 50 per cento. Vale la pena parlare di libertà e di diritti in condizioni così estreme? Vale la pena. Ne è sicuro Ilguilas Weila, che nel '91 ha fondato l'associazione Timidria, "fraternità" in lingua tamashek, con l'obiettivo di fare a pezzi la cappa di ipocrisia che occulta e protegge il fenomeno della schiavitù. Weila parla il francese scandito delle ex colonie, è un cinquantenne gentile e determinato, ha un fisico atletico con una sfumatura di pelle più scura di quello che sarebbe auspicabile: tra i popoli del deserto i "bianchi" stanno sopra, i "neri" stanno sotto, i primi sono spesso i padroni, i secondi quasi sempre gli schiavi.
Da qui la sua empatia per gli ultimi della classe: «Nonostante nella mia famiglia non ci siano mai stati schiavi» ha dichiarato all'inglese Independent «la gente del villaggio ci ha sempre trattati come tali. Andando a scuola sentivo le voci di chi si chiedeva: e questo chi è? Di chi è? Erano sicuri che io fossi proprietà di qualcuno, e quest'esperienza mi ha segnato per sempre». In Mali, Mauritania, Burkina Faso e Sudan la schiavitù è diffusa e nascosta. In Niger ha trovato chi l'ha messa sotto gli occhi di tutti. Timidria oggi può contare su trecentomila iscritti, ha seicento uffici sparsi in tutto il paese, assiste gli schiavi che riescono a fuggire ai padroni, assiste i padroni che vogliano concedere la libertà ai propri schiavi. Ma è un cammino tutto in salita: «La politica tende solo a negare e la maggior parte degli schiavi non sa nemmeno cosa sia la libertà» spiega Weila. «Per annullare alla radice ogni senso di sé spesso i padroni tolgono i figli alle madri, tanto che una volta liberati molti ex schiavi non sanno cosa rispondere a chi gli domanda: come va, sei contento? Sono cresciuti come non esseri, devono appena imparare a essere persone a tutto tondo». In Niger la sottomissione è spesso tradizione, confusa nell'intreccio di etnie che dividono in caste il paese, ammantata di una religiosità «per cui» sostiene Weila «molti schiavi sono convinti che il padrone custodisca le chiavi del paradiso». Lo pensava anche Azibit, schiava di una famiglia di nomadi che dopo cinquant'anni di servizio ha deciso che nemmeno il paradiso meritava tanta fatica: una sera di due anni fa è scappata, e con i suoi cinque figli ha percorso trenta chilometri per raggiungere la sede Timidria più vicina. Oggi sorride incredula, protetta dalla legge, lontana dal padrone: «Finalmente so cos'è la felicità. Nessuno mi insulta più e posso andare a dormire quando voglio. Sono libera e vivo come pare a me». Beata lei. (Raffaele Oriani, Io donna)

Già: oltre agli schiavi della droga, agli schiavi del sesso, agli schiavi del computer, ci sono anche gli schiavi e basta. “In Niger dal 2003 una legge vieta la schiavitù”: dal 2003: non viene freddo a leggere una cosa così? Ricordiamolo, mentre combattiamo le nostre sacrosante battaglie, mentre lottiamo contro la pena di morte, contro il razzismo, contro l’omofobia, contro le ingiustizie sociali, contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni. Ricordiamolo: al mondo c’è ancora chi nasce schiavo, destinato a restare schiavo e a mettere al mondo schiavi. In quel mondo che, in teoria, dovrebbe essere anche il nostro.


Memouna, adolescente nata schiava e madre di Safia, un anno, di proprietà del padrone

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. schiavitù

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 3/11/2007 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


19 ottobre 2007

L’INFERNO? PRIMA STRADA A DESTRA

Rehena B. ne ha viste di giovani come lei, uccise dal mestiere e scaraventate nelle acque nere del Buriganga, perché non meritano un funerale, o nelle discariche dove la gente di Dhaka abbandona i corpi degli animali randagi. Viene dal distretto orientale di Norsingdi e a occhi bassi ammette di essere sieropositiva. Alza le spalle e stringe le labbra, tirando la pelle del viso da diciottenne, impastata dall'eroina, che riesce ancora a nascondere i segni della sifilide. La metà dei suoi clienti non sa che cos'è l'Aids e non usa il preservativo. Orfana a otto anni, Rehena ne aveva nove quando una sera nel suo villaggio è stata fermata per strada da un gruppo di poliziotti che l'hanno sequestrata abusando di lei per giorni. Da allora è passata di orrore in orrore, venduta a questo e quel bordello ogni volta per l'equivalente di una manciata di euro.
Alla fine è riuscita a fuggire, ma non ha cambiato vita. Lavora per strada: intorno alle stazioni dei treni o nei parchi di Ramna e Suhrawardi. Davanti al fotografo si schermisce ma a Yaesmin Kohinoor, attivista per i diritti umani, confessa che «tornare a una vita normale è impossibile». Ora che è maggiorenne, poi, può operare con tanto di "licenza". Per la Costituzione di ispirazione islamica la prostituzione è illegale in Bangladesh. Ma le potita (donna perduta) o nati (danzatrice), che la gente chiama ksaka (puttana), vivono in uno «stato di eccezione legale», spiega Raffaele Salinari, presidente dell'organizzazione umanitaria Terres des Hommes. E possono svolgere la professione alla luce del sole dopo aver sottoscritto, davanti a un magistrato, un affidavit in cui dichiarano di non avere altro modo di sopravvivere. Pur sapendo che perderanno così in pratica ogni diritto, persino quello di calzare scarpe in pubblico, e che ai loro figli tutto sarà negato. Per iscriversi a scuola o accedere ai servizi pubblici in Bangladesh serve un certificato di nascita, che viene però rilasciato solo a chi è riconosciuto dal padre.
Presto anche Hara V. avrà la sua licenza. Ma è una professionista da tempo: dopo essere stata violentata quattro anni fa dagli operai del cantiere in cui lavorava, «non mi rimaneva altro da fare, la mia vita era segnata» dichiara ai volontari del gruppo per i diritti umani Human Rights Watch.
Alla luce della cultura sessuofoba nazionale, la vittima di uno stupro porta sempre su di sé almeno parte della colpa. Ha conosciuto il sesso in regime di peccato ed è perciò ormai comunque “perduta”. Non è più degna di marito. Insulti e molestie le toccano. Per questo le violenze di solito non vengono denunciate. Nel 2002, stando agli ultimi dati ufficiali, solo nove su 1.363 processi sono terminati con la condanna dello stupratore.
La licenza permette alle donne di lavorare per strada o a casa, formalmente "in proprio" anche se tutti sanno che dietro c'è sempre qualche pappone. Oppure nei bordelli: diciotto quelli ufficialmente registrati nel paese, alcuni vere istituzioni nazionali come il Goaland di Dhaka o il Gangina. A questi si aggiungono decine e decine di postriboli clandestini e hotel che offrono lo stesso servizio con la protezione di poliziotti prezzolati. I più noti a Dhaka sono nel Magh Bazar o nella zona industriale di Shanti Nagar. Negli ultimi anni, sul montare di proteste di benpensanti e studenti islamici, alcuni sono stati chiusi, con l'unico risultato di un aumento delle prostitute di strada. Sebbene in stato di schiavitù - senza paga e sotto il tallone di tenutarie circondate da una corte di malavitosi, vecchi clienti e sbirri corrotti - molte donne finiscono per preferire il lavoro organizzato alla strada, dove i rischi sono maggiori. Compreso quello di finire in mano a chi le venderà a qualche bordello in India, Pakistan o negli emirati del Golfo.
L'anomalia legale dell'affidavit non offre dopotutto vere garanzie, mentre sancisce uno stigma sociale e ratifica un fenomeno in crescita. L'impulso verso lo sviluppo imposto dalla globalizzazione, rileva Salinari, ha creato «un divario crescente... e una conseguente concentrazione di ricchezza in città», a danno di chi vive in campagna. Oltre la metà dei circa 120 milioni di abitanti del Bangladesh, economia sostanzialmente agricola, vive sotto la soglia della povertà. Il reddito mensile pro capite non arriva a 300 dollari. Non è un caso se oltre il 25 per cento delle prostitute sono giovani delle campagne, vendute o affidate a conoscenti senza scrupoli da famiglie che non possono permettersi la dote indispensabile per farle sposare. Per il resto sono figlie di mestiere o giovani rapite. Oppure ragazze giunte in città per trovare lavoro, che non sanno leggere e spesso parlano solo un dialetto tribale. Le più fortunate finiscono in fabbrica, ma tante si devono accontentare delle mansioni più umili in condizioni di virtuale schiavitù, trovandosi così "estremamente vulnerabili" a ricatti e violenze che non lasciano poi scelte.
Più sono giovani e più sono a rischio. Uno studio della Banca Mondiale sulla diffusione dell'Aids conta nel paese circa 105mila prostitute, per il 44 per cento tossicodipendenti. Ma le organizzazioni umanitarie parlano di 150mila. Di queste una metà è sieropositiva e/o affetta da malattie veneree, mentre «15-20mila sono minori che si vendono per strada» fa notare Fawzia Karim Firoz, dell'Associazione nazionale delle donne avvocato (Bnwla). Anche le altre sono giovani: le potita raramente superano i 40 anni e comunque «per la maggior parte, hanno cominciato prima dei 12».
(Franco Venturini, Io donna)


Rotina, 15 anni, nella casa in cui vive e lavora a Dhaka. La ragazza ha l’aids, ma non sa che cosa sia. Come i suoi clienti.

Ricordiamoci, ogni tanto, di queste nostre sorelle più sfortunate, per le quali nessuno organizza marce di protesta, nessuno chiede leggi in parlamento, nessuno invoca giustizia. Ricordiamoci, almeno, che esistono. E soffrono.

barbara

sfoglia     gennaio        marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA