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Diario


27 febbraio 2011

IL SALAFISMO IN DIECI DOMANDE

Perché la prima cosa da fare, se si vuole almeno sperare di poter sopravvivere, è conoscere il nemico.

Di Mohamed Sifaoui, giornalista e coautore con Philippe Bercovici di «Ben Laden dévoilé, la BD-attentat contre Al-Qaïda», Editions 12 Bis. È autore anche di «Pourquoi l’islamisme séduit-il?», Editions Armand Colin.

06/11/2009

Mentre si parla di velo integrale, di salafismo, di religioni e di identità nazionale, bisogna preoccuparsi della presenza in Francia di un movimento fondamentalista musulmano che molti definiscono estremista?


1. Chi sono i salafiti?

Il salafismo deriva dalla parola araba salaf, che significa letteralmente «i predecessori». Si parla di essalaf essalah, i «pii predecessori» per indicare i primi compagni del profeta Maometto. Oggi i salafiti li prendono come modelli e invocano un ritorno a «l’islam delle origini» ripulito dalla bidaa, dalle «biasimevoli innovazioni» che secondo loro pervertono la religione. Rifiutano pertanto tutte le influenze occidentali, tutte le idee umanistiche e i principi filosofici come la democrazia o la laicità. È la scuola di pensiero hanbalita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal (780-855) nel IX secolo che ha dato vita all’ideologia salafita. Due discepoli di questa dottrina, l'imam ibn Taymiya (1263-1328) e Mohamed ibn Abdelwahab (1703-1792), ne diventeranno in seguito i due riferimenti ideologici. Abdelwahab, fondatore del dogma wahhabita oltre che cofondatore della monarchia saudita, darà vita a questo «salafismo missionario» (oggetto della nostra inchiesta) diffuso dei nostri giorni: disuguaglianza fra uomini e donne, diritto penale basato sulle punizioni fisiche, rigorismo nei rapporti sociali, rifiuto dei diritti umani. Drogato a colpi di petrodollari, questo salafismo si è progressivamente diffuso in tutto il mondo.
Nel XX secolo questo pensiero salafita si politicizza e contemporaneamente si «riforma» sotto l’impulso dei Fratelli musulmani, una confraternita integralista fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). I Fratelli non esitano a creare partiti e a impegnarsi nella vita politica e associativa. Pur essendovi divergenze dottrinali con i sostenitori del wahabismo, non sono certo dei «progressisti»: anch’essi predicano l’applicazione della sharia (la legge coranica) e l’instaurazione di repubbliche islamiche. I Fratelli musulmani, chiamati talvolta «salafiti in giacca e cravatta» sono rappresentati in Francia dall’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (UOIF). Partigiani di una reislamizzazione «dolce», sono apparentemente più «aperti» dei «salafiti in barba e djellaba».
Altri salafiti, detti jihadisti, preferiscono la lotta. La loro dottrina è oggi seguita da una nebulosa come al-Qaida. Chiamati anche takfiri (quelli che praticano la scomunica), questi adepti della guerra santa hanno gli stessi riferimenti ideologici degli altri.


2. Che cosa vogliono?

Benché minoritari nel mondo musulmano, i salafiti hanno una grande visibilità grazie all’attivismo sfrenato dei loro militanti e altri ideologi. Il pensiero salafita oggi controlla molte moschee e gran parte della letteratura musulmana. Trattandosi dell’Occidente, fanno appello anche al comunitarismo, nella speranza di reislamizzare i membri della comunità musulmana e convertire il maggior numero possibile di persone sedotte da un’ideologia politico-religiosa incompatibile con i valori universali. Perciò, contrariamente a certe fantasie degli ambienti di estrema destra, l’obiettivo principale dei salafiti non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì la realizzazione di condizioni che permettano loro di praticare la loro visione dell’islam così come lo intendono loro anche se questo è in contrasto con lo spirito dei Lumi. I Fratelli musulmani, da parte loro, desiderano formare un gruppo di pressione in grado di influire sui dibattiti nazionali e internazionali, e vogliono costituire una forza lobbistica capace di far nascere un «voto musulmano».


3. Quanti sono in Francia?

È difficile conoscere esattamente il numero dei salafiti presenti in Francia (e in Europa). Se ne può tuttavia avere un’idea sapendo che solo il 10% dei 5 milioni di musulmani della Francia sono praticanti e frequentano regolarmente le 1900 moschee e sale di preghiera. Coloro che hanno incentrato la propria vita sul luogo di culto rappresentano una forte minoranza fra i praticanti, ma danno l’impressione di essere maggioritari grazie al loro attivismo, ai loro incitamenti, alla loro presenza sulla rete, al loro abbigliamento ostentatamente islamico e attraverso il loro impegno nell’azione sociale nei quartieri. I salafiti hanno così mostrato il loro peso reale in occasione delle manifestazioni contro la legge che vieta i simboli religiosi a scuola. Un altro elemento di valutazione viene dagli incontri annuali di Bourget organizzati dall’UOIF, questa filiale francese del pensiero dei Fratelli musulmani, che fatica a raccogliere più di 20 000 persone, anche se pretende il contrario.
Ci saranno una cinquantina di moschee o di luoghi di preghiera tenuti dai seguaci del wahabismo saudita e del pensiero salafita dedito al proselitismo, e poche di più dirette dell’UOIF, che però non rappresentano che un terzo dei musulmani praticanti nelle istituzioni del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM).
Le moschee salafite wahabite sono spesso insediate nel cuore di quartieri popolari. Ce ne sono nella regione parigina, in particolare a Sartrouville, Argenteuil o Gennevilliers, nella regione di Lione, al nord, così come a Marsiglia o Besançon. Ma se ne trovano anche nella Parigi «intra-muros», nel cuore dei quartieri di Belleville e di Barbès.


4. Chi finanzia la propagazione del salafismo?

Oltre all’Arabia Saudita che, attraverso la Lega islamica mondiale, da molto tempo finanzia questa ideologia, molti mecenati arabi del golfo Persico donano milioni di euro all’anno per diffondere nel mondo «il vero islam», come amano definire il salafismo. In Francia molte moschee sono state costruite con fondi provenienti dalle monarchie arabe e dalla Lega islamica mondiale: le moschee di Evry e di Mantes-la-Jolie, per esempio. L’Arabia Saudita diffonde il salafismo formando migliaia di studenti sauditi o stranieri nelle sue università di Riyad, della Mecca e di Medina. Questo salafismo «missionario» è stato diffuso anche tramite le scuole coraniche pachistane, soprattutto quella di Karachi, che insegna il pensiero detto deobandi, una versione indo-pakistana del salafismo, che ha partorito i famosi talebani. Quanto ai Fratelli musulmani, hanno a lungo goduto dell’aiuto dei sauditi, che hanno permesso l’apertura in Europa del Centro islamico di Ginevra, fondato da Said Ramadan (padre di Tariq Ramadan e genero di Hasan al-Banna). E quando degli islamisti tunisini e l’attivista libanese Feisal Mawlawi creano l’UOIF, all’inizio degli anni 80, l’organizzazione avrà a disposizione numerosi contributi provenienti dagli Emirati arabi uniti. Oggi l’UOIF riceverebbe, secondo le diverse stime, fra il 30 e il 60% dei suoi finanziamenti da Paesi o personalità arabe. Le associazioni legate all’UOIF derivano una parte del loro denaro dalla certificazione halal, un commercio che promuovono intensamente, tanto è redditizio.


5. Chi sono i loro ideologi?

Fra i contemporanei ci sono appartenenti ai Fratelli musulmani come Sayyid Qutb (1906-1966) o Youssouf al-Qaradawi, che non smette di giustificare gli attentati suicidi e l’instaurazione della sharia. Sebbene lo neghi, Tariq Ramadan, che talvolta si lascia compiacentemente attribuire il titolo di teologo, è in realtà un ideologo del pensiero salafita dei Fratelli musulmani. Non esita a fustigare il wahabismo saudita, ma questo non fa di lui un progressista o un liberale, né un riformatore. I suoi riferimenti ideologici restano i fondatori del pensiero dei Fratelli e i teorici che lo hanno sofisticato per farne uno strumento di lotta politico-ideologica, e poi il nonno Hasan al Banna, per il quale nutre un’ammirazione senza pari, o ancora il pakistano Abu al-Ala al-Mawdoudi (1903-1979). Tariq Ramadan si è specializzato nell’utilizzo di codici di linguaggio e di scrittura occidentali per propagare il pensioero dei Fratelli, e ha saputo adattare i suoi discorsi alle opinioni pubbliche europee. Ciò che propone è una versione del salafismo solo apparentemente più «dolce».
Altri «pensatori» sauditi hanno provveduto a diffondere il salafismo in tutto il mondo. È il caso dello sceicco Ibn Baz (1909-1999), che ha sempre predicato un islam puro e duro. Il saudita Salih bin Fawzan al-Fawzan è «apprezzato» dai salafiti europei : egli raccomanda ai suoi adepti di non «assomigliare ai miscredenti in ciò che li caratterizza». È di quelli che incitano le donne a portare il velo integrale, rifiutando persino il velo classico che permette di vedere il viso delle donne. Un altro guru molto ascoltato dai salafiti è lo sceicco Mohamed ibn Saleh al-Otheimine che vieta, tra l’altro, di «fare gli auguri ai miscredenti [soprattutto ebrei e cristiani] durante le loro feste religiose». Infine lo sceicco Nacereddine al-Albani (1914-1999), un ideologo albano-siriano, ha prodotto un florilegio di fatwa (editti religiosi) assolutamente integralisti, e soprattutto ha vietato l’uso della televisione e della radio.


6. Quali sono i loro canali mediatici?

Mentre alcuni ideologi vietano la televisione, altri raccomandano che sia usata unicamente per diffondere l’islam. È il caso, per esempio, di varie catene satellitari arabe che danno molto spazio a questi salafiti che predicano «la buona parola» sia verso le società musulmane che verso l’Occidente. I predicatori si avvicendano nelle catene che, dal Qatar all’Egitto e passando per gli Emirati, fanno a gara nel giocare sulle nozioni di lecito e illecito tanto care a Youssouf al-Qaradawi. Una volta la settimana egli anima il programma Al-Sharia oua Al-Hayat » (la sharia e la vita) sulla piattaforma della catena al-Jezira, nel corso del quale tratta di tutte le questioni d’attualità, talvolta con inaudita violenza. Detto questo, internet è diventato il mezzo principale per veicolare le idee salafite, sia quelle dei Fratelli musulmani che quelle degli wahabiti e persino quelle degli jihadisti. I siti e i forum si contano a centinaia e, anche lì, vengono affrontati tutti gli argomenti. Attualmente molti salafiti tentano di mobilitarsi sulla rete contro un’eventuale legge sul velo integrale. Mobilitazione che ha il suo prolungamento sul web 2.0 e soprattutto sulle reti sociali come Facebook, che raccoglie decine di profili che rivendicano chiaramente questa ideologia. Infine, le molte librerie indicate come musulmane diffondono in realtà l’ideologia salafita. È il caso di al-Tawhid à Lyon, che diffonde la letteratura dei fratelli Ramadan e quella degli studiosi della fratellanza, o di altri negozi che propongono le opere degli ideologi sauditi.


7. Il salafismo è compatibile con la repubblica?

I salafiti sono contro la mescolanza, rifiutano le minoranze religiose e sessuali, incoraggiano il comunitarismo, non riconoscono i valori di fraternità al di fuori della umma (la nazione islamica) e rifiutano qualunque nozione di libertà che contraddica la loro visione dell’islam. I testi salafiti mostrano l’abisso che separa questa ideologia totalitaria dai principi repubblicani. Lo sceicco Otheimine, per esempio, raccomanda alle donne musulmane di non lasciare la propria casa che in caso di necessità e con «l’autorizzazione del marito o del tutore». E precisa: «La donna è libera in casa propria, si reca in tutte le stanze della casa e lavora eseguendo i compiti domestici». E «Che queste donne temano Allah e abbandonino le propagande occidentali corruttrici!» Un altro sceicco, Salih bin Fawzan al-Fawzan, sostenitore del velo integrale, ha affermato in una delle sue fatwa che «il viso della donna è uneawrah (parte da nascondere) e che è obbligatorio coprirlo». Per lui «è la parte della massima tentazione». E lo stesso accade per altri principi fondamentali che costituiscono l’identità repubblicana e laica della Francia. Il salafismo, per esempio, non accetta la libertà di coscienza. Cerca di indottrinare e convertire i non musulmani, ma rifiuta categoricamente che un musulmano possa rinnegare l’islam per un’altra religione. Il responsabile di tale apostasia deve essere, secondo loro, condannato a morte. E come la libertà di espressione e di opinione, anche la critica dei dogmi e della religione è vietata.


8. Il salafismo è violento?

Le diverse correnti salafite rappresentano differenti livelli di pericolosità. I jihadisti o i takfiri predicano la jihad e dunque le azioni terroristiche. In questi ultimi anni molti di loro sono stati arrestati e condannati per reati «di associazione per delinquere connessa a impresa terroristica». Ma sulla questione della violenza sono molto più riservati. Questi fondamentalisti missionari preferiscono di solito riaffermare la loro fede e talvolta considerano che date le divergenze esistenti fra i «teologi» a proposito della jihad, non è permesso impegnarsi su questa strada. Tuttavia rappresentano un pericolo per la convivenza, e la loro visione dell’islam è incompatibile con le regole di una società laica e democratica. In effetti tutti i salafiti, compresi quelli che affermano il contrario, rifiutano la laicità. Non ci può essere, secondo i loro ideologi, separazione fra la chiesa e lo stato, dato che per loro «l’islam è un sistema completo che deve governare tutta la vita del musulmano». Idem per la democrazia, considerata come un’eresia in quanto consacra il principio della sovranità del popolo, mentre essi ritengono che «la sovranità spetta a Dio e a Dio soltanto».
I Fratelli musulmani ufficialmente affermano di accettare questi due valori. Il cosiddetto salafismo riformista che essi incarnano partecipa, in effetti, al gioco democratico quando si tratta di elezioni. È il caso dei Fratelli musulmani egiziani o dell’Hamas palestinese. Detto questo, essi strumentalizzano la democrazia nella speranza di impadronirsi del potere, e non la considerano certo come un sistema che consacra tutte le uguaglianze e tutte le libertà.



9. Il velo è un obbligo islamico?

All’indomani della rivoluzione iraniana nel 1979, il velo è diventato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione della donna e soprattutto della militanza politica. Da un punto di vista teologico, i salafiti ne fanno una vera e propria ossessione, benché esistano solo due versetti coranici che, in maniera poco esplicita, evocano il velo senza determinarne la forma esatta: «O Profeta! Di’ alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di posare su di loro i loro grandi veli: così saranno riconosciute subito ed eviteranno di essere offese. Dio è Indulgente e Misericordioso.» (sura 33, versetto 59) ; e «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi, di conservare la castità, di mostrare dei loro ornamenti solo quelli esterni e di posare un velo sui loro petti; e di mostrare i loro ornamenti solo ai loro mariti, o ai loro padri, o ai padri dei loro mariti, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle donne musulmane, o agli schiavi di loro proprietà, o ai servi maschi impotenti, o ai ragazzi impuberi che ignorano tutto delle parti nascoste delle donne. E che non battano i piedi così che si scorgano i loro ornamenti nascosti. E pentitevi davanti a Dio, o credenti, affinché possiate prosperare.» (sura 24, versetto 31)
Per i sostenitori della interpretazione letterale, questi versetti sarebbero «chiari» ed esigerebbero l’uso del velo o del niqab, ma per molti studiosi e razionalisti musulmani, l’uso del velo non è un obbligo. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani, ritiene che ai nostri giorni il velo non sia più valido dato che questi versetti si rivolgevano a donne che vivevano in un tempo in cui tutte le donne, da Medina ad Atene, erano velate. D’altra parte molte musulmane, in Tunisia o in Turchia, anche ferventi praticanti, lo mettono solo durante la preghiera; altre, più anziane, lo portano per tradizione o per pudore. Recentemente lo sceicco di al-Azhar, il grande istituto di teologia del Cairo, ha dichiarato che l’uso del velo integrale dipende da «una tradizione e non dal culto». Lo sceicco Khaled Bentounès, guida spirituale del sufismo magrebino, ha affermato che «si è fatto del velo uno strumento ideologico per avere uno stereotipo di donna modello», denunciando così questa uniforme dell’ideologia salafita. In ogni caso il ritorno del velo, sotto i suoi diversi aspetti, coincide con l’avvento del salafismo contemporaneo.


10. È applicabile una legge contro il velo integrale?

La questione è attualmente in fase di dibattito. La commissione d’inchiesta parlamentare darà il suo parere nel gennaio 2010. Al momento si stanno ascoltando varie associazioni e personalità della società civile. Forse sarebbe stato meglio creare una vera commissione d’inchiesta per meglio conoscere l’ideologia salafita e il suo ancoraggio nella società francese. In caso di approvazione di una legge, da oggi al momento della Sua applicazione bisognerebbe riflettere. Ci troviamo di fronte a una situazione sensibilmente diversa da quella che aveva prevalso durante la polemica sul velo a scuola, poiché il divieto di quest’altro «simbolo» dell’islamismo fu applicato dai responsabili degli istituti scolastici. Il rispetto di una misura volta a vietare il velo integrale dovrà questa volta essere assicurato dalla forza pubblica, che dovrà multare o arrestare le eventuali recalcitranti. E ce ne saranno! E bisognerebbe inoltre avere la certezza che questa legge, una volta promulgata, verrà applicata anche durante l’estate, quando le mogli e le figlie e le domestiche dei ricchi principi sauditi o del Qatar passeggeranno sugli Champs-Elysées. (Traduzione mia)

A questo testo, chiaro quanto basta da non avere bisogno di commenti, voglio aggiungere solo un’annotazione relativa a uno dei versetti sull’uso del velo: notate che fra coloro di fronte ai quali la donna può liberamente mostrare i suoi “ornamenti” – e ognuno intenda il termine come crede – oltre ai parenti stretti, alle donne musulmane e ai servitori impotenti, sono indicati anche gli schiavi: così come neppure la più pudica di noi avrebbe problemi ad esporre i propri “ornamenti” in presenza del criceto o del canarino, così sarebbe semplicemente assurdo provare sentimenti di pudore in presenza di uno schiavo, come se questo fosse un essere umano.


barbara

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